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VERSO IL CYBERCAPITALISMO di Moreno Pasquinelli

Appunti sulla grande trasformazione

«Nel capitale vien posta la perennità del valore … la perennità è posta nell’unica forma che può assumere: caducità che passa, processo, vita. Ma questa capacità il capitale l’ottiene soltanto succhiando di continuo l’anima del lavoro vivo, come un vampiro». [1]

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Nel breve saggio IL PIANO STRATEGICO DEL NEMICO abbiamo tentato di svelare i principali  aspetti politici della grande trasformazione in atto del sistema capitalistico (occidentale ma non solo) che va sotto il nome di Grande Reset. Abbiamo sostenuto che la tendenza dominante è quella che vedrà la definitiva sostituzione della forma politica democratica con una “liberal-fascista” — un Leviatano a tre gambe: neo-corporativismo sociale, totalitarismo tecnocratico e stato di psico-polizia. Abbiamo infine segnalato come questa profana trinità avanzi con la maschera di un eversivo feticismo tecno-scientico la cui cifra è un fanatico progressismo.

Come ogni altra metamorfosi sistemica del capitalismo, essa, mentre matura come risposta all’accumulo insostenibile di fattori di crisi, quindi come sforzo per disinnescarli stabilendo un nuovo ordine sistemico, richiede l’esistenza di determinate condizioni di possibilità.

In estrema sintesi: il modello neoliberista, da fattore propulsivo, è diventato un ostacolo alla sopravvivenza del capitalismo.

Si tratta ora, posta la scorza politico-statuale, di svelare quale sarà il nocciolo che essa è preposta a difendere, altrimenti detto di che pasta sarà fatto il capitalismo di ultima generazione.

Opera di disvelamento che dovrà aiutarci quindi a individuare le contraddizioni intrinseche del nascente sistema ovvero i fattori che consentiranno il suo storico trapasso.

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Sin dalle sue origini il capitalismo è cresciuto grazie alla simbiosi strettissima con scienza e tecnica. Ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative profonde trasformazioni sistemiche. Ricordiamo le tre che ci lasciamo alle spalle: 1776, la macchina a vapore consente la meccanizzazione della produzione; 1870, la diffusione dell’elettricità e la trasformazione chimica del petrolio, quindi l’avvento del motore a scoppio, scatenano le forze della produzione di massa; 1960-70, la cibernetica e l’informatica consentono la realizzazione di dispositivi elettronici e macchine capaci di simulare la mente umana facendo compiere alla produzione e allo scambio un salto gigantesco. Ad ogni tappa di questo sviluppo della forza produttiva del capitale hanno corrisposto mutamenti delle forma politica, delle relazioni sociali, del rango delle potenze.

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Con l’avvento della computerizzazione dispiegata siamo già dentro la Quarta Rivoluzione Industriale. Questa provoca una mutazione che per dimensioni e velocità rischia di superare tutte e tre le precedenti messe assieme. Si tratta di un cambiamento che ha un impatto epocale, induce una vera e propria svolta di civiltà. Se già da tempo in molti luoghi di produzione sono adoperati robot programmati semoventi non legati ad una postazione fissa (Mobile Robotics), entro pochi anni è previsto l’utilizzo massiccio di Machine Learning  Techonology, ovvero di macchine dotate di intelligenza artificiale munite di un software e di algoritmi che rendono le macchine predittive, capaci di ottenere risultati che non sono stati programmati ex ante da umani. Per di più con la cosiddetta Internet delle Cose (IOT) saranno operative macchine completamente interconnesse fra loro, che dialogano le une con le altre ed effettuano autodiagnostica e manutenzione preventiva. I profeti di questo Cybercapitalismo prevedono che queste macchine supereranno presto per qualità, capacità e velocità quelle degli esseri umani. In poche parole il Cybercapitalismo porta scritta in fronte la sua utopia, l’automazione totale.

Il vecchio interrogativo — “lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?” [2] — ha una risposta: nel Cybercapitalismo “lavoreremo (quasi) tutti per una macchina intelligente”.

Molte sono le indagini sull’industria del futuro, sull’impatto che avrà l’automazione sulla divisione del lavoro. Esse convergono tutte nel pronosticare che la Machine Learning  Techonology, ovvero la piena gestione macchinica dei processi produttivi (del lavoro morto sul lavoro vivo direbbe Marx) causerà la scomparsa delle figure professionali con alte qualifiche e quelle addette al comando e al controllo dei lavoratori (di cui l’industria avrà pur sempre bisogno) ai quali, dovendo essi ubbidire come automi alle macchine, non sarà chiesta abilità alcuna se non l’erogazione di forza lavoro pura e semplice. Al combinato disposto tra demansionamento e la piena flessibilità in entrata ed uscita dai luoghi di lavoro corrispondono di necessità bassi salari e privazione di diritti.

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Dovendo indicare in estrema sintesi le trasformazioni nella sfera economica abbiamo: (a) Il profitto, proprio grazie alle tecnologie digitali che consentono di monitorare e scandagliare i movimenti ed i bisogni di ognuno, verrà estratto, oltre che con lo sfruttamento diretto, da ogni aspetto della vita. Tutte le sfere dell’umano sono messe a valore. (b) In forza della  potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva del mercato, così da determinare ex ante la domanda e pianificare l’offerta riducendo al minimo il grado di incertezza — si tratta, a ben vedere, del tentativo di attuare la tanto vituperata pianificazione.  (c) Prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale (uberizzazione), i nuovi servi della gleba dovranno fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio guadagno. (d) Come prevede il più ponderoso studio sin qui compiuto [3] con l’automazione di ultima generazione saranno eliminati centinaia di milioni di posti di lavoro e intere professioni, solo negli U.S.A. il 50%.

[continua]

NOTE

[1] Karl Marx. Grundrisse, In Opere Complete, Volume XXX, p.34

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, p.13

[3] Carl Benedikt Frey and Michael A.Osborne, The future of employmen: how susceptible are job sto computerisation




RESTIAMO UMANI! NO AL DDL ZAN! di Liberiamo l’Italia

La ragione formale con cui i promotori della legge ne chiedono l’approvazione e l’entrata in vigore è la “prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”.

Sono giusti questi propositi? Si lo sono. Da democratici quali siamo, fedeli ai principi di libertà, eguaglianza e fratellanza umana, sosteniamo tutte quelle misure politiche e giuridiche che vanno nella  direzione di una società in cui siano debellate tutte le forme di discriminazione, di sopruso e di ingiustizia. Tuttavia mettiamo in guardia i cittadini dal fatto che la tutela dei diritti civili di piccole minoranze viene utilizzata dall’élite (e questo il caso del Ddl Zan) per occultare le ben più gravi ingiustizie sociali di cui è vittima il popolo lavoratore. Si fa infatti un gran baccano sui diritti civili mentre si tace sulla ben più grave e inesorabile cancellazione di quelli sociali indotta dal sistema neoliberista.

Il “contrasto della discriminazione” di cui parla il Disegno di Legge cosiddetto “Zan” è solo un pretesto, uno specchietto per le allodole. Il vero scopo del Ddl Zan (del resto per esplicita ammissione dei suoi promotori e come ben sottolineato all’Art.1.) è infatti introdurre nel nostro ordinamento giuridico il concetto di “identità di genere”.

Al comma d dell’Art.1. i promotori spiegano cosa essi intendano con il concetto in questione:

«d) per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­spondente al sesso, indipendentemente dal­ l’aver concluso un percorso di transizione».

Mai definizione fu più l’aleatoria e controversa. In realtà apparteniamo, a prescindere dal sesso o dal colore della pelle, all’unico genere, all’unica specie, quella umana. Sono lontani i tempi in cui alcune frange del movimento femminista introdussero l’idea che i “generi”, dato il sesso biologico, fossero due, quelli femminile e maschile. Oggigiorno vorrebbe invece prevalere l’idea che non il sesso biologico ma le proprie e più disparate preferenze sessuali costituiscono il criterio fondamentale per definire il “genere”. Ognuno quindi può, nel caravanserraglio dei propri soggettivi orientamenti sessuali, scegliersi il “genere” a cui appartenere e pretendere che ciò sia giuridicamente sancito come dato oggettivo di fatto. E’ l’apoteosi della visione neoliberista dell’essere umano, ovvero l’individualismo spinto alle sue estreme conseguenze. Si aprono così le porte, in nome del “fluid gender” alla follia transumanista della trasmutazione permanente e del passaggio da un “genere” all’altro (fino all’idea dell’ibridazione uomo-macchina, ovviamente grazie ai prodigi della tecnica e dell’ingeneria genetica); il tutto presentato come fosse un percorso di liberazione ed emancipazione.

Che siano le “sinistre” ad abbracciare questa visione distopica ed a proporre questo mostro politico e giuridico, mostra fino a che punto esse abbiano tagliato le loro radici popolari e quanto siano succubi dell’élite oligarchica e mondialista.

Ma non è solo questo l’aspetto inaccettabile del Ddl Zan. Allo scopo di imporre la loro visione dell’uomo e del mondo e di spaventare chiunque contesti la loro pretesa, i paladini del Ddl Zan, intervenendo sulla già liberticida “Legge Mancino”, svelando la loro mentalità manettara, repressiva e anticostituzionale, vorrebbero introdurre un duro inasprimento delle pene non soltanto per chi compia “atti di discriminazione”, anche per coloro che esprimano un pensiero opposto al loro.

Il comma 1, dell’Art.4 del Ddl è al proposito inquietante.

«1. Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­ mento di atti discriminatori o violenti».

E’ vero che gran parte delle leggi sfornate dal Parlamento sono scritte coi piedi, ma qui c’è una voluta diabolica e anticostituzionale ambiguità. Un giudice zelante potrebbe, nel rispetto di questo comma, perseguire penalmente non solo per chi compia soprusi o atti concreti di discriminazione, ma anche coloro che contestino, con la parola e lo scritto, la visione che soggiace al Ddl.

No al Ddl Zan!

La libertà di pensiero non si tocca!

Priorità ai diritti sociali!

No al transumanesimo!

Liberiamo l’Italia

12 luglio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




KARL MARX NON POTEVA IMMAGINARE… di Glauco Benigni

Con la caduta del Muro di Berlino, l’Arbitro Invisibile registrava sulla lavagna della Storia la fine della partita “Guerra Fredda Classica” e riconosceva la vittoria “ai punti” dell’Impero USA e dei suoi Alleati. A seguito dello storico evento l’”Internazionale Comunista DOC”, quella che aveva studiato Marx, Lenin e Gramsci e che aveva usato la visione di Mosca (talvolta) quale bussola per perseguire il sogno evolutivo, si ritrovò a navigare a vista. Nei diversi territorii, al variare del grado di onestà dei gruppi dirigenti, fu per alcuni “tana libera tutti”, per altri invece fu “l’anticamera del delirio”. Invece di perseguire l’obiettivo delle origini :”socializzare i mezzi di produzione”, i Governi progressisti e le Classi medie s’erano fatti sedurre dall’idea, promossa dalla finanza, di “socializzare i profitti”… improvvisamente, al fine di distribuire la ricchezza, anche se solo sulla carta, appariva più facile comprare in Borsa azioni delle aziende multinazionali piuttosto che requisire le fabbriche e nazionalizzare le banche.

I grandi network tv commerciali inondavano i salotti di pubblicità, con grande sfarzo e disinvoltura. Il Fondo Monetario Internazionale e la World Bank conclamavano il loro ruolo di gendarmi degli accordi di Bretton Wood. Il GATT, divenuto in seguito World Trade Organisation, si attrezzava per attrarre nella sua orbita la (a quel tempo) riottosa Cina.Erano i primi anni 90 e la Silicon Valley aveva già in gran parte assunto il ruolo di nursery dove nascevano e fiorivano le Botteghe del Rinascimento Digitale. Un dandy insolente e smaliziato in quella stagione affermò con tono leggiadro: “Peccato ! La sinistra ha perso perchè Marx non poteva immaginare l’avvento del microchip ” . Pensava di scherzare, di condurre la riflessione ai limiti dell’assurdo … in realtà stava affermando una certa dose di verità con la quale si sarebbero fatti i conti in progress.

Ottusamente, tutti quei Sindacalisti, Accademici, Politici, Economisti, etc… che avevano fondato le loro carriere e le loro aspettative sull’ipotesi che nell’estenuante braccio di ferro tra Lavoro e Capitale , il primo avrebbe inevitabilmente avuto soddisfazione e riconoscimento, osservavano la neonata Era Digitale come un fenomeno “sovrastrutturale”. Per loro era solo uno dei tanti possibili tzunami di nuove conoscenze e pratiche che comunque, dopo un picco di manifestazione acuta, avrebbe confermato, nel tempo, un solo grande verdetto: El Pueblo Unido Jamas Sarà Vencido . Il Lavoro Vincerà.

I Partiti della Sinistra Classica e i sindacati che difendono il Lavoro avevano nel loro DNA la certezza della Vittoria finale … il Capitale Demonio non prevalebunt sulle Forze Vitali incarnate in centinaia di milioni di lavoratori. Dipendenti sì, ma indispensabili alla produzione di valore. Indispensabili al progresso. Per una settantina d’anni, chi ci credeva, era stato sorretto da una vera Fede. Era stato allevato e cresciuto all’interno di una Cultura che si riteneva egemone.
Ancora 30 anni fa era così che pensava la Sinistra Classica, quella che aveva – senza dubbio – contribuito alla evoluzione/emancipazione della Classe Operaia e in gran parte anche della Classe media . Si considerava una Forza planetaria (quasi) organizzata, incardinata con il fior fiore degli intellettuali a sua disposizione che mitragliavano in continuazione i Ricchi, i Padroni, i Capitalisti e che riuscivano, grazie alle loro opere critiche, ad ottenere anche premi Nobel, Pulitzer, Oscar e altre statuette d’oro nei festival di Cinema. Certo qualche dubbio cominciava ad insinuarsi vista la performance di storici comunismi quali quello sovietico e quello cinese. Per non parlare del castrismo.

“Ma – diceva la Sinistra Classica – dove vuoi che va il Capitalista ? Si agita, imbroglia, cerca nuovi mercati, inventa guerre, ma DEVE produrre merci e DEVE trasportarle, DEVE costruire infrastrutture e fornire servizi. Quindi torna al tavolo delle trattative … Eppoi ci ha la Crisi Ciclica, ci ha la Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto … l’ha scritto Carlo !”

Le cose però, nel trentennio successivo, non sono andate proprio così.
Nessuno poteva immaginare cosa stava per succedere. Solo oggi contempliamo, impotenti, gli effetti della robotizzazione, del trionfo degli algoritmi e della Intelligenza Artificiale e registriamo con grande stupore che il Capitale, per perpetuarsi, ha sempre meno bisogno di Forza Lavoro Umana.

Stiamo viaggiando verso l’inverosimle, verso il superamento del concetto di “umanità” elaborato nei secoli scorsi. Verso una scena che infatti si chiama “Transumanesimo”. Elon Musk, cofondatore di Paypal la più grande società di pagamenti online del mondo, amministratore delegato di Tesla (auto elettriche) e SpaceX (viaggi su Marte), pochi giorni fa affermava : “Entro quest’anno inizieremo i test per impiantare il modulo di Neuralink nel cervello umano”, servirà ad aumentare le potenzialità dei neuroni affinchè possano stare al passo con la velocità degli apparati digitali. Il futuro della nostra mente lo stanno decidendo, quindi, speriamo solo “in parte”, gli sviluppatori delle interfacce neurali che lavorano al Pioneer Building di San Francisco. L’impianto viene realizzato da un robot. Quanto costerà ? Si parla di alcune migliaia di dollari, che diminuiranno all’aumentare della domanda. Lo stesso Musk tiene conferenze qui e là nel pianeta sostenendo l’ipotesi del reddito di cittadinanza globale garantito, affinchè, quando saranno privati del lavoro, gli umani possano comunque sopravvivere. “E’ inevitabile !” sostiene con un candido sorriso… e il valore delle azioni delle sue società crescono esponenzialmente in Borsa.

Del resto Musk deve fare i conti con i suoi competitors cinesi . “Zero diritti, nessun permesso sindacale, ferie o malattia.” Stiamo parlando della prima fabbrica al mondo senza operai. E’ nato in Cina, a Dongguan il primo stabilimento in cui il lavoro umano sarà completamente rimpiazzato da quello dei robot. È la Shenzhen Evenwin Precision Technology : inizialmente circa 1.000 robot saranno impiegati presso lo stabilimento. Per produrre cosa ? Componenti per smart phones, ovviamente. Come ? Usando quegli stessi materiali: litio, cobalto, graphene alla cui estrazione sono dedicati anche decine di migliaia di bambini resi in schiavitù.

Trenta anni fa solo pochi avevano intuito che la Rivoluzione Digitale, a-ideologica, a-valutativa e priva di etica, si sarebbe manifestata nelle case, attraverso gli schermi (tv-PC-smart phones) e nelle teste di miliardi di nuovi lavoratori, ai quali la parola “Comunismo” cominciava a mettere pure un po’ paura.
Lì giunta avrebbe ridisegnato la loro la visione del presente e del futuro e avrebbe prima indicato, poi imposto, i nuovi stili di vita. Avrebbe sussunto al suo interno quasi tutte le facoltà educazionali che nella tradizione erano esercitate dalla famiglia, dalla scuola, dal gruppo primario di appartenenza e dal Partito. Avrebbe indicato norme e gerarchie da accettare irreversibilmente con un semplice click sul quadratino “I accept”.
La stessa Rivoluzione Tecnologica e Digitale si sarebbe finanziata non più grazie al plus valore classico, tanto caro agli economisti marxisti, ma al valore generato nelle Borse e specialmente al Nasdaq.

Microsoft e Apple hanno moltiplicato per 500 volte il loro valore in 30 anni; Amazon e Google invece dal 1998 a oggi hanno moltiplicato il loro valore per 3.000! mentre Facebook in soli 9 anni anni ha moltiplicato il proprio valore per 150 volte. E’ questo un fenomeno che non ha precedenti nella Storia e che tanto più deve far riflettere se si paragona alle performance dei titoli guida di settori totem della rivoluzione industriale.

Ford dal 1993 a oggi è passata da 10 a 12,60 dollari; General Electric, negli ultimi 30 anni, si è limitata a raddoppiare il valore ; la U.S. Steel Corp. , società fondata da J.P. Morgan , che fino al 1980 era la più grande azienda per la produzione di acciaio, valeva 22$ per azione nel 1991 e oggi … vale sempre 22$. Un vero disastro per la Old Economy … una Waterloo anche per tutte le analisi geopolitiche che ad essa e da essa erano ispirate .

Il nuovo plusvalore, generato anche da una moltitudine di singoli individui, e non solo da aziende, si sarebbe generato da tastiera e mouse; l’automazione avrebbe condotto a immense quantità di merci – molto più scadenti ovviamente – ma prodotte con forza lavoro inferiore. Il “decentramento” della produzione avrebbe condotto all’ottimizzazione dello sfruttamento più selvaggio. Forse per la Old Economy c’è stata anche una sorta di “caduta del Saggio di Profitto”. Di certo la New Economy ha prodotto una vertiginosa “Caduta del Costo dell’Ora Lavoro” . Il tutto – e anche qualcosa di più sul piano del controllo sociale – dovuto alla cosidetta Innovazione Digitale e alla sottovalutazione dei suoi effetti.
Del resto le Elites della Sinistra avevano già sottovalutato gli effetti della Televisione Commerciale e della Pubblicità o comunque li avevano subiti e si erano “adattate”, in quanto le cause di tali effetti si generavano in aree nelle quali non avevano strumenti per intervenire. La tv commerciale e la rete internet, intese quali enormi cavalli di Troia, non li costruiva la Sinistra, la Sinistra antiprotezionista non poteva e non voleva “negoziare” il loro ingresso nei territorii. Ma la Sinistra non aveva idea di ciò che ne sarebbe fuoriuscito, non se lo chiedeva neanche : si era invaghita dell’idea platonica del Mercato e sguazzava felice nei sottomercati che le venivano concessi.

In Italia l’ex PCI, PdS, DS, Ulivo e succedanei … seppelliti Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, misero in piedi una Cosa “indicibile” e cominciò la lunga marcia verso una socialdemocrazia annacquata, ufficialmente consapevole ed equidistante tra Lavoro e Capitale, in realtà sempre più lontana da quelle classi che erano state il suo humus più fertile. Anche gli sforzi e i richiami all’ortodossia delle frange più estremiste, negli anni, si sono rivelati inutili.

Fra l’altro la stessa definizione mitologica di Capitale rivelava, al suo interno, una serie infinita di nervature che aggrovigliavano e confondevano il concetto mirabilmente indagato nei secoli scorsi. Il Capitale diventava transfrontaliero, circolava liberamente, anonimamente e sempre più velocemente, trasmutava nel Neoliberismo o Liberismo Integralista, riciclava a grande velocità forme di neocolonialismo e mercantilismo, imponeva il protezionismo quando ne aveva bisogno e nel contempo giustificava e riaffermava se stesso nei Media mainstream e nella Rete, pur lasciando nella nuova dimensione del Web ampi spazi al dissenso, ma di fatto impadronendosi del timone dell’organizzazione del Consenso di massa. Niente paura. E’ la Globalizzazione baby!
Come ha fatto la Digital Power Elite a rendere rauca e traballante la Sinistra ? Intanto recuperando nei supermercati e nell’area del tempo libero – grazie alla creazione di stili di vita forsennati – tutto il valore che aveva ceduto durante i negoziati con la Forza Lavoro. Poi agendo sulla contrapposizione generazionale e di genere, alla confluenza tra sex, drugs, rock and roll e diritti civili. Spostando il confronto, tra Padroni del Futuro e oppressi, all’interno di un mosaico più multitribale che sociale, fatto di passioni estetizzanti e emozioni, in cui l’individuo e i suoi bisogni di libertà personali assumevano un ruolo centrale, ma apparivano sempre più geopardizzati.

Seducendo, seducendo, grazie a inconsapevoli e ambigui testimonials del Power Show, in cui Hollywood e Netflix giocano il ruolo della Formula 1 e la Tv, la stampa e il web commerciale quello dei circuiti di massa, andò così fino al 2012 … a quel punto il mondo del lavoro e del risparmio, le famiglie, i partiti e le associazioni di difesa dei consumatori furono tutti chiamati al duro confronto con sua Maestà la Crisi. Un fantasma ? Chissà ? Un’entità sovrannaturale fatta di misurazioni e affermazioni divulgate da alcuni sacerdoti del Global Power, tra cui brillavano per diligenza Fitch, Moody’s, Standard and Poor’s, ognuna regolarmente “partecipata” da potentati occulti e dalle Aziende Multinazionali. I diversi Governi occidentali, a quel segnale, ormai retti da maggiordomi comprati e ossequiosi delle Elites Planetarie, timorosi di essere rimossi dal Washington Consensus orchestrato al Fondo Monetario Internazionale, alla FED e alla BCE, cominciarono a muoversi molto decisamente alla luce delle nuove parole d’ordine : fiscalizzare, erodere risparmio privato, privatizzare, etc… Le esili Sovranità Nazionali e le loro Costituzioni si rivelarono (già) inondate, pervertite e travolte dai Trattati Internazionali e la Sinistra, beotamente ossequiosa dell’idea di “meno Stato e più mercato”, mossa ormai solo dal gioco delle maggioranze alternate, contraria per dogma ai proventi in nero a meno che non siano a favore delle multinazionali, autorizzata localmente dalla lotta alla Mafia e dallo Show del Terrorismo internazionale, cominciò a condurre i lavoratori salariati e comunque tutti gli aventi reddito, ormai definiti semplicemente “tax payers”, alla fustigazione del pareggio di Bilancio e del Fiscal Compact e alla sudditanza nei confronti delle banche erogatrici di Prestito gonfiato e feroci esattori del Debito Pubblico. Bruxelles rafforzò inverosimilmente la sua influenza sulla traballante sovranità nazionale, il Parlamento divenne luogo di ratifica di ordini che giungevano da altrove, il Ministero degli Interni finalmente aumentò gli organici. Per ridurre la disoccupazione, ovviamente.

Oggi cosa resta di quella Sinistra sotto shock tecno-digitale ? Quella stessa forza che aveva in gran parte ispirato l’emancipazione “dal mondo del bisogno al mondo delle libertà” ? Resta la sequenza ibrida : Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte ? Resta un PD fatto di un grottesco vertice ossequioso della NATO e della salvezza delle banche, che invoca sacrifici per tutti. Resta un PD che voleva governare senza alcun vero consenso misurato nelle urne.

Si può intravedere in tutto ciò ANCHE un effetto perverso della Innovazione e della Rivoluzione Digitale? Sì certo , perchè l’effetto si coniuga inoltre molto bene con : la crisi del dollaro continuamente rimandata dalla Fed e dai partners commerciali degli USA, con le guerre imperiali del dopo 11.9, con la sterzata liberista globale e con l’espansionismo della Cina in particolare.

Quale Sinistra potrebbe esserci in un mondo in cui vale la legge imperiale :”Chi prende il piatto ha ragione” ? Soprattutto se Chi prende il piatto sono le Grandi farmaceutiche?

Quale Sinistra potrebbe esserci in un mondo in cui la Democrazia è stata occultamente sostituita dal sistema dei Portatori di Interesse ( stake holding system)? Interessi rispetto ai quali i Diritti della Società Civile si sciolgono come neve al sole mentre si esaltano quelli delle Corporations?

Ancora a proposito di Rivoluzione Digitale Globale e Sinistra. Secondo gli analisti maggiormente dentro a queste questioni : gente delle Nazioni Unite, rappresentati di Governi e Accademie, lobbisti squisiti delle Grandi Companies della Rete e nuovi eroi digitali della Società Civile, tra cui brillano Mr. Assange e Mr. Snowden : il confronto tra Potere tout court (1%) e Base planetaria (99%) degli Utenti – Elettori – Consumatori si è ormai spostato in gran parte all’interno del dibattito sulla Governance di Internet. E’ qui infatti che si discute di Futuro e Cultura del III Millennio, di Internazionalismo o Sovranismo, di Lavoro e remunerazione del Lavoro in rete. E’ nel web che si pratica la finanza, l’e-commerce e il day trading; si dibatte la libertà di espressione, distribuzione del pensiero e accesso, di biogenetica, di Net Neutrality intesa quale uguaglianza di Diritti , di Controllo occulto e accumulazione di Big Data che creano uno Stato trasversale di Polizia Digitale , etc… E’ in Rete che mani occulte coordinano gli attentati . E’ in Rete che si discute di Guerra e di Pace e si misura il consenso alla crescente dittatura sanitaria: in ogni lingua e in grandissima scala. “Internet è la prima cosa che l’umanità ha costruito – ha affermato Eric Schmidt – senza capire di che si tratta. E’ il più grande esperimento di anarchia che si sia mai realizzato” Non possiamo dimenticare che chi ha pronunciato queste parole è l’ex Capo di Google, un 67enne da 10 miliardi di dollari considerato uno dei maggiori esperti di cyberwar del mondo. Secondo Assange è lui la “mente digitale” del Pentagono. E non è stato smentito.

Molte cose sono cambiate profondamente dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. La Rivoluzione Digitale romba … ma è ancora solo agli inizi. Pertanto e’ anche a questo tavolo che si vedranno la nobiltà di intenti e la capacità di difesa degli oppressi, al di là delle tradizionali definizioni di appartenenza ideologica e politica.

* Fonte: Sovranità Popolare




COVIDISMO, FASE SUPREMA DEL NEOLIBERISMO di Alceste De Ambris

Con la parafrasi di Lenin del titolo, intendo suggerire che, se la situazione emergenziale durerà ancora a lungo (e l’intenzione del Sistema sembra sia di farla durare), gli storici del futuro identificheranno il 2020 come anno di nascita di una nuova forma di governo, che chiameranno forse “Covidismo”, termine con suffisso “ismo” coniato per analogia con liberalismo, comunismo, fascismo ecc. , e che andrà ad aggiungersi alla classiche forme come monarchia, repubblica, bonapartismo, colonialismo ecc.

Per capire, distinguiamo bene quattro elementi:

1) il virus, il Sars-cov2

2 ) la malattia, denominata Covid19, (molto) eventualmente contratta da chi è venuto a contatto col virus

3) la campagna di propaganda mediatica, l’ infodemia, che ha per scopo, strumentalizzando i punti 1-2), di creare le condizioni affinché si impongano le misure liberticide di cui al punto 4)

4) il sistema di governo, che ho chiamato “Covidismo”; ciò che il Sistema le chiama “le regole”, mentre i critici usano il termine “great reset” o Grande Riassetto

I media, per creare confusione, usano in tutti i casi la parola “covid”, ma è chiaro che si tratta di concetti distinti, elementi naturali i primi due (almeno in teoria), elementi artificiali, frutto della volontà umana, gli ultimi due.

Mentre il virus e la malattia sono presenti ovunque nel mondo, l’infodemia e il sistema covidista variano da un luogo all’altro. Sono massimi nei paesi occidentali e in quelli in cui gli Usa hanno forte influenza, mentre sembrano deboli nel continente africano, in Russa e in generale in Asia (in alcuni paesi asiatici il morbo viene dichiarato debellato, senza una logica spiegazione). L’impressione è che la rilevanza attribuita al covid (o addirittura la sua presenza/scomparsa), dipenda più da una “scelta” politica, che dalle normali variabili epidemiologiche.

L’infodemia consiste una propaganda a media unificati mirata a diffondere nel pubblico una paura irrazionale, che trasforma in una sorte di Pesta nera una malattia dalla bassa letalità, presumibilmente intorno allo 0,3% (non molto superiore all’influenza stagionale, che  ha una letalità dello 0,1% circa), verosimilmente paragonabile alla pandemie di influenza asiatica del 1957 e del 1968 (che ai tempi non avevano suscitato particolare allarme, né indotto a misure di distanziamento). La campagna mediatica in atto non si discosta da altre campagne a cui abbiamo assistito nei decenni scorsi: ricordiamo quelle volte a demonizzare certi Paesi che si vogliono colpire o invadere (Serbia, Libia, Venezuela ecc.), a giustificare e auspicare le “riforme” antisociali (privatizzazioni, austerità…), a condannare la “corruzione” di un certo leader politico scomodo, a spargere la fobia del terrorismo pseudo-islamico ecc. All’occhio allenato non sfugge anche nel nostro caso l’uso dei classici strumenti della propaganda: la ripetizione ossessiva, l’imposizione dell’agenda, la criminalizzazione dei dissenzienti, la censura, l’introduzione di un “esperto” per imporre certe idee sotto veste neutrale ecc.

La differenza è che questa volta la propaganda è rivolta contro il proprio paese, e pertanto il suo successo dipende anche da quanto spazio di sovranità quel paese abbia mantenuto, o viceversa quanto sia eterodiretto, com’è il caso dell’Italia. Gli uomini politici, rispetto a questa campagna martellante, appaiono succubi, timorosi di finire sotto la gogna mediatica qualora osino contraddire i dogmi del “sanitariamente corretto”. Dogmi che peraltro variano col tempo, senza una coerenza logica, per cui le dichiarazioni dei politici o degli “scienziati” in televisione assomigliano a certe gare di improvvisazione teatrale, dove gli attori devono inventarsi cosa dire sul momento, in base ai suggerimenti di chi sta fuori dal palcoscenico, e il più bravo è chi riesce a rendere verosimili le uscite più stravaganti.

La campagna-covid sembra avere scopi di breve periodo e di lungo periodo (tale differenza potrebbe rispecchiare le intenzioni di fazioni diverse dell’Oligarchia globalista, l’una più “moderata”, l’altra più “estremista”). Proveremo a individuarli.

Lo scopo di breve periodo era probabilmente quello di sconfiggere i movimenti populisti al di qua e al di là dell’Atlantico. Negli Usa occorreva sconfiggere Trump: missione raggiunta, anche grazie alle elezioni truccate. In Europa bisognava evitare il contagio della Brexit e impedire la dissoluzione dell’Unione europea, oltre che liberarsi in Francia dei fastidiosi Gilè gialli, ultimi residui di genuina protesta sociale: missione compiuta.

Occorreva inoltre annichilire (affinché non ci riprovi in futuro) la classe sociale che costituiva il nerbo di tali movimenti, ossia la classe media in crisi, la piccola borghesia, i piccoli imprenditori, gli artigiani, gli agricoltori, i negozianti ecc. Proprio a questo servono le chiusure economiche selettive, che colpiscono solo alcuni operatori, lasciando mano libera, con la digitalizzazione e il commercio elettronico, ai monopolisti della rete. E mentre tutti si indebitano (Stati, aziende e privati), le mega-banche acquisiscono nuovi crediti e si incamerano i beni dei falliti. Un colpo da maestro.

Il modello che si vuole instaurare è un capitalismo “sudamericano”, una piramide con un élite in cima e alla base una massa di poveri e nullatenenti, senza una classe media che stia tra i due. Il modello social-democratico, per rimanere nella metafora geometrica, tendeva invece a formare una società egualitaria, in forma “ovale”: pochi ricchi, pochi poveri, la maggior parte della popolazione si piazza nella fascia centrale, grazie alle sue tipiche istituzioni (protezione  sociale, diritti dei lavoratori, economia mista, tassazione progressiva).

Il neo-liberismo ha impiegato una trentina d’anni per assottigliare la fascia medio-bassa della piramide, il suo nemico storico (un agglomerato che un tempo si identificava con la “ sinistra”), sospingendola verso la base, riducendo la classe lavoratrice alla condizione di plebe, una massa amorfa di precari, lavoratori sottopagati e disoccupati. Ora il covidismo politico si è assunto il compito di neutralizzare la fascia medio-alta (quell’universo più tradizionalmente legato alla “ destra”): liberi professionisti e piccoli imprenditori sono figure destinate a sparire, nei loro progetti, tutti devono diventare dipendenti/sudditi degli Oligopoli globali. In ciò il Sistema ha impiegato il classico espediente del “divide et impera”, prima affrontando l’avversario principale (il “proletariato” appunto) e poi l’altro, sfruttando le diffidenze tra i due. In ciò è evidente la miopia della borghesia italiana, che in passato non ha perso occasione per contrastare i sindacati, i partiti di sinistra (quando esistevano) e lo Stato imprenditore: alla fine ha contribuito a creare il mercato globale senza regole (o meglio, con regole dettate dai più forti), quel mare aperto dove i pesci grossi (multinazionali e colossi finanziari) mangiano i piccoli. Il capitalismo, lasciato a sé stesso, tende inevitabilmente all’oligopolio.

Lo scopo di lungo periodo, secondo alcuni, è l’istaurazione di un nuovo regime politico, che ho chiamato “ Covidismo”, in cui le misure di “autodistruzione” economica e psicologica, imposte in via emergenziale, diventano permanenti o ricorrenti. Non conosciamo i tratti precisi di questo progetto, né sappiamo se avrà la forza di durare lungo.

Esso rappresenta una sorta di esito finale o di pieno dispiegamento del neo-liberismo (1991-2019), il quale consisteva nel superamento dello stato social-democratico di impronta keynesiana (1945-1990). Il Covidismo da una parte sembra avere certe caratteristiche dei totalitarismi moderni: potere in capo ad un’oligarchia inamovibile, partito unico (nella forma di tanti partiti tutti uguali), ideologia ufficiale indiscutibile, controllo totale dell’informazione, il popolo come massa da manipolare e non attore della vita politica. D’altra parte esso sembra rifarsi ad assetti premoderni e feudali, precedenti alla rivoluzione francese. Si è parlato di “capitalesimo”, con riferimento a tratti come: il collasso dello Stato nazionale, l’emergere di Poteri privati senza controllo, l’ereditarietà della ricchezza (appannaggio di poche grandi famiglie), la ripartizione del potere in circoli chiusi (e passaggi da un ruolo all’altro tramite il metodo delle “porte girevoli”), la sostituzione dei diritti con i benefici (revocabili), nell’ambito lavorativo l’apprezzamento del valore della fedeltà rispetto alla competenza ecc.

Semplificando, si potrebbe esprimere la novità dicendo che, nel neo-liberismo, il nuovo patto sociale prevedeva lo svuotamento della democrazia e dello stato sociale, in cambio però del mantenimento della libertà personale e di un certo grado di benessere diffuso (o almeno un’illusione di benessere). Negli ultimi trent’anni abbiamo visto appunto la democrazia evolvere in post democrazia e lo stato sociale ridursi al minimo.

Nel Covidismo si procede oltre: anche il benessere e la libertà vengono sequestrate. Il Sistema non ha più nulla di positivo da promettere, ma si impone la paura.

Il benessere (anche nel suo lato negativo, il consumismo) viene meno perché l’élite economica globalista, (che trae i suoi profitti non tanto dalla produzione industriale ma dalle rendite finanziarie), non è più in grado di garantirlo, né ha interesse a farlo, né intende introdurre correttivi (aumento della domanda interna, inflazione, limiti ai movimenti dei capitali ecc.) che minerebbero la propria posizione. Le crisi economiche e la disoccupazione di massa divengono cicliche e non c’è modo di evitarle: anche senza emergenza sanitaria, una nuova crisi era già prevista da molti. Svanisce il grande argomento contro il socialismo reale, ossia che il mito della maggiore efficienza del capitalismo: il capitalismo è inefficiente, ma non si può confessarlo apertamente, e quindi i suoi fallimenti vengono attribuiti… a una malattia. Questo futuro di miseria generalizzata viene poi mascherato sotto il paravento della riconversione ecologica (per cui, quando il cittadino medio potrà permettersi di comprare solo una bicicletta come mezzo di trasporto, ciò verrà presentato come un grande progresso…).

La libertà viene sequestrata tramite i noti provvedimenti neo-proibizionisti di segregazione e confinamento. L’isolamento sociale qui non è un mezzo, ma il fine stesso, ossia evitare la formazione di movimenti, di partiti, anche semplicemente di manifestazioni e aggregazioni, di persone che intendono discutere e opporsi al progetto. La politica richiede presenza e partecipazione fisica: non solo le fabbriche, ma anche le scuole le università, persino i bar e i teatri sono stati storicamente i luoghi in cui la coscienza politica di è sviluppata.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere come si concilia il piano di lungo periodo, qui ipotizzato, con la propaganda vaccinale, che da qualche mese ci presenta il vaccino come farmaco miracoloso e senza rischi, unica soluzione per uscire dall’emergenza sanitaria. Apparentemente infatti vi è contraddizione, perché se veramente i vaccini funzionano, l’infodemia resterebbe priva di contenuti e il governo covidista subirebbe un arresto. E’ difficile dirlo… logicamente le alternative sono:

1) Il vaccino è realmente efficace e risolutivo; in questo caso (e nel caso 2) significa che il piano di lungo periodo non esiste o è stato accantonato

2) Il vaccino dal punto di vista medico è di dubbia utilità, ma funge da pretesto per porre termine alla campagna covid (se, grazie all’immunità di gregge, la malattia si esaurisce da sola, qualcuno potrebbe pensare che le misure liberticide non erano così necessarie…)

3) Il vaccino viene propagandato per favorire i profitti delle case farmaceutiche (ma, a mio parere, le poche decine di miliardi di profitti non possono costituire il movente principale di un’azione di così vaste proporzioni)

4) Il vaccino rappresenta la “carota davanti all’asino”, ossia un’illusione di libertà futura, che serve per far tollerare nel presente segregazioni e impoverimento, senza protestare

5) E’ irrilevante l’attuale vaccino in sé, conta il “dispositivo” che il vaccino porta con sé, ossia quel cambiamento che le popolazioni altrimenti non avrebbero accettato: ad es. l’obbligo universale di vaccinarsi ogni anno (con riserva, qualora occorrerà, di somministrare qualsiasi altra sostanza, in modo aperto o occulto), oppure un controllo totale e una limitazione permanente alla libertà di movimento (passaporto vaccinale)

6) Il vaccino è controproducente perché favorisce la comparsa di varianti del virus più pericolose (anziché più attenuate, come avviene naturalmente quando una malattia diventa endemica), e quindi prolunga la permanenza della patologia

Quale che sia il progetto preciso, è imperativo opporsi. Il compito dei sovranisti è aggregare una compagine più ampia possibile, intorno a un programma minimo, come presupposto per la liberazione e il socialismo. Tornando ancora a Lenin, egli aveva escogitato le parole d’ordine “pace e terra”, che rappresentavano le istanze immediate dei contadini e della maggioranza della popolazione. Nel nostro contesto le parole d’ordine potrebbero essere “no euro  – no segregazione”, oppure in positivo qualcosa come “italexit “ e “liberi tutti”.

No pasaran!




IL DECLINO ITALIANO E SAN DRAGHI di Leonardo Mazzei

Le cifre del declino italiano sono tante e tutte convergenti. La caduta del Pil nel 2020 (-8,9%) non ha precedenti nel dopoguerra. Un vero tracollo, che non è stato però un fulmine a ciel sereno, bensì il picco negativo di una decadenza iniziata vent’anni fa. Ce lo ricorda un pezzo del Sole 24 Ore del 25 febbraio.

L’articolo di Gianni Trovati – Il gelo italiano lungo 20 anni – si basa su un’elaborazione dei dati ufficiali della Commissione europea. Il fine è quello di mettere a confronto l’andamento dell’economia italiana con quello dell’intera Eurozona. Il risultato è impressionante. Dal 2001 al 2020 l’Italia ha perso oltre il 18% rispetto all’insieme dell’area euro. Una vera catastrofe, ma ovviamente il quotidiano di Confindustria si guarda bene dal chiedersi cosa sia successo di particolare 20 anni fa.

I numeri del Sole non lasciano comunque spazio a troppe discussioni sulla drammatica decadenza del nostro Paese. Leggiamo:

«La lunga stagnazione italiana ha ridotto del 18,4% il peso del nostro Paese sul complesso della produzione cumulata dall’Eurozona nei suoi confini attuali. Oggi il Pil italiano vale il 14,5% di quello dell’area euro, contro il 17,7% coperto nel 2001, all’interno di un quadro che negli anni a cavallo del 2000 era piuttosto stabile».

Quale la conseguenza sul reddito medio degli italiani è presto detto:

«Nel 2001 a ogni italiano toccava in media un reddito esattamente in linea con i livelli europei, e pari all’85,9% di quelli tedeschi. Oggi il Pil pro capite da noi è fermo all’82,8% della media dell’Eurozona, e arriva al 67,6% dei valori registrati in Germania».

Tradotto in cifre, se in Italia nel 2001 il reddito medio per abitante era di 22.888 euro, praticamente identico ai 22.884 euro della media dell’Eurozona; nel 2020 il reddito italiano (29.636 euro) è stato del 17,8% più basso rispetto a quello dell’intera area della moneta unica (35.809 euro).

Attenzione! Quando si parla di reddito medio non scordiamoci mai il pollo di Trilussa. E’ chiaro infatti come l’impoverimento abbia colpito essenzialmente le fasce medio-basse della popolazione. Del resto, quarant’anni di neoliberismo hanno lasciato un segno pesante. La disuguaglianza è in crescita costante dagli anni ’80 del secolo scorso, ma essa è aumentata a dismisura proprio con il Covid. L’indice Gini, che ne dà una misurazione necessariamente approssimativa ma sostanzialmente corretta, è salito dallo 0,348 del 2019 allo 0,411 del 2020. Un +18,1% in un anno! Una cifra che dovrebbe essere sempre ricordata a chi nell’epidemia vede solo il virus…

Detto questo, è chiaro come il crollo del reddito medio segnali comunque l’inarrestabile decadenza dell’Italia. Un declino costante, così descritto da Gianni Trovati:

«L’ultimo significativo balzo in avanti della nostra performance, che ha visto il Paese correre in misura percettibilmente più veloce della media europea, risale al 1995-1996, quando la quota italiana nel prodotto dell’attuale eurozona è salita di un punto e mezzo. Poi più nulla: per la regola della crisi, che da noi attenua i rimbalzi e accentua le cadute. Da allora i numeri compongono una litania: che vede l’Italia sfondare al ribasso quota 17% nel 2008, 16% nel 2014 e 15% nel 2019. Sempre più ai margini».

Strano, bizzarro, davvero stravagante! Pensate un po’, nel 1995-96 c’era ancora la provinciale e bistrattata “liretta”, quella che faceva inorridire gli economistoni ultraliberisti! Dopo arriverà invece il grande, mitico e straordinario “eurone”, e guarda caso è da lì che inizierà prima la decadenza, poi l’autentico tracollo dell’economia italiana. I 20 anni di gelo del titolo del Sole coincidono infatti esattamente con il ventennio dell’euro. Che sia un caso? Come no!

Per semplicità abbiamo parlato fin qui solo di Pil, assoluto e pro-capite, ma a nessuno deve sfuggire come questi numeri siano strettamente legati alla vita delle persone in termini di reddito, potere d’acquisto, occupazione e sicurezza sociale. La cosa è talmente ovvia che non occorre insistervi.

Il signor Mario Draghi non viene da Marte

Il signor Mario Draghi, questo freddo calcolatore dall’eloquio imbarazzante, ha la sua (grande) parte di responsabilità nel disastro italiano degli ultimi decenni. Responsabilità di tutti i tipi. Prima, in veste di Direttore generale del Tesoro, è stato il liquidatore fallimentare delle grandi aziende di Stato. Poi, come presidente entrante della Bce, è stato colui che ha dettato (nella famosa lettera del 5 agosto 2011, insieme all’uscente Trichet) le regole della cura austeritaria cui veniva condannata l’Italia. Infine, come numero 1 della banca di Francoforte, è stato l’estremo difensore della gabbia che stritola il nostro Paese, quella dell’euro appunto. Una ferrea volontà, politicamente criminale, confermata non a caso e con gran vanto nel discorso di insediamento al Senato. «L’euro è irreversibile», ha ribadito. Un’insistenza che si potrebbe commentare in vario modo, ma che a me a fatto venire in mente il detto popolare che ci dice che “la lingua batte dove il dente duole”…

Il signor Mario Draghi non viene certo da Marte, bensì dai più importanti palazzi del potere. Egli (si scusi l’ovvietà) è dunque tutt’altro che estraneo alla condizione in cui è stata gettata l’Italia. L’articolo del Sole da cui siamo partiti parla non a caso di “crollo italo-greco”. La Grecia è infatti l’unico Paese che, sempre negli ultimi vent’anni, ha visto una caduta dell’economia (-28,9% rispetto all’Eurozona) superiore a quella del nostro Paese. Ma in questo periodo Italia e Grecia hanno avuto in comune principalmente una cosa: le tremende politiche di austerità imposte proprio per tenere in piedi il feticcio dell’euro. Politiche che, guarda caso, hanno prodotto un disastro sia al di là che al di qua del Mar Ionio.

Alcuni dati del disastro italiano

Quelle politiche di austerità – datate soprattutto dall’arrivo, nel novembre 2011, dell’altro Salvatore nazionale Mario Monti – saranno la causa principale di quell’approfondimento del gelo ventennale che ci ha portato fino alla crisi del Covid. Se fino al 2011 gli investimenti (pubblici e privati) erano rimasti allineati a quelli dell’Eurozona, da allora inizierà la discesa italiana. Oggi gli investimenti nel nostro Paese rappresentano solo il 18% del Pil (e di un Pil che nel frattempo è calato), contro il 21% dell’Eurozona. Tre punti percentuali possono sembrare pochi, ma tradotti in euro essi significano più di 50 miliardi all’anno che dal 2012 sono venuti a mancare all’economia italiana.

Questo ha portato con sé un altro disallineamento: quello del tasso di disoccupazione, che dal 2013 ha visto sprofondare l’Italia ad un livello assai più alto di quello dell’insieme dell’Eurozona. Qui le statistiche ufficiali ci parlano di uno scostamento di due punti (10% circa l’Italia, contro l’8% dell’Eurozona), ma con il Covid questi dati sono diventati del tutto aleatori. Il boom della disoccupazione nel nostro Paese è infatti oggi mascherato dal ricorso al blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione in deroga. E non è difficile comprendere come i numeri veri della disoccupazione siano nettamente superiori a quelli che Istat, governo e mezzi di informazione vorrebbero farci credere.

Tra i tanti grafici che potremmo produrre per evidenziare il rapporto diretto tra la crisi italiana e l’entrata nell’euro, questo sulla produzione industriale è uno dei più chiari e definitivi.

Fonte: Dipe (Dipartimento Programmazione Economica – Presidenza del Consiglio dei ministri)

Ma non c’è solo l’economia. Il suo gelo ventennale ha prodotto in parallelo un altro disastro, quello demografico.

Fonte: Dipe 

Come si vede, qui l’anno chiave è il 2008, quello dell’inizio della grande crisi sistemica globale. Il calo della natalità ha certamente anche altre motivazioni, sulle quali adesso non entriamo, ma il rapporto con la crisi economica, dunque con l’incertezza esistenziale che ha prodotto nella vita delle persone, non potrebbe essere più evidente. Questo legame è sempre esistito, ma esso diviene grave e socialmente patologico nel momento in cui la crisi diventa infinita e senza soluzione, proprio come avvenuto in Italia a partire da quell’ormai lontano 2008.

Adesso è arrivato il Covid. Peggio, è arrivata la sua gestione terroristica. Ed i suoi effetti sugli indicatori demografici non sono difficili da prevedere. Non si tratta solo dell’aumento della mortalità, sulla quale bisognerebbe comunque distinguere tra le vittime del virus, quelle dei mali di una sanità devastata dai tagli imposti dall’austerità targata euro (sempre lì inevitabilmente si torna) e quelle per così dire “indirette”, causate cioè dalla integrale covidizzazione di una sanità dove si è smesso di curare le altre malattie. Si tratta anche e soprattutto dell’ulteriore crollo della natalità.

Secondo i dati evidenziati dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, lo scorso 1 febbraio, il vero gelo demografico deve ancora arrivare. E non è difficile comprendere come questa sia una facile previsione. E’ molto probabile che il dato finale delle nascite del 2020 sfondi verso il basso la soglia dei 400mila nati. Ancora mancano i dati nazionali di novembre e dicembre, ed è chiaro che saranno proprio quelli dell’ultimo mese dell’anno, che si colloca a 9 mesi dall’inizio della crisi del Covid, a darci un’indicazione più precisa soprattutto per quanto ci si si può aspettare nel 2021.

Sul 2020 ci sono invece i dati completi di 15 grandi città, un campione piuttosto rappresentativo e sicuramente indicativo della tendenza generale. Sentiamo cosa ci dice in proposito Blangiardo:

«Nell’ambito di tale insieme, che aggrega circa 6 milioni di residenti e ha dato luogo nel 2019 al 10,6% dei nati in Italia, la frequenza di eventi nel corso del 2020 è diminuita mediamente del 5,21%. Un valore che è tuttavia la risultante di dinamiche ben distinte in corso d’anno: si ha infatti un calo medio del 3,25% nel complesso dei primi dieci mesi, che poi sale all’8,21% in corrispondenza del mese di novembre e raggiunge il 21,63% in quello di dicembre».

E’ a quel -21,6% che bisogna guardare per capire la gravità della situazione. Perché gli aridi numeri dell’economia non possono dirci tutto sul dramma sociale in corso. Ma essi, uniti alla narrazione terroristica dell’epidemia, impattano violentemente sulla vita degli esseri umani in carne ed ossa. Impattano da sempre sul lavoro e sulla sua sicurezza, sul reddito e sulle aspettative ad esso legate. Ma con il panico da Covid, così alimentato da media e potere, l’impatto è ancora più profondo e radicale, come dimostra l’inarrestabile aumento dei disturbi psichici, vera punta dell’iceberg di un malessere ancora più profondo.

Conclusioni

Potrà San Draghi – Santo subito!, Santo subito!, Santo subito! – fare il miracolo della fuoriuscita da una tale situazione? La mia risposta è no. No, non perché non vi sia via d’uscita, ma perché quella via è proprio quella che il Santo di Goldman Sachs non può intraprendere: la via dell’uscita dal neoliberismo e da quella gabbia eurista che ne è la sua concreta realizzazione.

Certo – ricordiamoci l’Helicopter Money di Milton Friedman – anche i liberisti sanno bene che non è questo il momento dell’austerità. Ma la politica espansiva oggi proposta da Draghi, peraltro non difforme da quella ipotizzata dal precedente governo, ha il solo fine di parare la botta, salvare il sistema ristrutturandolo, favorire quella “distruzione creativa” che per milioni di persone significherà solo perdita del lavoro e del reddito.

Dopo un anno come quello passato, ad un certo punto vi sarà ovviamente un rimbalzo. Ma di che tipo? Per avere l’ennesimo, quanto probabilissimo rimbalzo del gatto morto, non c’era bisogno di scomodare la scienza di San Draghi. A tale scopo bastava pure un Conte qualsiasi, pure quello dell’Inter.

E’ naturalmente troppo presto per emettere una sentenza di questo tipo. Ma il fatto che già si parli di un ritorno ad avanzi primari attorno all’1,5% del Pil ci dice già quanto sarà asfittica e puramente emergenziale la politica espansiva di Draghi.

Per iniziare a portare l’Italia fuori dal gelo ventennale, di cui pure il Sole ci parla, occorre ben altro. Diciamo che servirebbe una shock economy al contrario. Al posto di quella teorizzata dai guru neoliberisti e poi realizzata dalla cupola mondialista – sfruttare le grandi crisi per arricchirsi, privatizzare e liberalizzare tutto in nome di un’emergenza alla fine della quale nulla tornerà come prima (esattamente il modello Covid, per chi non lo avesse ancora capito) – servirebbe l’esatto contrario: un’economia guidata da uno Stato deciso a debellare disoccupazione e povertà, risoluto nel riprendere in mano i settori strategici dell’industria e della finanza, determinato a riconquistare una piena sovranità a partire da quella monetaria.

Solo in questo modo avremmo l’inizio della svolta necessaria, soltanto così non solo l’economia ma pure la società comincerebbe a risollevarsi anche spiritualmente.

Ma questa strada è esattamente quella che il banchiere Mario Draghi non potrà mai intraprendere. Con buona pace di quelli che credono che dopo il Draghi 1, distruttore dell’Italia, avremo adesso per qualche strana magia il Draghi 2, il Salvatore. E con grande delusione per tutti coloro che, disperati e in buona fede, continuano a credere alla leggenda dell’uomo del destino.

Con Draghi il declino italiano non si arresterà. Del resto, non è questa la sua vera missione. Lo scopo principale della sua venuta in Terra è un altro: quello di legare definitivamente il nostro Paese (che, come si è capito al Senato, egli non considera invece il suo) alle insostenibili regole dell’oligarchia eurista ed agli interessi più generali della cupola globalista di cui fa parte. Da qui l’altro obiettivo di San Draghi, quello di fare dell’Italia un luogo privilegiato della trasformazione del Great Reset.

Costruire l’opposizione a tutto ciò è dunque il compito dell’oggi. L’unico modo di preparare concretamente la strada dell’alternativa politica e sociale. All’inizio non saremo in tanti, ma non ci vorrà molto a dissipare la nebbia in cui è adesso avvolta l’ennesima grande illusione messa in campo dai dominanti. A quel punto aver giocato la carta Draghi potrebbe rivelarsi un boomerang per lorsignori. A quel punto ne vedremo delle belle. Non facciamoci trovare impreparati.




IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 Nel 2020 il PIL bruciato è stato di 170 miliardi di Euro, la migliore previsione di crescita per il 2021 è del 4% . Si potrà obiettare che il recovery plan mette a disposizione 209 miliardi e dunque ci sono risorse sufficienti affinché il governo Draghi possa varare misure per far ripartire l’economia.  E’ vero? Il recovery plan contiene 127 mld di euro in prestiti e 82 mld di euro a fondo perduto, per un totale di 209 mld che dovranno essere spesi in 6 anni.

Partiamo dai prestiti: il vantaggio che l’Italia ottiene è dato dalla differenza tra i tassi di interesse europei stabiliti dalla BCE e i tassi di interesse nazionali. Tale risparmio sarà di mezzo miliardo all’anno, cioè nei 6 anni il risparmio sarà di 3 miliardi. Ma sono comunque prestiti da restituire, il che farà aumentare il debito dell’Italia che sarà monitorata e le verrà richiesto di dare prova che riuscirà a restituirli facendo nuovi tagli.

Adesso parliamo degli 82 mld a fondo perduto. Questi devono necessariamente avere una copertura a livello europeo che si ottiene con una tassa creata allo scopo. Al momento non c’è alcuna tassa europea in cantiere tranne quella, ancora ipotetica, sulla plastica. Questo significa che la copertura del prestito a fondo perduto dovrà essere garantita dai contributi dei singoli stati membri. Se verrà applicata la regola europea, ogni stato dovrà contribuire in base al proprio PIL. L’Italia dovrà contribuire al massimo con 40 mld. Se riceviamo 82 mld e ne dobbiamo versare 40, anche un bimbo delle elementari calcola che non riceviamo 82 ma 42.

Ricordiamo il risparmio sugli interessi di 3 miliardi visto prima? Bene, sommiamolo ai 42 mld che riceviamo e avremo come recovery plan 45 miliardi; considerando che il recovery plan va usato in 6 anni, spalmando la cifra in questo periodo avremo che l’aiuto europeo sarà di di 7.5 mld per ogni anno. E non è ancora finita: nei prossimi 7 anni l’Italia è contributore netto per il bilancio europeo con 20 miliardi. Cioè deve versare alle casse europee questa cifra. Quindi 45 meno 20 fa 25. Tenendo conto dei 6 anni, sono 4.16 miliardi di euro all’anno.

Con queste premesse cosa potrà fare il governo Draghi se la base di partenza sono i 170 miliardi di PIL bruciati nel solo 2020, senza considerare le previsioni fosche? E’ all’interno di questo scenario che va inquadrata l’azione di Draghi e lo scenario non è certo dei più promettenti. Che lo stesso Draghi ne sia consapevole lo dimostrano le sue parole nel discorso di insediamento: nel prossimo futuro la politica dovrà decidere quali imprese andranno sostenute e quali no. Intanto, al momento in cui scrivo (fine febbraio 2021) si apre una nuova fase di lock down che comporterà ulteriori danni economici. Ingenuamente potremo chiederci: possibile che un alto funzionario del mondo finanziario non sappia queste cose? Lo avrà di sicuro previsto e avrà l’asso nella manica! Un asso nella manica sarebbe quello di stampare moneta per far partire l’economia, ma qui andiamo a scontrarci con il credo fondamentale dell’Unione europea che si basa sul controllo dei prezzi. Emettere moneta cozza violentemente con le ragioni stesse che reggono l’Ue poiché a molta moneta circolante corrisponde un aumento dei prezzi.

Chi non ha la netta impressione che le classi dominanti siano in un vero e proprio cul de sac, in una strada senza uscita? In realtà l’uscita la tengono, si basa sulla distruzione di una parte dell’economia reale (le imprese che Draghi ha detto che non potranno salvarsi) per favorire altre imprese. Quali? Se il mercato finanziario e le borse speculative sono oggi il motore di ogni decisione, non saranno certo le piccole e medie imprese nazionali che i mercati premieranno ma le multinazionali quotate in borsa, i giganti del commercio on line. E’ immorale? E’ sbagliato? Falsi problemi: accadrà perché questo è il capitalismo neoliberista sotto il comando della finanza speculativa e non può essere diversamente perché se ciò avvenisse sarebbe il crollo del sistema.

I ceti dominanti sono obbligati a distruggere per poter ricostruire, è come una guerra, anzi è una guerra, ma senza sparare colpi di cannone. E per condurre questa guerra senza provocare un eccessivo malcontento tra le masse popolari, le misure come sempre saranno attuate a piccoli passi, usando la politica della rana nella pentola che bolle. Il tutto sostenuto da una campagna che per un verso incute paura nella popolazione e per l’altro santifica smisuratamente il signor Draghi. Ciò che interessa a noi che siamo cittadini del popolo lavoratore è che questo gigantesco resettaggio del sistema economico sta provocando il crollo verticale di molti settori del ceto medio, la chiusura di attività e il licenziamento del personale dipendente.

Le domande sono: fino a che punto il reset sarà digerito dalla popolazione? Fino a che punto i cittadini saranno governati con la paura? Non possiamo saperlo. Ma attendere che la disperazione salga e si formi come un fiume in piena è un errore, prima di tutto perché la storia è piena di insegnamenti in cui il popolo ha accettato ogni peggioramento senza opporsi, poi perché l’abilità dei lestofanti che ci governano è varare misure economiche per dividere l’area del malcontento e spegnerlo.

A questo punto entra in gioco il ruolo dei cittadini più attivi e consapevoli che si collocano nell’area del rifiuto di tutto questo, che non lo accettano passivamente. Ho il sospetto fondato che fino a quando il reset non sarà portato compiutamente a termine, investendo solo nelle imprese che fanno fare soldi ai mercati, la pandemia sarà gestita politicamente per mantenere lo stato di soggezione attuale e per far si che siano gli stessi cittadini a chiedere misure più dure, a dividere la popolazione, a criminalizzare coloro che protesteranno. Tuttavia se lo scenario è quello delineato, il malcontento tenderà ad aumentare almeno fino al 2023, anno che la Commissione europea considera quello in cui potrebbe esserci una ripresa, ma il condizionale è d’obbligo e la ripresa potrebbe venire persino al di là di quell’anno.

Non è immaginabile dunque una società pacificata, ma al più solo repressa, distratta e frantumata. Il reset non sarà un pranzo di gala e mieterà vittime oltre a quelle già mietute fino ad oggi. Le categorie più colpite sono e saranno i dipendenti di quei settori privati che hanno subìto blocchi dai lock down al pari dei titolari delle stesse imprese che già oggi si indebitano o hanno chiuso; in un economia fortemente globalizzata gli effetti sono a catena e non possiamo escludere che categorie professionali e produttive, per ora risparmiate, saranno in futuro coinvolte. Penso soltanto ai piccoli corrieri che a causa dell’accordo tra Amazon e Poste Italiane stanno subendo un drastico calo del fatturato. Oppure, sempre restando su Amazon, al progetto di fornitura di cibo da asporto ordinato on line, basato molto probabilmente su accordi con un produttore locale di pietanze, cosa che colpirà duramente il settore della ristorazione.

Dunque almeno per i prossimi due anni assisteremo ad un aumento della conflittualità sociale. Se il governo agirà nello scenario delineato non ci saranno misure adeguate a spegnere il malcontento. L’appiattimento di quasi tutto l’arco parlamentare sul governo Draghi porterà allo scollamento tra i partiti ed i loro elettori colpiti dalla crisi poiché non si vedranno tutelati dai loro referenti politici. Lo stesso vale per i sindacati, ormai proni al pensiero liberista.

Già oggi esistono diverse forze nel campo del rifiuto al governo Draghi e possiamo immaginare la formazione di un fronte del rifiuto composto dalle forze politiche e dai singoli cittadini che per ragioni oggettive, o per scelta politica, si collocano contro il governo delle forze neoliberiste, il governo del partito unico del PIL.

Al momento in cui scrivo si sta consumando la frattura nel M5S proprio sulla scelta di appoggiare o meno il governo; l’Italexit di Paragone, Vox Italia (il prossimo 27 febbraio si darà una nuova organizzazione), il PC con a capo Rizzo, Liberiamo l’Italia, il Fronte Sovranista e la galassia di altre sigle contro il neoliberismo, contrarie all’Ue, per la costruzione del socialismo, sono al momento le forze non ancora unite ma che possono fare da catalizzatore a tutti gli scontenti coalizzandosi in un fronte unitario.

Ma immaginare la formazione di un nuovo soggetto politico che agisca solo in termini elettorali è un errore. Ci attende una lunga marcia, occorre essere presenti sui territori, occorre saldarsi alle frange di popolazione scontenta, partecipare alle vertenze del mondo del lavoro dipendente e autonomo. E’ necessario unire tra loro i cittadini più attivi, coscienti, di buona volontà che hanno chiaro che il nemico è il neoliberismo impersonificato dal governo Draghi e che, al pari dei gilet gialli francesi, mettano da parte differenze ideali ed eventuali tessere di partito per impegnarsi nella costruzione di un fronte del rifiuto che si oppone all’economia al servizio dei mercati e si batte per costruire un economia al servizio del popolo applicando la Costituzione italiana. Dobbiamo immaginare gruppi di cittadini attivi sul territorio che si riuniscono con cadenza fissa per stabilire come agire nel proprio ambito locale facendo vivere la questione generale (il mercato che domina sulla politica); dobbiamo immaginare cittadini riconosciuti dalla popolazione per integrità morale e coerenza, dobbiamo immaginare che questo sarà un cammino non breve che richiede spirito di sacrificio e che se funzionerà a dovere sarà inevitabilmente attaccato con ogni mezzo.

Se pensiamo che questa è la proposizione di una nuova formazione politica che possa andare in parlamento senza una corrispondente forza sociale che le fa da sponda – e la controlla – sui territori stiamo facendo un errore grave. Al contrario i comitati popolari devono vigilare sugli eletti costantemente ed essere pronti a togliere loro la fiducia non appena si profila la perdita degli obiettivi per i quali sono stati eletti. Dobbiamo immaginare che questo processo possa approdare alla formazione di una forma di potere diffuso tra le masse popolari e che può essere la forza per giungere persino ad un governo popolare di emergenza che agendo sui territori e con la sua rappresentanza in parlamento crei le maggiori difficoltà ai nemici del popolo e ne ostacoli i piani.

Umberto Spurio, 21/02/2021




NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE di Sandokan

«Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio , Rinaldi Antonio Maria , Zanni Marco, Donato Francesca…»

I segnali che Salvini ed i suoi sodali si sarebbero riposizionati, spostandosi dal campo no-euro al sì-euro, erano evidenti da tempo. Nessuno stupore. La piena disponibilità a far parte del governo Draghi è tuttavia qualcosa di più che la semplice consacrazione della svolta. E’ evidente che non si tratta soltanto di una mossa tattica, bensì di una svolta irreversibile.

Taglio con l’accetta: nella Lega convivono due anime, quella populista e quella liberista. Quest’ultima ha preso il sopravvento. Un ribaltamento che se avviene senza drammatiche fatturazioni è per tre fondamentali ragioni (più una quarta). Primo perché entrambi condividevano una matrice ideologica liberale; secondo perché, la forza sociale egemone di ultima istanza si è rivelata essere, non la piccola e media borghesia, bensì quella grande; terzo perché la sconfitta di Trump oltreoceano ha privato il “sovranismo” leghista del suo vero retroterra strategico (quello russo era fuffa).

La quarta ragione dello smaccato sostegno a Draghi è presto detta: Salvini & Company debbono essersi convinti che Draghi riuscirà davvero non solo a portare l’Italia fuori dalla lunga stagnazione, ma a condurla sulla via di un veloce risorgimento economico anche tenendo testa all’egemonismo tedesco.

Ecco dunque l’azzardo, la decisione di scommettere su Draghi puntando non una cifra modesta, ma tutti i propri averi. Va da sé che se Draghi non riuscisse nell’ardua impresa, Salvini e la Lega, invece di condividere un trionfo, si romperanno l’osso del collo.

Che la mossa di Salvini sia una lampante manifestazione di italico trasformismo non c’è alcun dubbio. Nel suo gergo padano egli lo chiama pragmatismo — ultimo rifugio degli opportunisti e delle canaglie politiche.

Alcuni sono stupiti, altri addirittura si strappano le vesti perché non riescono a spiegarsi come, in questa sceneggiata, Salvini sia riuscito ad arruolare come figuranti e avvocati d’ufficio quelli che erano considerati gli esponenti “oltranzisti” no-euro. Tutti e di botto convertiti, tutti a giustificare la mossa del Capitano, tutti penosamente allineati nel santificare quello che fino a ieri consideravano il demonio.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio, Rinaldi Antonio Maria, Zanni Marco, Donato Francesca…




THE GREAT RESET: UNA NUOVA RIVOLUZIONE PASSIVA

di Geminello Preterossi

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i piů ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralitŕ dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro.

Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, perň, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta peròintatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si puòanche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai piů conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e puòmistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è).

Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lě scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicòl’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, perň, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata puòessere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto.

La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciň, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia cosě facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

* Fonte: La fionda




MA QUALE “GOLPE”? di Leonardo Mazzei

«Vedendo le corna e sentendo I muggiti di Jack Angeli, il buffone che pareva appena giunto a Capitol Hill dal raduno leghista di Pontida, si può essere indotti a credere che l’assalto al Congresso degli Stati Uniti sia stato una goliardata, secondo la definizione con cui spesso i fascisti minimizzano le loro violente imprese. In realtà c’è stato un tentativo di golpe promosso, organizzato e gestito da Donald Trump.» Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

«Quindi tutto farebbe pensare, ma non abbiamo prove, che c’è stato un tentativo di golpe motivato dai grandi interessi delle multinazionali, della borghesia, dei settori militari e che, ad un certo punto, probabilmente, le cose non sono andate come dovevano andare, per cui non si sono schierati i poteri forti nella loro complessità e l’emergenza è rientrata». Luciano Vasapollo (Rete dei Comunisti)

«Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, marginali, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato che li ha usati per il suo potere. E’ così che si diventa fascisti?». Giorgio Gori (Partito Democratico)

*  *  *

Confesso che sono in difficoltà. Non solo tanti interessati esponenti del mainstream — e questo ben lo capisco —, ma pure alcuni suoi oppositori (vedi qui e qui), hanno scambiato seriamente l’americanata dell’attacco al Campidoglio per un tentato golpe. E’ evidente che non so più cosa sia un tentativo di colpo di Stato. E questo è veramente grave.

Sono dunque costretto ad interrogarmi. Ingenuamente, ho sempre pensato che un tentativo di golpe possa essere considerato tale solo a tre condizioni: 1) l’esistenza di una minima possibilità di riuscita, 2) la presenza di una direzione ben determinata allo scopo, 3) la partecipazione al tentativo di una parte non indifferente degli apparati di quello Stato che si vuole conquistare.

Senza questi tre elementi non solo non può esserci un colpo di Stato, ma neppure si può parlare a ragione di un vero tentativo di realizzarlo. Questo non esclude ovviamente che nella testa del pittoresco Jacki Angeli quello fosse lo scopo. Ma dov’erano le possibilità? Dov’era la direzione? E, soprattutto, dov’erano i settori dello Stato pronti a sostenere l’ipotetico golpe?

Ecco, innanzitutto, è a questa terza domanda che bisognerebbe rispondere per intavolare una seria discussione. Ma questa discussione mai ci sarà, anche perché essa sarebbe chiusa in partenza, dato che quei “settori dello Stato” proprio non c’erano. E senza di essi le possibilità di un golpe sono pari a zero. Figuriamoci poi senza una direzione, dato che non dobbiamo scambiare la retorica trumpiana per una vera strategia.

La verità è che quello che oggi viene chiamato “deep state” – dalle forze armate, alla polizia, alla magistratura, a tanti altri importanti apparati – non è mai stato con Trump. Ancor meno lo sono stati i decisivi poteri economici della Silicon Valley con i loro media ed il loro assoluto controllo della rete. Tant’è vero che Sua Maestà Mark Zuckerberg ha sospeso gli account di Trump sulle sue (sottolineiamo sue) piattaforme social, fino al 20 gennaio, giorno del sospirato passaggio dei poteri all’amico Joe Biden.

Ora, se ai cantori del sistema neoliberista non possiamo togliere l’illusione della fine del populismo, in sostanza la gioia per quella che loro vivono come una definitiva normalizzazione sistemica; a chi si professa marxista dovremmo almeno chiedere un minimo di analisi del potere reale. Un’analisi concreta della società odierna e, nello specifico, di quella americana. Chiediamo troppo? Sembrerebbe di sì.

Il “marxista” piddino

Più “marxista” di certi confusionari della sinistra sinistrata si è dimostrato il sindaco di Bergamo, il piddino Giorgio Gori. Il quale, chiarendo ancora volta l’odio di classe anti-proletario di cui è impregnato il suo amabile milieu, ha così sintetizzato il suo pensiero:

«Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, marginali, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato che li ha usati per il suo potere. E’ così che si diventa fascisti?».

Oh, finalmente! Questo sì che è parlare. Un franco e convinto disprezzo del popolo, e più ancora dei proletari, come si deve ad una Maria Antonietta dei tempi nostri, naturalmente con in tasca la tessera del Pd. Tuttavia, magari in maniera del tutto inconsapevole, il Gori ci dice anche una verità: il proletariato americano ha largamente votato Donald Trump. Ma non l’ha fatto (come lui pretenderebbe) per errore, perché ignorante, ingozzato di cibo spazzatura e inebetito da qualche blogger. Tantomeno l’ha fatto perché “fascista”, una categoria ormai buona per ogni uso. L’ha fatto perché non ha trovato di meglio per esprimere e rappresentare la sua sofferenza sociale.

E non ha trovato di meglio perché il partito dei Gori americani, il Partito Democratico (evidentemente un nome che è ovunque una garanzia), è a tutti gli effetti il partito che meglio rappresenta gli interessi e la visione sociale di quella cupola oligarchica che, detenendo il grosso delle leve del potere, è il vero nemico del proletariato e del popolo americano. Il quale mangerà forse troppi hamburger e patatine, ma tanto stupido non è.

Ma se non ha trovato di meglio è anche perché la sinistra americana non compromessa con la cupola oligarchica (esemplare il caso di Sanders) non ha saputo far altro che appoggiare Biden, cioè l’uomo che quella stessa cupola ha voluto insediare in tutti i modi. Presumibilmente anche con quei brogli sui quali in troppi (anche da noi) hanno preferito chiudere entrambi gli occhi.

E ora?

Ma torniamo ai fatti del giorno della Befana. Se non è stato un tentativo di golpe, cos’é stato allora? Le cose talvolta sono più semplici di ciò che sembra. Di sicuro c’è stata l’azione di alcune frange estreme del mondo che ha creduto in Trump, i seguaci di Qanon ma non solo. Da qui è venuto l’assalto al Campidoglio. Un atto senza speranza, proprio per questo non contrastato dalle forze di polizia. Dopo di che la (inutile) strage di 4 persone, per quanto ne sappiamo uccise senza che rappresentassero un vero pericolo.

Il fatto che di queste uccisioni non si sappia praticamente niente, insieme all’assordante silenzio dei media, quelli americani in primo luogo, lascia aperta ogni ipotesi in proposito. Ma è anche questo un modo per lanciare due messaggi: primo, il potere ha sempre il diritto di uccidere; secondo, chi vi si oppone non ha invece nessun diritto, tantomeno quello alla verità. Che dire? Nulla di nuovo sotto il sole, ma chi è critico dell’esistente forse due paroline avrebbe potuto spenderle.

Ad ogni modo, il risultato dei fatti del Campidoglio è semplice: mentre Trump uscirà malamente (almeno per ora) di scena, il pallido Biden verrà adesso incoronato come il salvatore della patria e (vietato ridere) della democrazia. Nel tripudio di Wall Street e dell’intero sistema mediatico le due sponde dell’Atlantico festeggeranno insieme lo scampato pericolo: l’odiato populismo è stato ricacciato indietro. Lorsignori pensano per sempre

Chi scrive non è invece di questo avviso. La crisi della società americana, che è poi quella del modello neoliberista massimamente dispiegato, è sempre più palese e non verrà certo superata dalla presidenza Biden. L’enorme crescita delle diseguaglianze sociali, che è la causa prima della frattura tra popolo ed oligarchia, tra dominanti e dominati, tra il palazzo e la piazza, non è mai stata grande come oggi. E la gestione sistemica del Covid ne è il suo carburante perfetto.

Il trionfalismo dei dominanti è dunque fuori luogo. Ci sarà pure una ragione se il 50% degli americani ha votato a novembre Trump. E ci sarà ancora una ragione se la grande maggioranza di essi ritiene di essere stata sconfitta solo con i brogli.

La spaccatura della società statunitense non pare superabile. Essa è profonda ed estesa dall’Atlantico al Pacifico; dal confine canadese a quello messicano. Figlia del neolibersimo dispiegato, è la stessa spaccatura che vivono le società europee. Dunque la vicenda americana parla anche di noi, del nostro futuro. Ma oltre-Atlantico quella fratturazione è più grave. Ed è foriera di eventi imprevedibili.

Il tema non è Trump, e neppure il trumpismo. The Donald esce dal giorno dell’Epifania con le ossa rotte. Non è stato capace né di prevenire né di guidare l’assalto al Campidoglio, tant’è vero che i settori dell’estrema destra interni al suo schieramento gridano a gran voce contro il suo “tradimento”. Questo non vuol dire che egli non possa avere la forza di rimettersi in pista in vista delle presidenziali del 2024. Ma il 2024 è lontano ed il trumpismo pare oggi spompato.

Il 2024 è lontano e nel frattempo accadranno molte cose. Preso dalle vicende economiche interne, e dai suoi risvolti internazionali (dazi, ecc.), nei suoi quattro anni Trump ci ha almeno risparmiato l’ennesima guerra “umanitaria” a stelle e strisce. Difficile che questo digiuno prosegua nell’era Biden. Più probabile un rilancio delle tradizionali politiche guerrafondaie dei Bush e dei Clinton. Se e quando accadrà non se ne lamentino troppo gli “antifascisti” amici di Wall Street.

Ma basterà tutto ciò a dirottare il malessere interno verso i soli nemici esterni? Dubitarne è più che lecito. Ma chi saprà prendere la testa dell’opposizione all’establishment? Questo oggi non lo possiamo sapere. Potrà farlo l’estrema destra? Possibile, ma tutt’altro che certo, anche perché essa è divisa in tante componenti che solo il trumpismo aveva saputo in qualche modo unificare.

Chi vivrà vedrà, ma due cose possiamo dirle. La prima è che ben difficilmente vi sarà la normalizzazione auspicata dai dominanti. La seconda è che se la sinistra americana continuerà a fare da ruota di scorta alla cupola del Partito Democratico, essa non potrà aspirare ad altro ruolo che non sia quello dell’utile idiota. E chi è causa del suo mal pianga se stesso.




CLASSE OPERAIA E POPOLO LAVORATORE di Moreno Pasquinelli

Queste note mettono a fuoco, pur in forma schematica, quella che un tempo si sarebbe chiamata “composizione” della società italiana e in particolare di quello che chiamiamo “popolo lavoratore”. Tengono conto dei risultati indotti dal lungo ciclo neoliberista e non delle conseguenze dell’attuale drammatica crisi sociale concausata dalla gestione sistemica della pandemia. Crisi, tuttavia, che secondo chi scrive, conferma ed anzi approfondisce, le tendenze di fondo maturate nel periodo precedente.

Secondo i dati Istat su 60milioni di italiani residenti gli occupati sono circa 23,4 milioni. Di questi 5,3milioni figurano come indipendenti (cifra che tuttavia nasconde diverse figure sociali), mentre la massa dei lavoratori dipendenti — ovvero quelli che stanno sotto-padrone e che campano vendendo la propria forza-lavoro, manuale e intellettuale in cambio di un salario —, consiste in circa 18,1 milioni.

Tuttavia questa massa, tanto più in ambiente neoliberista, è profondamente disomogenea. Essa conosce al suo interno fortissime differenziazioni: per la quota di reddito di cui si gode, per il rango sociale che si occupa, per la funzione che si svolge nel processo lavorativo, per il possesso o meno di proprietà (immobiliari e mobiliari). Mutatis mutandis vale ancora la definizione leniniana di classe sociale. [1]

E’ noto che in una stessa azienda, privata o pubblica che sia, esiste una articolata gerarchia funzionale al comando capitalistico, solo formalmente giustificata in base alle differenti mansioni specificamente lavorative. Si tratta di vere e proprie figure gerarchiche, quelle propriamente operaie che producono plusvalore per il capitale, e le figure impiegatizie, fino ai dirigenti apicali, le quali, in molti casi, ottengono più reddito di quanto valore effettivamente producano. Marx ci direbbe che nel primo caso c’è un rapporto di sfruttamento, nel secondo no. [2] Gli ultimi nella scala gerarchica tra le figure dei lavoratori dipendenti sono gli interinali, assunti con contratti a termine (molti in cosiddetto regime di “somministrazione”). I dati ci dicono che in Italia ce ne sono almeno 2,7milioni — tra i quali oltre 500mila lavoratori “somministrati“, che lavorano nel 95% dei casi con contratti brevi o brevissimi. Il dato medio è di 12 giorni, ma il 58% viene chiamato in servizio per meno di sei giorni e il 33,4% (era il 30,5% nel 2012) addirittura per una sola giornata.

Tra questi settori paria, in Italia, ci sono anzitutto i lavoratori a nero e non registrati da alcuna statistica. Fonti attendibili parlano di 3,7 milioni di proletari senza alcuna tutela (non solo immigrati).

Vi sono quindi i cosiddetti “autonomi fittizi”, le finte “Partite IVA”. Secondo un recente calcolo, su un totale di 5,3milioni di lavoratori autonomi, i salariati camuffati sono in Italia più di mezzo milione.

A tutti costoro dobbiamo aggiungere gli ultimi, “l’esercito industriale di riserva”, i disoccupati. Ai 2,5 milioni di disoccupati ufficialmente registrati vanno sommati due milioni circa di cosiddetti “disoccupati invisibili” (inattivi, cosiddetti “scoraggiati”, ecc.)

Queste cifre ci dicono come minimo tre cose. La prima è che in Italia la massa proletaria di coloro che campano grazie alla vendita della loro forza-lavoro è composta da quasi 27 milioni di cittadini, ovvero ben più di un terzo della popolazione. La seconda è che sono destituite di ogni fondamento le teorie secondo cui il tardo-capitalismo avrebbe portato alla “fine del lavoro”. La terza è che chiunque si ponga l’obiettivo di una radicale trasformazione sociale, e quindi quella di un soggetto politico egemonico, è su questa enorme massa che deve far leva invece di puntare, come vuole la narrazione ideologica dominante, sul ceto degli “imprenditori” o, come si dice, sul “mondo delle imprese”.

Sommando a questa massa proletaria i 4,8milioni di lavoratori autonomi/indipendenti effettivi — di questi, dati Istat, 3milioni e 652mila, ovvero il 68,1% , non hanno dipendenti — abbiamo che più della metà della popolazione italiana ottiene il suo reddito (o almeno la maggior parte) grazie al lavoro.

Se a questa massa incorporiamo la maggioranza dei 16milioni di pensionati — buona parte dei quali ricevono un sussidio pensionistico irrisorio (5,8milioni di pensionati ricevono meno di 1.000 euro al mese) — abbiamo quello che noi chiamiamo “popolo lavoratore”, il poliverso di “chi sta in basso”.

Poliverso appunto, poiché “Popolo lavoratore” è solo una figura sociologica generica, visto che essa cela sensibili disuguaglianze interne. Disuguaglianze che riguardano la stessa classe proletaria e che ci aiutano a spiegare come mai questa massa non agisca come “blocco sociale”. Ma su questo torneremo alla fine.

Ai fattori di disomogeneità intrinseci ai luoghi di lavoro di cui abbiamo accennato, si sommano quelli esterni. La gran parte dei nuclei familiari non solo è plurireddito (all’interno di uno stesso nucleo possono convivere diverse figure sociali), è proprietaria della casa in cui dimora. Al netto del crollo dei valori immobiliari i dati ci dicono che “Le case degli italiani valgono 6mila miliardi”. Per la precisione nel 2016, dei 40,9 milioni che hanno presentato la dichiarazione dei redditi, oltre 25,8 milioni (il 63,1% del totale dei contribuenti) sono risultati proprietari di immobili o di quote immobiliari. In crescita sono i proprietari di abitazioni senza figli a carico che rappresentano il 76,6% del totale. Per quanto attiene al risparmio, sempre l’Istat segnala che il crollo dei consumi va di pari passo alla propensione al risparmio, ciò che riguarda anche famiglie a basso reddito.

Non c’è dubbio che a partire dal secondo dopoguerra, anzitutto grazie al lungo ciclo di lotte sindacali e politiche, la classe operaia ha visto aumentare la propria quota parte di ricchezza nazionale. Per connotare questo fenomeno certa sociologia ha fatto ricorso ad un neologismo: la cosiddetta “cetomedizzazione”. Un abbellimento cosmetico di un fenomeno che il marxismo aveva denunciato sin dalla fine del XIX secolo: l’imborghesimento del proletariato. [3] Lenin, da parte sua, per spiegarsi la degenerazione politica delle socialdemocrazie europee, sostenne che alla base vi fosse una corruzione sociale più profonda, l’esistenza di una vera e propria “aristocrazia operaia”. [4]

E qui siamo ad una delle ragioni che spiegano il passaggio dal “keynesismo” al neoliberismo. Uno degli obbiettivi più ambiziosi del capitale è infatti quello di portare a compimento, passo dopo passo, quella che potremmo chiamare “riappropriazione capitalistica”. Una riappropriazione che procede su tre diversi livelli. Il primo è quello di depredare, via privatizzazioni, beni e patrimoni pubblici; il secondo è estorcere su larga scala la quota di ricchezza sociale che il proletariato occidentale ha strappato dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70 del secolo scorso; il terzo è quello per cui il grande capitale punta a far fuori i settori della piccola e media impresa (manifatturiera e commerciale) per impossessarsene assieme alle loro quote di profitto e di mercato. Si tratta della attualità di quella che Marx definì La legge generale dell’accumulazione capitalistica, [5] legge che si manifesta in maniera più violenta nei periodi di crisi e recessione.

Questa depredazione non si deve considerare conclusa ma ha compiuto passi da gigante ed ha mutato a fondo quella che un tempo gli operaisti chiamavano “composizione di classe”. Il lungo ciclo neoliberista e l’uso che l’élite dominante ha fatto e va facendo della crisi storico-sistemica iniziata nel 2008 — anche in questo caso a sostanziale conferma della validità della legge scoperta da Marx [6] — ha prodotto e continua a produrre una pauperizzazione sociale generale che non riguarda solo il proletariato vero e proprio ma pure piccola e media borghesia.

E’ illusorio sperare che la crisi economica e sociale possa trasformare la massa sociale del “popolo lavoratore” in blocco sociale. Non è mai accaduto, e non si vede come possa accadere oggi. Affinché una massa sociale si trasformi in blocco occorre un agente aggregatore che porti in atto ciò che è solo in potenza. Chi può assolvere la funzione di agente aggregatore? Esso può essere solo un soggetto politico. Che questo soggetto assuma la forma-partito, quella di movimento o di fronte, non si può stabilire a priori, poiché dipende dalla circostanze. Una cosa tuttavia risulta evidente dall’esperienza storica: questa funzione non può essere assunta da un sindacato. In un contesto nel quale l’egemonia politica, per quanto traballante, è detenuta, anche grazie alla potenza della sua macchina ideologica, dal capitale, un simile soggetto politico, è obbligato a costruire una contro-egemonia, a farsi portatore di quella che Gramsci chiamava “riforma morale e intellettuale” [7], ciò implica una “visione del mondo”, una idea della società futura che sia tradotta in programma, che quindi sappia indicare, oltre alle trasformazioni necessarie, la strategia per attuarle.

Post scriptum

Non si dovrebbe prendere per oro colato l’affermazione di Marx secondo cui “l’esistenza determina la coscienza”. [8] Tale affermazione pecca anzi di semplicismo. L’assunzione di una coscienza politica (ove per coscienza s’intenda, appunto, una visione del mondo e non tanto una corporativa consapevolezza dei propri interessi economici), non avviene per germinazione, non sorge come frutto automatico delle condizioni materiali di esistenza. Acquisire coscienza significa non solo strappare al reale la sua maschera, significa disporsi ad agire per mettere il reale capovolto sui suoi piedi. Capire e quindi agire chiede uno slancio, uno sforzo congiunto, intellettuale e morale, sforzo che per sua natura implica un trascendimento della realtà fattuale. 

NOTE

[1] «Si chiamano classi dei grandi gruppi di persone che si distinguono tra loro per il posto che occupano in un sistema storicamente determinato delle produzione sociale, per il loro rapporto (per lo più sanzionato da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per il modo con cui ottengono e per la dimensione che ha quella parte di ricchezza di cui dispongono». V. I. Lenin, La grande iniziativa, 28 giugno 1919, Opere Complete, pp. 384-85, Editori Riuniti 1967

[2] Sfruttato per Marx è solo chi produce plusvalore per il capitale. E Marx precisa che in ambiente capitalistico solo il lavoro che crea plusvalore è lavoro produttivo, che cioè valorizza il capitale, ovvero riconsegna al capitale più valore di quanto questo ne offra in cambio come salario.

[3] «Il proletariato inglese si imborghesisce sempre più, sicché questa, che è la più borghese di tutte le nazioni, sembra infine voler arrivare a possedere un’aristocrazia borghese e un proletariato borghese, accanto alla borghesia. Del resto ciò è in una certa guisa spiegabile per una nazione che sfrutta tutto il mondo». [F. Engels, Lettera a K. Marx del 7 ottobre 1858]. 24 anni più tardi lo stesso Engels scriveva: «Ella mi domandava che cosa pensino i lavoratori inglesi della politica coloniale. Ebbene, precisamente lo stesso che pensano della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito di lavoratori, ma solo conservatori e liberali radicali, e gli operai godono del monopolio commerciale e coloniale dell’Inghilterra sul mondo». [Lettera a Karl Kautsky del 12 settembre 1882]

[4] «Questa situazione eccezionale, monopolistica aveva creato in Inghilterra condizioni di vita relativamente sopportabili per l’aristocrazia operaia, cioè per una minoranza di operai qualificati e ben pagati. Di qui la mentalità piccolo-borghese, corporativa di questa aristocrazia operaia, che si era staccata dalla sua classe, gravitava verso i liberali e aveva un atteggiamento ironico verso il socialismo, considerato un’‘utopia’. (…) Negli ultimi tempi il monopolio dell’Inghilterra è stato definitivamente scalzato. Alle precedenti condizioni, relativamente sopportabili, si è sostituita un’estrema povertà a causa del rincaro della vita. Si inasprisce in grandissima misura la lotta di classe, e, con questo inasprimento, viene scalzato il terreno su cui alligna l’opportunismo, viene scalzata la base che permetteva la diffusione nella classe operaia delle idee della politica operaia liberale». [ V.I. Lenin, Discussioni in Inghilterra sulla politica operaia liberale [ottobre 1912], in op. cit., pp. 167-68]

[5] «Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistica, si sviluppano la concorrenza e il creditole due leve più potenti della centralizzazione. Allo stesso tempo il progresso dell’accumulazione aumenta la materia centralizzabile, ossia i capitali singoli, mentre l’allargamento della produzione capitalistica crea qua il bisogno sociale, là i mezzi tecnici di quelle potenti imprese industriali, la cui attuazione è legata a una centralizzazione del capitale avvenuta in precedenza. Oggi quindi la reciproca forza d’attrazione dei capitali singoli e la tendenza alla centralizzazione sono più forti che mai nel passato. Ma anche se l’estensione relativa e l’energia del movimento centralizzatore sono determinate in un certo grado dalla grandezza già raggiunta dalla ricchezza capitalistica e dalla superiorità del meccanismo economico, ciò malgrado il progresso della centralizzazione non dipende affatto dall’aumento positivo della grandezza del capitale sociale». [Karl Marx, Il capitale, Libro I, Sezione VII, Capitolo 23, La legge generale dell’accumulazione capitalistica]

[6]  «Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione (…), tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. (…) Ma quanto maggiore sarà questo esercito di riserva in rapporto all’esercito operaio attivo, tanto più in massa si consoliderà la sovrappopolazione la cui miseria è in proporzione inversa del tormento del suo lavoro (…), tanto maggiore [è] il pauperismo ufficiale. Questa è la legge assoluta, generale dell’accumulazione capitalistica». Marx, ‘Il Capitale’, cit., vol. I, p. 705

[7] Antonio Gramschi, Quaderni dal carcere

[8] Karl Marx, L’ideologia tedesca