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UN PAPA CHE NON SI FA I CAZZI SUOI di Carlo Formenti

Ci siamo: nel momento in cui l’intero apparato ideologico occidentale (partiti, media, associazioni imprenditoriali, ecc.) è mobilitato per sostenere il neoliberismo e i principi della “società aperta” (sottinteso ai flussi di capitale finanziario) e “democratica” (si intende per i membri delle élite economiche e sociali) che traballano di fronte alla sfida di una crisi sistemica globale che segue a pochi anni di distanza quella del 2008, era inevitabile che prima o poi sarebbe arrivato un attacco al pontificato di Bergoglio reo di essere sbilanciato “a sinistra”. Dopo i fondamentalisti cristiani di destra (americani e non solo) e dopo i media più smaccatamente reazionari, tocca ora al “moderato” (nel linguaggio ma non nei contenuti) Corriere che dà mandato di aprire il fuoco a un intellettuale come Ernesto Galli della Loggia che – in quanto più colto, intelligente e meno forcaiolo della media dei collaboratori della “autorevole” testata – risulta meno sospetto.

L’argomentazione è interessante e complessa, per cui invito i lettori ad andarsela a leggere ( UNA CHIESA POCO POLITICA  l’articolo inizia in prima pagina e prosegue a pagina 32) limitandomi qui a riassumerne alcuni passaggi cruciali. In primo luogo – e qui l’appunto è curioso, dato che arriva da una voce “laica” – si imputa al discorso del papa di mancare di forti specificità religiose. Bergoglio, si dice, non parla di fede ma di ideologia. Infatti non si rivolge, come i suoi predecessori agli “uomini di buona volontà” (o ai governanti) bensì ai popoli, termine dietro il quale si intravvede una parte dell’umanità, quella meno favorita, sfruttata e oppressa.

Ma non è ciò del tutto compatibile con il messaggio cristiano originario? Sì, ribatte della Loggia, ma manca qui la cornice della tradizionale dottrina sociale della Chiesa che, da Leone XIII a Giovanni Paolo II, aveva sempre tenuto una posizione “di centro” fra capitalismo liberale e statalismo socialista.

Invece Bergoglio rivela malcelate antipatie per il capitalismo nella sua versione estrema (americana e turbo-liberista) associata alla simpatia per i movimenti sociali dal basso, spingendosi a rivendicare un “reddito universale”. Anche qui non sembrano esservi incompatibilità con il messaggio evangelico, senonché, chiosa della Loggia, tutto ciò non si accompagna ai tradizionali richiami cattolici al pentimento, alla conversione e alle verità trascendenti della fede. Ma senza questi richiami, conclude il nostro, viene a mancare il fondamento stesso del ruolo politico della Chiesa come istituzione, che si riduce invece a predicazione ideologica (cioè “impolitica”).

Così Bergoglio, non a caso, è sospetto di pendere dalla parte dei Paesi del Sud europeo (e più in generale del Sud del mondo) e soprattutto non prende parte apertamente nello scontro geopolitico che si prospetta fra Oriente (Cina e Russia) e Occidente, benché Cina e Russia siano “indifferenti ai diritti umani e alla libertà religiosa”.

Insomma, quanta nostalgia per un papato come quello di Giovanni Paolo II, dichiaratamente anticomunista, ma soprattutto attento a predicare ai poveri rassegnazione e pazienza e riconoscimento del ruolo dei Cesari di turno. L’intervento di Galli della Loggia è paradigmatico dell’atteggiamento del pensiero liberale e laico: la religione è affare dei gonzi che credono nella trascendenza, ma svolge un ruolo insostituibile, almeno finché si limita a predicare pentimento e conversione, viceversa quando non si fa i cazzi suoi e pretende di interferire negli affari politici, sociali ed economici diventa un pericoloso agente di turbamento degli equilibri del potere. Se funziona da oppio delle masse ok, se agita gli animi si iscrive nel fronte dei nemici della libertà.

* FONTE: CARLO FORMENTI

 




LA MEDICINA COME RELIGIONE di Giorgio Agamben

Che la scienza sia diventata la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono di credere, è ormai da tempo evidente.

Nell’Occidente moderno hanno convissuto e, in certa misura, ancora convivono tre grandi sistemi di credenze: il cristianesimo, il capitalismo e la scienza.

Nella storia della modernità, queste tre «religioni» si sono più volte necessariamente incrociate, entrando di volta in volta in conflitto e poi in vario modo riconciliandosi, fino a raggiungere progressivamente una sorta di pacifica, articolata convivenza, se non una vera e propria collaborazione in nome del comune interesse.
Il fatto nuovo è che fra la scienza e le altre due religioni si è riacceso senza che ce ne accorgessimo un conflitto sotterraneo e implacabile, i cui esiti vittoriosi per la scienza sono oggi sotto i nostri occhi e determinano in maniera inaudita tutti gli aspetti della nostra esistenza. Questo conflitto non concerne, come avveniva in passato, la teoria e i principi generali, ma, per così dire, la prassi cultuale. Anche la scienza, infatti, come ogni religione, conosce forme e livelli diversi attraverso i quali organizza e ordina la propria struttura: all’elaborazione di una dogmatica sottile e rigorosa corrisponde nella prassi una sfera cultuale estremamente ampia e capillare che coincide con ciò che chiamiamo tecnologia.
Non sorprende che protagonista di questa nuova guerra di religione sia quella parte della scienza dove la dommatica è meno rigorosa e più forte l’aspetto pragmatico: la medicina, il cui oggetto immediato è il corpo vivente degli esseri umani. Proviamo a fissare i caratteri essenziali di questa fede vittoriosa con la quale dovremo fare i conti in misura crescente.

1) Il primo carattere è che la medicina, come il capitalismo, non ha bisogno di una dogmatica speciale, ma si limita a prendere in prestito dalla biologia i suoi concetti fondamentali. A differenza della biologia, tuttavia, essa articola questi concetti in senso gnostico-manicheo, cioè secondo una esasperata opposizione dualistica. Vi è un dio o un principio maligno, la malattia, appunto, i cui agenti specifici sono i batteri e i virus, e un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia. Come in ogni fede gnostica, i due principi sono chiaramente separati, ma nella prassi possono contaminarsi e il principio benefico e il medico che lo rappresenta possono sbagliare e collaborare inconsapevolmente con il loro nemico, senza che questo invalidi in alcun modo la realtà del dualismo e la necessità del culto attraverso cui il principio benefico combatte la sua battaglia. Ed è significativo che i teologi che devono fissarne la strategia siano i rappresentanti di una scienza, la virologia, che non ha un luogo proprio, ma si situa al confine fra la biologia e la medicina.

2) Se questa pratica cultuale era finora, come ogni liturgia, episodica e limitata nel tempo, il fenomeno inaspettato a cui stiamo assistendo è che essa è diventata permanente e onnipervasiva. Non si tratta più di assumere delle medicine o di sottoporsi quando è necessario a una visita medica o a un intervento chirurgico: la vita intera degli esseri umani deve diventare in ogni istante il luogo di una ininterrotta celebrazione cultuale. Il nemico, il virus, è sempre presente e deve essere combattuto incessantemente e senza possibile tregua. Anche la religione cristiana conosceva simili tendenze totalitarie, ma esse riguardavano solo alcuni individui – in particolare i monaci – che sceglievano di porre la loro intera esistenza sotto l’insegna «pregate incessantemente». La medicina come religione raccoglie questo precetto paolino e, insieme, lo rovescia: dove i monaci si riunivano in conventi per pregare insieme, ora il culto deve essere praticato altrettanto assiduamente, ma mantenendosi separati e a distanza.

3) La pratica cultuale non è più libera e volontaria, esposta solo a sanzioni di ordine spirituale, ma deve essere resa normativamente obbligatoria. La collusione fra religione e potere profano non è certo un fatto nuovo; del tutto nuovo è, però, che essa non riguardi più, come avveniva per le eresie, la professione dei dogmi, ma esclusivamente la celebrazione del culto. Il potere profano deve vegliare a che la liturgia della religione medica, che coincide ormai con l’intera vita, sia puntualmente osservata nei fatti. Che si tratti qui di una pratica cultuale e non di un’esigenza scientifica razionale è immediatamente evidente. La causa di mortalità di gran lunga più frequente nel nostro paese sono le malattie cardio-vascolari ed è noto che queste potrebbero diminuire se si praticasse una forma di vita più sana e se ci si attenesse a una alimentazione particolare. Ma a nessun medico era mai venuto in mente che questa forma di vita e di alimentazione, che essi consigliavano ai pazienti, diventasse oggetto di una normativa giuridica, che decretasse ex lege che cosa si deve mangiare e come si deve vivere, trasformando l’intera esistenza in un obbligo sanitario. Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche.
Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza. La Chiesa ha rinnegato puramente e semplicemente i suoi principi, dimenticando che il santo di cui l’attuale pontefice ha preso il nome abbracciava i lebbrosi, che una delle opere della misericordia era visitare gli ammalati, che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza. Il capitalismo per parte sua, pur con qualche protesta, ha accettato perdite di produttività che non aveva mai osato mettere in conto, probabilmente sperando di trovare più tardi un accordo con la nuova religione, che su questo punto sembra disposta a transigere.

4) La religione medica ha raccolto senza riserve dal cristianesimo l’istanza escatologica che quello aveva lasciato cadere. Già il capitalismo, secolarizzando il paradigma teologico della salvezza, aveva eliminato l’idea di una fine dei tempi, sostituendola con uno stato di crisi permanente, senza redenzione né fine. Krisis è in origine un concetto medico, che designava nel corpus ippocratico il momento in cui il medico decideva se il paziente sarebbe sopravvissuto alla malattia. I teologi hanno ripreso il termine per indicare il Giudizio finale che ha luogo nell’ultimo giorno. Se si osserva lo stato di eccezione che stiamo vivendo, si direbbe che la religione medica coniughi insieme la crisi perpetua del capitalismo con l’idea cristiana di un tempo ultimo, di un eschaton in cui la decisione estrema è sempre in corso e la fine viene insieme precipitata e dilazionata, nel tentativo incessante di poterla governare, senza però mai risolverla una volta per tutte. È la religione di un mondo che si sente alla fine e tuttavia non è in grado, come il medico ippocratico, di decidere se sopravviverà o morirà.

5) Come il capitalismo e a differenza del cristianesimo, la religione medica non offre prospettive di salvezza e di redenzione. Al contrario, la guarigione cui mira non può essere che provvisoria, dal momento che il Dio malvagio, il virus, non può essere eliminato una volta per tutte, anzi muta continuamente e assume sempre nuove forme, presumibilmente più rischiose. L’epidemia, come l’etimologia del termine suggerisce (demos è in greco il popolo come corpo politico e polemos epidemios è in Omero il nome della guerra civile) è innanzi tutto un concetto politico, che si appresta a diventare il nuovo terreno della politica – o della non-politica – mondiale. È possibile, anzi, che l’epidemia che stiamo vivendo sia la realizzazione della guerra civile mondiale che secondo i politologi più attenti ha preso il posto delle guerre mondiali tradizionali. Tutte le nazioni e tutti i popoli sono ora durevolmente in guerra con sé stessi, perché il nemico invisibile e inafferrabile con cui sono in lotta è dentro di noi.

Com’è avvenuto più volte nel corso della storia, i filosofi dovranno nuovamente entrare in conflitto con la religione, che non è più il cristianesimo, ma la scienza o quella parte di essa che ha assunto la forma di una religione. Non so se torneranno ad accendersi i roghi e dei libri verranno messi all’indice, ma certo il pensiero di coloro che continuano a cercare la verità e rifiutano la menzogna dominante sarà, come già sta accadendo sotto i nostri occhi, escluso e accusato di diffondere notizie (notizie, non idee, poiché la notizia è più importante della realtà!) false. Come in tutti i momenti di emergenza, vera o simulata, si vedranno nuovamente gli ignoranti calunniare i filosofi e le canaglie cercare di trarre profitto dalle sciagure che esse stesse hanno provocato. Tutto questo è già avvenuto e continuerà a avvenire, ma coloro che testimoniano per la verità non cesseranno di farlo, perché nessuno può testimoniare per il testimone.

2 maggio 2020

* Fonte: Quodlibet




PAPA BERGOGLIO E LA TEOLOGIA DEL POPOLO di Eos

Francesco è un sacerdote legato alla prassi politica ed alla pratica pastorale più che alla pura teologia ma nonostante questo ha solide basi teologiche. 

Il fondamento teorico che innerva la pratica del Pontefice è la teologia del popolo. Quest’ultima non va però identificata con la teologia della
liberazione latinoamericana. 

La teologia del popolo si basa anzitutto sulla Rerum Novarum di Leone XIII (1891), consolidata poi in altri documenti, come la Gaudium et spes di Paolo VI, ma è una prassi teologico-politica specificamente argentina. Il popolo, in tale concezione, è concepito non come popolo-classe (concetto caro alla teologia della liberazione), bensì come popolo-nazione depositario di un’identità metafisica più che etno-naturale. La teologia del popolo si definisce tramite il documento di San Miguel (1969) elaborato dalla Conferenza Episcopale argentina, che rielabora in senso critico ed oppositivo le indicazioni di Medellin della teologia della liberazione. La teologia del popolo argentina è in rottura con Yalta in tutte le sue manifestazioni (compresa dunque la teologia della liberazione): lo spirito di Yalta è per i teologi populisti l’antispirito in atto, ovvero supercapitalismo, materialismo e marxismo. Ispiratori della teologia del popolo sono Lucio Gera, Gerardo Farrel ed il gesuita Juan Carlos Scannone, uno dei punti di riferimento di Francesco. Peraltro questo sito se ha giustamente rilevato l’errore interpretativo, assai semplicistico e fuorviante, di identificare la politica globale di Francesco con la teologia della liberazione, non ha preso in considerazione la teologia del popolo della scuola argentina.

La teologia del popolo argentina teorizza l’anadialettica in senso differente dal Dussel. Alla base di tale visione del mondo e dell’uomo vi è l’annullamento della dialettica hegeliana Servo-padrone e della concezione storico-politica schmittiana. Non è il Nemico a definire l’identità dell’oppresso, non è la contrapposizione socio-politica di sostanza economicistica a scegliere destinalmente o ontologicamente infine la via dell’oppresso, ma la prassi della conversione etica (B. Lonergan). La missione del popolo è caratterizzata dal deposito di una trascendenza mitica e pre-razionale. La spiritualità “populista” si esprime attraverso la mediazione di manifestazioni liturgiche collettive, di cerimonie legate ai sacramenti, di riti frutto di una rivelazione sapienziale originaria. Il metodo del discernimento scientifico-filosofico, caro alla scuola gesuita, è finalizzato alla nuova

supremazia di una cultura mitica ed organicistica, comunitaristica e rituale, che superi tanto i dogmi neo-marxisti della teologia della liberazione quanto il supercapitalismo atomista (più che individuale) liberista disumanizzante e agnostico d’occidente. La teologia del popolo postula una visione antagonista alla globalizzazione dei mercati e della tecnocrazia, in nome di un universalismo non capitalista e solidaristico, in cui oppressi e oppressori scelgano consapevolmente la ecumenicità organicistica, scartando la fallimentare ipotesi dello scontro frontale e della reciproca distruzione.

In questa linea, l’Argentina presenta caratteristiche significative. Juan Domingo Peròn, presidente della Nazione dal 1946 al 1955, sviluppò, ben prima di Nasser e Gheddafi, la concezione della Terza Via universale oltre capitalismo e marxismo, vedendo in Yalta la tomba sionista mondiale dell’autodeterminazione popolare e democratica, Terza via la cui eco è tuttora profonda nel paese. Peròn aveva fondato la sua politica con il contatto mistico e “sovrannaturale” con il popolo, identificato con i ceti oppressi più poveri. La teologia del popolo rispetta essenzialmente l’adesione di gran parte del popolo argentino a tale movimento, senza per questo identificarsi totalmente con la teologia politica e sociale peronista. Sarebbe anche interessante considerare quanta mistica politica e civile di azione evitista (da Evita Peròn) vi sia nella teologia del popolo, ma questo non può essere qui e ora approfondito. Tale concezione è tuttora presente nella vita politica e culturale latinoamericana: il bolivarismo venezuelano, ad esempio, non sarebbe concepibile altrimenti. Più volte Chavez si definì Peronista. 

Papa Francesco è venuto per liberare gli ultimi esaltando la dignità della persona; egli ha guidato i lavori di redazione del documento finale della Conferenza di Aparecida (2007), momento significativo per l’affermazione della teologia del popolo. Lui stesso viene dal popolo ed ha sempre considerato il popolo al centro della pastorale, integrando la teologia di Blondel e Guardini, di cui egli è particolarmente debitore, con la visione spirituale del popolo e della comunità di Dostoevskij. Il pontefice considera centrale l’azione e la testimonianza personale, sviluppando la teoria del maestro Ismael Quiles. Il concetto di liberazione integrale dell’uomo, compreso il capitalista o il magnate di banca, è un pugno al cuore dell’individualismo e del materialismo delle società civili occidentali o occidentalizzate.


Papa Francesco non è un continuatore del precedente pontefice Ratzinger, che fu ancora fermo all’euroccidentalismo strategico di fronte ad una selvaggia globalizzazione, né tantomeno il papa di Soros, come predicano i sovranisti di destra. Egli ha scelto la via strategica Sud del mondo verso Sud del mondo, possibilmente con il Nord, a meno che nel Nord non prevalga la logica ipercapitalista dell’egoismo e della chiusura al mondo. Non è considerabile eretico, come sostengono taluni vaticanisti della destra conservatrice filoisraeliana islamofoba, a meno si voglia considerare eretico il Concilio Vaticano II o addirittura non si vogliano rimettere in discussione gli ultimi due secoli e mezzo di storia politica cattolica.


Nonostante Francesco abbia dato dimostrazione di essere l’unico statista “occidentale” che fustighi la demonia alienante e disumanizzante del capitalismo e del mercato che non fa che produrre “schiavitù spirituale….insoddisfazione e soprattutto tristezza….tristezza individualista che rende tutti schiavi” — Cfr. Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti del II incontro mondiale dei movimenti popolari; nonostante abbia dato in più casi dimostrazione di uno stile antiretorico e secco fondato sulla parresia, sul coraggio di essere piccoli di fronte alla logica plutocratica dei G8 o G7 e dei grandi della terra ; nonostante abbia ridicolizzato sul campo i vari leader europei od europeisti, come nel caso del 25 marzo 2017 quando il milione di fedeli di Bergoglio a Milano oscurarò e silenziò l’incontro della cupola europeista a Roma e Francesco, di recente, si sia saggiamente ben guardato dal condannare la Brexit fornendole un significativo avvallo; noi non crediamo, nonostante tutto questo, si possa parlare, almeno sino ad ora, di un Governo rivoluzionario a Roma. 

Francesco, eccelso statista globale, sicuramente il più saggio e equilibrato in Occidente, non ha saputo adeguatamente opporsi al genocidio di umili e oppressi in Medio Oriente; il connubio, per quanto fortuito e tattico, tra fanatici terroristi takfiriti [1] anticristiani e Sionisti ha prodotto macerie e sangue cristiano come all’epoca dei martiri protocristiani. Francesco ha fatto l’apologia del migrante, arrivando su questo tema all’ossessione ed alla nausea ma si è ben guardato dal fare concretamente e simbolicamente degli oppressi cristiani di Gaza o di Maalula il cuore e l’asse della Resistenza globale all’oppressione imperialista e capitalista del Nord plutocratico del pianeta. Viceversa, come nel recente indirizzo dato ai fedeli nel corso della santa giornata del santo Stefano, egli continua a indicare nel martire protocristiano il simbolo e il prototipo stesso, l’alfa e l’omega del cristianesimo. 

Questo lo scacco del bergoglismo. Lo scacco di una linea rossa che nell’intero occidente sionista non si può superare e trascendere anche quando innervati e animati dalla più pura e alitante volontà morale. 

NOTE

[1] Il takfirismo è la “accusa di miscredenza” (sorta tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo) che alcuni musulmani puritani e intrasingenti rivolgono anzitutto ad altri musulmani.  Il termine si basa sulla pretesa di bollare un musulmano sunnita o sciita di “empietà massima” e “apostasia”. Il takfirismo viene spesso, a torto, equiparato al jihadismo. In verità non tutti i musulmani che seguono il Jihad possono essere definiti takfiriti (ad esempio al-Qaida). Non c’è dubbio che il takfirismo è l’elemento ideologico e identitario caratterizza oggi giorno lo Stato Islamico.




PERCHÉ NON SONO ISLAMOFOBA DI M. Micaela Bartolucci

[venerdì 2 agosto 2019]

Intanto c’è un malinteso linguistico da sfatare, il suffisso fobo viene dal tema greco ϕοβέομαι che vuol dire temere, ora io non temo l’Islam, quindi definirmi islamofoba, non ha senso, seconda precisazione, l’Islam non esiste, ovvero non si può parlarne come fosse un monolite religioso, nei secoli si sono originate diverse tendenze, scuole filosofiche, correnti (sunniti, ibaditi, sciiti, sufi…), non avendo le cognizioni necessarie per scrivere un trattato sul tema, posso solo invitarvi alla lettura di alcuni testi che potrebbero esservi utili per informarvi a riguardo, né, malgrado gli esami che ho dato sull’argomento e la lettura del Corano in arabo classico, ho voglia di redigere un’esegesi.

Vogli fare un discorso da bar, di quelli da far accapponare la pelle a tutti gli “intellettuali” che leggessero questo pezzo, voglio trasmettere la percezione di una donna occidentale, madre ed impegnata politicamente, di Questo Islam, dell’Islam che vediamo nelle nostre strade, nei quartieri periferici delle grandi città, nelle nostre scuole e dichiarare che 2,6 milioni di musulmani in Italia, cioè più del 4% della popolazione, tenendo conto che si parla solo di quelli regolari, sono una cifra enorme.

Io abito in un quartiere proletario, non periferico, di una città operaia, quando sono arrivata qui, dieci anni fa, sebbene ci fosse qualche straniero, islamico o meno, la situazione era piuttosto tranquilla, di convivenza pacifica, ebbene, nel corso degli anni, ci sono stati cambiamenti evidenti: hanno aperto una sorta di moschea, sono iniziate a circolare moltissime velate, non in senso raffaellesco del termine, hanno iniziato a palesarsi barbuti soggetti vestiti di nero. Niente di grave, direte voi, manco per niente, rispondo io.

Io non sono una giovin ninfetta, pur tuttavia mi aggrada portare vestiti scollati o/e corti in estate, jeans attillati ed altri normalissimi capi d’abbigliamento, orbene l’essere squadrata da quei soggetti sopra citati, mi infastidisce di molto, mi disturba non lo sguardo ma il torvo nello sguardo che, istintivamente, mi determina a ricambiarlo. Ogni volta che mi sono recata in un paese islamico, ho avuto gran cura di rispettare le regole che in esso vigono e non mi sono mai sognata né di avere un abbigliamento inappropiato al luogo, né di squadrare nessuno per strada.

Ora, una breve parentesi sul velo, nel Corano c’è una sola Surat in cui si raccomanda l’uso del velo, molto simile a quello in voga nella religione cattolica, la numero XXIV, in cui si raccomanda di entrare in moschea per pregare, coprendo gli ornamenti, cioè orecchini e collane, perché lì tutte le donne sono uguali, per altro raccomanda pure di non battere i piedi da cui l’aberrante costrizione, imposta, per esempio da alcuni fondamentalisti scriteriati, tra cui quelli afgani, alle donne, di camminare senza far rumore! Questo velo ha un senso logico ma il Burqa? A chi mi tira in ballo la cultura o ancor peggio il multiculturalismo, ribatto che intanto il concetto di tradizione è diverso da quello di cultura, inoltre, spesso accade che certe tradizioni tribali siano impensabili in occidente e viceversa, le spose bambine, il concetto di bambino come essere non perfetto, la Id-al-adha (giornata del sacrificio) o l’infibulazione…Io sono occidentale e voglio morire tale, credo nella lotta delle giovani donne dell’Arabia Saudita per emanciparsi dalla totale sottomissione all’uomo, credo nella voglia di liberarsi da costrizioni che reputano assurde, ho creduto alle lotte per la parità di genere che le donne hanno portano e portano avanti, dovunque sia. La libertà di scelta non è uno slogan, è un diritto fondamentale, ma per scegliere è necessario poter conoscere, essere informati adeguatamente, il parallelismo è facile, la scienza che diventa dogma è fede, la fede che diventa imposizione è costrizione, se poi la costrizione viene esercitata da un gruppo su un altro, allora siamo di fronte alla coercizione, al non rispetto dell’individuo, alla scomparsa dell’uguaglianza. Io non faccio politica per vivere in un mondo così, mi sono educata, sono cresciuta ed ho cresciuto i miei figli con altri concetti etici e nessun islamico, con la sua fede cieca, mi farà cambiare idea.

Ci sono delle nozioni chiave che devono essere almeno sfiorate, se non analizzate, il primo è quello di tolleranza: tollerare cioè sopportare, se estendiamo semanticamente il termine, dall’ambito medico a quello sociale, esso non diventa, automaticamente, ambivalente, nel momento in cui vai, liberamente, a vivere in un altro paese, ne devi conoscere e rispettare almeno le norme comportamentali, giuridiche e sociali, ovvero devi adeguare il tuo comportamento a quelle norme, non può, in nessun modo essere il contrario. Potrei anche aggiungere che la tolleranza non è proprio un concetto così sviluppato nell’Islam sunnita, specie quello salafita che è quello più diffuso in paesi come l’Arabia Saudita, un esempio di stato all’avanguardia nel rispetto dei diritti umani!!!

L’altra idea da analizzare è quella di cultura legata al rispetto ed alla tolleranza per culture diverse che però non può e non deve, in alcun modo, diventare un alibi per una regressione etica che ci porti a tradire i principi fondamentali della nostra cultura, altrimenti si chiama capitolazione e sarebbe la fine dell’Occidente.

Il multiculturalismo! Questa è la parola magica che riempie la bocca di sinistri soggetti, allora, il multiculturalismo si ha in presenza di cultura, è uno scambio tra diverse culture, scambio e non appiattimento o sottomissione! Io non ho nulla da poter scambiare con Questo Islam, con una certa spocchia, né borghese, né intellettuale, affermo che nella maggior parte di costoro non c’è traccia di alcuna cultura e perfino le tradizioni son ben lontane, non tanto perché siano o meno analfabeti, moltissime donne ahimè lo sono, ma perché vengono da periferie allucinanti, da contesti sociali inverosimili, senza una traccia seppur minima di una qualche forma di coscienza sociale o civile. Allora di quale multiculturalismo andate farneticando? Forse vi riferite ad un Islam teorico, quello di molti centri di nobili paesi, quello storico del pensiero filosofico, il problema è che nelle periferie delle nostre città non v’è traccia di tutto questo tesoro intellettuale, c’è il cipiglio di chi ti giudica inferiore, c’è l’arroganza di chi odia le tue libertà, il tuo pensiero, il tuo modo di vivere; per costoro siamo solo degli impuri, non so se è chiaro al di là della favola a cui avete deciso di credere.
Per chi volesse approfondire, sull’Islam:

Alberto Ventura, L’esoterismo islamico, Adelphi
Henry Corbin, Storia della filosofia islamica. Dalle origini ai giorni nostri, Adelphi
L’immaginazione creatrice. Le radici del sufismo, Laterza
Seyyed Hosein Nasr, L’Islam tradizionale nel mondo moderno, Casadeilibri
Scienza e civiltà nell’Islam, Feltrinelli
Sul rapporto tra Europa ed Islam:
Bernard Lewis, Europa barbara e infedele, Mondadori
Franco Cardini, Europa e Islam, storia di un malinteso, Editori Laterza

Sul rapporto tra donne, occidente ed Islam:

Fathia Agag-Boudjahlat, Le grand détournement, Les édition du cerf




LA STRATEGIA DI PUTIN di F.S.

[ martedì 2 luglio 2019 ]

“Vivremo finché vivrà la nostra causa, finché vivranno i nostri ideali…”.

Vladimir Putin, Financial Times

Secondo Francesco Maria Toscano Putin decreta la fine del mondo liberale; l’intervista rilasciata al Financial Times avrebbe perciò “carattere epocale”. Per Toscano l’analisi di Putin, basata sulla strategia antiliberale, ricalcherebbe la via tracciata da Dughin, teorico della “Quarta teoria politica”. Per Leonid Bershidsky, viceversa, l’antiliberalismo putiniano affonderebbe il suo gene originario nella storica tradizione conservatrice dell’arte di governo russa. Lo stesso Dragosei, sul Corriere della Sera del 29 giugno 2019, sostiene che la Russia avrebbe conosciuto solo parvenze di vero e proprio liberalismo nella sua storia: ai tempi della rivoluzione del 1905 e negli anni del governo Elstin dopo lo scioglimento dell’Urss. Per Putin, come per la stragrande maggioranza dei russi, quest’ultimo periodo è indissolubilmente legato allo sfacelo del paese, con la diaspora russa e la rapina oligarchica liberista dei tesori di stato — “Una delle più grandi tragedie del secolo” secondo lo stesso Putin. Che il liberalismo sia stato, nel conflitto interimperialista che va da fine ‘800 ai nostri giorni, e nella logica geoeconomica stessa dello scambio ineguale, lo strumento ideologico e la storytelling con cui la frazione liberal dell’Occidente si è imposta a livello planetario pare ormai fuori discussione. E ciò con il portato di razzismo soft e imperialismo che ha caratterizzato e caratterizza la superpotenza statunitense.

Tornando alla questione dell’antiliberalismo putiniano, in realtà la realpolitik putinista è quanto mai distante dalla declinazione ideologica della visione di Heidegger e della rivoluzione conservatrice tedesca proposta da Dughin, essendo un tentativo di sintesi tra una cultura di governo imperiale di sostanza tardo sovietica e una concezione del mondo appartenente ad un filone ben preciso della destra nazionale russa, che è quella di Berdjaev e Solzenicyn. 


Quest’ultimo in più casi è stato definito da Putin il suo “padre spirituale” e tale milieu culturale, che si può considerare basato sul principio di una cultura cristiano-ortodossa fortemente politicizzata e modernizzata, è oggi ben rappresentato in Russia dalla
Tikhon, vescovo di Egor’evsk, vicario del patriarca Kirill e Putin

carismatica figura del metropolita di Pskov Tikhon per il quale la rivoluzione bolscevica sarebbe stata, almeno agli inizi, una sovversione russofoba guidata da una élite ebraica occidentalizzante e per il quale il primo avversario strategico della Russia putiniana non è affatto l’Islam ma l’ecumenismo di Roma e dell’ebraismo che mirerebbero a conquistare l’ecumene politico spirituale ortodossa, come i recenti fatti concernenti l’autocefalo scissionista Patriarcato di Kiev peraltro attesterebbero. 


Putin lancia, nell’intervista al “Financial Times”, un profondo messaggio all’Occidente che è sfuggito agli analisti; lo statista russo definisce infatti Pietro il Grande il suo modello di governatore. Apparentemente sembra prendere così le distanze dalla destra imperial-bizantina ed antioccidentale tikhonita, che ha sempre visto il petrismo “prebolscevico” come fumo negli occhi. Ma Putin, da politico pragmatico, rivolgendosi all’Occidente afferma a chiare lettere di essere il continuatore di Pietro, il modernizzatore rivoluzionario e conservatore al passo con lo “spirito del tempo” e non della tarda élite sovietica, ingabbiata in un immobilismo conservativistico fondato sulla mera stabilità giuridica e poliziesca. Putin ribadisce che la Russia parteciperà su tutta la linea alle sfide strategiche del futuro prossimo, dall’IA alle nuove tecnologie militari. Non è pero in discussione la linea neo-bizantina basata sul concetto di Stato potenza imperiale

Non a caso tutto incentrato sulla Lezione di Bisanzio è il grande insegnamento politico del “metropolita di Putin”. Alla fine di gennaio 2008 il canale di stato russo mandò in onda per la Federazione tutta, per volontà diretta di Putin, il documentario dell’allora archimandrita Tikhon: 
«La caduta di un impero. La lezione di Bisanzio». Il messaggio politico del consigliere spirituale del presidente russo, traendo spunto dalla fine dell’Impero romano d’Oriente, era assai chiaro: il nemico politico della santa Russia o Terza Roma non è ad Oriente ma si trova ad Occidente. La terza Roma non avrebbe perciò dovuto ripetere l’errore strategico della seconda Roma, ossia volgersi con volontà imitativa ed infantile alle mode politiche e sociali occidentali. Tali mode politiche sarebbero rappresentate dal liberalismo, dal capitalismo casinò privatistico ed anticomunitario, dalla dittatura culturale e amorale Lgtb — che Putin ha anche di recente definito satanocratica e quintessenza dell’europeismo arcobaleno — e così di seguito. Da Occidente sarebbe arrivato il definitivo tentativo della sovversione globale russofoba o della nuova Rivoluzione colorata contro il Cremlino, avvertiva Tikhon più di dieci anni fa. Il metropolita di Pskov, che ha fortemente criticato nel settembre 2017 l’indifferenza del Patriarca Kirill nel corso delle proiezioni del film “Matilda” che avrebbero messo in cattiva luce “San Nicola lo Zar” (1868-1918), vide nel 2016 nell’incontro tra Papa Francesco e Kirill un esempio di linea “nikodimica”. 

Nikodim Rotov
Il nikodimismo prende il nome dal metropolita Nikodim Rotov, che misteriosamente passò a miglior vita proprio nel corso di un’udienza con Giovanni Paolo I nel 1978. Nikodim avviò una politica di collaborazione con Roma e con il Gran Rabbinato israeliano in epoca krusheviana sovietica.

Nikodimismo, nel lessico politico della destra imperialista neo-bizantina, significa perciò non ortodossia o vera e propria eresia in quanto l’essenza della teologia patristica sarebbe appunto anti-ecumenista ed antigiudaica. Gli antinikodimisti evocano lo spirito dell’Anticristo, che avanzerebbe mediante sionismo, ecumenismo, europeismo occidentale per il quale laicismo non significa legittima separazione tra sfera religiosa e politica, che lo stesso tikhonismo rivendica per la Russia, ma soppressione di ogni anelito spirituale e sacrale. 

Circa un mese dopo l’incontro cubano tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill del 12 febbraio 2016, la frazione maggioritaria del Patriarcato di Mosca emanò un «Messaggio dei cittadini ortodossi russi agli organi di potere statale e alla gerarchia ecclesiastica con la richiesta di ripristinare legge e ordine». Il messaggio, di evidente ispirazione tikhonita, attaccò frontalmente la dichiarazione congiunta siglata dal Patriarca di Mosca e dal Papa durante l’incontro a L’Avana, in quanto non avrebbe rispettato il vero insegnamento ortodosso e sarebbe stata una apologia dell’eresia ecumenista, progettata per legittimare il movimento ecumenico al Sinodo pan-ortodosso che si sarebbe tenuto mesi dopo a Creta. L’attacco fu poi apertamente diretto contro Kirill, colpevole di aver firmato a nome di tutta la Chiesa ortodossa, di cui si sarebbe illegittimamente appropriato, una dichiarazione con il capo del Vaticano, riconoscendo di fatto una sorta di uguaglianza canonica con il Pontefice e delegittimando perciò stesso la definizione, di origine patristica, del “papismo” come eresia. 

Va comunque precisato che ogni paragone di presunta affinità ideologica tra la prassi politica reazionaria e antimodernista di un K.P. Pobedonoscev (1827-1907) e il tikhonismo sarebbe fuori luogo. Il metropolita Tikhon non è infatti un reazionario né uno zarista stricto sensu. Per quanto anti-bolscevico che rivendica la storia di martirio e sofferenza dell’Ortodossia panrussa nel corso del XX secolo, egli, da buon realista, coglie nelle sue analisi i limiti strategici e politici del monarchismo zarista. Tikhon è infatti un bizantino moderno, che comprende la necessità di una dottrina strategica e di una prassi politica basata sulla tutela di un grande blocco imperiale di radice panrussista. 

Putin si è sempre mosso, con saggia circospezione e prudenza, ricalcando questa visione politica e geopolitica di natura modernistico-bizantina tikhonita, non quella tutto sommato occidentalistica e germanofila, oltre che profondamente impolitica, di Dughin. 

La democrazia sovrana tikhonita ha un ispiratore nell’imperatore bizantino Basilio II (958-1025), colui che realizzò il potere verticale e organico colpendo ribelli sovversivi e oligarchi accumulatori. Tikhon ama ripetere la frase di Alessandro II (1818-1881) che recita che «governare la Russia è molto facile, ma inutile»: ciò sottintende che il destino della Russia sarebbe nelle mani della “santa Vergine” e poco possono fare gli uomini al riguardo. 

Lo stesso Solzenicyn stupì l’Occidente nel corso di una pubblica conferenza americana affermando: «Signori, la madre di Dio ha nel cuore la santa Russia» e concludendo così una sessione universitaria, che doveva durare almeno due ore… A differenza di Solzenicyn, lo starec solitario premiato da Putin con la croce di S. Andrea, il metropolita di Pskov è stato però capace di tradurre in realismo politico la visione del mondo basata sulla centralità assoluta della ”idea Russa”. L’organicismo antiliberale e democratico-ortodosso di Tikhon, piaccia o meno, si è inverato come mito politico del putinismo di governo. Nella concezione tikhonita, la riconquista ortodossa di Gerusalemme è un programma politico-strategico, da sviluppare diplomaticamente, come è ovvio, non militarmente, ma tale simbolicamente rimane. La visione del metropolita, tenuta in buona considerazione dal presidente, chiama alla battaglia per la sopravvivenza strategica panrussa con l’Occidente, anche cattolico, ed Israele, molto più che con l’Islam, che è ormai una componente fondamentale della Federazione. E’ un mito politico, potenzialmente universalistico, assai più adeguato dunque alla nuova fase strategica e al conflitto imperialistico globale del tradizionalismo metafisico ed impolitico di Dughin. La chiave di volta per la comprensione della geopolitica e della storia contemporanea risiede soprattutto sul fatto che — quelle che seguono sono sue parole — 

«l’odio vendicativo dell’Occidente nei confronti di Bisanzio e dei suoi eredi… continua tuttora. Senza capire questo stupefacente ma indubbio fatto politico, rischiamo di non capire molte cose della storia passata e contemporanea».

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L’ISLAM CHE SALVA IL CRISTIANESIMO di Eos

[ martedì 25 giugno 2019 ]


Soldati di Hezbollah pregano nella chiesa cristiana
dopo la liberazione di Ma’loula, in Syria, 15 luglio 2017


Il notevole articolo, di alto spessore storico-politico, di Andrea Riccardi — Il Mediterraneo del papa: dialogo, pace, convivenza —, già tra le altre cariche fondatore della “Comunità di San Egidio” e ministro per la cooperazione e l’integrazione nel Governo Monti, sviluppa due concetti, di netta sostanza geopolitica, di stringente importanza. 

Il primo è il saggio riconoscimento dell’identità spiritualmente non mediterranea della tradizione cattolico-romana. Il cattolicesimo fu da sempre “minoranza nel Sud” mediterraneo, salvo i maroniti, fulcro dello Stato libanese dal 1920; il cattolicesimo del Nord del Mediterraneo è stato estraneo alla vicende della riva Sud. 
La quintessenza politica del grande cattolicesimo tradizionale fu perciò quella, almeno sino alla metà dello scorso secolo, che l’ecumene del Sacro romano impero aveva incarnato, in modo ora più ora meno conforme all’intentio (per usare un termine scolastico) del Pontefice di turno. La caduta dell’impero asburgico fu in tal senso, per Roma cattolica, un trauma anche superiore all’affermazione del “nazionalismo” a trazione mediterranea del partito di Camillo Benso conte di Cavour. 

Il secondo importante concetto è che Riccardi vede una svolta nella strategia storica apertasi con il Concilio vaticano II: la Chiesa maturerebbe una visione mediterranea all’insegna dell’ecumenismo e dell’incontro con le altre religioni. Gli attori sarebbero i Papi: Giovanni XXIII, che visse a lungo a Istanbul, Paolo VI, che aprì al dialogo con islam e ebraismo, Giovanni Paolo II e infine Papa Francesco, che non solo ha ricevuto Peres e Abbas, ma ha anche cercato interlocutori islamici credibili come il grande imam di Al Azhar Al Tayyeb, con cui ha firmato nel febbraio scorso ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. 

Ritengo che se il primo concetto espresso da Riccardi colga assolutamente nel segno, il secondo meriti delle precisazioni. Mi sono già occupato della questione in questo blog QUI, e QUI

In sostanza, con il Concilio vaticano II non vi fu nessuna svolta mediterranea. L’ideale strategico del cattolicesimo “progressista” fu il medesimo praticato in secoli di storia politica, fu perciò l’ideale che ho definito euroccidentalismo allargato, per evidenti ragioni, al mondo americano. Philippe Chenaux, D. Menozzi e lo stesso Riccardi, meglio di ogni altro, con dovizia di fonti e dati, hanno mostrato nei loro studi la strategia intimamente europeistica e occidentalistica di tutti i Papi conciliari (Ratzinger compreso). Non stupisce quindi che il riferimento mediterraneista del cattolicesimo conciliare sia, per Riccardi, Giorgio La Pira — il sindaco di Firenze così importante non solo nella propagazione di un concetto teologicamente ambiguo e addirittura errato come quello di “giudeo-cristianesimo” quale progenie spirituale dell’occidente intero ma addirittura, per quanto ecumenista di certo non arabofobo, evidentemente sionista su basi metafisiche e religiose (Cfr. Ritornare a Israele. Giorgio La Pira, gli ebrei, la Terra Santa, a cura di Maria Chiara Rioli, Edizioni della Normale). 

Non può allora nemmeno stupire che migliaia e migliaia di cattolici mediorientali abbiano sostituito i ritratti di Vladimir Putin, Bashar Asad e del Patriarca Kirill a quelli tradizionali dei Papi cattolici. Sbaglia, Riccardi, a identificare nell’islamofobia la visione e la prassi di una sempre più nutrita schiera di cristiani (ortodossi o cattolici o di altra confessione) mediterranei e mediorientali che, come nota nel suo articolo, va prendendo le distanze dal Vaticano. 

La presa di distanza dal Vaticano è la presa di distanza da una potenza politica globale, quale è quella guidata da Papa Francesco, che questi “fratelli traditi e oppressi” (come li definisce Gian Micalessin) vedono quasi totalmente collusa, ancor prima ed ancor più che con l’Islam radicale sunnita contro cui si battono, con l’Occidente e con i sionisti. 

Probabilmente sbagliano; sicuramente esagerano; ma vi è qualcosa, o forse molto, che non quadra nella strategia mediterranea di Papa Francesco se coloro ai quali ci si vorrebbe primariamente rivolgere finiscono per rispedire al mittente il messaggio. Sbaglia, Riccardi: i cristiani mediorientali non sono sciocchi né carne da macello per la politica imperialista occidentale. 

I cristiani del Mediterraneo sanno bene che c’è un Islam che salva il cristianesimo. E’ l’Islam dell’Hezbollah: i soldati del “partito di Dio” ovunque arrivino a liberare monasteri e chiese, dove in molti casi si parla ancora l’aramaico, issano la bandiera gialla e verde del movimento sciita. Nel Vicino Oriente quella bandiera ha un solo universale significato: resistenza totale all’imperialismo sionista.

Per il Patriarca della Chiesa ortodossa russa
Kirill quella siriana è una “guerra santa”

 

Ma non è solo l’Islam del “partito di Dio” che accorre a salvare il cristianesimo. E’ anche l’Islam del generale persiano Qassem Soleimani, e tutti i cristiani del Vicino Oriente ben sanno che un numero assai elevato di giovani volontari iraniani e pasdaran, prima dell’intervento russo, andarono in Siria a morire non solo per difendere sciiti e alawiti, ma anche i cristiani. E’l’Islam di Mamhud Ahmadinejad che a ogni sacra ricorrenza cristiana si reca devotamente nella chiesa cattolica di Tehran.

Di fronte a tutto questo tornano in mente le parole del Goethe, il genio geopolitico e geospirituale che ci ha lasciato il Divano occidentale-orientale, secondo cui gli ultimi fedeli cristiani rimasti sulla terra avrebbero spiritualmente militato sotto le insegne di Muhammad e avrebbero recitato il “tawhid”


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I CATTOLICI E L’IMMIGRAZIONE

[ 26 settembre 2018 ]

Che malgrado le dure accuse contro le crescenti ingiustizie causate dall’economia liberista ci sia una sostanziale convergenza tra il cosmpolitismo dell’élite e l’universalismo teologico della Chiesa romana, santa e apostolica, è fin troppo evidente. Lo si vede su due questioni, apparentemente non correlate fra loro: avanti con l’Unione europea e sostegno all’immigrazione di massa. Su entrambi le questioni, ma sull’immigrazione anzitutto, dentro la Chiesa avviene lo stesso divorzio che nella società civile c’è tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra cittadini ed élite. Lo dimostra l’inchiesta di cui ci parla il sociologo Preiti. E si capisce dunque l’astuzia di Salvini, ovvero il nesso tra una certa xenofobia e l’ostentazione del rosario, quindi la fede cattolica come elemento di identità nazionale.

*  *  *
LE RADICI CATTOLICHE DEL POPULISMO
di Antonio Preiti

Chi vuole vincere sui populisti deve (ri)conquistare il popolo cattolico, sia in Europa che, soprattutto, in Italia. Perché quest’affermazione che sembra quasi apodittica? Tutta la vicenda gira attorno alla questione immigrazione: il tema che fa vincere Salvini e, seppure in maniera meno diretta e con qualche contraccolpo, il Movimento 5 Stelle.

Perché è proprio il popolo cattolico ad essere cruciale per l’orientamento generale del paese? Qui per popolo cattolico (lo vedremo meglio) non s’intende la gerarchia ecclesiastica, o l’intellighenzia cattolica, o quel 3-4 % che concepisce la politica come terreno di affermazione della visione cattolica della vita. S’intende, piuttosto, la gente che si auto-definisce cattolica, senza andare per forza in Chiesa tutte le domeniche o essere praticante. La questione dell’immigrazione si condensa nel mondo cattolico “tradizionale”, come prima inteso, e fa esplodere il tema dell’identità e, in vario modo, la contestazione delle élite.

Ma andiamo con ordine. Se si scava nell’infinità dei dati dell’indagine condotta da Pew Research (autorevolissima fondazione americana molto attiva sui temi sociali) dedicata al peso della religione nei paesi europei (Being Christian in Western Europe) si scoprono molte cose decisive sul nostro paese. Vediamone alcune.

Alla domanda se sia necessario ridurre i livelli di immigrazione in Europa, il 38% degli europei risponde: “Sì, è necessario”. E fin qui nulla di sconvolgente. La storia comincia a farsi interessante quando si scopre che lo stesso parere viene espresso dal 52% degli italiani, addirittura il 14% in più rispetto alla media europea. Ma scaviamo ancora un po’, e scopriamo che tra quanti si definiscono cattolici praticanti, in Italia, la percentuale sale ancora: siamo al 63%.

Ricapitoliamo. In Italia, a pensare che sia necessario ridurre l’immigrazione è il 63% dei cattolici praticanti, il 51% dei cattolici non praticanti, e il 36% di quanti non seguono una religione.

Andiamo avanti ed arriviamo alla questione identità religiosa, che si traduce in questione d’identità nazionale. Vediamo ancora, allora. Alla domanda se l’Islam sia incompatibile con la cultura e i valori del proprio Paese, il 42% degli europei è convinto dell’incompatibilità. I più persuasi sono i finlandesi, ma subito ci sono gli italiani con il 53%. Ma non basta: tra i praticanti cattolici la quota sale al 63%, mentre scende al 29% tra quanti non professano alcuna religione. Per i cattolici non praticanti si risale al 51%. Si tratta di un risultato, a suo modo, clamoroso.

Passiamo allora alla questione identità, dove il nodo si stringe. Sul fatto che sia molto importante, per mantenere una identità nazionale, avere origini della stessa nazione (family background), è d’accordo la maggioranza degli europei, con il 53%. In Italia, coloro convinti del fatto che avere origini italiane sia necessario per la salvaguardia dell’identità italiana tocca la cifra record del 75 %. In questo, l’Italia è superata solo dal Portogallo. Se tre quarti sembrano pochi, si tocca l’81% fra i cattolici praticanti.

Vediamo l’ultimo (o quasi) insieme di dati, che riguarda ancora l’identità, valutata nell’ambito della sfera quotidiana: nel linguaggio delle ricerche sociali, la si definisce domanda-verità ed è mirata a verificare le risposte precedenti. “Vorreste un musulmano in famiglia?”, si chiede senza mezzi termini nel questionario. Qui la distinzione tra cattolici e protestanti europei diventa notevole: fra i cattolici un musulmano in casa non sarebbe voluto dal 34%, mentre tra i protestanti si scende al 19%. Ma, ecco la sorpresa, fra i cattolici italiani (sommati praticanti e non), si arriva alla cifra record del 48%.

Affondiamo, ancora, al cuore della percezione identitaria e della sua (quasi) coincidenza con l’identità religiosa. Alla domanda se a causa della presenza musulmana le persone si sentano a disagio (feel like a stranger in my own country), in Europa risponde “sì” il 20% dei protestanti e il 27% dei cattolici, mentre in Italia si arriva al 35% dei cattolici.

Questa paura di perdita dell’identità sul piano religioso si sposa con un’altra asimmetria, ugualmente importante, tra identità nazionale ed identità europea. In media, l’85 % della popolazione europea è fiera della sua identità nazionale (national pride). Rispetto a questo dato, l’Italia non si discosta di molto dal dato europeo: l’84 % degli italiani è fiero della propria identità. In sostanza, non siamo ideologicamente più nazionalisti degli altri.

Quando si parla di identità europea, le cose però cambiano. Gli europei fieri dell’identità europea (dato distinto dal giudizio che, invece, si può avere delle istituzioni UE) rappresentano il 77%; in Italia, la fierezza di essere europei (European pride) si ferma al 64%, perciò 13 punti in meno rispetto alla media. Guardando agli altri paesi, chi è leggermente meno fiero dell’Europa sono inglesi e gli svizzeri (entrambi al 62%) e poi nessun altro: siamo fanalino di coda.

Si dirà che, in generale, l’appartenenza religiosa è in caduta libera, ma questo è vero solo in parte. Ci sono solo tre paesi che hanno visto crollare il dato: Olanda, Norvegia e Belgio. In quest’ultimo paese, l’83% è nato cristiano (ossia, in una famiglia di orientamento cristiano, con educazione e riferimenti religiosi cristiani) e, tra questi, si definisce ancora tale il 55%, con una perdita netta pari a 28 punti. Ma quali sono i paesi dove la perdita è stata minima? Austria (-5%) e Italia (-7%). E in Italia, come in Austria, l’80% della popolazione si definisce cristiano. E il 47% si dice praticante o non praticante, ma nettamente orientato dalla religione. Non parliamo perciò di una minoranza.

La questione diventa affascinante, almeno nello stabilire il verso del nesso causale: è il cattolicesimo “popolare”, cioè come cultura diffusa, ad alimentare il sentimento anti-immigrazione? Oppure questi movimenti sono innescati, accesi, provocati dalla politica, che ne solletica i sentimenti più arcani? Difficile stabilirlo, almeno in termini scientifici. Poi ognuno ha la sua opinione. Altrettanto difficile è stabilire se l’immigrazione, al di là della sua importanza specifica, non rappresenti il “pretesto” per una difesa identitaria generale, che coinvolge stili di vita, decisioni dei governi. Si contesta, dunque, una visione del mondo che mette i valori tradizionali e “popolari” fra le cose inutili e insignificanti. Imparate a riconoscere i vostri santi, sembrerebbero dire.

Un punto è certo: il sentimento populista ha radici forti all’interno della società italiana. La chiave di volta sta forse nel comprendere quanto questo sentimento sia frutto della libertà di poter affermare la propria visione della vita, e quanto invece sia negazione imposta agli altri di poter affermare i propri valori. Linea di confine difficile da tracciare, ma unica perseguibile con successo.





IL ROSARIO, SALVINI E CREMASCHI di Sandokan

[ 14 luglio 2018 ]

Lontani sono i tempi di Bossi e della cerimonia pagana e padana dello svuotamento dell’ampolla contenente l’acqua del Po. Matteo Salvini, ben sapendo come funziona la “società dello spettacolo”, ha concluso il suo comizio di Pontida brandendo il rosario e su quello facendo solenne giuramento. Un gesto plateale, una banalizzazione del sacro, che aveva già compiuto a Milano, a chiusura della campagna elettorale. Si è guardato bene, questa volta, dal fare autogol, a non ostentare il Vangelo. Ciò non è accaduto per caso. Non sono stati pochi gli esponenti cattolici i quali, per condannare la sua politica sull’immigrazione, gli hanno fatto notare quanto è scritto in Matteo 25,35.43: “Ero straniero e mi avete accolto”.

Che Salvini, con questi gesti simbolici, voglia accattivarsi il consenso dei settori cattolici tradizionalisti ci pare evidente. Il tempo ci dirà se egli si senta davvero vicino alla corrente antimodernista che viene avanti da Pio X in poi. I seguaci di Lefebvre potrebbero suggerire al leader leghista una frase di Pietro il quale, convinto che i cristiani fossero gli ebrei più conseguenti, contraddice quella di Matteo: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).

Ma non è di disquisizioni ecclesiologiche che ci vogliamo occupare bensì delle reazioni che il gesto simbolico di Salvini ha suscitato in certa sinistra. Quella scolpita il 2 luglio scorso nella sua pagina Facebook da Giorgio Cremaschi è rivelatrice.
La riportiamo per intero.

«VIA LA RELIGIONE DALLA POLITICA, VIA LA POLITICA DALLA RELIGIONE 

I leghisti sono i talebani italiani.
Salvini ha esibito il Rosario al suo comizio come un fanatico islamista avrebbe potuto fare con il Corano. Gli integralismi religiosi sono tutti eguali e crociate e guerre sante sono spinte dalla stessa aria fetida reazionaria.

La signora ridente di questa foto, che vuol cacciare dall’Italia chiunque non accetti il il dominio del suo Crocifisso, cioè non solo chi segue un’altra religione ma ogni persona laica e libera, questa signora leghista manifesta una regressione umana profonda. Ed il leader di di questa regressione umana è Matteo Salvini che benedice la sua folla con il Rosario.
Vandea, sanfedismo, clerico fascismo, dalla rivoluzione francese ad oggi queste parole definiscono tutti quei movimenti che si sono opposti ad ogni reale progresso del genere umano, facendo un uso distorto e barbaro della religione. I reazionari si appropriano di Dio per alimentare la stupidità di molti e difendere gli sporchi interessi di pochi.
Niente di nuovo a Pontida, è il periodico ritorno della barbarie reazionaria, che abbiamo sconfitto nel passato e che sconfiggeremo di nuovo.
Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione».

 “Leghisti talebani”, “Salvini come un fanatico islamista”, “Salvini leader della regressione umana”, “sanfedismo e ritorno della barbarie reazionaria” 
Qual è il senso delle furiose contumelie cremaschiane?
Anche volendo sorvolare sull’intonazione smaccatamente islamofoba (col che Borghezio ringrazia!) si tratta di una scomunica dal sapore religioso, un fideismo al contrario, di marca liberal-massonica però, molto distante dal marxismo che Cremaschi dice di professare.

E su cosa si basa l’anatema? Il senso sta nel titolo:”Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione”. 
Siamo trasecolati. 
Cremaschi ha trasformato il principio democratico e repubblicano per cui lo Stato, ferma la piena libertà per ogni culto religioso, non ha carattere confessionale, nell’antitesi tra politica e religione. Come se le religioni, nel caso quella cristiana, fossero appunto  schiribizzi astrusi, stregonerie oscurantiste, e non invece visioni del mondo e dell’uomo, quindi politiche in massimo grado.

“Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione”… che è come stabilire una immaginaria linea di frontiera tra due campi dove al di qua c’è la sfera razionale della politica (con quindi dentro le più disparate correnti ideologiche, dal comunismo al nazismo) e, al di la, antidiluviane confessioni religiose buone solo per gli stolti. Cremaschi non ha capito un fico secco dell’uomo, della religione, del mondo, delle ragioni che dentro la crisi della modernità e dell’egemonia della civiltà occidentale spiegano la rinascita delle religioni, risorte dal bisogno d’identità e dalla volontà di resistenza alla globalizzazione.

Si dirà, Cremaschi è fatto prendere dalla foga.
E sia, ma ciò dimostra dove conduce l’idea accecante che il governo Di Maio-salvini sia “il più a destra della storia repubblicana”, che esso sia il motore della “fascistizzazione sociale”. Conduce a drogarsi con dosi crescenti di paroloni incendiari, fino all’overdose e alla morte della politica, a parole invocata come principio massimo.
Se i nemici che Salvini deve temere son questi massimalisti qui, ahinoi, potrà  dormire sonni tranquilli e davvero immaginare di “governare trent’anni”.





IL VANGELO SECONDO MATTEO

[ 31 marzo 2018 ]

L’11 marzo si concludeva il congresso con cui il Front National ha cambiato i suoi natali in in Rassemblement National. Matteo Salvini in video-collegamento. Ospite di spicco l’americano Steve Bannon [vedi foto in basso]. 
Ma Bannon ha giocato un brutto scherzo alla Marine le Pen, visto che nel suo discorso ha elogiato la nipote Marion Maréchal Le Pen — la giovane leader che ha rotto con Marine si posizioni ultra-tradizionaliste — come “una delle persone più impressionanti del mondo”.

Diverse le cose che accomunano Matteo Salvini, Steve Bannon e Marine le Pen. Una di queste, dopo la sceneggiata di Salvini a Milano — l’ostensione del vangelo e del rosario — è che fanno parte del fronte cattolico fondamentalista conservatore nemico giurato di Papa Bergoglio.


Su questo tema, su chi sono gli eventuali mentori di Salvini, sulla radicale svolta rispetto alla Lega di Bossi si sofferma l’articolo di Flavia Perina du LA STAMPA di ieri.  

Di sicuro la Lega non ha concluso la sua metamorfosi. Segnaliamo, in merito all’evoluzione della Lega ed a certe infiltrazioni fasciste, un’indagine che pubblicammo nel gennaio 2015: «NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA: FASCISTI DENTRO».

*  *  *

LA NUOVA LEGA, ULTRACONSERVATRICE E DURA CONTRO LE IDEE DI PAPA BERGOGLIO
Le voci di riferimento tra fondamentalisti cattolici, teocon, populisti americani
di Flavia Perina
Sappiamo pochissimo dei protagonisti del nuovo bipolarismo, e in particolare della destra sovranista che avanza, delle sue letture, dei suoi interessi, dei suoi riferimenti ideologici.
Lo strappo culturale più evidente del Carroccio 2.0 è quello con la tradizione federalista e il pensiero di Gianfranco Miglio, superato dalla nuova dimensione nazionale o addirittura nazionalista.

Ma ce n’è un altro altrettanto significativo, e politicamente molto più fruttuoso: l’ostilità manifesta verso la chiesa di Papa Bergoglio, che rappresenta anche il terreno di saldatura con l’estrema destra, le diverse aree del fondamentalismo cattolico, i reduci del mondo teocon, i nuovi guru americani de pensiero populista, il vasto segmento di laici devoti che hanno nostalgia dell’era Ratzinger.
La critica al Papa “l’autocrate argentino”, “il dittatore”, come lo definisce qualcuno, è il vero comune denominatore degli influencer pro-Lega. Personaggi noti come Antonio Socci, già vicedirettore Rai in quota Fi, o Giuseppe Valditara, professore di Diritto romano a Torino, in relazione con il guru della Alt-Right americana, Steve Bannon e con il suo referente romano, l’ex sacerdote dei Legionari di Cristo Thomas D. Williams, che subito dopo li voto hanno voluto incontrare Matteo Salvini. Ma che giornalisti di area liberale, comunità di blogger piuttosto seguite (Il Talebano), riviste online (Logos.it), il giro accademico che ruota attorno all’Università europea di Roma e alle vecchie strutture di Alleanza cattolica.
E’ a questo mondo che Matteo Salvini ha parlato il 24 febbraio, nella manifestazione più

importante della campagna elettorale – il comizio di chiusura in Piazza del Duomo – quando ha giurato “sulla Costituzione e sul sacro Vangelo”, tirando fuori a sorpresa un rosario e archiviando con un gesto sorprendente la tradizione laica o addirittura neopagana del Carroccio. Un gesto simbolico che ha segnato la stipula di un patto.

“Sì, c’è una netta discontinuità tra la Lega di Umberto Bossi, del tutto indifferente alla religione, e questa nuova Lega, che ha aperto relazioni con la vasta area del tradizionalismo cattolico, anche all’interno della Curia” dice il prof. Valditara, autore di Sovranismo, un saggio sul valore delle identità nazionali e sulla necessità di difenderle.
Ma come, il Papa peronista che non piace alla destra? “quello di Francesco è un peronismo di sinistra, che a differenza di Wojtyla e Ratzinger rifiuta ogni discorso identitario sul destino dei popoli”.
Non c’è solo il dato ideologico. Vincenzo Sofo, milanese fondatore della rivista online Il Talebano, spiega come la Lega di Salvini abbia consolidato ottime relazioni con l’associazionismo cattolico arrabbiato per lo “scarso interventismo” del Papa sui temi morali e per la sua distanza dalla galassia di formazioni, Cl compresa, abituate ad una interlocuzione diretta con Roma .“Il link fra la Lega e questo mondo si è aperto nel 2015, all’epoca delle Sentinelle in Piedi, e adesso è molto forte”.
“In realtà – racconta Francesco Giubilei Rignani, giovane editore emergente e fondatore del progetto Nazione Futura – la Lega del dopo-Bossi ha mostrato fin dall’inizio interesse per i filoni tradizionalisti e anti-moderni snobbati da Alleanza nazionale e Forza Italia. La critica al pontificato di Bergoglio, nelle sue versioni più costruttive ma anche in quelle più estreme, è senz’altro un comune denominatore di molti gruppi attivi nel mondo della destra sovranista”.
L’immaginario di questo genere di cattolici sembra fatto apposta per sposarsi con le suggestioni del nuovo corso leghista. A guidarne l’istinto non sono solo le costruzioni politico-intellettuali ma anche emozioni millenariste e distopiche sulla fine della Civiltà occidentale, l’idea del romanziere Jean Raspail di una improvvisa invasione dell’Europa da parte di una colossale orda di migranti favorita dalla Chiesa cattolica e da un Papa sudamericano “che fa l’agitatore raccontando le miserie del Terzo Mondo”. Il libro si chiama Il Campo dei Santi, uscì nel 1973 ma sta riscuotendo in questi mesi nuova fortuna.
Marine Le Pen lo ha addirittura consigliato in una trasmissione tv. In Italia le Edizioni di Ar lo hanno rieditato con grande successo, Bannon lo ha citato come manifesto identitario in un convegno della fondazione del cardinale Burke, ovviamente anti-bergogliana: chissà se c’è nella libreria di Salvini, di sicuro sta in quelle di molti suoi nuovi elettori.
* Fonte: LA STAMPA venerdì 30 marzo 2018




EINSTEIN CREDEVA VERAMENTE IN DIO? di Mauro Pasquinelli

[ 4 novembre 2017 ]

Nello scambio di commenti ad un mio articolo contro lo specismo è stato tirato in ballo Einstein e il suo giudizio sulla religione.
Considero Einstein non solo il più grande scienziato del 900 ma un filosofo ed un socialista di primaria grandezza da cui ognuno di noi quotidianamente dovrebbe cercare ispirazione. E’ un saggio, un sapiente illuminato  uno dei massimi vertici della cultura occidentale.
Ascoltiamo dunque Einstein:

«Per quel che riguarda l’uomo primitivo è soprattutto la paura a evocare nozioni religiose. […]  

Tuttavia c’è un terzo stato di esperienza religiosa che li riguarda tutti, sebbene solo raramente si trovi nella sua forma pura, e che chiameremo sentimento religioso cosmico. È molto difficile spiegare questo sentimento a chi ne sia totalmente privo, specialmente perché non c’è alcun concetto antropomorfico di Dio che vi corrisponde. L’individuo percepisce l’inutilità dei desideri e degli scopi umani e la sublimità e l’ordine meraviglioso che si manifestano in natura e nel mondo del pensiero. Considera l’esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole indagare l’universo come un tutto unico pieno di significato. […] 

Grandi spiriti religiosi di tutti i tempi si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso che non conosce né dogmi né un Dio concepito a immagine dell’uomo; così non vi può essere una Chiesa i cui insegnamenti centrali vi siano basati. […] 

Secondo me, la funzione più importante dell’arte e della scienza è proprio quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in quelli che non sono in grado di sentirlo. 

[…] L’uomo che è completamente convinto dell’azione universale della legge della causalità non può, nemmeno per un istante, soffermarsi sull’idea di un essere che interferisce nel corso degli eventi – cioè se prende l’ipotesi della causalità veramente sul serio. […]  

Il comportamento etico di un uomo dovrebbe in realtà basarsi sulla solidarietà, l’educazione e i legami sociali; non è necessario alcun fondamento religioso. L’uomo si troverebbe in una ben triste situazione se dovesse venir trattenuto dalla paura di una punizione e dalla speranza di una ricompensa dopo la morte. […]  

Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico. Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo. […]  

Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell’anima senza il corpo mi pare del tutto senza significato. […]  

Sono, ovviamente, menzogne quelle che Lei ha letto riguardo alla mia fede religiosa, menzogne che vengono sistematicamente ripetute. Non credo in un Dio personale, né ho mai negato questo fatto, anzi ho sempre espresso chiaramente il mio parere in proposito. Se c’è in me qualcosa che si possa definire sentimento religioso è proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata dalle scoperte della scienza. 

[…] Il sentimento religioso destato dalla comprensione logica dei principi di interrelazioni profonde è di un genere alquanto diverso da quello comunemente definito religioso. Si tratta più di un sentimento di timore reverenziale per l’ordinamento che si manifesta nell’universo materiale; non ci conduce a modellare un essere divino a nostra immagine, un personaggio che abbia delle esigenze nei nostri confronti, che si interessa a noi in quanto individui. Non vi è in ciò né volontà né scopo, né necessità, ma solo l’essere allo stato puro. […]  

Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi. Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge, in un mondo di realtà obiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada più realistica —o meglio un fondamento più tangibile— di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano quest’atteggiamento come un effetto della sclerosi. Un giorno si saprà quale di questi due atteggiamenti istintivi sarà stato quello giusto. […] 

La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza sta tutta in questa idea di un Dio personale. […]

Più un uomo è consapevole dell’ordinata regolarità di tutti gli eventi, più si rinsalda nella convinzione che non c’è posto, accanto a questa ordinata regolarità, per cause di natura differente. Per lui non esisterà né regola dell’umano né regola del divino come causa indipendente dagli eventi naturali».

Appare evidente  che la religiosità di Enstein era di tipo immanentistico, naturalistico e razionalistico, una visione cosmica bruniana che nel medio evo sarebbe stata tacciata di eresia e perseguitata con i roghi. Non ha nulla a che spartire con l’ammirazione col Dio personale e antropomorfo delle tre religioni monoteistiche ma si confonde quasi con una spiritualità orientale e buddista, che rifiuta l’idea di un Dio trascendente e architetto del reale.
Per Einstein la natura è organizzata secondo leggi razionali che non hanno altra causa indipendente dalla stessa natura, capace di auto-organizzarsi in modo complesso secondo un ordine cosmico-razionale, che desta lo stupore e la meraviglia dell’individuo. Essa è eterna e se eè eterna per sua stessa natura  non può che escludere l’ipotesi di un Dio causa sua, architetto e costruttore del reale. La natura è causa sui.

So che è difficile accettare questa conclusione perché la mente umana ragiona sempre per causa ed effetto, progetto e finalità. Ma se ci fosse stato un architetto del mondo chi avrebbe a sua volta architettato l’architetto? E che bisogno avrebbe avuto di estraniarsi nel non-dio ed oggettivarsi nel mondo materiale? Forse non era auto-sufficiente, in pace ed armonia con il proprio essere infinito ed onnipotente? 
Se c’è un Dio architetto che opera secondo una finalità ci deve essere per forza uno spazio-tempo precedente allo spazio-tempo cosmico. Ma se Dio è spazio-tempo allora è materia. Quindi tanto vale formulare l’equazione Dio=infinito=natura. Tesi, appunto, di Giordano Bruno e Spinoza. Ma, aggiungo come corollario, che nell’equazione, Dio si può tranquillamente togliere perché non è più una ipotesi necessaria. Lasciando solo infinito e natura.

Inoltre se Dio ama l’uomo fino a crearlo a sua immagine e somiglianza vuol dire che si sente essere incompiuto e manchevole. E se lo ama davvero perché lo consegna al caos degli eventi? E che senso avrebbe avuto isolare l’uomo in un angolo sperduto dell’universo circondandolo di infinita materia inorganica, inaccessibile, fredda, oscura e non cosciente? Non avrebbe potuto creare un mondo più piccolo e a dimensione umana? Sono tutte domande che hanno percorso la filosofia occidentale senza trovare mai risposte adeguate.

Allo stupore di Einstein io aggiungo un sentimento opposto di sospetto e di angoscia verso l’irriducibilità dell’ente cosmico alla razionalizzazione umana. Niente di strano, essere e nulla convivono nel reale e in ognuno di noi. L’universo  è indifferente ai nostri destini e noi siamo solo un bagliore di luce nello spazio-tempo infinito.
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