È MEGLIO ANDARSENE di Gianluigi Paragone

Pubblichiamo l’intervista concessa a fine luglio dal Senatore Gianluigi Paragone a Carlos Garcia Hernandéz e pubblicata il 3 agosto sul sito spagnolo Red Mmt col titolo “La speranza dell’Europa del Sud”.

D. Perché l’Italia dovrebbe uscire dall’euro e dall’Unione europea?

R. Perché all’Italia non conviene restare nell’Unione Europea. All’Italia conviene invece avere una propria valuta a medio e lungo termine. Inoltre, penso che il progetto UE sia destinato al collasso, quindi ritengo che sia meglio andarsene.

D. Qual è l’ostacolo principale che ti aspetti di incontrare nella tua lotta per la sovranità italiana? Hai paura di possibili ritorsioni se il tuo progetto politico prende slancio?

R. La mia paura principale è che agli italiani non venga data l’opportunità di comprendere la mia proposta e che non capiscano che l’Unione europea è un nemico che li impoverirà. L’Europa sfrutta le risorse italiane. Il mio scopo è che i cittadini capiscano perché l’Italia starebbe meglio al di fuori della UE. Quando i cittadini annegano, l’Europa gli permette di tenere la testa fuori dall’acqua per respirare, poi però gliela rimette sotto. Gli italiani sono abituati a respirare in questo modo e non capiscono che si può respirare diversamente.

D. Quali passi concreti dovrebbe adottare l’Italia per abbandonare l’euro e l’Unione europea e quindi stabilizzare l’economia del Paese?

R. Il primo e più importante passo è un voto democratico e popolare. Se gli italiani credono che un partito potrà vincere una simile sfida, non c’è nulla da fare. La UE è stata costruita dall’alto verso il basso, ma non puoi uscirne senza il consenso popolare. Nessun partito può pretendere di portar fuori l’Italia dall’euro e l’Unione europea senza questo passo. È importante che gli italiani comprendano i pericoli dell’adesione all’UE.

D. Quali sarebbero le principali differenze tra Brexit e Italexit? Pensi che il percorso dell’Italia verso la sua sovranità sarà più difficile di quello del Regno Unito?

R. La prima differenza è che il Regno Unito ha conservato la sua valuta mentre l’Italia è nella zona euro. Questa è la principale difficoltà. La seconda differenza macroscopica è di natura culturale e costituzionale. Noi siamo una democrazia costituzionale, il Regno Unito no. La Costituzione italiana è una miscela perfetta di tre grandi tradizioni: socialismo, cattolicesimo rispettoso dei diritti dei cittadini e liberalismo (non neoliberismo). Il liberalismo consente la proprietà privata, ma sempre nei limiti della Costituzione. Sebbene le tradizioni del Regno Unito e dell’Italia siano diverse, entrambe condividono interessi comuni e sono al di fuori di quanto stabilito dall’UE.

D. Immaginiamo di essere il giorno dopo le prossime elezioni in Italia e che Gianluigi Paragone è il nuovo presidente del Consiglio dei Ministri. Cosa succederebbe da quel momento? Quali sarebbero le pietre miliari fondamentali durante il mandato di Gianluigi Paragone?

R. Una situazione del genere significherebbe che il mio partito avrebbe vinto le elezioni grazie alla chiara volontà degli elettori. Ogni azione politica presuppone una dimensione dialettica. Lasciare l’euro o l’UE non è un problema muscolare. L’UE non agirebbe nel proprio interesse se non si confrontasse con un paese che, non attraverso un referendum, ma attraverso elezioni libere, ha deciso di lasciare l’UE perché è un progetto in cui non crede più.
Quindi ci sarebbero due possibili scenari. Nel primo caso, i trattati con la UE dovrebbero essere rinegoziati in modo intelligente e sempre con il chiaro obiettivo di lasciare la UE. Il secondo scenario è quello in cui non viene raggiunto un accordo. Quindi la UE non dovrebbe stupirsi se l’Italia opterà per un piano B, uscendo in modo non negoziato.

D. Hai difeso pubblicamente la Teoria monetaria moderna (Mmt). Che ruolo avrebbe la Mmt nel tuo governo? Contempli un’Italia in cui, grazie alla sovranità monetaria, si raggiunga la piena occupazione  senza inflazione, come proposto da Bill Mitchell, Pavlina Tcherneva e il resto degli economisti della Mmt?

R. Per me è essenziale che la classe dirigente non conduca i cittadini alla povertà, a causa di una crisi. Tuttavia, questo è precisamente l’obiettivo delle élite della UE, che ha approfittato della crisi per impoverire i cittadini. La piena occupazione è una condizione primaria per me. Va ricordato che il primo articolo della Costituzione italiana afferma che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Pertanto, i Padri della Costituzione hanno capito che la piena occupazione è un obiettivo fondamentale. Il lavoro è un diritto di cittadinanza, non qualcosa che viene concesso come un favore. Lo stato deve garantire l’accesso al lavoro. Oggi i diritti dei lavoratori sono trascurati e in Europa i lavoratori italiani sono i più sfruttati. Ecco perché i salari italiani sono stati svalutati. Da parte sua, lo Stato dice ai cittadini che devono indebitarsi affinché il loro stipendio abbia più valore. In altre parole, ti tolgono i diritti del lavoro, ma in cambio ti danno la possibilità di indebitarti, sostenendo che i tassi di interesse sono favorevoli a coloro che si indebitano. Noi diciamo invece che coloro che si indebitano rinunciano alla loro libertà.
La Mmt è una prospettiva importante per raggiungere l’obiettivo primario della piena occupazione. E’ uno strumento che funge da officina meccanica in cui riparare la macchina economica al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.

D. Quali sono i tuoi parametri di riferimento in politica economica e ideologicamente? Ti chiedo questo perché ci sono molte persone che non sanno dove collocarti nello spettro politico. Ti consideri un uomo di sinistra o di destra?

R. Quando un imprenditore cerca di non essere schiacciato da una multinazionale, non chiede la tessera di sinistra o di destra. Quando un lavoratore si lamenta perché i suoi diritti sul luogo di lavoro non vengono rispettati e perché viene sfruttato dal sistema economico, a lui non importa se sei a sinistra o a destra, ciò che ti chiede è se sei disposto a lottare per i suoi diritti. Ecco perché i diritti dell’imprenditore e del lavoratore trovano un punto di unione nella Costituzione italiana, poiché la Costituzione italiana non legittima la classe politica per attaccare i lavoratori, distruggendo il loro lavoro ed i loro diritti. Scopo della mia proposta politica è di recuperare il vero obiettivo della Costituzione italiana. Per me è essenziale recuperare lo spirito della Costituzione, che si basa su ideali socialisti, cattolici e liberali. Nell’ambito della Costituzione vi è spazio per la libertà di impresa, ma l’articolo 36 chiarisce come deve essere remunerato il lavoratore. I padri della Costituzione non litigavano sulla questione su chi dovesse guadagnare più o meno soldi, ma si chiedevano invece come scrivere la migliore Costituzione possibile con l’obiettivo di trovare un equilibrio ottimale nella vita degli italiani.

D. Tuttavia, ho letto le proposte del Manifesto Italexit e non ne ho trovato nessuna che non possa essere considerata di sinistra.

R. Questo perché sono proposte socialiste. Tuttavia, queste proposte potrebbero anche appartenere al meglio del cattolicesimo, quando nella sua età d’oro ha combattuto per le piccole imprese. Probabilmente i peggiori attacchi alla classe operaia provengono da partiti di sinistra da quando hanno adottato il neoliberismo. Tu segnali il senso socialista [del Manifesto Italexit], ma in quelle proposte sono anche espressi il sentire e le opinioni di liberali e cattolici. Questo è ciò che è necessario oggi, dare al lavoratore la garanzia che non sarà in balia dei mercati e dando all’imprenditore italiano la garanzia che il pesce piccolo non sarà inghiottito dal pesce grosso delle multinazionali. Oggi l’imprenditore deve sopportare le peggiori pressioni fiscali, il peggio della burocrazia e il peggio della globalizzazione, mentre le multinazionali divorano l’inventiva dei piccoli imprenditori. Questo mi sembra profondamente ingiusto. Cattolicesimo, socialismo e liberalismo sono funzionali all’economia reale se sono tutti incorporati insieme, non si può vivere sotto una legge marziale permanente.

D. Come immagini l’Italia tra 10 anni?

R. Se continuiamo con le stesse politiche fin qui seguite, l’Italia sarà più povera, più umiliata, messa in svendita attraverso aste e liquidazioni. Ma questo non è solo il caso in Italia. L’Italia è un paese molto forte, ma la crisi interesserà l’intero Mediterraneo e lo spazio politico europeo non presta attenzione ai paesi che quelli del Nord chiamano PIIGS.

D. Qual è il rapporto che l’Italia deve mantenere con il resto dell’Europa? L’Unione europea dovrebbe essere sostituita da un altro organismo europeo o sarebbe meglio dimenticare l’intero progetto?

R. Il progetto UE è un progetto che, secondo gli attuali trattati, non prenderò in considerazione né proverò a correggere. Tuttavia, l’Italia è un paese che, come altri paesi sovrani, potrebbe essere un attore importante in una nuova Europa di tipo confederale in cui i pieni poteri siano nelle mani dei capi di stato. Saranno loro a decidere le politiche economiche non i mercati.

D. Una volta raggiunta la piena sovranità, quali sono le principali sfide per l’Italia?

R. Lo Stato dovrebbe impadronirsi di una parte del debito pubblico che è ora nelle mani di mercati speculativi. Lo Stato deve tornare ad essere uno stato forte con il potere di affrontare le tempeste nei mercati finanziari e nella globalizzazione. L’Italia deve avere uno Stato che sta dalla parte degli imprenditori e dei lavoratori e che sappia che le piccole cose sono importanti. Partiamo dal concetto che il piccolo è prezioso. Questa è la base della nostra storia, fatta di borghi e villaggi che sfidavano le grandi famiglie. Oggi, l’idea che il piccolo sia prezioso si sta perdendo. Questa perdita è un grosso errore. Piccolo dà un valore aggiunto all’Italia. Piccolo è la forza di uno stato vincente.

* Fonte: Red Mmt
** Traduzione dalla spagnolo a cura di SOLLEVAZIONE




LA RABBIA CHE MONTA, IL BLOCCO SOCIALE DA COSTRUIRE di Piemme

La notizia del giorno, che infatti campeggia sulla maggior parte dei giornali, sono i dati Istat che segnalano il crollo del Pil e dell’occupazione.

Sono numeri da capogiro: 600mila occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid e 700mila “inattivi” in più da febbraio.

Non fosse stato per la cassa integrazione avremmo un crollo ancor più esteso, stante che secondo diversi analisti molti dei cassaintegrati sono già da considerare disoccupati de facto.

Per quanto concerne il Pil, si prevede una discesa senza precedenti, più forte di quel che ci si attendeva, visti i dati che arrivano dalgli Stati Uniti e anzitutto dalla Germania, un –10,1 mentre ci si aspettava circa la metà.

Accanto ai dati Istat sono piombati quelli del focus Censis-Confcooperative: “In Italia ci sono oggi 2milioni e 100mila famiglie sul baratro della povertà”.

La crisi Covid ha tolto alle famiglie che si arrangiavano con lavori irregolari (i cosiddeti “acrobrati della povertà”) ogni possibilià di reddito.

Si legge nel Focus: “Hanno sempre guadagnato il minimo per sbarcare il lunario e oggi hanno visto crollare il loro reddito andando ad ingrossare la sacca della povertà assoluta, con il rischio di una nuova frattura sociale con diffusione di rabbia e odio”.

Nel 2019 erano 4,6 milioni in stato di povertà assoluta in Italia, di cui 1,14 minorenni.

“A causa del lockdown la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti”.

Voglio sottolineare questi dati:

«A causa del lockdown la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti».

Essi ci dicono che il crollo economico concausato dal lockdown, ha letteralmente spaccato il Paese in due.
Il risultato, com’è evidente, non è affatto il “99% contro l’1%”.

C’è chi può ancora galleggiare e chi, senza una radicale svolta di politica economica (che non c’è) e una rapida ripresa (che non avverrà), è destinato ad affogare.

Lasciamoci alle spalle la semplificazione di un indistinto “basso” contro uno stratosferico “alto”.

Il crollo economico taglia in maniera trasversale tutte le classi sociali, colpendo i settori precari del proletariato (anzitutto) come pure classi medie, professionisti ed anche pezzi di borghesia costretti a chiudere bottega.

Chi può ancora galleggiare assumerà un comportamento sociale conservatore, non sarà certo protagonista della montante protesta sociale.

Dall’altra parte tutti i pezzi di società sofferente (che aumenteranno nel prossimo periodo) tenderanno a ribellarsi, chi alla miseria e alla fame, chi alla perdita del proprio status sociale.

Le proteste sociali non mancheranno, forse già a partire dal prossimo autunno.

Il rischio è che maturino in maniera disordinata e senza che riescano a confluire in un unico grande fronte popolare.

Occorre far confluire i tanti rivoli della rivolta che verrà in un fiume in piena.

Bisogna lavorare ad un grande blocco sociale alternativo a quello capeggiato delle classi dominanti.

Questo blocco verrà fuori nella lotta ma solo a condizione che ci sia una forza politica, una direzione, che sappia unificare i movimenti sulla base di una piattaforma unitaria e di un piano per ricostruire il nostro Paese, facendolo uscire una volta per tutte dal marasma neoliberista e dalla gabbia dell’Unione europea.




POVERTÀ IN ITALIA: IL RAPPORTO DELLA CARITAS

[ 18 novembre 2017 ]

Abbiamo dato un primo sguardo a FUTURO ANTERIORE. Rapporto 2017 si povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, l’indagine che la Caritas ha presentato proprio ieri.
Uno spaccato illuminante della società italiana. Un lavoro enorme, meritorio, che ogni movimento politico e ogni militante dovrebbero studiare, per farne tesoro. E noi lo faremo. Viene da dire, “morta la sinistra popolare, per fortuna che c’è la (vituperata) chiesa cattolica”.
Diamo al volo un sunto scheletrico del Rapporto tratto dal sito dell’ANSA.

«Capifamiglia under 34 sempre più poveri, tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa, ascensore sociale bloccato e record di Neet. In Italia la povertà tende a crescere al diminuire dell’età: i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni. E’ quanto rileva il Rapporto di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale 2017 “Futuro anteriore”, che quest’anno si focalizza sulla vulnerabilità dei giovani.

“Se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani – si legge nel Rapporto, presentato oggi a Roma – da circa un lustro sono invece i giovani e giovanissimi (under 34) a vivere la situazione più critica, decisamente più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli ultra-sessantacinquenni”. Nel nostro paese un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena uno su 50.

“Ancora più allarmante”, sottolinea la Caritas, risulta poi la situazione dei minori con 1 milione 292 mila in povertà assoluta (il 12,5% del totale). Al contrario, diminuiscono i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%).
Nell’ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno di 65 anni è aumentata di circa il 60%.

Inoltre, la mobilità intergenerazionale “è tra le più basse d’Europa”: tra i giovani (15 -34 anni) che svolgono una professione qualificata, solo il 7,4% proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (15-24 anni), dal 2007 il tasso è salito di oltre 17 punti percentuali (dal 20,4% al 37,8% del 2016), uno degli aumenti più alti d’Europa (la media è da 15,9% a 18,7%).

L’Italia infine è il paese dell’Ue con la più alta presenza di Neet: nel 2016 3 milioni 278mila giovani (il 26% di chi ha tra 15 e 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Sono soprattutto donne (56,5%) e provengono dal Nord-est (65,3%). Il 16,8% è straniero».




I MILIONARI AUMENTANO MA I POVERI DI PIÙ

[30 giugno 2017 ]

Il Sole 24 Ore del  14 giugno ci informava sui risultati di una ricerca dell’autorevole The Boston Consulting Group sulla concentrazione di ricchezza nel mondo e la crescita del divario tra classi sociale ricche e povere—vedi più sotto.
Agghiacciante. Così, d’istinto, ti vengono in mente gli SPARI SOPRA di Vasco Rossi
Nell’articolo, di un cinismo disarmante (istruisce i milionari a diventare ancor più ricchi)  la Lucilla Incorvati ci informa che negli ultimi decenni e malgrado la crisi (anzi, grazie ad essa) molti ricchi sono diventati ricchissimi, tant’è che in Italia ci sono ben 307mila famiglie con patrimoni finanziari milionari. Ci dice anche che  queste famiglie, nel 2021, saranno 433mila.

Per contraltare l’Istat ci informa oltre 4 milioni e mezzo di italiani vivono oggi in condizioni di povertà assoluta. I dati raccolti riguardano l’anno compreso tra il 2014 e il 2015, e attestano la soglia di povertà assoluta al 6,1% delle famiglie italiane, per un totale di 4 milioni 598 mila individui.

En passant: il Pil procapite italiano fa -24% rispetto a quello della Germania. 
Un bel cadeau dell’Unione europea!

In Italia 307mila famiglie con patrimoni milionari

La crescita della ricchezza finanziaria privata nel mondo non si arresta: nel 2016 la corsa di Wall Street e degli altri principali mercati ha portato il valore totale di azioni, obbligazioni e depositi alla cifra record di 166.500 miliardi di dollari. Rispetto al 2015 si tratta di un incremento del 5,3%. Nel 2021 dovrebbe raggiungere i 223.100 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 6%, derivante in parti uguali dalla creazione di nuova ricchezza e dalla valorizzazione degli asset. Sono queste le principali evidenze del 17° rapporto sulla ricchezza di The Boston Consulting Group.
L ’aumento della ricchezza è avvenuto a tutte le latitudini, ma ancora una volta è stata l’area Asia-Pacifico a segnare lo sviluppo più rapido: nel 2016 l’incremento è stato del 9,5% (è strato del 12% nel periodo 2011-2015) in grado di prospettare a breve uno storico sorpasso ai danni dell’Europa occidentale come secondo mercato più ricco. L’area con Stati Uniti, Canada e Messico ha segnato un incremento robusto, +4,5%, superiore a quello dell’Europa occidentale (+3,2%). Per queste due regioni, così come per America Latina e Medio Oriente e Africa, l’andamento nel 2016 è stato migliore del 2015. A livello globale il numero di famiglie milionarie (chi ha ricchezze finanziarie superiori al milione di dollari) è cresciuto in un anno del 7%, arrivando a quota circa 18 milioni. Ovvero l’1% delle famiglie, che detengono il 45% della ricchezza totale. 


L’Italia, che mantiene da anni la 10° posizione al mondo, conta 307mila famiglie milionarie nelle cui mani c’è il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana.

Nel 2021 saranno 433mila, l’1,6% del totale mondiale e con uno stock pari al 23,9%. «Se la ricchezza finanziaria globale è cresciuta del 5,3% e, in Europa del 3,2%, l’Italia ha registrato una leggera battuta d’arresto dovuta principalmente alla riduzione di valore delle partecipazioni azionarie dirette e degli investimenti obbligazionari che avevano come controparte istituzioni finanziarie» – ricorda Edoardo Palmisani, principal di BCG. 


Le dinamiche della ricchezza finanziaria sono sempre legate a due fattori: la nuova ricchezza generata e la performance del portafoglio. Il report evidenzia come la creazione di nuova ricchezza sia rimasta pressoché costante, mentre sono stati gli investimenti diretti azionari ed obbligazionari a generare una performance negativa, seppur parzialmente controbilanciati da fondi comuni e gestioni patrimoniali. Nei prossimi 5 anni ci aspettiamo che la ricchezza italiana riprenda a crescere, superando i 5 trilioni di dollari dagli attuali 4,5 trilioni. A trainare saranno nuovamente i soggetti che hanno più di un milione di ricchezza e che cresceranno a tassi del 5/6%. Il portafoglio delle famiglie continuerà a ribilanciarsi verso le azionari a scapito di obbligazioni, cash e depositi per raggiungere un’allocazione più efficiente, in linea a quanto già accade in Europa o in America». 

Per chi si occupa di wealth management lo studio evidenzia la necessità di adottare un nuovo approccio al digitale per recuperare in competitività e focalizzarsi sui momenti chiave per il cliente, offrendo i servizi giusti al momento giusto.



DISEGUAGLIANZE SOCIALI: ECCO LE CIFRE (IMPRESSIONANTI!) di Barbara Ardù

[ 17 gennaio ]


Il rapporto Oxfam: colpa di miliardari e multinazionali. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione
A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum.

I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare.

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E l’Italia non fa eccezione. 


I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.

Ma Oxfam non punta il dito solo sulla differenza tra i patrimoni di alcuni e i risparmi, piccoli o grandi, dei tanti. Le differenze si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione. Perché mentre un tempo l’aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale, oggi, e da tempo, non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. La ricchezza si ferma solo ai piani alti.

Accade ovunque, Italia compresa. Gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano in modo adeguato gli sforzi dei lavoratori, ma sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. E per l’Italia va anche peggio, essendo sotto di due punti alla media Ue. Quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni, il 45%, è arrivato solo al 20% più ricco degli italiani. E solo il 10% più facoltoso dei concittadini è riuscito a far salire le proprie retribuzioni in modo decisivo.

Non ci si deve stupire dunque se ben il 76% degli intervistati – secondo il sondaggio fatto da Oxfam per l’Italia – è convinto che la principale diseguaglianza si manifesti nel livello del reddito. E l’80%, una maggioranza bulgara, considera prioritarie e urgenti misure per contrastarla. Ai governi Oxfam chiede di fermare sia la corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori, sia le politiche fiscali volte ad attirare le multinazionali. Oppure nel giro di 25 anni assisteremo alla nascita del primo trilionario, una parola oggi assente dai dizionari.


* Fonte: la repubblica



INCHIESTA: 8 ITALIANI SU 10 SI SENTONO PIÙ POVERI di Nicola Piepoli

[ 15 dicembre ]

«Ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi….

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? …una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti».

Se si chiede alle famiglie italiane qual è stata la forza negativa che maggiormente ha stravolto le loro esistenze in questi dieci anni di crisi non ci sono dubbi: otto persone su dieci scelgono il crollo del loro reddito. Non c’è confronto rispetto alle mancate vacanze all’estero (13%), una minore vita sociale (12%), una più risicata attività sportiva (11%): il calo degli introiti ha divorato tutto, compresi i sogni. 
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio che noi dell’istituto abbiamo effettuato in esclusiva per La Stampa sulla percezione che gli italiani hanno del loro passato prossimo e del loro futuro. Un sondaggio che affronta due aspetti: passato e prospettive per le famiglie, passato e prospettive per il Paese. E spesso le visioni sono sovrapponibili. 
Prevale il pessimismo  

Partiamo per esempio dalla percezione che si ha del proprio Paese. Come per le famiglie, per 7 persone su 10 l’Italia è diventata più povera. Gli aspetti positivi di questi 10 anni non riescono a competere con quelli negativi, con due uniche eccezioni: la maggior attenzione all’ecologia e l’Alta velocità ferroviaria. Per il resto il panorama è abbastanza critico, ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi. La vita sociale è diminuita e persino la vittoria negli sport è stata cancellata dalla perdita del sogno delle Olimpiadi in Italia. 
L’Italia del futuro  

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? Dalle risposte date emerge che c’è una fondamentale coincidenza tra ciò che lo Stato dovrebbe fare sul lungo periodo e ciò che il presente Governo potrebbe fare sul breve. L’esigenza di una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti. 
Il divario tra le famiglie
  
Se scendiamo al livello del nucleo familiare, il quadro si fa un po’ più roseo. La differenza tra coloro che pensano di avere una famiglia più ricca rispetto a 10 anni fa e coloro che pensano di averla più povera è meno evidente, ma resta alta: quasi il 40%. Ed è proprio qui che si annida quella disuguaglianza che mette in pericolo la coesione sociale. 
Se esaminiamo le forze positive e negative sviluppatesi nel corso degli ultimi 10 anni, le prime risultano più variegate (vengono messe in rilievo il reddito più alto, la maggior cultura, la cura del proprio corpo e della propria alimentazione, una maggior partecipazione alla vita familiare e alla vita sociale), ma come detto tra quelle negative spicca inesorabilmente il crollo del reddito. 
Sulla base di queste indicazioni, come si vedono le famiglie italiane tra dieci anni? Il pessimismo sul passato gioca un peso determinante nelle visioni sul futuro. Solo una persona su 5 intravvede una speranza di miglioramento della sua famiglia. Percentuale che sale leggermente se si pensa al sistema Paese: uno su quattro lo vede più ricco. 

* Fonte: LA STAMPA



BENVENUTI NEL MIGLIORE DEI MONDI di Carlo Formenti

[ 28 novembre ]

Sull’Economist leggo due esilaranti lezioni sulla relatività del concetto di povertà e ricchezza. Nel primo il tema è una inedita applicazione della sharing economy come strumento di promozione dell’uguaglianza di status sociale. Posto che una delle differenze che consente di distinguere i “normali” ricchi dai super ricchi è la disponibilità o meno di un jet privato, la società NetJets ha pensato bene di lanciare un servizio di sharing di questi prestigiosi mezzi di trasporto, che consente a chiunque, per la “modica” cifra di 155.000 dollari, di disporre di 25 ore di volo annue su uno dei velivoli della compagnia. Uber e Airbnb, che sono stati gli iniziatori di questo genere di mercato con i loro servizi low cost a una classe media impoverita che può così illudersi di fare parte delle élite, si sono a loro volta inseriti in questa fascia alta offrendo, rispettivamente, la possibilità di disporre temporaneamente di yacht e appartamenti di super lusso. La “morale” è che anche la mega ricchezza, in fondo, è un concetto relativo, nella misura in cui tecnologia e creatività imprenditoriale possono arruolare nella categoria una fascia sociale relativamente estesa.

Il secondo articolo è ancora più spassoso, visto che vi si afferma che chi dispone di poco più di 2000 dollari, anche se non lo sa, è più “ricco” della metà della popolazione mondiale (laddove per stare nel decile superiore occorrono almeno 70.000 dollari e per accedere al mitico 1% la soglia minima è di poco meno di 750.000). Il dato emerge da una ricerca promossa da Credit Suisse e non si riferisce ai redditi, bensì ai patrimoni (com’è noto, per Piketty è appunto dai differenziali patrimoniali piuttosto che da quelli di reddito che occorre partire, se si vuole misurare la reale entità della disuguaglianza globale). La stessa ricerca rivela poi che la somma totale delle proprietà immobiliari e dei titoli finanziari detenuti dai privati ammonta a 256 trilioni di dollari (3-4 volte il Pil mondiale) l’89% dei quali è nelle mani del decile superiore e che, se tutta questa ricchezza venisse equamente ridistribuita, a ogni cittadino del mondo spetterebbero circa 52.000 dollari.

Vengono quindi offerti dati sulle disuguaglianze nei maggiori paesi del mondo da cui emerge che, a sorpresa, gli Stati Uniti non se la cavano affatto bene, visto che il 21% dei cittadini americani ha più debiti che risorse. Infine, con una nota di cinica ironia che ben si attaglia al più prestigioso organo del capitalismo globale, l’articolo si chiude dicendo che (in quanto membri di quella “fortunata” minoranza che dispone dei 2000 dollari di cui sopra) molti di coloro che oggi protestano contro le élite globali ignorano di farne (almeno statisticamente parlando) parte. Anche qui dunque la morale è che la povertà, come la ricchezza, è un concetto relativo. Con una differenza: in questo caso né la tecnologia né la creatività imprenditoriale possono far credere ai perdenti al gioco della globalizzazione di appartenere alle élite mondiali. Ci provano invece ogni giorno media, partiti politici, “intellettuali” di regime, nani e ballerine impegnati a convincere tutti che la merda liberal liberista in cui stiamo affogando è il migliore dei mondi possibili.


* FONTE: Micromega



ITALIA: POVERI IN AUMENTO

[ 14 luglio ]

L’ISTAT ha reso noto il suo Rapporto annuale sulla povertà.
Più sotto il rapporto.
Che viene fuori? Che  nel 2015 le famiglie in condizione di povertà assoluta sono state pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005 a oggi. 
C’è poi la cosiddetta “povertà relativa”: 2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).


Sono quindi 13 milioni i cittadini italiani in condizioni di indigenza, con il Mezzogiorno che vede quattro famiglie su dieci che sono povere.

L’ISTAT ci dice però che l’incidenza della povertà assoluta aumenta aumenta anche al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%). Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nei comuni centro di area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%).
LEGGI IL RAPPORTO ISTAT 




IL SORPASSO. Nel 2016 l’1% della popolazione possiederà più ricchezza di tutti gli altri

[ 22 dicembre ]

ME LO DICEVA MIO NONNO!


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Le 80 persone più ricche del pianeta hanno risorse equivalenti ai 3,5 miliardi di poveri che costituiscono il 50% della popolazione globale. Mentre l’élite possiede in media 2,7 milioni di dollari a testa, il 99% si deve accontentare di 3.851 dollari. Utilizzando dati raccolti da Forbes e da Credit Suisse, Oxfam rivela che, mentre un quinto dei miliardari del mondo operano nel settore farmaceutico e sanità, la cui ricchezza é aumentata del 47 per cento».*
* Fonte: Nicol Degli Innocenti, Il Sole 24 Ore del 21 dicembre 2015



SVIMEZ: IL MEZZOGIORNO D’ITALIA PEGGIO DELLA GRECIA. Situazione esplosiva

[ 31 luglio ]


uno studio di Confindustria aveva mostrato che il Mezzogiorno offre segnali di ripresa, dal calo della cassa integrazione al recupero dell’occupazione, ma aveva anche aggiunto che bisognerà aspettare il 2025 (assumendo per altro una crescita in linea con il resto del Paese) per recuperare i 50 miliardi di Prodotto interno dispersi negli anni della recessione.

Allarme lavoro e consumi. Tornando ai dati Svimez, resta comunque un allarme sul fronte del lavoro: “Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat”. Al Sud, inoltre, lavora solo una donna su cinque. Nel 2014, a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 64% nell’Europa a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 35,6 per cento. Dal rapporto emerge poi che i consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Qui si è registrato un recupero dei consumi di beni durevoli, con un aumento delle spese per vestiario e calzature (+0,3%) e di altri “beni e servizi”, categoria che racchiude i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione (+0,9%). In crescita nel centro-nord anche i consumi alimentari (+1%), a fronte della contrazione del mezzogiorno (-0,3%). In generale, nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord.

Rischio povertà. In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord. Nel periodo 2011-2014 al sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190 mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511 mila a 704 mila al Sud e da 570 mila a 766 mila al Centro-Nord.

Desertificazione industriale. Nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%. In calo anche l’industria in senso stretto: -0,7% al Centro-Nord, -3,6% al Sud. Complessivamente, negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell’Area Euro del -3,9%. A pesare, ancora una volta, soprattutto il Mezzogiorno: dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio Prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%).

Non si fanno più figli. Oltre al tessuto economico, preoccupa la situazione demografica: “Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili”, sono le parole del rapporto.


* Fonte: Economia e Finanza