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LA TEMPESTA? DOPO LE EUROPEE di Piemme

[ 1 marzo 2019 ]

L’Inquisizione era lo strumento con cui la Chiesa cattolica, mediante un apposito tribunale, indagava per scovare e quindi sottoporre a giudizio chi fosse colpevole di seguire teorie eretiche, cioè considerate nemiche dell’ortodossia, cattolica appunto. Tre le pene il supplizio per ottenere l’abiura, in caso contrario la condanna a morte.

Mercoledì la Commissione europea di Moscovici e Dombrovskis ha lanciato un “severo ammonimento” al governo giallo-verde perché la sua politica economica non è “ortodossa”, leggi: perché non è in sintonia con i dettami liberisti.

Siamo in recessione, anche la “locomotiva tedesca” è in affanno, avverte la Commissione, quindi gli italiani devono stringere ancor più la cinghia… altrimenti debito pubblico e deficit andranno fuori controllo.

Tecnicamente Bruxelles chiede una politica pro ciclica: c’è recessione? Si adottino ulteriore “riforme”, ovvero misure recessive. Politicamente il tribunale di Bruxelles chiede al governo giallo-verde l’abiura. Altrimenti… Altrimenti saranno guai.

Il “monito” in questione, subito spalleggiato dal Quirinale e dalla sua corte dei miracoli (anzitutto Pd e berluscones), è un avviso: ove Roma non invertisse la rotta, l’eurocrazia scatenerà, in combutta coi “mercati” l’offensiva frontale. Quando? Dopo le elezioni europee, quando il governo già dovrà mettere mano al Def e poi alla legge di bilancio 2020. Ogni riferimento all’offensiva dell’estate 2011 (lettera della Bce del 5 agosto) che si concluse con la caduta del governo Berlusconi, non è per niente casuale.

Se “Anche la locomotiva tedesca è in affanno”, per l’Italia saranno dolori, dicono gli inquisitori. Oltre all’abiura cosa in verità chiedono lorsignori? Chiedono di andare avanti con l’austerità, con nuove misure deflattive e un’economia export oriented. Sulla loro scia i servi italiani della Santa e Liberista Inquisizione sbraitano che se siamo in recessione la colpa è del governo. Sanno bene che è ridicolo, che la recessione aha cause globali, ma essi, non avendo argomenti, si attengono alla massima di Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Detto fuori metafora, essi insistono che si segua la terapia tedesca.

Agli inquisitori ed ai loro sicofanti italiani ha risposto ieri in modo impeccabile Alberto Bagnai:

«Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l’avevamo prevista: perché c’è un rallentamento dell’economia mondiale, e perché l’esposizione dell’economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l’impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l’accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c’è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive. Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi».

Ci manca e non poco il Bagnai che fu, tanto più nell’imminenza della tempesta che si abbatterà sull’Italia e sul governo giallo-verde.

Nb

Come sanno i nostri lettori non abbiamo cambiato e non cambiamo la nostra posizione di “sostegno critico” a questo governo. A ben leggere il “monito” di Bruxelles esso indica che la “tregua” sancita col compromesso della Legge di bilancio era solo un modo per prendere tempo e rimandare lo scontro. E questo ci sarà nei prossimi mesi. Chi ha sale in zucca si augura che il governo giallo-verde non capitoli, né cada adesso per questioni secondarie o per liti interne. Ma non tutte le liti sono inerenti all’agenda del governo sono tuttavia quisquilie: non lo è ad esempio il “regionalismo differenziato”, che è infatti gradito non poco all’eurocrazia. Qui Matteo Salvini si gioca molto della sua credibilità politica: prima il Nord o prima l’Italia?


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PARADOSSI di Leonardo Mazzei

[ 26 dicembre 2018 ]

Paradossi. Paradossi interessanti. 


A lorsignori la manovra prima versione proprio non piaceva: conti a loro avviso disastrati, scontro con l’Europa, procedura d’infrazione, spread, spread, spread a volontà. Ma non gli piace neppure la seconda, di versione. Eppure lo scontro con l’Europa è rinviato, la procedura d’infrazione non ci sarà, sui conti c’è il compromesso e lo spread si è calmato.

Dovrebbero esser felici, e invece no. Ora, neppure noi siam contenti, ma perlomeno spieghiamo il perché. E lo facciamo in coerenza con la nostra visione sull’Unione europea (da cui liberarsi) e sugli interessi del popolo lavoratore (da rimettere al centro della scena). Lorsignori invece strepitano. Più precisamente, continuano a strepitare, esattamente come fanno da sette mesi.

Formalmente Pd e Forza Italia hanno ragione a denunciare l’umiliazione del parlamento. Sostanzialmente hanno però torto marcio. Chi è infatti il primo colpevole di quanto accaduto, se non la canea reazionaria che hanno scatenato insieme ai loro pari di ogni ordine e grado?

Vogliamo far l’elenco? Confindustria, potentati economici all’unisono, media sistemici h24, partiti di opposizione e sindacati di regime, senza dimenticarci alcuni battitori “liberi” alla Boeri, alla Visco, alla Cottarelli. Tutti sotto le ali quirinalizie a giocare per i nemici del Paese, annunciando il peggiore dei disastri se si fosse disobbedito a Bruxelles. Ora che con Bruxelles c’è l’accordo la musica non cambia. «Questa manovra è una follia. Ci farà sbattere», dice ad esempio il Calenda, usando le stesse parole adoperate tre mesi fa.

Tutto ciò sarebbe comprensibile ove si dicesse che la manovra non è cambiata, quantomeno non a sufficienza, riconoscendo che in qualche modo Reddito di cittadinanza e “Quota 100” restano. Ma essi dicono l’esatto contrario. Si mettono addirittura a fare i “sovranisti”, affermando che la Legge di Bilancio è stata scritta da Bruxelles…

Abbiamo dunque almeno tre paradossi.

Il primo paradosso è che i massimi lacchè dell’oligarchia eurista, quelli del “ce lo chiede l’Europa”, ammettono (sia pure a fini polemici ad uso interno) che un problema con Bruxelles esiste. Ed è un problema — udite, udite! — di sovranità. Ma come, non era questo un termine ed un concetto bandito, impronunciabile, comunque disdicevole, roba da barbare bocche populiste?

Il secondo paradosso è che essi non ci dicono se il governo Conte ha ceduto troppo o troppo poco. Se fosse troppo allora darebbero ragione a noi, che questa trattativa non l’abbiam mai vista bene, con ciò ammettendo che la versione numero uno della manovra era migliore, rimangiandosi in questo modo tre mesi di gazzarra. Se fosse troppo poco dovrebbero allora chiedere più sacrifici, più tasse e più tagli, con ciò ingraziandosi un natalizio calcio nel sedere anche da una parte di quella minoranza che stoicamente continua a votarli.

Il terzo paradosso è che se giudicano disastroso il compromesso con la Commissione, essi danno sì un giudizio negativo sull’italico governo, ma pure sui sempre (a lor giudizio) commendevoli killers che quella Cupola eurista compongono. Ai quali non si dedica invece mezzo grammo di critica. Eppure la tregua — con quella “folle manovra che ci farà sbattere”, per usare la calendiana prosa — è con loro che è stata sottoscritta.

Come si vede, stando alla logica, tante cose non tornano. Ma non siamo formalisti e sappiamo bene che invece tutto torna. Esattamente come quelle europee, le élite nostrane sono ancora forti, ma ciò non sminuisce affatto il loro stato confusionale. Esse pensano che tutto faccia brodo pur di combattere i barbari populisti, che sanno di non aver ancora normalizzato. E, disponendo dei mezzi che hanno, cercano allora di imbrogliare le carte. Un tempo gli sarebbe stato più che sufficiente per prevalere, oggi la partita è ben più aperta: lorsignori lo intuiscono, ed è per questo che perdono facilmente la testa.



LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





LA RAGIONE DEL LORO FURORE di Piemme

[ 24 dicembre 2018 ]
Tranne le due forze politiche “populiste” al governo tutti, ma proprio tutti, addosso alla Legge di bilancio. La confindustria e i sindacati, il Pd e Forza Italia, l’estrema sinistra e l’estrema destra, frattaglie pseudo-sovraniste comprese. 

Non si era mai vista nella storia d’Italia una sinfonia politica in cui tutti gli orchestrali eseguissero lo stesso spartito.
Quale sia questo spartito lo indica Mario Monti, sì proprio lui, pensate un po’, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri:

«Il governo sovranista non solo non ha fatto nessuna breccia sul “muro di Bruxelles”, ma ha fatto evaporare una parte della sovranità nazionale in perdita di prestigio del Paese e del governo. La “manovra del popolo” si sta ritorcendo contro il popolo».

Ahinoi anche Stefano Fassina ha deciso di partecipare alla gara a chi la spara più grossa:

«La manovra partita come espansiva, in una fase di rallentamento dell’economia europea diventa restrittiva, anzi insostenibile a causa della correzione prevista per il 2020-21. (…) In sintesi, tra le promesse di bandiera e la resa al Fiscal Compact è venuta fuori una manovra Frankenstein».

A prima vista qualcosa non torna. Vero che la versione finale della Legge di Bilancio sia un arretramento rispetto a quella inizialmente proposta ma che essa costituisca una “capitolazione a Bruxelles”, che sia addirittura una “manovra recessiva e Frankenstein”, questo è davvero incredibile. Che occorresse molto di più è certo. Piccolo particolare che anche i sassi han capito: per ottenerlo sarebbe stato necessario uscire dall’Unione europea. Quell’uscita che proprio i detrattori del governo deprecano e quindi, solo per questo, le loro invettive sono truffaldine.

Come spiegare il mistero di una simile strampalata sinfonia a cui pare che solo Programma 101 si sia sottratto? Azzardo un’ipotesi. Ognuno ha i suoi specifici motivi per deplorare la Legge di bilancio, e quelli di Fassina non sono certo gli stessi di Monti, ma c’è un fattore che li unisce tutti: sono ancora tutti frastornati dalla botta tremenda che hanno preso il 4 marzo. I “populisti” hanno vinto e tutti gli altri, ma proprio tutti, non solo hanno perso, e non riescono a farsene una ragione.

Tutti costoro (ma proprio tutti) non vogliono capire che il “momento Polanyi” si manifesta oggi nel “momento populista” con il decisivo particolare che l’Italia è il laboratorio decisivo di questo passaggio. 

Lo dico in parole povere: chi scompostamente impreca contro questo governo si rifiuta di prendere atto che stiamo entrando in un nuovo periodo storico, segnato, tra le altre cose, dall’avanzata dei “populismi”e dal tramonto delle tradizionali formazioni politiche e relativi ceti sacerdotali. In parole ancora più povere questi sacerdoti, provengano essi da sinistra o da destra, incapaci di stare in sintonia con le larghe masse popolari, sono destinati a morire, malgrado, come ogni organismo lottino fino all’ultimo spasmo per sopravvivere.

Di qui il loro furore.
LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





LO SCONTRO DECISIVO È SOLO RIMANDATO Comunicato n. 17 di P101

[ 23 dicembre 2018 ]
Comunicato n. 17 del Comitato centrale di Programma 101
Lo scontro decisivo è solo rimandato

1. Un compromesso compromettente

I prossimi mesi ci diranno se l’accordo tra il governo italiano e la Commissione Ue passerà alla storia come primo passo di un ripiegamento definitivo del governo gialloverde o, come riteniamo più probabile, preludio di una partita ancor più dura. Come ogni compromesso entrambi i contraenti hanno dovuto recedere dalle loro posizioni iniziali. Mentre la Commissione ha dovuto digerire una consistente redistribuzione del reddito a favore del popolo lavoratore e dei giovani (Reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime e Quota 100 sulla Fornero), il governo italiano, in cambio, ha dovuto rivedere al ribasso i saldi di bilancio, tagliare gli investimenti pubblici previsti, accettare infine minacciose condizionalità (aumento dell’Iva). Dal punto di vista politico, contrariamente a quanto gridato per mesi, il governo ha permesso una nuova lesione del principio della sovranità nazionale.

2. L’Italia nel mirino di Bruxelles

La volontà punitiva nei confronti del nostro Paese è risultata chiara a tutti. Un modesto deficit del 2,4% (il quarto più basso degli ultimi quarant’anni!) è stato preso a pretesto per sviluppare una vera e propria campagna terroristica sul debito italiano. La minaccia di arrivare alle sanzioni contro l’Italia, mentre nessuno ha eccepito sul deficit francese destinato a salire oltre il 3%, ha mostrato la natura politica delle scelte di Bruxelles, la sua determinazione a umiliare il “governo populista”. Come avevamo ampiamente previsto, l’arma decisiva del blocco eurista è stato lo spread, mentre gli esecutori materiali del diktat Ue sono stati gli avvoltoi che hanno in mano i mercati finanziari internazionali.

3. Il mostro eurista, ferito ma feroce

Il punto è che il mostro eurista è sì ferito, ma ancora forte. Le difficoltà egli eurocrati sono evidenti: tracollo dei consensi per Merkel e Macron, con quest’ultimo costretto a significative concessioni al movimento dei Gilet gialli; il grande pasticcio della Brexit; la prevedibile crisi politica in Spagna; la fratturazione sempre più manifesta dell’Ue (più precisamente dell’asse Berlino-Parigi) verso nord, est e sud, e ad ovest. In mezzo a queste rovine, proprio perché ferita, alla Commissionenon restava, che fare retromarcia consegnando tempo prezioso al governo giallo-verde.

4. Arretramento, non resa

La gestione della ritirata (che c’è da sperare sia solo tattica) da parte del governo è stata pasticciata e dilettantesca. E’ tuttavia sbagliato ogni paragone con la capitolazione di Tsipras nel 2015. Mentre allora la Grecia sottoscrisse un nuovo piano di austerità, consegnandosi alla Troika e massacrando il popolo ellenico, da noi, con misure parziali ma pur sempre vitali per milioni di cittadini (“Quota 100” e “Reddito di cittadinanza” entreranno comunque in vigore nel 2019), i diktat della Commissione, che ne chiedeva l’azzeramento, sono stati respinti. Non è la svolta attesa, ma potrebbe essere il punto di aggancio, nel prossimo periodo, ove i tecnocrati tornassero all’attacco, di un movimento popolare sul modello di quello francese dei Gilet gialli.

5. Non si esce dall’austerità con una moneta straniera come l’euro

La verità è che non può esserci una vera svolta, realizzare i diritti che il popolo esige, anzitutto quello al lavoro e ad un reddito dignitoso, senza riconquistare la sovranità politica e monetaria, senza rompere col “vincolo esterno” ed il blocco euro-liberista con i suoi addentellati nazionali . Le vicende di questo tormentato autunno 2018 sono lì a dimostrarcelo ancora una volta. Programma 101non si è mai unito, né si unisce adesso, al coro dei sovranisti del “tutto e subito”, ma non si va alla guerra contro il nemico eurista senza essere pronti a tutti gli atti conseguenti che questo comporta. Dalla gabbia eurista non si uscirà né con l’attendismo né con i tatticismi esasperati, ma solo con una chiara visione strategica, con una volontà di ferro, con la capacità di spiegare al popolo i termini della questione, con la costruzione di un blocco compatto e pronto alla lotta, con uno spirito costituzionale e rifondativo tipo Cln.

6. L’inadeguatezza di Salvini e Di Maio alla prova dei fatti

Alla prova dei fatti i due vice-premier, e veri leader della maggioranza di governo, si sono dimostrati inadeguati. Dilettantismo, mancanza di coraggio, assenza di visione strategica, ricerca di un accordicchio pur di arrivare alle europee. Per sostenere lo scontro con l’Ue si sarebbe dovuto parlare il linguaggio della verità, non delle illusioni secondo cui alla fine tutto sarebbe andato bene. E su quella base si sarebbe dovuta costruire compattezza e mobilitazione. E’ evidente che l’accordo con l’Ue è stato siglato per prendere tempo, con la convinzione di ritrovarsi con un quadro più favorevole dopo il voto di maggio. E’ questa, secondo noi, una pericolosa illusione. Non sta scritto da nessuna parte che il blocco dei partiti europeisti subisca una sconfitta davvero decisiva. Certo, PPE e PSE arretreranno, ma altri raggruppamenti sistemici (i liberali, i verdi…) potrebbero compensare quel calo. Ma quel che è ancora più evidente è che la probabile affermazione delle forze “sovraniste” di destra in vari paesi, tra i quali la Germania, ben lungi dal “riformare” l’Ue, finirebbe soltanto per rendere ancora più aggressivo il nocciolo duro filo-tedesco sul quale l’Unione, sia pur malamente, si regge. E le cose per l’Italia non migliorerebbero di certo.  

7. Opposizioni e sinistra sinistrata farebbero meglio a tacere

Se il giudizio sul governo ha da essere severo, durissimo dev’essere quello sulle opposizioni parlamentare e confindustriale. Forze massimamente responsabili del disastro degli ultimi 10 anni  e della sottomissione nazionale gridano alla “sovranità calpestata” e ad un parlamento svuotato delle sue funzioni. Da questo pulpito non è accettabile nessuna predica. Sono state proprio queste forze (Pd e Forza Italia in primo luogo) a condurre l’Italia laddove si trova. Loro la piena accettazione delle politiche austeritarie, la propaganda dell’Europa come il bene supremo, loro la sottoscrizione del Fiscal compact e l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione.  Fortunatamente gli italiani non sono stupidi, e si ricorderanno a lungo di figuri come Renzi e Berlusconi. Ma se Pd e Forza Italia farebbero bene a tacere, tante ragioni di riflessione ci sarebbero anche per chi a sinistra continua ad immaginare la riformabilitàdell’Unione europea. Se ne facciano una ragione: questo mostro non è riformabile, o se ne esce o si rimane nella gabbia disegnata dal neoliberismo subendone tutte le conseguenze del caso. Ed è grave che anche il governo giallo-verde abbia fatto suo il racconto ingannevole di… “un’altra Europa”.

8. Il governo tripartito alla resa dei conti

Fin dal giugno scorso abbiamo parlato di un governo tripartito. L’esecutivo Conte nacque infatti come compromesso tra M5S e Lega da un lato, Mattarella e le forze sistemiche che egli rappresenta dall’altro. La presenza di Tria e Moavero Milanesi è proprio lì a rappresentare, in due ministeri strategici, il peso della Quinta Colonna che i poteri sistemici allineati a Bruxelles hanno piazzato nel cuore del governo gialloverde. Questo terzo partito, che nessuno ha votato, esce sostanzialmente vincitore dalla trattativa con la Commissione europea. Di Maio e Salvini ne escono invece malconci. L’instabile equilibrio di questo strano tripartito è ora destinato a rompersi. Non sappiamo se una crisi formale si aprirà già nelle prossime settimane o se si arriverà alle elezioni europee di maggio, ma in ogni caso esso è destinato a saltare. Che questo avvenga per una rottura tra M5S e Lega, piuttosto che, come auspichiamo, attraverso una resa dei conti di questi due partiti con la Quinta Colonna mattarelliana è tutto da vedersi e tutt’altro che secondario.

9. Italia “osservato speciale” sotto speciali “clausole di salvaguardia”

Da giugno l’Italia è un “osservato speciale” agli occhi dell’oligarchia eurista. Resta e viene anzi resa più pesante la minaccia della Commissionedi far scattare, l’anno prossimo, le famigerate “clausole di salvaguardia” — nel biennio 2020-21 l’IVA ordinaria dovrebbe aumentare dal 22 al 26,5%, quella ridotta dal 10 al 13%; il tutto per un incremento del gettito pari a 23 miliardi nel 2020, 29 miliardi nel 2021 — altrimenti si riaprirà  il “dossier sanzioni”. Potrebbe così accadere che quando i venti di una recessione globale inizieranno a spirare più forte, quando cioè ancor più necessarie sarebbero politiche espansive, l’Unione europea chiederà all’Italia politiche economiche di lacrime e sangue che affonderanno il nostro Paese, col rischio di obbligarlo, ad accettare “l’aiuto” della Ue e della Bce, ovvero di cadere in regime di protettorato. Che il governo giallo-verde, ammesso che si ancora in carica, accetterà questo crimine sociale è infatti improbabile. Lo scontro è quindi destinato a continuare.

10. Le lezioni di questi mesi

Tante sono le lezioni che ci vengono consegnate dalle vicende di questi mesi. La più importante, quella fondamentale, è quindi che l’Unione europea non è in alcun modo riformabile. Lo sosteniamo da sempre, ma stavolta milioni di persone lo hanno potuto toccare con mano. E, proprio in virtù di ciò, tanti di questi tenderanno ad una certa benevolenza verso il governo, visto come il “male minore” rispetto all’arroganza europea. Tutto questo è comprensibile, ma così com’è da tempo intollerabile ed intellettualmente disonesta l’idea di “un’altra Europa” —sia nella versione soft sostenuta dalle nostrane èlite, sia in quella più radicale (e dunque ancora più utopistica) albergante a sinistra —, altrettanto inaccettabile e intellettualmente disonesta l’idea di una “riforma” che scaturirebbe per via elettorale tra 5 mesi. La verità è che l’Unione europea è così, perché è nata per essere così. Nessuna vera riforma è dunque possibile. Se si vuol uscire da questa gabbia, se ne prenda atto e si agisca di conseguenza.

11. Il passo avanti che la Sinistra Patriottica non può rimandare

Siccome i nemici principali da battere per  guadagnare la sovranità nazionale e popolare restano l’Unione europea ed  il fronte euro-liberista, malgrado l’arretramento sancito con la Legge di bilancio, noi riconfermiamo la nostra posizione di appoggio tattico e critico al governo giallo-verde, e ribadiamo come  imprescindibile costruire una forte e indipendente Sinistra Patriottica.

Con i suoi chiaro-scuri l’arretramento del governo gialloverde ci consegna un quadro più difficile rispetto a quello di qualche mese fa. Al tempo stesso, però, esso non può essere che di stimolo alla costruzione di un soggetto politico della Sinistra Patriottica. Pur al minimo dei consensi, il blocco eurista rimane il nemico principale da vincere. Esso tuttavia potrà essere sconfitto, fino alla liberazione del Paese dalla dittatura eurocratica, se alla spinta populista espressa nelle urne si saprà dare una visione, una linea, una strategia ed una tattica. Il tutto nella prospettiva dell’attivizzazione delle masse, di una sollevazione popolare che dovrà dare la definitiva spallata al mostro eurista. Sta qui il salto che la Sinistra Patriottica deve compiere. Far scendere in campo un soggetto adeguato alla portata dello scontro può sembrare un’impresa più che ardua, lo è ma non è impossibile. Noi non pensiamo, peraltro, che la sinistra patriottica e socialista possa essere autosufficiente in uno scontro che si giocherà in un lasso di tempo prevedibilmente non lungo. Pensiamo però che essa sia indispensabile, componente essenziale e più avanzata di quel Comitato di liberazione nazionale che riteniamo dovrà nascere al momento dello scontro decisivo. Con le sue modeste forze, è a questo progetto che Programma 101 lavora da sempre. E’ questo progetto che nei prossimi mesi dovrà iniziare a farsi cosa concreta.

 
Comitato centrale di P101
Roma, 22 dicembre 2018

 

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE
 



“NOI STIAMO RESISTENDO” di Alberto Bagnai

[ 22 dicembre 2018 ]

Tra schiamazzi e accuse d’ogni tipo (poche vere molte false), procede il processo al governo ed alla Legge di bilancio (con tanto di inquisitori improbabili, giudici corrotti e parti civili d’ogni colore), ci pare doveroso dare la parola all’imputato.

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





IL FUOCO, LE FIAMME E NOI di Sandokan

[ 21 dicembre 2018 ]

Un vero e proprio diluvio.
La Legge di bilancio che il Parlamento si trova ad approvare in fretta e furia pena l’Esercizio provvisorio è sottoposta al bombardamento a tappeto da parte dei suoi nemici.   
“Alla faccia del sovranismo, è una manovra dettata da Bruxelles, sono sovranisti senza sovranità”. Testuale.
A muovere simili accuse non sono i sovranisti duri e puri, no, sono Renzi e Berlusconi e, con loro, tutto il codazzo dei partiti, dei media di regime, delle succursali sociali della Confindustria, ovvero del blocco sociale e politico dei seguaci che hanno sempre difeso il “vincolo esterno” e la gabbia dell’euro. 
Dallo psicodramma siamo passati al teatro dell’assurdo.*
Su Libero di oggi il titolo dell’editoriale di Vittorio Feltri è apocalittico: “Il governo più incapace dei secoli. Combattono la Fornero ma fanno peggio di lei”.
L’obbiettivo del bombardamento è esplicito: annientare l’intelligenza dei cittadini affinché voltino le spalle al governo per spingerli a tornare all’ovile.
Ecco quindi che, commissionati ad arte, escono i primi sondaggi.
Risultati molto deludenti per lorsignori: i consensi al governo giallo-verde calano, ma scendono ancor di più quelli ai vecchi partiti di regime.
Gli italiani non abboccano e non abboccheranno.
Lo faceva notare ieri un altro Feltri, Mattia per la precisione, quello che cura la rubrichetta Buongiorno su LA STAMPA.

«Badate che è un capolavoro. Un formidabile atto di miopia politica che, all’unanimità, riconsegna alla Ue il ruolo di padrone col randello, ma non riconsegnerà alla minoranza il ruolo di maggioranza. Con questi sistemi se lo scordino. Per curiosità vadano a vedersi i commenti al tweet in cui Matteo Salvini si compiace del compromesso: non c’è mica rivoteremo Berlusconi e rivoteremo Renzi, c’è scritto non vi voteremo più, voteremo Casa Pound, c’è scritto scenderemo in piazza, ci prenderemo i nostri diritti. Dopo questo governo, con questa opposizione, ci sono il fuoco e le fiamme».

Penso sia una giusta previsione. Che poi il liberale Mattia Feltri agiti lo spauracchio di Casa Pound, ci sta. Egli fa il proprio mestiere. E’ la sinistra patriottica che deve interrogarsi sulla sua funzione. Se è vero, e penso sia vero, che “Dopo questo governo ci sono il fuoco e le fiamme” — presto viste le ferree clausole austeritarie che scatteranno per l’anno prossimo — sarà essa in grado di giocare un ruolo? Starà ai margini o parteciperà come protagonista alla prossima rivolta popolare?

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


* Le caratteristiche peculiari del teatro dell’assurdo sono il deliberato abbandono di un costrutto drammaturgico razionale e il rifiuto del linguaggio logico-consequenziale. La struttura tradizionale (trama di eventi, concatenazione, scioglimento) viene rigettata e sostituita da un’alogica successione di eventi, legati fra loro da una labile ed effimera traccia (uno stato d’animo o un’emozione), apparentemente senza alcun significato. Il teatro dell’assurdo si caratterizza per dialoghi senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i personaggi.




IL PASTICCIACCIO di Piemme

[ 19 dicembre 2018 ]

E’ fatta dunque. Dopo uno psicodramma durato tre mesi  governo giallo-verde e Commissione europea hanno trovato l’accordo.

Grazie al passo indietro del governo — 10 miliardi in meno di spesa in deficit, col che si accetta di procedere nella diminuizione del debito pubblico — la Commissione evita di avviare la famigerata “procedura d’infrazione”.

Entrambi i duellanti possono così cantare vittoria: il governo per aver difeso le due misure totemiche (reddito di cittadinanza e riforma della Fornero), la Commissione per aver ottenuto da Roma una maldestra accettazione delle “regole”.

E’ vero quel che Conte ha ribadito oggi in Parlamento, che il governo, avendo difeso le due misure totemiche del cosiddetto Reddito di cittadinanza e della riforma della Fornero “non ha ceduto sui contenuti”, ma è altrettanto vero che al momento esse restano promesse in quanto non ci sono le relative leggi e, più importante ancora, i suoi decreti attuativi. Per questo Bruxelles ha legato il suo lasciapassare ad una serie pesante di “condizionalità”, come a voler dire, “la pistola ce l’avete sempre puntata alla tempia e come sgarrate partirà il colpo delle sanzioni”.

Quale giudizio dare dunque? La risposta è duplice, va data sui due piani, quello del contenuto e quello del metodo.

Su quello del contenuto è stata sventata una Legge di bilancio austeritaria e rigorista come esigeva la Commissione. E questo è il bicchiere quasi mezzo pieno. 

Sul piano del metodo (che in politica conta!) le cose vanno peggio che il bicchiere è più che mezzo vuoto. La compagine governativa (Salvini compreso) ha mostrato un dilettantismo imbarazzante e compiuto errori smisurati. Prima si è partiti lancia in resta contro Bruxelles dicendo che il deficit al 2,4% era la “linea del Piave”, poi si è finiti nella buffonata del… 2,04; ovvero piegandosi davanti alla minaccia delle sanzioni, riconfermando che le politiche economiche e di bilancio debbono essere scritte con gli eurocrati, dando così plastica conferma che l’Italia non è un paese sovrano poiché tenuto a rispettare il “vincolo esterno”. In secondo luogo, pur avendo promesso di fare fuoco e fiamme, quelli del governo hanno fallito proprio sul piano della comunicazione politica, non avendo mai spiegato seriamente ai cittadini come funzionino i meccanismi proditori su cui si regge l’Unione, né tantomeno li hanno chiamati alla mobilitazione. Per restare al metodo, l’essersi impaludati in una trattativa che a tratti è sembrata grottesca, ha causato quel che è sotto gli occhi di tutti: che il Parlamento, oggi come prima, nulla conta ed è solo un passacarte di un esecutivo che a sua volta è vettore di indirizzi sovraordinati.
Armi letali in mano ad un’opposizione che pure è alla canna del gas…

Escono malconci da questo psicodramma i due principali protagonisti politici, Di Maio e Salvini, la cui reputazione politica risulta fortemente lesionata. Della loro iniziale baldanza (sorvoliamo sulla sua reiterata ostentazione) non resta adesso che l’ombra: entrambi hanno dovuto subire la regia di Mattarella, che alla fine l’ha spuntata grazie ai suoi scagnozzi nel governo e, sembra, anche a causa dell’abdicazione dello stesso Paolo Savona.
Ci sono tanti tipi di populismo, quello dei due è un populismo sciancato, parolaio. Dietro alla maschera leonina si celano due cani che abbiano ma non mordono.

La morale della favola è che con questi due condottieri il popolo italiano non andrà lontano.

Ps

Che il bicchiere sia quasi mezzo pieno è considerato niente ai “sovranisti senza sé e senza ma”. Non parliamo di certa sinistra sinistrata e autistica che in questi mesi, urlando che il governo doveva essere rovesciato, ha agito come truppa di complemento dell’élite neoliberista. Lasciamoli sbraitare. Ognuno comprende che per i tanti cittadini che hanno pagato a caro prezzo le politiche austeritarie degli ultimi venti anni, per quanto non sia la profonda svolta attesa e promessa, qualcosa si porta a casa. 
E’ in sintonia con questo popolo che si deve stare, per aiutarlo a capire che nulla potrà davvero cambiare se esso, come accade in Francia, non irrompe sulla scena. Ora è vero che quel che vien fuori è che l’Unione europea è un nemico duro da vincere, ma è altrettanto vero che milioni hanno capito che essa è irriformabile. 
E’ su questa consapevolezza generale che si dovrà fare leva nel prossimo periodo.

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE










ROMPETE LA TRATTATIVA! di Piemme

[ 14 dicembre 2018 ]

Per una volta si potrebbe dar ragione a Carlo Cottarelli. Riguardo all’esito della grottesca “trattativa ad oltranza” in corso a Bruxelles egli scrive su LA STAMPA di oggi:

«Meglio non scommettere ma, se dovessi farlo, punterei sul rinvio del giudizio: la Commissione non proporrà l’inizio di una procedura di penalizzazione per l’Italia, rinviando a primavera la valutazione finale».

Non credo tuttavia, fosse giusta l’analogia della partita di scacchi che stabilivo ieri riguardo al braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, che questa si possa concludere in uno stallo, in un pari. Certo, dopo questa partita ne comincerà un’altra, ma per come si stanno mettendo le cose essa rischia di concludersi con una cocente sconfitta di Di Maio e Salvini.

Sotto l’attacco di Bruxelles i due ragazzi, dopo avere detto che il 2,4% era una soglia invalicabile, hanno fatto retromarcia accettando il 2,04%, contestualmente dicendo ai quattro venti che malgrado ciò le loro misure bandiera sarebbero state applicate come promesso. Invece, dopo che la Commissione ha detto che quella parziale retromarcia non era abbastanza, il negoziato continua. La possibilità che il deficit venga portato, come esige la Commissione, sotto il 2%, sembra a questo punto l’esito più probabile. 

I conti della serva sono infatti presto fatti: nelle condizioni di uno Stato che per finanziare la spesa pubblica deve fare la questua sui mercati, rispettando quindi una soglia del 2%, mancheranno i quattrini sia per “smontare” la Fornero sia per un “reddito di cittadinanza” alla larga platea delle famiglie che stanno sotto la soglia di povertà. Morale: avremmo una Legge di bilancio del tutto snaturata o, detto altrimenti, che non invertirà la spirale austeritaria. Tutto il contrario di quello che ci sarebbe bisogno, a maggior ragione se si entrasse in recessione nel corso del 2019. 

A meno che….

A meno che Di Maio e Salvini non impongano a Tria (e Conte) di tornarsene subito a casa ponendo fine a questa pantomima chiamata “trattativa a oltranza”. Non solo disobbedendo a Bruxelles, ma facendo saltare i piani del Partito dello spread (alias: del vincolo esterno) che ha come sommo regista Mattarella coi suoi agenti sotto copertura Tria, Moavero e probabilmente lo stesso Conte. Quello che abbiamo definito già a giugno come il Cavallo di Troia nel governo.

Se non lo faranno, e sono in tempo per farlo, i due ragazzi ne usciranno con le ossa rotte poiché avrà vinto la Commissione europea che avrà così dimostrato che la Legge di bilancio italiana non la si fa a Roma, bensì a Bruxelles. Di qui l’esultanza dell’opposizione zombi di piddini e berluscones. Se non lo faranno adesso, cogliendo al volo l’eccezionale assist offerto dal popolo francese in rivolta, dovremo considerarli non solo pusillanimi ma dilettanti politici (allo sbaraglio).

Le prossime ore ci diranno dunque se Di Maio e Salvini avranno il coraggio di compiere il solo gesto che potrà evitargli l’umiliazione. Non è tanto la reputazione dei due ragazzi che a noi sta a cuore, quanto piuttosto che non vengano umiliati i tanti cittadini che, votandoli, hanno espresso, assieme alla speranza di porre fine allo stato di sudditanza del Paese davanti  all’eurocrazia, quella di farla finita con austerità e sacrifici che mentre impoveriscono il popolo lavoratore, arricchiscono i già ricchi.

Di Maio e Salvini, malgrado siano vittime della compulsione internettara, tacciono. Che questo loro improvviso mutismo sia segno di tranquillità non lo pensiamo. Esattamente il contrario. Non sono solo gli eurocrati che essi hanno contro, non solo il Cavallo di Troia. Essi hanno contro potenti frazioni politiche nei loro stessi partiti, frazioni che ubbidiscono al grande capitalismo e non vogliono rompere con l’eurocrazia. In questo quadro è evidente che rompere subito la trattativa implicherà la rottura con queste frazioni. Una rottura inevitabile se i due ragazzi non vorranno essere addomesticati.




PROFETI DA QUATTRO SOLDI di Piemme

[ 13 dicembre ]

Giorni addietro scrivevo che la pantomima del “dialogo” con Bruxelles era all’ultimo atto e che eravamo al momento della verità per il governo giallo-verde.

Ieri Conte era a colloquio con i commissari europei e se ne è uscito facendo credere che si era raggiunto un compromesso con la riduzione del deficit al 2,04%.

Ed ecco che questa mattina tutta la carta stampata, a nome e per conto del Partito dello spread (alias Partito del Pil) esulta gridando ai quattro venti che — “come ci si aspettava” — il governo giallo-verde si sarebbe inginocchiato accettando le condizioni della Commissione europea.

E’ bastata la dichiarazione di prima mattina dettata da Moscovici alle agenzie [vedi sopra la home del Corrierone] per smentire la loro esultanza. La fretta, sommata al desiderio che la profezia si autoavveri, gioca brutti scherzi.

E’ quindi esilarante confrontare loro edizioni web on line dopo la dichiarazione di Moscovici coi titoli dei giornali in edicola e ancora freschi di stampa. Campione mondiale delle cantonate è il manifesto [vedi grafica a destra]: “il governo si arrende”.

“Qualcosina” non torna, non vi pare? Com’è che malgrado il governo giallo-verde si sia “arreso” Moscovici risponde picche, con ciò tenendo in piedi la minaccia della procedura d’infrazione?

La vicenda conferma quel che andiamo ripetendo da settimane: il punto vero non sta sui decimali di deficit (e lo dimostra il diverso atteggiamento verso Macron), il punto è tutto politico: l’Unione europea vuole umiliare i populisti italiani, rendergli la vita impossibile. Insomma: o vera ed inequivocabile dietro-front o scontro frontale per addomesticarlo, se no, creare le condizioni per rovesciarlo. La procedura d’infrazione a questo serve. E come se nella partita a scacchi con Roma Bruxelles portasse lo scacco al re.

Non sarebbe tuttavia, come il Partito dello spread si augura,* scacco matto. Il governo, se davvero non vuole arrendersi, ha infatti diverse mosse a disposizione per continuare la partita. Una partita che andrà avanti, anche dopo l’eventuale avvio della procedura d’infrazione.


* Nell’augurarsi la “resa” il Partito dello spread non è solo. E’ affiancato non solo da tutta la cosiddetta “sinistra radicale” ma, ahinoi, dalle frattaglie dei “sovranisti senza sé e senza ma”. Essi sperano che grillini e salviniani si sputtanino nella convinzione che ciò gli spalanchi le porte del successo. Infantile illusione! la stessa che coltivavano amici greci a sinistra di Tsipras. Come in Grecia l’effetto dell’eventuale “resa” sarebbe devastante. La sconfitta si ripercuoterebbe infatti non solo su M5s e Lega bensì su tutto il campo sovranista.







IL MOMENTO DELLA VERITÀ PER DI MAIO E SALVINI di Piemme

[ 7 dicembre 2018 ]

A leggere quanto titolano e scrivono i quotidiani questa mattina pare che dalle parti del governo regni il caos. Certo, va fatta la tara, visto che mai come come adesso tutto il quarto potere è schierato armi e bagagli all’opposizione. 
Al netto è indubbio che ci sia un gran casino, la cui causa primaria è evidente: lo scontro con l’Unione europea la quale, al di là del “dialogo”, chiede che la manovra venga stravolta e il governo “populista” umiliato. 

C’è quindi una causa secondaria: l’insipienza di chi sta alla guida del governo. Essi hanno sottovalutato sia la capacità offensiva del nemico che la portata della battaglia. L’idea che alla fine si sarebbe trovato un onorevole compromesso con Bruxelles su una modesta Legge di bilancio per rilanciare l’asfittica domanda interna, si è rivelata una pia illusione. Pia illusione che la Commissione avrebbe concesso ai giallo-verdi la possibilità di navigare in acque tranquille fino alla prossime elezioni europee. 

Nel conto va poi messo un altro fattore: che il governo non è due bensì a tre, con quello che abbiamo chiamato “Cavallo di Tr(o)ia” «il cosiddetto «partito di Mattarella», l’argine piantato nel cuore del governo giallo-verde in nome della stabilità garantita dal Quirinale» — la definizione è de LA STAMPA di oggi

Noi l’avevamo detto a fine maggio, subito dopo che Mattarella aveva posto il veto su Paolo Savona, che sarebbe stato meglio ritornare subito alle urne invece di subire il compromesso dettato dal Quirinale. Vertigini del successo. Sull’onda del 4 marzo Di Maio e Salvini accettarono alla leggera quel compromesso convinti di avere in mano un punto imbattibile. Grave errore.

A ben vedere si trovano adesso davanti allo stesso dilemma: accettare un compromesso umiliante o andare ad elezioni anticipate? Tornare alle urne sarebbe in questo contesto il male minore. I giallo-verdi le vincerebbero, e non solo perché le opposizioni sono alla sbando, le vincerebbero perché dalla loro parte c’è una maggioranza dei cittadini che oltre a volere il cambiamento promesso ha capito che senza un atto di forza la situazione non può essere sbloccata — è senso comune che i poteri forti han reso la vita impossibile al governo. Lo stesso contesto europeo, segnato dalla sollevazione del popolo francese, indica che questo è il momento giusto per non mollare ed alzare la posta.

*  *  *


La recessione in arrivo — che potrebbe causare uno scoppio devastante della bolla finanziaria globale, come ricorda Il Sole 24 ORE di ieri: “Bolla derivati. 33 volte il Pil mondiale”, con le banche tedesche, francesi, inglesi e svizzere esposte più di quelle americane — è il nuovo argomento che viene usato dal Partito dello spread, rinominato come Partito del Pil, per condannare la manovra del governo. “Investimenti non assistenzialismo!”. Questo è l’ultimo grido di battaglia della grande borghesia e dei suoi corifei, dopo che gli altri sono caduti nel vuoto.

Ieri Mazzei ha smascherato questi impostori. Noi aggiungiamo: a maggior ragione poiché una recessione globale è in arrivo, occorre una politica economica anticiclica temeraria. E certo che non basterebbe rilanciare la domanda interna, e certo che occorrerebbe un grande piano di investimenti. Ma allora non solo va detto che essi debbono essere pubblici, poiché quelli privati (che sono quelli che vuole il Partito del Pil) si tradurrebbero in finanziamento a poche grandi aziende dedite all’export, penalizzerebbero il Mezzogiorno e quindi non creerebbero il lavoro e la “crescita” di cui ha bisogno il Paese. Va detto che ciò chiede una spesa pubblica tale per cui un deficit al 2,4% sarebbe del tutto insufficiente.

E qui siamo alle solite. Non solo l’Unione europea non lo accetterebbe ma, ammesso che lo conceda, in assenza di sovranità monetaria, in assenza di una Banca centrale capace e disposta a finanziare lo Stato, questo dovrebbe indebitarsi per raccattare quattrini sul mercato pagando interessi stellari. Ergo: non si esce da questo marasma senza uscire dall’Unione europea, senza riprendersi piena sovranità.

Dopo aver tanto parlato di Momento Polanyi, per Di Maio e Salvini è giunto il momento della verità. Sperando che non sia, come teme Stefano Fassina, il momento Tsipras.