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QASIM SOLEIMANI E IL DESTINO DELL’IRAN di A. Vinco

Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.

L’emblema dell’IRCG (Forza Quds o Sepah)



Tikrit, Iraq: reparti iraniani di al-Quds sono stati decisivi per
sconfiggere lo Stato Islamico e i guerriglieri del Baath iracheno


PERCHÉ DIFENDO LA RIVOLUZIONE IRANIANA di A. Vinco

[ domenica 1 dicembre 2019 ]

uesto articolo, che volentieri pubblichiamo, esprime un diverso punto di vista.

Sofia Ventura [nella foto sotto] , nota politologa, sulla su LA STAMPA del 24.11.2019 trae spunto dal viaggio iraniano di Di Battista per attaccare la Repubblica islamica creata da imam Khomeini. La Ventura accusa l’Iran di essere illiberale, di destabilizzare il Medio Oriente, di non rispettare i diritti omosessuali ed infine di aver represso nel sangue la rivolta della settimana scorsa. La politologa occidentale continua ad usare terminologie più adatte per il cattolicesimo dei secoli scorsi o forse per il sionismo nazionalista israeliano, come quella di “teocrazia”, piuttosto che per il repubblicanesimo sciita.

La Rivoluzione iraniana del ’79 non solo secondo Kissinger ma anche secondo un articolista del “Sole24ore” come Bidussa fu l’evento centrale della seconda metà del 900 ed ebbe una partecipazione democratica e popolare che nessuna altra rivoluzione nella storia ha conosciuto. Si ricordino d’altra parte i funerali di imam Khomeini del giugno 1989, dove circa 14 milioni di persone resero devotamente omaggio al politico rivoluzionario; mai, nella memoria storica contemporanea, vi sono stati funerali di simili dimensioni per un umile capo di stato, i cui unici beni di proprietà al momento della morte furono tre libri di metafisica, un rosario per la meditazione e un tagliaunghie. 
Il tratto fondamentale della rivoluzione del ’79 non fu quello di essere illiberale ma di essere, all’opposto, assai moderna, coniugando con geniale abilità tattica la prassi dell’antimperialismo globale dei movimenti di resistenza al liberalismo oppressore occidentale, dal peronismo al nazionalismo panarabo di estrazione nasseriana, con una ideologia democratico-repubblicana di radice religiosa sciita, continuando così l’impulso di riformatori sociali come l’imam Hosayn e Jamal al Din al-Afghani. 
La concezione imamita del vilayat-i-figh, “il governo del giureconsulto” o il Governo islamico perfetto (Hokumat-e Eslami), già teorizzata da Mullah Ahmad Naraqi (m. 1830) ed insita nelle radici dello Sciismo rivoluzionario, la quale in termini giurisprudenziali può forse meglio corrispondere a ciò che gli occidentali e la Ventura considerano “teocrazia”, non si identifica con l’attuale Repubblica islamica. Secondo la dottrina sciita, dato che il Dodicesimo imam è andato in occultamento, è compito del clero sciita, selezionato ed

addestrato, in qualità di rappresentante dell’Imam occulto, prendere le redini guidando la comunità islamica. La Repubblica islamica è invece un compromesso tra l’anima repubblicana e quella più propriamente islamica: con l’inserimento del termine “repubblica” (jomhuri) al posto di “governo” (hokumat) l’imam attribuisce allo Stato, oltre che la legittimità divina, anche quella democratico-popolare. 

La sovranità assoluta teorizzata per il “giureconsulto” si concilia con la sovranità popolare: il repubblicanesimo islamico dà vita ad un dualismo istituzionale, da un lato si hanno apparati costituzionali quali il Parlamento e il presidente della Repubblica con i suoi ministri, dall’altro, per garantire l’islamicità della Repubblica e la sovranità divina, si istituiscono organi quali “il consiglio dei Guardiani”, l’ “assemblea degli Esperti” e il “consiglio per il Discernimento”. 
La Repubblica islamica rappresentò la sintesi di tutte le frazioni rivoluzionarie e democratiche, dai liberali antimonarchici ai nazionalisti, per finire ai socialisti patriottici non obbedienti come mercenari dei diktat sovietici. Di conseguenza è del tutto astratta e fuorviante la categoria di “illiberalismo”: occorrerebbe più correttamente parlare di una democrazia sociale e popolare islamica, frutto maturo di una rivolta costituente moderna condotta da imam Khomeini contro la politica oligarchica, plutocratica, postmoderna e supermaterialista del “liberalismo” occidentale, che aveva nel regime taghuti di Reza Shah un suo console coloniale. Nelson Mandela, ad esempio, definì in più circostanze imam Khomeini il più grande leader democratico e rivoluzionario dei tempi odierni, la più alta coscienza morale dello spirito del tempo ed i movimenti di liberazione afroamericana negli Usa hanno considerato e considerano la Repubblica islamica un modello di sviluppo sociale democratico eticamente ben superiore a quello dei paesi occidentali “liberalistici”. 
Da questa profonda necessità di giustizia sociale interna ed internazionale nacque la Repubblica islamica che avrebbe abbattuto il vecchio mondo reazionario e iniquo di Yalta — “né Oriente né Occidente, né Usa né Urss ma Iran islamico e partito mondiale degli Oppressi” — e posto le basi per l’avvento di una nuova era multipolare. 
Secondo la visione politica dell’imam non aveva particolare importanza parlare di democrazia e liberalismo, in quanto i concetti di libertà e partecipazione popolare erano insiti nella retta pratica islamica di Stato. Tuttavia, dato che il sistema politico iraniano, come visto, è un ibrido esso è evidentemente democratico, a meno che il voto dei cittadini americani o tedeschi, per fare due esempi con sistemi amministrativi differenti, sia più pesante ed intelligente di quello di milioni di iraniani. 
I recenti disordini che hanno scosso l’Iran
E tuttora, citando il caso dei recenti disordini che sembrano stare così al centro del cuore della Ventura, anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali disordini (e ci riferiamo ad omicidi mirati di Basiji e Pasdaran compiuti da mani esperte e squadre di élite militari organizzate) siano stati spontanei, come però spiegare la successiva mobilitazione di milioni e milioni di iraniani in ogni città e in molte province in supporto della Repubblica islamica, della Guida suprema e contro il terrorismo? Illiberalismo o democrazia popolare? 
Le iniziali proteste partite da Zahedan, Mashhad o dalle province di Shiraz e Isfahan, proteste sociali pacifiche e di dissidenza interna al blocco del liberalismo borghese conservatore rappresentato dalla fazione egemone di Rouhani, non sono state assolutamente represse ne perseguitate ma anzi inizialmente incentivate dalle fazioni più sociali, nazionaliste e progressiste interne alla Repubblica islamica. 
Ma dalla pacifica, per quanto animata, protesta sociale all’omicidio mirato e pianificato di più membri delle forze della sicurezza il salto, si comprenderà, non è così piccolo ne può essere casuale e episodico ed ogni Stato che sia tale è costretto ad intervenire proprio in difesa dei piccoli proprietari e dei proletari minacciati. 
Macron, che si pregia di essere l’esponente più rilevante della pratica liberale occidentale, per quanto operi nel contesto particolare del sistema di governo della Quinta Repubblica, è il protagonista di una azione di repressione verso il movimento sociale e democratico francese che fa impallidire quello della Repubblica islamica. Se quest’ultima, nell’avviare la repressione, è stata comunque legittimata dai precedenti omicidi di Basiji e Pasdaran, la polizia nazionale transalpina da un anno a questa parte ha deliberatamente percorso la via dello scontro frontale con la rivendicazione sociale, uccidendo decine di manifestanti, portando via decine e decine di occhi e mozzando diverse mani. Sabato 23 novembre 2019 abbiamo avuto a Parigi la giornata nazionale del Gilet Giallo ucciso o mutilato, invitiamo la Ventura a vedere le immagini di ragazzi e ragazze, fieri esponenti del movimento democratico francese, senza occhi e senza mani ma armati solo di una giubba gialla. Dove è dunque la democrazia? E dove l’illiberalismo? Macron ha milioni di militanti scesi in piazza per sostenerlo, come li ha avuti l’ayatollah Khamenei? Non ci sembra.
Quanto ai diritti della comunità LGTB, la Ventura ha ragione. Ma solo in teoria. La legge, è verissimo, in questo caso è molto dura; si studino però i casi delle persone purtroppo colpite, si vedrà che questi riguardano chi si è macchiato di abusi o ha compiuto
Londra, manifestazione in difesa dei diritti dei gay in Iran

pubblicamente atti di trasgressione e violenza verso la morale pubblica. In più casi la Guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha attaccato la concezione del sesso in Occidente, considerandola la principale causa della decadenza e della degenerazione della civiltà occidentale. Elevare il sesso a valore, esaltare i diritti sessuali, colpire la prassi dell’eros e dell’amore a vantaggio di gang bang o equivoca promiscuità sessuale, nella concezione sociale della Repubblica islamica sarebbe indice di certa decadenza politica e morale. 

Si può approvare o non approvare e noi personalmente ben comprendiamo la posizione della Ventura, ma allo stesso modo comprendiamo l’ortoprassi dell’ayatollah Khamenei. In occidente ed in UE, con la logica di presunti diritti individuali o civili si impongono desideri e pratiche di minoranze o lobby plutocratiche (es. il sionista Epstein) potenti sulla volontà e sul costume di “maggioranze silenziose”, arrivando anche alla somministrazione del famoso “farmaco gender” ad inconsapevoli bambini che precipitano così nella perenne incertezza e nella vaghezza sessuali. Anche qui: dove è l’illiberalismo? E dove la democrazia? Dove è la moralità e l’etica? Chi è veramente progressista e chi reazionario su tale piano? La Ventura ci aiuti a sciogliere l’enigma.
Infine, l’Iran avrebbe destabilizzato il Vicino Oriente. Forse la Ventura non sa, ed allora è doveroso ricordarglielo, che in seguito alla Rivoluzione del ‘79, il popolo iraniano ha subito: una Guerra Imposta dalle due superpotenze dell’epoca (Usa ed Urss) che provocarono circa un milioni di morti in patria, una guerra ibrida continua nelle due amministrazioni presidenziali di Ahmadinejad, attentati mirati dentro i confini della Repubblica islamica di professori e scienziati, la destabilizzazione programmata dell’alleato siriano, la tentata destabilizzazione del Libano patriottico ed antimperialista guidato dall’Hezbollah, ovvero la politica di assedio del “vicino estero” per conquistare infine Tehran. A ciò si aggiunga la strategia sanzionista in vigore dal lontano 1980, non dall’anno di elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. L’anglosionismo in Medio Oriente avrebbe attuato un genocidio di circa 10 milioni di morti civili (fonte generale iraniano Salami) ed un numero incalcolabile di feriti. Non si tratta forse di odio etnico e razziale tutto questo o no? E’ un mistero come di fronte a tutto questo, si possa parlare di una geopolitica di destabilizzazione eterodiretta da Tehran. Ancor più misterioso è però l’impulso di Resistenza che guida e sostiene il popolo iraniano e gli alleati antisionisti (dalla Palestina allo Yemen, dal Libano alla Nigeria sciita) di fronte ad un assedio mondiale di tal fatta. Si tenga conto che il numero dei combattenti iraniani morti per la libertà della Palestina supera di gran lunga quello di ogni altra nazionalità filopalestinese; per i liberali occidentali, i diritti gender o quelli degli animali sono più importanti di quelli di milioni di bambini palestinesi sterminati, accecati, mutilati dal ’48 a ora. In tal senso, difficile negare che l’Iran islamico è la vera coscienza morale di questo pianeta degenerato e malato: indica al mondo la Giusta Via.
 
Ali Khameni, Hassan Nasrallah e Qassem Soleimani

Avremmo voluto e dovuto, ne siamo coscienti, anche delineare ciò che non va della Repubblica islamica. Dove l’utopia politica di imam Khomeini forse non si è mostrata all’altezza del compito storico: come possa un Rohani, ad esempio, incarnare una simile missione? 

Soleimani, Ahmadinejad, Mehdi Karrubi sono figli della Rivoluzione in egual misura? O ancora, presupposte le criminali ed imperialistiche sanzioni occidentali, perché le disuguaglianze sociali sono così cresciute nelle grandi città iraniane? 
Quando rientrò a Tehran nel 1979, nei pressi del cimitero Behest-e-Zahra, imam Khomeini disse: 

“Vogliamo curare sia la vostra vita materiale sia quella spirituale. Voi avete bisogno di spiritualità. Essi, gli imperialisti ed i sionisti, ci hanno tolto infatti la spiritualità e noi ve la ridaremo. Noi costruiremo case per tutti, provvedendo gratuitamente ad acqua ed elettricità”. 

E’ doveroso analizzare criticamente il successivo percorso, laddove opportuno, ma non è possibile ed è anzi inopportuno se dall’altra parte del fronte la propaganda imperialista si è ormai ridotta al livello di demagogia automatizzata e lobotomizzata, sia essa della destra sionista iranofoba o della sinistra liberale americanista. Non dimentichiamo mai che l’imam Khomeini sosteneva che i sovietici erano banditi, gli anglosassoni erano peggiori degli americani e gli americani peggiori degli anglosovietici. 
Quindi, tradotto con linguaggio odierno, gli illiberali e gli antidemocratici veri accusano l’Iran antimperialista di essere illiberale. Ma nonostante l’assedio politico, economico e propagandistico imperialista, la democrazia repubblicana e sociale islamica resiste e avanza.




YEMEN: PUNTA AVANZATA DELLA GUERRA ANTIMPERIALISTA di Angelo Vinco

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ansar AllahE’ semplicistico e potrebbe essere fuorviante parlare esclusivamente di Huthi dello Yemen del Nord o di clan confessionale zaydita sciita da integrare in una fantomatica “mezzaluna sciita”, poiché all’originario nucleo zaydita si integreranno poi frazioni antimperialiste arabe che

combattenti houthi

anteporranno la strategia della liberazione al resto; siamo in presenza, perciò, di un esercito popolare rivoluzionario che è sotto feroce attacco concentrico saudita e sionista dal 2015. La vittoria della Controrivoluzione saudita o emiratina in Yemen avrebbe infatti significato la liquidazione della causa palestinese: Gerusalemme capitale del sionismo globale, affermazione del blocco reazionario arabo a trazione sionista, accerchiamento dell’Iran sciita. 

Il conflitto armato ha avuto inizio nel 2003, quando l’azione antimperialista ed antioccidentale del Partito di Dio prese piede nella Moschea Saleh, nella capitale San’a, dopo la preghiera collettiva del venerdì a causa dell’invasione americana dell’Iraq. Circa 1000 militanti del partito di Dio o Gioventù Credente vennero arrestati e il presidente Ali Abd Allah Saleh invitò Husayn al Huthi ad un incontro nella capitale yemenita, ma quest’ultimo rifiutò il chiarimento. Divampò così il conflitto, quando agli inizi del 2004 Saleh, egli stesso zaydita ben si noti, con la complicità statunitense e israeliana, inviò forze governative per arrestare Husayn: l’arresto non fu portato a termine a causa della rivolta popolare organizzata dal Partito di Dio, ma Husayn fu però ucciso il 10 settembre 2004. 

L’Occidente fa affari d’oro con sauditi ed emiratini, arma la cosiddetta “coalizione araba” a trazione sionista-statunitense ma al tempo stesso, seppur a fasi alterne, gli organi di informazione europeistica e vaticana grondano, evidentemente, di ipocrita retorica sulle stragi di bambini Huthi in Yemen. Lo Yemen è la Nazione delle stragi legittime e degli infanticidi del supercapitalismo imperialista. Legittime, agli occhi di tutto il mondo occidentale, perché l’Iran, che sostiene attivamente dal 2015 i rivoluzionari yemeniti, deve essere annientato e abbattuto nel suo espansionismo difensivista antisanzionista ed antimperialista. 
dirty warsThe future Structure of the Yemeni StateAnsar Allah
https://www.memri.org/tv/irgc-quds-force-commander-qasem-soleimani-yemeni-drone-attacks-imam-hussein-path-abqaiq-khurais




MOLTO SI DECIDE DALLE PARTI DI HORMUZ di F.S.

[ lunedì 17 giugno 2019 ]

Al momento non si può escludere nulla su quanto avvenuto nel Golfo dell’Oman. Quel che è certo è che si apre una nuova fase politica e geopolitica nella contesa strategica globale. Qui interessa analizzare l’elemento politico globale in movimento. 

Unico dato di fatto, al momento, è che si avvantaggiano le reciproche fazioni “radicali”; sia lo stato profondo statunitense sempre più stanco dell’approccio geopolitico da manager usato da Trump nelle sue “negoziazioni” bilaterali, sia le correnti interne più patriottiche della repubblica persiana, espressioni delle campagne povere, della piccola borghesia del bazar provinciale e del feudo ahmadinejadista di Mashad, per le quali il deal Rohani Obama fu sin dall’inizio un trattato capestro che avrebbe portato — come ha in effetti portato —acqua al solo mulino dell’imperialismo occidentale sulla pelle del popolo persiano. 


Da tali frazioni l’accordo di Vienna del 14 luglio 2015 fu paragonato al Trattato di Turkmenchay del 1828, in seguito al quale i zaristi russi portarono via al popolo persiano i propri territori settentrionali. Anche il generale Qasem Soleimani, che non ha mai fatto fronte comune con gli ahmadinejadisti e con il Basiji, ebbe parole durissime per Rohani. 

Avevo già avuto modo di specificare, mesi fa, come fazioni sioniste e neoconservatives considerassero attualmente l’Iran il vero hard front. Ciò, come ho spesso ribadito su
 SOLLEVAZIONE, di contro alla vulgata generale, la contesa globale si disputa nel Mediterraneo e nel Grande Medio Oriente, non nell’Indo-Pacifico.

Nel braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman passa ben oltre un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Nel 2016, 19 milioni di barili di petrolio sono passati in questo braccio di mare ogni singolo giorno. Il punto più stretto è largo 33 km, ma le autostrade del mare dove passano le petroliere sono larghe circa 3 km. Chiudendo lo stretto, l’Iran alzerebbe i prezzi del petrolio mettendo in ginocchio, con esiti di difficile previsione, l’intera economia occidentale. Il generale Mohammad Bagheri, in occasione della ricorrenza della “Liberazione di Khorramshar” (24 maggio 1982), nel giorno del sacrificio, della resistenza, della vittoria, ha evocato come immediato un simile scenario di fronte ad un’aggressione occidentale all’Iran. 

«Se i sionisti non permetteranno al nostro petrolio di esser consegnato attraverso lo Stretto di Hormuz, nemmeno quello delle altre nazioni passerà», ha detto l’alto ufficiale all’agenzia Isna. Notizia molto importante, contemporanea a quella verificatasi nel Golfo dell’Oman, è che l’Air force degli Stati Uniti ha condotto con successo il primo test di volo del missile ipersonico AGM 183 A. La velocità del sistema ipersonico assegna al B-52 H/J Stratofortress, piattaforma del nuovo missile ipersonico, la capacità di lanciare oltre il raggio delle difese aeree nemiche. Questo, in sostanza, significa che grazie ad una capacità di carico utile non convenzionale è garantito un volume di fuoco maggiore sulle lunghe distanze, rispetto a quelli garantiti sino ad ora. Non è un fatto secondario, è un elemento che va considerato per avere un quadro chiaro, ma andrebbero infine considerati altri due fattori, prima di tirare le somme. Il primo è che la Cina, che si è sostanzialmente disinteressata del conflitto siriano, non farebbe altrettanto qualora venisse aggredito l’Iran, essendo il principale acquirente di petrolio iraniano, di cui necessita più di ogni altra cosa. Il secondo è che il tandem Stati Uniti Israele, al di là della guerra interna di bande e fazioni alla quale assistiamo, esercita ancora un concreto dominio strategico sia sul Medio Oriente sia sul Mediterraneo. 

Chi domina tende a conservare. Chi è dominato tende a sovvertire e a guerreggiare. 


L’arsenale termonucleare di Tel Aviv è stimato ufficiosamente sul centinaio di testate, paragonabile a quello pakistano e indiano. L’arsenale sionista è supportato da una completa triade per il suo utilizzo: missilistica, con i missili Jericho III a lunga gittata, grazie alla cooperazione con la Dassault francese; aerea, grazie alla collaborazione con l’aviazione statunitense; marittima, con i missili Cruise montati su sommergibili di produzione tedesca. Siamo perciò di fronte ad un arsenale che evoca la classica capacità di “secondo colpo” se i primi colpi andassero in fumo. Il deterrente nucleare, per il Sionismo, con il monopolio nell’area, equivale ad una rendita strategica tramite la quale ha impostato ed imposto la sua relazione speciale con Washington: l’ordine regionale del Vicino Oriente si fonda infatti, tra gli altri elementi, che vedono comunque Israele sempre in posizione di supremazia, sul cosiddetto “squilibrio nucleare”. L’attestazione della dimensione nucleare di altri Stati regionali finirebbe per neutralizzare il peso specifico di Tel Aviv. Questo fu il capolavoro geopolitico della “Operazione Sansone”, originariamente sostenuta proprio dalla Francia atomica di De Gaulle, ma non dagli Usa, in quanto i sionisti non si erano ancora purificati dal primordiale legame stretto con lo Stalinismo russo. 

“Operazione Sansone” indicava appunto l’approdo alla soglia nucleare conquistato nel concetto e nella prassi di grigia opacità (in ebraico amimut) sfruttando le divergenze tattiche della contesa inter-imperialista dell’epoca, quella sovietico-americana. Con l’ “operazione Sansone” gli israeliani giunsero velocemente allo status di super-potenza compiendo un “balzo in avanti” di cui si ritroveranno a godere a lungo i frutti tattici. La Francia gollista entrava nel club nucleare nel 1962; Israele vi entrò invece nel maggio 1967, con l’assemblaggio di almeno cinque ordigni. La Francia ha perso, nel frattempo, il proprio peso politico globale, Israele lo ha addirittura accentuato.

La trazione radicalmente ed assolutamente mediterranea del sionismo quale stato di guerra permanente fa sì che la relazione speciale con gli Usa, chiunque si trovi alla Casa Bianca, non venga messa in discussione. Almeno nell’immediato. 

La sconfitta siriana di Usa e Israele, un pericoloso campanello d’allarme o una spia rimasta accesa, non ha però per ora arrestato o sovvertito l’ingranaggio generale. I generali persiani, pur consapevoli che intimamente sionisti e americanisti sanno bene che ipotesi di aggressione anti-persiana o di regime change potrebbero condurre ad un generale incendio del Vicino Oriente, che svantaggerebbe, con effetti non prevedibili, in primo luogo proprio Israele, nondimeno sono pronti ad una eventuale aggressione imperialista, sulla quale da decenni si sono ben concentrati.

Tirando le somme, va perciò considerato che l’arretramento politico è quello del modello di Repubblica islamica retto dalla grande borghesia nazionale di Tehran, storicamente cresciuta a braccetto con la corrente moderata di Rafsanjani, nella doppia presidenza di Mohammad Khatami, dal 1997 al 2005, grande borghesia che è ora massimo sponsor del Presidente Hassan Rohani. A fianco di Rohani, vi sono le tradizionali forze della “sinistra khomeinista”, già vicine all’Onda Verde anti-Ahmadinejad, manifestazione anche questa delle frazioni dell’alta e media borghesia urbana. Per tale frazione di “sinistra moderata” l’avviata liberalizzazione economica e la pur moderata incentivazione alle privatizzazioni, che hanno prodotto negli ultimi anni il disastro sociale per la maggioranza dei persiani, si dovrebbe addirittura accompagnare alla liberalizzazione politica. 

Nella logica interna della repubblica persiana, è perciò in ballo non solo “un nuovo contratto sociale” con lo Stato da parte di milioni di contadini e di piccoli borghesi urbani impoveriti dalla nuova politica economica della “sinistra riformista” ma anche il modello di Stato politico. Il modello imperiale “neo-persiano” di Ahmadinejad, una democrazia sociale, plebiscitaria, che concretizzò l’interventismo statale a favore dei ceti a basso e medio reddito e degli emarginati, dei “calpestati” (mostafazin) e che seppe puntare ad una redistribuzione del reddito nazionale tanto dalle classi proprietarie e privilegiate, come dal vasto apparato burocratico iraniano, ai mostafazin ed ai piccolo-borghesi metropolitani e provinciali, è quello che milioni e milioni di persiani, che identificano nazionalismo imperiale persiano e Sciismo di stato, apertamente auspicano di nuovo. Sia da sindaco di Tehran, sia da presidente, Ahmadinejad era solito mandare i bulldozer delle società del Sepah-e-Pasdaran nei quartieri popolari per riassestare le strade, ignorando invece le buche nei quartieri della grande borghesia della zona settentrionale di Tehran. Tuttora, Mahmoud Ahmadinejad è il politico persiano più disprezzato ed avversato dalla grande borghesia iraniana, ma assai ammirato dai piccoli commercianti e dai contadini, un po’, volendo azzardare un paragone storico, come nel caso di Evita Peròn, la quale, appena morta, fu ricordata da borghesi e massoni al ritmo di musica jazz e costose bottiglie di champagne stappate. Storica fu inoltre, per quanto, almeno in base a ciò che si disse a bassa voce, avversata dall’élite strategica vicina alla Guida Suprema, la decisione della frazione Ahmadinejad di diffondere la Carta Geopolitica dell’Impero Persiano; il disegno politico concreto consisteva nella volontà di unificazione continentale dei popoli di lingua persiana sino all’Afghanistan, passando per il Tagikistan e l’Uzbekistan. 

Il nodo strategico del Vicino Orientale è dunque strettamente connesso alla dialettica interna che esprime non solo il Governo o lo stato profondo degli USA ma anche quello persiano. Giustizia sociale e antimperialismo marciano perciò di pari passo; usciamo infatti da un decennio di autentico totalitarismo globale fondato sul liberismo imperialista o subimperialista, che ha pesantemente condizionato anche la vita politica e sociale persiana. E’ con l’ascesa di Xi Jinping e la messa in moto di un Confucianesimo sociale di stato che tutto si sta velocemente ridisegnando. 

E’ evidente che un eventuale attacco imperialista alla Persia, anche qualora fosse solamente simbolico, mosso dal semplice fine di umiliare il popolo iraniano per avvertire di non superare la linea rossa rappresentata dalla soglia nucleare, condurrebbe alla unitaria e comune sollevazione anti-occidentale e antisionista di nazionalisti e neo-imperiali persiani seguaci di Ahmadinejad da un lato — che per lo più possiamo identificare con il prototipo dei giovani poveri delle campagne e delle periferie o con il ceto del bazar della provincia —, e degli islamici moderati della grande e media borghesia urbana dall’altro — i maggiori avversari della frazione Ahmadinejad. Che potrebbero ritrovarsi, ove prevalesse la frazione sionista e neocon, dunque la linea dell’attacco imperialista alla Persia, nel medesimo fronte degli ahmadinejadisti sociali. Che prevalga però la linea bellicista sionista, se non è da escludere, non è affatto certo.

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L’IRAN IN DIFESA DEI “FRATELLI MUSULMANI” DI F.f

[ 14 maggio 2019 ]


M. Ahmadinejad e l’emiro del Qatar Sheik Hamad Bin Khalifa


Mohammad Javad Zarif, mercoledì 1 maggio, da Doha, ha rilasciato la seguente dichiarazione commentando il piano nordamericano di classificare i Fratelli musulmani “organizzazione terroristica”: “Gli Stati Uniti non sono nella posizione di poter classificare gli altri come organizzazioni terroristiche. Rifiutiamo qualsiasi tentativo in questo senso. Gli USA, inoltre, sostengono il più grande terrorista della regione, ovvero Israele”.


Queste le dichiarazioni a caldo del Ministro Zarif. Molti analisti del Vicino Oriente, assolutizzando erroneamente la questione siriana, che costruisce un unicuum nella regione, in cui effettivamente Iran e l’Hezbollah si trovano nel fronte della difesa del Presidente Bashar al Assad e del Baath siriano di contro alla Fratellanza musulmana siriana, confondendo le acque e avvelenando i pozzi – proprio come è del resto nei piani del Sionismo razzista e colonialista – scrivono e propagandano una fantomatica contrapposizione di civiltà e di obiettivi tra l’Iran sciita e il Qatar/Fratellanza musulmana. Di contro, grazie all’azione lungimirante e “provvidenziale” dello statista Ahmadinejad, la relazione tra Iran e Qatar, centro simbolico dell’Islam clemente e mite della Fratellanza musulmana globale, si può ben considerare assolutamente strategica per la Repubblica persiana.

Salmān 

Senza ora voler ricordare, più del dovuto, non essendo questo il contesto, che l’ex Presidente persiano Ahmadinejad tentò sino all’ultimo di difendere il democratico governo egiziano di Mohamed Morsi dalla guerra ibrida anglosionista che si concretizzò nel golpe controrivoluzionario del luglio 2013, va sottolineato che il Qatar, di contro ai bastioni occidentali e sionisti nella regione – Arabia Saudita e Bahrein- non solo è impegnato, più di qualsiasi altro nazione (Iran a parte naturalmente) nel più che decennale sostegno alla causa Palestinese, ma grazie all’emiro Hamad bin Halifa Al Tani si è distinto per un atteggiamento positivo e benevolo verso l’Iran, colpito da embargo e sanzioni. Sotto l’emiro Hamad il Qatar ha iniziato a condividere con Tehran la gestione del giacimento offshore di idrocarburi più grande al mondo, South Pars/Norht Dome. Nel 2007, l’emiro invitò appunto l’allora presidente persiano Ahmadinejad al summit Ccg (Consiglio di Cooperazione del Golfo) di Doha senza consultasi con le altre monarchie del Golfo, per le quali l’antimperialismo e l’antisionismo radicale dell’allora presidente persiano, sommati ai principi “revisionistici” propugnati sul piano dell’ermeneutica storica occidentale, erano assolutamente inaccettabili. 

Tutto ciò porterà, come noto, al ritiro degli ambasciatori da Doha (marzo 2014) da parte di EAU, Arabia Saudita e Bahrein, un gesto senza precedenti finalizzato ad intimorire il

giovane figlio di Hamad, l’attuale emiro Tamim bin Hamad, asceso al trono nel giugno 2013. Lo stesso Tamin, incoraggiato anche dall’ Omam, si è fatto promotore mediante il suo Ministro degli Esteri Halid bin Muhammad al-Atiyya di una nuova iniziativa di dialogo tra i paesi del Ccg e l’Iran.


Secondo la visione di Tehran, l’omicidio di Kashoggi è parte del progetto strategico saudita e sionista, volto alla repressione ed emarginazione dei Fratelli musulmani, di cui la vittima era militante. Le autorità di Riyadh, negli ultimi anni, hanno infatti assassinato e perseguitato gli esponenti più colti e carismatici della Fratellanza. Nel mirino dei sauditi è dunque finito il Qatar e di tale contrapposizione si è di recente parlato nelle stesse testate occidentali per la clamorosa scissione che ha provocato all’interno del Ccg. Non si è però parlato, nelle medesime testate, della campagna di assassini ed omicidi portata avanti dai sauditi utilizzando, secondo Tehran, ma anche secondo Doha, mercenari americani (ex Navy Seals) e i sionisti del Mossad. Principale bersaglio di occidentali e sionisti accorsi a dare manforte a Riyadh è il partito al-Islah, che sarebbe l’emanazione yemenita dei Fratelli Musulmani che per gli Emirati è un’organizzazione terroristica; tra i suoi membri la giornalista e attivista Tawakkol Karman insignita del Nobel per la Pace 2011. Tra gli altri, a finire ammazzato dai mercenari di Spear Operation Group, società costituita nello stato del Delaware, guidati dall’israeliano Abraham Golan è stato il religioso Anssaf Ali Mayo. L’ebreo-americano Abraham Golan è stato per anni il braccio destro dell’ex direttore del Mossad Yatom e sarebbe in relazione politica e affaristica con M. Dahaln-Abu Fadi. 
Doha si trova non a caso in questi giorni in una situazione assai delicata: i bombardieri B 52 sarebbero giunti, secondo una versione non ufficiale, lo scorso 12 maggio in una base aerea americana in Qatar, mentre il vettore USS Abraham Lincoln ha attraversato lo scorso 9 maggio il Canale di Suez in Egitto. L’emiro Tamim bin Hamad ha avvertito Sionisti e Sauditi che un eventuale attacco americano all’Iran rivoluzionario e antimperialista avrebbe “conseguenze tragiche incalcolabili” per il futuro del Golfo e non solo per questo. Dopo la clamorosa uscita del Qatar dall’Opec, questa posizione geopolitica

decisamente filoiraniana da parte di Doha si può prestare a differenti interpretazioni e letture, ben oltre la solita contrapposizione con Tel Aviv e Riyadh; pare comunque evidente e a tal punto palese che sia la Turchia, sia il Qatar, nonostante la ben differente prospettiva sul futuro del regime baathista di Damasco, non possono minimamente accettare l’eventuale escalation militare contro Tehran. James Jeffrey, tra le altre cariche inviato della coalizione globale per sconfiggere l’Isis, ha sostenuto il 13 maggio che è nell’interesse del sionismo globale estromettere la sfera di influenza persiana nella regione vicino-orientale ma che a un’eventuale escalation anti-persiana quasi sicuramente conseguirà la discesa in campo dell’interventismo diretto turco (e quindi di Doha) in difesa dell’Iran. 


Anche in Libia, troviamo Qatar e Iran solidali nel sostegno al Governo tripolino di Al Sarraj: è di pochi giorni fa la notizia che la nave iraniana “Shahr e Kord”, appartenente ai Guardiani della Rivoluzione, è giunta presso la rada del porto di Misurata, provocando le risentite proteste del portavoce di Haftar. L’esercito di Haftar, come noto, per il quale si sta spendendo anche la Casa Bianca, è attivamente sostenuto ed armato dal 2015 dai sionisti.

Come si può vedere, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Non è dunque l’Italia a porsi, sulla questione libica, in compagnia dell’Emirato sbagliato, come sostiene con sicumera il clintoniano redattore de “il Manifesto” Alberto Negri), ma eventualmente la Francia del sionista Macron, stretta alleata di Sauditi e del regime controrivoluzionario egiziano, filoisraeliano e filoccidentale di Abdel Al Sisi. 

  Va peraltro segnalato che la stessa Cina, seppure in modo soft, è scesa in campo sostenendo il Governo di Tripoli. La parte giusta, per Negri e i “sinistrati”, è dunque quella dell’occidente israeliano.

Molti sinceri antimperialisti, sedotti da interpretazioni a buon mercato a base di sciocca furia islamofobica compiute da analisti improvvisati, finiscono così per ritrovarsi, ancora una volta…, nel medesimo fronte di Usa e Sionismo. 



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LA DOTTRINA STRATEGICA PERSIANA di F.S.

[ 8 aprile 2019 ]



“Il forte diventa debole, il debole diventa forte”
Imam Khomeini


Questo articolo costituisce una continuazione rispetto ai due precedenti che questo sito ha gentilmente ospitato — QUI e QUI


Ero e sono dell’idea che la Repubblica islamica dell’Iran costituisce il punto di massimo antagonismo rispetto al mondialismo imperante. Di conseguenza, i maggiori sforzi strategici occidentali (euroatlantici) saranno diretti, come del resto lo sono stati sino ad ora dal 1980, ad un cambio di regime in Iran. Per i vertici della Repubblica Islamica, non vi era e non vi è differenza tra il blocco euroatlantico liberal o quello conservatore. Sono i due volti dello stessa moneta, il “Grande Satana” d’occidente. Diversa è la loro tattica per arrivare alla distruzione della Repubblica iraniana, perseguita con ogni mezzo da anni, ma medesimo il fine. Va al riguardo premesso, riguardo ogni dottrina strategica, che la strategia di guerra si può valutare esclusivamente nella fase di guerra ortodossa o non ortodossa. Esperti, analisti, intellettuali di dottrina militare che non hanno solitamente mai calpestato un campo di guerra con i Soldati non fanno al caso nostro, sono anzi un ostacolo per la comprensione diretta. Fabio Mini, che merita viceversa di essere preso in considerazione, ha sostenuto che non è la guerra a cambiare nel corso della storia, ma che siamo noi a dargli differenti metodi di classificazione (guerra non ortodossa, guerra asimettrica ecc). In Siria vi è purtroppo una guerra provocata da un’aggressione imperialista; idem in Yemen; idem in Iraq, idem in Palestina, idem in Ucraina. Piaccia o no, l’Iran si trova sempre in un fronte avversario rispetto a quello degli americani e sionisti. Lo stesso non si può dire, anzi il contrario, dei militanti curdi formalmente “antimperialisti”, concretamente braccio armato del Sionismo e dell’americanismo.

La Guida Suprema Ali Khamenei con il generale delle
Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran) Mohammad Ali Jafari.

Non esistono, anzitutto, differenti fasi strategiche nella storia dell’Iran rivoluzionario, come sostengono invece i vari analisti occidentali. Vi è anzi una continuità diretta rispetto a quella che solitamente gli analisti considerano la “prima fase”, la fase in cui il regime khomenista, secondo la stessa propaganda persiana, dovette fronteggiare quella che rappresentò come la “Guerra Imposta” da Usa e Urss, rispettivamente Grande Satana e

Piccolo Satana, armando e scagliando contro il popolo persiano l’Iraq laicista e baathista di Sadam Husayn. Quale era la strategia di questa “prima fase”? A questo punto va compresa la visione e la prassi politico-religiosa Sciita, di cui ho già parlato nel precedente articolo sull’Islam politico, rilevando come l’Hezbollah libanese abbia aperto, dal 1983, una nuova fase strategica globale. L’Imam Husayn (A), nato a Medina anno 4 dell’Egira nel mese arabo di Sha’ban (gennaio 626), è il simbolo mitopoietico della visione sciita khomeinista e dell’Iran odierno. L’Imam Husayn (A), appartenente all’Ahl al Bayt, è colui che nella storia dell’uomo insorge in difesa degli Oppressi e dei poveri tra i poveri, pur combattendo in condizioni di assoluta inferiorità tattica-strategica. L’Imam Husayn è il Ribelle e il rivoluzionario per antonomasia, ovvero colui che si ribella contro la tirannia degli omayyadi di califfo Yazid e del comandante Uman ibn Sad che usano l’Islam come pretesto per opprimere e sfruttare i poveri e il “popolo”, come diremmo oggi da “populisti”. Leggendo durante una lezione il martirio di Imam Husayn, che aveva sposato la persiana Sharbanu, Imam Khomeini sostenne che lottare per la causa degli Oppressi, anche andare al martirio per loro, è l’azione metafisica più alta e nobile dei nostri tempi. Oppressi, in questa “logica” mistica e metafisica, non significa semplicemente sfruttati, come è nell’economicismo marxista. Oppressi ha qui una radice morale e metafisica, sovrasensibile come dice il fine orientalista Henry Corbin. Oppresso è colui che incarna l’evangelico “sale della terra”; è dunque la luce del mondo, la scintilla divina della terra. Nel minuscolo esercito di Imam Husayn – le cronache dicono 72 persone che affrontano i circa 8 mila dell’esercito del Califfo, nella piana desertica di Karbala nel 680 dopo Cristo– vi sono anche dei cristiani. Lì a Karbala, nel 680,  avviene un massacro sanguinario, spaventoso, una sorta di Golgota islamico che nessuno è stato veramente in grado di raccontare a causa del sangue che scorre in quei tragici, terribili momenti, in cui mani nemiche si accaniscono anche contro donne e bambini nati da poco che seguivano devotamente la carovana dei fedeli della Shia. Imam Husayn aveva esitato per anni prima della battaglia; aveva incarnato un principio di attendismo tatticistico-politico. Non per timore o forse non solo per quello. Ma perché sapeva che la sconfitta immediata era nel suo destino, una volta intrapresa la via dell’azione pura. Sapeva che saltata ogni mediazione, sarebbe arrivata l’ora della via del sangue. Imam Husayn sapeva di andare verso la morte, di essere sconfitto e umiliato. Ma il suo grido è rimasto immortale nei secoli e nei millenni, come quello di Gesù Cristo. La testa mozzata di Imam Husayn, l’eterno comandante stratega della fazione sciita, arriverà poi a Damasco, in segno di scherno e totale umiliazione. Molti pensatori cristiani, tra cui Goethe e Gibran, molti induisti tra cui il Mahatma Gandhi, considerano Imam Husayn il simbolo di un cristianesimo mistico vissuto, non recitato o astrattamente teorizzato o la torcia radiante di tutte le religioni del mondo. La celebrazione dell’Arba’in a Karbala – quarantesimo giorno dall’anniversario del martirio di Husayn, della sua famiglia, dei suoi fratelli – è il più grande e numeroso raduno religioso dei nostri tempi (si viaggia sulle 30 milioni di persone), ma si svolge costantemente in un clima di concordia, amore, fratellanza, senza violenza alcuna, in un clima di serenità tale su cui cattolici, giudei, sunniti avrebbero assai a lungo da riflettere.

Il mito dell’Imam Husayn è dunque il cuore della strategia persiana e tale è stato nella storia politica e militare dell’Iran rivoluzionario. L’Imam Khomeini era solito dire che “solo il sangue può vincere sulla spada e sull’Oppressione”. Non a caso, quando ormai l’Iraq aveva sfondato in territorio iraniano, Imam Khomeini lanciò una operazione che faceva leva sulla mobilitazione patriottica e sul “sacrificio” di masse umane. I limiti tecnologici e l’impossibilità di realizzare pezzi di ricambi, quasi esclusivamente di

fabbricazione americana e israeliana, non rendevano possibile d’altra parte differente strategia. Migliaia di giovanissimi persiani con bende rosse sulla fronte iniziarono a comparire sulle prime linee, lasciando  sbigottito l’avversario. Le onde umane degli Oppressi che marciavano verso il sacrificio fronteggiavano la logica “demoniaca” della superiorità tecnologica ancor più che il nemico fisico. Il quattordicenne Ali Reza Najar Adabi dichiarò a un giornale dell’epoca: “Eravamo undici fratelli quando ci siamo trovati di fronte al nemico. Due di noi sono immediatamente diventati martiri. Poi però è comparso dall’alto lo Spirito Santo e ci ha dato nuova forza per combattere. E presto le truppe nemiche sono state respinte”. Riferendosi a un caduto di giovanissima età che proveniva dalla più profonda campagna persiana, Imam Khomeini disse alla nazione e scrisse in più punti che il giovane era un propiziatore del definitivo avvento del Mahdi o Imam Zaman, portatore del regno di pace e amore; ribadì fino ai giorni alla morte (3 giugno 1989) che quel giovanissimo era ormai tramutato in Angelo protettore della Repubblica iraniana, considerandolo la vera guida politica della nazione. “Non io ma Lui ma conduce l’Iran” disse in più casi l’Ayatollah. 

Passerò ora ad affrontare, nei limiti degli spazi di un breve articolo, aspetti più tecnici. Se vi sono mancanze nell’analisi tecnica, anche di rilievo, me ne scuso con il lettore, ma ho cercato di privilegiare gli aspetti a mio parere più importanti. Potrebbe sembrare non esservi collegamento tra quanto detto sino ad ora e quanto esporrò; viceversa, va

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compreso che la Dottrina Strategica iraniana si fonda sulla consapevolezza di una posizione di certa inferiorità tecnologico-militare rispetto all’occidente, ai Sauditi e al Sionismo. E’ importante fare un raffronto. I Sauditi nello scorso anno hanno avuto una spesa militare stimata attorno ai 69,8 miliardi di dollari (pari al 10,5% del pil). Quella persiana, di contro, è stata di 14,3 miliardi di dollari, pari al 2,9% del pil. Sono numeri che a ragione preoccupano gli iraniani, e si commentano peraltro da soli. Di conseguenza, la Dottrina Strategica persiana tende a sfruttare le pur piccole e minime posizioni di vantaggio che indubbiamente possiede: primo e decisivo vantaggio è l’idea del mondo e dell’uomo. Se gli occidentali e seppur in misura decisamente minore anche i sionisti considerano, con una visione individualistica e edonistica, ogni singolarità, ogni vita soggettiva il bene più prezioso, unico, irripetibile nell’economia spirituale universale, la visione sciita-persiana ritiene che l’uomo si realizza come autentico soggetto positivo, creatore proprio in quanto depositario attivo e vivente incarnazione di una Tradizione primordiale, originaria che si incarnerebbe nel “Puro Islam” dell’Imam Husayn “adattato” ai nostri giorni . L’Islam iraniano radicalizza dunque una “gerarchia della purezza” nella volontà comunitaria e organicistica di eguaglianza, libertà spirituale e fratellanza, mentre nell’occidente plutocratico ed agnostico i diritti civili vorrebbero sopperire alla mancanza di ogni etica e morale superiore. Legge nella Shia significa perciò Tradizione spirituale e concreta, sperimentabile, non astratto intellettualismo. Di conseguenza identità religiosa mistica e identità nazionale si identificano nella storia più recente dell’Iran. Comprendere ciò significa tentare di entrare nel “ciclo culturale” persiano. Significa anche comprendere perché non sarà facile avere ragione di una civiltà come quella iraniana, forte della sua identità profonda. 

Samuel Huntington (1927 2008) ha fornito, sul piano dell’interpretazione dei cicli culturali, di civiltà, una impostazione e un modello che ritengo siano abbastanza oggettivi, considerando non a caso il Politico Khomeini una delle espressioni più alte, se non la più alta, del Pensiero rivoluzionario del ‘900. Altro vantaggio della Dottrina Strategica e politica iraniana, strettamente connesso al primo, è che la politica estera della Repubblica islamica ha saputo concretizzare un fronte “sciita” internazionale (con sottosistemi regionali e alleati regionali) che non osserverebbe passivamente un eventuale attacco imperialista al popolo iraniano e che sarebbe capace di infliggere (come ha mostrato ad esempio il confronto militare più che decennale tra Israele e l’Hezbollah) serissimi danni, probabilmente irreversibili, al fronte imperialista. Connessi a questi vi sarebbero altri vantaggi che diventa ora superfluo e secondario esporre. Se dunque l’inferiorità iraniana è al riguardo indiscutibile, altrettanto indiscutibile è il potere strategico di concreto antagonismo e deterrenza asimettrica che l’Iran può esercitare contro l’imperialismo. 

Quando Ahmadinejad diviene presidente iraniano (2005), come prima cosa si reca al Cimitero dei martiri della “Guerra Imposta”, Behest-e Zahra a Tehran, dicendo esplicitamente che tutti i persiani devono la loro libertà e la loro stessa vita a quelle decine di migliaia di caduti in operazioni di sacrificio su territori minati dal nemico.
Dal 2011, in corrispondenza con i tumulti definiti “Primavere Arabe”, la fazione Ahmadinejad sviluppa la medesima Dottrina strategica adattandola al contesto tattico. Il concetto di difesa della nazione si amplia. Dai primi anni del 2000 era in vigore il principio della sicurezza interna sovrana: ciò voleva dire che erano stati creati dai Pasdaran 34 centri di difesa in tutte le province più in altri luoghi segreti in previsione di una probabile Invasione USA. tale modello era ricalcato sulla tattica bizantina eracliana dei “themi”. Tale decentramento operativo, che si basava sulla mobilitazione permanente dei Basij-e Mostad’afin e degli altri corpi volontari, era una classica rivisitazione della lunga guerra di guerriglia di cui il generale russo Kutuzov è stato il più geniale interprete e realizzatore. Dal 2011, invece, la fazione Ahmadinejad, per evitare l’aggressione imperialista globale contro l’Iran, radicalizza un avanguardismo strategico. 


Va rilevato che sia Ahmadinejad sia la Guida Suprema Khamenei considerano in quei giorni le arrivanti “Primavere Arabe” parte di un più generale “Risveglio globale islamico”, sul quale però vanno illegittimamente interferendo Britannici, Sauditi, Sionisti. A tal punto, con una azione imprevedibile e rivoluzionaria, per contrastare l’azione degli avversari della Repubblica, vengono spostati i confini naturali e nazionali. Ciò porta molti osservatori occidentali a parlare di offensiva nazionalista e imperiale persiana. Ciò può essere vero se si considera però il fine strategico di prevenzione rispetto alla guerra ibrida condotta dai nemici dell’Iran, ossia Sauditi, Britannici e Sionisti. Come dicevo nel mio primo articolo, Ahmadinejad ha tradotto l’antimperialismo e il terzomondismo khomeinista in un patriottismo rivoluzionario imperiale a base persiana-sciita. Peraltro, la distinzione tattica e operativa, su cui insistono i vari osservatori, tra il tradizionale Artesh, i Pasdaran e le forze di polizia, che non si trovano più sotto il controllo del Ministero della Difesa, è del tutto irrilevante e a mio parere secondaria almeno da anni. L’esercito dei Basiji è la forza armata numericamente più grande. Fino alla riforma del 2009 era articolato in 15 divisioni (tra forze corazzate, motorizzate, fanteria, forze speciali); la trasformazione in 31 comandi regionali, voluta dalla Guida Suprema Alì Khamenei, ha posto l’importanza del ruolo esercitato nella sicurezza interna. L’Hizbullah iraniano è un corpo di volontari che vigila sull’etica e che è sulla prima linea del sostegno ad Ahmadinejad e nell’aperta contestazione del governo Rohani. La forza Al Quds, appartenente ai Pasdaran, del generale Qasem Soleimani, imponendosi con grande qualità tattica sui campi di battaglia, è divenuta la prima linea del fronte patriottico ed ideologico sciita. Le Forze Quds, con proiezione internazionale, ricoprono un ruolo centrale nel coordinamento tra milizie locali, siriane, irachene e militari russi. Il conflitto yemenita ha messo in rilievo la flessibilità nel tramutare missili tecnologicamente superiori in ordigni capaci di sconfiggere i più moderni sistemi di difesa aerea. Il conflitto siriano ha visto primeggiare, sui nemici occidentali britannici e francesi presenti anche loro dietro le quinte, i consiglieri militari persiani. Il drone mandato in territorio israeliano, l’abbattimento di jet israeliani, nel 2018, nel cielo di Siria sono stati chiari segnali di cui le varie stanze occidentali, vicine da sempre a Sionisti e Sauditi, dovrebbero aver preso atto. Nell’agosto 2018 è presentato al paese il cacciabombardiere di quarta generazione Kowsar, messo in serie, che segna una rilevante innovazione nel settore della stessa Aeronautica.

I funerali del Generale dee Guardie Rivoluzionarie Ali Allah-Dadi,
ucciso in Siria nel gennaio 2015 da un attacco aereo israeliano

Nel settore marittimo, alla IRGCN (Marina delle Guardie Rivoluzionarie) si affianca la Marina tradizionale, ossia la IRIN. La IRGCN si specializza sull’uso di piccole e velocissime unità costiere in grado di depositare mine letali su missili antinave e sottomarini: tali mezzi focalizzati sulla tattica del “colpisci e fuggi” sono efficaci in particolare negli approcci A2AD. Letali allo scopo finale anche i sottomarini Ghadir e Nahang, i barchini esplosivi sul modello della italiana X MAS in dotazione IRGCN come i missili leggeri, antinave, come i C-701. La guerra di mine è centrale in uno scenario come il Golfo Persico, in quanto i fondali sono bassi e ben adatti a essere minati, anche con siluranti, mine magnetiche, acustiche. Sul Golfo Persico, una marina più debole se all’altezza nella costruzione di difese a sbarramento nello Stretto di Hormuz, può aver ragione di marine più forti e attrezzate.

La IRIN è invece consapevole di una notevole pregressa debolezza strategica. Si è focalizzata perciò nella prassi di una tattica di “dissuasione”, distinguendosi più come “Flotta in potenza” come si dice in gergo. Nel caso di un aperto conflitto con la flotta USA presente nel Golfo Persico, la IRIN non resisterebbe ai primi colpi. Per questo si è focalizzata in anni recenti nel tipico approccio della “Marina d’alto mare”: le visite strategiche in Sudan, Sri Lanka, nel Mediterraneo nel 2012 con la fregata “Jamaran” (nella quale vengono addestrati i cadetti della Accademia Navale Imam Khomeini), l’invio degli incrociatori Alvand e Shahid Qandi e della nave da trasporto Kharg nella base russa Tartus, l’ingresso (prima volta nella storia dell’IRIN) nel Mar Cinese, sono eventi lineari con tale tattica. La presenza di navi iraniane nel Mediterraneo orientale ha suscitato scalpore; non si sa, allo stato attuale, se la Guida Suprema darà responso positivo alla richiesta di varcare l’Atlantico. Entrambe le Marine dispongono di forze anfibie e di mezzi da sbarco, quali catamarani e mezzi arenabili. Il Golfo Persico è l’ancora occidentale dell’Asia e l’Iran ha una funzione di mediazione centrale nelle Vie della Seta: l’Iran e la Cina conducono regolari esercitazioni navali nel Golfo dal 2013 e la flottiglia cinese è una presenza stabile a Bandar Abbas nei pressi dello Stretto di Hormuz. La Marina dei Basiji coopera con l’IRIN nella difesa delle acque territoriali. Sono di incerto valore le sue capacità tattiche e militari.

I settori della missilistica, della difesa aerea, della sperimentazione priva di equipaggio e della missilistica di ultima generazione, come quelli della cyberdefence, degli ordini tecnologici ad uso delle unità sui campi di battaglia – come mostrano i fatti – vedono l’Iran in posizione di avanguardia. La creazione di una industria missilistica nazionale in grado di produrre vettori con capacità regionale è una forma di deterrenza verso Israele e Arabia saudita. Tehran può produrre un numero alto di missili a corta gittata come Shahab-1/2 e ha sperimentato un missile a media gittata come Shahab 3/ Ghadr 1. Il Segil-1 sarebbe in grado di raggiungere Israele e Europa centrale. L’Iran è peraltro a buon punto nello sviluppo di missili balistici e secondo varie fonti sarebbe in atto a un punto avanzato un ambizioso programma satellitare e spaziale. Il comando antiaerei possiede 12 mila uomini, fa corpo a sé, coordinando anche elementi della Difesa antiaerea dei pasdaran. I vecchi sistemi teleguidati sono stati modernizzati dal 2007 grazie alla dotazione dei russi Tor M-1, ma Mosca non ha ancora consegnato gli S-300. I Basiji sono attivi nel campo della guerra cibernetica, soprattutto nel controllo del web e nella difesa dagli attacchi di hacker; il comando della guerra cibernetica si trova all’interno del ministero dei Servizi. Il dicastero dei Servizi (Vezarat-e Ettel’at-e Comburi-ye Eslami, VAJA) è in sostanza la centrale strategica dei Servizi, con competenza anche su sicurezza interna e sulla strategia dell’informazione. Le decisioni di politica strategica e sicurezza, comprese quelle relative al nucleare, sono prese nel Consiglio dei capi dei tre poteri: legislativo esecutivo giudiziario. Tale Consiglio è detto anche Comitato per le questioni eccezionali.

Elemento da sottolineare, ultimo ma non per ordine di importanza, è che l’avvento globale, ormai prossimo, del “Socialismo con caratteristiche cinesi” e neo-confuciane trova la Repubblica islamica pronta e preparata. La collaborazione politica, economica, militare con la Cina socialista-confuciana è divenuta strategica, più d’ogni altra relazione, dal

Il potente generale Qasem Soleimani, a capo della Forze speciali Qods.

Secondo gli americani egli sarebbe il vero stratega per quanto concerne
la politica militare iraniana in Medio oriente.

Governo Ahmadinejad ad oggi. Questo logicamente non significa che la Cina interverrà direttamente in difesa dell’Iran in una eventuale aggressione imperialista; ma potrebbe significare un aiuto asimettrico sostanziale, alla Repubblica islamica. Nel suo viaggio del 2010, durante l’Expo di Shangai, l’allora presidente iraniano Ahmadinejad definì la Cina un esempio concreto di Socialismo che voleva uscire dalle gabbie del materialismo e dell’economia come unica dimensione umana, un Socialismo caratterizzato perciò da un impulso culturale e religioso, portando l’esempio della diffusione globale degli Istituti Confucio e sperando che quello sarà il Socialismo, antiliberista, non ateista e antimaterialista, che in Cina si affermerà nel suo futuro di superpotenza globale.
Lo sviluppo di una dottrina strategica coinvolge in Iran una quantità di accademie e centri di ricerca pari solo a Cina e Russia. Ciò rende pressoché impossibile, per i nemici della Repubblica persiana, una esatta comprensione analitica dello stato effettivo delle cose. La forza strategica persiana è dunque rappresentata dalla sua imprevedibilità e flessibilità. Ciò non va confuso con un pragmatismo o un realismo di bassa specie. E’ invece l’attuazione di quel principio dottrinario definito da Imam Khomeini “flessibilità eroica”, cardine dello Stato iraniano, nel suo Testamento.




IRAN-USA: AVEVA RAGIONE AHMADINEJAD?

[ 28 febbraio 2019 ]

Il ripristino delle sanzioni contro l’Iran deciso dalla casa Bianca nel novembre scorso dimostra, semmai ce ne fosse stato bisogno, che l’imperialismo americano non muta la sua aggressiva agenda strategica in Medio oriente —tra cui la stretta alleanza con Israele e Arabia Saudita. Data la precarietà della situazione economica iraniana è chiaro l’intento americano, aggravare questa crisi nella speranza di suscitare una “rivoluzione colorata”.
Come conseguenza del braccio di ferro con gli USA si è dimesso il 

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IL POSSIBILE SIGNIFICATO DELLE DIMISSIONI DEL MINISTRO DEGLI ESTERI IRANIANO

di Francesca Manenti
L’annuncio delle dimissioni del Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, [nella foto] giunte nella serata di lunedì 25 febbraio ha aperto un possibile nuovo fronte di crisi interno alla compagine del governo iraniano. Benché la decisione dovrà essere accettata ora sia dal Presidente sia dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, l’annuncio ha messo in luce l’attuale debolezza dell’esecutivo a Teheran. Giustificato dagli scarsi risultati portati dall’accordo per il Paese, il passo indietro di Zarif ha posto il Presidente Rouhani di fronte al rischio di perdere non solo uno dei pilastri dell’esecutivo, ma anche uno dei simboli di quella politica di apertura e riconciliazione con l’occidente di cui il Ministro degli Esteri è stato il volto negli ultimi sei anni.


Fin dall’insediamento del governo pragmatista nel 2013, Zarif è stata la prima scelta del Presidente Rouhani per ricoprire il difficile incarico di capo della diplomazia della Repubblica Islamica, in un momento in cui i rapporti tra Iran e Comunità Internazionale risentivano del lascito politico e della retorica antagonistica dei due mandati presidenziali di Mahmoud Ahmadinejad. I precedenti incarichi alla rappresentanza iraniana alle Nazioni Unite (dapprima come membro del corpo diplomatico e poi, dal 2000 al 2007, come rappresentante) e la consolidata esperienza nel mediare con la controparte statunitense (sia negli Anni ’80, in occasione della vicenda conosciuta con il nome di Iran Contra, sia nelle ore immediatamente successive all’11 settembre, quando il governo iraniano si era aperto ad una collaborazione con Washington in chiave anti-talebana e anti al-Qaeda) hanno reso Zarif il candidato ideale per prendere in mano la gestione delle relazioni internazionali di Teheran.

Il Ministro degli Esteri in questi anni è stato, di fatto, il fautore dell’apertura dell’Iran al dialogo e della costruzione del delicato processo di riavvicinamento alla Comunità Internazionale, sugellato dalla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con il gruppo dei 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu e la Germania). Il dicastero guidato da Zarif, infatti, è stato il principale interlocutore dei partner internazionali, in particolare di Stati Uniti e Paesi europei, per trovare tutti i possibili punti di convergenza da cui partire per distendere definitivamente i rapporti internazionali e porre termine a quell’isolamento politico ed economico di cui era stato oggetto l’Iran nei decenni precedenti. L’attività diplomatica assegnata a Zarif era stata prevista all’interno di un’agenda di governo di ampio respiro, in cui il ripensamento dei rapporti con l’occidente era funzionale a rivitalizzare le asfittiche condizioni in cui versava l’economia interna. Il fine ultimo di questo processo e i prospettati benefici per il Paese sono sempre state le principali motivazioni con le quali il Presidente Rouhani ha

Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo

cercato di giustificare con le componenti più conservatrici della Repubblica Islamica l’ampio margine di manovra concesso al Ministero degli Esteri nel condurre le trattative. Nel sistema della Repubblica Islamica, in cui l’esecutivo non può prescindere dall’equilibrio con i poteri più tradizionalisti che permeano le istituzioni, infatti, Rouhani ha scommesso sui risultati del processo diplomatico per contenere le critiche del fronte conservatore e imporre una politica di stampo spiccatamente pragmatista. La conclusione dell’accordo nucleare e la ripresa, seppur lenta, degli scambi commerciali tra Iran e resto del mondo, in particolare con l’Europa, era stata così salutata dall’esecutivo come un’importante vittoria per consolidare il proprio margine di consensi interno.

In questo contesto, la de-certificazione del JCPOA da parte del Presidente statunitense Donald Trump ha segnato un importante ostacolo per l’implementazione della strategia politica del governo Rouhani. La re-imposizione delle sanzioni economiche, bilaterali e secondarie, contro il Paese, di fatto, ha fatto venir meno quella prospettiva di ripresa economica interna che era alla base dell’accordo e che aveva permesso alla parte iraniana di aprirsi ad una rimodulazione del proprio programma di ricerca nucleare. Inoltre, l’inerzia degli interlocutori europei nel trovare degli strumenti di salvataggio delle disposizione dell’accordo, che limitassero gli effetti della decisione statunitense sull’economia e sulla qualità di vita della popolazione, hanno creato un nuovo clima di risentimento nei confronti degli interlocutori occidentali e di sfiducia verso il governo. Agli occhi dell’opinione pubblica, infatti, l’antagonismo americano e il lassismo europeo sono state due facce della stessa medaglia, con la quale Stati Uniti ed Europa hanno cercato di prendere tempo per indebolire l’Iran e limitarne la capacità di influenza all’interno della regione mediorientale.

La battuta di arresto nel rapporto con i Paesi occidentali, dunque, ha creato un notevole danno reputazionale per l’esecutivo Rouhani, colpevole davanti all’elettorato e alla classe politica iraniana di aver dato fiducia ad una negoziazione che non ha portato ad un nulla di fatto. Ciò non solo ha provocato un drastico calo di consensi per la compagine di governo, ma ha anche portato l’esecutivo a prestare il fianco alle critiche sempre più pressanti dell’opposizione conservatrice, pronta a cavalcare la nuova ondata di antagonismo proveniente da Washington per riprendere il controllo del processo decisionale nella Repubblica Islamica.

In questo nuovo clima di acredine verso il dialogo con i Paesi occidentali, le dimissioni di Zarif sembrerebbero essere il segnale di un ri-orientamento in corso dell’atteggiamento politico del governo iraniano verso posizioni maggiormente conservatrici rispetto al passato. Non appare casuale, infatti, che la decisione del Ministro sia giunta in seguito alla vista inaspettata del Presidente siriano Bashar al Assad a Teheran, ricevuto sia da Rouhani sia dalla Guida Suprema Ali Khamenei. L’incontro, di cui il dicastero degli esteri non sarebbe stato a conoscenza, ha segnato un’accelerata diplomatica da parte della Repubblica Islamica nei confronti dell’alleato siriano e potrebbe diventare un nuovo punto di attrito nel già complicato dialogo tra Iran e interlocutori occidentali. Benchè il dossier Siria negli ultimi sei anni sia sempre stato di competenza della Guardie della Rivoluzione (esempio della strategia di do ut des portata avanti da Rouhani per mantenere il bilanciamento interno dei poteri), l’esclusione del Ministero degli Esteri da un momento tanto significativo ha suggellato una netta importanza delle questioni regionali rispetto alla politica di dialogo portata avanti fino ad ora dalla diplomazia. Il passo indietro di Zarif, dunque, potrebbe essere stato motivato dalla volontà del Ministro di prendere le distanze da un ripensamento della politica estera del governo motivata dalla necessità di Rouhani di dare nuovi spazi alle posizioni degli ultra-conservatori e di reinterpretare di conseguenza le priorità dell’agenda dell’esecutivo.


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LA LINEA AHMADINEJAD di F.f.

[ 11 gennaio 2017 ]

Volentieri pubblichiamo questo saggio apparso sul sito del Campo Antimperialista, che lo fa precedere da questa premessa:

«L’autore svolge un’accurata indagine sulla Repubblica Islamica dell’Iran, quindi sulla natura delle diverse fazioni che si combattono al suo interno, in particolare sulla fazione guidata da M. Ahmadinejad. Qual è la sua natura? L’autore ritiene corretta la definizione di “destra tradizionalista”, insistendo però sul suo peculiare carattere nazionalista grande-persiano. Riteniamo questa qualificazione, che non a caso è quella utilizzata dalla maggior parte degli analisti occidentali, parziale, insufficiente. Arduo, se non addirittura aleatorio, voler definire il pensiero di Ahamadinejad usando criteri tassonomici propri dell’Occidente moderno. Difficile perché diverse, e contraddittorie, le fonti spirituali e politiche a cui si abbevera l’ex-Presidente. Esse politicamente congiungono il terzomondismo antimperialista ad un egualitarismo plebeo e antimodernista, il tutto innestato su un misticismo religioso a forti tinte gnostiche ed escatologiche, per nulla estraneo all’Islam rosso di Ali Shariati. Il discorso si farebbe lungo, vi lasciamo alla lettura».

LA CRISI DEL KHOMEINISMO
Un nuovo corso è stato avviato….O raggiungeremo il nostro obiettivo o diventeremo martiri, feriti o dispersi in azione. Così accadrà…”. [1]
La linea Ahmadinejad, qualora volessimo accettare il criterio identificativo della struttura di potere vigente in Iran dato da osservatori internazionali (in Italia tale ermeneutica è stata in parte ripresa da Guolo e Negri), sarebbe la più influente rappresentante della destra Tradizionalista, in antitesi al blocco riformista. Il termine “tradizionalista”, in riferimento all’identità spirituale e popolare persiana, che non deve andar disperso nel processo “sovversivo” e nichilistico del globalismo tecnocratico, è quello che a mio avviso meglio identifica la visione della fazione Ahmadinejad-Mashaei.
Non si può comprendere però tale antagonismo interno se non alla luce del piano “denghista”, modernista e neo-capitalista oligopolistico imposto dal grande politico e mediatore iraniano, Rafsanjani (1934-2017).
Tehran 1979: i militari passano con Khomeini

Nel momento in cui si percepiva che l’originario verbo rivoluzionario khomeinista, in contemporanea con la tragica guerra Iran Iraq, aveva fallito il suo appuntamento storico, finalizzato alla “rivoluzione sciita internazionale” oltre i blocchi (né Est Comunista né Ovest Capitalista); nel momento in cui si vide tragicamente, con l’immensa tristezza dei pasdaran e dei soldati del fronte islamico iraniano, che gli sciiti iracheni preferivano continuar a combattere per il laico Ba’as iracheno e per la gloria nazionale, piuttosto che sollevarsi compatti nel devoto ricordo della “Battaglia di Kerbela” (680 d.C.) [2] ; solo allora, le varie frazioni del khomeinismo che si erano date tregua dal settembre 1980, iniziarono, dalla fine degli anni ’80, a darsi battaglia. Come l’originario bolscevismo

leninista, puntando a Berlino, finì la sua brevissima parabola storico-politica alle porte di Varsavia (estate 1920), così l’internazionalismo rivoluzionario dell’ imam Khomeini crollò inesorabilmente sui campi minati dell’Iraq, di nuovo invano bagnato dal sangue dei “martiri sciiti”.

La strategia khomeinista aveva infatti fatto dell’Iraq il centro politico e religioso dello Sciismo di stato; la non sollevazione su base religiosa delle masse sciite irachene sarà il grave impasse strategico della rivoluzione islamica. La visione dell’imam Khomeini basata sul “governo islamico” e la posizione occupata dal popolo in seno ad esso è effettivamente l’esatto contrario del “nazionalismo persiano”, che non avrebbe alcun carattere di specificità rispetto al nazionalismo panturchista o panarabo; l’ imam Khomeini aveva, infatti, sempre sostenuto che “il nostro movimento è islamico prima di essere iraniano” [3] ed in tal senso il cuore pulsante della Shia non poteva essere che l’Iraq arabo.
En passant: in questo contesto meriterebbe un’indagine accurata la politica seguita dall’Iran in Iraq dopo l’occupazione anglo-americana del 2003. Nota è la divisione del fronte shiita iracheno davanti agli occupanti, tra chi si è prestato al ruolo di gaulaiter e chi, come l’Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr che invece la combatté, fino a sostenere la rivolta sunnita della primavera del 2004, e forse proprio per questo Muqtada venne osteggiato da Tehran e fatto sparire per anni dalla scena.
Lo gnosticismo khomeinista [4] trasformato in movimento islamico, rivoluzionario, mondiale, rimase quindi sconfitto sul fronte iracheno, non per le traversie militari, ma per l’impasse politico-strategico. L’attuale politica estera del blocco riformista, per quanto apparentemente continui tale linea khomeinista, in realtà essendo
Tehran 1979: anche i Mujahidin-i- khalq sfilano con le immagini
di Ali Shariati (a sinistra) e Khomieni

strategicamente succube del capitale occidentale, russo e cinese, viola apertamente il principio essenziale dell’islam rivoluzionario khomeinista. Da quel momento, da quando lo spirito rivoluzionario della Repubblica islamica andò a sbattere contro  i sentimenti nazionalisti degli arabi (che dopo la fase del panarabismo anti-safavide trasmigreranno nel sunnismo radicale anti-shiita) inizieranno, nella grande ritirata strategica, a delinearsi nuovi fronti interni.

Due personalità emergeranno dalla successiva lotta politica ed economica di fazioni: Rafsanjani, il quale sull’esempio della Cina neo-capitalista e modernista di Deng, avrebbe voluto salvaguardare la sostanza politica e giuridica del regime islamico aprendo su tutta la linea al capitalismo mondiale ed al modernismo tecno-scientifico; Ahmadinejad, appunto, il quale, come sarà evidente nelle differenti fasi della presidenza poi esercitata dal Nostro, compirà, come più avanti si vedrà, una profonda svolta Tradizionalista, antimodernista (in senso dottrinario, non di metodo) ed una evidente rottura di paradigma con lo stesso khomeinismo ortodosso, alla luce della totalità storica e religiosa della Persia millenaria e della sua spiritualità.
Tehran, 8 marzo 1979, manifestazione delle donne nella rivoluzione

LA FASE NAZIONAL-POPOLARE
Ahmadinejad era infatti esponente dell’elite militare che si imponeva a Teheran durante gli anni di Khatami (1997-2005); quella elite militare comprendente buona parte dei pasdaran, dei bassiji, dei reduci del fronte e tutti coloro che ruotavano attorno alle varie corporazioni religiose del regime islamico. Tale fazione propagandava all’interno del regime la visione della necessaria opposizione “persiana”, nazional-popolare, alla fazione “cinese” riformista ed anche, seppur timidamente allora, ai khomeinisti di regime: l’oro nero era, a detta dei seguaci del futuro presidente Ahmadinejad, lo strumento politico-finanziario tramite il quale si rafforzava il ruolo dello Stato islamico come distributore di assistenza e sussidi, finendo però, tale prassi, per distanziare le esigenze e le necessità del popolo iraniano dai costumi e dalla poco morigerata prassi di vita dell’oligarchia capitalistico-statale dominante sul “paese reale”.
Ahmadinejad è stato un autentico figlio della rivoluzione, ma per la sua corrente la rivoluzione, prima di essere islamica, doveva essere persiana, autenticamente fedele al motto “Né Est né Ovest”. Il giovane patriota, allora ventitreenne, da autentico nazionalista persiano, fondò la “Società degli studenti islamici”, militò quindi nel “Takhime Vahdat” ( in persiano ) e, con altri fedeli si attivò così per l’occupazione dell’ambasciata sovietica [5]  nei giorni dell’autunno del ’79, mentre l’ala “nera” khomeinista [6], come visto anzitutto islamica e internazionale, portò a termine l’occupazione dell’ambasciata americana [7]. Egli fu poi un volontario – nelle forze speciali dei pasdaran – della guerra Iran Iraq, contraddistinguendosi ancora per patriottismo e spirito di servizio. Consacrerà la sua vita alla carriera politica nazionalista “grande persiana”, esclusivamente nel ricordo dei suoi amici e camerati caduti, dunque per una sorta di “sacro giuramento” nato di fronte alla morte comune incombente; va anche ricordato che la sua prima vittoria alle presidenziali (2005) non era affatto prevista dagli organismi della Repubblica islamica e da lì inizierà non una alleanza ma, come è diventato sempre più chiaro, un vero e proprio braccio di ferro, talvolta sottile, talvolta manifesto, con la sfera della Guida suprema.
Se è vero che l’Ayatollah Alì Khamenei tentò, in certi casi, di usare la destra neo-tradizionalista, anticapitalista, per bilanciare l’enorme influenza del blocco riformista rappresentato dal “fronte del 2 Khordad” (che andava dalla sinistra clericale islamica, agli occidentalisti, per finire alla destra pragmatica dello stesso Rafsanjani), è, d’altra parte, anche vero che il fronte costituito dal futuro presidente Ahmadinejad, “Abadgaran Isargan” (I sacrificati per la devota causa), composto da mutilati di guerra, veterani dei fronti, familiari dei caduti nella guerra Iran Iraq, era praticamente privo di sostegno ufficiale da parte del regime e si reggeva su libere offerte dei simpatizzanti.
Ahmadinejad a Beirut, ottobre 2010

Durante il ballottaggio presidenziale (2005), Rafsanjani- Ahmadinejad, tutto il fronte definito  superficialmente “ultraconservatore” dagli analisti occidentali (in realtà come già specificato, ultra-Tradizionalista) si schierava, contro la gran parte del clero “modernista” e ortodossamente khomeinista, con l’eccezione dell’ “ultradestra” religiosa, di regime, rappresentata dall’Ayatollah Mesbah Yazdi, a favore di Ahmadinejad, invitando a votarlo:    
“Certamente sosterremo con fermezza Mahmoud Ahmadinejad, un candidato che rappresenta il simbolo della giustizia e dell’onestà, nelle parole e nelle azioni e che onorerà i nostri doveri nazionali e religiosi, onorerà la millenaria Nazione dell’Iran, i nostri martiri e la nostra storia…”. Questo fu il messaggio comune di tali confraternite e di tali sodalizi, pochi giorni prima del ballottaggio.

Appena eletto, Ahmadinejad dichiarerà, riferendosi ai martiri degli otto anni di guerra contro l’Iraq: “Non devono essere dimenticati. Il loro sangue non deve esser stato versato invano. Ciò che abbiamo oggi lo dobbiamo al loro sacrificio”. Eletto sindaco di Tehran (2003) aveva, in precedenza, lanciato la proposta – lasciata poi cadere per l’opposizione della Guida suprema – di seppellire un martire in ogni quartiere della capitale. Nei muri dei grattacieli della capitale iniziavano a comparire i murales rappresentanti i volti malinconici dei Caduti, con scritte religiose che commemoravano il loro martirio. Iniziava a farsi spazio un evidente principio di sacralizzazione della tradizione religiosa e politica specificamente persiana, che era del tutto estraneo al khomeinismo originario.
Cuba: gennaio 2012

TRE DISCORDIE
Alla luce della ormai conclusa presidenza Ahmadinejad si potrebbe dire, con un possibile tentativo di sguardo sintetico, che tre elementi opporranno il grande disegno di Ahmadinejad al “riformismo conservatore” (in tale orizzonte va inserita la stessa corrente della Guida suprema) degli organismi dominanti del regime.
1. Giustizia sociale
L’ex presidente ha, più volte, in recenti interventi pubblici post-presidenziali, puntato in modo sottile il dito contro la Guida suprema stessa accusandola, (a) di aver sabotato il suo sforzo strategico verso le fasce più umili ed indigenti della popolazione iraniana; di aver esercitato opposizione al Piano di sostegno popolare varato dal Governo Ahmadinejad (2010), che avrebbe enormemente ridotto le disuguaglianze sociali; (b) di aver sabotato la sua rimozione dei ministri corrotti, rimessi purtroppo al ministero dalla Guida suprema stessa, scavalcando così arbitrariamente la decisione dell’ex presidente; (c) di non aver appoggiato il piano di nazionalizzazione integrale del petrolio con una equa redistribuzione dei profitti basata sulla pratica di una avanzata etica sociale solidaristica e anticapitalistica; (d) di aver infine gonfiato artatamente l’inflazione interna per emarginare e mettere al muro la fazione Ahmadinejad, di contro l’unica risorsa interna per la sopravvivenza del regime, visto il consenso di cui godeva il partito “populista” nazionalista di Ahmadinejad tra la piccola borghesia iraniana, i rurali e le fasce più umili.
Nonostante tutto questo, la strategia nazionale “interna” di Ahmadinejad ha concretizzato la più alta politica di incentivi, per giovani coppie, diseredati, disoccupati, nella storia del regime islamico grazie al “Fondo per l’Amore dell’imam Reza” istituito per volontà dell’ex presidente come base di un autentico Stato sociale persiano, che il regime islamico aveva sempre sabotato.
[8].
Esiste peraltro un eccezionale documentario, realizzato da Petr Lom, “Letters to the President”; i più umili, sempre dimenticati, scrivevano al presidente e lui interveniva direttamente, in prima persona. Dove nessuno era mai andato, arrivava Ahmadinejad con i suoi. Lì, nella visione del documentario, emerge l’amore di Ahmadinejad, il presidente “populista”, per la giustizia sociale e la sua totale dedizione alla causa della Persia più profonda. Lom ci fa vedere, senza veli, la vita quotidiana di Ahmadinejad presidente; quest’ultimo si recava, come emerge dal documentario, ma anche da innumerevoli testimonianze ormai raccolte da diversi ambiti, quotidianamente, in quegli angoli remoti dove il contadino persiano era stato, da secoli, dimenticato da tutti. Lom tornerà a trovare questi contadini e questi diseredati dopo che il “complotto di palazzo” dei khomeinisti ortodossi e dei capitalisti “cinesi” avrebbe estromesso il presidente dalla vita politica iraniana; pochi, tra loro, trovarono la forza di rispondere  alle domande del regista cecoslovacco, ma tutti versarono lacrime amare pensando ai momenti passati insieme con il figlio del fabbro di Aradan.
2. La nazione e il Vilayat al-Faqih
L’ex presidente, con la supervisione del suo più fidato consigliere, Esfandiar Mashaei [9], ha sviluppato il concetto di “Iran islamico ed universale” in una contrapposizione di superamento, non di semplice negazione, sia rispetto allo del partito nero khomeinista e del governo islamico, sia rispetto al modernismo occidentalista del partito “cinese” di Rafsanjani.
Come noto, l’identità iraniana deriva da un lato dal manicheismo e dallo zoroastrismo dell’epoca pre-islamica e dall’altro dall’elemento islamico introdotto circa 1.300 anni fa; anche nei primi secoli dopo l’avvento dell’Islam, vi fu sempre una notevole tensione fra arabi e persiani: ‘analfabeti ignoranti’ era il termine con cui i persiani identificavano allora gli arabi invasori. Se nel corso del ‘900, arrivando a denominare ufficialmente la Persia come terra centrale degli Ariani (Iran), [10] regime islamico cercò invece di cancellare il passato pre-islamico ed enfatizzare esclusivamente la sostanza sciita ed islamica della storia iraniana. Fu coltivato anche il progetto di abbattere ogni spoglia visibile dell’antica civiltà persiana [11]. Ciò finì per avere un impatto notevole in una Nazione dove la popolazione parla ancora oggi con fierezza di ‘invasione araba’ per eventi che risalgono ad oltre un millennio fa ed utilizza quotidianamente con orgoglio la lingua persiana, sopravvissuta all’ “imperialismo arabo”: l’imam Khomeini attaccò anche le festività pre-islamiche, ad esempio il Nowruz, il capodanno persiano che si celebrava ufficialmente il primo giorno di primavera, tacciandolo di ‘paganesimo’.
Il Governo Ahmadinejad è stato invece il governo del nazionalismo persiano e della  in tal senso dal 2010 più in continuità con la dinastia Pahlavi che con il partito nero khomeinista; il Nostro ha reintrodotto in pompa magna il Nowruz, ha definito “folle ed antipersiano” il giudizio di Khalkhali —giudice khomeinista ortodosso, sulle presunte origini ebraiche (veramente ardue da mostrare..) e sulla presunta omosessualità dell’imperatore Ciro—, ha consacrato Persepoli come autentica capitale spirituale dell’Iran, ha fatto rientrare in patria il Cilindro di Ciro [12].
Inoltre, l’ex presidente Ahmadinejad, dal 2010, non prima (elemento da considerare con attenzione), ha riabilitato pubblicamente, con grave scandalo della cerchia della Guida suprema e del partito modernista “cinese” di Rafsanjani-Onda Verde [13]– Rohani, la monarchia Pahlavi come regime popolare patriottico il quale, con la Rivoluzione Bianca, avrebbe sviluppato, nella seconda metà del Novecento, una dottrina politica ed economica universale antagonista sia all’Occidente (capitalista) sia all’Oriente (comunista) [14].
Mossadeq (1882-1967), viceversa, in antitesi al giudizio comune occidentale, è considerato dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad, inizialmente un agente britannico, e successivamante un avventuriero megalomane privo di una coerente strategia nazionale

[15]. Nell’estate 2010 Ahmadinejad propose la creazione (Iran, Afghanistan, Tagikistan). Il suo braccio destro Mashaei, nello stesso periodo, invitando a Tehran alcuni vecchi iraniani che vivevano all’estero, tra cui, da quanto trapelò da alcune agenzie, monarchici vicini al deposto Shah, dichiarò che “la Persia è una grande Nazione, una civiltà con un messaggio universale e aspirazioni di leadership globale”.

La stessa visione del Mahdi – il Redentore finale degli ultimi giorni – è stata declinata dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad come tramite del modello universalistico religioso, specificamente persiano.
Qui c’è la rottura più radicale che si possa concepire con il pensiero filosofico-politico di derivazione khomeinista. L’imam Khomeini aveva stabilito che il governo islamico sarebbe stato la filosofia pratica di tutto il “fiqh” (il diritto islamico) concernente tutti gli ambiti della vita dell’uomo; il governo avrebbe rappresentato gli aspetti pratici giurisprudenziali nel confronto con l’intera gamma dei problemi sociali, politici, militari e culturali. Il “fiqh” sarebbe dunque stata la scienza totale e autentica che guida l’uomo dalla nascita alla tomba. Partendo da questo presupposto, l’imam Khomeini esponeva la teoria della formazione, durante l’occultamento dell’imam del Tempo, del governo islamico sulla base dell’autorità del giuriconsulto, e per anni tentò di attuarla. La teoria khomeinista dell’autorità del giuriconsulto (Vilayat al-Faqih), ebbe come conseguenza una forte scissione nel mondo giurisprudenziale sciita, sino a provocare verso la stessa accuse di eterodossia, ma non è ciò che qui interessa, anche perchè l’imam rispose a queste accuse che per il bene della comunità islamica era anche possibile rinunciare ad un pilastro della fede come il viaggio a Medina ed alla Mecca.
Tehran, maggio 2010: Ahmadinejad riceve Lula

Viceversa, Ahmadinejad non ha mai condiviso l’interpretazione che i “turbanti” hanno dato del rapporto tra religione e politica dopo che Khomeini istituzionalizzò il “governo islamico” che assegna, sotto forma di delega, il potere politico al clero in sostituzione dell’imam del Tempo. Ahmadinejad ha invece teorizzato che suo compito sarebbe quello di preparare attivamente il ritorno del Dodicesimo Imam nelle vesti di Mahdi, con il quale fa capire di essere in contatto. Il reggente politico altro non deve essere, in tale logica, che “un vicario” (wakil) dello “spirito del Tempo”.
Tale visione dell’imam del Tempo ha notevoli implicazioni sul piano politico; prepararne il ritorno significa sia tenere lontana “l’Oppressione sulla terra”, la corruzione (materialismo, secolarizzazione relativista, nichilismo), ma anche dare per scontato che l’era del ritorno sarà contraddistinta da gravi doglie e tribolazioni. Dunque l’accesso al Sacro invisibile sarebbe adombrato dalla straordinarietà dell’esperienza e dell’azione più che dalla legittimità istituzionale del clero khomeinista. Da ciò, come è chiaro, discende la necessità di una differente organizzazione della comunità, fondata su presupposti gerarchici, di valori e modelli, contrapposti: rispetto al khomeinismo teocratico [16] ed al riformismo modernista e secolaristico dell’attuale regime islamico, la pratica di governo neo-tradizionalista di Ahmadinejad, per ricorrere ad un’analogia con la storia italiana e occidentale, può essere senza dubbio assimilata alla Repubblica monistica cristiana, “neo-tomistica”, del Savonarola, anche quella tutta fondata sull’imminenza del ritorno sociale della giustizia del Cristo che il sacrificio del devoto vicario avrebbe dovuto, con ogni mezzo, propiziare.
3. Terzomondismo e missione universale dell’Iran
infine, l’ex presidente ha condannato la politica estera del partito “cinese” in quanto fondata sul permanente sacrificio interno dei più utili e puri elementi della patria, a vantaggio degli imperialismi stranieri (fazione Obama statunitense e Russia sugli altri). Nonostante la crescita del Pil, in Iran sono aumentate in modo impressionante, a causa della politica estera bellicista dei riformisti “cinesi, le disuguaglianze sociali mentre il prestigio internazionale persiano sarebbe ai minimi storici, a vantaggio di un nuovo “fronte islamico” sciita che il Nostro già da anni ha denunciato come foriero di tragedie ed ingiustizie, e non lineare rispetto alla tradizione popolare persiana.
Durante la reggenzaAhmadinejad, il nazionalismo persiano si è espresso con un respiro universale, attaccando su tutta la linea la tecnocrazia capitalista mondialista, soprattutto all’interno ma anche all’esterno, laddove ciò gli competeva. Il Nostro non perdeva occasione per ridicolizzare europei e anglosassoni (es. Giugno 2006, Aprile 2007) laddove attaccavano l’Iran, ma non per questo avviando avventure che avrebbero dissanguato le già esangui casse delle più indigenti famiglie persiane, allargando un gap sociale già rilevante.
Qui si spiega non solo la stretta amicizia con Cuba e la Corea del Nord ma pure la “illuminata” partnership strategica con il nazionalismo bolivarista anti-occidentale — Ahmadinejad si recò nel marzo 2013 al funerale di Chavez, il cui caloroso abbraccio alla madre fu oggetto di scandalo e dure accuse da parte dei “turbanti”, visto che sarebbe proibito ad un musulmano abbracciare una donna che non sia una familiare [17]. (vedi foto sotto)
Caracas, marzo 2013, Ahmadinejad la madre di Chavez

Meno noto ma non per questo meno rilevante che Ahmadinejad, nell’ottica di una politica di buone relazioni con i vicini paesi arabi, abbia tentato di evitare la fitna con i sunniti ed in questo quadro la dura critica a Gheddafi che doveva cessare di “bombardare il suo stesso popolo” [18]evitato di trascinare l’Iran nel macello siriano chiedendo ad Assad di compiere le necessarie riforme sociale e politiche e di negoziare con le opposizioni [19], mentre l’attuale regime ha impugnato senza esitazione la fitna col sunnismo in nome del miraggio dell’egemonia nel mondo islamico, entrando quindi con tutti e due i piedi (e lasciando sul terreno perdite ingenti) nel conflitto siriano; per non parlare dell’Iraq dove in nome della lotta ai takfiri dell’ISIS non ha esitato a collaborare strettamente col Pentagono, spalleggiando una “pulizia etnico-religiosa” su larga scala [20].
Tehran, novembre 2006: Ahmadinejad riceve ilpresidente
del Parlamento Repubblica Popolare Democratica di Corea 

Per la Guida suprema e il partito “cinese” dominante, la vita di un libanese, di un iracheno, di un palestinese, di uno yemenita, di un siriano, sembra invece più importante e di valore di quella di milioni e milioni di iraniani abbandonati da decenni alla fame ed alla neo-colonizzazione capitalistica interna. Si è avuta la grande flessibilità, da parte del partito “cinese” e dei neo-khomeinisti, di sviluppare un piano ormai chiaramente strategico con una fazione mondialista dell’Occidente, di intavolare relazioni di più o meno aperta amicizia con Obama, con la grande massoneria francese di Attali-Macron, con la massoneria di Renzi o di Merkel, ed, oltre la finta retorica, anche con Israele [21] quando ognuno di costoro, in un modo o nell’altro, ha sulla coscienza la vita di qualche migliaio di “mussulmani” (a cui il regime islamico dovrebbe tenere sopra ogni cosa); ma ci si è allontanati ancora di più, all’interno, dai diritti nel mondo che la grande Nazione persiana, la più giovane e la più colta nell’universo, a ragione rivendica ed è certa di possedere.
Si è portata gloria al tavolo dei grandi, da Obama a Putin, dall’Eni al capitalismo francese, ed anche per questo, si è andati a togliere le castagne dal fuoco a Assad e agli sciiti di Baghdad, ma mai come oggi la gran parte della gioventù popolare patriottica persiana, sente e percepisce questo regime come “ostile”, mai come oggi tale gioventù, che è intimamente persiana, sente il paese legale “nemico” del paese reale.  E non può stupire, di conseguenza, a tal punto il tono semi-trionfalistico con cui la stessa agenzia di stampa  italiana ha dato la notizia, una settimana fa, della “fine della rivolta” e delle proteste (Ansa, 7 Gennaio 2017); come non dovrebbe, a tal punto, stupire la notizia, data dalla stampa statunitense, che Soros stesso sia intervenuto per bloccare le fonti ed i siti internet dello Shah in esilio, Ciro Pahlavi, affinché la fazione neo-monarchica non si saldi con l’ala nazionalista e “populista” della rivolta, che obbedirebbe al presidente Ahmadinejad, portando al crollo dell’ormai affidabile regime “cinese” islamico.  
Conclusioni
La Persia fu la prima superpotenza della storia e proprio per la sua vocazione terzomondista, la dirigenza Ahmadinejad ha avuto come permanente presupposto una fortissima autostima nazionale. Il modello del regime islamico, borghese e modernista all’interno, per quanto venga considerato “antimperialista” all’esterno —occorrerebbe aprire una lunga disquisizione sulla natura di questo antiamericanismo sub-imperialista che nulla ha più a che vedere con lo spirito originario impresso al paese dall’imam Khomeini—, e quello di Ahmadinejad sono chiaramente differenti; anni fa, nel 2009, R. Guolo scrisse una pagina, con la quale concludo, che ben evidenzia la differente sostanza politica e morale del progetto “persiano” di Ahmadinejad da quello dominante:

[22]

L’arresto o l’eventuale persecuzione di Ahmadinejad o dei suoi a poco porterà. La missione persiana, nel caso, non potrà che esser raccolta da altre mani, altrettanto devote e pure e, finalmente, l’Iran, oltre guerriglie settarie intestine tribali o regionali, potrà lottare per avere uno spazio centrale nell’universo e portare pace ed amore tra i popoli del mondo, illuminando di sostanza spirituale il nuovo universalismo, antitetico al globalismo nichilista della tecnocrazia imperialista e massonica.
Come disse il presidente Ahmadinejad in sede Onu nel settembre 2012, in un discorso vibrante che intrecciava un umanesimo integrale sul piano etico con antimperialismo radicale su quello politico:
A noi persiani, per il bene dell’umanità, compete una funzione di leadership globale: solo in Iran vive contemporaneamente lo spirito di Zarathustra, di Gesù e del Mahdi”.  [23]

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NOTE

[1] M. Ahmadinejad, Tehran Dicembre 2006, Elezioni municipali, presentazione della Lista Ahmadinejad, “Il buon profumo del servire”.
[2] “Khalamate Qesar”, p. 127
[3] Scrive V. Strika, “La guerra Iran Iraq”, Liguori editore 1993, p. 92, che “lungi dall’aderire alle aspettative di Tehran gli sciiti iracheni, …tutti arabi, si mantennero fedeli al governo, trasformando il conflitto da religioso, come avrebbe voluto Tehran,….  in una questione nazionale tra arabi e persiani, nel quale fu dato ampio spazio ai fatti del passato”.

[4] Cfr. Y.C. Bonaud, “L’Imam Khomeini. Uno gnostico sconosciuto del XX secolo”, Il Cerchio 2010

[5] L’occupazione anglo-sovietica del 1941 non è mai stata dimenticata dai nazionalisti persiani; brutali e ingiustificati furono i bombardamenti sui civili, particolarmente quelli sovietici, ma anche quelli anglosassoni. Solo il presidente Ahmadinejad, negli anni del regime islamico, durante colloqui pubblici con Putin e Medvedev, ha rivendicato legittime riparazioni per il popolo di Persia e la doverosa restituzioni di territori contesi. L’imam Khomeini, che scrisse come noto una lettera a Gorbachev, talmente preso dalla volontà di convertirlo, non notò nemmeno, nel corso della dotta dissertazione, questa grave ingiustizia russa verso i diritti e il naturale territorio, violato, della Nazione iraniana. Parecchie fonti, incluso l’allora ufficiale della sicurezza Hajjarian, riferiscono che Ahmadinejad credeva che, “per motivi di nazionalismo persiano”, dovesse essere presa d’assalto l’ambasciata sovietica, non quella americana. Ahmadinejad credeva che – alla luce della storia persiana – “il grande Satana fossero soprattutto l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti, ma in seconda posizione”, riferisce Hajjarian. L’altro leader studentesco che, come Ahmadinejad, si oppose all’occupazione dell’ambasciata statunitense nella riunione in cui l’impresa fu progettata, in quanto avrebbe imposto nell’agenda del governo, in linea definitiva e irriducibile, la linea di un Islam internazionale su quello nazionale persiano, fu Mahammad Ali Seyyedinejad. Quanto al fatto che Ahmadinejad fosse favorevole all’occupazione dell’ambasciata sovietica, Seyyedinejad precisò: “Bisogna avere a mente che Ahmadinejad era all’università Elm-o-Sanat, fortemente nazionalista, dunque avversa alla sinistra e per motivi storici iraniani accesamente antisovietica ed antianglosassone”; Cfr. M. Bowden, “Guests of Ayatollah. The Iran Hostage Crisis”, Paperback 2007, pp. 10 e ss.

[6] La differenza dialettica tra una ala “nera” ed una “rossa” dell’islam rivoluzionario nasce attorno alla visione islamica-radicale di Alì Shariati (1933-1977), intellettuale della rivoluzione sociale e del classismo nell’utopia islamica. Se il partito nero, khomeinista ortodosso, utilizzerà certamente talune categorie dello Shariati ma stravolgendole a vantaggio del neoplatonismo islamico e dello gnosticismo politico khomeinista, il partito nazionalista grande-persiano di Ahmadinejad e Esfandiar Mashaei presenta effettivamente talune impostazioni mutuate dalla visione di Shariati, ma l’occidentalismo marxista di fondo di una consistente fazione dell’Islam rosso, come il progressismo escatologico, è assai lontano dall’Ahmadinejad pensiero, che ha definito in più casi il marxismo occidentale una forma di “nichilismo” come il relativismo e la tecnocrazia scientista ed ha sempre espresso giudizi negativi sul ruolo del partito comunista iraniano, il Tudeh, nella storia del Paese; Cfr. M. Emiliani, M. Ranuzzi, E. Atzori, “Nel nome di Omar”, Odoya 2008, pp. 205 e ss.

[7] Gli studenti nazionalisti “grande-persiani”, raccogliendosi attorno alla proposta di Ahmadinejad, puntavano all’occupazione dell’ambasciata sovietica o di quella britannica poichè ciò avrebbe rappresentato una volontà di continuità nazionale e popolare con la storia iraniana del ‘900 ed un chiaro messaggio al mondo, indicante il fatto che la rivoluzione persiana superava in patriottismo il regime monarchico decaduto. La linea dei compagni d’università di Ahmadinejad dell’OCU (“Ufficio di Consolidamento dell’Unità”) avrebbe invece imposto la linea islamica, non persiana, con l’occupazione dell’ambasciata americana, peraltro anche in omaggio ad una logica meramente interna, ossia sotto l’ispirazione della volontà di far figurare gli studenti islamici non meno anti-imperialisti della sinistra rivoluzionaria; Cfr. K. Naji, “Ahmadinejad. Storia segreta del leader fondamentalista”, EC 2009, p. 46; peraltro già allora, nella visione di Ahmadinejad, il pericolo, per il popolo persiano, non era rappresentato tanto dal “materialismo comunista” che difficilmente avrebbe attecchito in Iran, quanto dalla possibilità che il popolo avesse obliato la sacra Tradizione primordiale, “il fuoco delle origini…” (Ibidem), che doveva invece esser trasmesso alle future generazioni.

[8] (S. Hekmat, Ali Reza Jalali, “Giustizia e spiritualità. Il pensiero politico di Ahmadinejad”, Anteo 2013, p. 81).

[9] La centrale controversia tra la visione di Mashaei, consuocero di Ahmadinejad, e la concezione giuridico-politica dei vertici della Repubblica islamica ha riguardato soprattutto la concezione dell’Imam occulto o Mahdi in connessione al ruolo salvifico universale della Nazione persiana. L’ “ideologia persiana” e nazionalista del Mashaei, fondatore della “Nuova scuola iraniana”, è stata accusata di “eresia” da parte dei vertici giuridici e politici del regime islamico. In più casi, Ahmadinejad ha detto che, nella sua vita, è “stato uno dei più grandi favori di Dio poter conoscere Rahim Mashaei…Rahmin è come una pura fonte d’acqua. Uno dei motivi per cui mi piace è che quando ti siedi con lui e parli, non c’è distanza con lui, è come uno specchio trasparente, purtroppo molti non lo conoscono e lo giudicano…”; Cfr. “Alef”, 11 aprile 2010; Mashaei inoltre avrebbe apertamente dichiarato che l’era dell’Islam e dell’ “islamismo di stato” sarebbe finita e, al suo posto, starebbe prendendo piede l’era della “luce persiana”, dello spirito di Gesù e Zoroastro che soppianterà l’idolatria tecno-scientifica dell’Occidente; Cfr. “Alef”, 17 febbraio 2013 o “Alef” 11 novembre 2012. 

[10] Nel 1976 Mohammed Reza Shah celebrò i 2500 anni della Monarchia persiana in una città-tenda appositamente eretta fuori Persepoli, la capitale dell’antica Persia; al calendario in uso fu sovrapposto quello di Ciro, il Re “solare” della tradizione persiana.

[11]  Il khomeinismo, peraltro, fu una sorta di settarismo eterodosso che si impose, grazie al genio carismatico e profetico dell’imam Khomeini, nella storia contemporanea della Shia; per quanto il paragone sia chiaramente forzato e poco rispondente, l’impatto dello gnosticismo khomeinista nella storia del Vicino oriente potrebbe essere accostato a quello dell’ascetismo teocratico, calvinista puritano, del Cromwell nella storia politica occidentale.

[12] Cfr. N. Baheli,“In Iran è scontro tra Ahmadinejad e Khamenei”, in “Limes” 2010.
Vedi sulla vicenda quanto dichiarò Ahmadinejad il 29 settembre del 2010 al Museo nazionale di tehran:
A proposito del Cilindro di Ciro lasciate che vi racconti la storia: 2500 anni fa c’era dittatura in Iraq che imprigionava la gente, la mutilava, la torturava….La religione di questa gente è quella divina di Mosè. I discepoli di questa fede erano una minoranza e questa minoranza fu incarcerata dalla dittatura apostata. Erano sul punto di esser sterminati. Arrivo il nostro Re e rimpiazzò questa dittatura con un regime giusto. Il suo nome era Ciro. Lui era Persiano. Il popolo Oppresso di Babilonia richiedeva il suo aiuto. Gli dissero: predichi la Buona Religione e la Giustizia: vieni ad aiutarci allora. Il dittatore non si fa pregare. Interviene. Ciro ha liberato Babilonia, ha liberato la gente oppressa….Non ha torto un capello a nessuno, non ha fatto violenza. Che differenza con i liberatori inglesi! Che differenza con i satrapi delle democrazie occidentali europee! Noi Persiani, discendenti di Ciro, il Re dei Re, promulgammo allora la Dichiarazione dei veri Diritti Umani, non i diritti atei e nichilisti del falso uomo dell’Occidente odierno! Il Cilindro di Ciro è un incoraggiamento a lottare contro la Tenebra, l’Oppressione, il Nichilismo”.
[13] L’Onda Verde fu un movimento riformista di ispirazione effettivamente liberal-borghese, materialista ed occidentalista, ispirato dal partito “cinese” di Rafsanjani; Cfr. N. Baheli, “Rafsanjani ha perso il posto”, in “Limes” 2011; “Alef” 23 aprile 2010. 

[14] S. Shaidsaless, The rise of nationalist fervour in Iran, in “Middle East Eye”, 7/2016.

[15]Al riguardo, si consulti anche S. Beltrame, Mossadeq, Rubbettino 2009, pp. 149-175)

[16] Un teocraticismo che con una forzatura storica, può essere accostato a quello del Cromwell,

[17] https://www.youtube.com/watch?v=0AYHG8G3Dzw

[18] Vedi il discorso ufficiale del febbraio 2011http://tv.liberoquotidiano.it/video/libero-tv-copertina/1545134/ahmadinejad-contro-gheddafi.html

[19]  Vedi il discorso solenne di Ahamadinejad alla riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, svoltasi in Egitto nel febbraio 2013. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/9856045/Irans-Mahmoud-Ahmadinejad-urges-Syria-to-negotiate-with-opposition.html

[20] https://www.nytimes.com/2017/10/18/world/middleeast/iraq-kurds-kirkuk-iran.html

[21] “Iran e Israele sfruttano insieme l’oleodotto Eilat Ashkelon” 3.01.2018, in http://www.voltairenet.org/article199270.html

[22]  Renzo Guolo. La via dell’Imam. L’Iran da Khomeini e Ahmadinejad

[23] https://www.youtube.com/watch?v=RKaBayz0r2I





IRAN: LIBERTÀ PER AHMADINEJAD! di Campo Antimperialista

[ 8 gennaio 2018 ]

Ovviamente nessuno crede che la fiammata di proteste iniziate il 28 dicembre a Mashad e subito estesasi in diverse città del Paese — Qom, Rasht, Kerman, Kermanshah, Qazvin ed altri capoluoghi di provincia —, sia stata una  “cospirazione orchestrata dalla Cia, dai sionisti e dall’Arabia saudita”. Non ci credono, ovviamente, nemmeno le massime autorità della Repubblica Islamica dell’Iran, anche se questa è la loro versione ufficiale.
Ci credono tuttavia alcuni complottisti nostrani uno dei quali, facendo eco alla narrazione iraniana ufficiale, ha scritto ad esempio: 

«La ‘”rivoluzione colorata” iraniana – come avevo previsto – non è durata più di tre giorni; i provocatori e i teppisti sono stati identificati e isolati. Di chi si trattava? Dei soliti noti, dall’MKO ai servizi d’intelligence israeliani e sauditi, cellule ‘’dormienti’’ che da anni attentano alla sicurezza nazionale della Republica Islamica».

Nei tempi andati c’erano infatti i filosovietici, e all’altro lato i filocinesi, che giunsero a sostenere e giustificare le peggiori porcherie di Mosca o Pechino col motivo che si trattava di paesi socialisti. Oggi c’è chi ha sostituito la categoria di “paese socialista” con quella ancor più aleatoria di “stato antimperialista”. Nel nostro caso, si sostiene, l’Iran è uno “Stato antimperialista”. Per cui, chiunque sia al governo in Iran, esso sarebbe nel giusto e ogni opposizione, peggio ancora sommossa sociale, è di sicuro istigata e pilotata dagli imperialisti. Ci viene in mente quanto ebbe a dire Mao riferendosi ai filosovietici in seno al partito comunista cinese: “Per certi compagni le scoregge dei russi profumano”. No, le scoregge non profumano, tantomeno quelle che vengono da Tehran dopo l’ascesa al potere di Hassan Rohani e la defenestrazione di Ahmadinejad. 


Consigliamo così a questi complottisti di leggere quanto dichiarato dal partito comunista iraniano Tudeh:

«Contrariamente alle affermazioni di alcuni leader dei riformisti favorevoli al regime che tali proteste sono “cospirazioni”, crediamo profondamente che la maggior parte della gente della nostra nazione sia delusa e frustrata dagli slogan di coloro i cui unici obiettivi sono apportare lievi modifiche al regime attuale, e ora chiedono cambiamenti fondamentali nella governance del paese». 

Se fosse vero che le recenti proteste in Iran sono state fomentate da “Cia, Israele e Arabia Saudita”, come mai (notizia gravissima di ieri mattina) è stato arrestato, su ordine della Guida suprema Ali Khamenei l’ex-presidente della Repubblica islamica Mahmoud

Ahmadinejad? Forse che Ahmadinejad è diventato nel frattempo un agente di “Cia, Israele e Arabia Saudita”? Ovviamente nessuno crede a questa accusa, nemmeno quelli che lo hanno messo agli arresti. 

Delle due l’una: o la sollevazione è una recidiva della molto borghese “onda verde” del 2009 (infatti spalleggiata dai “riformisti” alla Rohani e che noi non sostenemmo, vedi QUI QUI), oppure è stata scatenata dall’ala più radicale, giustizialista e antimperialista del campo islamico-shiita.

Il dato di realtà è che la Republica Islamica dell’Iran, al netto della sua politica estera di potenza regionale — che non sempre è antiamericana, basta ricordare il semaforo verde dato all’aggressione del 2003 dell’Iraq di Saddam Hussein, e più indietro il sostegno, in combutta con Washington, allo squartamento della Iugoslavia — è un paese capitalista, con tutto il corollario di corruzione sistemica, diseguaglianze e discordie sociali che il capitalismo si porta appresso. E dove c’è il capitalismo, tanto più quello bazarista-predatorio persiano, c’è la lotta di classe. 
Le ciniche dichiarazioni americane e israeliane di sostegno alla sommossa — che il regime si vanta di aver sedato: una ventina di morti e centinaia di arresti — nulla tolgono al suo carattere di rivolta popolare. Legittima aggiungiamo, la cui scintilla sono state le recenti misure di tipo liberista adottate dal governo di Rohani: aumenti di alcuni generi di prima necessità, tagli ai sussidi sociali, nuove privatizzazioni di aziende pubbliche. Al fondo c’è l’indignazione contro un sistema che mentre conosce un aumento del Pil del 4-5% annuo registra non solo un’altissima disoccupazione ma conosce un aumento senza precedenti delle diseguaglianze sociali. Capitalismo di stato, così si definiva il sistema iraniano post-1979. E’ discutibile se questa definizione sia oggigiorno corretta.
L’arresto del “populista” Ahamadinejad in quanto principale figura dell’opposizione interna (figura detestata in alto quanto amata in basso) dimostra che la rivolta ha avuto un più profondo carattere politico.
Sulla natura politica della rivolta scrive il direttore dell’Institute of Global Studies:

«Molti piccoli episodi hanno contribuito a determinare la rabbia della popolazione, spingendola poi nelle strade e nelle piazze. Tre finanziarie private, ad esempio – la Samen Alhojaj, la Caspian Financials e la Aman Financial Institution – sono di fatto fallite nelle scorse settimane, e i risparmiatori chiedono oggi la restituzione delle somme investite, accusando il governo di collusione con i vertici delle istituzioni finanziarie. Tutte e tre le finanziarie offrivano ritorni sugli investimenti a dir poco esorbitanti, attraendo in tal modo migliaia di risparmiatori in quella che sembra delinearsi a tutti gli effetti come una truffa sul modello delle ben note “piramidi finanziarie”. Ciononostante, i risparmiatori truffati non accettano accuse di dabbenaggine e chiedono al contrario alle istituzioni pubbliche di far fronte ai debiti accumulati dalle finanziarie.

Nelle aree recentemente colpite dal terremoto la protesta prende invece corpo intorno alle migliaia di persone che hanno perso la propria abitazione in conseguenza del sisma, e che oggi accusano il governo e le società immobiliari che hanno realizzato gli immobili (alcune riconducili alla struttura economico-finanziaria della Sepah-e Pasdaran) non solo di inefficienza nei soccorsi, quanto soprattutto di frode nelle modalità di realizzazione degli immobili, rivelatisi non anti-sismici.

In buona parte delle città settentrionali interessate dalle proteste, invece, la popolazione ha soprattutto accusato il governo Rohani di inefficienza, corruzione e abbandono, dopo anni di promesse che non si sono mai concretizzate. È la disoccupazione il principale motore del malcontento, che soprattutto nelle città di provincia e nelle fasce giovanili raggiunge percentuali elevatissime, ormai difficilmente sostenibili. 

A questo si aggiunge il malcontento per la dilagante corruzione, per i numerosi scandali che interessano le èlite politiche ed economiche del paese, attraverso un susseguirsi di scandali che una stampa articolata ed eterogenea non manca di commentare e condannare, nel perenne dualismo tra le forze conservatrici e quelle di ispirazione pragmatico-riformista.

Ultimo, ma non certo meno rilevante, ad alimentare la protesta e il malcontento verso la gestione politica e amministrativa del presidente Rohani [la cui elezione noi non salutammo] possono essere individuati alcuni centri del sistema politico più conservatore. In questo ambito trovano quindi spazio sia figure dell’apparato politico-economico, interessate a screditare le politiche di apertura alla comunità internazionale e soprattutto il JCPOA, sia esponenti del sistema clericale come ad esempio l’Ayatollah Hossein Noori Hamedani, che ha prontamente sostenuto i manifestanti nell’ottica di indebolire il programma politico del presidente.

Attraverso questo meccanismo di propagazione, quindi, la protesta è arrivata ben presto nelle strade della capitale, interessando anche in questo contesto gruppi molto diversi tra loro per estrazione ed approccio ideologico. Le motivazioni che spingono quindi anche un numero non indifferente di abitanti di Tehran alla protesta sono essenzialmente connesse ad una vasta quanto eterogenea radice, genericamente riconducibile al generale malcontento per la crisi economica, la perdurante stasi del JCPOA [Joint Comprehensive Plan of Action, ovvero l’accordo sul nucleare del 2015, NdR] e la contestuale aspettativa sugli investimenti stranieri che non arrivano in Iran, la dilagante corruzione e una generale inquietudine sul piano della politica estera e soprattutto regionale».

Sì, come ogni sollevazione popolare spontanea, in essa confluiscono molti rivoli, generando una piena che convoglia istanze anche molto diverse. Se è risibile la tesi della “cospirazione Cia, sionisti e Arabia Saudita”, non è quindi credibile neanche quella che sarebbe stata una rivolta a comando ordita dalla confraternita di Ahamadinejad. Così, mentre abbiamo notizie di manifestanti che protestavano contro l’ingente impegno militare e finanziario dell’Iran nei conflitti in Medio Oriente (anzitutto in Siria) “mentre i poveri muoiono di fame”, altre ci indicano che in alcune città si gridava contro Rohani perché in cambio dei cedimenti agli Stati Uniti sul nucleare, avrebbe avuto in cambio solo un pugno di mosche — accordi del JCPOA che noi al tempo criticammo: vedi QUI QUI.


I media occidentali oltre ad aver tentato di sputtanare la rivolta come una recidiva della cosiddetta “onda verde” del 2009, tentano nuovamente ed in modo maldestro quanto

patetico di usare l’icona della “eroica” ragazza senza chador, per mettere il loro cappello sul malcontento popolare, facendola insomma passare per una rivolta filo-occidentale. Niente di più lontano dalla realtà.

Peggio, c’è chi, ubbidendo a primordiali impulsi sionisti e imperialisti, giunge addirittura, col pretesto di “non tradire gli iraniani”, a sostenere la politica bellicistica di Trump. Scrive ad esempio il direttore de LA STAMPA Maurizio Molinari

«Se tutto questo mette alla prova l’Occidente è perché quando nel giugno del 2009 l’Onda verde della protesta iraniana sfidò il regime, contestando i risultati della riconferma alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad, gli Stati Uniti e l’Europa si voltarono dall’altra parte. Moltitudini di iraniani credettero che l’Occidente li avrebbe ascoltati e sostenuti. Ricevettero invece solo un tradimento, morale e politico, il cui primo – ma non solo – responsabile fu il presidente americano Barack H. Obama che, anziché sostenere le loro grida di libertà, scrisse in segreto a Khamenei, offrendogli un dialogo che sei anni dopo avrebbe portato all’accordo di Vienna sul programma nucleare iraniano corredato dalla fine delle sanzioni con imbarazzanti dettagli segreti che solo ora iniziano ad affiorare: dalla spedizione con un aereo militare di un miliardo di dollari in contanti ai pasdaran al blocco delle indagini dell’Fbi sui traffici illeciti degli Hezbollah fino all’avvertimento a Teheran che il generale Suleimani rischiava di essere eliminato da Israele. Scegliendo il silenzio davanti alla repressione dell’Onda verde Obama indirizzò l’America, e trascinò l’Europa, verso l’appeasement con lo stesso regime che oggi gli iraniani tornano a contestare a viso aperto, rischiando le proprie vite. Da qui l’importanza della scelta dell’amministrazione Trump di schierarsi subito dalla parte dei manifestanti e l’interrogativo se la Casa Bianca riuscirà a far seguire alle parole i fatti. È un bivio che riguarda anche l’Europa: dopo le prime timide dichiarazioni da Berlino e Bruxelles ha l’occasione per invertire drasticamente la rotta rispetto agli errori compiuti con gli ayatollah negli ultimi otto anni!».

La solidarietà con i manifestanti persiani non ci impedisce di dichiarare sin d’ora che difenderemo la Repubblica Islamica dell’Iran davanti ad ogni aggressione americano-sionista. Di converso, questa minaccia reale, non ci spinge a sostenere un regime politico la cui politica antipopolare indebolisce il Paese rendendo quella minaccia ancor più temibile.

Libertà per Ahmadinejad!

Libertà per tutti i manifestanti arrestati!






LIBANO: COSA BOLLE IN PENTOLA di Campo Antimperialista

[ 5 novembre 2017 ]

Milleseicentonovanta. Questa la distanza in chilometri percorsa dal primo ministro di Beirut per andare ad annunciare le sue dimissioni a Ryad. Una cosa senza precedenti. Il secondo viaggio in cinque giorni nella terra dei Saud. Forse un po’ troppo per tenere nascosto il ruolo dei sauditi nell’ennesimo tentativo di destabilizzazione del Libano.

Sauditi che però non sono soli, basti considerare le crescenti minacce israeliane al confine, la discussione semi-pubblica nell’establishment sionista circa la decisione di un nuova invasione del Libano, la forte svolta anti-iraniana recentemente impressa alla politica americana da Trump. Non sempre due più due fa quattro, specie nella complessa geopolitica mediorientale, ma generalmente uno (Israele) più uno (Stati uniti) più uno (Arabia Saudita) fa tre, cioè guerra ad Hezbollah.
Ed è proprio Hezbollah nel mirino di Hariri junior, che ha giustificato la sua scelta con presunte minacce rivolte alla sua vita. Il passaggio cruciale di un discorso dai pesanti toni anti-iraniani è in questa testuale minaccia: «il braccio dell’Iran nella regione sarà tagliato». Ovvio il riferimento ad Hezbollah. Peccato che proprio l’organizzazione sciita abbia tessuto la tela che portò, giusto un anno fa, alla fine della lunghissima crisi politica libanese, con l’elezione del cristiano maronita Michel Aoun alla presidenza della repubblica.
Adesso la scelta saudita di destabilizzare di nuovo il Libano attraverso il burattino Hariri. Sbaglieremmo a pensare ad una mera vicenda interna alla pur complicata politica libanese. Qui è in ballo qualcosa di più. Mentre il tentativo americano – via curdi iracheni e siriani – di interrompere il corridoio iraniano verso il Mediterraneo sta fallendo (vedi la ritirata curda in Iraq), si tenterà ora la carta libanese. Il che significa, di necessità, un nuovo e più potente attacco (rispetto a quello sostanzialmente respinto nel 2006) ad Hezbollah.
Non possiamo ovviamente sapere come e quando si svolgerà questa azione, ma senza dubbio la mossa di Hariri serve a preparare il terreno, riaccendendo le tensioni confessionali nel Paese dei cedri. Una mossa che va di pari passo alle nuove sanzioni americane contro il movimento sciita ed alla richiesta di Trump all’Europa di inserirlo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Tutti tasselli di una strategia applaudita a Tel Aviv.
Questa ennesima ingerenza saudita negli affari interni del Libano – Paese che fra l’altro ospita attualmente un milione di profughi siriani – è dunque una vera e propria dichiarazione di guerra ad Hezbollah ed al Libano intero. Come ha detto il presidente (cristiano-maronita) Michel Aoun, denunciando la politica saudita: 

«il movimento sciita è una risorsa militare difensiva per tutta la popolazione… e rappresenta la forza dell’unità nazionale contro la minaccia jihadista e la politica aggressiva e colonialista israeliana».

Del resto – aggiungiamo noi – chi difese eroicamente il Libano durante l’aggressione israeliana del 2006 se non Hezbollah?