1

POESIE PER MASSIMO BONTEMPELLI di Marino Badiale

Sei anni fa, il 31 luglio 2011, a Pisa, dopo breve malattia, ci lasciava il nostro grande amico, filosofo e storico Massimo Bontempelli [nella foto]. 

pubblicate nella sue recente raccolta.
1.
Difficile spiegare chi eri.
Mi prenderebbero per pazzo.
E non sono molto coraggioso,
lo abbiamo sempre saputo.
Ma non ti ho rinnegato, questo certamente no,
anche se il gallo ha cantato molte volte da allora.
Mi chiedo se ti ho meritato.
Penso di no.
non sono finito,
ma non credo di avere le forze
per fare molto più di ciò che ho fatto.
Ho troppi conti da pagare,
troppe email a cui rispondere,
e devo curarmi
una discopatia alle cervicali.
Cerco di salvarmi la vita.
Perché non ritornerai circondato di gloria
alla destra del Padre,
lo sappiamo bene.
E allora questo solo posso dirti.
Perdonami, accoglimi, ascoltami.
Come hai sempre fatto.



2.
Plotino si vergognava di avere un corpo.
Hegel non saprei, ma credo di no.
Il tuo problema non era certo la vergogna,
era il dolore, quel buco nero
che ti ha rubato i giorni della vita,
e alla fine ti ha ucciso.
Ma quando ti lasciava libero
nel tuo corpo non ci stavi male.
Ti godevi le piccole cose:
un buon caffè, una spiaggia tranquilla,
il silenzio, soprattutto.
che portavi al futuro.
Cercavi, esitando, con chi dividerle.
Dopotutto, sei stato felice.



3.
Come si può vivere decentemente
in un tempo senza speranza
come il nostro?
Ce lo siamo chiesti a lungo, ricordi?
Dovevamo anche scriverci un libro.
Tu avresti parlato di Proclo e Giamblico.
Il tuo destino ha deciso diversamente.
Hai fatto quello che hai potuto.
Hai protetto i semi
che forse nasceranno.
Hai copiato antichi manoscritti.
Hai detto, a chi la chiedeva,
la parola che aiuta,
e forse salva.
Hai fatto quello che hai potuto.
Come fanno tutti, si potrebbe dire.
Ma davvero non come tutti.



4.
Era questa la domanda
che non ti ho mai fatto,
distratto dalle tante altre cose
di cui volevo parlarti.
Perché alcuni sono sommersi
dalle onde della vita
e sprofondano giù,
nel buio, perduti,
e altri riescono ad afferrare
un senso che riscatta il dolore
e ti salva?
punto di svolta?
Il crinale fra coraggio e viltà?
Forse non avresti risposto,
scuotendo la testa imbarazzato,
come quando mi vedevi commettere
i miei errori.
In interiore homine habitat veritas.
se ne intendeva.
Perché non era quello che volevo chiederti
ma solo
salvami, ti prego”.
E questo davvero
non lo potevi fare.



5.
La storia ha un modo di ridere che è ripugnante
scriveva un poeta che amo.
Parlava della grande Storia dei popoli e delle classi.
Ma anche le piccole storie degli individui
non sono da meno.
Ti è sempre mancato il tempo
per scrivere, per dare al mondo quello
che solo tu potevi,
e quando finalmente il tuo orizzonte si è aperto
quasi subito.
Ho fatto i conti,
hai dato esattamente
di quello che avevi.
Anche così, è stato sufficiente
a cambiarmi la vita.
Ma adesso i demoni meschini
sono lì che mi attendono,
ghignando,
adesso che tu non ci sei.



6.
Gli uomini sono esseri mirabili
scriveva ancora quello stesso poeta
parlando del celebre marxista ungherese.
Chissà cosa intendeva veramente.
Di certo tu non ti saresti mai
espresso così.
Conoscevi troppo bene i nodi
che dentro ognuno di noi
legano il bene al male,
le piccole viltà che ci rendono impossibile
ciò che in verità potremmo.
può manifestarsi
se lo sappiamo volere.
Gli uomini sono esseri liberi”
avresti forse detto
e ne pagano il prezzo”



7.
questa forma civilizzata
Eri incapace di odiare,
appunto.
Ridevi come ridono i bambini.
Temevo che non sapessi proteggerti.
Avevo paura per te.
Che sciocco.
Alla fine
sei tu che hai vinto.



8.
Raccolgo cose disperse che abbiamo scritto,
ne faccio un libro
dalla copertina buia,
come i tempi che ci attendono,
e che tu non vedrai.
Non oso soffermarmi a pensare
allo spreco assurdo
di te
che il nostro tempo ha fatto.
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti
scrissero i due saggi tedeschi.
Ma quando né la classe dominante
né quella dominata
hanno più nulla
che cosa domina il tempo?
La risposta è ovvia,
il nulla produce il nulla,
il vuoto che corrode
tutto ciò che appare solido
Non era il tempo per te.
In fondo è già molto
se ti hanno lasciato vivere.



9.
Il grande poeta tedesco
che strappa al saggio la saggezza
perché sa volerla.
A te non bisognava strappare nulla,
eri pronto a dare
sapere e sapienza,
ma certo bisognava volerlo
e assumersene
le conseguenze.
Posso dire di averlo fatto?
Nel mio modo imperfetto,
poco utile,
e poco coraggioso,
che mi porto dentro,
sì,




– “In interiore homine habitat veritas”: Sant’Agostino, appunto
– “un poeta che amo”: Franco Fortini
– “celebre marxista ungherese”: György Lukács
– “i due saggi tedeschi”: ovviamente, Marx ed Engels
– “grande poeta tedesco”: B.Brecht, nella “Leggenda sull’origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell’emigrazione”.





TUTTO È PERDUTO? NO, TUTTO È ANCORA POSSIBILE! di Moreno Pasquinelli






indifferentismo. 
sconfittismo metafisico è difficile da debellare, poiché è un precipitato della sconfitta storica subita dalle forze socialiste e anticapitaliste sul finire del secolo scorso. Duro da estirpare perché è un distillato di sentimenti prevalenti per chi viene da sinistra: una miscela di scoramento, prostrazione, sfiducia nelle proprie capacità, ed il cui elemento chimico coesivo è un radicale scetticismo. 
considerazioni sulla Brexit.

Marino Badiale (a destra) con A. Bagnai al convegno di MPL dell’ottobre 2011


E tuttavia è segno di strabismo quanto conclude Badiale:

E NOI? ABBIAMO GIÀ PERSO? CI DIAMO ALL’IPPICA?

[ 7 novembre]


OGNI RIVOLUZIONE INIZIA A CAMMINARE CON SCARPETTE DA BAMBINO


LA FORZA DI RENZI:


PENSIERINO NOTTURNO, sembra condividere lo sconforto di Badial ed anzi aggrava la dose scrivendo:

Sempre dalla parte dei perdenti! La mia è una vocazione».

«L’alternativa secca è tra il subire questa catastrofe sociale —che non è un singolo evento fatidico, ma un processo già in atto— o sollevarsi per un vero e proprio cambio di sistema. Se questo rivolgimento non ci sarà presto, il paese sarà ridotto in macerie, col rischio che la miseria generale possa causare un devastante conflitto tra poveri ed infine lasciare spazio ad avventure populiste e reazionarie, animate da una borghesia che tiene sempre in serbo primigenie pulsioni reazionarie, senza nemmeno escludere l’eventualità di uno sgretolamento dello Stato-nazione. Conflitti aspri saranno inevitabili, così come una polarizzazione di forze contrapposte.
Di sicuro la crisi sprigionerà grandi energie sociali, energie che questo sistema politico marcio sarà incapace di ammansire e rappresentare. Queste forze sono la sola leva su cui si possa fare affidamento per cambiare radicalmente questo paese. Vanno quindi alimentate, aiutate ad emergere. Bisogna dare loro una consistenza politica, uno sbocco, una prospettiva. Per farlo non è sufficiente affermare dei no, occorre anche indicare quale possa essere l’alternativa, il nuovo modello sociale.
Questo è esattamente il compito che ci proponiamo come Movimento Popolare di Liberazione (MPL). Esso non consiste anzitutto nell’accendere fuochi di conflitto sociale, poiché essi già esistono come risultato di una resistenza diffusa che scaturisce da condizioni oggettive. Il compito nostro è quello di risvegliare le coscienze sopite, di chiamare a raccolta le migliori intelligenze, di raggruppare e dunque di far scendere in campo centinaia e migliaia di cittadini che di fronte alla miseria sociale e politica generale, sono decisi a prendersi ognuno la propria responsabilità, fino a quella di battersi per rovesciare lo stato di cose esistenti».


Nel tentativo di descrivere più precisamente coma la pensassimo, scrivevamo nel marzo 2014:

Proviamo ad aprire una discussione che vada nel profondo.




ANCORA SU DESTRA E SINISTRA di Marino Badiale

[ 6 giugno]

Volentieri lo pubblichiamo.



Non è però di questo che intendo trattare adesso: mi interessa invece discutere la ricostruzione della genesi della tesi sul superamento di destra e sinistra (d’ora in poi, per brevità , la chiamerò ”tesi del superamento”), ricostruzione proposta da Pasquinelli all’inizio dell’articolo. Mi trovo infatti a dissentire su alcuni aspetti di tale ricostruzione, e penso che esplicitare questo dissenso possa essere un contributo a fare chiarezza su questi temi.

Pasquinelli indica due fattori causali per la nascita della “tesi del superamento”: sul piano materiale, la relativa stabilizzazione del capitalismo, avvenuta dopo i turbolenti anni Settanta del Novecento, e la conseguente “cetomedizzazione” dei ceti subalterni. Sul piano intellettuale, le critiche al marxismo sviluppate dal mondo intellettuale post-strutturalista, e in generale l’egemonia conquistata dalla “narrazione” intellettuale post-modernista. Il complesso di queste correnti intellettuali (lo “spirito del tempo”, potremmo dire) convergeva nella tesi che “le società occidentali non erano più capitalistiche ma strane amebe “post-borghesi” “. Queste posizioni avrebbero influenzato alcuni autori di estrazione marxista, come Preve. Ma con la crisi attuale esse avrebbero dimostrato di avere il fiato corto: “L’apparenza che fossimo entrati in una società post-capitalistica e post-borghese, che la storia fosse finita, che la lotta di classe fosse un ricordo di tempi andati, ha lasciato tracce ma sta esaurendo la sua forza espansiva”. La crisi, secondo Pasquinelli, porterà alla ripresa della lotta di classe e quindi alla ripresa dell’opposizione di destra e sinistra.

Fin qui l’articolo di Pasquinelli, che ho riassunto nella parte che mi interessa discutere. Credo che nel tentativo di dissipare la confusione che, come ho detto, mi sembra addensarsi in questi dibattiti, sia necessario cercare di delimitare l’oggetto della discussione. È chiaro infatti che alla “tesi del superamento” ci si può arrivare con percorsi molto diversi, ed essa può quindi avere valenze diverse. In questo articolo discuterò un ambito preciso nel quale è stata elaborata questa tesi: il gruppo intellettuale che ha pubblicato la rivista “Koiné” nella seconda metà degli anni Novanta. Farò riferimento al pensiero di Massimo Bontempelli e Costanzo Preve, che sono stati i principali “riferimenti filosofici” della rivista. Con una ulteriore precisazione: per quanto riguarda Bontempelli mi riferisco all’intero ambito della sua produzione, che conosco bene sia per letture sia per frequentazione personale. Per quanto riguarda Preve mi riferisco alla sua produzione degli anni Novanta, che conosco meglio di quella successiva. Fatte queste premesse, vediamo in che cosa la ricostruzione di Pasquinelli mi sembra poco convincente, almeno in riferimento al pensiero di Bontempelli e Preve.

1. Il post-modernismo

Bontempelli: “Il mondo storico umano contiene dunque in sé, come suo fondamento assoluto di verità, una articolazione universale e immodificabile di significati ontologici, che rappresentano, nella loro unità dialettica, la verità fondativa dell’essere sociale” (pagg.99-100).

“In Hegel la verità diventa correttamente l’oggetto di una scienza filosofica […]. La sua eredità non viene però raccolta […]. Invece della corretta nozione hegeliana di scienza filosofica, basata sulle reciproca connessione essenziale delle parti nell’intero che ne esprime la verità, si affermano nella modernità due concezioni separate e incomunicabili di scienza e filosofia.” (pag.127).

È immaginabile che un pensatore post-moderno possa scrivere frasi del genere? A me sembra di no.
Riassumendo: il pensiero di Bontempelli e Preve si contrappone frontalmente alle tesi fondamentali del pensiero post-moderno, quindi l’idea che la “tesi del superamento”, almeno nella forma che assume in Bontempelli e Preve, sia derivata dalla temperie culturale post-moderna, appare difficile da sostenere.


La “tesi del superamento” è da Pasquinelli collegata alla tesi che la società contemporanea sia una società post-borghese e post-capitalistica. Ma quest’ultima tesi non ha davvero nulla a che fare con quanto hanno teorizzato Bontempelli e Preve. Essi hanno sostenuto una cosa completamente diversa, cioè che la società attuale è una forma di capitalismo post-borghese. Naturalmente, una simile tesi ha senso solo se si comprende che per Bontempelli e Preve la nozione di “borghesia” è distinta da quella di “capitalismo”. Non è qui il luogo per approfondire questo tema (certo molto importante), quello che voglio sottolineare è che per i due autori in questione la società moderna è una società capitalistica contro le cui ingiustizie occorre lottare, e quindi è completamente fuorviante iscriverli al gruppo dei pensatori che hanno creduto alla fine “di ogni idea di emancipazione rivoluzionaria dal capitalismo”, come scrive Pasquinelli. La cosa buffa è che questo punto, oltre a ricorrere continuamente negli scritti di Bontempelli e Preve, è anche facilmente ricavabile dal passo di Preve che lo stesso Pasquinelli cita. Infatti in esso Preve parla della classe dominante “in un primo tempo borghese-capitalistica e oggi semplicemente capitalistica (e post-borghese)”: dove si capisce chiaramente che quanto Preve sostiene è il carattere capitalistico ma non borghese dell’attuale classe dominante (e quindi, come si inferisce facilmente, degli attuali rapporti sociali). Naturalmente, la tesi della distinzione fra borghesia e capitalismo può essere discussa, criticata e rifiutata, ma non può essere stravolta. Inserire Preve (o Bontempelli) nel calderone di chi teorizza una società genericamente post-capitalistica, come sembra fare Pasquinelli, è davvero fare violenza alla verità.

In estrema sintesi, in questi testi sosteniamo che la sinistra è il luogo culturale e politico che nella modernità ha coniugato le istanze di emancipazione dei ceti subalterni con le istanze di sviluppo economico e tecnologico. La sinistra è stata vitale finché è stato possibile pensare di ottenere l’emancipazione attraverso lo sviluppo. Da alcuni decenni siamo entrati in una situazione nella quale lo sviluppo economico è essenzialmente de-emancipatorio, e questo toglie lo spazio vitale della sinistra.

Questa, dicevo, è la nozione di sinistra da noi utilizzata. Ovviamente, quanto appena detto rappresenta una semplice enunciazione dogmatica, non argomentata, di alcune tesi. Le argomentazioni si trovano nei testi citati. Riporto qui tale enunciazione solo per spiegare che la tesi del superamento di destra e sinistra è strettamente legata ad una precisa definizione di cosa si debba intendere per “sinistra”.

Vengo allora all’ultimo punto che volevo discutere: qual è la definizione di “sinistra” cui fa riferimento Pasquinelli?

Cioè per Pasquinelli “sinistra” è definita come “anticapitalismo socialista” (distinto quindi da un eventuale anticapitalismo reazionario o fascista). Questa è una definizione chiara e precisa, ma ha un difetto: è in contrasto col significato che la nozione di “sinistra” ha avuto nella storia, perché esclude la sinistra riformista (nel senso storico della parola “riformismo”, che non è ovviamente quello attuale). La sinistra è stata storicamente il luogo politico di chi lottava per l’emancipazione dei ceti subalterni, ma questa lotta non coincideva necessariamente con l’anticapitalismo. Nella sinistra si sono incontrati i rivoluzionari e i riformisti, chi voleva superare il capitalismo e chi nella sostanza lo accettava cercando di indirizzarne gli sviluppi a favore delle classi subalterne. Se questo è vero (e mi pare innegabile che lo sia), introdurre l’anticapitalismo come condizione necessaria nella definizione di “sinistra” significa in realtà rifiutare la nozione di “sinistra” come è storicamente esistita, e introdurre una nozione nuova. Questo vuol dire che Pasquinelli rifiuta anch’egli la sostanza della nozione storica di “sinistra”, ma invece di mettere da parte il nome assieme alla sostanza, preferisce tenersi la scatola con l’etichetta “sinistra” dopo averne cambiato il contenuto. Si tratta di una scelta teorica che non contribuisce, mi sembra, alla chiarezza intellettuale.


LA FUFFA E LA SINISTRA… “MIGLIORE” di Marino Badiale

[ 7 maggio]


qui e qui) volevo proporre qualche rapida riflessione. Mi è venuta l’idea di ripubblicare il saggio quando ho letto che Gennaro Migliore nella foto] era il relatore del PD sulla nuova legge elettorale. 





Purtroppo si tratta di una formula che è facile da enunciare, ma che non sappiamo come mettere in pratica. Può essere però un buon inizio di riflessione.

IN RICORDO DI MASSIMO BONTEMPELLI di Nello De Bellis, Marino Badiale e Costanzo Preve

Tre anni fa, a Pisa, dopo breve malattia, si spegneva lo storico e filosofo Massimo Bontempelli (nella foto). Un ricordo di Nello De Bellis, seguito dal necrologio di Marino Badiale e dal giudizio di Costanzo Preve.



Massimo partecipò attivamente alle prime riunioni di Chianciano da cui ebbe inizio, anche sulla scorta del suo insegnamento, il percorso seguito negli anni successivi, che portò alla costituzione di Rivoluzione democratica prima, di MPL e Sinistra No euro dopo.



Per Massimo Bontempelli (1946-2011) di Marino Badiale

Massimo Bontempelli è morto a Pisa lo scorso 31 luglio. Nato a Pisa nel 1946, Massimo si era laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa, nel 1968, con una tesi di Filosofia del Diritto, e dopo la laurea ha insegnato storia e filosofia in vari istituti superiori, e negli ultimi anni presso il Liceo Classico “Galilei” di Pisa. Aveva iniziato negli anni Settanta a pubblicare testi scolastici (manuali di storia e di storia della filosofia) di grande originalità e profondità, dedicandosi contemporaneamente allo studio di temi storici e filosofici, studio che si è tradotto nella produzione di numerose pubblicazioni. Pur non avendo quasi mai svolto attività politica diretta (le uniche eccezioni sono la sua militanza nel gruppo del PDUP-Manifesto negli anni Settanta, e il suo impegno in Alternativa, il laboratorio politico-culturale recentemente fondato da Giulietto Chiesa), l’elaborazione culturale e filosofica di Massimo ha sempre avuto una irrinunciabile dimensione etico-politica, perché per lui la filosofia non era una disciplina accademica soggetta ai vincoli tipici del mondo accademico, ma era, secondo il suo concetto, la riflessione razionale sul senso dell’esistenza umana, riflessione che non può escludere la dimensione politica in quanto parte costitutiva dell’esperienza umana nel mondo.

Per chi come me l’ha conosciuto e ne è stato profondamente influenzato, è difficile spiegare quanto profonda sia la perdita che la sua morte rappresenta. Forse le parole migliori, proprio perché prive di ogni enfasi, le ha trovate una giovane che è stata sua studentessa, e ha scritto, in una pagina facebook a lui dedicata, un breve ricordo:

Per me è stato la mia rivoluzione. Buonanotte professore. Serena”

Di queste parole forse la più importante è “eroico”. Perché un mite docente (la “mitezza” di Massimo viene giustamente citata in un ricordo che gli ha dedicato l’Associazione Culturale Punto Rosso, con la quale aveva collaborato) di storia e filosofia di un liceo di provincia dovrebbe essere considerato “eroico”? Addirittura “il più eroico degli uomini che ho conosciuto”? Perché Massimo era un cercatore di verità, e in questa ricerca era sì mite, ma anche appassionato e intransigente. E se la verità filosofica, come s’è detto, ha una dimensione etico-politica, cercare la verità significa anche rifiutare i compromessi di basso livello e le tante piccole infamie che la politica, specie in questi anni di decadenza, porta con sé. Per questo Massimo è rimasto al di fuori delle tante consorterie politico-culturali che si spartiscono gli spazi accademici e mediatici. Per questo ha insegnato per tutta la vita in licei di provincia, lui che avrebbe potuto tranquillamente salire su molte cattedre più prestigiose. Per questo riusciva a pubblicare solo con piccole case editrici. Questa sua mite intransigenza è ciò che affascinava molti, specie giovani (per i quali l’incontro con lui poteva rappresentare una autentica “rivoluzione”, come nel ricordo sopra citato), ed è anche la ragione del fastidio, a volte dell’odio, che pure qualcuno gli ha riservato.

Chi lo ha conosciuto sa quali tesori di sapienza e conoscenza ci fossero dentro di lui, quante cose avesse ancora da insegnare. Il dolore per la sua perdita, per la perdita di tutto quello che poteva ancora darci, può essere reso meno aspro solo dall’impegno a fare il possibile per diffondere il suo pensiero, e, per cominciare, a raccogliere tutti i suoi testi, dispersi quasi sempre in riviste di scarsa diffusione o in pubblicazioni locali, per rendere possibile uno studio sistematico della sua opera.

LA FILOSOFIA DI MASSIMO BONTEMPELLI di Costanzo Preve




PER CHI VOTIAMO? di Marino Badiale






* Fonte: mainstream



STUPIDAGGINE DA “SINISTRA RADICALE” di Marino Badiale

l’autorevole intervento di Bertinotti, che contribuisce a fugarli definitivamente. Adesso che anche Bertinotti, dopo Toni Negri, appoggia la lista Tsipras, si può essere assolutamente certi che si tratta della solita stupidaggine di sinistra “radicale”, che di autenticamente radicale ha solo la propria incapacità di capire la realtà e incidere politicamente su di essa. 




ha già detto tutto quello che c’è da dire, ovvero che non si possono fare politiche economiche radicali rimanendo nell’euro. Il resto è vanità, nient’altro che vanità.

* Fonte: mainstream



L’UNIONE EUROPEA, LA SINISTRA TEDESCA E LA PROFEZIA DI VON HAYEK di Marino Badiale

27 luglio. Volentieri pubblichiamo questo articolo di Marino Badiale che ci racconta della diatriba sull’euro e l’Unione europea tra due prestigiosi intellettuali della sinistra tedesca. Esattamente tra il sociologo Wolfgang Streeck [1], nella foto, e il socialdemocratico Jurgen Habermas, celeberrimo filosofo. Il primo critico dell’Unione europea e dell’euro, il secondo a favore. Streeck cita, nella sua critica serrata alla costruzione europea come costitutivamente antidemocratica, il noto economista liberista austriaco Friedrich Von Hayek, secondo il quale ogni costruzione federale tra Stati capitalisti diversi (che lui da buon liberista si augurava) avrebbe necessariamente portato al totale predominio delle leggi di mercato sulle regole politiche  democratiche [2].
 
Ne La lettura, l’inserto del Corriere della Sera, di domenica scorsa, un articolo di Maurizio Ferrara ci informa su un interessante dibattito, svoltosi recentemente in Germania, fra W. Streeck, affermato sociologo, e J. Habermas, il celebre filosofo. 

Il primo ha scritto un libro nel quale sostiene, fra l’altro, la necessità di “smantellate” l’euro, il secondo lo ha criticato sulla stampa tedesca. Non leggo il tedesco, quindi non posso discutere le tesi di Habermas. Per fortuna, invece, il libro di Streeck è stato rapidamente tradotto.

Si tratta di un testo di grande interesse. Streeck riesce infatti a offrire una ricostruzione chiara, sintetica e organica di ciò che è successo nei paesi avanzati a partire dalla crisi del keynesismo negli anni Settanta. Dopo aver ricordato rapidamente gli aspetti fondamentali di tale crisi, Streeck discute le varie fasi della risposta neoliberista ad essa. Egli prende in esame quelli che giudica come tentativi per “guadagnare tempo” da parte dei ceti dominanti, come tentativi cioè di mediare fra la necessità di smantellare le strutture dello Stato sociale, che avevano assicurato la pace sociale nel “trentennio dorato”, e la necessità di conservare un minimo di consenso e di coesione sociali. L’inflazione degli anni Settanta, la crescita del debito pubblico negli anni successivi ed infine la finanziarizzazione dell’economia, che ha permesso un indebitamento di massa capace di sostenere almeno in parte i consumi, sono fasi lette da Streeck nel modo che s’è detto. 

Jurgen Habermas

Nel frattempo però si consolidava l’organizzazione istituzionale neoliberista che a poco a poco distruggeva sia i diritti conquistati dai ceti subalterni, sia la democrazia, che viene vista come una fastidiosa ed erronea intromissione nelle leggi dell’economia. 

Una delle cose più interessanti di questo libro è che Streeck non ha il minimo dubbio sul fatto che Unione europea ed euro siano semplicemente le forme concrete con cui si attua in Europa la dinamica neoliberista di distruzione dello Stato sociale e della democrazia, come appare evidente da passaggi come questo:

«chi rifiuta la “globalizzazione” perché essa sottomette il mondo a un’unica legge di mercato, obbligandolo alla convergenza, non può decidere di rimanere ancorato all’euro dato che impone proprio questo modello all’Europa» (pag. 215) 

o questo:

«Chiedere di smantellare l’Unione monetaria in quanto progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato, che espropria politicamente e divide economicamente i popoli dello stato che compongono il vero popolo europeo, appare una plausibile risposta democratica alla crisi di legittimazione di cui soffre la politica neoliberista» (pag.216)

[per intendere quest’ultima citazione, occorre sapere che per “popolo dello stato” l’autore intende il popolo dei cittadini dello Stato-nazione, contrapposto al “popolo del mercato” che trova il suo piano naturale di azione nella dimensione della finanza globalizzata].

Queste tesi fondamentali vengono sostenute con molti argomenti, anch’essi di grande interesse. Per fare solo un esempio, alle pagg. 205-209 Streeck spiega perché l’idea di una “Europa democratica” sia un semplice specchietto per le allodole: occorrerebbe infatti una Costituzione democratica discussa e votata da un’assemblea costituente europea, ma una cosa del genere è oggi impossibile, vista le varietà e diversità dei popoli europei. Pensiamo ai problemi di far convivere realtà locali diverse in paesi come il Belgio o la Spagna. Ebbene, nota Streeck, 

«Un costituente europeo dovrebbe affrontare gli stessi tipi di conflitti, ma moltiplicati e notevolmente complicati, tutti in una volta, e non all’interno di una Costituzione democratica già esistente, bensì come precondizione per la sua realizzazione» (pag.206)

[Si veda qui un discorso simile che avevamo svolto tempo fa, proprio in relazione all’idea di una Costituzione europea].

Quanto alle obiezioni di Habermas riportate da Ferrara nell’articolo citato, per ora, aspettando di poterle leggere in una lingua a me accessibile, mi limito ad esprimere il mio dissenso rispetto alla tesi che nel libro sia presente una “implausibile teoria della cospirazione”. L’analisi riguarda i problemi del ciclo del capitale e quelli di legittimazione sociale, e non i complotti degli Illuminati.

Nel breve spazio di un post non posso approfondire i tanti spunti che il libro offre, quindi non proseguo nell’esposizione dei suoi contenuti, e mi limito a raccomandarne la lettura.

Non è male in ogni caso scoprire che non siamo soli, che le cose che andiamo elaborando sono discusse e approfondite nei posti e dalle persone che non ti saresti aspettato. Rubando una bella espressione a Fortini, si può pensare a Streeck come ad uno degli “amici del futuro”, una delle persone con le quali ci incontreremo arrivando da percorsi diversi, senza averlo immaginato o programmato.

Appendice

Friedrich Von Hayek



Il libro che stiamo discutendo contiene una autentica “chicca”, che non potevo non segnalare. Alle pagg. 118-124 viene infatti discusso un saggio di Hayek del 1939, The Economic Conditions of Interstate Federalism

In questo saggio Hayek discute le condizioni di un ordine internazionale rivolto alla pace. Hayek pensa ad una federazione di Stati, e la cosa davvero interessante è la sua discussione, come dice appunto il titolo, delle conseguenze economiche di una tale federazione. Con logica stringente, Hayek dimostra che una federazione fra Stati realmente diversi porta necessariamente all’impossibilità di un intervento statale nell’economia, e quindi alla vittoria di politiche economiche liberiste (il che ovviamente dal suo punto di vista è un bene). Infatti una federazione per essere stabile ha bisogno di un sistema economico comune e condiviso, e quindi della libera circolazione di merci e capitali, e questo porterà ovviamente a una perdita di controllo dei singoli Stati sulle loro economie. Si potrebbe allora pensare che il controllo statale si sposti al livello federale. Il nuovo super-stato federale si riprenderebbe quei poteri di controllo sull’economia che i singoli Stati avranno perso. Hayek risponde di no. Perché l’intervento statale sull’economia presuppone la capacità di mediare fra interessi contrapposti, di accettare compromessi ragionevoli, che non ci sono, o sono più difficili, fra popoli di Stati diversi. Come scrive Streeck riassumendo Hayek, 

«In una federazione di stati nazionali la diversità di interessi è maggiore di quella presente all’interno di un singolo stato, e allo stesso tempo è più debole il sentimento di appartenenza a un’identità in nome della quale superare i conflitti stessi (…). Un’omogeneità strutturale, derivante da dimensioni limitate e tradizioni comuni, permette interventi sulla vita sociale ed economica che non risulterebbero accettabili nel quadro di unità politiche più ampie e per questo meno omogenee». (pagg.121-122)


Si tratta ovviamente della stessa tesi che abbiamo sostenuto più volte nel nostro libro e in questo blog: non esiste un popolo europeo che possa essere la base sociale di uno “Stato sociale europeo”. E’ impressionante la lucidità di Hayek, che aveva capito tutto questo nel 1939. Tanto di cappello. 
Ma la cosa davvero impressionante sono gli attuali “intellettuali di sinistra” che questa cosa non la capiscono nemmeno oggi, 2013, nemmeno dopo che tutto ci è stato squadernato davanti. E magari sono gli stessi che pensosamente si interrogano sui motivi della crisi della sinistra…

NOTE

[1] Di Wolfgang Streeck segnaliamo The crisis of democratic capitalism, un analisi formidabile sulla crisi del lungo ciclo keynesiamo postbellico e l’avvento di quello neoliberista.
[2] In questo articolo segnalavamo che esponenti del F.V.Hayek Institute fossero tra i firmatari assieme ad Alberto Bagnai del “Manifesto della solidarietà europea“.

* Fonte  dell’articolo di Badiale: MAINSTREAM




QUELLO CHE I “MARXISTI” NON DICONO di Marino Badiale

16 luglio 2013. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Marino Badiale.

1. La migliore proposta politica possibile

Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull’euro è il ritardo o la reticenza nell’assumere la proposta politica dell’uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E’ evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell’attuale “capitalismo assoluto”. D’altra parte l’esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po’ dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino. 


Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore. Se da questo mondo continuano infatti ad arrivare analisi teoriche generali interessanti e utili, manca completamente la capacità di elaborare una proposta politica sensata. E manca perfino la capacità di riconoscere una proposta politica sensata (come quella dell’uscita da euro e UE) quando ci si imbatte in essa. Nel caso appunto dell’uscita da euro e UE, si tratta di una situazione paradossale, perché, per i motivi che cercheremo adesso di spiegare, essa è realmente la migliore proposta politica che un anticapitalista possa assumere nella situazione attuale.
Prima di provare ad argomentare quest’ultima affermazione, sono necessarie due precisazioni.


In primo luogo, parlando del mondo della sinistra radicale che non prende una posizione chiara di uscita dall’euro non si intende negare, ovviamente, l’esistenza di qualche realtà che invece ha preso una posizione di questo tipo: fra questi, a mia conoscenza, ci sono i Comunisti-Sinistra Popolare di Marco Rizzo, il Campo Antimperialista, il Movimento Popolare di Liberazione, la Rete dei Comunisti (che fa riferimento alla rivista Contropiano), il gruppo che gestisce il sito Marx XXI. Possono ovviamente esserci altre realtà. Il punto è che quelle che ho elencate sono in sostanza eccezioni, almeno fino ad ora, mentre la maggioranza del mondo della sinistra radicale non sembra aver  compreso quello che ho affermato sopra, il fatto cioè che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica che possa essere fatta, oggi in Italia, dal punto di vista di un anticapitalismo radicale. 


In secondo luogo, l’affermazione che ho appena fatto, e che nel seguito argomenterò,  necessita di una premessa, cioè del fatto che non è possibile oggi in Italia (e in generale nei paesi avanzati) un progetto politico di rivoluzione, presa del potere e abbattimento del capitalismo da parte di un proletariato rivoluzionario. Se fra i miei lettori c’è qualcuno che non condivide questa premessa, e crede quindi che una rivoluzione comunista sia oggi una concreta possibilità storica, lo prego di interrompere la lettura a questo punto: si tratta di una persona che ha una cosa molto importante da fare, appunto concretizzare la possibilità di una rivoluzione comunista, e non sarebbe giusto che perdesse tempo a leggere un articolo che non gli fornirà nessun aiuto per questo importante compito. Vada a fare la rivoluzione, si abbia i nostri migliori auguri, e quando ci sarà riuscito ci faccia sapere.

Veniamo ora a quanto sopra affermato a proposito di una concreta politica anticapitalistica. Quali dovrebbero essere le caratteristiche di una seria proposta politica di questo tipo, nella situazione attuale?

Come sappiamo tutti (tutti quelli che sono rimasti a leggere questo articolo, dopo che se ne sono andati coloro che credono all’attualità della rivoluzione), non solo non c’è oggi una concreta possibilità rivoluzionaria, ma siamo di fronte, da decenni, ad una massiccia offensiva dei ceti dirigenti del capitalismo mondiale, diretta alla distruzione di tutti i diritti conquistati in precedenza dai ceti subalterni. La classi popolari sono passate, in questi decenni, da una sconfitta all’altra. Non mi dilungo sulla forza e pervasività delle ideologie che sostengono l’attuale capitalismo (l’azienda come modello sociale universale, il consumismo, la competizione), sullo sbandamento, sulla confusione e sulle divisioni delle forze di alternativa, perché sono cose note a tutti. In queste condizioni, è chiaro che le uniche politiche che si possono tentare, con qualche speranza di efficacia, sono politiche di difesa e di limitati contrattacchi, che permettano, in caso di successo, di radunare e rinfrancare le forze di opposizione, mostrando concretamente che, nella guerra che ci hanno scatenato contro, è possibile almeno qualche parziale vittoria.

Se si vuole una concreta proposta politica anticapitalista, essa dovrebbe per prima cosa tentare di contrastare i progetti dei ceti dominanti su qualche punto qualificato: non porsi l’obiettivo della rivoluzione, ma quello del contrasto di qualcuno degli aspetti della situazione  attuale, voluti dai ceti dominanti per meglio piegare la società alle esigenze del capitalismo assoluto. Questo è il primo punto qualificante di una politica di radicalità anticapitalistica. D’altra parte, per avere qualche speranza di successo, una politica anticapitalistica deve collegarsi alla difesa degli interessi dei ceti subalterni. Occorre cioè non solo contrastare i disegni dei ceti dominanti, ma farlo su questioni nelle quali siano seriamente coinvolti gli interessi e i livelli di vita dei ceti popolari, in modo da poter affermare con verità che la vittoria nella battaglia intrapresa può aprire concrete possibilità di miglioramento della vita. Infine, poiché il proletariato in quanto tale è oggi incapace di iniziativa politica e del tutto privo di autonomia ideologica, è chiaro che una tale lotta non potrà farla il proletariato da solo ma avrà bisogno dell’alleanza con altre classi popolari. La battaglia cioè potrà essere vinta solo se sarà una “battaglia di popolo” molto più che una “battaglia proletaria”. Riassumendo, una concreta proposta politica anticapitalistica oggi deve attaccare qualche aspetto importante della costruzione sociale dei ceti dominanti, mostrando che in tal modo si possono difendere gli interessi dei ceti popolari in senso lato (proletari e non). 


Sembra del tutto evidente, a chi scrive, che la proposta di uscita da euro e UE è, rispetto a questi requisiti, la migliore possibile, nella situazione data. 


In primo luogo, si tratta infatti di una proposta che contesta alcuni degli strumenti che i ceti dominanti si sono dati, negli ultimi decenni, per svolgere il loro attacco, la loro lotta di classe: appunto euro e UE. Sul fatto che euro e UE rappresentino proprio questo rimando al libro scritto con Tringali [1] e, per quanto riguarda l’euro, al libro di Bagnai [2]. Poiché la strategia dei ceti dominanti, in questa fase, mette al centro proprio euro e UE, è chiaro che una proposta politica di attacco a queste realtà è qualcosa che mette in questione aspetti importanti della realtà istituzionale costruita dai ceti dominanti per la guerra di classe che da decenni vanno svolgendo. 


In secondo luogo, si tratta di una proposta che permette di impostare una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni. Non mi posso dilungare qui sulle motivazioni di queste affermazioni, e rimando quindi ai due libri citati e ai tanti siti in rete che si occupano di tali questioni [3]. E’ comunque ormai sempre più evidente che la minaccia della catastrofe economica che si avrebbe al crollo dell’euro e i conseguenti vincoli europei sono gli strumenti con cui, nei paesi PIGS, viene efficacemente perseguita la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è altresì evidente che dentro all’euro e ai suoi vincoli è impossibile un reale mutamento delle politiche economiche di tali paesi. Se si vuole dunque tentare un qualsiasi tipo di politica economica favorevole ai ceti subalterni, l’uscita dall’euro appare condizione necessaria e preliminare. Insisto su questo punto: come abbiamo scritto con Tringali nel libro citato, è certo che l’uscita da euro e UE rappresenta una condizione necessaria, preliminare ma non sufficiente per la difesa dei ceti popolari. Su questo ritornerò nel seguito, discutendo alcuni interventi di Emiliano Brancaccio. Il punto è che la necessità di cui s’è detto è rigida: se si vuole colpire qualche altro punto del fronte di attacco dei ceti dominanti,  per esempio le politiche di austerità o il Fiscal Compact, si arriva comunque al tema dell’euro, sia perché esse vengono giustificate appunto con la necessità di restare nell’euro, sia perché, se si rimane nell’euro, è quasi impossibile rifiutare le politiche di austerità, perché nell’euro si è persa ogni sovranità e ogni possibilità di scegliere la propria politica economica. La proposta politica di uscita dall’euro permette così di unificare le varie proteste che le attuali politiche di austerità stanno facendo crescere, dando ad esse un obiettivo che trascende le singole proteste, e pemette ad esse, se acquisito dai vari gruppi in lotta, un importante salto di qualità e di coscienza. 


In terzo luogo, la proposta di uscita dall’euro viene incontro agli interessi di strati popolari più ampi del lavoro dipendente: artigiani, piccoli imprenditori, piccoli commercianti, giovani professionisti senza prospettive, e così via, che subiscono anch’essi in prima persona il tracollo economico del paese conseguente alle politiche di austerità imposte dalla permanenza nell’euro. Questo fa sì che potenzialmente si tratti di una proposta di grande forza, di una battaglia che può effettivamente essere vinta. E dovrebbe essere chiaro come una vittoria in una simile battaglia cambierebbe notevolmente la situazione politica, rinfrancando e irrobustendo le forze degli oppositori allo “stato di cose esistente”. Una battaglia vinta, anche se non è la battaglia finale, ha sempre un effetto positivo sui ceti subalterni, specie nella realtà attuale nella quale tali ceti sono da decenni sottoposti al bombardamento ideologico secondo il quale non vi è alternativa e ogni resistenza ai poteri dominanti è illusoria.

2. Una discussione con Brancaccio

Sono queste le ragioni per le quali sostengo che la parole d’ordine dell’uscita dall’euro dovrebbe essere fatta propria senza esitazione dagli ambienti della sinistra radicale (marxista e comunista o più genericamente anticapitalista). Questa tesi può essere ulteriormente approfondita prendendo in esame alcuni interventi recenti di Emiliano Brancaccio (qui e qui), per mostrare come, a partire da essi, che pure non assumono in maniera esplicita la posizione dell’uscita dall’euro, si possano capire ancora più chiaramente le ragioni a favore di tale uscita.


In questi interventi, Brancaccio discute le possibili conseguenze dell’uscita dall’euro. Egli argomenta, sia sul piano teorico sia su quello dell’evidenza empirica relativa ad episodi passati di sganciamento di un paese da un regime di cambi fissi, che le conseguenze sui salari possono essere diverse. La conseguenza che ne sembra trarre l’autore è che, piuttosto che schierarsi per la permanenza o l’uscita dall’euro, occorrerebbe pensare a una serie di misure che possano, in caso di deflagrazione dell’eurozona, proteggere i ceti subalterni da ricadute negative. In sostanza, dice Brancaccio, l’uscita dall’euro può essere gestita in modo più favorevole ai ceti subalterni o in modo ad essi sfavorevole, cioè “da sinistra” o “da destra”, per usare le espressioni di Brancaccio. 


Pur non credendo più all’utilità delle categorie di “destra” e “sinistra”, non posso che concordare con ciò che dice Brancaccio. Mi pare si possano fare due osservazioni, per sviluppare quanto fin qui detto. La prima è che sembrerebbe possibile sostenere che, per quanto “brutta” possa essere l’uscita dall’euro, la permanenza sia ancora più brutta. Cioè che, se anche l’uscita dall’euro fosse gestita in modo negativo per i ceti popolari, i costi dell’uscita, per tali ceti, potrebbero comunque essere minori rispetto ai costi della permanenza. Questo lo si intuisce anche dai dati che riporta Brancaccio: se davvero la deflazione salariale necessaria per salvare l’euro è dell’ordine del 30% rispetto all’attuale livello salariale, se davvero in Grecia si è avuto un crollo dei salari reali di diciotto punti e un crollo del salario minimo del 44%, allora viene da pensare che perfino l’uscita “da destra” dall’euro sia meno disastrosa, rispetto a simili esiti, per i ceti subalterni. Insomma, per usare il linguaggio di Brancaccio, se si può essere d’accordo sul fatto che è possibile uscire dall’euro “da destra” oppure “da sinistra”, occorre però aggiungere che la cosa più “di destra” di tutte è appunto rimanerci, nell’euro.


Ma l’osservazione più importante è però un’altra. Infatti, è mia opinione che i due articoli di Brancaccio sopra citati mostrino, con grande chiarezza, e forse al di là delle intenzioni dell’autore, l’enorme vantaggio politico per i ceti subalterni, dell’uscita dall’euro. Infatti, cosa fa in sostanza Brancaccio in questi articoli? Egli esamina le conseguenze, sulle diverse classi sociali, di diverse possibili scelte di politica economica, e suggerisce che la sinistra si mobiliti a favore delle scelte di politica economica più favorevoli ai ceti subalterni. Una cosa normalissima, si dirà. Certo, una cosa normalissima, che da decenni in questo paese è impossibile fare. In Italia da decenni non è più possibile una autentica discussione di politica economica, perché non è più possibile decidere alcunché sull’economia: da decenni in Italia i dati fondamentali delle politiche economiche sono decisi altrove. La politica economica è obbligata dai vincoli europei, prima dalla necessità di entrare “in Europa”, poi di entrare nell’euro, poi di rimanerci. Con l’adesione ai vincoli europei e poi all’euro il nostro Paese ha rinunciato ad avere una propria politica economica, all’interno della quale si possano fare delle scelte che, inevitabilmente, favoriranno alcuni e non altri. Ecco dunque l’inestimabile vantaggio dell’uscita dall’euro: quello di riprendere in mano la possibilità della democrazia, della decisione collettiva. Nello scrivere gli articoli citati, Brancaccio è portato a discutere di possibili scelte diverse di politica economica non per motivi ideologici, perché lui è di sinistra o marxista o quant’altro, ma per motivi strettamente logici: infatti uscire dall’euro significa riprendere in mano alcuni strumenti della politica economica nazionale, e nel momento in cui li riprendi in mano, è ovvio che devi porti il problema di cosa farne. Insomma, il fatto stesso che Brancaccio, nello scrivere gli articoli citati, sia portato inevitabilmente a discutere di scelte diverse di politica economica, ci fa capire con tutta la chiarezza necessaria cosa significa l’adesione ai vincoli europei e all’euro: significa appunto la perdita della possibilità di scegliere e quindi lo svuotamento della politica e della democrazia. E simmetricamente ci fa capire cosa potremmo ritrovare, uscendo da euro e UE: appunto la possibilità di scegliere, di decidere e quindi anche di combattere. In una parola, la politica. Ecco dunque la vera natura di euro e UE: si tratta di una espropriazione della politica e della democrazia.


Torniamo allora al discorso iniziale. Avevamo detto che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica possibile, nelle condizioni date. L’esame delle tesi di Brancaccio ci fa intuire che essa è addirittura l’unica proposta politica possibile, perché è l’unica proposta che riapra lo spazio alla politica. Qualsiasi altra proposta politica, se non prevede l’uscita da euro e UE, accetta il fatto che le fondamentali politiche economiche del paese siano decise altrove, non dagli elettori, dal Parlamento e dal Governo di questo paese. E allora si tratta evidentemente di proposte prive di qualsiasi serietà, qualunque sia il radicalismo del quale si ammantano.

3. Obiezioni non convincenti

Speriamo adesso che la tesi che abbiamo esposto all’inizio sia più chiara. Ma se quanto abbiamo fin qui sostenuto è ragionevole, si ripropone la domanda iniziale: perché la sinistra radicale, di ispirazione marxista e comunista, non assume con forza e decisione la parola d’ordine dell’uscita dall’euro? Perché anzi non l’ha sostenuta per prima? 


Si tratta di una domanda rispetto alla quale non ho risposte sicure. Ne accennerò solo alla fine di questo scritto, perché dobbiamo prima vedere se nella posizione maggioritaria della sinistra radicale ci siano delle ragioni valide. Potrebbero infatti esserci delle validissime ragioni contrarie all’uscita dall’euro, che fin qui non abbiamo preso in considerazione, a contrastare le ragioni favorevoli che ho sopra esposto, per cui la posizione della maggioranza della sinistra radicale sarebbe il ponderato risultato di un bilanciamento fra ragioni opposte. Ora, non posso naturalmente conoscere tutte le possibili obiezioni elaborate negli ambiti della sinistra radicale. Ne conosco però un certo numero, grazie al fatto che da circa un paio d’anni sostengo in varie occasioni le tesi che ho fin qui esposto. Cercherò di discutere nel seguito alcune di queste obiezioni, senza indicare luoghi precisi, perché non si tratta di polemizzare con specifiche persone o gruppi ma di criticare uno “spirito” diffuso negli ambienti di cui stiamo discutendo.


1.Un primo gruppo di obiezioni consiste in sostanza nel dire che con l’uscita dell’euro non si cambiano radicalmente le condizioni attuali. Naturalmente, dato che i nostri critici sono in genere persone intelligenti, le obiezioni non vengono formulate in questo modo. Ma nella sostanza a questo si riducono. Si può dire che con l’uscita dall’euro la struttura attuale del capitalismo finanziario rimarrebbe immutata, oppure far  notare che l’uscita dall’euro non toccherebbe l’attuale disposizione dei poteri nazionali e internazionali, per cui l’uscita eventuale verrebbe gestita ovviamente in modo opposto agli interessi dei ceti subalterni, e non toccherebbe neppure la struttura del capitalismo internazionale, con la sua gerarchia di imperialismi in competizione. 


Si può iniziare a replicare a queste obiezioni con una domanda: ma se invece si resta nell’euro, questo ci permetterebbe di incidere sull’attuale situazione del capitalismo finanziario, sulla struttura gerarchica degli imperialismi o sul potere dei  ceti dominanti nazionali? Quello che intendo dire è che, se si deve discutere la validità della proposta politica di uscita dall’euro, le conseguenze dell’uscita devono essere confrontate con le conseguenze della permanenza nell’euro, e le obiezioni che vengono formulate contro la proposta dell’uscita devono venire “testate” andando a vedere cosa presumibilmente accadrebbe se invece nell’euro ci si rimane. Ora, è evidente che dal punto di vista delle obiezioni qui esaminate, non cambia assolutamente nulla a restare o a uscire dall’euro: esse quindi non sono obiezioni all’uscita dall’euro. 


In realtà, sono obiezioni a qualsiasi politica che sia oggi concretamente proponibile. Esse infatti non tengono conto della realtà di cui abbiamo parlato all’inizio. Siamo in una situazione di profonda sconfitta, che dura da decenni. Stiamo cercando una proposta politica che possa permettere di difendere i ceti popolari e di ottenere qualche limitata vittoria. E’ chiaro, è banalmente ovvio, che in queste condizioni non si può pensare di cambiare la struttura del capitalismo internazionale, e neppure di abbattere dall’oggi al domani i ceti dominanti nazionali e internazionali. Non c’è nessuna proposta politica concreta che possa oggi cambiare radicalmente questi dati di fatto. In sostanza, come abbiamo detto sopra le obiezioni che abbiamo esaminato,  riducendole all’osso,  si riducono a dire che con la nostra proposta non si cambia radicalmente la situazione globale. Alla fin delle fini, l’obiezione è che con l’uscita dall’euro non si abbatte il capitalismo.  Ma abbiamo già detto sopra cosa pensiamo di questa obiezione. 


Analogo discorso si può fare per obiezioni più semplici e dirette, che in sostanza vogliono dire la stessa cosa: come quella secondo la quale lira ed euro sono in ogni caso strumenti del capitalismo, oppure, come ci è stato detto in un dibattito pubblico, essendo l’euro un semplice strumento del potere capitalistico, se si abbatte l’euro, allora il potere capitalistico si creerà un altro strumento, e quindi non serve combattere l’euro. Che è come dire che i soldati dell’Armata Rossa non dovevano colpire i panzer tedeschi, perché erano solo strumenti del nazismo e distrutto uno il nazismo ne avrebbe fabbricati altri, e che i vietnamiti non dovevano abbattere i B52 che li stavano bombardando, per gli stessi motivi. Non c’è bisogno, credo, di aggiungere nulla a quanto già detto per criticare questa posizione.
2. Un secondo gruppo di obiezioni riguarda il fatto che l’uscita dall’euro potrebbe non rappresentare una autentica difesa dei ceti popolari. Essa potrebbe avere effetti negativi proprio sui livelli di vita dei ceti che si vogliono difendere. Possiamo essere brevi su questo punto perché lo abbiamo già trattato discutendo gli articoli di Brancaccio. Ribadiamo il punto: l’uscita dall’euro è condizione necessaria per riprendere in mano la politica economica e quindi per poter fare politiche economiche favorevoli ai ceti subalterni.  A questo possiamo aggiungere ancora la seguente osservazione. E’ vero che di fronte all’uscita dall’euro i meccanismi impersonali del capitalismo potrebbero provocare controreazioni negative, e i poteri dominanti nazionali e internazionali potrebbero reagire colpendo il nostro paese in maniera da far pagare ai ceti subalterni il prezzo di una simile scelta. Il punto è, come al solito, che questo vale per qualsiasi proposta politica concreta che si possa fare nella situazione attuale. Nessuna proposta politica concreta può ragionevolmente pensare di abbattere il capitalismo e i suoi gruppi dominanti, nel breve e medio periodo, e quindi qualsiasi cosa si faccia si sarà sempre esposti ai contraccolpi “impersonali” del meccanismo capitalistico e a calcolate ritorsioni da parte dei ceti dominanti. Vogliamo raddoppiare gli stipendi dei lavoratori? Vogliamo investire nella scuola e nell’assistenza sanitaria? Vogliamo bloccare i movimenti dei capitali? Ognuna di queste proposte, e anche tutte assieme, e anche qualsiasi altra cosa si possa proporre che non sia l’abbattimento del capitalismo, lascia in piedi la logica capitalistica con i suoi vincoli, e lascia ai poteri dominanti la possibilità di ritorsioni:  cosicché c’è sempre la possibilità che vengano annullati i vantaggi per i ceti subalterni che si potevano sperare da esse. 


Altre obiezioni le abbiamo discusse nel libro con Tringali, sopra citato, e quindi non riprenderò le nostre argomentazioni ma mi limiterò ad enunciarle (mettendo fra parentesi, in pillole, le nostre risposte): abbiamo bisogno di stare nell’UE per non perdere peso geopolitico (è invece proprio restandoci che stiamo perdendo sia peso economico sia peso politico),  la tesi dell’uscita dall’euro è venuta originariamente dalle destre (vero o falso che sia, la cosa non ha ovviamente nessuna importanza), con la proposta di uscita dall’euro si vuole tornare alle svalutazioni competitive (quando invece la proposta serve a difendere il nostro paese dalla svalutazione competitiva che ha operato la Germania grazie all’euro), non bisogna uscire da euro/UE ma bisogna cambiarli (impossibile in mancanza di un soggetto sociale alternativo capace di azione a livello europeo).

4. Conclusioni

Le obiezioni alla proposta di uscita dall’euro, che circolano negli ambienti della sinistra radicale, ci sembrano in generale poco convincenti. Almeno quelle a noi note.
Eccoci allora tornati al problema iniziale: perché la proposta dell’uscita dall’euro non può essere accettata? E proprio da coloro che dovrebbero esserne i sostenitori più convinti? Perché i marxisti non dicono “usciamo dall’euro”?  Come ho detto sopra, non ho risposte precise. Credo si tratti del manifestarsi di alcuni difetti di fondo del mondo della sinistra marxista e comunista, difetti che sono all’origine della sua attuale irrilevanza. Da una parte vi sono quei piccoli partitini che hanno come unica prospettiva politica quella dell’allenza col centrosinistra, e quindi non possono semplicemente accettare l’uscita dall’euro come una possibile proposta politica. Dall’altra vi è l’infinitesimale mondo della sinistra ancora più a sinistra (bordighisti, trotskisti e così via), per la quale il discorso è diverso rispetto ai precedenti, ed è probabilmente legato ad una radicale incapacità di fare politica, e quindi anche solo di pensare a qualcosa che possa assomigliare ad una proposta politica concreta, reale, capace di incidere sul serio nella realtà.

E’ mia convinzione che una qualsiasi forza di autentica alternativa debba avere presenti questi limiti della sinistra radicale, marxista e comunista, per poterli superare e non ripeterne gli errori. Cominciando appunto a dire, finalmente “fuori dall’euro, fuori dall’UE”.


Fonte: MAINSTREAM

Note

[1] M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell’euro, Asterios 2012.
[2] A.Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur 2012.
[3] Fra i quali http://goofynomics.blogspot.it/, http://tempesta-perfetta.blogspot.it/, http://vocidallestero.blogspot.it/, http://www.appelloalpopolo.it/, oltre ai siti marxisti citati sopra.