M5S: IL MESTO INGRESSO A PIDDINIA CITY

Agosto sembra essere il mese fatale dei Cinque Stelle. Un anno fa – primo artefice lo stratega di Rignano sull’Arno – i pentastellati stringevano l’accordo di governo col Pd. Quest’anno, quasi dovessero onorare una cambiale firmata allora, ecco la “svolta” sulle alleanze. D’ora in poi, a dispetto di quanto avverrà alle regionali di settembre, la linea sarà quella dell’alleanza strategica col Partito Democratico. Il bipolarismo ammaccato degli anni scorsi tende perciò a ricomporsi, con quali esiti ce lo dirà il tempo.

Così scrivevamo il 25 agosto 2019:

«Sono adesso i Cinque Stelle, spinti tra le braccia del Pd proprio da Salvini, a dover decidere se il loro futuro sarà semplicemente quello di farsi riassorbire ed integrare nel sistema. Non solo andando oggi al governo col Pd, ma predisponendosi in un domani non troppo lontano ad un’alleanza organica con quel partito. Perché questa è ormai la vera posta in gioco».

La vera posta in gioco… Eravamo dunque stati facili profeti. Ci hanno messo un anno, ma questi 365 giorni non sono trascorsi invano. Nella sostanza l’anomalia M5S era già finita con il governo Ursula, ma la formalizzazione della piena integrazione nel blocco a trazione piddina – avvenuta con il patetico voto on-line di ieri l’altro – uno scherzo non è.

Interessante come i due protagonisti della “nuova” alleanza – Zingaretti e Di Maio – hanno parlato della svolta sui giornali.

In una lunga intervista a La Stampa Giggino Di Maio ha dato il meglio di sé. Pur avendo a disposizione l’intera pagina 3 del quotidiano torinese è riuscito nella non facile impresa di non dire nulla. Parlando come un democristiano di lungo corso, che è poi la sua vera dote, è riuscito a smussare ogni cosa. La “svolta” c’è stata, ma è solo una “evoluzione”, il tutto condito da una citazione di Pietro Nenni sul fatto che «l’immobilismo giova alla conservazione», che sarebbe un po’ come dire che il fuoco giova a riscaldare l’ambiente. Una notiziona!

Decisamente più interessante l’urlo di gioia del segretario del Pd: «Luigi Di Maio è intelligente ed è stato di parola».

Interessante perché rimanda ad un impegno preso in precedenza, la qual cosa se da un lato è assolutamente normale dopo un anno di governo insieme, dall’altro chiarisce assai bene quali siano le prospettive politiche, almeno nella testa dei due contraenti della “nuova” alleanza di centrosinistra.

Abbiamo già accennato al fatto che questo accordo non avrà probabilmente ricadute immediate sulle prossime elezioni regionali. Si vocifera di un possibile scambio dell’ultima ora, con il ritiro incrociato del candidato Pd nelle Marche e quello M5S in Puglia. Vedremo, anche se sembrerebbe ormai troppo tardi per un’intesa di questo genere. Ad ogni modo la svolta c’è stata, e qualche impatto sulle urne settembrine (ad esempio col voto disgiunto in alcune regioni) ci sarà.

Ma questo è il meno. Il più riguarda le prospettive politiche future. Premesso che la crisi attuale non prepara certo tempi tranquilli, che dunque ogni scenario potrebbe venire terremotato dagli eventi, quattro mi sembrano le conseguenze della “svolta” pentastellata di Ferragosto. Ricapitoliamole.

  1. Nasce di fatto un nuovo “centrosinistra”, nel quale M5S è ormai assorbito come forza subalterna al Pd. Benché dilaniato da innumerevoli faide interne, quest’ultimo partito ricomincia a costruire una coalizione, dalla quale non potrà chiamarsi fuori il riottoso Renzi.
  2. Il nuovo quadro impatterà di certo sulla legge elettorale, rimettendo in discussione l’ipotesi del Germanicum (proporzionale con sbarramento al 5%), per aprirla forse ad una qualche variante dell’Italicum renziano, disegnato magari sul modello della legge per i comuni oltre i 15mila abitanti. La questione è controversa, visti i tanti interessi in gioco, ma quel che va segnalata è la possibilità che si torni ad un sistema fortemente maggioritario basato sul meccanismo escludente delle coalizioni.
  3. L’attuale alleanza di governo ne esce rafforzata, mentre non si può dire la stessa cosa per Conte ed il suo ruolo di pontiere. Visto lo scambio di amorosi sensi tra Zingaretti e Di Maio, vista la visita di Beppe Sala a Beppe Grillo nella sua villa al mare a Marina di Bibbona (dove “non hanno parlato di politica”, ci mancherebbe…), il terzo Giuseppe, quello che risiede a Palazzo Chigi, potrebbe perfino risultare d’ingombro. Ma uno sfratto sarebbe adesso prematuro. Dunque si vedrà, ma a questo punto anche un eventuale cambio di governo non significherebbe affatto un cambio di maggioranza.
  4. L’anomalia pentastellata è stata pienamente riassorbita dal sistema. Il Pd non è difatti semplicemente un partito. Anzi, come partito è per molti aspetti ormai evanescente. Il Pd conta piuttosto per il suo ruolo di perno di un sistema in crisi che non saprebbe a quale altro santo votarsi. Ed il Pd è il cardine del blocco eurista, quello che garantisce la sudditanza del nostro Paese all’Euro-Germania. Sarà un caso, ma l’unica sottolineatura del ministro degli Esteri Di Maio, nella già citata intervista a La Stampa, è che le attuali tensioni internazionali «devono spingerci a un rafforzamento dell’Ue e delle sue istituzioni».

Alla fine sempre lì si va a parare. Nacque così il governo Ursula, si formalizza così la nuova alleanza strategica (almeno nelle intenzioni) tra Pd ed M5S. Un’alleanza tenuta insieme da un cemento d’importazione, prodotto a Bruxelles e Berlino.

L’ultima cosa da dire è che più che un’alleanza tra uguali, quella che si sta compiendo è palesemente un’annessione, dove tutti sanno chi comanda e chi si adegua al comando. In questo modo l’emorragia elettorale pentastellata continuerà alla grande. La tranvata alle prossime regionali è certa. E, visto il riparo scelto, quelle future non saranno meno meritate.

Il bipolarismo che vorrebbero ricostruire nasce zoppo. Sono sempre meno gli italiani che vi si riconoscono. L’importante è che questa volta l’alternativa sbocci sotto il segno dell’Italexit.

E’ con questo impegno che salutiamo il mesto ingresso dei Cinque Stelle a Piddinia City. Con nessuna sorpresa e nessuna indulgenza.

Fonte: Liberiamo l’Italia




GIANLUIGI PARAGONE: RICOMINCIAMO DA TRE

PAROLE SANTE!




CHI È IL TRADITORE? di Gianluigi Paragone

Il Movimento che nacque nelle piazze animato da parole nette,
radicali e antisistema, parla di futuro in una sala confortevole,
chiusa, arredata per un colpo di scena straspoilerato, con parole
acrobatiche come “facilitatori”. Il futuro è un’ipotesi, è un salto nel
buio perché erode ciò che il Movimento era stato.

Non c’è bisogno della
zingara per decriptare il futuro del Movimento: sarà una forza
europeista e riformista, quindi inutile. E lo dico con dolore. Il famoso
33% non tornerà più perché non c’è più una offerta politica capace di
illuminare le ingiustizie che il riformismo neoliberista ha generato. Le
ingiustizie contro cui si scagliò il Movimento erano il prodotto
malefico di una stagione tossica, tecnica e politica, dove le insegne
del Pd erano costanti. Ora il Pd fa da fratello maggiore. Less is more,
dicono gli inglesi. Di Maio ha dovuto scriversi un testo lungo un’ora
per terminare una seduta psicanalitica, individuale e collettiva nello
stesso tempo.

 

 

La crisi del capo politico si sovrappone alla crisi del Movimento
stesso, angosciato dai “traditori” più che illuminato dai facilitatori.
Nessuno però ha tradito più di chi in due anni ha spento una speranza e
dilapidato un patrimonio di consensi. Chi dovesse prendere in mano il
Movimento sa che la strada è segnata, che la mappa non prevede altre
rotte se non quella dello schiacciamento a sinistra. Eppure lo spazio
antagonista c’è, oltre un centrodestra in bilico tra citofoni e Mario
Draghi, e oltre un centrosinistra partner dell’establishment. Di Maio è
teso, invecchiato, sfibrato. Le sue dimissioni sono un altro segno della
opacità di chi sbaglia i tempi. Dimettessi adesso non impedirà di
scaricare su lui stesso lo shock di lunedì (a chi vuoi addebitarlo, a
Vito Crimi?), né la possibile sconfitta in Campania, a fine febbraio,
dove si voterà per le suppletive dopo la scomparsa del bravo e preparato
senatore pentastellato Franco Ortolani (il Movimento presenta un amico
di Luigi Di Maio, il centrosinistra Sandro Ruotolo).

 

Di Maio avrebbe dovuto dimettersi all’indomani del voto su Rousseau
attraverso il quale, chiedendo di presentarsi alle Regionali, si
smentiva l’idea del capo politico. Non lo ha fatto perché sperava di
tirare a campare ancora un pochino, facendo male i conti rispetto al
malessere crescente tra i gruppi. Cosa succederà adesso? Nulla, il
Movimento cercherà di ridefinire il proprio codice e quindi – come
scrivevo – di abdicare al suo ruolo. L’orgoglio di aver votato la
Commissione Ursula smentisce ogni battaglia di cambiamento radicale
visto che i commissari top player sono gli stessi della gestione Junker,
pertanto l’adesione all’europeismo stringerà ancor più gli spazi di
manovra politica-economica. Le rassicurazioni sul governo, infine,
rafforzano il ruolo di Giuseppe Conte e raffredderanno le campagne circa
la revoca/annullamento delle concessione ai Benetton.

 

 

Il Movimento in cambio avrà un pezzo della mappa del potere italiano
da gestire, il che significa non soltanto gestire le nomine ma le
risorse che le partecipate offrono a chi sa stare a Palazzo. Per farla
breve il futuro del Movimento 5 stelle sta in quel mondo che il
Movimento conte-stava in passato. Finché dura. (Ma non dura…) 

Ps.
Ovviamente visto che il Movimento è tutto questo, non ha alcun senso che
io faccia ricorso al giudice ordinario. Potrei vincere ma starei
fortemente a disagio in una forza europeista, di sistema e alleata col
Pd e con Renzi. Nel Movimento ci sono persone che stimo e che continuerò
ad apprezzare ma la politica in cui credo è un’altra, è più aggressiva e
soprattutto più radicale nelle proposte. I tempi rapidi con cui la
crisi si sta mangiando la vita delle persone necessitano tempi di
reazione altrettanto rapidi e scelte in netta discontinuità.

* Questo editoriale è stato pubblicato su Il Tempo del 23 gennaio 2020.
 quindi su IL PARAGONE




IL DILEMMA DI PARAGONE E DI BATTISTA di Moreno Pasquinelli

Il sottoscritto non ha mai condiviso l’idea che Movimento 5 Stelle sia stato fin dall’inizio concepito da qualche diabolica testa d’uovo in seno alle élite dominanti come specchietto per le allodole per deviare e sterilizzare il diffuso disprezzo delle classi subalterne verso centro-sinistra e centro-destra. Quel che si dice, con odioso anglicismo, movimento gatekeeper.



L’ascesa del M5s ha invece profonde cause sociali e politiche: la pauperizzazione generale dovuta al combinato disposto delle politiche neoliberiste e della crisi economica, quindi la crisi d’egemonia delle élite dominanti. Quella che abbiamo chiamato crisi organica o storico-sistemica del capitalismo casinò. E’ così che ci possiamo spiegare come, in tutto l’Occidente, siano sorte forze politiche nuove le più disparate, che certa sociologia di regime ha voluto etichettare come “populiste”.

Scambiare questo fenomeno colossale come risultato di uno stratagemma delle élite dominanti significa non comprendere le dimensioni storico-sistemiche della crisi, cioè non avare capito nulla.

Ciò detto le élite non sono state a guardare. Esse hanno prima tentato di satanizzare i “populisti” per sbarrargli la strada del governo e poi, davanti al fallimento di questa tattica, facendo buon viso a cattivo gioco, sono passate al “piano B”, accettarli nella “stanza dei bottoni” nella speranza di addomesticare i medesimi “populisti”
Questo han fatto con il M5S.
Il “Piano B” è perfettamente riuscito.

 

Ma c’è un alto e c’è un basso.

Andata in porto questa assimilazione dei gruppi dirigenti, siccome la crisi sistemica è sempre lì, non è che sono scomparse le istanze di giustizia sociale che han portato alle stelle i Di Maio, i Fico e compagnia. 
Al netto di altri fattori secondari non si capirebbe un fico secco della crisi politica del M5S senza considerare questa contraddizione: quella tra le istanze e le speranze di milioni di cittadini che han fatto del Movimento la prima forza politica del Paese, e la politica neoconservatrice del gruppo dirigente. Contraddizione che in definitiva è forma sui generis del più profondo e crescente contrasto sociale e di classe che attraversa la nostra società.

Si capisce il dilemma di Paragone e Di Battista. 

Giunti a questo punto — al punto che il M5S è diventato una decisiva stampella dell’oligarchia euro-liberista — la rottura, la scissione, non è solo nell’ordine delle cose, è posta all’ordine del giorno. Detto altrimenti: non possono più stare assieme il diavolo della governabilità con l’Acqua santa delle istanze di giustizia sociale — e dell”incipiente rivolta popolare.

Hanno Paragone e Di Battista il coraggio (questo non è sufficiente) e la chiarezza di visione per passare il Rubicone, lasciarsi alle spalle quella che appare una sterile diatriba interna per gettarsi definitivamente nella mischia dando vita ad una nuova forza politica di massa?

Ce lo auguriamo. Questo è il momento, e va colto al volo, prima che su di loro si spengano le luci della ribalta. E se lo faranno essi meriteranno il sostegno non solo della sinistra patriottica ma di tutti coloro che in questi anni si sono battuti per la sovranità nazionale e popolare. 


Si apra dunque, immediatamente, una discussione seria e larga su quale possa e debba essere questa nuova forza politica.

Noi da parte nostra una proposta l’abbiamo fatta: IL PARTITO DELL’ITALEXIT.

 




NON C’È PARAGONE!

L’altro ieri, mentre circolavano voci dell’espulsione in arrivo, scrivevamo PARAGONE HA RAGIONE. 
Tanto tuonò che piovve…
Per non aver votato la “fiducia” al governo Conte bis sulla Legge di bilancio, i probiviri (si fa per dire) del M5s “hanno espulso senza appello” Gianluigi Paragone.
Misura estrema, di alto valore simbolico e deterrente.
Si devono impaurire non solo i parlamentari stellati ma ogni singolo attivista: non c’è spazio nel Movimento per chi dissente restando fedele non solo allo spirito ma pure alla lettera del programma politico con cui il M5s, il 4 marzo del 2018, diventò primo partito, tra cui “col Partito democratico mai”.

Mentre ribadiamo la nostra solidarietà con Paragone ci chiediamo se questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso.
 

Sono migliaia gli attivisti pentastellati sconcertati dalla decisione della cupola di allearsi col Pd e che in cuor loro hanno condiviso la decisione di Paragone di votare contro la “fiducia” al governo della restaurazione.
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Gianluigi, almeno fino ad oggi, non ha voluto assumere il ruolo di anti-Di Maio, di fungere da catalizzatore dei malpancisti in vista di una scissione. “Sono quelli che mi vogliono cacciare che sono fuori linea!”. Questa modalità poteva avere un senso prima dell’espulsione, ora non ce l’ha più.

Volenti o no, giunti a questo punto, a causa dell’atto di forza della cupola pentastellata, si tratta di decidere se “tornare a casa” e disperdere le forze, oppure passare il Rubicone, chiamando a raccolta le forze sane del mondo a cinque stelle per raggrupparle in vista di un nuovo soggetto politico.

Di che tipo? Con quale programma politico? Con quale progetto di Paese?

Una semplice riedizione del grillismo prima maniera? Oppure, visto che certi problemi stavano nel manico, un movimento con una visione antiliberista coerente, meno confusionario, e diversamente strutturato?


Ci sarà tempo per affrontare questi problemi. Ora è il momento della decisione, se arrendersi o al contrario riorganizzarsi.


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PARAGONE HA RAGIONE

La tenaglia del bipolarismo si stringe attorno al collo del Movimento 5 stelle. La crisi finale sembra essere alle porte. 
Contro le due tendenze, quella che tira verso il centro-destra e l’altra verso il centro-sinistra, inizia a configurarsi la terza….






5 STELLE: INELUDIBILI CONCLUSIONI di Cesarina Branzi

[ sabato 30 novembre 2019 ]

I 5S coerenti dovrebbero trarre le ineludibili conclusioni. Nel testo Hic rhodus, hic salta a proposito dei 5S è già stato detto tutto quel che c’era da dire. Mi limiterò pertanto ad aggiungere qualche considerazione spicciola. Prescindendo da Di Maio – che mi pare vada sempre piú assumendo i connotati di un ectoplasma -, che hanno da dire i 5S che godono ancora della fama di persone oneste, coerenti, provviste di una certa capacità di analisi, etc., quali, per esempio, Di Battista, Morra, Taverna … tanto per fare qualche nome?

E non mi riferisco a quanto già è stato scritto a proposito del Mes – sul quale pure non sarebbe una pretesa eccessiva aspettarsi una presa di posizione netta e senza equivoci. Mi riferisco, piú modestamente, alle recenti esternazioni del “grillo-parlante”-a-sproposito, che, non pago d’aver programmato (da quel dí …) l’abbraccio mortale del MoVimento con il Pd – deludendo a un tempo le speranze e le aspettative di milioni di cittadini che avevano intravisto il profilarsi di una possibile riscossa contro il grigiore mefitico dell’esistente -, ha mandato a quel paese i dissidenti, imponendo un allineamento alle sue indicazioni: “non rompetemi i coglioni”, non c’è alternativa, T.I.N.A. Chiaro? Chi sgarra, sgamba, e chi non è d’accordo, si può accomodare!

È lecito chiedersi se è questa la sua idea di democrazia diretta. Ed è altrettanto lecito chiedersi che cosa ci voglia ancora perché sulla realtà del cosiddetto MoVimento coloro che sostengono di non condividerne tutte le scelte, coloro che sono in dissenso e vivono – presumibilmente – un disagio, facciano una scelta chiara e mandino a loro volta a “Vaffa!” Grillo e Casaleggio & Associati (a proposito dei quali ultimi sarebbe utile e interessante sapere di che panni si vestono).

Sono consapevole che in tali situazioni una rottura non è mai facile e forse neppure indolore. E non parlo di poltrone – che pure in taluni casi hanno indubbiamente un peso non indifferente -, ma di rapporti che si spezzano, di prospettive che scompaiono, insomma di una svolta che segna l’esistenza di chi su quell’impegno ha scommesso onestamente: parlo di chi ha aderito con onestà intellettuale e senza finalità lucrative, augurandomi che esemplari di questo tipo ancora esistano. Ebbene, anche a costoro ormai dovrebbe essere incontestabilmente chiaro che una loro permanenza al fianco di una masnada di maneggioni e avventurieri di quella fatta non può non fornir loro una copertura, che diventa complicità e concorso attivo alla deriva del nostro disgraziato paese. E, dunque, uno scatto di responsabilità e di dignità imporrebbe l’interruzione di un rapporto di asservimento a interessi piú o meno opachi, dando contemporaneamente un esempio di coerenza e uno stimolo di possibile riscossa.




PORCATE A 5 STELLE di Mauro Pasquinelli

[ domenica 6 ottobre 2019 ]

RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI E ABOLIZIONE DEL CONTANTE: LE NUOVE PORCATE DEI 5S

I 5s, oramai afferrati nella loro iperbole pro-sistemica, stanno facendo della riduzione dei parlamentari la madre di tutte le prossime battaglie.

Oggi Di Maio la presenta come mossa indispensabile per la riduzione della spesa pubblica.

La motivazione è pretestuosa e stucchevole visto che si vengono a risparmiare 100 milioni di euro su un bilancio dello Stato di 900 miliardi annui. Non si faceva prima a ridurre gli stipendi di tutti i parlamentari con legge dello Stato?

In verità alla base di questa proposta, sostenuta da tutta l’oligarchia finanziaria europea e prima ancora dalla stessa P2 di Licio Gelli, c’è uno ed un solo motivo: ridurre gli spazi di agibilità democratica, trasferire più poteri dal legislativo all’esecutivo, spegnere il dissenso e cosi blindare la governance e il potere dei dominanti.


Si vogliono introdurre nuove quote di sbarramento e dimezzare i parlamentari. Allora io chiedo a Di Maio perché non ridurli di 3, 4 o 20 volte? Perché non portare i parlamentari a 10 magari a 7 e poi ad uno?

Sarebbe la fine dell’ipocrisia di un teatrino che non legifera più ma si limita solo a ratificare decisioni prese alla commissione europea, al Bieldelberg e alla Trilaterale.
Sarebbe il suggello definitivo, senza più fronzoli, della dittatura bancocratica che si sta dispiegando ogni giorno di più sotto i nostri occhi!

Vi siete mai chiesti perché Licio Gelli e poi Berlusconi il piduista e poi lo stesso Renzi figlio di entrambi, hanno sempre spinto per la riduzione dei parlamentari, presentata oggi con vanto dai Grullini? Il motivo è sempre lo stesso: disancorare la Governance dalle “chiacchiere” e dagli “ostruzionismi” parlamentari. Gli oppressi hanno bisogno di più voci che li rappresentano. Gli oppressori invece ne vogliono di meno e allineate, perché sono una minoranza sociale!

Dopo la vergognosa proposta di riduzione dei parlamentari, i 5s si apprestano ad appoggiarne un’altra ancora più oscena ed indecorosa: l’abolizione del contante che il governo Conte bis vorrebbe introdurre nella (recessiva) Legge di bilancio 2020.


Essa viene giustificata con la scusa della lotta all’evasione. Ma non c’è più nulla da evadere perché il popolo non ha più soldi in tasca. Chi evade sono i grandi paperoni, i turbo-capitalisti che lo fanno senza usare il contante, spostando con un clic enormi somme di denaro nei paradisi fiscali, protetti dal regime bancocratico europeo.

Abolendo il contante, il cartello finanziario e bancocratico lucrerà commissioni su ogni transazione. Dovremo pagargli il pizzo su ogni acquisto. Assisteremo quindi ad uno spostamento gigantesco di ricchezza dall’economia reale a quella finanziaria. Risultato: una crescita esponenziale del furto finanziario con il pretesto della lotta all’evasione.

Non basta. Saremmo tutti orwellianamente controllati nei nostri acquisti e spostamenti. Anche questo a vantaggio delle grandi corporation che lucrano, a loro volta, sul censimento e la vendita delle nostre preferenze.


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CARTA DI FIRENZE 2019: C’È VITA NEL 5 STELLE

[ venerdì 4 ottobre 2019 ]

INIZIATIVA BENEMERITA

«Il 4 ottobre 2009 nasceva il MoVimento 5 Stelle. 10 anni dopo, il 4 ottobre 2019, vogliamo che quel nostro sogno diventi esempio concreto.
Siamo attivisti e portavoce che credono nei valori fondativi del MoVimento 5 Stelle e li proteggono con passione. Siamo in tanti a volere un M5S unito e coerente, senza scissioni o correnti : “cittadini attivi” che guardano al futuro del MoVimento 5 Stelle, che hanno contribuito a creare e far crescere».

Così scrivono alcuni attivisti ed esponenti 5 Stelle riuniti oggi a Firenze, affermano nella Carta di Firenze 2019 e chiedono di sottoscrivere l’appello tramite l’apposito modulo.

Un’iniziativa benemerita che pur non essendo del 5 Stelle ci sentiamo in dovere di sostenere. La Carta si concentra su aspetti riguardanti il regime interno del Movimento, la sua verticalizzazione burocratica, ma questo passaggio anzitutto ci spinge ad esprimere la nostra solidarietà:

«Da tempo però assistiamo al dissolversi di questo progetto politico. In nome di una fraintesa responsabilità di governo, il MoVimento ha rinunciato ai propri principi identitari: dalla lotta per la ricostruzione di uno stato sociale massacrato da trent’anni di neoliberismo fino alla battaglia per la conquista della piena sovranità nazionale».


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IL PRIMO E FONDAMENTALE NODO di Mario Monforte

[ sabato 7 settembre 2019 ]

Tale primario “nodo” da porre è la presa di posizione su che cos’è il governo «pentapiddino» (detto «giallo-rosso» da chi attribuisce sempre il rosso al Pd, «giallo-rosa» da chi è più realista rispetto al Pd, «giallo-fucsia» dai critici di Pd e LeU e della decisione dei 5S — ma attribuire a esso colori diversi dal tetro grigio-spazzino pare già troppo).

Si tratta della restaurazione (in senso storico e attuale) rispetto non solo alle modeste aperture del governo «giallo-verde», ma anche e soprattutto rispetto alle istanze e alle potenzialità riposte (malriposte, come si è esperito) nel governo M5S-Lega dall’oggettivo fronte sociale popolare emerso con le elezioni politiche del 4 marzo 2018. E rispetto a tali istanze, esigenze, potenzialità, rispetto alle volontà degli elettori, della maggioranza dei cittadini, è stato messo a segno un vero e proprio “golpe bianco” (senza carri armati per le strade, ma sempre colpo di Stato — il quarto, dopo i tre di Napolitano, con Monti, Letta, Renzi). 


Golpe per la restaurazione

Restaurazione dell’abietta sottomissione all’Ue-€ (quindi in primo luogo a Germania e Francia), alla (fase del capitalismo detta) «globalizzazione», alle centrali politico-finanziarie che la “performano”, ai suoi imperativi economici (di sfruttamento dei popoli e paesi), al suo liberalismo scatenato su tutti i piani (non solo economico, ma anche politico per cui decidono le élite “illuminate”, sociale per cui conta l’individuo atomizzato, culturale per cui conta “ciò che c’è” da considerare “senza ideologie” rimettendosi alla tecnologia, comportamentale per cui “ognun per sé e dio per tutti”, alla deportazione da Africa e Vicino-Medio Oriente (con business della tratta e rivalutazione del ruolo delle Ong) con massiccia sostituzione (posta come «accoglienza» e «integrazione»), della composizione sociale presente — nonché restaurazione della servile subordinazione agli Usa-Nato.

La reazione interna — “incarnata” in prima fila dal Pd, nonché dal Deep State di istituzioni, apparati, personale dello Stato, fino alla presidenza della Repubblica —, ben “integrata” con quella estera (Ue), che spingeva per tale restaurazione, si è dunque affermata a livello di gestione (governo) dello Stato italiano, segnando la (ri-)sottomissione del nostro popolo e Paese.

Di fronte a questa realtà non sono accettabili possibilismi e diplomatismi, condiscendenze verso “buona fede” e aperture verso “ma è colpa di Salvini”, “che altro si poteva fare”, “forse ne verrà qualcosa di buono”, stiamo a vedere”, etc. E nemmeno verso distinguo — “quell’esponente non avrebbe voluto”, “quell’altro ancora non si è espresso”, etc. —, perché inutili, fuorvianti e occultanti.

I voltagabbana


Va messa in evidenza come tutto questo sia collaborazionismo e complicità. Infatti, se del Pd è inutile dire, dei “capi” e “maggiorenti”, Grillo in testa, dei membri del precedente governo, del grosso dei parlamentari del M5S, invece c’è molto da dire: Grillo e Co. e M5S si sono assunti la responsabilità di aderire alla reazione per imporre la restaurazione, attuando il “golpe bianco”. Lo stesso governo attuale, con figure scialbe e secondarie, con il dc (finora mascherato) Conte (a braccetto di Mattarella), con Gualtieri uomo-Ue all’Economia, con Gentiloni alla Commissione Ue, dimostra che cosa sia (tanto che la prima “questione” posta subito “sul tappeto” è l’apertura all’immigrazione, ossia alla tratta-sostituzione). 


E ciò dà conto del lungo seguito di voltagabbana rispetto a impegni e di tradimenti rispetto a promesse, attuato in questo anno e due mesi di governo «giallo-verde», come fa capire che non era una mera posizione di “smussamento” (rispetto a Mattarella) il “si sta nell’Ue/euro/Nato” del «contratto» di governo — e il “mi fo tatuare sto nell’euro” di Di Maio —, giungendo al voto (decisivo) per l’elezione della von del Leyen a capo della Commissione Ue (in “coppiola” con la Lagarde alla Bce). E dà conto del fatto che non si è contrastato Salvini sul suo terreno (per esempio, assumendo in proprio la proposta dei minibot), arrivando a condurre una campagna elettorale (alle elezioni europee e amministrative) fiancheggiatrice del Pd. E dà conto del perché, a suo tempo, la prima trattativa per formare il governo fosse stata, avanti di quella con la Lega, con il Pd. Il disegno — di Grillo e Co. — era in corso da tempo, ed è strisciato avanti, mascherandosi sotto gli attacchi anche feroci a corruzione, malversazione, sconci del Pd, ma senza mai toccare, né tantomeno facendo comprendere ad attivisti e seguaci 5S, le radici di fondo delle contraddizioni (Ue-€, globalismo, sottomissione, e cosí via) da affrontare.

Nello sconquasso, inevitabile e necessario dei 5S, ora che è venuto in luce accecante a quali fini è stato promosso, costruito e indirizzato il movimento (recupero e ingabbiamento delle istanze e volontà popolari a fini del “sistema”, e della sua conservazione e restaurazione), si deve porre questo fondamentale “nodo”, e pretendere risposte e prese di posizioni nette e precise in merito, è essenziale per vedere di salvare almeno il salvabile, e di non chiudere le prospettive di “altro” e “oltre”.




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