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DRAGHI AL TELEFONO… di Leonardo Mazzei

Draghi al telefono

Draghi al telefono, un’emozione. Il 2 febbraio scorso, all’acme del suo incensamento mediatico, in uno studio de “la7” popolato da prezzolati lecchini, Bruno Tabacci fece sapere al mondo che quando Obama era in difficolta diceva ai sui collaboratori di chiamargli Draghi. “Chiamate Mario” diventò così lo spot che annunciava l’arrivo del Salvatore

Non sono ancora passati 3 mesi, ma adesso Mario ha altri interlocutori telefonici. Sabato scorso, telefono in mano e orecchio attento agli ordini, Draghi ha dovuto rimandare il Consiglio dei ministri dalla mattina al pomeriggio, poi dal pomeriggio alla sera. Solo a quel punto ha potuto far approvare ai suoi ministri il mitico e (per gli italiani) disastroso Recovery Plan, ora chiamato PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Al telefono aveva la piccola Merkel dal sangue blu, al secolo Ursula Von der Leyen.

Secondo i soliti giornaloni, sempre proni davanti a colui che Francesco Cossiga definì come un “vile affarista”, le telefonate di sabato sarebbero state addirittura una “Prova di forza con l’Europa”. Come no? Basta crederci.

A chi scrive pare piuttosto il contrario. Una straordinaria, gigantesca e plateale prova di debolezza e subalternità. A 48 ore dalla sua presentazione in parlamento, l’approvazione governativa del PNRR era ancora soggetta agli ultimi diktat di Bruxelles. Un’umiliazione senza precedenti per chi si pensava intoccabile. Ma una cosa è presiedere la Bce, altra guidare un Paese deliberatamente mandato alla rovina… Pensate cosa avrebbero scritto i giornaloni se fosse successo a Conte. Ma Draghi non si tocca, quando telefona meno che mai! Ed il servilismo è tale che a Palazzo Chigi si risparmiamo ormai anche la fatica delle solite veline.

Oggi il Piano del governo è stato approvato in fretta e furia, da deputati che non hanno avuto neppure il tempo di leggerne l’intero contenuto. Così va l’Italia commissariata dall’Ue, tanto più in tempi di Covid. Lo stato d’emergenza, formale e sostanziale, serve anche a questo.

Avremo modo di tornare sopra al PNRR. Per adesso limitiamoci alla sua funzione di fondo. Erano passate poche ore dalla sua definizione in sede europea, quando definimmo il Recovery Fund (dal quale il PNRR è scaturito) come un pericolosissimo Super-Mes. Qualcuno pensò che il nostro giudizio fosse il frutto di un’esagerazione e di un pregiudizio. Adesso, a quasi un anno di distanza, anche i cantori della “bella Europa”, sono invece costretti ad ammettere la dura realtà.

Sul Corriere della Sera di ieri, Federico Fubini ha messo nero su bianco alcune righe che parlano da sole. A proposito della emblematica giornata di sabato, il giornalista così parla delle richieste dell’Ue:

«Quelle poste dalla Commissione Ue a Palazzo Chigi per tutto il giorno in una serie ininterrotta di chiamate fino alle 20,30 di sabato sono solo le prime di una lunga serie. Durerà anni. Forse sempre con le modalità di questi giorni: acquisizione di “precisazioni” da Roma, consultazione di un quarto d’ora fra desk tecnici a Bruxelles, e nuova chiamata con nuove richieste di chiarimenti. A oltranza».

Bene, ora che sappiamo che a Roma governeranno di fatto i “desk tecnici” di Bruxelles, e che lo faranno “ad oltranza”, ci sono ancora dei dubbi sulla trappola che dal Recovery Fund ci ha portato al PNRR? Se ci sono, qualche altra riga del Fubini può servire a fugarli del tutto:

«Perché sempre più è chiaro, almeno a Bruxelles, che quelle oltre 500 schede-progetto mandate dall’Italia non sono solo la messa in musica delle 300 pagine del Piano di ripresa e resilienza. Sono di fatto il programma, già scritto dal governo a Roma e blindato nel rapporto con Bruxelles, della prossima legislatura».

Insomma, nel 2023 al massimo si voterà, ma il programma del governo che ne scaturirà è già scritto: un ottimo esempio della democrazia reale in salsa eurista.

Il Fubini è un megafono del regime, un portavoce del trasversale partito draghiano. Ma, a differenza di tanti colleghi più sfortunati di lui, egli non è deputato ad innalzare comici inni all’inesistente Europa buona e solidale. Il suo compito è più rude, ma in un certo senso più onesto. Il suo target non è la platea degli euro-ringrulliti, bensì la classe dirigente in senso lato. Affinché anch’essa capisca a dovere quali sono i paletti di un Paese commissariato.

Commissariato a tutti gli effetti grazie a un Piano che non dà all’Italia risorse nuove, ma solo prestiti da restituire. Quei soldi il nostro Paese poteva ottenerli sui mercati finanziari ad un costo sostanzialmente equivalente, ma senza condizioni politiche a cui assoggettarsi. Tecnicamente era possibile, ma ciò sarebbe risultato inaccettabile ai signori di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Essi non temono i debiti dell’Italia, bensì un’Italia indebitata con altri che non siano loro stessi. Dunque quell’alternativa era possibile, ma non restando nell’euro. Per la banale ragione che chi l’euro lo stampa per acquistare i titoli del debito ha il coltello dalla parte del manico. Un potere di vita e di morte che l’oligarchia eurista non abbandonerà certo di sua sponte.

Da sempre uomo della grande finanza internazionale, a Draghi quel coltello va benissimo. Come va bene ai partiti che con lui governano. Per non parlare di Confindustria, che ha nel vincolo esterno l’arma decisiva per abbattere i salari. Quel coltello va bene ovviamente anche ai tanti Fubini ben retribuiti per il loro sporco lavoro.

E’ il popolo che sta protestando in queste settimane, a chi si mobilita per il lavoro, il reddito e la libertà, che spetta il compito di liberarsi da questa intollerabile minaccia. Una minaccia che lorsignori vorrebbero eterna, proprio come il loro amatissimo stato d’emergenza.




FERMIAMO IL MES! Manifestiamo perché il Senato dica no!

Fermiamo il Mes!

Manifestiamo perché il Senato dica no!

Mercoledì prossimo, 9 dicembre, la riforma del Trattato del Mes andrà in scena al Senato. In aula Giuseppe Conte farà le solite comunicazioni che precedono le riunioni del Consiglio europeo. E quello che si svolgerà nei giorni successivi (10 e 11 dicembre) tratterà proprio della micidiale riforma del Mes.

Ma intanto il ministro dell’Economia, l’euroinomane Roberto Gualtieri, ha già espresso il suo sì alla recente riunione dell’Eurogruppo, anticipando così la gravissima decisione politica del governo italiano. Il Mes è nato per piegare gli Stati, obbligarli a politiche pesantemente austeritarie, commissariarli con la Troika come successo alla Grecia. Ma con la sua “riforma” si vuole andare anche oltre, assegnando di fatto al Mes un potere assoluto nella gestione del debito pubblico e della sua eventuale ristrutturazione.

Ove un simile riforma passasse, saremmo alla totale cessione di ogni sovranità. Sarebbe come consegnare le chiavi di casa a chi non vede l’ora di poterla svaligiare a piacimento.

Contrariamente a quel che si vuole far credere, il Covid non ha minimante cambiato l’Unione europea. Messa in frigorifero per un anno, la riforma del Mes è stata ora riproposta esattamente com’era stata impostata fin dall’inizio. Mettere il potere di default degli Stati nelle mani degli eurocrati del Mes equivale per l’Italia ad un suicidio.

Non c’è nessun motivo per dire oggi di sì allo stesso meccanismo che era stato bocciato nei fatti un anno fa.

MERCOLEDI’ 9 DICEMBRE, DALLE ORE 15:30 PROTESTEREMO IN PIAZZA DELLA ROTONDA (PANTHEON)

Il Senato dica No al Mes!

No ai sacrifici che l’UE ci vuole imporre!

No ad un’Italia schiava della tecnocrazia europea!

Sì alla piena sovranità del nostro Paese!

Per una svolta politica radicale che affronti la crisi e mandi a casa i burattini di Bruxelles!

Liberiamo l’Italia, Marcia della Liberazione, Vox Italia, Riconquistare l’Italia – Roma, SìAmo, Movimento Stop euro, No Mes




COSA CI SI DEVE ASPETTARE? di Leonardo Mazzei

Pubblichiamo l’intervista che Leonardo Mazzei ha rilasciato per la prestigiosa testata tedesca Makroskop.

D. Il governo cerca di imporre un secondo lockdown che colpisce anche i diritti politici. Quale è il ragionamento del governo, delle èlite in generale – e le reazioni su scala popolare?

R. Proprio oggi, domenica 25 ottobre, è uscito il nuovo Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri) che punta a restringere ulteriormente la libertà di movimento ed attacca il diritto al lavoro di milioni di persone, in particolare quelli dei servizi turistici e della ristorazione. A differenza di quanto avvenuto a marzo, adesso la linea del governo è quella della chiusura progressiva. Ma continuando così alla fine il risultato non sarà molto diverso. Questa strategia viene perseguita con un Dpcm a settimana. Un modo che, se da una parte mostra le difficoltà di Conte, dall’altro sembra fatto proprio per generare, oltre alla paura, un’assoluta incertezza sul futuro. Il precedente Dpcm, del 18 ottobre, ha stabilito di fatto la sospensione del diritto a riunirsi in luoghi pubblici. Contro questa lesione dei diritti democratici, attaccati in parallelo a quelli sociali, manifesteremo il 31 ottobre davanti alle prefetture dei capoluoghi di regione. Il ragionamento delle èlite sembra chiaro: siccome la crisi è gravissima ed il malessere sociale è alle stelle, la sola tecnica di governo che può funzionare è la strategia della paura. E’ una linea che presenta dei rischi anche per il blocco dominante, ma che finora – come dimostrato anche dai risultati delle elezioni regionali di settembre – ha funzionato. Che continui a funzionare è invece tutto da vedersi. Proprio a causa del clima di paura, la reazione popolare è stata finora modesta. Ma a tutto c’è un limite. E i fatti degli ultimi giorni, a Napoli e non solo, ci dicono che le cose stanno finalmente cambiando.

D. A Napoli si sta sviluppando una protesta anche militante? Cosa ci si deve aspettare? C’è una direzione politica?

R. A Napoli la protesta è scattata contro il coprifuoco imposto dal governatore della Campania, De Luca. Sono scese in piazza le categorie più colpite da questa misura, con i ristoratori e i commercianti in prima fila. Ovviamente le iniziative di lotta non sono mai completamente “spontanee”, ma in questo caso possiamo parlare di una protesta auto-organizzata. Pur se assolutamente necessaria, è presto infatti per pretendere una direzione politica. Ora l’obiettivo dovrebbe essere quello di sviluppare ed estendere l’azione di lotta, mirando soprattutto proprio al governatore De Luca, che in questi mesi si è posto alla testa del fronte emergenzialista e securitario. Fra l’altro, l’epidemia in Campania sarebbe stata tranquillamente affrontabile se la Regione avesse aumentato i posti di  terapia intensiva nella misura prevista (e promessa) in primavera. Cosa che invece non è stata fatta. “Non vogliamo morire di fame per non rischiare di ammalarci di Covid”, questo hanno affermato i napoletani in rivolta. “Lavoro, dignità, libertà”, queste le loro parole d’ordine, che ricalcano quasi alla lettera quelle della nostra manifestazione del 10 ottobre. Ora queste parole d’ordine devono trasformarsi in obiettivi concreti, ma intanto la mobilitazione ha ottenuto un primo importante risultato: il lockdown regionale è stato bloccato proprio grazie alla manifestazione dell’altra sera. Un giorno dopo il suo famoso “si chiude e basta”, De Luca è stato costretto al passo indietro. Adesso dice che “il lockdown è impossibile senza ristori dal governo”. Chiede dunque soldi per le categorie colpite, ma quei soldi per ora non ci sono. E, nonostante le odierne promesse di Conte, che al massimo fanno presagire la solita elemosina, non sarà facile arrivare a risposte concrete.

D. Come sovranisti democratici quali saranno i vostri prossimi passi?

R. Il primo compito dei sovranisti democratici sarà quello di stare con chi lotta. Certo, il Paese è spaccato, ma è necessario schierarsi con la parte che non intende subire un disastro sociale catastrofico. In secondo luogo, i sovranisti democratici dovranno raccogliere la grande spinta all’unità presente nelle proprie fila. Una volontà unitaria esaltata dalla manifestazione di Roma. Come Liberiamo l’Italia ci muoveremo senz’altro in questa direzione. L’auspicio è che anche gli altri facciano la stessa cosa.

D. Il 10 ottobre avete fatto la Marcia della Liberazione, la più grande protesta dall’inizio della crisi covid. Avete cercato di connettere una risposta sociale immediata con un programma di investimenti pubblici per il lavoro e il ritorno alla sovranità popolare e nazionale. Come è il vostro bilancio?

R. Il bilancio è assolutamente positivo, sia in termini quantitativi che qualitativi. La manifestazione del 10 è stata in assoluto la più numerosa che si sia svolta in Italia in tutto il 2020. Ed il legame tra i temi sociali e la critica all’emergenzialismo ha funzionato. Naturalmente, non ci nascondiamo che ci vorrebbe molto di più. I settori sociali presenti in quella piazza sono importanti, ma ancora insufficienti. Ciò a causa del clima soporifero che il governo è riuscito ad imporre durante l’estate. Ma abbiamo già visto che ora il clima sta cambiando.

D. La stampa vi ha attaccato come negazionisti mettendovi insieme con i fascisti. Come avete reagito? Ha funzionato l’attacco o siete stati in grado di difendervi?

R. E’ anche considerando questo contesto che abbiamo tratto un bilancio assolutamente positivo della manifestazione. Mentre l’atteggiamento del Ministero dell’Interno è stato corretto, altri apparati dello Stato hanno lavorato all’infiltrazione ed alla denigrazione. L’infiltrazione l’abbiamo respinta, sia politicamente che concretamente in piazza. La denigrazione a mezzo stampa è stata invece l’arma più potente del potere. Visto che non potevano silenziarci, stavolta hanno deciso di denigrarci con una campagna senza precedenti negli ultimi anni. Volerci confondere con i fascisti di Forza Nuova, calunniarci con l’accusa di “negazionismo”, è stato il modo per oscurare i contenuti veri (a partire da quelli sociali) della manifestazione. Stavolta le fake news dei media sistemici hanno raggiunto vette impensabili. I comunicati del comitato organizzatore, che respingevano i tentativi di infiltrazione dell’estrema destra, che affermavano che noi non neghiamo affatto l’epidemia ma ne contestiamo fortemente la sua gestione politica, sono stati completamente ignorati dai media mainstream al gran completo. Proprio per questo abbiamo già querelato e stiamo querelando per diffamazione tutti gli organi di informazione che si sono resi responsabili di questa gigantesca campagna di denigrazione. Dalla nostra parte abbiamo avuto decine di media alternativi (web tv, tv satellitari, dirette Facebook) che hanno ripreso la manifestazione per un totale di un milione e 600mila visualizzazioni, di cui 300mila sulle nostre pagine Facebook. E’ chiaro che è la battaglia di Davide contro Golia, ma l’abbiamo combattuta al meglio.

D. Il governo Conte sembra più stabile, almeno in confronto alla situazione di un anno fa quando sembrava debolissimo. È vero che l’accordo sul Recovery fund lo ha aiutato?

 R. Sì, è così e bisogna averne piena consapevolezza. La cosa ha funzionato anche grazie al processo di normalizzazione della Lega. Il partito di Salvini, come pure “Fratelli d’Italia”, non si oppone al Recovery fund bensì solo al Mes. Ma questo è assurdo, dato che – viste le condizioni previste – il Recovery fund è in realtà un super-Mes. Ormai per la coalizione di destra (e neppure tutta, vista la posizione di Forza Italia) l’opposizione al Mes è solo una bandiera senza sostanza. Questo alimenta ovviamente le illusioni sul Recovery fund propagandate dal governo. Certo, i fatti smentiranno tutto ciò, ma affinché venga pienamente compresa la pericolosità di questa nuova trappola europea ci vorrà tempo. E’ quel tempo che fa il gioco del presidente del consiglio. Questo non vuol dire che nella stessa maggioranza di governo non vi siano forti fibrillazioni, ma né M5S né Pd hanno la forza e l’interesse di far cadere Conte adesso.

D. D’altra parte Salvini sembra in caduta libera. Perché? E come finirà?

R. Forse parlare di caduta libera è troppo, ma la crisi del salvinismo è palese. E personalmente la cosa non mi stupisce affatto. Paradossalmente il vuoto di proposta di Salvini è risaltato meglio all’opposizione di quando stava al governo nella comoda posizione di ministro anti-migranti. Il fatto è che l’immigrazione è questione seria, ma non è il principale problema del momento. E sul resto Salvini è apparso privo di qualsiasi idea. Credo che ciò sia avvenuto in parte per i suoi evidenti limiti politici e personali, in parte per il prevalere nella Lega della posizione europeista del blocco del Nord, imperniato sulla figura di Giorgetti e sui governatori del Veneto e della Lombardia. La cosa di gran lunga più probabile è che l’attuale crisi sfoci in un pieno processo di normalizzazione di quel partito. Lo stesso Salvini ha dichiarato ormai di accettare l’euro, di essere disposto ad appoggiare Draghi alla presidenza del consiglio od a quella della Repubblica (il mandato di Mattarella scadrà tra poco più di un anno). Ma credo che il sigillo ufficiale a questa operazione verrà posto con l’ingresso della Lega nel PPE. Tema che è oggetto di trattativa ormai da mesi. Può darsi che questo percorso presenti ancora qualche asperità, ma la strada è chiaramente tracciata.

D. Il governo Conte I veniva definito come sovranista. Entrambi i suoi componenti, sia la Lega sia i pentastellati, hanno lasciato questo campo e sono ritornati nell’ambito dell’europeismo. Stanno rappresentando la loro base popolare, o si sono persi?

R. Il governo Conte I non era dichiaratamente sovranista, anche perché aveva al suo interno la Quinta Colonna sistemica (rappresentata in primo luogo dal ministro dell’Economia, Tria) imposta da Mattarella. Era però un governo basato su una maggioranza parlamentare costituita da due partiti considerati a vario titolo come sovranisti. Un mix da cui emergeva comunque un governo con elementi e spinte sovraniste. Ciò portò a diversi momenti di aspro conflitto con la Commissione europea. Gradualmente la componente sovranista venne via via ad indebolirsi nei primi mesi del 2019, fino alla caduta del governo nell’agosto di quell’anno. Dovendo dare un giudizio sintetico, direi che quella crisi è stata più che altro la risultante dell’incapacità dei due partiti di governo di tenere fede alle premesse sovraniste, o quanto meno “euroscettiche”, che li aveva portati all’alleanza del maggio 2018. Poi, la boria e la pittoresca inettitudine di Salvini contribuirono a dare il colpo di grazia a quell’esperienza, ma il flop sostanziale c’era già stato. Alla prova dei fatti né Lega né Cinque Stelle erano stati in grado di reggere lo scontro con l’Unione europea e i suoi accoliti nostrani. Un’incapacità aggravata dalla scelta di non voler ricorrere, neppure quando sarebbe stato facile e vantaggioso, alla mobilitazione popolare. Vista in un’ottica sovranista democratica e costituzionale, il capitolo Lega e Cinque Stelle è da considerarsi ormai chiuso. Dalla base di quei partiti qualcosa verrà, e qualcosa sta già venendo, ma la strada che hanno intrapreso è chiaramente senza ritorno.

D. Il senatore dei Cinque Stelle, Paragone, ha annunciato alcuni mesi fa la creazione del partito Italexit. Come va avanti questo tentativo?

R. La mossa di Paragone, che noi abbiamo salutato positivamente perché fatta esplicitamente in nome dell’Italexit, deriva da due fatti. Il primo è proprio la conseguenza di quanto detto su Lega e M5s. C’è una larga parte della popolazione che è espressamente (lo dicono tutti i sondaggi) per l’Italexit. Ed è una parte che oggi è assolutamente priva di una degna rappresentanza. Il secondo fatto è la crisi, che la gestione del Covid ha aggravato prepotentemente. La mossa è stata dunque azzeccata, ma il processo di costruzione del partito non va avanti spedito come dovrebbe. Come Liberiamo l’Italia sosteniamo questo tentativo proprio perché risponde ad un’esigenza politica che riteniamo centrale da anni. Ma il nostro è un sostegno condizionato ad alcuni elementi. In primo luogo vogliamo un partito coerentemente basato sui tre punti chiave del manifesto presentato da Paragone a luglio: Italexit, lotta per l’uscita dal neoliberismo, attuazione della Costituzione del 1948. In secondo luogo vogliamo un partito di lotta, che agisce a tutti i livelli per arrivare all’uscita dall’UE. Dunque un partito che si presenta alle elezioni, ma non un partito elettoralista. Un partito radicato socialmente e territorialmente, capace di organizzare e rappresentare il popolo lavoratore, non un partito leggero. Siamo per un partito con un leader ben identificato, ma che non sia l’ennesimo partito personale. Vogliamo infine un partito che sappia dialogare sul serio, per aggregare il più possibile le varie componenti dell’arcipelago del sovranismo costituzionale. Su tutti questi punti, come su altri, la discussione è aperta.




CLAUDIO BORGHI AQUILINI: L’ANTICICLICO di Sandokan

L’Italia, ma lo sapevamo, è un paese bizzarro. Tanto per fare un esempio: è l’unico nell’Unione europea in cui ci si accapigli sull’eventuale uso del MES, chi a favore chi contro.
L’unico visto che tutti gli altri non vogliono saperne.
Per la verità, gli altri, pare non vogliano ricorrere nemmeno agli “aiuti” del “Ricoveri Fund”.
E’ il caso di Spagna e Portogallo.
La ragione è presto detta: c’è talmente tanta liquidità sui mercati che nessuno Stato ha problemi a spacciare i suoi titoli di debito. La stessa Bce ne sta comprando a gogò.
C’è una tale quantità di domanda che spesso i tassi sono addirittura negativi, oppure il costo in interessi (per gli stati) è pari allo zero.
Come ha dichiarato ieri Gualteri ciò vale anche per l’Italia. Perché mai accettare “aiuti” vincolati a questa o quella condizione dettata dall’esterno? Perché mai legarsi le mani sul come e quando spendere?
 
Allora perché tutto ‘sto casino nostrano sul MES?
La ragione è doppia.
La prima è ideologica: da una parte piddini e Confindustria, che dettano l’agenda, debbono infettare col loro ossessivo europeismo i cittadini, provando a convincerli che senza il MES andremmo ramengo.
La seconda è che, essendo l’Italia l’anello debole della catena unionista, si deve dimostrare a Berlino e all’oligarchia burocratica che essi sono servi affidabili. D’altra parte è evidente l’uso strumentale che M5S e Lega fanno del loro no al MES. Si fanno belli agli occhi dei cittadini euroscettici, fanno i duri, ma per poi accreditare gli “aiuti” del “Ricoveri Fund” come aiuti buoni. Si guardano bene dal dire che il “Ricoveri Fund” è un vero e proprio “Super-MES”, che toglierebbe al Paese un’altra quota di sovranità politica ed economica.
 
A questo gioco sporco si presta, hainoi, anche Claudio Borghi Aquilini, che si è fatto un nome come condottiero del no-euro. Dopo che Conte, nella conferenza stampa dell’altro ieri, ha detto che si potrebbe fare a meno di ricorrere al MES, ha fatto un tweet esilarante. Ecco il testo: 
 
«Sette mesi di battaglia contro il MES. Vittoria. Non potete immaginare quanto sia felice. Grazie a tutti quelli che ci hanno supportato. Grazie anche ha chi ha lavorato lontano dai riflettori. Viva l’Italia».
 
Se non si può perdonargli l’acca al posto sbagliato, davvero insopportabile questa boria con cui tenta di intestarsi “la vittoria”. Vedremo come va a finire la vicenda, ma davvero Conte ha cambiato idea grazie Borghi? Non pesa forse molto di più il no dei 5 stelle grazie al cui appoggio occupa il posto di Presidente del Consiglio?
Una sbruffonata per galvanizzare e infervorare i suoi e di Bagnai supporter nella Lega che, visto l’andazzo da quelle parti, sono delusi e incazzati assai.
 
Del resto il Borghi è un personaggio pittoresco assai. A chi gli chiese anni addietro se volesse uscire dall’euro per attuare politiche keynesiae o se volesse uscirne ma per restare nell’alveo del liberismo, la risposta del nostro fu a dir poco comica: “Io sono statalista in recessione e liberista in crescita. Diciamo che sono anticiclico”. Un fantastico caso di cerchiobottismo economico.



DAL MES AL … SUPER MES

Dal Mes al super-Mes (o Recovery fund)
Per una breve stagione la politica italiana si era appassionata al Mes. E gli italiani avevano afferrato quale fregatura fosse. L’oligarchia l’ha capito e ha concluso che era meglio imbrogliare le carte.
La cupola eurista ha deciso così di fare come con la Costituzione europea 15 anni fa.
Siccome i referendum in Francia ed Olanda la respinsero, si trasferirono quei contenuti nel successivo Trattato di Lisbona, che in quanto tale aggirava la possibilità dei referendum nazionali.
Adesso hanno fatto la stessa cosa: poiché dopo la Grecia nessuno vuole il Mes (neppure Cipro!), si sono inventati il Recovery Fund, che in buona sostanza è un super-Mes mascherato da buone intenzioni.
Un meccanismo dove al posto delle “condizionalità” del Mes, la parolina magica è “riforme”. Bisognerà fare le “riforme”, il che – tradotto dall’europeese – significherà solo una cosa: nuovi sacrifici, nuovi tagli, nuove tasse.
Hanno già cominciato con le pensioni ma non si fermeranno lì.
La Von der Leyen l’ha già dichiarato a chiare lettere: «finora ci si allineava volontariamente alle “raccomandazioni” dell’UE, d’ora in avanti sarà invece un obbligo per accedere al Recovery Fund».
Solo l’Italexit e la riconquista della sovranità ci salveranno.
Vieni a Roma per gridarlo con noi il 10 ottobre!



ECCO A VOI IL SUPER-MES di Leonardo Mazzei

Il super-Mes

Bruxelles, ore 5:32 del 21 luglio, per l’Italia il disastro è compiuto. Non si chiama Mes, anche se ci sarà spazio pure per questo, ma Recovery Fund, il super-Mes pensato dall’asse carolingio, ripreso dalla Commissione, ed infine modificato (in peggio, ovviamente) dal Consiglio europeo con la firma di stamattina.

Lo abbiamo sostenuto per mesi. Non è mai esistito un Mes cattivo, opposto ad un Recovery Fund buono. Esiste invece il sistema dell’euro, che di questi meccanismi abbisogna come il pane. E’ da quel sistema che bisogna liberarsi. Il resto è solo chiacchiera per l’interminabile teatrino della politica. Quel teatrino tenuto in piedi affinché ogni ragionamento serio sia bandito dal discorso pubblico.

Oggi gli euroinomani festeggiano. Lo fanno per l’accordo raggiunto, per la novità di un pacchetto economico a loro dire eccezionale, perfino per l’idea che si sia aperta la strada alla condivisione del debito, aprendo così pure quella della mitica Europa federale. Hanno torto su tutto, ed i fatti lo dimostreranno.

L’accordo è stato uno dei più pasticciati dell’intera storia dell’Unione, che in quanto a pasticci proprio non ha rivali. Non il frutto di un’intesa di fondo, ma di un’estenuante mediazione sul più piccolo dettaglio degli interessi di ognuno.

Lo dimostra il consistente aumento degli sconti dei contributi al bilancio comunitario, ottenuto dai 4 “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria) più la Germania, per il periodo 2021-2027. Molti segnalano come i quattro portino a casa 26 miliardi, “dimenticandosi” però di dire che altri 25,6 verranno incamerati dalla Germania.

Con questa intesa l’UE si dimostra sempre più come un mero aggregato di interessi, dove ognuno gioca la sua specifica partita. Un tutti contro tutti che è l’esatto contrario di quello “spirito europeo”, che solo certi personaggi del nostrano pollaio politico e mediatico continuano a voler vedere.

Che l’intero pacchetto economico (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund), messo a punto dall’UE per far fronte alla crisi innescata dal coronavirus, sia di una portata eccezionale è un falso clamoroso. Se è vero che si tratta di un pacchetto senza precedenti, è altrettanto vero che la sua entità è nettamente inferiore a quelli varati in questi mesi da Usa, Cina, Giappone e Gran Bretagna. La verità è che dentro l’UE si salveranno solo gli Stati più forti (Germania in primis), quelli che, proprio grazie alle asimmetrie prodotte dall’euro, hanno già potuto mobilitare le proprie risorse finanziarie. Per gli altri, Italia in primo luogo, il disastro sarà inevitabile.

In quanto alla condivisione del debito c’è ben poco da dire. L’andamento del vertice, la dura contrapposizione tra i singoli paesi, l’infinita trattativa che lì si è svolta, dimostrano in abbondanza come questa strada sia semplicemente sbarrata. Certo, il Recovery Fund prevede una qualche condivisione, ma limitatissima e ben definita nel tempo, visto che il Fondo sarà attivo solo fino al 2023 e cesserà di esistere del tutto nel 2026. Un piccolo passo compiuto solo per allontanare la prospettiva del crollo dell’Unione. Poi, passata ‘a nuttata, chiara è la volontà di tornare – sia nella forma che nella sostanza – alle solite regole ordoliberali senza le quali l’UE non sarebbe più se stessa.

Cosa hanno deciso a Bruxelles

Così stanno le cose. Ma la propaganda impazza, come pure la solita edificante narrazione eurista. E’ dunque necessario aver chiaro cosa hanno davvero deciso in questi giorni a Bruxelles.

I 750 miliardi del Recovery Fund sono rimasti. E’ cambiata invece – ecco la prima vittoria del fronte rigorista – il rapporto tra prestiti e “sovvenzioni”. I primi sono saliti da 250 a 360 miliardi, le seconde sono scese da 500 a 390 miliardi.

I prestiti sono solo debito, un modo di finanziarsi non così diverso dall’emissione di titoli, ma di questo parleremo tra poco.

Le “sovvenzioni” – ripetiamolo per l’ennesima volta – non sono finanziamenti a fondo perduto. Su questo governi e media mentono sapendo di mentire.

Il “fondo perduto” proprio non esiste.

Il meccanismo di questa componente del Recovery Fund, coperta dal bilancio dell’Unione al quale ogni paese contribuisce in quota parte, è invece una complessa partita di giro che sarà possibile calcolare solo tenendo conto di ogni dettaglio dell’accordo.

All’Italia spetterebbero in questo modo 127 miliardi di prestiti e 82 di “sovvenzioni”. Se i primi andranno restituiti integralmente (interessi inclusi), il guadagno netto sulle “sovvenzioni” veniva stimato a maggio in circa 22 miliardi. Adesso, dopo il nuovo accordo, è probabile che questo saldo si riveli assai più basso. Se consideriamo il contributo dell’Italia al bilancio europeo siamo di fronte ad un’autentica presa in giro, tanto più nel momento in cui altri hanno ottenuto nuovi e consistenti sconti.

Sul punto, così scrivevamo a maggio:

«In quanto alle sovvenzioni bisogna tenere conto che esse verranno coperte con un contributo straordinario al bilancio Ue, che per l’Italia è al momento valutabile in circa 60 md. Dunque, il saldo positivo dovrebbe aggirarsi sui 22 md (82-60=22). Poco più di un punto di Pil, una cifra che a qualcuno sembrerà importante, ma che in realtà è assolutamente modesta. Basti pensare che solo nel settennio 2012-2018 il nostro Paese, nonostante fosse (insieme alla Grecia) quello messo maggiormente in croce dalle regole europee, ha versato nelle casse Ue 36,3 md in più di quanto ha ricevuto! Bene, neppure questa rapina, e nemmeno in tempi di coronavirus, ci viene restituita! Grande la generosità europea!».

Fatti i conti, se tutto andrà bene (ma dubitarne è più che lecito), l’Italia avrà un beneficio di circa 20 miliardi su un totale di 209. Il resto sarà solo debito aggiuntivo. Alla faccia di chi per anni ha cercato di terrorizzarci con l’argomento del debito, e che oggi cerca invece di farci credere che il debito europeo è bello, buono e senza condizioni.

E’ chiaro, e lo hanno sostenuto centinaia di economisti, come di fronte alla crisi attuale solo la monetizzazione del debito avrebbe potuto funzionare. Ma questa è una scelta che – a differenza degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone e della Gran Bretagna – l’UE non vuole e non può compiere.

Una diversità che sta nella follia di una moneta unica per 19 stati, ognuno diverso dall’altro. Per l’Italia, l’alternativa alla mancata monetizzazione da parte della Bce avrebbe dovuto essere l’uscita dalla gabbia europea. Ma l’attuale classe dirigente non farà mai questa scelta, legata com’è a doppio filo ad un’oligarchia eurista che ne garantisce il potere su un Paese che manda invece in rovina.

Ecco allora il mostriciattolo del Recovery Fund. Ecco Conte che canta vittoria, attorniato dal circo mediatico al gran completo. Costoro ci spiegheranno che con il Fondo europeo si pagheranno interessi più bassi. Di quanto non lo dicono perché si scoprirebbe la miseria di questo risparmio, ma meno ancora ci parlano delle condizioni a cui verranno concessi prestiti e “sovvenzioni”.

L’Italia commissariata

Parliamone allora noi. La verità è che l’Italia verrà commissariata. Intendiamoci, in buona misura lo è già almeno dal 2011. Ma qui siamo di fronte ad un bel salto di qualità. Non a caso è proprio su questo che a Bruxelles hanno discusso per quattro giorni. A differenza delle “condizionalità” del Mes, qui la parolina magica è “riforme” che, contrariamente al suo significato etimologico, va tradotta dall’europeese in “sacrifici”.

E’ da notare come, visto anche l’enorme successo delle ultime aste dei Btp, il governo Conte avrebbe potuto decidere di finanziarsi attraverso l’emissione di titoli anziché legandosi mani e piedi all’Europa. Questo avrebbe sì significato un qualche aumento di spesa per gli interessi, per la verità abbastanza trascurabile, ma perlomeno le scelte strategiche su spesa e investimenti  sarebbero state fatte a Roma, non a Bruxelles e Berlino. Ma un governo codardo non poteva far altro che comportarsi in maniera codarda.

Nel “piano di ripresa”, che l’esecutivo dovrà presentare all’UE per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund, da un lato gli interventi dovranno essere riferiti a due obiettivi europei (la digitalizzazione e la green economy), dall’altro dovranno recepire le “raccomandazioni” formulate dalla Commissione per ogni paese. Per l’Italia questo significherà sacrifici e nuova austerità, altro che politiche espansive per uscire dalla crisi!

Questo punto non è stato sottolineato da qualche euroscettico indiavolato, ma dall’impareggiabile signora dal sangue blu, la presidentessa Ursula Von der Leyen, la quale così si è espressa:

«Il Recovery and Resilience Facility è stabilito in una maniera molto chiara: è volontario, ma chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi”. “Finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno – aggiunge – ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”»

Chiaro? Finora ci si allineava volontariamente alle “raccomandazioni”. D’ora in poi sarà invece un obbligo, quantomeno se si vuol accedere al Recovery Fund. Le raccomandazioni della Commissione all’Italia parlano di riforma del lavoro, per ottenere più flessibilità (più jobs act ha prontamente esultato Matteo Renzi!). Ma parlano anche di riforme della giustizia, della pubblica amministrazione, della scuola e della sanità. Per andare in quale direzione ognuno può immaginarlo da sé. Perfino le ultime “raccomandazioni” del maggio scorso, pure segnate dalla straordinarietà della crisi in atto, non hanno mancato di chiedere il proseguimento di: «politiche volte a conseguire posizioni di bilancio a medio termine prudenti e ad assicurare la sostenibilità del debito».

Una prosa che si traduce sicuramente in “pensioni”. Un nuovo attacco alle pensioni, di cui “Quota 100” è solo l’emblema propagandistico, usato non a caso dal noto esperto di questioni previdenziali Mark Rutte… Ma le pensioni non basteranno. Da qui la volontà di mettere mano al sistema fiscale e ad una nuova stagione di tagli. Insomma, proprio quel che serve in un momento di crisi drammatica come questo…

Sulla congruità tra il “piano di ripresa” ed i vincoli europei vigilerà l’occhiuta oligarchia eurista. Come è presto detto. Il piano dovrà essere approvato dalla Commissione europea, ma pure (altra vittoria del fronte rigorista) dai ministri delle finanze a maggioranza qualificata. In pratica, per bloccare il piano e rispedirlo al mittente, basterà il voto di paesi che rappresentino il 35% della popolazione. Ma Rutte, evidentemente con l’appoggio tedesco, sia pure non dichiarato, ha ottenuto pure il “Super freno d’emergenza” per le successive tranche dei finanziamenti. Un meccanismo attraverso il quale perfino un singolo paese potrà ostacolare il percorso del finanziamento di un altro, anche solo con il mancato consenso espresso dagli sherpa dei ministeri delle Finanze della zona euro (Efc). Sempre semplice e trasparente la magnifica Europaaa! Sempre limpidi e cristallini i sui percorsi decisionali!

Conclusione

Adesso fermiamoci qui che basta e avanza. Tra l’altro, seguire la tecnocrazia eurista nei sui contorcimenti, come nei sui sistematici imbrogli, è roba da far venire il mal di testa. Oltre a tutto il resto, l’Europa fa male pure alla salute…

Spero però che almeno tre cose si siano capite.

La prima è che l’Unione Europea è sempre la stessa. Incorreggibile ed irriformabile. Pure dal volenteroso Covid 19! Ogni narrazione sulla sua capacità di cambiare cozza con la dura realtà dei fatti.

La seconda è che non sarà necessario recarsi al Brennero per fermare la folle corsa di una massa di denaro gratis proveniente dal nord. Quei soldi andranno restituiti con gli interessi.  Arriveranno, ma solo per legarci meglio alla gabbia eurista sorvegliata da Berlino

La terza è che invece di uscire dalla crisi, il nostro Paese si sta incamminando rapidamente verso un disastro senza precedenti. Per impedirlo bisogna mandare a casa questo governo, insieme all’attuale classe dirigente tutta. Per impedirlo occorre una nuova Italia, frutto di una dura lotta di liberazione guidata da chi ha la consapevolezza del momento. Una lotta per l’ITALEXIT. Tutto il resto è chiacchiera.




RECOVERY FUND: UN NUOVO GRANDE MES di Leonardo Mazzei

Sul Recovery Fund abbiamo già scritto la scorsa settimana, a commento della proposta Merkel-Macron. Dopo quella decisiva imbeccata, ieri l’altro la Commissione Ue ha annunciato il suo progetto. Un fondo di 750 miliardi (md), rappresentato da un mix di prestiti (250 md) e di sovvenzioni (500 md, di cui quelli che andranno direttamente agli stati sono meno di 400).

Sulla parola “sovvenzione” è bene fare subito chiarezza. Senza dubbio è questa la traduzione corretta del termine inglese “grant” usato dall’Ue. Nella lingua italiana possono esserci però due tipi di sovvenzione, quella a “fondo perduto” (elargizione) e quella concessa come prestito a condizioni vantaggiose. Nel caso del Recovery Fund scordatevi pure il “fondo perduto”, che proprio non c’è, salvo che nelle dichiarazioni degli esponenti del governo e nelle solite grida d’appoggio dei pennivendoli di mestiere. In quanto alle presunte “condizioni vantaggiose” ne parleremo più avanti.

Prima, però, è necessario un passo indietro. Ai politici ed ai media piace molto l’annuncio. Ma l’esperienza ci insegna come tra l’annuncio e la decisione effettiva intervengano spesso differenze sostanziali. Ora, col Recovery Fund siamo appunto alla fase dell’annuncio, cui seguirà una lunga trattativa prima di arrivare alla formulazione definitiva. Ovviamente un annuncio della Commissione Ue ha il suo peso, ma in questo genere di trattative il diavolo sta nei dettagli. Che nel caso specifico sono assolutamente decisivi, sia per la determinazione delle cifre spettanti a ciascuno stato, ma soprattutto per la definizione delle condizioni a cui dovranno sottostare i paesi “sovvenzionati”. Quest’ultima questione è a tutti gli effetti quella veramente decisiva. Non a caso quella più vaga nell’annuncio della Von der Leyen.

Per capire il problema passiamo subito a quel che è in ballo per l’Italia. Per gli euroinomani ci sarà solo una valanga di soldi direttamente in arrivo dal Brennero. Inutile dire che le cose sono leggermente più complesse. Ammesso e non concesso che le cifre finali siano quelle annunciate dalla Commissione, all’Italia spetterebbero 91 md di prestiti ed 82 md di sovvenzioni. Ovviamente i prestiti andranno restituiti, con quale tasso di interesse ancora non si sa. Anche se i tempi di restituzione dovrebbero essere piuttosto lunghi (dal 2028 al 2058), da un punto di vista finanziario attingere a questi prestiti non sarà poi così diverso dal dover emettere titoli, visto che in ogni caso si tratterà di debito aggiuntivo.

In quanto alle sovvenzioni bisogna tenere conto che esse verranno coperte con un contributo straordinario al bilancio Ue, che per l’Italia è al momento valutabile in circa 60 md. Dunque, il saldo positivo dovrebbe aggirarsi sui 22 md (82-60=22). Poco più di un punto di Pil, una cifra che a qualcuno sembrerà importante, ma che in realtà è assolutamente modesta. Basti pensare che solo nel settennio 2012-2018 il nostro Paese, nonostante fosse (insieme alla Grecia) quello messo maggiormente in croce dalle regole europee, ha versato nelle casse Ue 36,3 md in più di quanto ha ricevuto! Bene, neppure questa rapina, e nemmeno in tempi di coronavirus, ci viene restituita! Grande la generosità europea!

Ma il problema non è solo di saldi, di mera convenienza economica. La questione più grande è un’altra. Nelle scorse settimane abbiamo scritto più volte che il punto per l’Italia non è semplicemente il Mes. Il vero problema si chiama infatti Unione europea, della quale il Mes è solo uno degli strumenti. La contrapposizione tra un Mes cattivo ed un Recovery Fund buono è del tutto fuorviante. Sta di fatto che le cosiddette “condizionalità” previste dal Mes, alla fine ce le ritroveremo nella sostanza nel dispositivo del ben più consistente Recovery Fund. In quale forma ancora non sappiamo, ma che ci saranno stringenti condizioni – stavolta chiamate pudicamente “riforme” – è assolutamente certo.

A qualcuno questa mia lettura delle ultime vicende in sede europea sembrerà eccessivamente critica, più il frutto di un pregiudizio che di un’analisi oggettiva dei fatti. E’ così? Diamo allora la parola ad una persona piuttosto informata di come funzionano le cose nei palazzi europei. Altro non fosse che per la sua personale esperienza, Yanis Varoufakis merita di essere ascoltato.

Della sua intervista a La Stampa di ieri mi pare opportuno riportare alcuni passaggi.

Il primo, sull’efficacia del Recovery Fund:

«Qualcuno dirà che l’Europa finalmente si sta muovendo veloce. Ma la direzione è sbagliata… a un incrocio, dove c’era da una parte l’integrazione finanziaria e politica, dall’altro lo sgretolamento dell’Ue, abbiamo preso la direzione sbagliata».

A differenza di Varoufakis, chi scrive non vuole certo l’integrazione finanziaria e politica nell’Ue, ma in ogni caso il giudizio di fatto dell’ex ministro delle Finanze di Atene è del tutto condivisibile. Il Recovery Fund consente all’oligarchia eurista di prendere ancora tempo, ma senza risolvere per questo la crisi strutturale dell’Unione.

Ancora più netta la valutazione di Varoufakis sulla situazione italiana:

«Bisogna che la Bce emetta eurobond trentennali. Solo così l’Italia si salva. Altrimenti già tra un anno Bruxelles sarà pronta a chiedere politiche di austerity, come ha fatto con noi in Grecia».
Austerità dunque, che è questa la vera traduzione della parola “riforme”. In ogni caso, per il leader di DiEM25, il piano europeo è del tutto sfavorevole al nostro Paese:

«Secondo le mie stime inciderà per circa l’1% del Pil italiano per i prossimi tre anni: un valore insignificante. Tanti miliardi, poi, essendo vincolati a investimenti in settori come le nuove tecnologie, saranno dirottati più su Francia e Germania che sull’Italia. Infine i prestiti dovranno essere ripagati e, con un debito pubblico che salirà al 200% del Pil, sarà difficile farlo».

Che fare allora?

«La risposta è in una parola: Giappone. E’ uno Stato per certi versi simile al vostro: Paese industriale, votato alle esportazioni con una popolazione anziana. Ma con una sua banca centrale…».

Insomma, gira e rigira si casca sempre lì. A modo suo Varoufakis è un europeista, ma qui dimostra di avere i piedi ben piantati per terra. Solo l’Italexit e la riconquista della sovranità, politica e monetaria, potranno salvarci. Altro che Recovery Fund, questo nuovo Mes sotto mentite spoglie!




LA SOVRANITÀ TEDESCA di Piemme

“Specchio specchio delle mie brame, chi è il più sovrano nel reame?”

Che in seno all’Unione fosse la Germania non era un mistero.

Ha un nome impronunciabile la Corte costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht).
Si attendeva con ansia la sua sentenza in merito alla ammissibilità, ovvero la compatibilità con la Grundgesetz —ovvero la Costituzione tedesca  — del “Quantitative easing”, il programma di acquisto di titoli sovrani lanciato dalla Bce governata da Mario Draghi nel 2015 per far fronte alla crisi finanziaria post-2008

Com’è noto, una delle principali caratteristiche della Costituzione tedesca è che essa, per quanto attiene alle politiche economiche e di bilancio pubblico, incorpora i dogmi dela dottrina ordoliberista e monetarista —— vedi in particolare gli articoli 107-115.

La sentenza è puntualmente arrivata. Il “Quantitative easing”, non è dichiarato apertamente  illegale e/o anticostituzionale — quindi non si intima alla Bundesbank, come chiedevano coloro che hanno presentato ricorso alla Corte, di uscire dal programma della Bce. Tuttavia la stessa Corte, come si legge nelle note di agenzia, fissa “robusti paletti sui margini di azione della banca centrale europea”.

Come dire, “quello che è stato è stato, ma d’ora in poi niente furbate, basta con politiche monetarie espansive, ovvero con acqisti futuri da parte della Bce di titoli degli stati con alto debito pubblico”.

Le stesse agenzie informano della “profonda irritazione della Commissione europea”. La ragione di questa “irritazione” è presto detta: l’Alta Corte tedesca indica al decisore politico germanico nonché alla Bundesbank che dovranno opporsi non solo all’idea di “eurobond” o “coronabond” europei, dovranno dire no anche al cosiddetto e pur aleatorio Recovery fund, cioè al finanziamento agli stati garantito dal bilancio dei paesi dell’eurozona.

Si dirà che la sentenza della Corte costituzionale tedesca non si applica ai recenti programmi già adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. Vale a dire al Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme), il nuovo programma di acquisto di titoli di Stato varato il 18 marzo come ‘scudo anti-spread’ in tempi di pandemia: 750miliardi di euro di acquisti. Ma è evidente che la decisione di Karlsrhue lega le mani alla Bce.

Non si spiega altrimenti perché la settimana scorsa il board della Bce ha evitato, come già annunciato, di potenziare il Pepp di altri 500 miliardi di euro. Evidentemente a Francoforte sapevano in anticipo quel che noi abbiamo saputo solo ieri sera.

La decisione dell’Alta corte tedesca avrà serie conseguenze sull’Eurogruppo che si riunirà venerdì prossimo, il summit dei ministri delle finanze che dovrebbe indicare le linee guida per l’accesso a nuove linee di credito per far fronte alla gravissima crisi causata dalla pandemia. In poche parole il Governo Conte si scordi che potrà accedere al Mes (Meccanismo europeo di stabilità) senza accettare dure condizioni.

Morale della favola: è evidente non solo lo scollamento dell’Unione europea. Viene a galla che davanti alla più grave crisi della sua storia, l’Unione non è minimamente in grado di adottare una risposta unitaria e potente. E senza questa risposta la sua dissoluzione è posta all’ordine del giorno.

Ognuno per sé, Dio per tutti? Non tutto il male vine per nuocere.
Si conferma quanto andiamo dicendo da tempo, che per il nostro Paese, c’è un solo modo per evitare il baratro, l’Italexit.




IL RICATTO E’ SERVITO di Leonardo Mazzei

Il signor Regling non è uno qualunque. Sul Corriere di stamane il solito Fubini ce lo presenta come un nonno che vorrebbe dedicarsi ai nipoti, mentre solo la sorte ha deciso che debba invece occuparsi di noi. Il signor Regling è il direttore generale del Mes. E solo casualmente è anche tedesco.

Dato che oggi l’ipocrisia è il segreto del successo del buon giornalista, la sua intervista è un capolavoro del giornalismo. Ma il signor Regling è un tipo indaffarato, e non avrebbe mai sprecato il suo tempo solo per questo. Se si è concesso al più astuto dei pennivendoli è solo per inviare un messaggio. Nient’affatto cifrato.

Certo, il signor Regling è pieno di rassicurazioni. «Siamo in un mondo diverso», non sono mica più i tempi della Grecia, «stiamo cercando di gestire uno choc comune». Oggi i fondi del Mes sono disponibili per tutti i paesi con «termini standardizzati concordati in precedenza». Dunque che temete, italiani? Dovete solo farvi avanti. Quei soldi son già pronti lì sul tavolo per la vostra sanità, e voi esitate?

Commovente direi. Sembra quasi di sentir parlare Prodi. Ma avete visto mai tanto disinteresse nei palazzi dell’UE? Tanta attenzione per la nostra sanità?

Anche ad un piddino normo-dotato potrebbe venire il dubbio che costui ci stia prendendo per i fondelli. Ma in fondo è un tedesco, e la verità alla fine ce la dice, ma ben diluita ed a dosi omeopatiche.

Prima verità: «In seguito (dopo aver ottenuto il grazioso prestito del Mes, ndr), tutti gli Stati membri dell’Unione europea restano impegnati a rafforzare i loro fondamentali in base al quadro di vigilanza europeo, inclusa la flessibilità. L’Eurogruppo dice anche questo». Grazie di avercelo ricordato signor Regling. In europeese, il “rafforzamento dei fondamentali” non vuol dire crescita economica, aumento degli investimenti, tantomeno diminuzione della disoccupazione. Nella lingua dell’Eurogruppo e del direttore del Mes, significa piuttosto il contrario: rigore fiscale ed austerità senza fine.

Seconda verità del signor Regling: l’attivazione del Mes è la condizione affinché la Bce acquisti i titoli italiani. Ecco il succo dell’intervista, il ricatto che si vuole sia noto. Il Fubini, che non è pagato solo per farci leggere delle amabili conversazioni tra euroinomani incalliti, gli fornisce ovviamente l’assist. Parlando della relazione tra la linea di credito Eccl (Enhance Conditions Credit Line), quella che nel caso verrebbe attivata – per il bene della nostra sanità, ci mancherebbe! – e l’acquisto dei titoli italiani da parte della Bce, il Fubini chiede al signor Regling la sua interpretazione di questo legame. E la sua risposta è netta: l’attivazione del Mes è una condizione necessaria per utilizzare le OMT (Outright Monetary Transactions), anche se – bontà sua – non ancora sufficiente.

Lasciando qui da parte i tecnicismi, il succo del discorso è chiaro. Se un paese ha bisogno dell’acquisto massiccio di titoli, di fatto di un’ampia monetizzazione del debito, il Quantitative easing (Qe) non può bastare. Ma questa monetizzazione potrà avvenire solo a condizione di aver prima commissariato quel Paese. Ecco dunque il ricatto all’Italia.

Il Mes non ci viene proposto perché risolutivo di qualche problema. Tutti sanno che non lo è, che i 36 miliardi ottenibili per quella via sono solo un decimo di quel che servirà. Ma il Mes è la pistola puntata alla tempia dell’Italia. Questo è il vero nodo politico.

Giustamente, nell’appello dei 101 economisti si sostiene che l’unica via per affrontare la crisi è quella della monetizzazione del debito, da attuarsi alla svelta. Comprensibilmente ci si chiede il perché la Bce non dovrebbe farlo, mentre lo fanno le banche centrali di tutto il mondo. Chiaramente, però, la Bce è una cosa assai diversa dalle altre banche centrali. Ma la diversità non sta tanto nello statuto (come pensano i faciloni), essa sta nell’assurdità di una moneta senza stato, anzi nell’irrazionalità di una moneta per 19 stati con interessi diversi e spesso contrastanti. E’ da un simile aborto che nascono le famose regole europee, tra queste quelle del Mes.

Ad ogni modo il ricatto euro-tedesco è servito. Era chiaro che lì sarebbero andati a parare. Adesso la scelta è politica. Squisitamente politica. O inizia un percorso di liberazione, o l’Italia sarà condannata, dopo l’inevitabile recessione, ad una stagnazione senza fine. Gli euroservi del Pd si sono già schierati. Senza illusione alcuna,vedremo cosa faranno i Cinque Stelle.

Vada come vada, la battaglia è appena iniziata. La maggioranza delle persone sa oggi da che parte stare. Se il governo non capitolerà, tanto meglio. Se invece cederà, lo pagherà caro.

Fonte: Liberiamo l’Italia




MANFRINA EUROPEA di Leonardo Mazzei

L’Eurogruppo di ieri è fallito, ma domani ce ne sarà un altro. Fino a quando continuerà questa manfrina proprio non si sa. Da questi vertici, che vanno avanti da settimane, è uscita solo una fotografia: quella di un’Unione europea che più disunita non si potrebbe.

Eppure il tempo stringe. La catastrofe economica non è alle porte, è già tra noi. Il caso dell’Italia è emblematico. Lo Stato dovrà spendere in abbondanza, ben più di quanto finora annunciato, ma il governo non sa bene con quali soldi potrà farlo. Un autentico vicolo cieco, come ci è già capitato di scrivere.

Ridotta all’osso la questione è semplice. Per uscire dall’emergenza e salvare l’economia nazionale serviranno centinaia di miliardi. Ma l’Italia non controlla né la moneta, né il debito. Non può emettere moneta senza arrivare in brevissimo tempo all’uscita dall’euro, non può emettere debito senza dover foraggiare oltremodo i pescecani della finanza.

Il governo italiano, non volendo intraprendere la strada dell’uscita dalla gabbia eurista, l’unica che consentirebbe un credibile (per quanto duro) percorso di fuoriuscita dalla crisi, sta provando a dimenarsi nei palazzi del potere europeo. Per ora con risultati pari a zero.

Il blocco del nord – sempre capitanato dalla Germania, con l’Olanda in funzione di battistrada – non ha nessuna intenzione di cambiare le regole del mostro eurista. Regole che impediscono ogni forma di condivisione del debito. Che è proprio quel che chiedono i paesi mediterranei, ed in particolare Italia, Spagna e Francia.

Piuttosto che una soluzione, dal cappello dei prestigiatori di Bruxelles sono finora uscite tre trovate che assomigliano ad altrettante prese in giro. Si tratta del Mes, della Bei e del Sure. Utilizzare ognuno di questi tre strumenti sarebbe come prendere soldi in prestito, peraltro (soprattutto nel caso del Mes) a condizioni molto pesanti. Ma anche a voler prescindere da tutto ciò, anche se l’Italia si inginocchiasse ai voleri di Berlino, i soldi sarebbero comunque troppo pochi. Dal Mes potrebbero arrivare al massimo 36 miliardi in totale, dal Sure (un fondo proposto dalla Commissione per coprire i costi della disoccupazione) poco più di un miliardo all’anno, mentre la Bei (Banca Europea degli Investimenti) potrebbe fare prestiti alle aziende italiane solo per una ventina di miliardi.

Insomma, una miseria. Non solo i nordici hanno detto di no, per l’ennesima volta, agli eurobond. Essi hanno bloccato anche l’iniziativa francese (appoggiata dall’Italia) per l’istituzione di un fondo ad hoc per affrontare l’emergenza causata dal coronavirus. Chiaro come, in queste condizioni, anche un governo euro-servo come quello presieduto da Conte non abbia potuto accogliere il pacco preparatogli dal blocco tedesco, con il pieno appoggio della Von der Leyen.

Ci avviciniamo così al momento della verità.

Finora la linea italiana è stata quella di provare ad addolcire la Germania, confidando anche sulla momentanea alleanza con Parigi. Quale sarà la prossima mossa, ora che questa possibilità si sta dimostrando solo una pia illusione?

Dopo il veto posto dall’Olanda (niente utilizzo senza i vincoli previsti), ritornare sul Mes sembrerebbe impossibile. Ma quel che resta è perfino ridicolo. Non è da escludere, perciò, che qualche ulteriore trovata venga messa in campo nei prossimi giorni. Nulla però in grado di cambiare davvero i termini della questione. Ma un accordicchio alla bell’e e meglio, fatto giusto per provare a tenere in piedi la baracca, non risolverebbe all’Italia alcun problema. Anzi.

Davanti allo scenario di una crisi drammatica come quella che si prospetta, solo la via dell’Italexit renderebbe possibile l’adozione delle misure economiche e sociali necessarie. Ma qui stiamo parlando di gente come Conte, Gualtieri, Mattarella, Draghi. Personaggi che tutto faranno, ma non il passo decisivo verso la riconquista della sovranità.

Come pensano costoro di venir fuori dal vicolo cieco in cui hanno portato l’Italia? Chi vivrà vedrà, ma la mia impressione è che dopo l’illusione tedesca andrà in scena il sogno di una Bce di fatto acquirente di ultima istanza del debito italiano (e di altri paesi).

Lo schema sarebbe semplice. Lo Stato (come suggerito anche da Draghi) emette tutta la quantità di debito necessario; la Bce – sia direttamente, sia tramite il finanziamento alle banche italiane – lo compra, evitando così l’esplosione dello spread. Che questo schema sia realizzabile, che i nordici chiudano un occhio lasciando fare a Lagarde, noi ne dubitiamo assai. Ma anche se si realizzasse, più che un sogno (come molti pensano) sarebbe un incubo.

Un incubo politico, perché ci legherebbe ancora di più al cappio europeo. Un incubo economico, perché di quel debito ci verrebbe comunque richiesta la restituzione. Un incubo sociale perché, giusto il tempo di uscire dall’emergenza coronavirus, e già saremmo ad una nuova stagione dell’austerità. Molto più dura di quelle del passato.

La conclusione è dunque lampante. Solo l’uscita dalla gabbia europea può alimentare la speranza della rinascita del nostro Paese. La natura dell’UE, nata per inverare il sogno perfetto dell’èlite liberista, è del tutto antisociale. L’Unione è dunque irriformabile, come le vicende di cui ci siamo occupati in questo articolo dimostrano in abbondanza. E’ fuori da essa, perciò, che va costruito il futuro. Anche perché rimanerne agganciati sarebbe mortale.

La situazione che viviamo è drammatica per diversi aspetti, ma ha almeno il merito di rendere chiara qual è la vera alternativa. Stavolta nessuna furberia, nessun rinvio, ci salverà.