UNO DI LORO di Leonardo Mazzei

Il ritorno di Letta il nipote

A volte ritornano… Dopo 7 anni di esilio dorato e volontario in quel di Parigi, Enrico Letta è volato a Roma per farsi incoronare segretario del Pd. A differenza dello zio, da un trentennio nello stabile ruolo di braccio destro ed eminenza grigia del Cavaliere, il nipote ha avuto i suoi alti e bassi. Se il “basso” fu il frutto della pugnalata renziana all’inizio del 2014, la possibilità che adesso gli si schiuda l’occasione di un nuovo “alto” è curiosamente arrivata da un’altra piratesca scorribanda del Bomba di Rignano.

Mentre sette anni fa Renzi lo sfrattò senza pudore da Palazzo Chigi per prenderne il posto – tanti ricorderanno il suo famoso #enricostaisereno -, stavolta è stata la crisi di governo di gennaio ad aprirgli la strada del Nazareno. La sequenza dei fatti è inequivocabile: prima Renzi fa cadere Conte, quindi arriva Draghi, poi Zingaretti è costretto a dimettersi da segretario proprio per la sua gestione della crisi, infine giunge Letta a sostituirlo alla guida del Pd.

Dunque, in questo strano 2021, Letta ritorna da Parigi proprio grazie all’iniziativa di quell’amicone che nel 2014 ce lo aveva in un certo senso spedito. Questo esito involontario, e certamente non previsto, ci dice molte cose sulle caratteristiche abbastanza caotiche sia della crisi del Pd che, più in generale, di quella dell’intera politica italiana.

Il Pd: uno e bino

Ci è già capitato di scrivere che quando si parla del Partito Democratico si deve tener conto che in realtà i Pd sono due. Da una parte c’è il Pd inteso come partito in senso proprio, con i suoi iscritti ed i suoi organismi dirigenti; dall’altro c’è il mondo del Pd, che ovviamente include il partito, ma che spesso (sempre nei momenti topici) lo travalica alla grande con i suoi agganci economici, istituzionali ed internazionali. Insomma, di fatto due soggetti relativamente diversi: uno formale, l’altro informale. Il primo sfortunatamente soggetto ai dispositivi del consenso elettorale, il secondo largamente indipendente da essi. Di conseguenza: il primo perennemente in affanno, il secondo sempre al centro dei giochi che contano.

Il fatto è che il sistema, inteso in tutte le sue espressioni ed articolazioni, necessita di un perno politico. Ma nell’epoca della crisi dei partiti, indotta dal neoliberismo e dall’americanizzazione della politica, un semplice partito non può bastare allo scopo. Ecco allora un’intricata rete di interessi, relazioni, lobby, apparati (statali e non) che ne prendono il posto per cercare di ridare ordine al caos. E’ questo il “mondo del Pd”. Tuttavia, lorsignori badano al sodo ma curano pure le apparenze. Ne consegue che anche il meno importante partito deve avere una sua credibilità. Zingaretti si dimette affermando addirittura di vergognarsi dell’organizzazione che dirigeva? Bene, è proprio nel momento della massima caduta del “Pd partito” che entra in campo il più vasto mondo che lo sostiene e che coincide in larga misura con l’establishment nazionale. E’ questa la chiave del ritorno di Letta il nipote.

Letta, basta la parola

Considerato il figlio politico di Beniamino Andreatta, quello del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia che consegnò il debito pubblico nelle mani dei pescecani della finanza internazionale, per l’oligarchia dominante Enrico Letta è infatti una garanzia. Lo è per il suo sfegatato europeismo (a Parigi stava in stretto contatto con Jacques Delors…), per essere stato un fedele esecutore delle politiche austeritarie, ma soprattutto per la sua attuale adesione al progetto del Grande Reset. Non a caso, l’esigenza di “resettare” è stata al centro del suo discorso di insediamento, condita con innumerevoli atti di fede verso la nuova religione della “Scienza” e con l’ossessiva insistenza sulle “tre sfide globali” dei “cambiamenti climatici”, della “pandemia”, dell’“innovazione tecnologica”.

Insomma, Enrico Letta è uno dei loro. Non che dal Pd potesse venir fuori qualcosa di diverso, ma il salto di qualità è evidente. Tant’è vero che si dice che Letta sia stato convinto ad accettare l’incarico di segretario da Draghi e Mattarella in persona, cioè dai due esponenti di maggior rilievo di quel “mondo del Pd” che non abbisogna certo della tessera del partito.

Abbiamo già accennato alla famiglia Letta. Nel 2006 ci fu un curioso passaggio di consegne tra sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri, quando (con il governo Prodi) Letta Enrico (il nipote) prese il posto precedentemente occupato da Letta Gianni (lo zio). E poi si dice che in Italia la famiglia non conti più! Ma Letta il nipote ha anche altre famiglie, non meno importanti, dalla Commissione Trilaterale, al Bilderberg, fino all’Aspen Institute Italia, di cui è stato anche vicepresidente. Non c’è bisogno di insistere oltre: Letta, basta la parola.

Il “partito di Draghi”

L’ascesa di Letta ha però anche un altro e più importante significato. L’arrivo di Draghi sarebbe infatti poca cosa se non fosse in grado di generare anche una sorta di “partito draghiano” atto a ristrutturare in profondità l’intero sistema politico.

Ma mentre son diventati (quasi) tutti draghiani, di questo partito non c’è al momento traccia alcuna. Visto che, mirando al calduccio del Quirinale, Mario Draghi non potrebbe guidarlo personalmente, non si capisce chi potrebbe assumere quel ruolo. A tanti piacerebbe riciclarsi così, ma non si vede chi possa averne la caratura e la forza. Certo non Renzi, meno ancora i vari Calenda, Cottarelli e compagnia cantando.

L’incoronazione di Letta, originatasi nel campo oligarchico, non certo nella pittoresca assemblea nazionale del Pd che ha avuto solo il compito di ratificare quanto già deciso altrove, sembrerebbe in effetti indicare un’altra strada. Se per ora un nuovo partito all’altezza della situazione non può sorgere, meglio intanto rigenerare il vecchio cavallo bolso denominato Pd. Tra l’altro questa rigenerazione, se riuscirà, metterà in ambasce proprio il Bomba. La qual cosa certo non dispiacerebbe a nessuno di coloro che rischiano di ritrovarselo tra i piedi in futuro.

Paradossalmente, il correntismo senza principi tipico del Pd, con il rischio che il partito si sfasciasse dopo lo zingarettiano urlo di vergogna, ha finito per produrre il suo contrario: il voto bulgaro a favore di Letta. Il quale si ritrova ora nella condizione di comandare senza troppe mediazioni. Una posizione ideale per tentare il rilancio.

Beninteso, questa operazione non sarà per niente facile. Ma le conseguenze dell’insediamento di Draghi al governo sono solo all’inizio, e ben presto ne vedremo delle belle anche nel campo del cosiddetto “centrodestra”. Intanto, con Letta il nipote, il sistema ha reagito alla crisi piddina. Che lo abbia fatto in maniera risolutiva ne dubitiamo assai. Ma che abbia fatto una mossa stupida proprio non possiamo dirlo. Mai sottovalutare il nemico. Mai.

PS – Mentre chiudiamo questo articolo arriva una notizia di un certo interesse. A breve gli attuali vertici della Rai potrebbero saltare (e noi non li rimpiangeremo di certo), ma chi vorrebbe Letta come nuovo amministratore delegato? Secondo alcune fonti di stampa il neosegretario del Pd spingerebbe per Eleonora Tinny Andreatta, figlia indovinate di chi… Una notiziola se volete, ma pur sempre utile a ricordarci quanto sia ristretta (anche nei nomi e nelle famiglie) la cupola oligarchica dominante. Letta docet.




PERCHE’ IL PD NON HA PERSO di Leonardo Mazzei

«Il voto dà respiro al governo», questo il titolone del Corriere della Sera di ieri. Una sintesi ineccepibile dell’ennesimo paradosso italiano. Le forze di governo tracollano in voti rispetto alle precedenti elezioni regionali, ma siccome l’attesa era per una disfatta ancor più grande, il generale arretramento diventa una vittoria.

In realtà questo paradosso ne contiene altri due. Il primo è che, salvo la Liguria, i due principali alleati di governo erano invece avversari nelle regioni. Il secondo è che l’illusione ottica del grande successo governativo è esattamente il frutto della stupidità degli avversari, quelli che prevedevano la famosa “spallata”, il “cappotto” del sei a zero ed altre amenità.

Simbolo di questa inarrestabile avanzata delle truppe salvinian-meloniane avrebbe dovuto essere la Toscana. Chi scrive aveva segnalato per tempo quanto fosse improbabile un simile scenario. (Tra parentesi: le quattro previsioni finali lì avanzate si sono realizzate al gran completo, peccato che la Snai non quoti certe cose…).

Alcuni dati

Non intendiamo qui perderci nei mille dati da decifrare di ogni elezione, ma qualche numero può essere utile. In termini di regioni “conquistate”, al posto del sei a zero salviniano c’è stato un tre a tre che in realtà non era difficile prevedere. Della Toscana si è detto, ma scontato (e alla grande) era il risultato in Campania, mentre più incerto appariva quello in Puglia. Ma se si comprendono le nobili ragioni del successo di De Luca e delle sue 15 (quindici) liste campane (nulla a che fare col clientelismo, ci mancherebbe!), non sarà difficile capire quelle del De Luca light pugliese, al secolo Michele Emiliano, anche lui accompagnato da 15 liste. Una pittoresca carrellata di simboli cui conviene dare uno sguardo, giusto per rendersi conto dov’è finita la politica italiana. Tra questi simboli ne segnaliamo alla rinfusa alcuni: I Liberali, Dc Puglia, Sud Indipendente, Partito del Sud, Partito Pensiero e Azione, Pensionati e invalidi giovani insieme, Partito animalista, Sinistra Alternativa. Che dire, viva il Carnevale!

Se il 3 a 3 è la sintesi di quanto avvenuto, vediamo invece i risultati dei due maggiori partiti di governo. Data la peculiarità di ogni elezione (in specie quelle nelle regioni) il raffronto deve essere fatto in primo luogo con le regionali precedenti, quelle del 2015. Lo so, cinque anni sono tanti, ma se facessimo il confronto con le ultime elezioni generali (le europee del 2019) il dato sarebbe meno impietoso per il Pd, ma ben più disastroso per M5S. Dunque il senso generale per le forze di governo, prese nel loro insieme, non cambierebbe.

Vediamo adesso i numeri. Rispetto al 2015 il Pd ha perso il 2,6% sia in Puglia che in Campania (e fin qui ci può stare), il 4,2% in Veneto ed il 5,7% in Liguria (e qui comincia a farsi seria), il 10% nelle Marche e addirittura l’11,2% in Toscana. Certo, queste variazioni risentono pure delle diverse alleanze di volta in volta realizzate. Ad esempio, in Toscana il candidato presidente Giani ha ottenuto grosso modo gli stessi voti del suo predecessore Rossi cinque anni fa, dato che i consensi persi dal Pd sono stati recuperati dalle liste alleate. Va notato però come il calo del partito di Zingaretti sia generalizzato. Il che qualcosa vorrà dire. Ovviamente nel 2015 eravamo ancora in piena era renziana, anche se già quel voto fece intravedere un discreto appannamento dell’iniziale boom del Bomba fiorentino. Tradotto sul piano nazionale, il dato piddino di domenica scorsa ci parla di un risultato in linea con i recenti sondaggi. Un partito appena un po’ sopra il 20%, il cui “successo” brilla più che altro per le defaillance degli altri. Zingaretti può dunque tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, ma cantare vittoria è davvero un po’ troppo.

Passiamo ora ai Cinque Stelle, per i quali – viste le sistematiche debacle nel voto locale – il raffronto con il 2015 è ancor più obbligato. Per i pentastellati il tracollo è stato talmente omogeneo da non lasciare adito a dubbi (non che ce ne fossero…) sul loro disastroso trend. Un sostanziale dimezzamento dei voti che non ha bisogno di particolari commenti. Queste comunque le percentuali del loro calo: Campania -7,1%, Puglia -7,3%, Toscana -8,0%, Veneto -9,2%, Marche -10,3%, Liguria -14,5%.

Fin qui i dati. Ma se i numeri ci dicono molto, politicamente non sempre ci chiariscono tutto. Arriviamo così all’arcano del paradosso segnalato all’inizio. Al motivo per cui il Pd viene considerato il vincitore delle elezioni, ma soprattutto alle ragioni della mancata sconfitta di questo partito-sistema.

Perché il Pd canta vittoria

Quando temi una rovinosa sconfitta, il pareggio può sembrare una decisiva vittoria. Questa metafora calcistica non è priva di senso. Del resto, passando dal campo di calcio a quello di battaglia, se fermi l’offensiva avversaria avrai posto le condizioni della possibile controffensiva. Nel concreto dell’odierna politica italiana le cose sono certamente più complesse. Non basterà lo scampato pericolo delle urne per evitare di rompersi le ossa nella gestione di una crisi rovinosa e senza precedenti. Tuttavia, in una politica che naviga a vista, per il Pd le cose sono messe assai meglio oggi che una settimana fa.

Palesemente il governo si è messo al riparo di ogni pericolo, la destra avrà da leccarsi le ferite e da regolare qualche conto interno (presumibilmente anche dentro alla Lega) ed i Cinque Stelle saranno alleati ancor più servili di prima. In quanto a Leu ed alla immaginifica “Italia Viva” di Renzi, il “non pervenuto” delle urne non potrà che semplificare ulteriormente la gerarchia interna della maggioranza governativa.

Vi sembra poco? Visto quel che attende il Paese, il risultato di domenica potrebbe rivelarsi per Zingaretti la classica vittoria di Pirro. Ma intanto a Piddinia han preso tempo. Il che, nella situazione data, poco non è.

Perché è andata così

Chi scrive non è stato affatto sorpreso dal voto di domenica. Neppure da quello referendario, dato che non si cancella un potentissimo sentimento antiparlamentare, contraddittoriamente radicatosi nel Paese da almeno trent’anni, con una campagna elettorale breve ed asfittica, per giunta sul tema più facile per gli illusionisti della “lotta alla casta”. Avevo previsto un 70-30 e così è stato.

Quel che invece mi ha stupito, e non poco, è stata semmai l’elevata partecipazione al voto. Elevata, s’intende, non in generale ma in confronto alla tendenza degli ultimi vent’anni. Un dato, questo, da salutare positivamente.

Nessuna sorpresa nemmeno per l’esito delle regionali. Oltre a quanto già scritto sulla forza del potere e delle clientele – in certi casi (fortunatamente non sempre) è proprio vero che il potere logora… chi non ce l’ha – bisogna qui capire gli altri due fondamentali punti di forza che hanno salvato il Pd ed il governo Conte.

A mio modesto avviso, questi decisivi elementi corrispondono alla forza di due narrazioni dominanti: quella sull’Europa e quella sull’epidemia. Narrazioni la cui forza dipende dal semplice fatto che, tra coloro che hanno accesso ai media, nessuno le contesta.

La prima narrazione ci parla di un’Europa che – anche grazie al governo italiano, pensate un po’! – sarebbe diventata buona, non più promotrice di tagli ed austerità, bensì portatrice di doni. Noi sappiamo bene come tutto ciò sia falso, come il Recovery Fund altro non sia che un super-Mes mascherato. E sappiamo come quei fondi saranno soprattutto nuovi debiti da ripagare ad un’oligarchia eurista che, proprio in virtù di cotanta generosità, ci stringerà ancor meglio il cappio al collo.

Sì, noi lo sappiamo. E come noi lo sanno ormai milioni di cittadini. Che sono però una minoranza, anche perché chi potrebbe farlo con ben altri mezzi non contesta affatto la favola diffusa a reti unificate dai media. L’hanno forse contestata i candidati della Lega o di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale delle settimane scorse? Assolutamente no. E, già che ci siamo, qualcuno saprebbe dirmi un argomento forte contro il Pd usato da costoro? Io, in mezzo a tanto chiacchericcio su ciò che non conta, di argomenti forti non ne ho sentiti. Del resto, i formidabili governatori della Lega nordista non solo vogliono i soldi del Recovery Fund (dunque del super-Mes), ma pure quelli del Mes ufficiale… Poi ti chiedi del perché il Pd non ha perso.

L’altra narrazione che ha dato i suoi frutti è quella sull’epidemia. Il governo Conte – certo non unico al mondo, questo va riconosciuto – ha fatto dell’emergenzialismo la carta vincente per restare in sella. Come strumento di governo la paura funziona alla perfezione. Andiamo verso un milione e mezzo di disoccupati in più? Che volete che sia rispetto al terribile virus!

Con un tasso di letalità ormai pari a quello di una normale influenza, oggi il Covid 19, anche secondo i (discutibili) dati ufficiali, provoca 10/15vittime al giorno. Sfortunatamente in Italia, ogni 24 ore, muoiono (dati Iss) 140 persone per infezioni ospedaliere. Ma pur essendo dieci volte di più questi ultimi non contano, mica fanno arricchire gli amici Mark Zuckerberg e Jeff Bezos! Mica sono utili a prorogare lo stato d’emergenza all’infinito!

Poche sere fa mi è capitato – cosa in realtà rarissima – di vedere un telegiornale (il Tg1). Inopinatamente, ad un certo punto è arrivata la domanda che non ti aspetti: e se avessero avuto ragione gli svedesi ad evitare ogni forma di confinamento? La risposta contenuta nel servizio da Stoccolma è stata interessante assai: la curva del contagio oggi darebbe effettivamente ragione al governo svedese, ma è troppo presto per arrivare a conclusioni definitive. Così ha detto l’inviato.

Troppo presto? Ma non sono stati proprio i media mainstream, nella scorsa primavera, a crocifiggere gli svedesi come popolo di delinquenti dediti al soddisfatto sterminio dei propri simili, specie se anziani e malati? Fra l’altro, provenendo dal mondo di Piddinia City, questa accusa è politicamente piuttosto bizzarra, dato che a Stoccolma non governano i criminali “populisti”, bensì una coalizione di centrosinistra composta da socialdemocratici e verdi.

Cito il caso svedese, perché esso ci mostra come la strada del lockdown duro (all’italiana) non fosse per niente obbligata. Così come non sarebbero oggi obbligate le scelte demenziali sulla scuola, sullo smart working, sulla chiusura degli uffici, sul distanziamento asociale in genere. Ma anche in questo caso, come sull’Europa, chi avrebbe la possibilità di farlo con una certa efficacia si guarda bene dal contestare il racconto ufficiale, quello secondo cui il governo italiano è stato (ed è) il più bravo al mondo nel contrastare l’epidemia. Tesi piuttosto ardita in un Paese che è al sesto posto per numero di vittime, pur essendo solo al ventesimo come numero di casi. Ma tant’è.

Ora, data la potenza di fuoco del terrorismo virale, alcuni nostri amici ritengono che contestare questa narrazione sia se non sbagliato, comunque inutile. Penso che a sbagliare – e alla grande – siano invece loro. Visto che il fattore P (paura) è un così buon alleato per il governo e per gli interessi dei potenti, perché costoro dovrebbero rinunciarci a cuor leggero? Crediamo forse alla loro buona fede? Suvvia, non scherziamo.

Conclusione

Giunti a questo punto la conclusione è semplice assai. Se si capisce il motivo per cui il Pd non ha perso, non sarà difficile comprendere quali siano le armi da usare contro il governo dei servi di Bruxelles e Berlino.

Al tempo stesso, se si comprende la sostanziale intercambiabilità politica tra i due poli di centrodestra e di centrosinistra che tendono a ricostituirsi – con M5S sempre più interno a quest’ultimo – non sarà difficile capire l’assoluta urgenza della costruzione di un Terzo Polo, che per essere credibile non potrà che proporsi come polo dell’Italexit.

E’ in questo quadro che le due narrazioni su Europa ed epidemia vanno contestate e, se possibile, vinte. Chi scrive è convinto che esse verranno comunque smentite dai fatti, ma i fatti richiedono tempo e noi troppo tempo per salvare il Paese dalla catastrofe non lo abbiamo.

La lotta sarà dura, ma non impossibile. La Marcia della Liberazione del 10 ottobre ci darà delle prime, preziosissime, indicazioni. Tutti a Roma quel giorno, per battere un colpo prima che sia troppo tardi. Per batterlo sapendo che sarà solo il primo.




ZINGARETTI, L’INDECENTE di Leonardo Mazzei

Ma come, i soldi sono lì, già pronti ad involarsi per la penisola, e voi non li volete? Ma che italiani siete diventati? La pressione di Angela Merkel è forte: il Mes «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Insomma, certi “regali” non si possono proprio rifiutare, chissà perché!

La cosa più penosa di questi giorni è l’insistenza dei media. “Mes subito!” è il loro grido quotidiano. Almeno formalmente la maggioranza del parlamento resta contraria? E chissenefrega! Pd e Forza Italia lo vogliono, i Cinque Stelle dovranno piegarsi: è solo questione di tempo. Ma il tempo stringe, a Bruxelles devono perfezionare il “pacchetto”, e l’Italia deve finire ben impacchettata.

Ovviamente i cosiddetti “democratici” (democratici? – è messa maluccio la democrazia…) sono i più scatenati. Lo vogliono subito, anche prima di stasera. Il più insipido di loro, che han fatto pure segretario, ha pensato bene di portare il suo contributo alla causa. «Il governo non può più tergiversare sul Mes, sul tavolo risorse mai viste per la sanità», questo il titolo del suo intervento sul Corriere della Sera.

Ecco servito il nuovo imbroglio. Chi vorrebbe mai rinunciare a tutto questo bendiddio per la salute degli italiani? Lo Zingaretti difensore della sanità pubblica è commovente. Grazie al Mes vuole più ricerca, il rafforzamento della medicina territoriale e di base, riformare i servizi per gli anziani, assumere e pagare meglio il personale, e chi più ne ha più metta.

Tutto molto bello, se non fosse che dalle nostre ricerche anagrafiche il Nicola Zingaretti di cui stiamo parlando, nato a Roma l’11 ottobre del 1965, risulterebbe essere lo stesso che da oltre 7 anni ricopre la carica di presidente della Regione Lazio. Periodo nel quale la sanità di quella regione ha visto la chiusura di 16 ospedali, il taglio di 3.600 posti letto e del 14% dei dipendenti. Tutti segni meno? No, non dobbiamo essere così ingenerosi col segretario del Pd. Nel suo modello laziale c’è anche un segno più, peccato sia quello del +90% dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie.

E’ mai possibile che un simile personaggio, uno che anche come dirigente del Pd non ha mai detto una parola contro le politiche di austerità targate Europa, abbia ora la faccia tosta di presentarsi come novello sostenitore del rilancio della spesa sanitaria? E che lo faccia senza neppure una parola di velata autocritica? Sì, è possibile. Nel regno della realtà capovolta dell’attuale narrazione europeista è possibile questo ed altro.

L’idea che il Mes sia la carta vincente per la sanità pubblica è un trucco facilmente dimostrabile. In primo luogo, perché ricorrere al Mes quando le aste del Tesoro per il collocamento dei Btp registrano un record dopo l’altro? Solo nell’asta di inizio giugno la domanda di Btp è stata pari a 108 miliardi, ma il governo ha deciso di collocarne solo 14. Insomma, se davvero si vuole aumentare la spesa sanitaria altri sarebbero gli strumenti da usare, anche perché Mes o Btp sempre debito sono. Con la differenza che il Mes è la trappola che sappiamo.

Ma c’è un’altra considerazione, che sta a lì a dimostrarci come la furbesca accoppiata Mes-sanità sia solo un ignobile inganno. La sanità italiana ha bisogno, e non da oggi, di più posti letto, più personale, più strutture ospedaliere e territoriali. Ma questo non si risolve con un intervento una tantum come quello del Mes, ma con l’aumento strutturale della spesa sanitaria, oggi una delle più basse d’Europa.

Aumento strutturale significa più spesa anno dopo anno. Da questo punto di vista i 36 miliardi del Mes sono troppi e sono pochi. Sono “troppi” nell’immediato, sono pochi per il futuro. Dice: ma cosa vuoi che sia, intanto spendiamoli tutti e poi si vedrà. Un simile modo di ragionare, come se i problemi della sanità fossero solo quelli del Covid 19, ha un unico prevedibile sbocco. Quello tipico di ogni situazione gestita con criteri emergenzialisti: qualche cattedrale nel deserto, fondi a gruppi di potere amici, nessuna vera soluzione ai problemi strutturali causati da decenni di politiche austeritarie targate euro.

Alcuni punti indicati dal governatore del Lazio sembrano andare decisamente in questa direzione. Il punto 2 del decalogo zingarettiano pone come centrale il tema della digitalizzazione, chiedendo: «nuovi strumenti per la telemedicina, le televisite e i telemonitoraggi». Insomma, tutto “tele”, alla faccia dei diritti e degli interessi dei pazienti. A quando medici ed infermieri in smart working?

Ma ancora più scivoloso è il punto 1 sulla ricerca, laddove si chiedono: «nuovi investimenti nei settori delle scienze della vita e della farmaceutica». Anche qui il trucco è quello solito dei buonisti, quelli che si sono autoeletti difensori del bene: si indica genericamente un obiettivo in sé giusto e si è vaghi su come perseguirlo. Oggi la ricerca medica e farmaceutica è in parte pubblica ed in parte privata. Spesso, poi, pure quella pubblica risponde in ultima istanza ad interessi privati. Si vuole investire seriamente nel settore? Lo si faccia con decisione, ma si sancisca allora il carattere pubblico dell’intero sistema sanitario e si nazionalizzi, come strategico, il settore farmaceutico. In caso contrario saremmo al solito finanziamento pubblico di interessi privati. Ma su questo nodo, ça va sans dire, il segretario del Pd non può che tacere.

Per il momento chiudiamola qui, denunciando quanto sia vergognosa la campagna pro-Mes portata avanti dai partiti e dai media sistemici. Abbiamo segnalato, in particolare, l’indecente ruolo assolto dal successore di Renzi, ma la questione non riguarda solo i singoli personaggi scesi in campo. Essa è ben più complessa, e descrive alla perfezione quale sia il ruolo delle nostrane oligarchie nel sostenere attivamente il disegno tedesco sull’Italia. Parleremo meglio di tutto ciò in un prossimo articolo.

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL CORONAVIRUS NON TOCCHI I RENZIANI!

La vicenda è gustosa. Tanto comica quanto delirante. Dove il delirio è nel politicamente corretto che l’ha portata alla ribalta mediatica.

Il povero segretario del Pd di un comune del pisano, Casciana Terme Lari, è stato sospeso dal partito con editto immediatamente esecutivo, emanato dalla segretaria regionale del suo partito, l’ineffabile Simona Bonafè.

Ma cosa ha fatto di così grave il signor Samuele Agostini per meritarsi questa sentenza per direttissima? Udite, udite: ha osato sdrammatizzare alla “toscana” il coronavirus, sbeffeggiando al tempo stesso i renziani di Italia Viva.

Questo il suo post su facebook:

«Poi, oh, se prendessi il virus e m’accorgo che sono spacciato, un minuto prima di morì prendo la tessera di Italia Viva. Sempre meglio che muoia un renziano che uno di sinistra. Ps: non ho espresso un auspicio, spero resti una eventualità remota. E di campare almeno altri 60 anni dopo la scomparsa di Italia Viva».

Ora, il povero Agostini ha senz’altro la colpa di definire il Pd come “sinistra”, ma tolto questo, che ha detto di grave? Non ha augurato la morte a nessuno, limitandosi piuttosto a scherzare sulla sua. Non sia mai! «Ho trovato molto gravi le sue parole nei confronti di Italia Viva e dei suoi simpatizzanti», ha detto senza essere sfiorata dal senso del ridicolo la Bonafè. Mentre per due consiglieri regionali piddini (Nardini e Mazzeo): «Le parole di Agostini esulano dai valori fondamentali della nostra comunità e della nostra azione politica quotidiana».

Accipicchia, coi loro “valori” non si scherza! Gente seria, non c’è che dire. Ora, se c’è una cosa di cui non può fregarci proprio nulla sono i rapporti tra Pd e Iv, ma ci rendiamo conto a qual punto è arrivato il politicamente corretto?

Pure di fronte ad un testo palesemente scherzoso, diciamo anche tipicamente toscano, il politicamente corretto procede come un treno senza neppure rendersi conto di quanto sia grottesco.

Fra l’altro, probabilmente in maniera inconsapevole, l’Agostini un punto l’ha centrato: quello del legame tra il coronavirus e le manovre politiche renziane. Scrivono infatti i giornali di oggi del disegno dei due “mattei” (Renzi e Salvini) per sostituire Conte con un bel governo di unità nazionale con il pretesto dell’emergenza sanitaria.

Ma lasciamo perdere. Quello che è incredibile è che, nel cuore di una crisi come l’attuale, la dirigenza del Pd non abbia nulla di più importante da fare della censura di un post su facebook.

Siamo veramente al delirio. Sul coronavirus e su Renzi non si può nemmeno scherzare. Ma forse abbiamo capito il perché. I renziani son rimasti così pochi che se pure il coronavirus dovesse attaccarli rischierebbero l’estinzione. Più che un problema politico, una scelta di tutela della biodiversità: che il coronavirus stia lontano da Renzi e dai suoi!




VERSO LE ELEZIONI SCHEDA 9: IL PARTITO DEMOCRATICO

[ 17 febbraio 2018]
Continuiamo la serie di schede sui programmi dei diversi partiti, movimenti e liste elettorali in merito a Unione europea ed euro. Oggi parliamo del Partito democratico.

Ricordiamo le schede precedenti:
SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
SCHEDA 2: PARTITO COMUNISTA
SCHEDA 3: L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO
SCHEDA 5: LIBERI E UGUALI
SCHEDA 6: MOVIMENTO 5 STELLE
SCHEDA 7: LISTA DEL POPOLO
SCHEDA 8: LA LEGA

Pd, il partito del “più Europa”
Finiti i tempi delle marachelle ai vertici Ue, dismessi i panni del “battipugnista” alla ricerca di flessibilità nei conti, Matteo Renzi si è ormai piegato del tutto ai desideri dell’oligarchia eurista. Così facendo, il Pd è tornato ad essere a tutti gli effetti il partito del “più Europa”, quello che non a caso ha accolto nella sua mini-coalizione le belve del più sanguinario dei liberismi euristi, oggi raccoltesi a sostegno della lista della solita Emma Bonino.
Come si traduce nel programma elettorale del 4 marzo questo ritorno alle origini, che certo non gli farà guadagnare consensi, ma è pur sempre il prezzo da pagare per avere l’appoggio dei media di lorsignori?
Il programma del Pd ha due versioni, una più estesa, un’altra sintetizzata per punti a scopo propagandistico.
Partiamo da quest’ultima, che è poi quella che verrà venduta in pillole agli italiani.
Interessante l’elenco degli obiettivi raggiunti, nel quale il Pd si vanta del «rispetto delle regole europee», anche se solo grazie alla «flessibilità», di aver «stabilizzato il rapporto debito/PIL dopo anni di crescita selvaggia», ed addirittura di aver  «recepito in Italia le direttive volute da chi ci ha preceduto sull’Unione Bancaria».
Ancora più interessanti e chiarificatori gli obiettivi che il Pd indica per il futuro.
Fondamentalmente essi sono due. Uno di carattere finanziario: la riduzione del rapporto debito/pil al 100% in 10 anni. L’altro eminentemente politico: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa.
Ma vediamo meglio.
Sul debito i piddini scrivono di volerlo ridurre «gradualmente portando nei prossimi dieci anni il rapporto debito/PIL dal 132% al 100%». Vedremo di seguito come questo concetto della “gradualità” (mentre in realtà si tratta dell’applicazione pura e semplice del fiscal compact) sia truffaldino assai, ma proprio per questo gli estensori del programma cercano di indorare la pillola già nella premessa. Ecco cosa scrivono:

«Fermo restando l’impegno a una graduale e costante riduzione del debito al livello del 100% del Pil in 10 anni, nell’attuale quadro macroeconomico la diminuzione del deficit nominale avverrà a un ritmo più lento rispetto ai vincoli troppo stretti sui quali sono calcolati gli attuali obiettivi programmatici di finanza pubblica, permettendoci di liberare risorse per la crescita».

Che dire? Chiacchiere in libertà, laddove ciò che conta è solo l’impegno alla gigantesca riduzione del debito, equivalente a 540 miliardi di euro. Evidentemente 540 miliardi di sacrifici per il popolo lavoratore. Ma siccome come venditori di pentole non vogliono essere secondi a Berlusconi, i piddini ci vorrebbero far credere che questa gigantesca operazione finanziaria si possa fare tornando alla regola del 3% nel rapporto deficit/pil (oggi è al 2,1%).
Questa è solo una scheda e non è il caso di dilungarsi coi numeri, ma qui proprio i conti non tornano. Il programma dice di attendersi una crescita “realistica”, si fa capire attorno all’1,5%, ed un’inflazione riportata dalla Bce attorno al 2%. In realtà nessuno può scommettere su una crescita dell’1,5% annuo nel prossimo decennio, ed in quanto all’inflazione siamo ancora sotto l’1%. Ma anche ammettendo che questi obiettivi vengano entrambi raggiunti, la riduzione di 3,2 punti annui di debito  richiederebbe comunque un sostanziale pareggio di bilancio, altro che soglia del 3%! Ed a causa del peso degli interessi, il pareggio di bilancio equivale all’incirca ad un avanzo primario del 4% (circa 70 miliardi)! Altro che «liberare risorse per la crescita»!
Insomma, in quanto a disonestà intellettuale i piddini non hanno rivali. Ma questa non è una novità. L’unica cosa certa del loro argomentare è la garanzia che hanno inteso dare all’oligarchia finanziaria dominante ed alla tecnocrazia eurista di Bruxelles che ne è l’inscindibile gemello siamese che l’accompagna.
Ma è sul piano politico che il giuramento d’eterna sottomissione è ancor più impressionante.
Se nel programma sintetico il Pd propone queste «nuove regole per Europa politica: seggi transnazionali, EuroBond, Ministro finanze europeo, Elezione diretta del presidente della Commissione», è nella versione più estesa che il partito di Renzi getta del tutto la maschera.
Giusto per non lasciare dubbi il titolo del capitolo (pag. 23) è «PIU’ EUROPA». Un capitolo magari non sorprendente, ma comunque illuminante, del quale consigliamo vivamente la lettura integrale. Qui dobbiamo invece limitarci ad alcune citazioni.
Premesso che dei problemi connessi all’euro proprio non si parla, e questo già la dice lunga, ecco come il discorso sull’Europa viene introdotto:

«Per il Partito Democratico l’Europa è l’orizzonte naturale in cui si giocano tutte le partite più importanti della contemporaneità. Senza Europa le nostre vite sarebbero peggiori, avremmo meno benessere economico e sociale. Ma c’è ancora molto da fare se vogliamo che l’Europa assomigli di più all’ideale che ci ha permesso di costruirla. La nostra Europa è quella di Ventotene, dove il sogno europeista venne rilanciato nel momento più buio della nostra storia. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione». (il grassetto è nel testo)

L’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa, già implicito nei punti già citati del programma sintetico, diventa qui esplicito. Significativo questo passaggio:

«Potremmo anche unificare già ora, sempre senza modificare i trattati, le cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio europeo. In prospettiva poi, modificando i trattati, la nostra proposta è che gli europei possano eleggere direttamente un Presidente unico della UE, evitando l’attuale frammentazione istituzionale e fornendo finalmente l’Unione di una figura di vertice immediatamente riconoscibile e responsabile». (anche qui il grassetto è nel testo)

Tutto si può dire ma non che non sia chiaro. Il Pd si riafferma come il partito eurista per eccellenza. L’alleanza con la Bonino non è venuta per caso. Il suo modello è quello federalista e presidenziale amato dai neoliberisti più sfegatati. Una ragione in più per augurarci la disfatta elettorale del partito di Renzi.

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PULIZIA ETNICA A PIDDINIA CITY di Leonardo Mazzei

[ 28 gennaio 2018 ]
Il bunker di Renzi e una crisi che si aggrava



Tra qualche anno, quando la polvere di questi tempi grigi si sarà infine depositata nell’ampio magazzino della storia, verrà il momento di ringraziare Renzi. Grazie di aver distrutto il Pd, grazie di averlo fatto in breve tempo. Magari sarebbe andata così comunque, ma tu ci hai aiutato non poco. Di nuovo, grazie!

La vicenda della composizione delle liste elettorali al Nazareno è di quelle che merita qualche riga di commento. Come previsto, Renzi ha fatto piazza pulita di ogni opposizione interna. Una pulizia etnica che certo Bersani e i suoi avevano da tempo immaginato (tra parentesi, è questo il vero motivo della nascita di LeU, che altro non c’è).

Sia chiaro, Renzi non è certo l’unico leader di partito a muoversi come un monarca. Così hanno fatto Di Maio e Salvini, come pure – e ci sarebbe da ridere! – il pesce lesso numero 2 (essendo il numero 1 Gentiloni) della politica italiana: quel Pietro Grasso che si trova lì solo perché gli altri si son guardati tutti allo specchio. E tuttavia Renzi è stato insuperabile.

Da mesi avevamo chiara una cosa, che se il segretario del Pd era rimasto inamovibile al suo posto pur non azzeccandone più una da tempo immemorabile (basti pensare al Rosatellum), è  anche perché i suoi – un gruppo di parassiti attaccati al potere come l’edera alla pianta – gli hanno imposto di arrivare almeno al momento per loro cruciale: quello della composizione delle liste elettorali.

E così si è consumata la pulizia etnica, con Renzi chiuso nel bunker col fido Lotti a lavorar di biro e di bianchetto. Lavoro svolto, però, non più come condottiero, ma come stanco notaio di un rito che non gli porterà fortuna, né lo porterà lontano. “Esperienza devastante”, l’ha definita lui stesso…

Ma perché, vi chiederete, questo passaggio delle candidature è così rilevante? Che forse è la prima volta? Che forse gli esclusi erano migliori dei salvati? No, no, assolutamente no! Non è questo il punto, e poi c’è davvero in giro qualcuno che sappia dirci che cos’è un “orlandiano”? Suvvia, non scherziamo, la cosa potrà al massimo interessare qualche entomologo, ma mai e poi mai le persone sane di mente.

E tuttavia l’importanza di quel che è avvenuto resta. Lo psicodramma di queste mezze calzette, che si credevano insostituibili ed hanno scoperto di non contare un fico secco, non è solo divertente, è anche istruttivo. Esso ci parla della crisi del Pd, cioè del partito sistemico per eccellenza. Quello del pieno dispiegamento delle politiche liberiste, austeritarie ed euriste.

Magari questo partito resterà in qualche modo al governo, forse la stessa emorragia elettorale verrà tamponata dall’intervento in emergenza di ogni strumento (mediatico e non) di cui dispongono lorsignori, ma l’idea del partito pigliatutto, a “vocazione maggioritaria”, è ormai morta e sepolta. 

Questo nell’immediato, mentre più avanti credo che vedremo qualcosa di ben più radicale, probabilmente la stessa fine del Pd, esito non improbabile di una crisi verticale dell’intera classe politica italiana.

Cosa ne seguirà non sappiamo. Ma tra le tante notizie non buone di questo periodo, quella dell’acutizzarsi della crisi del Pd non è solo buona: è ottima!



RENZI? IL MIGLIORE DEI SUOI di Leonardo Mazzei

[9 luglio 2017]

Partito tedesco e partito americano nella direzione del Pd

I commenti alla direzione del Pd di ieri si sprecano: renziani ed antirenziani, il prevedibile (e previsto) smarcamento del furbetto di Ferrara (i sorci si preparano ad abbandonare la nave), l’eccitante discussione sulle future alleanze (nei bar non si parla d’altro). C’è invece un tema che viene alquanto rimosso, quello del rapporto con l’Unione Europea, esemplificato in due passaggi nodali del discorso di Renzi: il no all’incorporazione del Fiscal Compact nei Trattati europei, la necessità di una diversa regolamentazione dell’immigrazione.
Naturalmente Renzi va sempre preso con le molle, pronto com’è a dire una cosa e a fare l’esatto contrario. Ma i suoi critici nel Pd non sono certo migliori, anzi. Se non altro l’ex presidente del consiglio parla di questioni cruciali, mentre gli altri discettano di Pisapia…
Partiamo dai migranti che attraversano il Mediterraneo. Sul punto l’Italia ha preso in questi giorni (in ultimo ieri al vertice di Tallinn) le abituali bacchettate sui denti dagli altri paesi dell’Unione, nessuno dei quali si è detto disponibile ad aprire i propri porti o comunque a condividere, in qualche modo, l’onere dell’accoglienza. In sintesi: sul tema, come su tanti altri, non esiste una qualsivoglia solidarietà europea. E, a questo punto, chi si attarda a prenderne atto non ha più giustificazione alcuna. Amen.
Stando al resoconto de la Repubblica in direzione Renzi ha risposto così: «Se loro chiudono i porti, nella discussione di bilancio del 2018 noi chiudiamo i rubinetti dei soldi a chi non accetta i migranti». Una posizione che oggi è stata così precisata: «Chi dice che lo Ius soli rovina l’Italia non si rende conto che è una norma di civiltà, non c’entra con la sicurezza ma dobbiamo anche dire che ci deve essere un numero chiuso di arrivi, non ci dobbiamo sentire in colpa se non possiamo accogliere tutti».
«Numero chiuso» è dunque la nuova parola chiave che indica la presa d’atto della necessità di una regolamentazione dei flussi migratori. Una mera trovata elettorale? Può essere, ma almeno il tema è posto, assieme a quello dell’inaccettabilità del comportamento europeo.
Veniamo ora all’ancor più tosta questione del Fiscal Compact. Se, da un lato, le norme di questo trattato sono socialmente criminali, dall’altro esse sono palesemente inapplicabili (e tutti lo sanno). Tuttavia, come notano gli economisti mainstream, senza queste norme l’euro sarebbe destinato a morire. Ma siccome a lorsignori questo decesso spiacerebbe assai, ecco che non si sa come uscire dal circolo vizioso che essi stessi hanno creato.
Benché approvato nel 2012, il Fiscal Compact non è ancora parte integrante del quadro giuridico dell’Unione Europea. Data la mancanza dell’unanimità – cinque anni fa il trattato non venne sottoscritto dalla Gran Bretagna e dalla Repubblica Ceca, ai quali in seguito si è aggiunta la Croazia – il Fiscal Compact fu classificato infatti come trattato intergovernativo tra i 25 paesi aderenti e, come tale, non inserito nel corpus giuridico dell’UE. Passaggio che il trattato prevede venga fatto entro il 2017.
E’ questo il punto: dare corso all’incorporazione (potremmo dire alla “costituzionalizzazione”, se non fosse che l’UE è un mostro senza costituzione), oppure no? E’ chiaro che nel primo caso consegneremmo all’oligarchia eurista, ed in particolare al suo vertice berlinese, un potente strumento per appesantire ancor di più le politiche austeritarie, mentre nel secondo si avvierebbe di fatto il processo dissolutivo dell’euro.
Bene, nella direzione piddina Renzi ha detto che: «Va posto il veto sul Fiscal Compact nei Trattati». Solo parole? Conoscendo Renzi nessuno si stupirebbe, ma già un suo stretto collaboratore – quel Yoram Gutgeld che il fiorentino ha voluto alla spending review – aveva dichiarato il no al Fiscal Compact in un’intervista al Corriere della Sera del 21 giugno scorso.
Ovviamente la direzione del Pd non ha ritenuto questa materia troppo degna d’esser discussa, impegnata com’era ad ascoltare, tra un tweet e l’altro, personaggi della statura di Franceschini, Orfini, Orlando… Roba hard, bisogna capirli! Sul punto, un Renzi assai piccato ha chiosato che: «Porre il veto sul Fiscal Compact sarà molto più complicato che discutere della percentuale del Pd in un comune».
Chissà se pesce lesso Gentiloni ha preso nota. Visti i tempi, è lui che dovrebbe porre il veto, ma ce lo vedete il conte marchigiano mettersi contro l’intera oligarchia eurista? Chi vivrà vedrà, e forse ne vedremo delle belle.
Quel che è certa è invece un’altra cosa, che la direzione piddina ha solo confermato: lo scontro interno al blocco dominante del nostro paese, tra il partito tedesco e quello americano, è ormai alla luce del sole. E’ uno scontro al quale abbiamo accennato più volte su questo sito, che adesso si manifesta in forme più chiare.
Volete un esempio? Ma è semplice, basti pensare alla cocciutaggine con la quale tre importanti esponenti dell’establishment  (Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Enrico Letta) si sono opposti alla nuova legge elettorale che solo un mese fa pareva destinata ad andare in porto. Legge pessima, come abbiamo scritto con chiarezza, ma non pessima abbastanza come il trio di cui sopra avrebbe voluto. I tre – infischiandosene bellamente sia delle sentenze della Consulta che del voto referendario del 4 dicembre – vorrebbero infatti una nuova legge ultra-maggioritaria. Lo scopo? Assicurarsi (i tre, non dimentichiamolo, sono stati sponsor sfegatati di Monti) un governo Berlino-dipendente per la prossima legislatura. Cioè l’esatto contrario di un esecutivo Renzi-Berlusconi, per sua natura più vicino a Washington che alla Germania.
Chiaro allora cosa ci sia dietro alle tante manovre in corso. Chiaro chi e cosa muove nullità assolute come Franceschini e Pisapia. Bisogna allora rivalutare Renzi ed il suo accordo con Berlusconi per un governo di coalizione dopo il voto? No, ma bisogna capire la partita in corso. E bisogna capire che il nostro nemico principale, l’avversario più pericoloso per gli interessi ed i diritti del popolo lavoratore è oggi (sottolineo, oggi – che domani non si sa) proprio quel partito tedesco che va da Monti a Prodi, da Napolitano ai transfughi ed ai malpancisti del Pd.
Contro Renzi, ed il renzismo, abbiamo scritto in questi anni tonnellate di articoli. Contro il Pd (dalle sue origini in poi), contro le forze e la cultura che l’hanno partorito, non arriveremo mai a scrivere abbastanza. Troppi i danni fatti al Paese, alle classi popolari, alle conquiste di un trentennio di lotte. A suo modo Renzi è almeno portatore di contraddizioni (e di sconfitte del suo partito, il che non guasta), mentre i suoi attuali avversari dentro l’establishment vorrebbero solo iniettare per decreto all’intero popolo italiano il virus della letargia. Penso che stavolta non gli riuscirà.