AMORE E RIVOLUZIONE di Manolo Monereo

Nel centenario del Partito Comunista di Spagna

È sempre stato lì e ci ha accompagnato sin dall’inizio, non ne abbiamo quasi mai parlato; ci vergognavamo. Mi riferisco all’amore, l’amore rivoluzionario che ha fondato il nostro impegno politico. Militare, organizzare, combattere in clandestinità era un compito difficile e controcorrente. Eravamo in pericolo, avevamo paura e non abbiamo mai smesso di combattere. Amore senza sentimentalismi. Più o meno.

Ricordo uno dei nostri infiniti dibattiti sullo statuto scientifico dell’opera di Marx. Il povero Althusser era sempre coinvolto. Il marxismo era una scienza e quella era la sua forza. Da lì, varie disquisizioni e lo sforzo quotidiano contro il regime franchista, per conquistare le libertà e aiutare la nascita di un nuovo regime che rendesse viabile il progetto socialista. Marxismo solo scienza? C’era molto di più ma non ne abbiamo mai parlato.

I protagonisti non erano gli studenti, gli universitari o i nostri dotti professori dei vari marxismi esistenti. I veri protagonisti erano gli operai, i contadini, i braccianti. Il Partito Comunista non è mai scomparso dai nostri villaggi, dalle nostre città, dalle nostre fabbriche. A volte sparpagliata, altre volte organizzata, comunque sempre una  comunità di memoria e azione. Entrare e uscire dai commissariati, cadere nelle mani delle pattuglie della Guardia Civile o della Brigada politico-social; frangenti difficili assai che  molto ci hanno insegnato. Ed era così, del resto, che si misurava l’impegno per gli ideali che ti avevano portato a organizzarti ed a far parte di un progetto collettivo. Con prudenza ci è stato insegnato a militare, cioè a evitare arresti senza smettere di combattere. Era comune a quel tempo dire — anzitutto da parte dei pochi socialisti che conoscevamo —, che i comunisti sacrificavano i loro militanti, mentre ciò che doveva essere fatto veramente era aspettare, aspettare che le contraddizioni interne del regime lo portassero alla sua crisi finale, facendo affidamento sugli stati democratici che ci avrebbero aiutato a compiere una transizione ordinata e pacifica. E quindi: perché agitarsi tanto?

Non ho conosciuto nessuno che abbia sopportato torture, pugni, calci e altre “carezze” per aver affermato che la cosiddetta tendenza alla caduta del saggio medio di profitto era una verità dimostrabile empiricamente o, almeno, falsificabile. Ho incontrato decine, centinaia di comunisti (il Partito è un ricordo di sofferenza e esempio) che hanno tenuto duro nelle segrete del franchismo per non aver tradito un compagno, per non aver svelato l’apparato propagandistico, o semplicemente perché non erano disposti a collaborare con il potere franchista. Acqua in bocca!   Sapevo, nelle campagne andaluse o dell’Estremadura, che essere comunista veniva pagato a caro prezzo, ai compagni (parola sacra) detenuti, silenziosi come tombe per non tradire i loro legami o i membri della loro cellula. La cosa peggiore era quando ti mettevano davanti madri, compagne e bambini. Vedere colpire tua figlia che tuttavia restava a bocca chiusa ti segna per sempre. La maggior parte resistette e fu mandata in prigione; molte volte era una liberazione, i commissariati erano molto peggio. Sto parlando degli anni Sessanta e Settanta, fino all’arrivo di Adolfo Suarez alla presidenza del Governo. Prima di allora la tortura e le percosse erano il minimo che ti potesse capitare. La morte sempre ti perseguitava.

L’altra faccia erano le compagne. Noi, sempre eroici, in carcere, loro, con i loro figli, in cerca di vita, subendo infinite umiliazioni, senza soldi e, tante volte, con la vergogna di avere un marito in galera. C’era sempre, da parte delle compagne, la capacità di portare qualcosa ai prigionieri e di apparire ben salde davanti a un marito che in carcere era cambiato e che ti guardava in modo così singolare. Era una vita dura, ma c’era fede, fiducia nel futuro e senso di appartenenza: eravamo dalla parte giusta di una storia che consideravamo una preistoria. Senza passione non c’è rivoluzione.

No, non eravamo tutti uguali nella lotta per la libertà, per i diritti sindacali e del lavoro, per i diritti nazionali dei popoli della Spagna. No, non eravamo tutti uguali. Un vecchio amico, Pepín Vidal-Beneyto, mi ha raccontato un aneddoto che spiega molte cose. Pepín stava fondando l’associazione “Memoria Democrática” con l’idea di recuperare un passato di resistenza e lotta, di dignità di persone che si erano singolarmente distinte. È andato a parlare con Felipe González. Ha proposto una sorta di medaglia per i più importanti combattenti sociali, politici e sindacali. Il presidente del Consiglio gli ha risposto no in modo categorico: “cosa vuole, che finiamo per decorare l’intero Comitato centrale del PCE”? Questo insegna molte cose su quello che accadde e, duole dirlo, sta ancora succedendo dopo una giornata mondiale della donna di menzogne, con l’ennesimo tentativo di costruire un immaginario politico che la Famiglia Reale tenta di distruggere ogni mattina.

In tempi di “(contro) rivoluzione preventiva”, di “anticomunismo senza comunisti” è bene interrogarci sulla nostra storia: cosa spinse migliaia di uomini e donne, milioni di operai, braccianti, contadini e lavoratori a giornata, ad organizzarsi, a dotarsi di un progetto e fare del conflitto sociale uno strumento efficace per migliorare le condizioni di lavoro e di vita? Mi riferisco all’Europa, ma potremmo parlare del movimento operaio nordamericano o delle lotte sociali di un’America Latina che si stavano riaccendendo. È stata la III. Internazionale a cambiare tutto, non al centro come previsto, ma nelle periferie del capitalismo imperialista. La lotta di classe giunse alla lotta armata e ai movimenti di liberazione nazionale. Il mondo cambiava  davvero base e iniziava il declino dell’Occidente. Niente si perde nella storia secolare per emancipazione.

La domanda rimane: cosa ha fatto, cosa indusse gente normale, comune, a ribellarsi, a creare uno spazio pubblico volontario e, soprattutto, ad avere l’audacia di lottare per un progetto alternativo di società e potere basato sul lavoro? Solidarietà, affetto e la  passione per la giustizia. Senza questo niente sarebbe stato possibile; senza questo niente è possibile. Le lotte sociali nelle miniere, nelle fabbriche, nei latifondi si sono combinate, ove possibile, con la costruzione di grandi partiti militanti di massa, con una complessa rete di associazioni, cooperative e mutue. Nella tradizione marxista del movimento operaio stava emergendo un tipo specifico di relazione tra passione e conoscenza, tra volontà e potere. Conoscere il mondo per cambiarlo; dotarsi della migliore scienza disponibile, costruire conoscenza organizzando azioni collettive politicamente orientate. Senza tregua. Conflitto, lotta, organizzazione e impegno politico al servizio di un’etica socialista.

La gente normale ha cambiato la democrazia realmente esistente e ha spinto il capitalismo sulla difensiva. La paura e la rivoluzione era grande, è così grande, che oggi, sconfitta e calunniata, continua ad essere al centro delle preoccupazioni di chi comanda: prevenire, bloccare, criminalizzare l’immaginario critico e rivoluzionario di società sottoposte a insicurezza, incertezza e paura. Paura che ricomincia ad essere una seconda pelle. La politica è cambiata. Da arte per gestire gli uomini (le donne non sono state prese in considerazione) ad arte per costruire un progetto collettivo di liberazione sociale e, in mezzo mondo, nazionale. Dimenticare Lenin? No grazie.

Non si tratta di rivendicare – anche questo, certo – l’intima relazione che esiste tra la politica rivoluzionaria e la passione, l’affetto, l’impegno morale. La domanda è un’altra: senza questa passione collettiva organizzata non ci saranno rivoluzione, trasformazione sociale, difesa delle libertà pubbliche e dei diritti sociali, né democrazia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Lo storico movimento operaio ha socializzato la politica, l’ha portata fuori dal palazzo e l’ha trasformata in un’etica collettiva. Il risultato in Occidente è stato lo Stato sociale e la democrazia costituzionale. Davanti ai nostri occhi è in atto la “grande regressione”: il ritorno alle democrazie oligarchiche, plutocratiche, sotto forma di una americanizzazione della vita pubblica, proprio quando nel suo territorio di origine è in crisi terminale.

La “grande regressione” e il Grande Reset sono i due volti di un capitale all’offensiva, che vuole scrivere il futuro a sua immagine e somiglianza. Credere che le classi dominanti non trarranno vantaggio dall’ineguale correlazione delle forze e che ci sarà un “nuovo riformismo” promosso da coloro che stanno sopra significa non capire la lotta di classe e, peggio ancora, non aver imparato nulla dall’era neoliberista. Il keynesismo (da non confondere con Keynes e la sua opera) è stata la risposta storica del capitalismo a una delle sue crisi più aspre, alle nuove forme di organizzazione della produzione e, soprattutto, a sfavorevoli rapporti di forza. Il capitalismo monopolistico finanziario dominante sta preparando una nuova rivoluzione tecnologica, produttiva e sociale; anticipare scenari, anticipando eventi, cercando di trarne vantaggio; approfittando della pandemia, ovvero la smobilitazione e la paura al fine di imporre le proprie decisioni con l’approvazione, questa volta, dell’intera classe politica che crede di essere in grado di governare il processo e mettere la museruola alla bestia.

- Fonte: Cuarto Poder  
- Traduzione a cura della redazione




E’ POSSIBILE UN’EUROPA EUROPEA? di Manolo Monereo

Non è facile sfidare i pregiudizi e le cifre. Per meglio dire i pregiudizi che le cifre pretendono di convalidare. Di nuovo la vecchia storia: l’Europa ancora una volta ci salva dalla crisi.

Gli aggettivi sono stati usati senza limiti e parole come solidarietà, storia e aiuto hanno varcato tutti i confini conosciuti. L’europeismo è un’ideologia e agisce come un pre-giudizio che cerca di spiegare la realtà a partire da sé stesso. Se si aggiungono cifre enormi che hanno poco o nulla a che fare con l’esperienza delle persone, il discorso chiude il cerchio che i media sigillano.

Alla fine l’idea che resta è semplice: l’Unione Europea, in segno di solidarietà, aiuta i Paesi che hanno più sofferto di Covid19.

La cancelliera Merkel dà una prova insuperabile di saggezza politica e generosità. La UE — l’unica Europa possibile — riprende il timone e indica il destino in un mondo duro e difficile. Siccome questo viene ripetuto mille volte dai media, e la classe politica lo riafferma all’unanimità e gli intellettuali lo legittimano, è molto difficile che si sviluppi un pensiero critico.

A questo va aggiunto qualcosa di tipicamente spagnolo, vale a dire che questa Europa è un bene in sé, indiscusso e indiscutibile. In quanto tale, il discorso va escluso dal dibattito pubblico. Di fatto, diventa una narrazione disciplinare che tende ad emarginare tutte quelle posizioni che si oppongono a questo specifico modello di integrazione europea e alle sue conseguenze geopolitiche, economiche e sociali.

Date queste premesse, è molto difficile spiegare che i famosi fondi arriveranno in ritardo (il che ha gravi conseguenze), che sono insufficienti per l’importanza della crisi economica e sanitaria, che sono fortemente condizionati e che, ancora una volta, la sovranità continua ad essere ceduta a organismi non eletti, senza responsabilità.

Alcuni di noi hanno già scritto su questo, dando opinioni, cifre e argomenti, ma difficilmente raggiungeranno la maggioranza e, quel che è peggio, non provocheranno un vero e plurale dibattito pubblico perché le voci critiche vengono zittite.

In tempi di crisi, che ancora ci sono e non si sono ancora del tutto manifestati, il pericolo è sempre quello di aggrapparsi a vecchie certezze.

Sembrerebbe che l’europeismo sia come l’ultima ideologia, come l’unico consenso possibile di una Spagna che vede intrecciarsi una crisi del regime e quella dello Stato e, cosa più grave, una crisi del futuro.

Al centro la “questione” giovanile che diventa strutturale e che lega più generazioni. I giovani che avevano 18 o 20 anni nel 2008 hanno sofferto la crisi e oggi, essendo ancora giovani, ne subiscono un’altra ancora più grave e dagli esiti più incerti. La crisi della democrazia in Spagna, che abbiamo davanti agli occhi e che non vogliamo vedere, è anche generazionale e richiede un ripensamento di ideali, strategie e modi di fare e di comunicare la politica.

Europa (che è molto di più che la Ue) va affrontata come territorio di confronto, di definizione strategica, ponendovi attorno i grandi problemi politici; ovvero, sovranità popolare, indipendenza nazionale, giustizia e conflitto sociale.

Una prima questione è la definizione di cosa sia la UE in quanto artefatto giuridico-istituzionale.

A mio parere, è un nuovo tipo di sistema di dominio politico che organizza, amministra e disciplina le classi economicamente dominanti; garantisce la coerenza dei tuoi interessi generali; impone una politica economica unica per l’intera Unione e, ciò che è fondamentale, assicurata dallo Stato tedesco.

È un’operazione con la volontà di egemonia; poiché alla fine è sostenuta dal potere politico, è ancorata alla potenza dominante che è, in questo caso, la Germania. Il concetto di potere strutturale definisce chiaramente la capacità di questo Stato di imporre regole del gioco e comportamenti agli attori statali che finiscono sempre per beneficiarne.

Una seconda questione ha a che fare con la forma-istituzione della UE.

L’argomento è così obliquo e tuttavia così dibattuto che le distinzioni tendono a confonderlo piuttosto che a chiarirlo.

I dibattiti sulle sentenze della Corte costituzionale tedesca ci dicono che siamo entro i limiti di un’organizzazione basata su Trattati che ha assunto poteri sempre più decisivi e che tende a diventare una forma-Stato basata su un ordinamento giuridico che agisce materialmente come costituzione sovranazionale.

La confusione concettuale è parte di un’operazione che mescola elementi di confederalità, federalità e sovranità, che la Corte di giustizia europea interpreta come se fosse una corte costituzionale convenzionale. Parlare di limiti significa che l’integrazione ha raggiunto un livello che richiede una decisione giuridica fondamentale: o spostarsi verso uno Stato federale o tornare, in un modo o nell’altro, agli Stati nazione che abbiamo conosciuto fino ad ora.

L’avanzata istituzionale di questa Unione Europea sarà una fonte permanente di conflitto, degrado delle democrazie esistenti, rinascita di nazionalismi estremi, indebolimento delle libertà pubbliche e super-sfruttamento delle classi lavoratrici.

La terza questione viene sistematicamente evitata in tutti i dibattiti, eppure è quella decisiva.

Nessuno stato, grande o piccolo, è disposto a dissolversi. Per quanto s’insista, non c’è un popolo europeo né un Demo disponibile. Con il progredire dell’integrazione, la riaffermazione della proprie identità nazionali, delle sovranità statuali e della democrazia come autogoverno, aumenta in ciascuno dei paesi, al punto che i diritti vecchi e nuovi vengono rafforzati difendendo queste aspirazioni. Non è un caso.

L’artefatto politico-giuridico che la UE stava definendo, ciò che si stava veramente cercando era quello che Hayek chiamava federalismo economico; ovvero, privare gli stati della sovranità economica e rimuovere la politica economica dal dibattito pubblico, poiché per loro l’unica vera economia è quella neoliberista.

Parlare di Europa europea, come faceva il vecchio De Gaulle, non è retorico, è un impegno politico fondamentale.

Ciò che stiamo vivendo da più di 30 anni è una progressiva “nordamericanizzazione” della nostra vita pubblica; vale a dire la sostituzione della forma-democrazia costruita negli Stati europei e che ha il suo motore fondamentale nel conflitto di classe.

L’integrazione europea ha anche questo lato oscuro che limita radicalmente la sovranità popolare, il costituzionalismo sociale, e la politica intesa come capacità di decidere su modelli economici e sociali differenziati.

L’involuzione politica, il degrado sociale e un aumento sostanziale delle disuguaglianze vanno di pari passo quando la democrazia si distacca dalla trasformazione sociale e dalla lotta per la giustizia. Nordamericanizzazione della vita pubblica significa democrazia intesa come meccanismo di selezione delle élite al potere, difenditrice degli interessi privati ​​e slegata dalla lotta per l’uguaglianza sostanziale.

Non molto tempo fa Oscar Lafontaine ha parlato della necessità per la UE di ripensare se stessa, di andare avanti su vari piani e di fare marcia indietro su altri che si stavano rivelando estremamente dannosi e che dividevano l’Europa.

Nessuno, a questo punto, dubita che l’euro sia mal concepito e progettato, ha accentuato la differenziazione tra un centro sempre più potente e periferie sempre più dipendenti; la separazione tra politica fiscale ed economica e politica monetaria non è sostenibile ed è all’origine della stagnazione economica e sociale che sta vivendo l’UE; la concezione della moneta come semplice mezzo di scambio ignora che si tratta di un’istituzione sociale che dipende dall’autorità dello Stato.

La natura incompleta dell’euro richiama l’attenzione su un fatto che ritornerà inevitabilmente a ogni crisi: che non esiste moneta senza unità economica e fiscale; che l’estrema eterogeneità socio-economica dei paesi che compongono l’Unione verrà accentuata, senza un drastico intervento dei poteri pubblici. Che non esiste moneta senza uno Stato che la imponga e la garantisca.

L’Unione europea sta abbattendo l’Europa per di più rendendola impossibile. Il motivo è sempre più chiaro: vogliono costruire un’Europa senza e contro la sovranità popolare; senza e contro lo Stato sociale; senza e contro i diritti sociali fondamentali; senza e contro la politica intesa come procedura, deliberazione e decisione tra progetti differenziati. La politica interna ed estera sono sempre correlate. Non dovrebbe sorprendere, con questi fondamentali, che con più integrazione europea, più dipendenza dagli Stati Uniti, maggiore incapacità di intervenire attivamente e positivamente in un mondo che cambia rapidamente e, cosa più grave, mancanza di una politica solvibile e autonoma di alleanze internazionali.

La proposta di un’Europa europea significa costruire un progetto partendo da ciò che ci rende forti: stato sociale, sovranità popolare, diritti e libertà pubbliche costituzionalizzati, democrazia economica e sociale. Non dovrebbero esserci troppi dubbi, nelle condizioni attuali un’Europa-Stato  sarebbe un’Europa tedesca. Ma questo non accadrà. Dov’è la chiave? Secondo me, camminare verso un’Europa confederale. Non si tratta di condividere le sovranità, ma di rafforzarle; definire politiche comuni e rafforzare la cooperazione per sviluppare l’autonomia produttiva, i diritti sociali e la democrazia in ciascuno degli Stati; un’uscita concordata dall’euro che consenta la transizione verso economie più egocentriche con una maggiore capacità di attuare politiche di sviluppo regionale e industriale. Si potrebbe continuare.

Si dirà che questo non è possibile. Che i grandi stati si opporranno. Che la destra non accetterebbe un’Europa così costruita. Allora si può dire solo la verità: che l’Unione europea è incompatibile con i diritti sociali fondamentali; che essa si oppone alla sovranità popolare e che è uno strumento per indebolire le classi lavoratrici e i sindacati.

Che il suo obiettivo finale è porre fine al costituzionalismo sociale e che, al di là della retorica, ciò che cerca è un’involuzione storica su larga scala. Non accadrà.

Manolo Monereo

La Parra, 16 agosto 2020

 




SPAGNA: LA GARROTA DELL’UNIONE EUROPEA di Manolo Monereo

Che la signora Calviño fosse più di un semplice ministro dell’Economia, lo sapevamo tutti. Pedro Sánchez ha scelto con cura di stare vicino alle potenze europee, di conoscere in anticipo le loro opinioni e di provare a influenzarle.

Il ministro dell’Economia è la rappresentazione più autentica di un eurocrate, di un funzionario di alto livello che conosce tutti i dettagli del potere e che guarda agli Stati come se fossero poco più che regioni autonome.

Gli eurocrati si sentono al di sopra degli Stati e li guardano con enorme sfiducia; sono intrisi dell’idea che, in un modo o nell’altro, tutto passa attraverso lo stato tedesco e la sua dottrina ufficiale, l’ordoliberismo.

Col passare del tempo, il ruolo di Nadia Calviño è diventato più importante. Le potenze economiche e i loro giornalisti preferiti la identificano con l’ortodossia economica, in quanto rappresentante della UE in Spagna e come contropotere di Pablo Iglesias e di quei membri del governo che cercano di andare oltre le regole di base che la UE ha costituzionalizzato in quasi tutti i paesi.

La “signora in nero”, come è stata chiamata, ha anche svolto il ruolo di una possibile alternativa a Pedro Sánchez in caso di una rottura del governo nel contesto di un peggioramento della crisi.

La possibile elezione della signora Calviño a presidente dell’Eurogruppo rappresenta un salto di qualità. A mio avviso ciò cambia la natura del governo. Sappiamo tutti che l’Eurogruppo è un organo informale ma decisivo.

Coloro che hanno letto il libro o visto il film di Varoufakis, Behaving Like Adults, prenderanno atto del ruolo canaglia del signor Dijsselbloem, il ministro socialista olandese.

Insisto, cambia la natura del governo; se prima la signora era la rappresentante della UE nel governo, ora, con la sua elezione a presidente dell’Eurogruppo, diventerà un’autorità europea nel governo. In altre parole, la Spagna sarà controllata dall’UE per mezzo dello stesso governo di Madrid con un potere sulle grandi questioni, simile o maggiore di Pedro Sánchez.

Che gli accusati celebrino il trionfo del loro procuratore è penoso. Di fronte all’inevitabile, sembra bello stare dalla parte del vincitore e attendersi, niente di più umano, la sua benevolenza. È bello essere tra persone istruite ed educate.

Nulla riflette il linguaggio dell’odio più delle relazioni neutre e scientifiche sulla realtà economica e sul futuro della ricostruzione nazionale.

Potrà questo nuovo governo risolvere i problemi molto gravi del Paese dal punto di vista della maggioranza sociale? Non credo, quello che verrà sarà uno scontro e un conflitto continuo su ogni misura progressiva. Il feroce attacco contro Unidas Podemos continuerà e il Ministro Presidente sarà la bandiera dell’intrigo.

Quella che potremmo definire la fase “buonista” della pandemia sta volgendo al termine.

Il blocco padronale ha già presentato il proprio decalogo.

Lo sfondo ovvio: ricevere il massimo di soldi pubblici per ripulire le loro aziende e imprese e opporsi a qualsiasi tentativo di riforma che metta in discussione il modello economico e di potere dominante in Spagna.

Essi lo sanno, un governo serve se è in grado di intervenire nella reale correlazione delle forze, in questo caso, conferendo una maggiore capacità contrattuale, politica e sindacale ai dipendenti e alle classi lavoratrici; rafforzare il nostro stato sociale maltrattato e garantire diritti sociali a tutti.

In breve, costruire un nuovo modello economico, ecologicamente sostenibile, in grado di soddisfare i bisogni fondamentali delle persone. Il viaggio al centro del governo è molto più importante che cercare i voti di Ciudadanos. La storia accelera.




CI ASPETTAVAMO IL “CIGNO NERO”, È ARRIVATO UNO SQUALO di Manolo Monereo

Un articolo dell’amico e compagno Manolo Monereo sulla situazione politica in Spagna ai tempi della pandemia, la debolezza del governo di sinistra, l’avanzata delle destre e i piani dei poteri forti.

Si dice che la storia non si ripete, subito dopo però vengono proposti nuovi patti della Moncloa. C’è qualcosa di più che un’incoerenza: una cattiva analisi di cosa sia stata la Transizione, cosa abbiano veramente significato i Patti della Moncloa e le loro conseguenze per la democrazia spagnola. Xavi Domènech lo ha detto molto bene e mi riferisco a lui. Qui e ora, i patti programmatici con le destre economiche e politiche saranno pura propaganda o qualcosa di peggio, preparando il Paese, le classi lavoratrici, a nuovi piani di aggiustamento, tagli ai salari e alla manodopera e, peggio ancora, a neutralizzare il conflitto. sociale.

Ci sono quattro piani che si mescolano e che si deve cercare di riordinare.

Il primo è la gestione del governo [di socialisti e Podemos, NdR]. Oltre ai fallimenti del coordinamento, alle continue improvvisazioni e alle varie carenze (come quasi tutti i governi), c’è un fatto essenziale che è stato dimenticato: il programma, le basi politiche che hanno dato vita a questo governo sono state fatte saltare in aria. Si è parlato, a ragione, della correlazione delle debolezze. Non esiste un programma, non esiste una strategia e ogni misura, ogni proposta, deve essere negoziata faticosamente. Proporre in queste condizioni un tavolo, niente meno che per la ricostruzione del Paese è, come minimo, un grosso errore di calcolo.

Un altro piano è il più ovvio e meno discusso, la costruzione di un ampio settore pubblico volontario di solidarietà, sostegno reciproco e affettività. Mi riferisco ad un blocco trasversale, che non appoggia necessariamente il governo, ma che difende, ad esempio, il pubblico, i valori democratici, la salute non mercificata e, in generale, un’economia politica al servizio dei bisogni fondamentali di persone. Questo blocco deve essere rafforzato e sviluppato da un governo che si dice sinistra. La chiave, insisto ancora e ancora, è il valore trasformativo del conflitto sociale come motore del cambiamento nel modello economico, sociale e politico.

Un terzo piano ha a che fare con la destra estrema e l’estrema destra. Vale la pena ripeterlo: Vox non è populismo di destra, è la  tradizionale destra spagnola pura e semplice; vale a dire, monarchica, autoritaria, neoliberista e dipendente, fino a livelli grotteschi, della politica imperiale degli Stati Uniti. Non è antagonista al Partito Popolare, al contrario, l’unità d’azione è complementare e praticata coerentemente. Qual è l’obiettivo di Vox? Vincere la sfida per impedire che il controllo della pandemia  benefici il governo social-comunista, come essi lo chiamano. In cosa consiste il suo tentativo? Creare un quadro cognitivo che incolpi il governo sia per il virus che per le morti da virus. Trasformando la sofferenza di migliaia di persone in uno strumento politico per arrivare al governo. Sono pronti per questo e molto altro.

C’è un quarto piano che non può essere dimenticato, la trama [i poteri forti, diremmo in Italia, Ndr], i poteri reali, i gruppi economico-finanziari dominanti e i loro tentacoli con i grandi monopoli internazionali. Va sottolineato, e sarà reso più esplicito in seguito, che esiste una perfetta armonia tra questi poteri e le istituzioni dell’Unione europea. Questa armonia è di classe e di progetto, non è circostanziale; sono interessati alla perpetuazione del neoliberismo, alla disciplina esterna e alla camicia di forza che significa il sistema euro, che è molto più di una valuta straniera. La trama, i veri poteri, hanno un obiettivo chiaro ed esplicito: “ammorbidire” Pedro Sánchez, renderlo uno strumento passivo del proprio potere; per questo la trama ha bisogno di porre fine alla presenza di Unidas Podemos nel governo. Non ci si confonda, la testa da far cadere non è Pablo Iglesias, è proprio Pedro Sánchez. La strategia della trama — la conosciamo molto bene, e da sempre — è trasformare lo stato di necessità (economica) in uno stato di eccezione (economica, sociale e politica).

Com’era previsto, il governo sta diventando il centro in cui sono annodati tutti i conflitti fondamentali. I poteri forti lo sanno, le destre economiche e politiche anche. Un settore del governo sta inviando segnali alle istituzioni europee e ai noti mezzi di comunicazione, spostando il conflitto e quelli che sono i suoi protagonisti. Inevitabilmente si deve parlare di strategia e quindi avere alcune idee chiare. Due fasi sono state delineate nella crisi: il controllo della pandemia e la sua uscita socio-economica. Non possono essere separate. L’idea di risolvere la crisi del virus e dopo darsi il programma di ricostruzione è un grosso errore.

Si comprenda bene la fase. La crisi sarà lunga, complessa e con enormi costi produttivi e sociali, per almeno tre ragioni: 1) perché il coronavirus è arrivato ad accelerare catastroficamente una crisi latente nel sistema economico mondiale. Ci aspettavamo tutti un “cigno nero” ed è apparso uno squalo. Questa è la novità che indica anche le rotture della società nel suo metabolismo con la natura; 2) prima, durante e dopo la crisi, si sta svolgendo una grande battaglia geopolitica che vedrà opposti due blocchi, più o meno eterogenei, attorno a un potere in declino (USA) e un potere emergente (Cina). Ciò ha condotto il capitalismo alla sua precedente crisi e il gioco in corso definirà un nuovo territorio più conflittuale, più bellicoso e più polarizzato; 3) i grandi problemi saranno accentuati, i conflitti politici saranno generalizzati come le disuguaglianze, la povertà e la lotta per le risorse. La guerra non sarà lontana.

Chiarire il ruolo dell’Unione europea. È incredibile che nel contesto dato il governo parli della Ue come un problema di relazioni internazionali. Lo stato spagnolo non è un paese sovrano. La politica economica non dipende dal suo Parlamento. Fare piani per la ricostruzione economica e sociale del Paese significa ingannare e ingannare se stessi. Per dirlo senza ambiguità: le politiche dominanti (sancite dai trattati) sono incompatibili con le politiche di reindustrializzazione, sviluppo dello stato sociale e difesa del potere contrattuale delle classi lavoratrici. Il problema con il sistema euro è che l’emittente della valuta è diverso da quello che la utilizza. Per la Spagna (e per qualsiasi ogni altro paese tranne la Germania), l’euro è una valuta estera che dipende dal “principe moderno”, cioè dalla Banca centrale europea. Va ribadito che sia le istituzioni della Ue che i poteri economici del Sud sono chiaramente interessati a perpetuare la disciplina e l’intervento esterno dell’economia dell’euro.

Non monetizzare il debito non emettere eurobond significa che ogni paese, considerato singolarmente, finirà intrappolato nel debito sovrano. Questa volta il contesto è diverso. Una crisi esterna che causa un grave problema economico-produttivo e sociale, una crisi finanziaria incipiente e un enorme problema del debito pubblico. Ciò che è venuto dalla Ue non è sufficiente date le dimensioni della crisi, aumenterà il debito e ci metterà in uno scenario futuro estremamente difficile. Quando la pandemia sarà sotto controllo, ogni paese dovrà fare affidamento sui propri mezzi ma senza la possibilità di emettere valuta; cioè legato alle linee guida dell’Eurogruppo e della BCE e, in definitiva, alla dittatura dei mercati.

Sulla gestione del governo. Continuare ad aspettare che dalla Ue arrivino alternative solidali, fondi non soggetti a rigorose condizionalità, significa non capire come funziona l’Unione. Si dice che con questa dinamica, l’euro e la stessa UE possano essere in pericolo. È vero. Dov’è la linea di rottura? Negoziare individualmente da parte dei governi con le istituzioni dell’UE e con la Germania o insistere con la mobilitazione delle popolazioni contro politiche che mettono in pericolo diritti e libertà? Non abbiamo imparato nulla dalla Grecia? La trama, i poteri economici, in alleanza con la tecnocrazia europea, quello che cercano è chiuderci in uno scenario di estrema necessità in cui, alla fine, devi scegliere tra lasciare la Ue o rimanervi accettando piani di austerità molto duri. Proprio per questo motivo, le decisioni che non vengono prese ora o che vengono prese in una cattiva direzione, peseranno in modo decisivo nei presunti piani di ricostruzione produttiva e sociale. Qualcuno crede, a questo punto, alle dichiarazioni di Felipe González che avvertono del pericolo di Podemos? Qualcuno crede che, come dice il consigliere di Slim [il miliardario messicano a cui Felipe Gonzales è strettamente legato, NdR], Podemos sta cercando di cambiare il regime? Tutto ciò fa parte dell’offensiva dei poteri forti, della trama, per impedire l’adozione di misure che potrebbero ostacolare notevolmente i futuri piani di aggiustamento.

La decisione strategica fondamentale di questo governo dovrebbe consistere nel definire con precisione un programma positivo per la ricostruzione del Paese, concordarlo con gli attori sociali e promuovere la mobilitazione dei cittadini. Ciò che le istituzioni dell’Unione europea temono maggiormente è il dibattito pubblico, la deliberazione democratica, alla luce del sole. Qui si vede molto chiaramente l’inanità, se non la menzogna, di così tanti europeisti che tutto ciò che fanno è “salvare” i loro gruppi di potere economico, le loro classi dirigenti. Se si afferma, come si dice, che l’attuale Ue sta andando nella direzione opposta di quanto dovrebbe, che sono necessarie un’Europa “più sociale” e un’Europa “più solidale”, non è ancora il momento di combattere alcune istituzioni che promuovono politiche che generano enormi sofferenze sociali e psicologiche, perdita di diritti e libertà, tagli salariali e progressiva liquidazione di ciò che resta dello stato sociale? Non è giunto il momento di battersi contro un’Unione europea che divide l’Europa, che è una macchina per produrre nazionalismi e destre estreme e che — peggio ancora — crea le condizioni affinché, a poco a poco, le forze democratiche e popolari alternative spariscano ?

L’unico modo per affrontare questo dilemma è mobilitare l’opinione pubblica, riarmare in modo programmatico gli attori sociali e stabilire le grandi priorità di un paese che subirà una crisi di dimensioni enormi. Se le politiche di cui il paese ha bisogno non sono possibili in questa Unione Europea, si prenda in considerazione l’idea di lasciarla. Solo giocando duro sarà possibile cambiare le sue linee guida dominanti. O questo o non rimane che accettare le politiche di super-austerità che ne derivano.

Facciamo un certo esercizio di immaginazione. Supponiamo un notevole calo del PIL (vedi le cifre fornite dalle diverse organizzazioni), aggiungiamo la distruzione di migliaia di piccole e medie imprese, la crescita esponenziale della disoccupazione, il debito pubblico e il deficit fiscale. I media parlano della bancarotta del paese e della necessità di rimuovere Podemos dal governo, mentre i  cosiddetti mercati, speculano e aumentano il premio per il rischio. Finzione politica? Io non la penso così. La storia, parafrasando il Maestro Hegel, si ripete, ma nella sua forma peggiore.

Fonte: Cuarto Poder

Traduzione a cura della redazione




DOPO LA BREXIT, LA RUSSIA COME ALTERNATIVA? di Manolo Monereo

Manolo Monereo

Enric Juliana è un giornalista unico e, per molti versi, diverso. Il suo stile è quello di collocare storicamente il fatto, i dati, le notizie; cercando di andare oltre il giorno per giorno, inquadrando ciò che accade in un contesto più ampio. Qualche giorno fa ha collegato la Brexit alla geopolitica assumendo come riferimento Halford Mackinder. Non ha detto molto di più. Mi aspettavo che sviluppasse questa idea, ma non l’ha fatto. Quindi tiro questo filo sapendo che, sicuramente, il noto giornalista catalano non sarà d’accordo con molte delle cose che scrivo.

Sir Halford Mackinder (1861-1947) fu un notevole geografo britannico e un politico molto influente. Questa doppia condizione deve essere sempre presa in considerazione; egli ha cercato di conoscere la realtà, sempre al servizio degli interessi strategici del suo paese. Sebbene non abbia mai usato il termine geopolitica, ha influenzato in modo decisivo questa disciplina che alcuni considerano la scienza e altri un’arte politica dello Stato. Nel 1904 pubblicò una noto saggio dal titolo “Il perno geografico della storia”. Nel 1919 sviluppò queste idee in un libro molto importante ai suoi tempi, chiamato “Idee e realtà democratica”. Non è facile spiegare in un articolo come questo la complessità, la profondità e le ipotesi di una concezione geografica che ha segnato, per più di un secolo, i dibattiti strategici e politici di un mondo in perpetuo cambiamento. Forse questo è ciò che sorprende di più. Il “problematico Mackinder” ritorna ancora e ancora, e ritorna — precisamente — quando i teorici della globalizzazione ritengono che il territorio e la geografia abbiano perso la loro rilevanza nelle relazioni internazionali.

Per capire bene cosa Mackinder continua a dirci oggi, dobbiamo partire da due idee centrali. La prima è l’opposizione strutturale della geopolitica mondiale tra potere marittimo (talassocrazia) e potere terrestre (tellurocrazia); Questa opposizione è sostanziale e influisce sulle strategie politiche e militari e ha conseguenze per la costruzione e lo sviluppo degli Stati. La seconda, ampiamente sviluppata nel saggio sopra citato di Mackinder, ha a che fare col sopraggiungere di una nuova fase della geografia mondiale, fase che potremmo chiamare post-colombiana. Le scoperte di Cristoforo Colombo segnarono un’intera fase storico-sociale delle potenze dell’Europa (che è una penisola dell’Eurasia) che si espansero in tutto il mondo attraverso gli oceani diventando vasti imperi in collisione permanente. Mackinder crede che questo stadio si sia cocnluso. Il mondo si era chiuso, essendo distribuito tra le grandi potenze, con una chiara egemonia dell’impero britannico. La chiave — siamo così in cuore del dibattito — è che i poteri talassocratici avevano perso parte del loro vantaggio strategico e che il territorio era ancora una volta un elemento centrale (tellurocrazia).

Il geografo britannico identifica un territorio fondamentale che chiama l’isola del mondo composta da Europa, Asia e Africa. Al suo centro, un perno geografico che, in seguito, avrebbe chiamato Heartland o Cuore Continentale. Da questo centro nascono due grandi linee, una interna e una esterna. L’Heartland occuperebbe un ampio spazio di ciò che chiamiamo Siberia e Asia centrale; cioè, dal Volga allo Yangtze e dall’Himalaya all’Oceano Artico. La conclusione di Mackinder segna un’intera era ed è ben nota.  

«Quando i nostri statisti stanno conversando con il nemico sconfitto, qualche angelo alato dovrebbe sussurrare loro di volta in volta: chiunque domini l’Europa orientale controlla il cuore continentale; chi domina il cuore continentale controlla l’isola del mondo; che domina l’isola del mondo, controlla il mondo». 

Una piccola nota: ciò che si stava decidendo in quel momento (1919) era il nuovo ordine concordato a Versailles. 

Torniamo alla Brexit. Questo mese ho pubblicato su El Viejo Topo un saggio sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Mi riferisco ad esso per le altre considerazioni. Una cosa vorrei sottolineare: la ferocia della classe dirigente e dei media europei contro una decisione democratica e legittima non ha una spiegazione facile. Insulti e disprezzo hanno raggiunto limiti difficilmente sopportabili, al punto che la secessione della Scozia è incoraggiata in un momento in cui la questione territoriale è un grave problema in Spagna. A ciò hanno partecipato sia la destra che la sinistra. Nessun leader importante si è chiesto perché, dal 1992 (referendum francese), nessuna consultazione sull’Europa abbia vinto. E’ accaduto solo in Spagna, il che non è un caso. La mancanza di autocritica delle élite europee è allarmante. Il paradosso di tutto questo dibattito è che per gli europei più federalisti la partenza dalla Gran Bretagna avrebbe dovuto essere vissuta come un’opportunità. La costruzione neoliberista dell’Europa è stata giustificata, in larga misura, dalla presenza della Gran Bretagna; l’involuzione sociale, la predominanza delle libertà comunitarie e la deregolamentazione dei mercati sono state tradizionalmente attribuite alla presenza di un’isola percepita più come una quinta colonna che come costruttore leale di un processo di integrazione unitaria. 

Si può capire cosa sta succedendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sulla base del fatto che nel mondo stanno cambiando le basi geopolitiche e che siamo (in questo mondo chiuso) di fronte a una grande transizione che ha al suo centro una grande ridistribuzione del potere. Per dirla in altro modo, ciò che abbiamo chiamato globalizzazione è alò tramonto. Non sarà facile capire le mutazioni che stiamo vivendo; non sarà facile capirle e, tanto meno, avere una piattaforma ideo-politica in grado di guidarci in un mondo in rapido cambiamento. Ciò che sta accadendo lo abbiamo davanti ai nostri occhi: un potere (USA) che rifiuta di accettare la sua decadimenza, che non è disposto a condividere, in nuove condizioni, la sua egemonia mondiale e che affronta un potere emergente (Cina) che è destinato a cambiare l’ordine mondiale. Lo dirò come lo disse Kaplan: gli Stati Uniti non accetteranno il dominio di una grande potenza nell’emisfero orientale. Lo combatterà con ogni mezzo e fino alla fine. La “trappola di Tucidide” è ancora presente. 

In questo mondo che cambia, le grandi potenze economiche britanniche vogliono camminare da sole; mettono al centro i loro interessi strategici e, dalla loro autonomia, cercheranno alleanze con l’Europa; o meglio, con alcuni paesi europei. Nessuno mette in discussione gli accordi sostanziali con gli Stati Uniti, e il Regno Unito li perseguirà con la propria voce e difendendo i propri interessi. L’altro lato della questione dovrebbe sollevare qualche riflessione agli europeisti che ci accerchiano. I dati più rilevanti per gli uomini e le donne che si trovano nella UE è che maggiore è l’integrazione, minore è la capacità europea di essere un soggetto autonomo e differenziato nelle relazioni internazionali in cui le grandi potenze definiscono interessi e quadri d’azione. 

Con Mackinder ritorna la Russia. Per gli Stati Uniti il ​​fronte europeo è secondario, ora sono occupati in qualcos’altro: contrastare l’egemonia della Cina nel Pacifico. La NATO ha questo scopo, subordinare una UE senza anima e senza un progetto, dividerla e impedire un partenariato duraturo con la Russia. La “casa comune europea” è stato un progetto fallito delle élite russe che facevano affidamento su un’alleanza con le democrazie occidentali. Putin è il figlio di quel fallimento. Prese atto e trasse le opportune conseguenze strategiche. Gli Stati Uniti hanno provato — e continueranno a provare — a trasformare la Russia in un grande potere avversario dei popoli europei. È la ricerca di un nemico che giustifica l’esistenza della NATO, la corsa agli armamenti e l’inimicizia tra Germania e Russia. L’espansione a est della NATO, la rapida integrazione degli ex paesi socialisti nella UE e il loro rigido allineamento con l’amico americano è lo stesso processo, dobbiamo insistere, per impedire qualsiasi associazione economica e politica con la Russia; vale a dire, con il perno geografico mondiale o Heartland continentale.

Più di 20 anni fa, Brzezinski, parlando dei futuri pericoli per gli Stati Uniti, scrisse quanto segue: 

«Lo scenario potenzialmente più pericoloso sarebbe quello di una grande coalizione tra Cina, Russia e forse Iran, una coalizione” anti-egemonica “unita non da un’ideologia ma da torti complementari. Ricorderei, a causa delle sue dimensioni e portata, la minaccia rappresentata, ad un certo momento, dal blocco sino-sovietico, anche se questa volta la Cina sarebbe probabilmente il leader e la Russia il gregario. Evitare questa contingenza, per quanto remota possa essere, richiederà un dispiegamento simultaneo di abilità strategiche statunitensi nel perimetro occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia».

 Il noto analista geopolitico americano aveva ragione ed fu in grado di intravedere il futuro. Quando si tratta di soluzioni, riappare sempre Rimland o l”anello continentale” di Spykman.

Europa e Germania hanno geoeconomie complementari e potrebbero avere strategie geopolitiche convergenti. Esistono conflitti (come quello in Ucraina) ma sarebbero risolvibili nel quadro di un accordo di partenariato economico, energetico e politico. Il presupposto è che l’Europa abbia un suo progetto autonomo nelle relazioni internazionali; cioè, di disimpegno dalla NATO, definendo i suoi interessi strategici e cercando il suo posto in un mondo che transita, con enormi difficoltà, verso la multipolarità. Il mio vecchio insegnante Samir Amin ha parlato fino al’ultimo di un asse Parigi-Berlino-Mosca-Pechino.  

Mackinder ritorna e, con lui, l’Eurasia. La storia, non solo non è finita, ma ricomincia. 

Madrid, 10 febbraio 2020

BARCELLONA, 11 FEBBRAIO: CONFERENZA SULLA GEOPOLITICA DI MANOLO MONEREO 
 
* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder




SPAGNA: IL GOVERNO PSOE-PODEMOS UN MALE MINORE? di Manolo Monereo

La crisi politica e istituzionale spagnola (si è votato ben due volte nel 2019) pare giunta alla sua conclusione. 
Oggi, dopo diversi tentativi andati a vuoto ci sarà il voto parlamentare definitivo, così che il governo tra i “socialisti” del PSOE e Podemos dovrebbe ottenere — anche se solo per un voto in più delle opposizioni e grazie alla astensione della sinistra catalanista dell’ERC e della sinistra basca (Bildu) —
l’investitura.


Avremo dunque dopo decenni di bipolarismo bipartitico, per la prima volta, un governo (traballante) di coalizione. La svolta tuttavia non è di sostanza ma solo di forma. La crisi catalana e l’avanzata elettorale dei post-franchisti di Vox, polarizzando il panorama politico lungo l’asse sinistra- destra, ha riportato in auge un bipolarismo sotto mentite spoglie: non più bi-partitico (PSOE-PP) bensì di coalizione.

Una soluzione all’italiana, di sostanziale restaurazione. Qui è Salvini lo spauracchio ed il il pretesto che ha messo assieme Pd e 5 stelle, a Madrid è quello di Vox che ha sugellato il connubio tra Sanchez e pablo Iglesias

Il 22 luglio scorso, parlando della richiesta di Podemos di formare un governo col PSOE, scrivevamo:

«E’ l’ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu».

Il compagno Monereo, mette in guardia dai rischi, non gli sfugge che il nuovo governo sia un pasticciaccio politico, ma nutre la speranza che esso possa fare qualcosa di buono e arginare l’avanzata reazionaria. Noi siamo più pessimisti. Quando le sinistre salgono al governo e non hanno il coraggio di attaccare alle fondamenta il sistema neoliberista, il risultato è che chi sta in basso volta le spalle alle sinistre e le destre reazionarie (per nome e per conto di chi sta sopra) si prendono la rivincita. Speriamo di sbagliarci.

*   *   *

 

 

RISENTIMENTO, RASSEGNAZIONE
DARE UN’OPPORTUNITÀ ALLA SPERANZA
di Manolo Monereo

Il vecchio Lukács diceva che quando pensava il male o sul male, ricordava sempre Nietzsche. Lo stesso succede a me; forse la mia differenza con lui è che penso che ciò che dice il filosofo tedesco abbia un posto nella realtà. Non tutto, ovviamente, ma una parte che accompagna tutte le rivoluzioni, tutte le controrivoluzioni, le guerre civili. La sua tesi è nota: la tradizione socialista giudeo-cristiana si basa sul risentimento contro i signori, i nobili; È la morale degli schiavi, che invertono i valori, li trasformano per nascondere la loro mancanza di grandezza, il loro arrivismo, la loro invidia, il loro odio per i migliori. Max Scheler ha studiato molto bene l’argomento e qui da noi il vecchio Unamuno e, in in forma diversa, Gregorio Marañón.

Non si tratta di fare un bilancio filosofico della questione, ma di metterla in gioco ponendola in relazione con gli stati d’animo sociali; per precisione, con i cambiamenti degli umori sociali che iniziano ad essere intuiti nella complicata realtà spagnola. Stiamo passando dall’indignazione al risentimento, dove si mescolano la frustrazione sociale, una paura che mangia le anime e un’insicurezza che blocca un futuro percepito come un male che agita un orizzonte oscuro. Cattive riflessioni per questi giorni; forse per questo motivo vale la pena guardare la realtà con occhi puliti, una realtà, a proposito, che nasconde conflitti sempre più evidenti davanti a un sistema politico, per così dire, attaccato con lo sputo. La struttura e la sovrastruttura ballano e il palazzo galleggia. Chi governa è sempre più solo e, al di sotto, l’umore sociale è in fermento e muta.

Questo paese ha vissuto la speranza di una minoranza molto ampia che haa goduto del sostegno della stragrande maggioranza. Il 15M [il movimento degli Indignados del 2011 NdR] fu un’illusione collettiva di una società che voleva cambiare e credeva che ciò fosse possibile. Il terreno era quello della democrazia e il nemico era chiaro e visibile: i grandi poteri economici. La gente si rese improvvisamente conto di ciò che intuiva, che la democrazia poco può, che ci sono “poteri selvaggi” che controllano le nostre vite, che comandano più di noi e che ci impongono, nel bene o nel male, il loro decisioni. La denuncia era aspra e chiara nei confronti dell’Europa del capitale, nei confronti di banche, società elettriche, IBEX 35, fondi avvoltoio, i gruppi immobiliari; ovvero contro un capitalismo predatorio che ha messo in pericolo sindacati e diritti del lavoro, pensioni, servizi pubblici, che ha reso ancora una volta lo sfruttamento eccessivo della forza lavoro l’uscita di una crisi percepita come una truffa gigantesca. Ciò che è stato appreso è che periodicamente il capitalismo monopolistico finanziario richiede l’espropriazione di diritti, di libertà, e di beni.

L’indignazione, la sua stessa esistenza, era un segno di vitalità democratica. La gente ha reagito e lo ha fatto denunciando le ingiustizie del presente e scommettendo su una “democratizzazione della democrazia”. C’era molta ingenuità e c’erano molti metodi e modi che bloccavano la strada e impedivano i progressi, ma il contenuto era buono. Si parlava di una nuova Costituzione e di un processo costituente, di garantire i diritti sociali, di porre fine al potere delle società elettriche, delle banche; di porre fine alle controriforme del lavoro e mettere i cittadini al centro della vita pubblica. Quando è emerso Podemos, abbiamo pensato che si fosse creato un movimento politico per l’alternativa. Si conoscevano le sue difficoltà, le sue enormi sfide e le inadeguatezze di una squadra dirigente che doveva fare tutto in fretta. I poteri forti reagirono con enorme virulenza; hanno usato tutti gli strumenti possibili per sconfiggere il movimento politico e uccidere una forza democratica come è stato il 15 M.

È una vecchia storia. Alfonso Ortí ce lo ha detto molte volte: cicli di democratizzazione, di mobilitazione sociale che hanno finito per dover scegliere tra nuove restaurazione, colpi di stato o guerre civili. Ora, ancora una volta, siamo allo stesso punto: accettiamo il male minore e ci accontentiamo di riformare un sistema non riformabile. Ci sono novità, ci sono sempre. Un’Unione europea che è garante di ultima istanza del potere dei grandi monopoli economici, un ostacolo insormontabile al superamento delle politiche neoliberiste, costituzionalizzate e rese obbligatorie per tutti gli Stati, al di là e contro le costituzioni stesse. Rimaniamo nel quadro della NATO che condiziona la nostra sovranità, sempre al servizio di un’amministrazione americana che sta cambiando le sue priorità e che tratta i suoi alleati con grande disprezzo. 
 

Il male minore può finire per essere il male maggiore. L’ipotesi è che con un’operazione trasformista la qualità e i pregi del regime possano essere migliorati. È un presupposto ottimista. La crisi del regime continua a mordere e sta diventando una grave crisi dello Stato. Sottoporre la Spagna a una crisi esistenziale avrà enormi conseguenze e cambierà tutto; In effetti, la sta già cambiando. Il problema è che in discussione non è più la difesa democrazia, dello stato sociale, la costituzionalizzazione dei diritti. Il risentimento e la

I cinque ministri di Podemos

paura sono una brutta combinazione. Le critiche alla politica, ai politici e all’inefficienza della democrazia sono fatte da un terreno ambivalente, dove l’autoritarismo, il disprezzo per i valori del movimento operaio, i loro diritti, si mescolano con un senso di sconfitta e impotenza che le cose possano migliorare. Quando vengono frustrate le aspettative di cambiamenti politici, anche la realtà cambia. La smobilitazione esistente indica fino a che punto gli “effetti morbosi” della politica stanno cambiando l’umore sociale.

La cosa inquietante è che la frustrazione sta portando al risentimento. L’indignazione e il risentimento sono cose diverse. Il primo significava la consapevolezza di una serie di ingiustizie che uno stato democratico non dovrebbe accettare; era una passione giusta che cercava di cambiare il sistema evitando la violenza e imponendo nuove regole. Il risentimento interiorizza la frustrazione, trasforma l’impotenza in odio, in disprezzo dell’esistente. È una reazione negativa che brucia tutto ciò che tocca e che fa marcire ogni possibilità di vero cambiamento in senso democratico-repubblicano. La frustrazione del cambiamento segnerà in modo duraturo la nostra società. La sua prima conseguenza sarà quella di affogare la voce di quelli che stanno sotto, delle classi lavoratrici; poi, come in così tanti luoghi, la disputa per la loro anima, per la loro coscienza e il loro destino e, di più, il protagonismo di un’agenda che non avrà più come soggetto le classi subalterne, convertite in massa di manovra. 
L’altro lato è la rassegnazione. Passare dallo “assalto al cielo” alla difesa della democrazia e dell’attuale costituzione, è molto in così poco tempo. Passare dall’offensiva alla difensiva, dalla guerra di movimento a quella di posizione e farlo governando con il PSOE è troppo, anche per una forza come Podemos. I punti deboli di questo governo sono enormi. Paradossalmente, la sua forza principale è … il potere e la strategia della destra. Lo si è visto chiaramente in questi giorni: le destre non solo si oppongono a un governo moderato programmaticamente ed egemonizzato dal socal-liberismo, ma sfidano la sua legittimità democratica. Non è la prima volta che questo accade, ma non è mai stato fatto con 52 parlamentari di una forza neo-franchista. 

 

 

Nel bene e nel male, il futuro della sinistra spagnola sarà segnato da questo governo. La mia opinione è nota e non ci tornerò. Basta indicare che, se fallisce, non ci sarà alcuna linea di resistenza nei confronti di un futuro governo di estrema destra e di un’estrema destra con un programma neoliberista puro e duro che metterà in discussione i diritti sociali sanciti dalla Costituzione spagnola. Vox, oggi, non è un partito populista di destra, non aspira ad essere l’alternativa alla PP ma a cambiarlo; cioè accentuare i suoi tratti più estremisti e autoritari. Per ora, le destre occuperaanno le piazze e promuoveranno una strategia istituzionale per bloccare possibili cambiamenti. Il futuro governo deve riconoscere lo scarso entusiasmo che genera e le sue numerose carenze. Non è stato il prodotto della lotta sociale né riflette una base politica ed elettorale mobilitata ed entusiasta. 
Il governo per il cambiamento è obbligato a promuovere il proprio rafforzamento e la partecipazione politica del conflitto sociale e non di tenergli testa, facendo riforme cruciali in breve tempo con l’obiettivo implicito di ottenere sostegno, di assicurare che le trasformazioni si faranno ricorrendo a tutte le forze disponibili. Dall’azione del governo, da ciò che è realmente viene fatto, costruisci un blocco sociale alternativo. So che non sarà facile, ma so anche che è l’unica possibilità per costruire una speranza concreta. Podemos dovrà essere più che un sostegno al governo di sinistra rafforzandosi come organizzazione nella lotta sociale e nello scontro con la destra; allo stesso tempo, promuovere alleanze sociali, approfondendo i legami con la società civile. Pensare in grande è un bisogno urgente oggi; la chiave, un progetto alternativo di paese che generi protezione, sicurezza e fiducia nel futuro della Spagna. 
* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE 
** Fonte: Cuarto Poder 

 

 




SPAGNA: PERCHÉ AVANZA LA DESTRA POPULISTA di Manolo Monereo

[ martedì 12 novembre 2019 ]

Avevamo appena concluso di tradurre questo importante articolo di Monereo a commento delle elezioni spagnole che le agenzie battono la notizia che nella notte Pedro Sanchez (POSE) e Pablo Iglesias (Podemos) avrebbero raggiunto un accordo per formare un governo congiunto con Sanchez primo ministro e Iglesias Vice. 
LEGGI IL TESTO DELL’ACCORDO
Vedremo come andrà a finire questa sceneggiata. La sensazione è che sia un presagio di sventura. Di sicuro un’esito opposto a quello augurato da Manolo Monereo.

*  *  *

SCENE DOPO LA BATTAGLIA

La storia conta e molto. Quando i cambiamenti democratici diventano frustrati, le società reagiscono in vari modi e forme. Viene alla ribalta quello un grande italiano ha chiamato “aspetti morbosi della politica”. Per far sì che l’ordine regnasse, hanno dovuto piegare le volontà, forzare gli abbandoni e propiziare ogni tipo di opportunismo. Sì, lo ripeto, la frustrazione di un cambiamento tanto atteso e auspicato è all’origine di ciò che ci accade. VOX non è una casualità. Molti di noi sapevano che si venivano creando in Spagna le condizioni per un populismo di destra duro e puro. Forse siamo rimasti sorpresi dalla sua velocità e dalla forma che oggi come oggi ha preso, neofranquista e neoliberista.
Non tornerò sull’irresponsabilità di Pedro Sánchez e del PSOE. Ha fatto parte di una strategia che aveva due obiettivi fondamentali: riportare il PSOE ad essere l’asse della ricomposizione del regime e limitare, quindi rimpiccolire e rompere Unidas Podemos. Questa è stata la politica di Pedro Sánchez sin dall’inizio, apparire come garante di un sistema politico in crisi e assicurarne l’egemonia sulle vecchie rotaie del bipartitismo politico. L’operazione non ha avuto il successo previsto; ciò di cui non si può dubitare è che questa strategia, in un modo o nell’altro, continuerà a costituire il fondamento del PSOE nei prossimi anni.
La prima pagina di EL PAIS on line, ore 15:00 di oggi 12 novembre

È la mappa politica spagnola che è cambiata di nuovo. In molti modi rassomigliamo all’Europa. Va detto fin dall’inizio di non farsi ingannare: il tutti contro VOXfavorirà il partito di Santiago Abascal. Come altre esperienze europee hanno mostrano in più di una occasione, i fronti antifascisti aggiungono solo più confusione, adottano una tattica sbagliata e finiscono per rafforzarlo. Si tratta di diagnosticare con precisione perché un partito come VOX raddoppia i suoi risultati e diventa la terza forza politica nel paese. A mio avviso, ha a che fare con tre elementi correlati: la crisi della globalizzazione e le crescenti richieste di protezione, sicurezza e ordine; la cosiddetta “questione territoriale” [ci si riferisce al secessionismo catalano, NdR] e la violenze utilizzata che ha scandalizzato gran parte della popolazione ritenendo che il loro Stato, la loro identità e il loro futuro come popolo siano in pericolo; in terzo luogo, la rabbia e l’indignazione crescente di una parte sostanziale della popolazione nei confronti di una classe politica separata, dipendente dalle grandi potenze e senza un vero progetto in grado di risolvere i grandi problemi che le persone normali e ordinarie incontrano, sempre più, con la paura di un futuro peggiore del presente.
Lo scenario sta diventando sempre più simile a quello di alcuni paesi europei. Destre sempre più dure, estreme destre populiste e sinistre senza alcuna spina dorsale politica, organicamente deboli e senza capacità propositiva. Unidas Podemos non ha fatto molto per invertire la tendenza che l’ha ficcato sempre più nel vecchio spazio della Izquierda Unida. Grave non è solo la diminuzione dei voti e dei seggi, ma la perdita di reale influenza nella società, la mancanza di forti legami sociali e la progressiva dissoluzione del poco che restava della militanza attiva incarnata nei circoli. Ora come in aprile, si pretende di correggere questa debolezza con campagne fantasiose sulle reti sociali e l’appello, ancora e ancora, della necessità di governare con il PSOE.
C’è una contraddizione che vale la pena spiegare. Mi riferisco a un mantra che si ripete mille volte: se siamo forti, non rimarrà altro a Pedro Sánchez che governare con Unidas Podemos. Intendiamoci: si dice che non c’è da fidarsi del PSOE e che la sua tendenza naturale è o la grande coalizione [col Partito Popolare, NdR] o il grande patto con le destre; si dice che ciò è possibile perché Pedro Sánchez è debole di fronte alle pressioni dei poteri forti economici; si dice che l’unico modo per superare tutto ciò sia rafforzare Unidas Podemos. Il paradosso di così tante ipotesi è che ogni campagna elettorale focalizzata sul governo con il PSOE ci rende più deboli e con una correlazione di forze (nella società, nell’opinione pubblica o nelle istituzioni) sempre più sfavorevole.
I seggi nel nuovo Parlamento spagnolo

Questa campagna elettorale è stata una grande opportunità. Pedro Sánchez e il suo governo hanno lasciato un’autostrada alla sinistra e l’hanno lasciata tutta allo Unidas Podemos. Mas Pais [la neonata formazione politica guidata da Iñigo Errejon sorta dalla recente scissione di destra di Unidas Podemos, NdR] non vi è entrata mai e ha perso vigore man mano che la campagna elettorale procedeva. Era giunto il momento dell’alternativa, di disputare al PSOE l’egemonia a sinistra e sollevare una bandiera del Paese, dei diritti sociali e delle libertà pubbliche, di una proposta socio-economica radicale, delle critiche alle politiche austericide dell’UE e della difesa della sovranità popolare e del patriottismo repubblicano. Alla fine, la routine e la mancanza di immaginazione si sono nuovamente imposte: governare con un Partito socialista al quale non si riconosce né qualità né un progetto proprio, del quale pubblicamente (giustamente) non ci si fida e al quale viene chiesto di far parte di un governo in evidenti condizioni di minoranza.
Ciò che è accaduto ora lo abbiamo vissuto molte volte: un Partito socialista che vuole governare da solo cercando sostegni parlamentari e Unidas Podemos che chiede di governare in coalizione. Nel mezzo, i partiti nazionalisti e indipendentisti che, logicamente, richiederanno concessioni in tutti i settori che li riguardano dopo una campagna — non dimentichiamolo — in cui Pedro Sánchez li ha affrontati apertamente.
La domanda deve essere posta: non sarebbe meglio per Unidas Podemoslasciare, per ora, le poltrone ministeriali e concordare un programma strutturato gestito da un’opposizione efficace, dedicando tempo e lavoro per ricostruire un progetto dal basso che affronti i poteri forti economici?

Manolo Monereo Pérez

Madrid, 11 novembre 2019
* Traduzione a cura della Redazione

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CATALOGNA: AUTODETERMINAZIONE SENZA SECESSIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

Il prossimo 10 novembre gli spagnoli tornano al voto. 

I sondaggi danno il PSOE di Sanchez e Ciudadanos in grande difficoltà, mentre le destre del Partito Popolare e Vox in grande sarebbero in grande spolvero. Difficilmente prevedibile l’esito per Podemos dopo la scissione di Íñigo Errejón che ha fondato Mas Pais.
Risultato che sarà fortemente condizionato dalla vicenda catalana. Continuano infatti le proteste in Catalogna dopo le dure condanne di alcuni esponenti indipendentisti da parte della Corte suprema spagnola.
Quale sarà l’esito dello scontro in atto tra lo Stato spagnolo e gli indipendentisti catalani? Pubblichiamo l’ultima parte dell’intervista rilasciata a Cuarto Poder da Manolo Monereo — compagno di lotta di Julio Anguita, intellettuale di punta della sinistra sovranista spagnola, ex parlamentare di Podemos.

* Traduzione a cura della redazione

*  *  *

D.Più Spagna. Sovranità del popolo spagnolo. Hai fatto molti riferimenti alla Spagna. Al momento, ritieni ancora che lo stato spagnolo sia uno stato plurinazionale? Ritieni che il rapporto tra i diversi territori debba essere regolato dal loro diritto all’autodeterminazione?

R. Ciò che sta arrivando non è la fine degli stati-nazione, ma il loro rafforzamento. Penso che li si debba rafforzare. È vero che i globalisti hanno inimicizia verso gli stati-nazione, che vogliono disaggregarli come strumento di dominio. Credo profondamente nell’unità del Paese, ma il Paese, però, deve essere un altro. Di contro alla destra e all’estrema destra, secondo me la Spagna va considerata un progetto in costruzione e deve essere costruito dal basso, come Repubblica federale e solidale. Le regioni più ricche devono essere solidali con le più povere. Dobbiamo vivere in uno spazio comune di libertà, diritti sociali e democrazia economica. Rinunciare a questo equivale lasciare la Spagna all’estrema destra.

Questa Spagna dev’essere di tutti, come si vede ogni giorno in Andalusia, Estremadura o nei Paesi Baschi. C’è una grande maggioranza di spagnoli che si sentono spagnoli e per molti essere spagnolo è un modo di essere basco, spagnolo, catalano, valenciano o andaluso. La situazione in Estremadura e in Andalusia è dovuta ai trasferimenti di reddito tra le regioni, in particolare quella che riceve di più è Madrid. Uno Stato è un progetto comune in cui diverse federazioni si strutturano entro una convivenza e federale.

Se si segue questa strada non andremo verso la segregazione, andremo piuttosto verso una nuova guerra civile o, peggio ancora, ad un altro colpo di stato. Sul diritto all’autodeterminazione, parto dall’idea di ciò che è il demos spagnolo. Mettere in discussione che la Spagna è un demos ci porta a una guerra civile. Dopo la Jugoslavia non può esserci ingenuità con l’autodeterminazione, non può esserci ingenuità. La mia visione è cambiata dopo la Jugoslavia. Disarmare uno stato-nazione avrebbe conseguenze anzitutto in Catalogna, si rompe la convivenza, ma poi, per una parte della Catalogna, è una crisi esistenziale.

Manolo Monereo


Se vieni da Jaén e vivi a Sabadell [città della Catalogna, Ndr], ed io questo l’ho vissuto, dopo che hai combattuto per i diritti sociali, linguistici e nazionali della Catalogna, ti dicono che devi scegliere tra essere andaluso o catalano. Si crea una crisi esistenziale, queste persone [ si riferisce ai tanti emigranti andalusi che vivono in Catalogna, Ndr] diventano una minoranza nazionale. Il giorno in cui ci fosse una repubblica catalana, avremmo una minoranza nazionale spagnola che dovrebbe essere difesa, questo gli indipendentisti si rifiutano di ammetterlo. Ficcarsi in questo pasticcio porta al crollo della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. La Spagna è più di destra dopo il Procés [il Procés è l’ondata indipendentista catalana, Ndr]. Uno stato non si suicida. Se non siamo in grado di capirlo, non troveremo una soluzione.

D. La sentenza della Corte Suprema ai leader dell’indipendenza sta per arrivare è prevista. Viene anticipata dall’arresto di attivisti CDR [ Comitati di Difesa della Repubblica:gli organismi che nel 2017 animarono la mobilitazione indipendentista in Catalogna, Ndr] qualche giorno fa. Pensi che ci sia un’operazione statale che si sta dirigendo verso un’umiliazione della Catalogna, come indicato da alcuni settori catalani?

R. Che ci sia un’azione statale contro l’insurrezione in Catalogna è fuori discussione.

D. Che ruolo dovrebbe avere la sinistra spagnola in questo?
R. Penso che ci sia molto dilettantismo nell’indipendentismo catalano. Quando vedo la borghesia catalana della CIU [Convergenza e Unione, la forza della destra indipendentista capeggiata da Jordi Pujol, Ndr], i miei tanti amici di ERC [Sinistra Repubblicana di Catalogna, Ndr] e la CUP [candidatura di Unità Popolare, movimento indipendentista catalano di estrema sinistra. Ndr] tutti insieme, sono pieno di tenerezza, sto per iniziare a levitare. Ma soprattutto credono che con la forza che hanno, essi sono metà della Catalogna, spezzeranno lo Stato spagnolo. Questo per giocare la rivoluzione. Che gli eredi del (borghese e corrotto) Jordi Pujol faranno una rottura con lo Stato spagnolo verso una repubblica socialista catalana, quest’idea mi riempie di tenerezza. Non sanno cos’è la Spagna e non sanno cos’è l’Unione europea. Essere al contempo sostenitori della UE e del diritto all’autodeterminazione significa non comprendere in che mondo ci troviamo.

Penso che devi trovare una base che combini due cose, l’unità dello Stato e dare la voce al popolo della Catalogna. Ciò significa uno stato federale. Il problema politico della Catalogna non ha come alternativa l’indipendenza della Catalogna. Proporre l’indipendenza della Catalogna implica non comprendere cos’è la UE, che è terribile, né la Spagna, che in parte lo è anche.

Ci si doveva rendere conto che aver infranto la legalità dello stato della Catalogna avrebbe avuto conseguenze legali. Nel processo di risoluzione e negoziazione politica di questo conflitto, si deve anche giungere a una soluzione che comprenda il destino di coloro che sono in prigione. Se tutto ciò non viene preso in considerazione, se andiamo a uno scontro diretto tra metà della Catalogna e lo Stato spagnolo, andiamo in una situazione di guerra civile o verso un colpo di stato e la destrizzazione della Spagna.

Ciò che è stato negativo del nazionalismo catalano è la rinascita con tale forza del nazionalismo spagnolo. Oggi, le tre forze di destra rappresentano oltre il 40% della mappa politica spagnola. Sono riuscite a far risorgere un nazionalismo spagnolo che era molto diffuso ed ora, un nazionalismo che fa della Catalogna e dell’unità della Spagna il proprio elemento centrale. E questo è molto trasversale.

D. Ribellione, sedizione… Condividi queste accuse?
R. La qualificazione giuridico-legale è stata eccessiva. Lo stato spagnolo si è scontrato con dei dilettanti, credevano di poter fare tutto ciò che gli piaceva perché avevano una sorta di salvaguardia globale. Pensavano che la UE e la Germania avrebbero accettato l’indipendenza della Catalogna. Non è successo.

Dobbiamo ristabilire le leggi della realtà. Oggi, in Spagna e in Europa, la possibilità di indipendenza non è praticabile. Insistere su quella strada ci porta solo alla rottura della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. Gli stati non si suicidano.

La risposta dello Stato sarà molto dura [l’intervista è stata rilasciata prima della sentenza del 14 ottobre con cui la Corte suprema spagnola ha condannato Oriol Junqueras e gli altri indipendentisti catalani, Ndr].

Come sinistra dobbiamo perorare il negoziato politico, ma anche essere chiari su quale progetto di Paese abbiamo.

Siamo indipendentisti? Giochiamo con l’indipendentismo? [in vista delle prossime elezioni politiche i capilista sia di Podemos che di Mas Pais sono due noti indipendentisti, Ndr]

Dobbiamo definire la nostra proposta di stato in modo molto preciso, per quanto ne so, siamo federalisti. Abbiamo optato per una federazione plurinazionale e crediamo di dover articolare un processo e un progetto in cui le peculiarità nazionali abbiano il riconoscimento costituzionale per dare soluzione alla crisi statale. È tempo che Unidas Podemos definisca un progetto di Stato che riguardi tutto il territorio. 

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MANOLO MONEREO INCONTRA DIEGO FUSARO

[ domenica 22 settembre 2019 ]





12 OTTOBRE: DALLA SPAGNA CON AMORE di Manolo Monereo

[ martedì 6 agosto 2019 ]

La notizia della manifestazione del 12 ottobre, grazie a Manolo Monereo, è giunta fino in Spagna. 
Come un sasso nello stagno. 
E’ subito scattato il tentativo di satanizzazione: “C’è anche Fusaro? Allora è una manifestazione fascista”. 
I teorici del politicamente corretto, agiscono come gli inquisitori della Santa Inquisizione (e la Spagna ne sa qualcosa) i quali, in base a istruttorie truccate, condannavano al rogo, non solo presunte streghe, ma liberi cittadini ed avversari politici. E’ molto probabile che anche in Italia tenteranno di sabotare la manifestazione del 12 ottobre lanciando una campagna di intossicazione dell’opinione pubblica. Non debbono riuscirci. Non ci riusciranno se ogni patriota farà la sua parte, intanto firmando l’Appello e facendolo firmare.

*  *  *

La dittatura del politicamente corretto e i suoi scagnozzi

di Manolo Monereo

»Liberiamo l’Italia è un manifesto che difende la sovranità popolare, 
la Costituzione italiana del 1948 e si oppone all’UE e alle sue politiche”
“Diffamano come fascisti coloro che criticano l’UE, 
l’oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l’egemonia tedesca”
“Il vero obiettivo non è altro che prevenire l’emergere di una 
sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna»


Tutto è iniziato ieri mattina [ 5 agosto, Ndr]. Ero a conoscenza di un tweet del mio amico

Il tweet di Manolo Monereo del 5 agosto

Victor Lenore che diceva che Fusaro stava organizzando una manifestazione a Roma il 12 ottobre con il motto “Liberiamo Italia” e che io ci sarai andato.

Ho subito pensato che mi avrebbero sputato addosso. Infatti non c’è voluto molto affinché agissero comesempre, direttamente alla gola e all’onore personale. Sono gli stessi che hanno massacrato Hector Illueca, Julio Anguita e il sottoscritto. È un discorso disciplinare basato sulla manipolazione, in un inganno che nasconde le loro vere intenzioni. Alcuni di noi si sentono sotto sorveglianza. Il vero obiettivo non è altro che prevenire l’emergere di una sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna.


Ho immediatamente ritwittato la pagina web in cui è stata convocata la manifestazione del 12 ottobre. Riproduco la traduzione del manifesto e l’Appello:

«LIBERIAMO L’ITALIA 

Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! 

Lavoro e dignità per tutti! 

L’Italia è a una svolta. O le pretese europee verranno respinte una volta per tutte, o il declino del Paese sarà inarrestabile.

Povertà, disoccupazione e precariato possono e devono finire, ma le regole europee ci impediscono di farlo. Esse, mentre garantiscono ogni diritto alla finanza privata e speculativa, impediscono agli Stati la possibilità di perseguire il bene comune.

Al popolo italiano si vuol negare ogni diritto, perfino quello di uscire dalla crisi. Per la UE l’unica politica consentita resta quella dei sacrifici, mentre la stessa Costituzione del 1948 viene calpestata dai moderni carri armati giuridici e finanziari euro-tedeschi.

E’ ora di uscire da questa gabbia. L’Italia ha le risorse ed i mezzi per venire fuori dalla situazione in cui è stata cacciata, quasi trent’anni fa, da una classe politica irresponsabile e corrotta.

L’Italia può e deve farcela. Le idee e le proposte per venire fuori dalla crisi ci sono. E’ ora di unire tutte le forze disponibili per un grande disegno di rinascita. E’ ora di battere la paura diffusa dalle èlite dominanti (ad esempio quella dello spread) affinché nulla cambi.

La liberazione è possibile, ma bisogna crederci.

Essa diventerà realtà solo con la mobilitazione popolare.

Invitiamo tutti coloro che si riconoscono nei valori del patriottismo democratico e costituzionale a partecipare alla manifestazione del 12 ottobre. Una manifestazione aperta ed inclusiva, per dire intanto due cose: lottare è necessario, vincere è possibile! 

Liberiamo l’Italia! 

Alla manifestazione non saranno ammessi simboli di partito ma solo il tricolore della Repubblica»

Come si può vedere, è un Appello che difende la sovranità popolare, a partire dalla  Costituzione italiana del 1948 e si oppone all’Unione europea e alle sue politiche, il tutto basandosi su un patriottismo democratico. Si può essere d’accordo o meno, si può qualificare l’Appello in modi diversi, ma esso difende lo stato nazionale, la democrazia repubblicana e si oppone risolutamente all’euro. 

Cosa fa Fusaro? Si unisce a questo Appello, sottoscrive un manifesto proposto da persone appartenenti al sovranismo di sinistra contro il populismo di destra rappresentato da Salvini.

La manipolazione è spudorata ma efficace. Innanzitutto, una persona viene demonizzata: Fusaro è fascista. In secondo luogo, ciò che Fusaro sostiene è il fascismo; siccome Monereo lo sostiene anch’egli è un fascista. 


È chiaro che lorsignori non conoscevano l’Appello il contenuto del manifesto; ma gli insulti erano stati lanciati ed è stato difficile rettificarli. 

Sono stato squalificato, insultato e minacciato. Mi fa arrabbiare doverlo dire: sono un antifascista cosciente, almeno da quando avevo 18 anni. Milito nel movimento comunista da 46 anni e il mio patrimonio morale e intellettuale si basa su Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.

La dittatura del politicamente corretto esiste e ha i suoi scagnozzi. Stabiliscono ciò che è corretto e ciò che è incorretto, e schiacciano letteralmente coloro che si oppongono a queato discorso dominante. Non sopportano una sinistra scorretta e rivoluzionaria. Diffamano coloro che criticano l’UE, l’oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l’egemonia tedesca con l’etichetta di fascismo. Confondono e manipolano perché non accettano che, ancora una volta, la storia non vada dove essi desiderano. 

È la stessa sinistra che ha distrutto il Partito Comunista Italiano, che ha reso possibile Salvini e favorito il Movimento a 5 stelle.

* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder
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