COSA CI SI DEVE ASPETTARE? di Leonardo Mazzei

Pubblichiamo l’intervista che Leonardo Mazzei ha rilasciato per la prestigiosa testata tedesca Makroskop.

D. Il governo cerca di imporre un secondo lockdown che colpisce anche i diritti politici. Quale è il ragionamento del governo, delle èlite in generale – e le reazioni su scala popolare?

R. Proprio oggi, domenica 25 ottobre, è uscito il nuovo Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri) che punta a restringere ulteriormente la libertà di movimento ed attacca il diritto al lavoro di milioni di persone, in particolare quelli dei servizi turistici e della ristorazione. A differenza di quanto avvenuto a marzo, adesso la linea del governo è quella della chiusura progressiva. Ma continuando così alla fine il risultato non sarà molto diverso. Questa strategia viene perseguita con un Dpcm a settimana. Un modo che, se da una parte mostra le difficoltà di Conte, dall’altro sembra fatto proprio per generare, oltre alla paura, un’assoluta incertezza sul futuro. Il precedente Dpcm, del 18 ottobre, ha stabilito di fatto la sospensione del diritto a riunirsi in luoghi pubblici. Contro questa lesione dei diritti democratici, attaccati in parallelo a quelli sociali, manifesteremo il 31 ottobre davanti alle prefetture dei capoluoghi di regione. Il ragionamento delle èlite sembra chiaro: siccome la crisi è gravissima ed il malessere sociale è alle stelle, la sola tecnica di governo che può funzionare è la strategia della paura. E’ una linea che presenta dei rischi anche per il blocco dominante, ma che finora – come dimostrato anche dai risultati delle elezioni regionali di settembre – ha funzionato. Che continui a funzionare è invece tutto da vedersi. Proprio a causa del clima di paura, la reazione popolare è stata finora modesta. Ma a tutto c’è un limite. E i fatti degli ultimi giorni, a Napoli e non solo, ci dicono che le cose stanno finalmente cambiando.

D. A Napoli si sta sviluppando una protesta anche militante? Cosa ci si deve aspettare? C’è una direzione politica?

R. A Napoli la protesta è scattata contro il coprifuoco imposto dal governatore della Campania, De Luca. Sono scese in piazza le categorie più colpite da questa misura, con i ristoratori e i commercianti in prima fila. Ovviamente le iniziative di lotta non sono mai completamente “spontanee”, ma in questo caso possiamo parlare di una protesta auto-organizzata. Pur se assolutamente necessaria, è presto infatti per pretendere una direzione politica. Ora l’obiettivo dovrebbe essere quello di sviluppare ed estendere l’azione di lotta, mirando soprattutto proprio al governatore De Luca, che in questi mesi si è posto alla testa del fronte emergenzialista e securitario. Fra l’altro, l’epidemia in Campania sarebbe stata tranquillamente affrontabile se la Regione avesse aumentato i posti di  terapia intensiva nella misura prevista (e promessa) in primavera. Cosa che invece non è stata fatta. “Non vogliamo morire di fame per non rischiare di ammalarci di Covid”, questo hanno affermato i napoletani in rivolta. “Lavoro, dignità, libertà”, queste le loro parole d’ordine, che ricalcano quasi alla lettera quelle della nostra manifestazione del 10 ottobre. Ora queste parole d’ordine devono trasformarsi in obiettivi concreti, ma intanto la mobilitazione ha ottenuto un primo importante risultato: il lockdown regionale è stato bloccato proprio grazie alla manifestazione dell’altra sera. Un giorno dopo il suo famoso “si chiude e basta”, De Luca è stato costretto al passo indietro. Adesso dice che “il lockdown è impossibile senza ristori dal governo”. Chiede dunque soldi per le categorie colpite, ma quei soldi per ora non ci sono. E, nonostante le odierne promesse di Conte, che al massimo fanno presagire la solita elemosina, non sarà facile arrivare a risposte concrete.

D. Come sovranisti democratici quali saranno i vostri prossimi passi?

R. Il primo compito dei sovranisti democratici sarà quello di stare con chi lotta. Certo, il Paese è spaccato, ma è necessario schierarsi con la parte che non intende subire un disastro sociale catastrofico. In secondo luogo, i sovranisti democratici dovranno raccogliere la grande spinta all’unità presente nelle proprie fila. Una volontà unitaria esaltata dalla manifestazione di Roma. Come Liberiamo l’Italia ci muoveremo senz’altro in questa direzione. L’auspicio è che anche gli altri facciano la stessa cosa.

D. Il 10 ottobre avete fatto la Marcia della Liberazione, la più grande protesta dall’inizio della crisi covid. Avete cercato di connettere una risposta sociale immediata con un programma di investimenti pubblici per il lavoro e il ritorno alla sovranità popolare e nazionale. Come è il vostro bilancio?

R. Il bilancio è assolutamente positivo, sia in termini quantitativi che qualitativi. La manifestazione del 10 è stata in assoluto la più numerosa che si sia svolta in Italia in tutto il 2020. Ed il legame tra i temi sociali e la critica all’emergenzialismo ha funzionato. Naturalmente, non ci nascondiamo che ci vorrebbe molto di più. I settori sociali presenti in quella piazza sono importanti, ma ancora insufficienti. Ciò a causa del clima soporifero che il governo è riuscito ad imporre durante l’estate. Ma abbiamo già visto che ora il clima sta cambiando.

D. La stampa vi ha attaccato come negazionisti mettendovi insieme con i fascisti. Come avete reagito? Ha funzionato l’attacco o siete stati in grado di difendervi?

R. E’ anche considerando questo contesto che abbiamo tratto un bilancio assolutamente positivo della manifestazione. Mentre l’atteggiamento del Ministero dell’Interno è stato corretto, altri apparati dello Stato hanno lavorato all’infiltrazione ed alla denigrazione. L’infiltrazione l’abbiamo respinta, sia politicamente che concretamente in piazza. La denigrazione a mezzo stampa è stata invece l’arma più potente del potere. Visto che non potevano silenziarci, stavolta hanno deciso di denigrarci con una campagna senza precedenti negli ultimi anni. Volerci confondere con i fascisti di Forza Nuova, calunniarci con l’accusa di “negazionismo”, è stato il modo per oscurare i contenuti veri (a partire da quelli sociali) della manifestazione. Stavolta le fake news dei media sistemici hanno raggiunto vette impensabili. I comunicati del comitato organizzatore, che respingevano i tentativi di infiltrazione dell’estrema destra, che affermavano che noi non neghiamo affatto l’epidemia ma ne contestiamo fortemente la sua gestione politica, sono stati completamente ignorati dai media mainstream al gran completo. Proprio per questo abbiamo già querelato e stiamo querelando per diffamazione tutti gli organi di informazione che si sono resi responsabili di questa gigantesca campagna di denigrazione. Dalla nostra parte abbiamo avuto decine di media alternativi (web tv, tv satellitari, dirette Facebook) che hanno ripreso la manifestazione per un totale di un milione e 600mila visualizzazioni, di cui 300mila sulle nostre pagine Facebook. E’ chiaro che è la battaglia di Davide contro Golia, ma l’abbiamo combattuta al meglio.

D. Il governo Conte sembra più stabile, almeno in confronto alla situazione di un anno fa quando sembrava debolissimo. È vero che l’accordo sul Recovery fund lo ha aiutato?

 R. Sì, è così e bisogna averne piena consapevolezza. La cosa ha funzionato anche grazie al processo di normalizzazione della Lega. Il partito di Salvini, come pure “Fratelli d’Italia”, non si oppone al Recovery fund bensì solo al Mes. Ma questo è assurdo, dato che – viste le condizioni previste – il Recovery fund è in realtà un super-Mes. Ormai per la coalizione di destra (e neppure tutta, vista la posizione di Forza Italia) l’opposizione al Mes è solo una bandiera senza sostanza. Questo alimenta ovviamente le illusioni sul Recovery fund propagandate dal governo. Certo, i fatti smentiranno tutto ciò, ma affinché venga pienamente compresa la pericolosità di questa nuova trappola europea ci vorrà tempo. E’ quel tempo che fa il gioco del presidente del consiglio. Questo non vuol dire che nella stessa maggioranza di governo non vi siano forti fibrillazioni, ma né M5S né Pd hanno la forza e l’interesse di far cadere Conte adesso.

D. D’altra parte Salvini sembra in caduta libera. Perché? E come finirà?

R. Forse parlare di caduta libera è troppo, ma la crisi del salvinismo è palese. E personalmente la cosa non mi stupisce affatto. Paradossalmente il vuoto di proposta di Salvini è risaltato meglio all’opposizione di quando stava al governo nella comoda posizione di ministro anti-migranti. Il fatto è che l’immigrazione è questione seria, ma non è il principale problema del momento. E sul resto Salvini è apparso privo di qualsiasi idea. Credo che ciò sia avvenuto in parte per i suoi evidenti limiti politici e personali, in parte per il prevalere nella Lega della posizione europeista del blocco del Nord, imperniato sulla figura di Giorgetti e sui governatori del Veneto e della Lombardia. La cosa di gran lunga più probabile è che l’attuale crisi sfoci in un pieno processo di normalizzazione di quel partito. Lo stesso Salvini ha dichiarato ormai di accettare l’euro, di essere disposto ad appoggiare Draghi alla presidenza del consiglio od a quella della Repubblica (il mandato di Mattarella scadrà tra poco più di un anno). Ma credo che il sigillo ufficiale a questa operazione verrà posto con l’ingresso della Lega nel PPE. Tema che è oggetto di trattativa ormai da mesi. Può darsi che questo percorso presenti ancora qualche asperità, ma la strada è chiaramente tracciata.

D. Il governo Conte I veniva definito come sovranista. Entrambi i suoi componenti, sia la Lega sia i pentastellati, hanno lasciato questo campo e sono ritornati nell’ambito dell’europeismo. Stanno rappresentando la loro base popolare, o si sono persi?

R. Il governo Conte I non era dichiaratamente sovranista, anche perché aveva al suo interno la Quinta Colonna sistemica (rappresentata in primo luogo dal ministro dell’Economia, Tria) imposta da Mattarella. Era però un governo basato su una maggioranza parlamentare costituita da due partiti considerati a vario titolo come sovranisti. Un mix da cui emergeva comunque un governo con elementi e spinte sovraniste. Ciò portò a diversi momenti di aspro conflitto con la Commissione europea. Gradualmente la componente sovranista venne via via ad indebolirsi nei primi mesi del 2019, fino alla caduta del governo nell’agosto di quell’anno. Dovendo dare un giudizio sintetico, direi che quella crisi è stata più che altro la risultante dell’incapacità dei due partiti di governo di tenere fede alle premesse sovraniste, o quanto meno “euroscettiche”, che li aveva portati all’alleanza del maggio 2018. Poi, la boria e la pittoresca inettitudine di Salvini contribuirono a dare il colpo di grazia a quell’esperienza, ma il flop sostanziale c’era già stato. Alla prova dei fatti né Lega né Cinque Stelle erano stati in grado di reggere lo scontro con l’Unione europea e i suoi accoliti nostrani. Un’incapacità aggravata dalla scelta di non voler ricorrere, neppure quando sarebbe stato facile e vantaggioso, alla mobilitazione popolare. Vista in un’ottica sovranista democratica e costituzionale, il capitolo Lega e Cinque Stelle è da considerarsi ormai chiuso. Dalla base di quei partiti qualcosa verrà, e qualcosa sta già venendo, ma la strada che hanno intrapreso è chiaramente senza ritorno.

D. Il senatore dei Cinque Stelle, Paragone, ha annunciato alcuni mesi fa la creazione del partito Italexit. Come va avanti questo tentativo?

R. La mossa di Paragone, che noi abbiamo salutato positivamente perché fatta esplicitamente in nome dell’Italexit, deriva da due fatti. Il primo è proprio la conseguenza di quanto detto su Lega e M5s. C’è una larga parte della popolazione che è espressamente (lo dicono tutti i sondaggi) per l’Italexit. Ed è una parte che oggi è assolutamente priva di una degna rappresentanza. Il secondo fatto è la crisi, che la gestione del Covid ha aggravato prepotentemente. La mossa è stata dunque azzeccata, ma il processo di costruzione del partito non va avanti spedito come dovrebbe. Come Liberiamo l’Italia sosteniamo questo tentativo proprio perché risponde ad un’esigenza politica che riteniamo centrale da anni. Ma il nostro è un sostegno condizionato ad alcuni elementi. In primo luogo vogliamo un partito coerentemente basato sui tre punti chiave del manifesto presentato da Paragone a luglio: Italexit, lotta per l’uscita dal neoliberismo, attuazione della Costituzione del 1948. In secondo luogo vogliamo un partito di lotta, che agisce a tutti i livelli per arrivare all’uscita dall’UE. Dunque un partito che si presenta alle elezioni, ma non un partito elettoralista. Un partito radicato socialmente e territorialmente, capace di organizzare e rappresentare il popolo lavoratore, non un partito leggero. Siamo per un partito con un leader ben identificato, ma che non sia l’ennesimo partito personale. Vogliamo infine un partito che sappia dialogare sul serio, per aggregare il più possibile le varie componenti dell’arcipelago del sovranismo costituzionale. Su tutti questi punti, come su altri, la discussione è aperta.




VIOLENZA AL SERVIZIO DI CHI? di Sandokan

Lo sceriffo De Luca, davanti alla protesta popolare, ha dovuto fare, suo malgrado, marcia indietro. Non ha adottato le radicali misure di confinamento minacciate. Come si diceva una volta: “la lotta paga”.

Ma non è di questo che voglio parlare.

«In 400 per gettare nel caos il Centro di Roma, nella speranza di emulare quanto avvenuto a Napoli il giorno prima. Si è risolto nel peggiore dei modi il presidio di Piazza del Popolo a Roma (non autorizzato) voluto da Forza Nuova contro le restrizioni anti Covid. Il leader Giuliano Castellino, prima dell’avvio della manifestazione, aveva promesso un presidio tranquillo, con una semplice disobbedienza civile: in giro anche dopo mezzanotte. Ma a tre minuti da mezzanotte dai partecipanti sono partiti dei razzi, forse il segnale per lanciare la carica, e poi sono state lanciate bombe carta contro la polizia».

Così IL MESSAGGERO racconta l’ultima mossa dei clerico-fascisti. E’ di tutta evidenza che quello di contestare le ultime misure di confinamento del governo era solo un pretesto per cercare lo scontro con le forze dell’ordine. Scontro che puntualmente è avvenuto.

Dobbiamo chiederci: qual è la ratio di questa condotta?

Non c’è dubbio che esistono frange di emarginazione giovanile metropolitana (spesso vicine alla microcriminalità) che usano la violenza per sfogare la loro rabbia repressa. Questa violenza si manifesta spesso negli stadi, ed i gruppi ultrà ne sono il veicolo. Che in alcune curve i caporioni siano neofascisti non è un mistero. Alcuni, ad esempio a Roma e a Napoli, sono a loro volta infiltrati da caporioni vicini a Forza Nuova o suoi militanti. In questi ambienti vanno per la maggiore il mito dell’azione sovversiva ed eclatante. Ogni occasione è buona per cercare lo scontro con le odiate “guardie”.

Tra gli altri gruppi, Forza Nuova è quello che più volte ha cercato di utilizzare politicamente come truppe cammellate, queste frange giovanili. Così ci spieghiamo la sceneggiata svoltasi ieri sera a Roma, come pure le sconsiderate gesta in coda alla manifestazione popolare di Napoli dell’altro ieri sera. Si tratta di vere e proprie provocazioni politiche, di azioni che danneggiano in maniera letale la vera e nascente opposizione popolare, tanto più di questi tempi di Covid dove il potere, fatto un colossale lavaggio del cervello, punta sulla paura per impedire che i cittadini prendano consapevolezza e alzino la testa. Queste infiltrazioni vanno condannate, senza se e senza ma.

Forza Nuova agisce a comando? C’è dietro al gruppo (che più soffre una grave crisi e più cerca di uscirne con azioni contundenti) un’intelligenza esterna? Non lo sappiamo e non lo escludiamo. Resta il risultato oggettivo di certa condotta: essa reca danni grandissimi alla nascente mobilitazione popolare. Se assumiamo che il potere ha tutto l’interesse a trattenere i cittadini dal protestare, a mantenerli soggiogati nello spavento, non c’è alcun dubbio che certi comportamenti sono funzionali al potere ed ai suoi disegni.

Bene hanno fatto i promotori della Marcia della Liberazione a tenere fuori questi loschi figuri dalla grande e pacifica manifestazione del 10 ottobre. E bene hanno fatto i pur infuriati esercenti napoletani a emarginarli dalla loro manifestazione del 23 ottobre. Cosa che i media di regime si sono ben guardati di dire.




NAPOLI CHIAMA, BARCELLONA RISPONDE

Ieri a Barcellona, violando le prescrizioni anti-Covid, migliaia di ristoratori e baristi, accompagnati da diversi loro dipendenti, hanno manifestato  sotto la Generalitat (la sede del governo della Catalogna (vedi foto), contro il lockdown e la chiusura degli esercizi.
Ce ne da notizia La vanguardia la quale ci informa che su 44mila piccole e medie imprese del settore alberghiero e della ristorazione circa il 30% prevede di chiudere i battenti a causa della gravissima crisi economica. L’impatto sull’occupazione, dato che il turismo è un settore trainante, sarà devastante.
Il giorno prima ad Arzano, comune alla periferia di Napoli, si è svolta la protesta dei commercianti contro il cosiddetto mini-lockdown.
Qui sotto un comunicato di Liberiamo l’Italia.
SOLIDARIETA’  AI COMMERCIANTI DI ARZANO
Arzano è un comune alla periferia nord-est di Napoli.
Il Commissario prefettizio, a causa di un aumento dei positivi al virus, ha ordinato la chiusura di tutti i negozi, ad eccezione di quelli di generi di prima necessità.
Immediatamente è scattata la rivolta di tutti gli altri commercianti, con due blocchi stradali delle due vie d’accesso alla cittadina.
Degno di nota che alla protesta hanno aderito, per solidarietà, anche i negozianti che possono stare aperti.
Questa rivolta pone una domanda e si presta ad alcune considerazioni.
E’ giusta la rivolta?
Si lo è, e per due ragioni.
Come hanno detto i commercianti in lotta, non ha alcun senso, nessuna efficacia nel contrastare il “contagio”.
Mentre tutti i negozi vengono chiusi, i cittadini di Arzano possono infatti liberamente uscire dal comune per recarsi al lavoro o andare a fare compere in quelli adiacenti. “Se siamo davvero infetti, perché ci consentono di diffondere il virus a Casoria, Scampia o Afragola? Non solo possiamo esportare il virus ma possiamo anche importarlo”, dichiarano i commercianti.
Ma c’è una seconda ragione per cui la protesta è legittima.
Le autorità commissariali hanno agito d’imperio, senza minimamente consultare o confrontarsi coi cittadini.
Un caso esemplare di gestione unilaterale e autoritaria.
Riguardo alle considerazioni.
La prima è che la rivolta è scattata spontaneamente, frutto del tam tam tra gli stessi commercianti, senza attendere le colluse (con le autorità) associazioni e i sindacati di categoria.
La seconda è che l’importanza simbolica e politica di questa rivolta è inversamente proporzionale alle sue modeste dimensioni: è il segno di una strisciante ma diffusa insofferenza verso la gestione sicuritaria della pandemia.
La gente è stanca del terrorismo delle autorità e del circo mediatico, della martellante campagna finalizzata a instillare paura ed a criminalizzare i cittadini — di cui il presidente De Luca è uno dei più accaniti promotori.
La terza considerazione tira in ballo la drammatica situazione economica aggravata dalla gestione politica della crisi sanitaria.
Il lockdown della primavera scorsa ha messo in ginocchio anzitutto milioni di esercenti, patite iva, artigiani.
In tanti hanno già chiuso i battenti, coloro che hanno riaperto hanno visto dimezzare i loro fatturati, mentre non sono diminuite le tasse e incombe la minaccia di milioni di cartelle esattoriali in arrivo.
Chi non paga è sotto la mannaia di pignoramenti a tappeto.
Infine la rivolta chiama in causa direttamente il governo:  mentre impone di abbassare le saracinesche, rifiuta di adottare serie misure di sostegno al reddito alle micro-aziende ed alle famiglie gettate sul lastrico, né concede alcuna moratoria fiscale.
In poche parole i commercianti di Arzano ci dicono non solo che la situazione è intollerabile, ma che non accetteranno un secondo lockdown.
Nel ribellarsi essi mostrano che i cittadini non sono dei servi, ma dei cittadini.
Non solo la rivolta dei commercianti di Arzano è giusta, essi ci indicano che quella della disobbedienza civile è la sola via contro un potere autoritario e antipopolare, insensibile al grido di chi sta in basso e prono agli interessi del grande capitalismo.
Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia
Fonte: Liberiamo l’Italia



SIAMO TUTTI NEONAZISTI? di P101

Sabato scorso si è svolta a Berlino una enorme manifestazione di protesta. E come ogni cosa enorme essa ha avuto un carattere popolare e trasversale.
Una protesta contro l’uso politico del Corona virus da parte delle autorità e del governo della Merkel.
Le agenzie non facevano in tempo a battere la notizia di questo inaspettato successo della manifestazione che i media italiani, come se avessero ubbidito ad un univoco comando, descrivevano la manifestazione come “neonazista e negazionista”.

Mai una menzogna è stata tanto sfrontata e colossale.

L’inatteso successo della moltitudinaria manifestazione è segno che la partecipazione dei cittadini è stata sentita e spontanea, frutto non solo dell’uso politico intollerabile e strumentale della cosiddetta pandemia da parte dell’élite.

Il successo è dovuto anche alla grave crisi economica dovuta al lockdown, al peggioramento delle condizioni di vita, alla disoccupazione che cresce, ai salari che non tengono dietro al costo della vita, all’aumento delle diseguaglianze sociali.

E’ stata, la manifestazione di Berlino, il segno inequivocabile di un fermento sociale e politico che cresce nella Germania merkeliana, della crisi dei due partiti storici di massa, democristiano e socialdemocratico.

Sanno i pennivendoli italiani chi ha promosso la grande manifestazione? Non lo sanno, e nemmeno se lo sono chiesto pur di spargere veleno.

Due sono i movimenti politici che hanno chiamato alla grande protesta: “Demokratischer Widerstand” (Resistenza Democratica), un’organizzazione della sinistra popolare non-socialdemocratica e anti-liberista, e “Querdenken” (Pensare fuori dagli schemi), un movimento della nuova società civile che, oltre ad accusare il governo di violare la Costituzione e di calpestare la democrazia, raccoglie, per fare un’analogia con l’Italia, i tanti comitati locali ambientalisti contro il 5G, contro l’obbligo vaccinalee per la libertà terapeutica, contro la medicina di regime, ecc.

Non c’era, in un corteo di centinaia di migliaia di persone, una sola bandiera neo-nazi, e nemmeno della destra ordoliberista di AfD.

Sui cartelli si potevano leggevano frasi come “Ora basta! Quando è troppo è troppo!”, “Il governo calpesta la Costituzione!”, “il popolo tedesco è per la libertà e la democrazia!”, “Respingere l’attacco ai diritti democratici fondamentali!” “No al Corona-panico!”.

E’ stata insomma, quella di Berlino, una manifestzzione per la libertà, il segnale di un risveglio del popolo tedesco.

Si capisce perché i media italiani hanno bollato la manifestazione come “negazionista e neonazista”: la si è voluta scomunicare non solo per intossicare gli italiani, si tenta di  avvelenare i pozzi in vista del prossimo autunno, per preventivamente isolare e provare a disinnescare le prossime proteste sociali, di cui la grande MARCIA DELLA LIBERAZIONE del 10 ottobre (Roma, Piazza san Giovanni) vuole essere il punto di partenza.

Lorsignori mentono spudoratamente e si danno allo sputtanamento perché hanno capito il segnale che arriva da Berlino, perché temono che l’onda possa arrivare anche in Italia nelle prossime settimane.

Avranno una brutta sopresa.

La rivolta sociale verrà, inesorabile come il tuono dopo un fulmine, una ribellione di massa che vedrà confluire i tanti rivoli della protesta che per adesso cammina sottotraccia. Vedrete che essa non raccoglierà solo il testimone del popolo tedesco libero, ma anche quello del grande movimento dei Gilet gialli francesi.

Sarà una conTESTAzione che vi seppellirà!

Tutti a Roma il 10 ottobre alla MARCIA DELLA LIBERAZIONE.

LA NUOVA ITALIA INIZIA IL CAMMINO.




LE PROTESTE DEL 4 MAGGIO di Daniela Di Marco*

Il 4 maggio avrebbe dovuto rappresentare la linea di confine oltrepassata la quale ci saremmo lasciati alle spalle due mesi di privazione di libertà, due mesi di paura, di surreale spegnimento della vita associata.
La tanto attesa “Fase 2” per fare spazio alla vita.

Invece niente.

Il governo, fatte salve le concessioni alla grande e media industria, ha deciso di prolungare la “Fase 1”. Limitazioni fortissime alla libertà di movimento, reiterazione della brutale compressione dei diritti personali e sociali.
In questo quadro milioni di Partite Iva, di piccole e piccolissime aziende, resteranno chiuse per un altro mese. Con loro milioni di lavoratori salariati saranno senza lavoro, senza reddito, senza cassa integrazione. Una situazione disperata.
Questo il costo che la grande maggioranza degli italiani è costretta a pagare, più che per l’impatto della pandemia, per il totale fallimento delle autorità nel farvi fronte, per la vera e propria Caporetto del sistema sanitario, in primis quello lombardo.
Totalmente deluso chi si aspettava che il governo avrebbe tenuto conto del diverso impatto della pandemia, infatti nella maggioranza delle regioni del centro-sud il paventato “picco” non è mai arrivato. Ubbidendo alla “scienza” il governo — o, come si dice dalle mie parti, “per non saper né leggere né scrivere” — ha di fatto prolungato il lockdown a tutto il Paese.

Contro questa decisione, sfidando le questure che hanno frapposto ostacoli d’ogni tipo, accettando il rischio (in molti casi avveratosi) di subire pesanti sanzioni amministrative, il 4 maggio, ma anche nei tre giorni precedenti, migliaia di italiani, in numerose città, sono scesi per le strade e nelle piazze in segno di protesta.
Palermo, Bologna, Crotone, Milano, Monfalcone, Perugia, Livorno, Napoli, Voghera, Rieti, Mestre, Venezia, Roma, Torino, Trieste eccetera. E in altre città si stanno organizzando per i prossimi giorni.

Le più svariate categorie sociali erano e saranno in strada, a fronte di reddito e/o incassi zero, debiti accumulati per i mesi di chiusura, bollette, balzelli e tasse varie mai sospese, caricati degli interessi per ogni mese di sospensione di prestiti e mutui, moltissimi senza aver ricevuto i 600€ di marzo, senza poter aiutare i propri dipendenti, anch’essi con famiglia alle spalle, con un decreto aprile mai partorito, con i famigerati 25 mila euro impossibili da chiedere.

Liberiamo l’Italia, in esecuzione della risoluzione approvata il 29 aprile, ovunque è stato possibile, ha promosso e partecipato a queste proteste.

Ci siamo stati portando i nostri contenuti, denunciando la totale insufficienza delle misure adottate, o in via d’adozione, del governo per fare fronte al disastro economico, sociale e democratico. Segnalando che non è certo restando nel perimetro del neoliberismo, chiedendo l’elemosina all’Unione europea, che si eviterà il collasso del Paese. Sottolineando che l’Italia può e deve farcela da sola, a patto che riconquisti la sua sovranità politica e monetaria.

Bene abbiamo fatto a stare accanto ai cittadini che spontaneamente hanno voluto esprimere la loro indignazione. Male hanno fatto quegli amici che invece hanno preferito stare alla finestra, scegliendo di stare alla larga dalle annunciate proteste assumendo un atteggiamento attendista. Attendere cosa, poi?

Vero è che queste manifestazioni non sono state di massa. Ovvio che non lo sarebbero state. E non solo perché il senso di paura permane. Non lo sono state per la totale assenza di una guida, di una forza politica antagonista che infatti non c’è.
Chi pensa che questa forza si costruisce senza stare accanto ai settori più combattivi e dinamici del popolo, chi immagina di passare dal piccolo gruppo di propaganda al grande partito di massa diffondendo unicamente il “verbo” si sbaglia e si illude. Una grande forza popolare sorge solo se quelli che si considerano avanguardia danno l’esempio, se mettono i loro corpi, la loro faccia e non la sola immaginazione, nel fuoco del conflitto.

In fondo, solo un passo avanti alle masse si deve stare, non dieci, e di certo non dietro, per conquistare la fiducia dei cittadini indignati.

*Daniela Di Marco è membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia




FRANCIA, IL ROSSO E’ DIVENTATO GIALLO di Fulvio Grimaldi

IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.

I media di regime, vale a dire i media dei miliardari, evitano. Pubblicano, se proprio c’è un po’ di sangue, qualche trafiletto. Ma si impegnano alla morte a ridurre, sopire, troncare, minimizzare. Rilevano che dopo 60 appuntamenti in gran parte del paese, i numeri dimagriscono. Non rilevano che questo dato fisiologico non toglie nulla al fatto storico che si tratta della lotta più lunga vista in Europa dalla fine della guerra, una lotta che continua e ora si è espansa ad altre masse di maltrattati, deprivati ed emarginati.

I Gilet Gialli hanno il merito di aver denudato il sovrano messo lì dalla corporazione degli usurai di Francia e di aver fatto emergere con il proprio valore e sacrificio, tra media renitenti, i suoi incredibilmente brutali e sanguinari metodi di affrontare cittadini, voluti sudditi, che si permettono di rivendicare quanto gli è dovuto.

Hanno dimostrato che razza di feroci pretoriani difendono i caveau dei dominanti e ne hanno evidenziato la differenza rispetto a una polizia di Hong Kong che ha risposto alla violenza devastatrice e, in alcuni casi omicida, di squadristi con mandato USA e UK, con una civiltà e un autocontrollo che l’Occidente ha volontariamente abbandonato da secoli.

Hanno fatto da innesco a una vera e propria insurrezione di popolo guidata da sindacati come noi ce li sogniamo, anzi, non abbiamo mai avuto, ora al 50° giorno di sciopero generale contro gli strumenti di strangolamento sociale messi in campo dal burattino e dai suoi pupari. Un esempio che viene dalla Francia che ha ancora in corpo elementi di DNA del 1789 e del 1870.

Un esempio al mondo, che però a noi sfugge grazie all’unanimismo tirannico di un’informazione che quanto le mostra la Francia fa tremare e…cestinare.

Di Maio e Di Battista si sono fatti vedere accanto ai Gilet Gialli. Ci fossero rimasti! O avessero fatto apparire dei gilet gialli made in Italy!

I gilet gialli, uno dei più grandi movimenti di piazza del nuovo millennio, raccontato attraverso le voci di chi ha lottato e chi la protesta l’ha studiata




FRANCIA: PERCHÉ QUI DA NOI NO di Riccardo Achilli

Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile

Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”.
Senza voler avere la pretesa di una

spiegazione esaustiva, propongo alcuni spunti di possibile riflessione. Fondamentalmente, la Francia è diversa dall’Italia, per ragioni strutturali e sovrastrutturali. Dal primo punto di vista, va considerato che è un Paese più giovane: l’età media dei francesi è attorno ai 40 anni, la nostra sui 45. Una popolazione più giovane si ribella più facilmente perché coltiva una speranza di miglioramento, una più anziana si rifugia nella paura e nella rabbia livida, perché ha esaurito il tempo della speranza. I primi si ribellano scendendo in piazza, i secondi votando per partiti che coltivano le paure.

Un altro motivo strutturale risiede nelle caratteristiche delle diseguaglianze sociali dei due Paesi. Se è vero che la diseguaglianza distributiva francese è quantitativamente meno grave di quella italiana (i rispettivi valori dell’indice del Gini applicato al reddito disponibile sono di 28,5 per la Francia e di 33,4 per l’Italia) grazie ad una più diffusiva presenza dello stato sociale, è anche vero che le caratteristiche della diseguaglianza sociale sono, in Francia, particolarmente odiose, con una élite autoreplicantesi tramite la partecipazione ad accademie di eccellenza, come l’ENA o la Sorbona, ed il disagio sociale fisicamente allontanato dai centri delle città, e rinchiuso in banlieues, che più che quartieri popolari assumono una fisionomia di città satelliti, veri e propri ghetti urbani nei quali anche uscire fisicamente è difficile. La condizione urbana italiana è meno “escludente”, anche se, ovviamente, segue la stessa tendenza: in città come Roma, borgate in degrado si affiancano a quartieri residenziali, il quartiere olimpico di case popolari è stretto fra Parioli e Collina Fleming, la Magliana è fisicamente vicina a zone residenziali dell’Eur, e così via. Inoltre, l’amplissima diffusione di economia nera e sommersa, nel nostro Paese, garantisce redditi addizionali invisibili dal punto di vista statistico, e funge, seppur illegalmente, da ammortizzatore sociale. 


Fuori dalle città, la differenza del tenore di vita urbano con quello di sistemi agricoli obsoleti, e totalmente mantenuti da un PAC concepita appositamente per il comparto primario francese e di pochi altri Paesi nordici, è evidente. Un sistema agricolo non competitivo come quello francese – a differenza delle aree agricole ad alta competitività di prodotto del Centro-Nord italiano, non a caso serbatoi di voti per la destra leghista – sopravvive a stento (il fenomeno dei suicidi di agricoltori è endemico) grazie alle quote della PAC e a politiche pseudoprotezionistiche, ed è proprio la protesta contadina guidata da figure come José Bové ad aver dato nascita, a fine anni Novanta, all’onda lunga delle contestazioni di piazza francesi. Al dramma delle campagne, si aggiunge quello dei sistemi industriali in declino, come il Nord Est carbonifero del Pas-De-Calais o l’Alsazia o, ancora, il declino delle zone di itticoltura della Bretagna (in Francia fu anche lanciato un gradevolissimo film comico, qualche anno fa, su un benestante e raffinato dirigente pubblico che, dalla sua solare Marsiglia, fu costretto a spostarsi nel grigio Nord in declino). 


Sotto il profilo sovrastrutturale, ed in particolare sotto l’aspetto culturale, va preso in considerazione che, come per la storia individuale di ciascuno di noi, anche per gli Stati la storia pregressa, le origini dell’assetto istituzionale esistente, assumono una funzione di miti fondativi, sono le basi dalle quali un popolo tende a non discostarsi mai. La

Repubblica francese è nata da una Rivoluzione, sebbene borghese (ma combattuta in piazza dai sanculotti) ed il mito rivoluzionario è fortissimo nella coscienza nazionale, viene riportato nell’inno nazionale, viene santificato nell’educazione scolastica. I francesi hanno la rivoluzione nel sangue, vengono tirati su con l’idea, idea sistemica, repubblicana, che ad uno stato di cose insoddisfacente ci si ribella in piazza. Non solo: ma essendo stata una Rivoluzione di popolo, che ha messo insieme il borghese con il contadino e l’operaio, ha creato un mito unificante dello Stato. Un patriottismo unico, nato da una rivoluzione sociale, per il quale sentirsi comandare a bacchetta da Berlino o Bruxelles è inaccettabile.
Noi italiani, poverini, abbiamo fondato la nostra Repubblica non sugli ideali mazziniani, ben presto dimenticati da una borghesia nazionale tetragona ed ottusa, ma su una guerra civile fra fascisti ed antifascisti che ha abbattuto una monarchia ridicola di montanari ignoranti, non grande come quella francese. Una guerra civile non è una Rivoluzione: divide anziché unire sotto i valori rivoluzionari che diventano di sistema. Una guerra civile che, quindi, anziché produrre un effetto unificante del nostro popolo dentro il riconoscimento di valori nazionali comuni, come avvenuto in Francia, ha prodotto una frattura insanabile. Il sardinismo è soltanto l’ultima manifestazione di un ottuso ed antistorico antifascismo in assenza di fascismo, che altro non è che il sintomo esteriore di una frattura insanabile interna al nostro popolo. 


Questo ha avuto effetti politici enormi: in assenza di un riconoscimento mutuo, come avvenuto nel sistema politico francese, la sinistra italiana si è svuotata di contenuti, degradando, via via, verso uno stanco e inattuale mito del partigiano, e, per sfuggire ad un popolo che non sentiva “suo”, si è prima rifugiata nel moralismo berlingueriano, e poi nell’europeismo acritico, visto come cura per un popolo sostanzialmente odiato e disprezzato. La destra italiana, specularmente, anziché seguire le traiettorie di quella francese, che con il poujadismo ha sperimentato per la prima volta una unione di intenti, in ambito democratico, fra proletariato e piccola borghesia, e che con il lepenismo è rimasta fermamente dentro un solco repubblicano, ha assunto tatti difensivistici di fronte all’egemonia culturale dell’antifascismo, divenendo micro-corporativa, territoriale, biecamente e stupidamente anticomunista in assenza di comunismo. Anziché proporre una via nazionale, come il lepenismo, ha proposto una via individuale al godimento, nel berlusconismo, e nel salvinismo che vi si approssima.


La presenza pervasiva della Chiesa in Italia ha fatto il resto, imponendo una dottrina sociale in cui la protesta deve lasciare il posto alla composizione mediata, e per certi versi trasformistica, degli interessi sociali divergenti. Ciò ha inquinato i pozzi della sinistra dopo gli anni Ottanta, quando ne è iniziato il declino elettorale e di consenso, e la tentazione, che ha dato vita all’ulivismo ed al Pd, è stata quella di incorporare il cattolicesimo sociale e dossettiano non su un piano di sussidiarietà e di dialogo, ma di pari dignità rispetto alle cultura socialdemocratica preesistente. La babele dei linguaggi politici della sinistra, derivante da una fusione malriuscita nel Pd, come dice D’Alema, ha generato mostri come il renzismo, una forma bizzarra di populismo centrista che predica l’innovazione non come prospettiva, ma come rottamazione e distruzione del pregresso, in cui sfogare, ovviamente in modo sterile, le energie sociali contestatarie: anziché contestare il sistema, si contestano le Caste politiche precedenti, che assumono il ruolo di agnelli sacrificali. Due birbanti sociali come Casaleggio e Grillo hanno avuto la stessa intuizione, costruendo un movimento falsamente ribelle, che ha contribuito ad assorbire e poi annullare la protesta sociale. 


Last but not least, la differenza enorme nel sindacalismo. Il sindacalismo francese è, geneticamente, sin dalla Charte d’Amiens, autonomo dalla politica, e la cinghia di trasmissione fra i sindacati confederali – soprattutto la CGT – e la politica, è stata meno forte e più episodica rispetto all’Italia. Mentre CGIL, CISL e UIL erano impegnate freneticamente a trovare spazi di concertazione politica e di copertura partitica, perdendo di vista la purezza dei loro obiettivi primari di difesa del lavoro, il sindacalismo francese ha avuto meno paura di scendere in piazza, anche contro governi teoricamente “amici” o prossimi, ed ha accettato meno compromessi sulla difesa del lavoro in vista della partecipazione alla concertazione generale del Paese. Ciò spiega perché la CGIL abbia fatto una quindicina di minuti di sciopero contro il Jobs Act e la CGT sia presente da settimane nelle piazze francesi, al cuore di proteste violente ed interminabili.
D’altro canto, la Francia è il Paese europeo con la più bassa adesione ai sindacati, molto meno che in Italia, mentre il sindacalismo di base è più pervasivo. Ciò, da un lato, indebolisce il sindacato, ma dall’altro, in presenza di tutte le condizioni strutturali e sovrastrutturali sopra ricordate, allarga gli spazi per la nascita di movimenti spontanei come i gilets jaunes. Il sindacalismo francese, in altri termini, vive dentro il paradosso fra una maggiore autonomia di movimento nel difendere le ragioni di lavoratori e pensionati, e minori spazi sociali di radicamento. Entrambi i corni di questo paradosso lo spingono ad assumere posizioni più radicali di quelle del sindacalismo italiano.
In conclusione, non pretendo di aver spiegato tutto, o di aver dato un quadro sufficiente, ma credo fortemente che le differenze che ho cercato di tratteggiare siano sufficienti a spiegare perché, in Italia, non nascerà niente di sia pur lontanamente simile a ciò che agita le strade della Francia. 

* Fonte: CRIMINALITALIA




DOSSIER: PERCHÉ DIFENDERE IL CONTANTE di Liberiamo l’Italia

[ martedì 3 novembre 2019 ]


In vista della manifestazione sotto il Parlamento di venerdì prossimo 6 dicembre dalle ore 15:30 consegnamo ai lettori il Dossier Perché difendere il contante” di LIBERIAMO L’ITALIA curato da Vadim Bottoni. Uno strumento a disposizione dei cittadini che svela le vere ragioni per cui si vuole favorire l’uso della moneta elettronica.

Alla manifestazione interverranno tra gli altri: Nino Galloni, Tiziana Alterio, Guido Grossi, Vadim Bottoni, Daniela Di Marco, Francesco Neri, Fabio Frati, Giancarlo D’Andrea, Moreno Pasquinelli…

*  *  *
L’attacco governativo e mediatico all’uso del contante, con misure che inizieremo a vedere
nel decreto fiscale 2020, rende necessaria una seria analisi sulle vere ragioni dell’imposizione relativa all’uso della moneta elettronica. Con il seguente documento, strutturato in termini di domande e risposte, prende avvio la campagna in difesa del contante da parte di “Liberiamo l’Italia”, nell’ambito della quale, e contro il MES, ci troveremo sotto il Parlamento, venerdì 6 dicembre, dalle ore 15:30
Il dossier è a cura di Vadim Bottoni, mettiamo a disposizione di tutti due versioni dello stesso per la circolazione via web e smatphone o per la stampa:

1. In cosa consiste la lotta al contante di cui si sente molto parlare ultimamente, in quali misure si concretizza e quali sono gli effetti economici?

Per contante intendiamo le banconote cartacee e le monete metalliche, che è la forma assunta dalla moneta legale. La lotta al contante è caratterizzata dall’attuazione di misure volte a limitarne progressivamente l’uso, così come previsto nel decreto fiscale 2020. Tali misure vanno dalle limitazioni all’uso di banconote previste nei pagamenti alle sanzioni per mancata accettazione di pagamenti con carta di debito o di credito, il tutto per ottenere una minore circolazione di contanti. Questa riduzione deve poi essere compensata da un aumento di strumenti alternativi offerti da intermediari autorizzati come le banche, ad esempio i bonifici e i bancomat, che per semplicità chiamiamo moneta elettronica.

Le finalità dichiarate di chi persegue questa operazione sono quelle di dover sostituire una moneta che circola in modo anonimo con una controllabile, in modo da poter meglio contrastare fenomeni illeciti quali l’evasione fiscale, il riciclaggio, fino al terrorismo. Se così fosse si capirebbe a fatica perché in paesi come la Germania e l’Austria non vi siano limitazioni all’uso di banconote, ma prima di affrontare questi temi vediamo il primo e rilevante effetto di questa operazione, ovvero cosa accade se nelle tasche dei cittadini viene sostituito il contante, quindi la moneta legale, con la moneta elettronica:

banalmente accade che la circolazione monetaria che prima era gratuita per i cittadini ora presenta un costo. Vediamo in che senso.

Le banconote cartacee vengono emesse dalle Banche centrali e poi iniziano a circolare di mano in mano senza costi per nessuno nei vari passaggi. La moneta elettronica invece è un servizio offerto dalle banche e circola con dei costi in un sistema di pagamento privato. Per ogni passaggio, ad esempio a mezzo bonifico o di carta di pagamento, vengono versate delle commissioni alle banche e istituti emittenti da parte di cittadini ed esercenti, sui quali gravano anche i costi di installazione e dei canoni per i terminali necessari al processo.
Nella condizione attuale di difficoltà in cui versano le imprese e di necessità per un rilancio dei consumi vista la bassa crescita, questi costi aggiuntivi sui passaggi di denaro e quindi sui consumi avrebbero un effetto recessivo oltre ad alimentare i livelli di esasperazione di chi vede caricarsi sulle spalle gli ennesimi costi per gestire attività sempre più a rischio di chiusura. 

2. Se si abbassassero questi costi non si potrebbero superare i problemi più rilevanti?

Si stanno valutando sistemi di deduzioni e detrazioni fiscali, nel senso che i costi sostenuti per le commissioni si recuperano parzialmente in un secondo momento pagando meno tasse.
Però, a parità di commissioni bancarie applicate, del mancato introito per l’erario dovuto allo sgravio se ne farà carico la fiscalità generale, ovvero ci saranno tasse pagate da tutti noi che dovranno sostenere il costo delle commissioni bancarie.
Visto che l’operatività delle banche non può esimersi dalle entrate delle commissioni, la parte dei costi tolti al diretto interessato si scaricherebbe su tutti i contribuenti e quindi su tutti noi.
Ma facciamo una ulteriore ipotesi francamente inverosimile, ovvero che per consentire il processo di eliminazione del contante si acconsentisse miracolosamente ad azzerare le commissioni. Questo inizialmente ammorbidirebbe le resistenze alla eliminazione del contante favorendone l’obiettivo che però, una volta raggiunto, determinerebbe

l’instaurazione di una sorta di monopolio privato del sistema di pagamento, quello bancario. Così se iniziassero da quel momento a salire esponenzialmente i costi delle transazioni le persone non avrebbero più l’alternativa del contante e quindi sarebbero costrette a caricarsi di quei costi non appena venisse effettuato un pagamento. Una vota eliminato il contante il potere di far aumentare i costi delle transazioni diverrebbe così praticamente arbitrario.

3. Per rifuggire da questi costi allora tante persone terrebbero i soldi al sicuro sotto forma di depositi limitando la circolazione, o no?

Sui soldi al “sicuro” meglio non soffermarsi vista la corrente normativa del bail-in per la quale il salvataggio di un istituto finanziario sull’orlo del fallimento ricadrebbe su obbligazionisti e correntisti. A parte ciò, l’eliminazione del contante inciderebbe negativamente anche sulla possibilità di preservare il valore dei nostri risparmi in banca. Infatti i tassi d’interesse attuali sono prossimi allo zero e probabilmente resteranno tali per lungo tempo come effetto della bassa crescita. L’esistenza del contante però è un argine allo sconfinamento in territorio negativo dei tassi d’interesse, ovvero è un argine all’ipotesi che se oggi ho cento euro in banca domani potrei averne meno senza averli toccati. Pensiamo al seguente scenario.  Poniamo che il costo per tenere 100 euro affittando una cassetta di sicurezza o depositandoli in banca fosse lo stesso. Ragionando al netto di questo costo, se tenessi la banconota ferma e al sicuro nella cassetta non troveri cancellato il numero 100, che è il suo valore nominale, e non vedrei riscritto un nuovo numero più basso. Se invece la tenessi sotto forma di deposito bancario e vi fossero i cosiddetti tassi di interesse negativi, dopo un certo tempo visualizzando il conto vedrei che il valore 100 è diminuito.
L’immutabilità del valore scritto sulla banconota, invece, equipara la moneta cartacea a una obbligazione a tasso zero, il cui possesso garantisce il risparmiatore proprio dai tassi negativi.
L’importanza dell’esistenza del contante per preservare i risparmi appare così evidente, perché finché c’è la possibilità di prelevare e conservare i contanti altrove i tassi d’interesse bancari rimarranno prossimi allo zero, mentre senza il contante non vi sarebbe una alternativa sicura rispetto ai depositi bancari e quindi i risparmi sarebbero intrappolati nei depositi ed esposti all’erosione nel tempo.
Riassumendo, dovrebbe a questo punto essere chiaro che senza l’esistenza del contante se la moneta circola paga un costo, se sta ferma paga un altro costo.

4. Certo che così non si scappa! C’è la possibilità di superare le banconote cartacee senza incorrere in tutti questi problemi?  

Per realizzare un sistema dei pagamenti elettronico senza incorrere in questi problemi basterebbe partire dalla consapevolezza che la moneta, cartacea o elettronica che sia, è un bene pubblico e quindi deve essere gestito tramite banche pubbliche in cui aprire gratuitamente dei conti correnti e sviluppare così un circuito dei pagamenti interno. In questo caso il servizio dovrebbe essere reso gratuitamente. La banca pubblica non dovrebbe fare profitti ma tutelare il risparmio. A chi affermasse la necessità assoluta di realizzare un sistema di pagamenti totalmente elettronico, perché visto come trasparente e controllabile, occorrerebbe obiettare che solo a condizione di un sistema di pagamento pubblico ciò sarebbe pensabile, in assenza del quale il contante svolge tutt’ora una funzione di difesa dei livelli di attività economica e della tutela dei risparmi. Quindi prima si crea un sistema di pagamento pubblico, poi si può ragionare sulla funzione del contante. Il prima e il dopo in politica fanno tutta la differenza del mondo.

Invece stiamo assistendo a un processo esattamente inverso, in cui il drastico ridimensionamento del contante è divenuto obiettivo prioritario nell’agenda politica attuale. La forzatura del processo di marginalizzazione del contante a favore della moneta elettronica risulta evidente in tutta una serie di misure presenti nella manovra finanziaria 2020.  Nella manovra i bonus fiscali risultano a rischio se si usa il contante, infatti su 51 bonus fiscali (tra detrazioni e deduzioni) inseriti in 1,3 milioni di dichiarazioni dei redditi presentate quest’anno, dieci non ammettono il cash mentre per altre 23 usare la moneta di carta è di fatto impossibile.

5. Ma se c’è una urgenza che richiede di anticipare i tempi? Va bene l’aspetto economico ma qui i media ci avvertono che è in gioco la nostra sicurezza, bisogna sconfiggere il terrorismo, possiamo aspettare?

Premesso che i tempi per realizzare un sistema di pagamento pubblico, coinvolgendo soggetti già esistenti come le banche pubbliche e Banco posta, sarebbero ben inferiori rispetto a quelli necessari per una ordinata eliminazione del contante, vediamo però nel merito l’aspetto della sicurezza partendo da quello avvertito in modo più forte, la lotta al terrorismo.
Una questione così delicata richiede innanzitutto l’individuazione di uno studio accreditato in materia. Facciamo allora riferimento alla Relazione al Parlamento Europeo e al Consiglio sulle restrizioni ai pagamenti in contanti, prodotto dalla Commissione Europea nel 2018, che ha esaminato il tema sulla base della principale analisi in materia di limitazione ai pagamenti in contante: “Study on an EU initiative for a restriction on payments in cash”.
Questo studio ha evidenziato, tra le altre cose, che le restrizioni ai pagamenti in contanti non darebbero un contributo tangibile al contrasto del finanziamento al terrorismo.

Il motivo riguarda i costi degli attentati terroristici che oggi sono molto spesso bassi, così i limiti al trasferimento di contante inciderebbero ben poco sulla capacità di realizzare tali attentati. Ma ancor più di questo motivo la Commissione sottolinea un aspetto di assoluta evidenza per chi abbia un minimo di buon senso, quello che chi ha deciso di commettere un reato associato a sanzioni pesantissime, come quello di un attentato, non si curerebbe minimamente delle sanzioni associabili ai limiti di trasferimento di contante.

6. Se sostituiamo il contante con la moneta elettronica non abbiamo più trasparenza e quindi maggiori possibilità di intercettare i trasferimenti illeciti di denaro?

Non proprio, in quanto la moneta elettronica può addirittura facilitare i trasferimenti illeciti di denaro perché è strumento più veloce ed agile per aggirare i canali ufficiali e più sorvegliati.
Basta seguire le cronache per vedere come la classica “valigia di contanti” può essere meglio individuata e quindi sequestrata.  Questo è tanto più vero da quando il consiglio direttivo della BCE ha deciso di interrompere la produzione delle banconote da 500 euro che erano le maggiori indiziate per le attività illegali, decisione avversata dai tedeschi la cui banca centrale ha ottenuto una proroga nel periodo di emissione. Il fatto da considerare è che oggi la politica dell’Eurosistema è neutrale rispetto ai diversi mezzi di pagamento e viene lasciata ai consumatori la scelta in funzione della convenienza.

7. Sono veramente efficaci i limiti all’uso del contante per combattere l’evasione fiscale?

Sulla base dello studio citato prima utilizzato dalla Commissione europea viene rilevato che le restrizioni ai pagamenti in contanti non incidono particolarmente sulle frodi fiscali, perché quelle davvero rilevanti non sono perpetrate tramite l’uso di contanti, ma

attraverso strutture giuridiche complesse e operazioni transnazionali che coinvolgono più Stati.

I casi in cui la frode ed evasione fiscale sono basate sui contanti sono molto meno significative innanzitutto perché riguardano bassi importi e proprio perché riguardano generalmente operazioni di basso importo normalmente le stesse non rientrerebbero nei limiti fissati.
Oggi la Guardia di Finanza ci avvisa che in cima alle operazioni di evasione fiscale non ci sono le operazioni in contanti, ma alte operazioni di triangolazioni finalizzate alla creazione di società fittizie, o anche dette cartiere, il cui compito è produrre fatture false per delle operazioni inesistenti. I pagamenti delle fatture sono ovviamente effettuati tramite bonifici, pertanto la frode fiscale e la maxi evasione sono perpetrate soprattutto attraverso l’uso del bonifico.
Quanto detto sembra coerente anche con l’analisi dell’Ufficio studi della CGIA nel 2015 in merito agli effetti della limitazione sull’uso del contante nel nostro Paese. Secondo l’analisi c’è bassissima correlazione tra la soglia limite all’uso di cartamoneta imposta per legge e il rapporto tra la base imponibile Iva non dichiarata e il Pil, ovvero con l’evasione fiscale. La conclusione è quindi che non si rileva una stretta correlazione tra l’uso della carta moneta e l’evasione fiscale.

8. In quale dimensione, nazionale o internazionale, deve concretizzarsi il contrasto all’evasione fiscale e alle attività illecite in generale e su quale evoluzione di strumenti queste si basano?

 La Guardia di Finanza ci avverte che le aree prioritarie di intervento, ovvero quelle che necessitano di ulteriore rafforzamento della lotta all’evasione e all’elusione fiscale, riguardano i fenomeni di rilievo internazionale. Le strategie di contrasto all’evasione fiscale sono sempre più orientate alla crescente interazione dei mercati.
Questo fenomeno ha progressivamente ampliato il divario tra dimensione economica globalizzata e sovranità impositiva degli stati che è nazionale. Questa asimmetria viene sfruttata dalla criminalità per creare imprese multinazionali ed utilizzare i paradisi fiscali determinando una riduzione di tutela, in virtù della ridotta efficacia delle misure adottate a livello domestico sulle dinamiche del mercato globale.
La massima attenzione in materia dovrebbe essere orientata alle criptovalute, strumenti digitali impiegati per effettuare acquisti e vendite tramite la crittografia, che stanno consentendo la creazione nel web di paradisi fiscali virtuali. La Dna, direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ha recentemente lanciato un allarme senza precedenti sulle criptovalute. Mentre, come visto, i grandi giri di affari loschi non possono avvalersi significativamente dei contanti per la lentezza delle operazioni e l’esposizione ai sequestri, trovano nelle criptovalute uno strumento digitale velocissimo e agile nell’aggirare i vincoli, che al contempo fornisce un sostanziale anonimato nelle transazioni. La Dna rileva grandi difficoltà investigative per identificare gli indagati, acquisire le movimentazioni di valuta virtuale e soprattutto l’impossibilità di sequestrare le valute virtuali. Insomma le organizzazioni criminali si internazionalizzano e digitalizzano abbandonando il fardello del contante e l’attenzione dell’opinione pubblica viene indirizzata verso tutt’altro.

9. La questione delle criptovalute complica il quadro, ma al di là di queste non ci sono accordi internazionali per i quali i bonifici nei paradisi fiscali sono soggetti a elevata tassazione? Questo non scoraggerebbe la connessa attività di evasione e riciclaggio?

Rimanendo all’interno dei paesi dell’UE facciamo il seguente esempio. Per il diritto tributario italiano se una società è costituita in Italia essa ha l’oggetto principale della sua attività in Italia, mentre in Olanda è sufficiente l’atto notarile di costituzione (ovvero che vi abbia sede) a prescindere che la società abbia l’attività operativa in Olanda o in un altro paese. Pertanto da qualsiasi parte del mondo una società può costituire la propria sede in Olanda. Detto questo, occorre considerare che grazie al suo passato colonialista l’Olanda può oggi fungere da via d’uscita (gateway) verso i paradisi fiscali per i Paesi Ue. Infatti se generalmente un bonifico che parte da uno degli altri paesi UE va, ad esempio, verso il paradiso fiscale delle British Virgin Islands viene tassato al 30%. Ma se il bonifico parte dall’Olanda ed è diretto verso uno dei Paesi ex possedimenti coloniali olandesi, questa tassazione non si applica. Pertanto a prescindere da dove svolge l’attività una società transnazionale che si costituisce in Olanda può sfruttare questo ponte a tassazione azzerata. Non stupisce che l’incredibile cifra di 15 trilioni di dollari (non scriviamo per esteso il numero per problemi di spazio) di fondi “fantasma” accumulati dalle multinazionali negli ultimi vent’anni per limitare al minimo le tasse, sono collocati per la metà nelle sole Olanda e Lussemburgo quindi nel cuore dell’UE, ma invece ci dicono che il problema è il contante per la colazione al bar.

10. Se è vero che attraverso le tecnologie informatiche tutti questi miliardi viaggiano indisturbati per non pagare le tasse dove si svolge l’attività, in che misura i limiti ai pagamenti in contanti inciderebbero sul riciclaggio di denaro e sull’economia sommersa?

Sempre in base al citato studio utilizzato dalla Commissione europea i pagamenti a mezzo di contante non incidono significativamente, infatti constatiamo che il riciclaggio avviene spesso tramite l’acquisto di beni di valore elevato, per cui sarebbe più utile vagliare delle misure che prevedono un obbligo di raccolta dati e dichiarazioni in capo ai rivenditori. Come dimostrano le evidenze investigativei riciclatori e gli stessi evasori professionali non usano il contante, procedendo sostanzialmente in due modi: o occultano del tutto i propri redditi, oppure pagano false fatture con bonifici e assegni non trasferibili.
Ad esempio, per i malavitosi, riciclatori ed evasori fiscali è più facile fare un bel bonifico a fronte di una fattura falsa, canalizzata per il tramite una impresa all’estero.
In merito alla questione del rapporto tra contante ed economia sommersa, ovvero se vi sia stato negli ultimi anni un ampliamento delle transazioni che hanno luogo nell’economia sommersa o illegale tale da contribuire all’incremento delle banconote, occorre rifarsi alle evidenze disponibili.

Così, pur nella difficoltà di misurare quelle transazioni, l’evidenza disponibile indica che negli anni più recenti a fronte di un aumento di domanda di contante non vi sia stata una espansione dell’economia sommersa e illegale.
La domanda di circolante è cresciuta in corrispondenza di tensioni finanziarie e incertezza economica. D’altronde secondo Keynes la spinta a domandare moneta per trattenerla come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nel futuro.

11. Non si potrebbe allora sostituire la cartamoneta classica con il cosiddetto contante digitale, ovvero i bitcoin? Non coniugheremmo così il rispetto della privacy proprio del contante con la modernità tecnologica della moneta elettronica?

Il bitcoin è la più nota criptovaluta, i cui effetti ambigui in termini di sicurezza sono stati trattati in precedenza. Uno degli aspetti spesso evidenziati è che l’architettura del bitcoin non richiede la necessità di passare attraverso il sistema bancario perché consentirebbe il trasferimento di moneta elettronica direttamente tra utenti. D’altro canto non trae valore da una copertura di riserve e differisce dalla moneta legale (tipicamente sotto forma di banconote) che ha un valore conferito dall’autorità dello Stato. I bitcoin traggono valore dal fatto che sono programmati per essere scarsi, e questo li rende più simili all’oro digitale che a una moneta digitale, e l’incredibile volatilità del loro valore conferma la tesi che siano utilizzati con finalità speculative. Il fatto che non possano assumere in alcun modo un ruolo sostitutivo del contante nella funzione di mezzo di pagamento è dato da un ulteriore motivo evidenziato da un recente studio messo a punto dall’università di Cambridge: il sistema utilizzato per emettere bitcoin oggi, tramite la potenza di calcolo di tantissimi computer sparsi in tutto il mondo, richiede una quantità di energia elettrica addirittura superiore ai consumi elettrici dell’intera Svizzera. Per una singola transazione il bitcoin richiede tanta energia quanto almeno un appartamento in una settimana, pertanto una estensione dell’utilizzo dei bitcoin che dovesse coprire le innumerevoli, ed ecologiche, transazioni effettuate tramite contante sarebbe semplicemente impensabile.
La descrizione dei limiti di questo contante digitale rafforza la tesi per cui il contante è attualmente il vero baluardo a difesa della privacy. Infatti l’obbligo all’uso della moneta elettronica implica la tracciabilità minuziosa e sistematica di ogni transazione economica compiuta dal singolo cittadino. Anzitutto da parte dello Stato, ma anche delle banche e dei loro fornitori di servizi internet — che già ora posseggono e conservano (per sei anni in base alle direttive europee adottate dal governo Gentiloni) ogni possibile informazione sulla vita, le abitudini e le preferenze dei cittadini.
Si tratta quindi di un altro passo verso uno Stato di polizia tributaria, di un rafforzamento di un regime di “sorveglianza di massa”. Ogni cittadino verrà spiato e la sua privacy violata, senza che ciò sia motivato dall’autorità giudiziaria, quindi in aperto contrasto con l’articolo 13 della Costituzione.

12. A questo punto c’è da chiedersi se la lotta al contante è effettivamente dovuta a tutte queste ragioni, o riguarda un aspetto sistemico dell’economia e delle politiche economiche. E’ possibile ciò?

A livello accademico iniziano a levarsi nuove e ulteriori critiche ai modelli keynesiani, poiché in questi il ruolo del contante non viene messo alla berlina. Queste tesi stanno incominciando ad interessare le Banche centrali perché hanno ricadute sulla politica monetaria e quindi sulla loro operatività.
Il modello operativo della politica monetaria è, in estrema sintesi, il seguente. Se, come registriamo oggi, la crescita è in declino allora bisogna stimolare gli investimenti per far riprendere la crescita. Secondo il suddetto modello gli investimenti si stimolano abbassando il tasso d’interesse. Ma se a forza di abbassare si arriva al punto che bisognerebbe scendere sotto lo zero, ovvero attuare tassi negativi? Fino a che esiste il contante tassi significativamente negativi non possono essere applicati perché, come già visto, le persone per salvare i propri risparmi dalla diminuzione di valore li

preleverebbero dai depositi e li terrebbero sotto forma di contante. Grazie all’esistenza del contante i tassi d’interesse non possono divenire significativamente negativi, così i risparmi possono essere meglio preservati e l’instabilità finanziaria, connessa a una accelerazione dei tassi negativi, arginata.

Posto che si è arrivati alla necessità di tassi negativi proprio perché lo schema di politica monetaria non ha funzionato, e non ha funzionato in quanto si può anche offrire liquidità senza applicare interessi ma se le prospettive di profitto sono fosche i privati non accettano comunque i rischi dell’investimento, rimane allora aperto il punto che riteniamo centrale: come riavviare gli investimenti e quindi la crescita? La risposta è attraverso la politica fiscale, avviando un piano di investimenti pubblici che garantisca un incremento di occupazione e maggiori livelli di attività, quindi una ripresa della crescita.
 Arrivati a questo punto abbiamo davanti solo due soluzioni, non ulteriormente procrastinabili, con conseguenza socio-economiche opposte:
o si elimina il denaro contante adottando tassi d’interesse negativi, così che la politica monetaria delle Banche centrali riacquisti margine d’azione con tutte le conseguenze negative viste finora per le classi medie e popolari, come aumento dei costi economici, riduzione dei risparmi e instabilità finanziaria;
o, senza bisogno di eliminare il denaro contante, entra in gioco lo Stato attraverso investimenti pubblici con rilancio dell’occupazione.
Chi alle condizioni attuali promuove l’eliminazione del contante rischia seriamente di affossare la possibilità di rilanciare oggi il progetto di un modello socio-economico basato sulla centralità del ruolo dello Stato nell’economia, di ostacolare l’istituzione di un sistema di pagamenti pubblico in cui canalizzare il credito, nonché impedire la salvaguardia le fasce popolari da una pesante misura regressiva.
Per tutte queste ragioni oggi noi di Liberiamo l’Italia riteniamo prioritaria la lotta in difesa del contante.
Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
a cura di Vadim Bottoni



PORTOGALLO: IL GOVERNO È DI SINISTRA, LA RIVOLTA È POPOLARE

[ 15 dicembre 2018 ]

Com’è noto in Portogallo c’è un governo…”di sinistra” presieduto dal socialista Antonio Costa. Il governo è sostenuto dall’esterno anche dal Partito comunista portoghese e dalla “sinistra radicale” raggruppata nel Bloco de Esquerda.

Ebbene il governo portoghese viene considerato dalle sinistre radicali europee come un bell’esempio di come si possa restare nell’Unione europea senza applicare l’austerità. Al contempo il governo portoghese ha raccolto l’encomio di Bruxelles e degli euro-liberisti d’ogni risma. Un esempio? L’Espresso che mesi addietro titolava “Portogallo, così governa una buona sinistra. Cinque anni fa era quasi al default. Oggi cresce a ritmi record. Con un esecutivo socialista e comunista. Liberale 
in economia, ma con una politica sociale“. 
Un miracolo o una bufala?
La seconda che hai detto!
Non si spiegherebbe altrimenti come mai, malgrado il governo in sella dal 2015 abbia beneficiato della generale ripresa economica, da mesi il paese è attraversato da forti movimenti di sciopero dei lavoratori e da numerose proteste popolari. 
Insegnanti, ferrovieri, infermieri, giudici, vigili del fuoco o guardie carcerarie chiedono aumenti salariali, diritti, la fine di quella che potremmo chiamare “austerità a bassa intensità”. Gli infermieri, ad esempio, sono in sciopero intermittente da nove mesi e han fatto dodici giorni di stop completo dall’inizio del 2018.
In pratica i lavoratori non si accontentano delle poche briciole del governo, mentre la “crescita” ha favorito, oltre alle multinazionali straniere, una piccola minoranza di già ricchi.

In questo clima sta nascendo in questi giorni in Portogallo un movimento simile a quello dei Gilet Gialli francesi: VAMOS PARAR PORTUGAL EM FORMA DE PROTESTO, anch’esso nato su Facebook da un gruppo di cittadini.

Anche in questo caso si chiede lo stop all’aumento dei combustibili, delle tasse (IVA compresa), della fine dei privilegi per le grandi imprese e la difesa delle più piccole. [vedi immagine a destra]

Vedremo nei prossimi giorni se questa protesta, che da voce anzitutto alla piccola e media borghesia, prenderà il largo e se si unirà al movimento di scioperi dei lavoratori salariati.

Ad ogni modo una cosa si può dire con certezza: il cosiddetto “miracolo portoghese” della “buona sinistra” si va sgonfiando velocemente.





LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





FRANCIA: TOGLIERE LO STATO D’EMERGENZA!

[ 2 febbraio ]

noi abbiamo precisato “social-fascista”— non solo vuole prolungare lo Stato d’emergenza, ma cambiare la Costituzione affinché all’Esecutivo (quindi alle forze di polizia) siano attribuiti di default potere eccezionali, con tanto di ritiro della cittadinanza ai sospetti eversori dell’ordine costituito. Come dire: «che bisogno c’è di votare la Le Pen? Ci siamo noi “socialisti” a fare oggi quello che lei farebbe domani».
«Sabato 30 gennaio migliaia di manifestanti, guidati dai militanti del Nouveau Parti

Anticapitaliste (NPA), hanno marciato sotto la pioggia per le strade della capitale francese per dire basta allo stato di emergenza. Sfidando i divieti del presidente Hollande il cammino del corteo, da Place de la République a Palais-Royal, è stato accompagnato dallo slogan “stato d’emergenza, stato di polizia”.

L’invito a protestare contro le misure restrittive e antidemocratiche adottate dal governo è stato lanciato, oltre che dal NPA, da diversi collettivi che raggruppano al loro interno associazioni, organizzazioni di difesa dei diritti umani e sindacati (tra i quali la CGT e l’Unione dei Magistrati). Parallelamente si sono svolte più di 70 manifestazioni ‘sorelle’ in giro per tutta la Francia a sostegno del corteo parigino.

Solo tre giorni prima infatti il Consiglio di Stato aveva respinto l’appello della Ligue des droits de l’Homme (LDH) che chiedeva la revoca immediata dello stato di emergenza, mentre nei prossimi giorni il parlamento esaminerà un nuovo disegno di legge per estenderlo fino a maggio. Secondo gli organizzatori “è necessario e possibile che lo Stato protegga le persone di fronte al terrorismo senza pregiudicarne i diritti e le libertà. Rifiutiamo il controllo generalizzato della società, una società che potenzialmente scivola dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza”.

La lotta al terrorismo dunque come strumento per autorizzare ogni tipo di deriva autoritaria, creando ulteriori divisioni e paure tra la popolazione. In questa dinamica a farne le spese sono proprio le classi popolari che in questi anni sono state più colpite dalla crisi del sistema capitalista e dalla violenza delle politiche d’austerità imposte dallo stesso governo che in questi mesi prova a ridefinire l’organizzazione della società francese all’interno di un processo reazionario. “Inserire il ritiro della cittadinanza francese per i condannati per reati di terrorismo che siano in possesso di doppia nazionalità sta minando il principio di eguaglianza dei cittadini, sancito dall’articolo 2 della Costituzione, il pilastro della Repubblica”.

Sempre in nome della lotta al terrorismo si vorrebbe rendere permanente lo stato di emergenza così da poter essere in grado di criminalizzare e perseguire ogni movimento politico e sociale che si oppone alle disastrose politiche del governo che, dopo aver vietato il diritto di manifestare, radunarsi e in pratica di esprimersi, si appresta a mettere la mani sul codice del lavoro.

Gli organizzatori sono “molto preoccupati per la repressione e la stigmatizzazione di manifestanti e attivisti dei movimenti sociali, dei migranti, dei musulmani e degli abitanti dei quartieri popolari”, e questa mobilitazione rientra a tutti gli effetti nel quadro di denuncia degli abusi ai quali i cittadini possono essere sottoposti dall’inizio dello stato di emergenza. Nei fatti la maggior parte dei tremila interventi di polizia condotti fino ad ora, tra arresti e investigazioni ‘preventive’, hanno interessato attivisti politici e persone di fede islamica che spesso non apparivano tra i possibili sospettati.

In questo contesto le iniziative per rompere il silenzio diventano sempre più fondamentali per inviare un forte messaggio al presidente Hollande: la parte più consapevole e combattiva della società francese non è disposta a sacrificare la propria libertà in nome della ‘sicurezza’ e i propri diritti in nome del ‘profitto’».

* Fonte: Popoff quotidiano