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INCHIESTA: 8 ITALIANI SU 10 SI SENTONO PIÙ POVERI di Nicola Piepoli

[ 15 dicembre ]

«Ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi….

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? …una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti».

Se si chiede alle famiglie italiane qual è stata la forza negativa che maggiormente ha stravolto le loro esistenze in questi dieci anni di crisi non ci sono dubbi: otto persone su dieci scelgono il crollo del loro reddito. Non c’è confronto rispetto alle mancate vacanze all’estero (13%), una minore vita sociale (12%), una più risicata attività sportiva (11%): il calo degli introiti ha divorato tutto, compresi i sogni. 
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio che noi dell’istituto abbiamo effettuato in esclusiva per La Stampa sulla percezione che gli italiani hanno del loro passato prossimo e del loro futuro. Un sondaggio che affronta due aspetti: passato e prospettive per le famiglie, passato e prospettive per il Paese. E spesso le visioni sono sovrapponibili. 
Prevale il pessimismo  

Partiamo per esempio dalla percezione che si ha del proprio Paese. Come per le famiglie, per 7 persone su 10 l’Italia è diventata più povera. Gli aspetti positivi di questi 10 anni non riescono a competere con quelli negativi, con due uniche eccezioni: la maggior attenzione all’ecologia e l’Alta velocità ferroviaria. Per il resto il panorama è abbastanza critico, ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi. La vita sociale è diminuita e persino la vittoria negli sport è stata cancellata dalla perdita del sogno delle Olimpiadi in Italia. 
L’Italia del futuro  

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? Dalle risposte date emerge che c’è una fondamentale coincidenza tra ciò che lo Stato dovrebbe fare sul lungo periodo e ciò che il presente Governo potrebbe fare sul breve. L’esigenza di una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti. 
Il divario tra le famiglie
  
Se scendiamo al livello del nucleo familiare, il quadro si fa un po’ più roseo. La differenza tra coloro che pensano di avere una famiglia più ricca rispetto a 10 anni fa e coloro che pensano di averla più povera è meno evidente, ma resta alta: quasi il 40%. Ed è proprio qui che si annida quella disuguaglianza che mette in pericolo la coesione sociale. 
Se esaminiamo le forze positive e negative sviluppatesi nel corso degli ultimi 10 anni, le prime risultano più variegate (vengono messe in rilievo il reddito più alto, la maggior cultura, la cura del proprio corpo e della propria alimentazione, una maggior partecipazione alla vita familiare e alla vita sociale), ma come detto tra quelle negative spicca inesorabilmente il crollo del reddito. 
Sulla base di queste indicazioni, come si vedono le famiglie italiane tra dieci anni? Il pessimismo sul passato gioca un peso determinante nelle visioni sul futuro. Solo una persona su 5 intravvede una speranza di miglioramento della sua famiglia. Percentuale che sale leggermente se si pensa al sistema Paese: uno su quattro lo vede più ricco. 

* Fonte: LA STAMPA



SCOMPARE IL CETO MEDIO: È PEGGIO O È MEGLIO?

[ 30 maggio ]

Su Repubblica/Economia e Finanza di oggi si pubblicano i risultati di una inchiesta sociologica compiuta da “Demos-Coop” che vogliano segnalare ai nostri lettori.

Morale: Avanza implacabile la pauperizzazione di massa. 

“Per due persone su tre è inutile fare progetti a lungo termine. Cresce la percezione di appartenere ad una classe sociale più bassa”. Tuttavia, secondo di ILVO DIAMANTI, la rassegnazione prevale sulla rabbia…

CLASSI E MOBILITÀ SOCIALE
NOTA INFORMATIVA

L’Osservatorio sul Capitale Sociale è realizzato da Demos & Pi in collaborazione con Coop. Il sondaggio è stato condotto da Demetra (mixed mode CATI-CAMI) nel periodo 26 – 28 aprile 2016. Il campione nazionale intervistato (N=1327, rifiuti/sostituzioni: 10.438) è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (margine di errore 2.4). L’indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti, insieme a Luigi Ceccarini, Martina Di Pierdomenico e Ludovico Gardani.

Documento completo su www.agcom.it




CAPITALISMO CASINÒ E NUOVE DIVISIONI DI CLASSE: LA SOLLEVAZIONE POPOLARE POSSIBILE di Moreno Pasquinelli

[ 27 aprile ]

Sì, stiamo giungendo al finale di partita, quello che deciderà il futuro del nostro Paese. L’economia mondiale boccheggia, l’Unione europea traballa, in Italia il governo Renzi è appeso al filo di un’improbabile vera “ripresa economica”. In questo quadro è alle porte un evento politico che potrebbe fungere da spartiacque: il referendum costituzionale di ottobre. 

Renzi si gioca tutto, o quasi. Tutti i poteri oligarchici, stranieri e nostrani, saranno dalla sua parte. Vincerli nelle urne è difficile, ma non impossibile. Ove Renzi venisse battuto cosa accadrà? La crisi politica e istituzionale precipiterebbe, con conseguenze sull’economia: fuga dei capitali, crollo delle banche, nuovo shock degli spread sui debiti pubblici…. Si aprirebbe una fase nuova di turbolenze. Possono i dominanti permettersi di andare alle urne col rischio di una sconfitta del Pd renziano? O agiranno sulle leve disfattiste del caos e della paura per portare in Italia la troika? In questo contesto reggerà la pace sociale, o si aprirà una fase di acuta conflittualità sociale? Ci sarà la sollevazione popolare? E se sì, che forme e pieghe prenderà? E che ruolo giocheranno le diverse forze politiche? Di sicuro non si esce dal marasma senza svolte radicali.
A noi pare che questa sia la madre di tutte le discussioni. Ho scritto, giorni addietro sulla RIVOLUZIONE DEMOCRATICA.
Per spiegare come la penso mi pare il caso segnalare ai lettori alcuni passaggi di quanto scrissi anni addietro. Anzitutto sulle forme che potrebbe prendere l’auspicata sollevazione, segnatamente: Il loro piano e quello nostro.
Infine l’ultima parte di un breve saggio dal titolo: LA DIAGONALE DEL DEBITO (QUALI SONO OGGI LE FORZE ANTAGONISTE?) che si sofferma sulle caratteristiche e la natura della società odierna, come la finanziarizzazione connoti la struttura e la sovrastruttura sociali, come queste connotino i conflitti sociali.

M.P.
Non immaginatevi una sollevazione fulminea e risolutiva
24 ottobre 2013

«Chi gestirebbe questo economicidio? Un nuovo governo di “larghe intese” è escluso, com’è eslcuso che il Pd, coi suoi ammennicoli possa farlo. Qui l’inquietante prospettiva del “podestà forestiero”, non a caso adombrata dal Gaulaiter Mario Monti nell’agosto 2011. L’Italia, che è già paese ad amministrazione controllata, verrebbe a quel punto governato da un direttorio emanazione della troika.
La minaccia di un nuovo crollo finanziario globale, come fu quello del 2008, che molti analisti ritengono probabile dopo anni di sbronza monetaria e di bolla dei valori borsistici, renderebbe cogente questa drammatica eventualità.

Il “piano” opposto non potrebbe essere che una sollevazione popolare. Che questa possa sopraggiungere prima, come noi ci auguriamo, è possibile ma altamente improbabile. E’ molto probabile invece che lo shock colpisca il paese tra capo e collo, che avremo solo a quel punto, oramai precipitati nell’abisso, una sollevazione generale.

Non immaginatevi una sollevazione fulminea e risolutiva. Il paese entrerà in un periodo di acutissime convulsioni sociali e politiche, la sollevazione procederà per fiammate, non seguirà una linea retta ascendente. Occorre rassegnarsi ad una sinfonia caotica e sconnessa, poiché mancano sia lo spartito che una direzione d’orchestra. Detto altrimenti avremo un conflitto coriandolare, policentrico, poiché, mentre la borghesia italiota è oramai una classe parassitaria e al tramonto, non abbiamo nemmeno, perché oramai spappolato, imborghesito, eviscerato, un proletariato che possa candidarsi a ruolo guida di un blocco sociale in grado di sovvertire l’ordine delle cose e prendere in mano le redini del paese.

E’ dentro questo marasma disordinato che le forze democratiche e sovraniste saranno chiamate e portare ordine e introdurre senso. Un blocco sociale e politico antagonista prenderà forma nel mezzo dello sconquasso. L’egemonia l’avrà chi saprà gettarsi nel conflitto trasformando la disperazione in rabbia consapevole; di chi saprà fare, di coloro a cui è stato tolto tutto, la forza motrice di un blocco ampio con i molti che vorranno difendere il poco che gli resta; di chi, portatore di un’idea nuova di società, saprà indicare la via e i mezzi per aprirgli una strada.

Se, su questo d’accordo col Della Loggia, ho ragione nel sostenere che da questa crisi si esce solo con soluzioni radicali; se sono nel giusto nel ritenere che la borghesia italiana non ha né la volontà né la forza per rompere la gabbia eurista e liberista; se, come ritengo, per questo abdicherà e accetterà di fare del Paese una semi-colonia; se, come penso, la forza motrice della sollevazione saranno i settori sociali dilaniati dalla crisi sistemica; non solo lo scontro si farà durissimo, ma la società subirà un processo di polarizzazione sociale, politica e ideologica violento che divaricherà lo stesso campo delle forze sovraniste. 


Con buona pace degli azzeccabarbugli che dai loggioni strillano lo stesso mantra del pensieero unico mainstraeam, quello della “morte delle ideologie” e della “fine della dicotomia tra destra e sinistra”».


Sulle nuove divisioni di classe nel capitalismo casinò

Da: LA DIAGONALE DEL DEBITO (QUALI SONO OGGI LE FORZE ANTAGONISTE?) 

23 agosto 2015
«Questi sono solo alcuni macroscopici dati empirici che fotografano una situazione sociale che ogni giorno diventa più drammatica per ampie fasce della popolazione. Non tutte tuttavia. E qui sta il punto.
Non voglio sfuggire alla domanda che un lettore, andando al sodo, mi ha posto: «Analisi corretta ma conclusione deludente. A che livello di impoverimento dobbiamo arrivare, noi povere masse, prima di sollevarci»? 

Due premesse sono necessarie.

La sollevazione non è, di per sé, una rivoluzione, poiché per rivoluzione, intendiamo un mutamento voluto della struttura sociale e politica. La qual cosa implica un’adesione di ampie masse ad un progetto alternativo di società, e quindi una partecipazione consapevole al processo di trasformazione sociale. Per sollevazione intendiamo un moto di ribellione popolare, una rivolta generale che, pur non avendo un fine prestabilito, almeno rovescia chi sta in alto e punta a demolire il vecchio ordinamento politico sociale. Non hai una rivoluzione se non passi prima per la porta stretta della sollevazione popolare.
La seconda premessa è questa. Siamo d’accordo o no che la tendenza è alla pauperizzazione del popolo lavoratore? Siamo d’accordo o no che questa tendenza, oltre ad essere il risultato necessitato della crisi storico-sistemica, è anche la terapia cercata dalle oligarchie tecno-finanziarie nostrane? Se non concordiamo sul fatto che questa è la tendenza obiettiva, ogni discorso girerebbe a vuoto e, come minimo, non si può afferrare il succo di quanto diciamo.

A che livello di pauperizzazione occorre arrivare affinché ci sia la sollevazione? Non è possibile dare una risposta irrefutabile a questa domanda. Date alcune condizioni, se porto l’acqua a cento gradi, so con certezza che bollirà e, avendo note la quantità di liquido e la potenza del calore, posso addirittura stabilire il momento in cui inizierà a bollire. Le dinamiche sociali sono un po’ più complesse di quelle del mondo fisico. Tutta l’importanza di individuare la tendenza (alla catastrofe sociale) sta nel fatto che si può agire in modo rivoluzionario per contrastarla, aiutando le masse a costruire la fuoriuscita da questo sistema.  Vi sono, tuttavia, altri soggetti che agiscono in senso contrario, per agevolare la stessa tendenza e volgerla ai loro fini, tra questi tutti gli apparati oligarchici, statuali e politici della classe dominante. Noi riteniamo, come del resto insegna il caso fresco fresco della Grecia, che la sollevazione popolare non solo è possibile ma altamente probabile. Diventerà meno probabile se in tempi ragionevolmente brevi non daremo vita e forma ad un fronte della sollevazione popolare.

Per stare al punto: contrariamente alla favoletta di Occupy Wall Street, non sarà affatto il 99% a sollevarsi. Non tutte la fasce della popolazione avranno interesse a ribellarsi. Compito dei rivoluzionari è capire quali saranno le fasce che si mobiliteranno e quelle che agiranno da freno, se non addirittura come avversarie. Per questo occorre mettere bene a fuoco come tre decenni di capitalismo casinò hanno modellato la struttura di classe della società.

Un altro lettore mi diceva:«Considerare le classi sociali in base al loro ruolo nel sistema di produzione è un modo di vedere datato che va superato. Le classi sociali si distinguono in base al loro senso di appartenenza non alla quantità o tipo di reddito».


Appunto. Come chi ci segue sa bene, noi siamo molto lontani da certi marxisti (economicisti) per i quali è sufficiente, per riconoscere una classe, il posto che questa occupa nella struttura economica della società, la cosiddetta classe in sé. Sono gli stessi, questi economicisti, che per spiegare come mai il proletariato abbia come destino quello di portarci al comunismo, ricorrono ad una metafisica del soggetto, per cui il proletariato assolverà la sua missione a dispetto della sua coscienza. È evidente che non è così, che una classe non è tale se non ha consapevolezza dei suoi propri interessi. Come un essere umano, che se non ha coscienza di esserlo, ovvero un essere storico-sociale, è solo un mero organismo biologico.

Pur tuttavia, per stare alla metafora, non è che un medico, posto davanti ad un uomo malato che tra l’altro sia convinto di essere una gatto e si comporti come tale, sia autorizzato a curarlo come fosse un felino. La fisologia ha la sua indiscutibile importanza.

Il punto di partenza per capire la società è svelare la sua fisiologia. Una fisiologia, quella della società capitalistica, che è dinamica, mutante. La struttura sociale dei paesi imperialisti già da tempo non era più quella dell’Inghilterra che Marx aveva sotto gli occhi. Il declino delle forze produttive non si ebbe, le classi intermedie erano aumentate invece di sparire, i settori di aristocrazia operaia che ricevevano un reddito ben superiore a quanto necessario per sopravvivere cresciuti a dismisura, al posto del pauperismo avemmo il fenomeno dell’imborghesimento.

Quel modello sociale keynesiano-fordista con welfare diffuso da tempo è in via di smantellamento. Esso è stato rimpiazzato da quello che noi preferiamo chiamare capitalismo casinò. [9] In molti altri articoli abbiamo spiegato quale sia la sua architettura formale: un sistema fondato sulla rendita finanziaria. Il vecchio sistema imperialista si basava sulla fusione, via banche, tra capitale finanziario e quello industriale. Ora il settore finanziario-bancario ha soggiogato quello industriale. A questo modello corrisponde una nuova fisiologia della società, una nuova composizione di classe. Prima di vedere come il capitalismo casinò ha mutato la società, trasformato le classi, plasmato la loro psicologia e rideterminato loro comportamenti collettivi, vogliamo spendere poche parole sulla sua sostanza.

Inceppatasi la lunga fase espansiva postbellica [10] il sistema capital-imperialista ha dovuto trovare una maniera per non soccombere alle sue proprie contraddizioni. Ha trovato questa maniera con una scoperta che rassomiglia all’Uovo di Colombo. Il profitto è sì la molla che muove la macchina del capitale, ma solo in quanto esso può trasformarsi in denaro, suprema e astratta forma della ricchezza. E dato che fare profitti ed estrarre plusvalore costa fatica, ecco che il capitale ha optato per la scorciatoia della pura speculazione, di fare e ammucchiare denaro attraverso il denaro — il denaro come tesoro che viene tesaurizzato fuggendo dal circuito della produzione reale e da quello della circolazione. Il capitale non ha inventato niente, la rendital’ha trovata accanto a sé bell’e fatta. Dopo averla guardata in cagnesco per secoli, dopo averla condannata come usura parassitaria, il capitale si è convertito ed essa, gli ha venduto l’anima.

Questo processo, prima di espandersi ad ogni latitudine, prese il via oltre Manica e oltre oeceano. Grazie ad un habitat favorevole e all’appoggio dei governi neoliberisti di Reagan e della Teatcher e delle banche centrali, il capitale, nella forma di denaro liquido si è avventato su tutto ciò che, capitatogli a tiro, poteva fruttare guadagno. Gli investimenti in capitale costante e variabile si sono spostati progressivamente sui titoli (rappresentazioni fantasmagoriche delle merci), fino al fenomeno diabolico delle cartolarizzazioni e dei derivati. Le borse sono diventate, ad iniziare da quelle di Wall Street e della City, i templi in cui la rendita tutto sacrificava in nome del Dio denaro. Veniva così nascendo (con l’ausilio della macchina info-telematica) la nuova casta sacerdotale tecnocratica, quella dei brockers e dei grandi manager bancari, preposta al culto del nuovo “dogma trinitario” [11]: denaro, credito, interesse. Nuovi mostri, i fondi finanziari, prendevano forma nel brodo primordiale della inforendita. Questo passaggio determinava un mutamento profondo del sistema, prendeva forma quello che ho definito metacapitalismo. [12] Alla tradizionale figura del capitalista operante che usava sì il denaro, che acquistava e vendeva merci, ma per ricavarne un plusvalore per mezzo del processo di produzione, si affiancava il “capitalista monetario parassita”, dedito a prestare denaro per ottenerne un interesse campando così di rendita, senza quindi entrare mai nel ciclo della produzione, volteggiando  nella sfera della circolazione monetaria per poi inquattarsi come tesoro depositato nei forzieri —di qui l’attuale trappola della liquidità: la montagna di denaro consegnata dalla banche centrali se ne sta ferma nei caveau della banche d’affari.

Il crollo della produzione industriale
italiana per singoli settori 


Soggiogati i governi, l’oligarchia rentierotteneva che i titoli di debito pubblico degli Stati diventassero prodotti finanziari e venissero gettati sui mercati. Una vera gallina dalla uova d’oro. Nasceva un sistema micidiale di rapina con cui spostare la ricchezza monetaria diffusa (risparmi) dalla tasche dei cittadini ai caveau delle banche, da certi settori ad altri, da certi Stati ad altri.


Ha tutto l’aspetto di una stregoneria quello per cui, nei mercati finanziari, il debito, diventato titolo negoziabile, ingrassa chi se lo passa di mano in mano, strozzando chi lo ha emesso e fregando chi se lo trova in mano per ultimo. La merce-debito, come aveva già segnalato Marx [13] non ha un valore di scambio, il suo prezzo dipende dall’irrazionale gioco della domanda e dell’offerta, dalle aspettative di rialzo —guadagno assicurato fino a quando le aspettative salgono, fino a quando tutto crolla a causa delle prime fughe. Un gigantesco sistema Ponzi. Morale: se da qualche parte qualcuno guadagna senza lavorare dev’esserci dall’altra qualcuno che lavora senza guadagnare. 

Con queste modificazioni della struttura economica è mutata tutta la sovrastruttura della società. Questo sistema ha infettato tutto il corpo sociale. Centinaia di milioni di cittadini, proletari compresi, sono finiti per invischiarvisi. Non parliamo solo di coloro che si sono messi a giocare in borsa, a comprare e vendere obbligazioni e azioni. Con le privatizzazioni dei sistemi pensionistici la stragrande maggioranza dei lavoratori si è trovata nella situazione per cui il valore della pensione attesa dipende ora dal buon andamento del suo fondo pensione, dalle scommesse di quest’ultimo nelle bische del capitalismo casinò. Avendo gettato sul mercato i titoli di debito pubblico nella stessa situazione si trova la massa sterminata di pensionati, il cui reddito è appeso, come l’impiccato alla corda,  alle performance dei mercati finanziari e degli spread, ovvero, anche in questo caso al rigore, alla macelleria sociale, alla capacità dello Stato di essere considerato solvibile da parte dei suoi strozzini creditori. Vi sono infine centinaia di milioni di cittadini che avendo affidato i loro risparmi (che altro non sono che rendite) alle banche, esigono che siano remunerativi di interesse, e per questo sono appesi alla abilità con cui la banca gioca d’azzardo i suoi quattrini sui mercati finanziari. [14]

E’ nato un popolo-rentier, una nuova forma tentacolare di consociativismo interclassista. È sorta di conseguenza una specifica coscienza sociale: la psicologia egoistica del creditore il quale esige che il debitore, chiunque esso sia, quali che siano le sue condizioni, onori il suo contratto di debito. Mors tua, vita mea. Non stupiamoci quindi se la maggioranza dei tedeschi sta con la Merkel, e nemmeno se tanti greci non vogliono abbandonare l’euro. Sono due facce della stessa medaglia. 

C’è quindi una linea trasversale che taglia in due l’intera società, la diagonale che divide i creditori dai debitori. Cadono, dall’una e dall’altra parte, interi pezzi di tutte le classi fondamentali. Una linea non immaginaria che spezza in due la stessa classe proletaria, anche su base anagrafica, tra la vecchia generazione che si attende che la sua rendita pensionistica non vada in fumo, e quella giovane e precaria, costretta a sgobbare affinché alla prima siano resi gli interessi.

Il diagramma qui accanto è solo un tentativo di visualizzare questa frattura sociale creditori-debitori, frattura che ci aiuta a spiegare i diversi atteggiamenti politici dei diversi strati sociali. La diagonale non è ovviamente una muraglia, e non cancella le tradizionali divisioni di classe. Ma le ridisegna e le ricolloca su un diverso piano.

Alain Greenspan un giorno affermò: «Un americano indebitato è un americano che non sciopera». Questo sarà forse vero in America. Non è vero qui. Qui è vero il contrario “un europeo creditore (che attende che gli siano devoluti rendita ed interessi) non sciopera” e, sotto sotto, fa parte di quella schiera di filistei che qui in Italia compongono la maggioranza silenziosa pro Monti. Lo dimostra la mappa delle proteste sociali che attraversano il Sud Europa non invece il Nord.

Qui da noi non si ribellerà il popolo-rentier. Si ribelleranno le giovani generazioni che nulla hanno da perdere e un futuro da guadagnare mandando a gambe all’aria il sistema immorale in cui viviamo. Esse saranno la leva che solleverà quella gran parte del corpo sociale sofferente, che trascinerà nel gorgo tutti i proletari veri, quelli che vino solo della vendita della loro forza-lavoro, che non hanno rendite e santi in paradiso, come pure tanti piccolo e medio borghesi che il capitalismo casinò ha gettato in disgrazia.

Una sollevazione che non prende ancora forma perché la crisi epocale del sistema di capitalismo casinò è solo agli inizi, perché troppo ampia è ancora la massa amorfa del popolo-rentier. Ma la tendenza alla catastrofe significa appunto questo: che il capitalismo casinò sta tirando le cuoia, che questa stessa massa, attraverso le politiche predatorie dei dominanti, subirà un inevitabile processo di pauperizzazione, spostandola sulla parte destra del diagramma. Sarà allora che per i dominanti si apriranno le porte dell’inferno».



Note

[9] Diversi sono i neologismi utilizzati per nominare il mostro: neoliberismo, turbo-capitalismo, finzanzcapitalism.
[10] Sulle cause della crisi del lungo ciclo espansivo postbellico abbiamo trattato in molti articoli. Segnaliamo solo questo: Alle origini del declino dell’Occidente
[11] Questa efficace analogia è di Massimo Amato e Luca Fantacci: Come salvare il mercato dal capitalismo. Donzelli Editore, Giugno 2012. testo utili da leggere, malgrado i nostri abbiano una strana idea del denaro, che non considerano merce e se la prendano dunque, non col denaro e il suo essere rappresentante astratto e simbolo della ricchezza, ma con la “liquidità”.
[12] «Il capitale esiste come capitale, nel movimento reale, non nel processo di circolazione, ma soltanto nel processo di produzione, nel processo di sfruttamento della forza-lavoro». K. Marx, Il capitale. Volume III. Quinta sezione. Il capitale produttivo d’interesse. p.13
[13] K. Marx Ibidem. p. 28
[14] Un esempio lampante di come gli stessi operai fossero stati afferrati dal meccanismo della speculazione si ebbe negli Stati Uniti. Eravamo negli anni ’80, gli anni della profonda crisi del polo automobilistico di Detroit. Gli operai della GM entrarono in sciopero contro i licenziamenti e chiesero la solidarietà di quelli della Ford, ma non la ottennero. Questi ultimi avevano devoluto i loro risparmi ad un Fondo che a sua volta aveva investito in azioni della GM. Azioni il cui valore stava risalendo in borsa proprio a causa dell’attivazione da parte della GM del piano di licenziamento.



LA FINE DELLA CLASSE di Tonguessy

[ 3 dicembre ]


La fine delle ideologie, ovvero né Destra né Sinistra (motto di Terza Posizione, che fu un movimento decisamente di destra ma anche il superamento di quella dicotomia sostenuto da Preve, sedicente marxista) ed il crollo dei valori storici ed analitici della Sinistra porta necessariamente a rivedere il senso e la portata delle classi, e di tutto ciò che il confronto tra classi comporta.









NOTE




LA DIAGONALE DEL DEBITO (QUALI SONO OGGI LE FORZE ANTAGONISTE?) di Moreno Pasquinelli

[ 23 agosto ]

Ci pare utile ripubblicare questa inchiesta del dicembre 2012.
Perché questo mortorio sociale?, assieme all’encomio di molti, ha suscitato la perplessità di alcuni. Mi hanno tuttavia inquietato, più ancora che le critiche, alcuni malintesi apprezzamenti: “Bravo Pasquinelli, finalmente hai capito che la sollevazione di cui voi del Mpl tanto cianciate non è affatto all’ordine del giorno. Invece di prepararci allo sfracello, dedichiamoci ad una lunga a tranquilla attività di apostolato. Non c’è alcuna catastrofe in vista e di tempo davanti a noi ne abbiamo abbastanza.”


In effetti, dopo aver sottolineato che la sostanziale pace sociale dipende (anche) dal fatto che la maggioranza degli italiani gode ancora di un relativo e residuo benessere, scrivevo:

«Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe imminente, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima. Di qui alla fiducia che il salvatore della patria Mario Monti ce la faccia, il passo è breve».


Metodo e politica rivoluzionaria



L’intelletto, come diceva Hegel, ci tiene a tenere separati e distinti i diversi fattori, la ragione dialettica, invece, vede la loro intima connessione. Crisi sistemica e psicologia delle masse non se ne stanno fisse nel loro empireo, mutano, e mutano nell’ambito della loro reciproca relazione, che ha piedi e testa nel mondo reale. Per capire come mutano e come cambia la loro relazione, occorre, come scrivevo: «Analisi concreta della situazione concreta, dalla quale dipendono linea politica e linea di condotta, che non devono basarsi sull’umore delle masse, per sua natura volatile, ma anzitutto sui fattori oggettivi. Ciò che conta è cogliere nella situazione la linea di tendenza principale e, della catena, quali sono gli anelli deboli destinati a spezzarsi per primi».

Quindi concludevo:

«Altra farina deve macinare il mulino della crisi prima che da un fuoco qua e là si passi all’incendio generale, alla sollevazione. Devono saltare le paratie difensive del sistema, fallire i dispositivi di salvataggio dell’Unione europea. Noi non abbiamo dubbi che questo avverrà, che chi sta in alto non riuscirà a far ripartire il motore grippato del capitalismo occidentale, europeo in particolare. Non riuscirà ad evitare lo sbocco “naturale” di questa crisi: una pauperizzazione generale delle masse con una contestuale concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza di possidenti, decisi a difendere ad ogni costo la loro supremazia, se serve anche sbarazzandosi del poco che resta della democrazia».

Come chiunque può comprendere non solo ribadivo che la tendenza oggettiva è quella alla catastrofe sociale, ma che questa potente e oggettiva forza motrice è destinata a incidere sulla psicologia delle masse, ad obbligarle a cercare una via d’uscita, a spingerle quindi all’azione. Tra i diversi fattori c’è una gerarchia, essi hanno un rango: i fattori oggettivi, in ultima istanza, impongono le loro ragioni.


Senza queste individuazioni ogni messaggio politico poggerebbe sulla sabbia delle aspettative oracolari e non avrebbe credibilità ed efficacia. D’altra parte, posta questa disamina a basamento della prassi politica, resta il fattore tempo. Riconosciuta la tendenza che fa da forza motrice, occorre immaginare i tempi nei quali la tendenza principale non solo si manifesta apertamente e s’impone sulle altre, ma s’impone e si manifesta alla coscienza delle masse. Ognuno capisce che sarà diverso se io dico che la catastrofe s’avanza a dosi omeopatiche, sui tempi lunghi, o se, invece, affermo che essa s’afferma per strappi traumatici successivi e sui tempi brevi. Oppure un miscuglio tra le due eventualità. Comunque sia non esiste la possibilità di calcolare in maniera infallibile i tempi. A causa della molteplicità di fattori, spinte e soggetti che operano nella società, i tempi con cui certe tendenze fanno giungere i loro frutti a maturazione non si possono determinare con la stessa precisione con cui ad esempio un agronomo, misurata la curva degli zuccheri dell’uva, decide giunto il momento della vendemmia. Sui tempi politici si possono solo fare pre-visioni, ipotesi. Per quanto esse non abbiano valore cogente, pur tuttavia, queste ipotesi vanno fatte, sono uno degli elementi che concorrono a indirizzare la prassi.

Tabella n.1. Il crollo della produzione industriale
in Italia (clicca per ingrandire)

Evidenze empiriche della catastrofe sociale


Noi non stiamo dicendo che la sollevazione è alle porte. Affermiamo invece con sicurezza che lo è la catastrofe sociale del nostro paese, anzi, diciamo che essa è già in atto.





Tabella n.2 La disoccupazione in Italia
(clicca per ingrandire)

Ma vediamo, tanto per dimensionare la catastrofe, i risultati di un anno di governo montiano.

Ce lo dice l’Istat: «Cresce a livelli record la disoccupazione in Italia: a ottobre il numero dei senza lavoro è salito a 2milioni 870mila con un incremento su base annua del 28,9%: si tratta di ben 644mila unità di lavoro in più. (…) Mentre per i giovani in età compresa fra i 15 e i 24 anni l’incidenza dei disoccupati è pari al 60,5% con un aumento tendenziale del 5,8%. (…) Nelle regioni meridionali, la disoccupazione giovanile raggiunge il 41,7% per i ragazzi e del 43,2% tra le ragazze». [4]

Gli stessi dati Istat segnalano un aumento molto forte del lavoro precario: «Nel terzo trimestre sono 2.447.000 i dipendenti a termine, di cui 1.760.000 a tempo pieno e 687mila a tempo parziale, a cui si aggiungono 430mila collaboratori: in totale 2.877.000 lavoratori, il massimo dal terzo trimestre del 2004». [5]

Al dramma della disoccupazione e della precarietà va aggiunto quello della cassa integrazione, che senza “ripresa” è anticamera del licenziamento. [6]


Questo drammatica ferita inferta al corpo del popolo lavoratore —tratteremo in altra sede dell’impoverimento che subiscono gli strati di piccola e media borghesia che stanno sul mercato, testimoniato dal crollo dei consumi e dall’aumento esponenziale dei fallimenti delle piccole imprese manifatturiere e commerciale— dev’essere vista anche dal lato del capitale.

Tabella n.3.  Flussi finanziari da Sud a Nord Europa
(clicca per ingrandire)

Questa sfiducia nelle possibilità di ripresa dell’economia italiane non solo spinge i capitali a scappare, ma quelli esteri a non metterci piede.


Sulle nuove divisioni di classe nel capitalismo casinò

Questi sono solo alcuni macroscopici dati empirici che fotografano una situazione sociale che ogni giorno diventa più drammatica per ampie fasce della popolazione. Non tutte tuttavia. E qui sta il punto.
Due premesse sono necessarie.
La sollevazione non è, di per sé, una rivoluzione, poiché per rivoluzione, intendiamo un mutamento voluto della struttura sociale e politica. La qual cosa implica un’adesione di ampie masse ad un progetto alternativo di società, e quindi una partecipazione consapevole al processo di trasformazione sociale. Per sollevazione intendiamo un moto di ribellione popolare, una rivolta generale che, pur non avendo un fine prestabilito, almeno rovescia chi sta in alto e punta a demolire il vecchio ordinamento politico sociale. Non hai una rivoluzione se non passi prima per la porta stretta della sollevazione popolare.
La seconda premessa è questa. Siamo d’accordo o no che la tendenza è alla pauperizzazione del popolo lavoratore? Siamo d’accordo o no che questa tendenza, oltre ad essere il risultato necessitato della crisi storico-sistemica, è anche la terapia cercata dalle oligarchie tecno-finanziarie nostrane? Se non concordiamo sul fatto che questa è la tendenza obiettiva, ogni discorso girerebbe a vuoto e, come minimo, non si può afferrare il succo di quanto diciamo.


Un altro lettore mi diceva:«Considerare le classi sociali in base al loro ruolo nel sistema di produzione è un modo di vedere datato che va superato. Le classi sociali si distinguono in base al loro senso di appartenenza non alla quantità o tipo di reddito».



Pur tuttavia, per stare alla metafora, non è che un medico, posto davanti ad un uomo malato che tra l’altro sia convinto di essere una gatto e si comporti come tale, sia autorizzato a curarlo come fosse un felino. La fisologia ha la sua indiscutibile importanza.



Tabella n.4. Il crollo della produzione industriale
italiana per singoli settori. Nel 2012 le curve sono
discese. (clicca per ingrandire)




C’è quindi una linea trasversale che taglia in due l’intera società, la diagonale che divide i creditori dai debitori. Cadono, dall’una e dall’altra parte, interi pezzi di tutte le classi fondamentali. Una linea non immaginaria che spezza in due la stessa classe proletaria, anche su base anagrafica, tra la vecchia generazione che si attende che la sua rendita pensionistica non vada in fumo, e quella giovane e precaria, costretta a sgobbare affinché alla prima siano resi gli interessi.

Il diagramma qui accanto è solo un tentativo di visualizzare questa frattura sociale creditori-debitori, frattura che ci aiuta a spiegare i diversi atteggiamenti politici dei diversi strati sociali. La diagonale non è ovviamente una muraglia, e non cancella le tradizionali divisioni di classe. Ma le ridisegna e le ricolloca su un diverso piano.

Alain Greenspan un giorno affermò: «Un americano indebitato è un americano che non sciopera». Questo sarà forse vero in America. Non è vero qui. Qui è vero il contrario “un europeo creditore (che attende che gli siano devoluti rendita ed interessi) non sciopera” e, sotto sotto, fa parte di quella schiera di filistei che qui in Italia compongono la maggioranza silenziosa pro Monti. Lo dimostra la mappa delle proteste sociali che attraversano il Sud Europa non invece il Nord.

Note

«La crescita italiana sarà anemica: la media del Pil sarà del 1,3% l’anno tra il 2011 e il 2030 seguita dall’1,5% nei venti anni successivi. La crescita media del Pil procapite sarà ancora inferiore situandosi allo 0,9% nel 2011-2030». Emanuele Scarci, Il Sole 24 Ore del 10 novembre 2012.
Un simile calcolo lascia ovviamente il tempo che trova, tenendo conto che l’Ocse prende in considerazione solo un fattore, pur importante, l’invecchiamento della popolazione italiana, che esercita una pressione al ribasso sulla produttività di sistema. Notiamo di passata che in base a questi stessi numeri il paese sarà ben lungi dall’uscire dalla spirale del debito e che il rischio di insolvenza è all’uscio.
». AGI, 28 novembre 2012
[4] Rossella Bocciarelli, Il Sole 24 Ore del 1 dicembre 2012
[5] Rossella Bocciarelli, Ibidem
www.inps.it Stiamo parlando, dati di ottobre di circa 500mila lavoratori che hanno perso in busta paga 2.600 euro. Considerando tutti i lavoratori che sono andati in Cig ordinaria, straordinaria e in deroga, siamo attorno ad un milione.
[7] Gianluca Di Donfrancesco, Il Sole 24 Ore del 1 dicembre 2012
[8] Luigi Guiso, Guido Romano, Il Sole 24 Ore del 1 dicembre 2012. I nostri apologeti del capitalismo aggiungono: «La scomparsa delle imprese sane rafforza il declino perché sono proprio queste che innovano, che creano e alimentano la crescita della produttività. La scarsa crescita scaccia le imprese buone e la loro fuoriuscita spegne il motore della crescita».
[9] Diversi sono i neologismi utilizzati per nominare il mostro: neoliberismo, turbo-capitalismo, finzanzcapitalism.
Alle origini del declino dell’Occidente
[12] «Il capitale esiste come capitale, nel movimento reale, non nel processo di circolazione, ma soltanto nel processo di produzione, nel processo di sfruttamento della forza-lavoro». K. Marx, Il capitale. Volume III. Quinta sezione. Il capitale produttivo d’interesse. p.13

LO STATO ITALIANO SCOMMETTE IN DERIVATI E PERDE 42,6 MILIARDI di Leonardo Mazzei

[ 26 aprile ]

INCHIESTA 
Immaginate quanti posti di lavoro si sarebbero potuti costruire con 42,6 miliardi, e quanti tagli alla spesa sociale e sacrifici dei cittadini evitare!
Il debito-monstre e la vera storia dei derivati italiani ] e la portata delle perdite per lo Stato italiano è enorme.
Derivati, per il Tesoro conto da 16,9 miliardi in 4 anni ]che ci dice che le perdite reali già subite nel quadriennio 2011-2014 ammontano a 16,9 miliardi, e che «se non avessimo avuto i derivati nel 2014 il debito pubblico sarebbe stato di 5,5 miliardi più basso».
Perché queste scommesse?
Il mercato dei derivati dopo la deregolamentazione del 200

La cosa è piuttosto paradossale, dato che in quel momento tutti prevedevano quel che è effettivamente avvenuto in seguito, e cioè un calo dei tassi. Poi, ma dieci anni dopo, è scoppiata la crisi del debito, ma certo questa non era allora prevedibile. Comunque, nonostante i picchi dei tassi raggiunti nel 2011-2012, la scommessa rimane largamente in perdita.
Perché queste perdite?

Chi sono gli scommettitori?

Qual è il volto dei biscazzieri?

«Ma le risorse erano limitate e quando ci si presentava a negoziare in due o tre, dall’altra parte del tavolo si trovavano dieci banchieri assistiti da altrettanti studi legali. E noi eravamo sempre gli stessi a trattare dalla mattina alla notte inoltrata, mentre loro si alternavano mettendo sempre in campo forze fresche”. Inutile dire quanto significativo fosse lo squilibrio nei compensi di chi sedeva attorno al tavolo delle trattative. Da una parte banchieri con bonus che aumentavano a suon di milioni per ogni punto di margine di profitto aggiuntivo strappato, dall’altra funzionari dello stato con stipendi fissi e calmierati».

Insomma, al netto del piagnisteo sui “poveri” dirigenti ministeriali, il quadro è chiaro: da un parte c’è il biscazziere, colui che conduce il gioco, con la quasi assoluta certezza di fare il colpo grosso, dall’altro una politica dello stato demandata a funzionari nel migliore dei casi demotivati, nel peggiore complici e/o corrotti.
Il denaro (M1-Power money) è un’infima parte della moneta circolante nel mondo

Conclusioni
In conclusione questa vicenda ci conferma tre cose.
In primo luogo essa ci parla delle catastrofiche conseguenze della perdita della sovranità monetaria. Uno Stato con moneta sovrana, e dotato di una Banca centrale con compiti di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito,  fissa lui stesso i tassi di interesse. Altro che scommetterci sopra!
In secondo luogo, ne esce confermata l’insostenibilità di un debito troppo elevato, tanto più se soggetto alle tremende pressioni dei mercati finanziari. Certo, è chiaro come nello specifico i gestori del debito abbiano operato in maniera improvvida e dilettantesca, se non addirittura losca ed asservita ad interessi ben diversi di quelli dello Stato. E, tuttavia, anche questa vicenda ci dimostra la necessità di uscire dalla schiavitù del debito, non solo riconquistando la sovranità monetaria, ma anche cancellandone una parte cospicua, ad iniziare da quella detenuta da banche, fondi di investimento ed assicurazioni estere. Costoro ci hanno già guadagnato fin troppo, e non sarà mai troppo presto quando si porrà fine alla loro speculazione.
In terzo luogorisulta ben chiara la seguente equazione: mancanza di sovranità + schiavitù del debito = morte della democrazia. E’ questa l’equazione degli ultimi anni della storia nazionale, è questa la fotografia del renzismo. E’ questo l’orrido futuro da contrastare con la lotta e l’organizzazione di un movimento politico cosciente ed all’altezza della situazione.




UE: I “MAIALI”? LAVORANO PIÙ DEI TEDESCHI MA I LORO SALARI SONO MENO DELLA METÀ (due tabelle istruttive)

[ 22 aprile ]

«Nel nostro paese un lavoratore sgobba 263 ore in più della Francia, 341 ore in più della Danimarca, 344 ore in più della Norvegia, 364 ore in più della Germania e 372 ore in più della Olanda».

Tabella n.1 (clicca per ingrandire)


La Grecia si conferma il paese europeo con più ore di lavoro sulle spalle: 2.037 nel 2013, in leggerissimo rialzo dalle 2.034 di un anno prima. Per intendersi: quasi 300 ore in più della 1.770 della media Ocse, 649 più della Germania e 657 più dell’Olanda, nazione che vanta il primato europeo nel rapporto tra ore di ufficio e retribuzione. Atene eccelle in senso inverso: il surplus quantitativo di lavoro è “premiato” da uno stipendio medio di appena 18.495 euro l’anno, in ulteriore calo dai 19.766 euro del 2012. Poco più della metà di una media tedesca che sfiora i 36mila euro.

Tabella n.2 (clicca per ingrandire)


pubblicato l’altro ieri questi dati. Nel tentativo di giustificare queste enormi divaricazioni Il Sole 24 ore ci propina la solita solfa, cioè che i salari più alti in paesi come la Germania, l’Olanda e la Francia rispetto a i “periferici” si giustificano con la più “alta produttività del lavoro” — lasciando surrettiziamente intendere che produttività del lavoro equivalga alla “produttività dei lavoratori”.


con una contro-inchiesta. Era il 2010 ma gli argomenti che portavamo restano validi.




SALARI IN EUROPA: L’ITALIA È IL PAESE MESSO PEGGIO

[ 6 marzo ]




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Ma sono cresciuti in tutti gli altri paesi della Ue, anzitutto in quelli a sovranità monetaria.



I salari in Germania
I salari in Italia



LA CATASTROFE ECONOMICA ITALIANA IN CIFRE

-8,7% .

PIL PRO-CAPITE: d.

REDDITO REALE DISPONIBILE PER LE FAMIGLIE: -10,2%.

RICCHEZZA NAZIONALE: dal 2007 al 2013 persi 843 miliardi pari al -9%.

PRODUZIONE INDUSTRIALE: dal 2007-2013 
POTENZIALE INDUSTRIALE: dal 2007 al 2013 perso il 15%.

NUMERO AZIENDE CHIUSE: nel periodo 2001-2013 perse 120mila fabbriche

DISOCCUPAZIONE: dal 2007 è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7% attuale.
I disoccupati ufficiali sono 3milioni e 300mila, ai quali vanno aggiunti altri 3 milioni di persone che non si rivolgono ai centri per l’impiego (i cd. “sfiduciati”).
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE: dal 2007 ad oggi è più che raddoppiata, passando dal 20,3% del 2007 al 43% attuale.

TASSO DI OCCUPAZIONE: è passato dal 58,7% del 2007 al 55,5% del 2013.


POSTI DI LAVORO PERSI NELL’INDUSTRIA: dal 2001 persi 1 milione e 160mila posti di lavoro.
CONSUMI DELLE FAMIGLIE:   dal 2007-2013 -9,5%. Negli ultimi due anni: -4,3% del 2012, -2,6% nel 2013.
POVERTÀ: secondo Eurostat gli “individui a rischio povertà o esclusione sociale” nel 2008 erano in Italia il 25,3%, 29,9% nel 2012. L’ Istat è più preciso: DISUGUAGLIANZA: ne 2007 l’indice di Gini era di 0,31, nel 2013 era di 0,34. Per la cronaca nel 1992 era 0,27. Quel che possiamo dire è che la crisi ha accentuato le disuguaglianze. Con 0,34 l’Italia è risultata nel 2013 il paese più diseguale dell’Unione Europea dopo la Gran Bretagna.

SALARI: con uno stipendio netto di 21.374 dollari l’anno, l’Italia si colloca al 23 posto nella classifica Ocse. Se la passano peggio degli italiani, in Europa, solo i portoghesi e gli abitanti dei Paesi dell’Europa orientale.
RISPARMIO: a fronte dell’aumento dei cittadini sotto la soglia della povertà, sono cresciuti i denari lasciati in custodia alle banche: nel 2013 del + 5,7% sull’anno precedente, a 1.2016 miliardi di euro.
DEBITO PUBBLICO: era al 103,3% del Pil nel 2007 nel 2013, ha raggiunto il 132,9% del 2013. L’ultimo rilevamento di Bankitalia ci dice che il debito pubblico ha toccato a maggio 2014 un uovo record storico: quota 2.166,3 miliardi. Con un aumento di 20 miliardi sul mese precedente.
DEBITO PRIVATO qui possiamo fare i confronti con il 1998 (anno di ingresso nell’euro). Nel periodo 1998-2012 le variazioni sono state queste (in % sul Pil): imprese da 85 a 120%, banche e istituzioni finanziarie da 40 a 110%, famiglie da 30 a 50%. In questo periodo quello che è cresciuto meno è stato proprio il debito pubblico: dal 120 al 127% del 2012. In totale il debito (pubblico e privato) è passato dal 275% ad oltre il 400%.

SOFFERENZE BANCARIE: dal 2007 al 2013 sono cresciute di +100 miliardi. Ad Ottobre 2013 le sofferenze lorde erano pari a 147,3 miliardi. In rapporto agli impieghi il 7,7%, il massimo dal 1999.
FINANAZIAMENTI ALLE IMPRESE: malgrado i tassi della Bce siano prossimi allo zero, il tasso medio per i prestiti alle Pmi (dati ottobre 2013) è al 4,49%, mentre negli altri paesi dell’Eurozona una pmi a ottobre ha pagato in media un tasso del 3,83 per cento.
TASSE: l

* Fonti:  Istat, Eurostat, Bankitalia, Abi, Cerved, Governo, Fmi, Ocse, Centro studi Confindustria, Ires Cgil, Cgia di Mestre.




UN GIUDIZIO SUL VOTO OPERAIO

Terzo grado di giudizio 

di SollevAzione

Escono le prime analisi sui flussi elettorali e i dati comparati sulla composizione di classe del voto. Ne vien fuori che il terremoto elettorale esprime un enorme smottamento della base sociale dei partiti della “seconda repubblica”. Il dato più eclatante è che la maggioranza degli operai, dei disoccupati, dei giovani, le prime vittime della crisi, hanno votato per il Movimento 5 Stelle. Cinque anni di crisi sistemica non sono passati invano.

Che la sinistra, dal Pd agli Ingroiani, abbia divorziato dalla classe dei lavoratori ce lo dicono in maniera lampante le prime analisi del voto. M5S è il movimento più votato non solo dagli operai, ma pure dai disoccupati e dagli studenti. Eclatanti i dati di alcuni distretti elettorali ad alta composizione operaia, primo su tutti Taranto, dove i vendoliani sono stati letteralmente stracciati e Rivoluzione civile non è andata oltre alla miseria del 2%.

Un terremoto elettorale espressione dello sconquasso sociale causato dalla crisi economica e sistemica, che necessariamente ha messo in movimento anzitutto gli strati proletari della popolazione. Ciechi i sinistrati che non lo avevano previsto, che non avevano percepito lo tsunami in arrivo. La sinistra sistemica non è solo stata scavalcata dal popolo lavoratore, è stata travolta. E’ il terzo grado di giudizio per questa sinistra tronfia e decotta. E’ giunta l’ora che i vivi seppelliscano finalmente i morti.

I morti che camminano che fanno? Uniti da un comune e pittoresco afflato, dal Pd agli anarchici, passando per i “comunisti” di tutte le parrochiette, sputano addoso al M5S. Non si pretendeva l’onore delle armi, si sperava che ci fosse un onesto sussulto della ragione politica. Invece niente, hanno perso davvero la testa. Lasciamoli al loro delirio autoreferenziale.

La tempesta sociale che si è riversata nelle urne alcuni analisti l’avevano prevista. Come la Swg che nel giugno 2011, con un’inchiesta commissionata proprio dal Pd, aveva indicato quel che stava accadendo nel ventre di una società devastata dalla crisi. Roberto Weber commentando quei dati, sostenvea: «C’è il pericolo che il 42% che prende le distanze dalla politica sia l’anticamera di una vasta area di qualunquismo e un bacino di voti per aree politiche che hanno da condividere ben poco con la classe operaia». [Scelte nell’urna e laburismo senza operai; di Dario Vico. Corriere della sera del 12 marzo]. 

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Qui c’è un distillato chimico della sordità di una certa intellighentia di sinistra che, davanti al divorzio definitivo con la sua storica base sociale, la butta in caciara parlando di “qualunquismo”, in campagna elettorale diventato “populismo” (la categoria politica più mistificante degli ultimi decenni). 

L’idiosincrasia per il “grillismo” è adesso, scopertamente, disprezzo per gli operai i quali, voltate le spalle alla sinistra sistemica, da questa sono ormai liquidati come “qualunquisti”. E se gli operai votano per Bepe Grillo, questa sinistra prende in prestito il vocabolario dell’Economist “gli italiani votano per i clown”.

Ha ragione invece il sociologo Paolo Feltrin che segnala come la causa principale dello spostamento su M5S del voto operaio vada ricercata nelle due riforme della Fornero: «Il messaggio che è arrivato a un capo-famiglia medio è stato: tu andrai in pensione più tardi e tuo figlio resterà disoccupato più a lungo». [Corriere della Sera. Ibidem]


Chi ci conosce sa che abbiamo abbandonato da tempo ogni mito sulla missione salvifica della classe operaia. Ma la considerazione che gli operai non sono per loro natura una classe rivoluzionaria, non ci fa dimenticare né la centralità del lavoro salariato e dello sfruttamento (senza cui il capitale non sopravviverebbe un minuto), né che la battaglia dei lavoratori per i propri diritti è il perno stesso di ogni movimento per l’alternativa sociale. Tantomeno ci impedisce di sentire sulla nostra pelle, perché anche noi siamo proletari, le sofferenze e le pene dei lavoratori, che sono la classe che paga i costi più salati della crisi del capitalismo.

E’ proprio questa nostra vicinanza che ci ha permesso di capire per tempo  e nelle sue dimensioni il terremoto elettorale in arrivo, un terremoto che ha il suo epicentro proprio nel popolo lavoratore. Una vicinanza che ci consente di dire con nettezza che il voto operaio per M5S è un fatto quanto mai salutare. Salutare perché è anche un commiato dal berlusconismo e dal leghismo.

I sinistrati nel loro loro astio rancoroso si son dimenticati che già nel 1994 Forza Italia e Lega lombarda erano i principali “partiti operai” in Italia del Nord. Un consenso che la sinistra in tutte le sue varianti non ha saputo scalfire in quasi vent’anni e che è stato quasi del tutto annullato dal successo del Movimento 5 Stelle. Questo spostamento massiccio del voto operaio dalle destre a M5S è solo l’inizio di un nuovo cammino, un risveglio che potrebbe annunciare la sollevazione sociale che verrà. Altro che qualunquismo!

Ps: Con quanto scritto non vogliamo affatto affermare che M5S sia una specia di versione post-moderna del “partito operaio”. Non ci sfugge infatti che il M5S è stato il movimento più votato anche nel mondo dei lavoratori autonomi e della piccola e media impresa. Questo fa del M5S un movimento che per consenso è evidentemente interclassista, come lo era, del resto lo stesso vecchio Pci. Su questo aspetto ritorneremo presto.