LA SFIDA DELL’AVVENIRE di Moreno Pasquinelli

«Oh meraviglia! Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli». [William Shakespeare, La tempesta, Atto V, scena I]

Gli stivali delle sette leghe possedevano la magica capacità di far compiere con un solo passo, distanze smisurate. Se ne parla in diverse fiabe. In quella di Pollicino li indossava l’orco che mangiava i bambini. Siccome quegli stivali stremavano chi se ne serviva, Pollicino riuscì a sfilarli all’orco mentre dormiva e se ne servì per ingraziarsi i favori del Re, riuscendo così a vivere felice e contento con la sua famiglia. Metafora, come vedremo più avanti, calzante quante altre mai.

Con la cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale” quella che abbiamo definito “l’avanguardia politica dell’élite mondialista”, ultima propaggine della borghesia che fu, è certa di avere ai piedi gli stivali delle sette leghe. Vuole che noi tutti la seguiamo, librandoci così nel radioso e fantascientifico futuro che le forze dirompenti della digitalizzazione e della robotizzazione finalmente consentono. Futuro mirabolante, così viene spacciato da questa élite la sua fotocopia del The Brave New World (ottima questa recensione). Come nel racconto di Aldous Huxley l’umanità starebbe per raggiungere lo stadio di una perfetta (e confuciana) armonia: non ci saranno più ricchi e poveri né conflitti sociali, non avremo né pene né preoccupazioni. Saremo felici, sani e belli, e camperemo centocinquant’anni grazie ai prodigi dell’eugenetica. Saremo più intelligenti grazie alle neuro-tecnologie. Con l’ibridazione uomo-macchina, dalla sua tomba, Nietzsche potrà cantare vittoria: “eh bravi miei superuomini!”

Pensate che abbia le traveggole? Provate a leggere La quarta rivoluzione industriale (disarmante l’introduzione di John Elkann) e, sempre di Klaus Schwab, Covid-19: The Great Reset. Vi renderete conto che questa avanguardia politica mondialista raccolta nel World Economic Forum (un vero e proprio clan di miliardari d’ogni latitudine  – Cina compresa, ça va sana dire!) affiancati da teste d’uovo d’ogni branca dello scibile, è convinta di quel che dice, di essere il nuovo filantropico Redentore che per missione ha la progressistica palingenesi dell’umanità. Per dare al proprio discorso la forza della profezia che si auto avvera, non nasconde di aver previsto, e auspicato, la sindemia da Covid-19 — non pandemia signori, e che fa una bella differenza, ce lo dice The Lancet. Infine, servendosi della folta schiera di tecnoscienziati a libro paga e di politicanti che manovra come fantocci lusitani, non si fa scrupoli a sostenere che la sindemia è lo shock tanto atteso per realizzare il proprio catartico (e diabolico) piano.

In barba alla fine delle “grandi narrazioni”, a dispetto del discorso dei filosofi postmodernisti sulla morte delle ideologie, qui siamo in presenza della più ardita e prometeica delle narrazioni, della più sfacciata delle ideologie. Consapevoli che il loro sistema era sull’orlo del collasso, consci che il discorso neoliberista non aveva più generale consenso, compreso che non si può governare il mondo senza ipnotizzare le masse, senza miti e nuove fantasmagoriche e mitologiche visioni, questi tecno-assatanati nonché benefattori dell’umanità hanno resuscitato un’utopismo al quadrato, un pastrocchio sincretico che mescola Platone e Nietzsche, Cristo e Marx, Popper e Heidegger, il diavolo e l’acqua santa. Il guazzabuglio ha tuttavia un’anima, un’essenza, è il transumanesimo, l’idea di una società tecnocratica perfetta e dell’uomo aumentato iperconnesso.

Il clan dei plutocrati già prevede, per noi tecno-pessimisti, la possibilità di confinarci in apposite riserve. Non lo nasconde l’ex ministro danese dell’ambiente (ora nel WEF), l’invasata Ida Auken — Here’s how life could change in my city by the year 2030. L’analogia con quanto presagiva Huxley è impressionante; nel suo racconto i resilienti e gli scarti, finivano in Nuovo Messico, dove gli appartenenti alla iper-civiltà venivano inviati di tanto in tanto per vedere coi loro occhi quanto disgraziata fosse la vita dei “selvaggi” e quindi tornarsene nella gabbia di ferro convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Si attaglia alla perfezione, alla visione transumanista, la condanna marxiana dell’ideologia come “falsa coscienza”: l’élite plutocratica camuffa con panegirici universalistici sul “bene comune” la propria volontà di potenza e di dominio, ovvero una concezione del mondo classista e partigiana.

Sarebbe un errore fatale sottovalutare questa ideologia. La sua seducenza contagiosa non dipende solo dal suo raccogliere il fugace spirito del tempo, quello che affida alla scienza e della tecnica funzioni salvifiche. Essa ha invece radici molto più lontane e che a ben vedere tracciano il solco della civiltà occidentale. Ci riferiamo ai concetti di peregrinatio e di novum  di Sant’Agostino (che introducono l’idea del progresso lineare nella storia), quindi il Terzo Regno di Gioacchino da Fiore, per il quale, dopo l’epoca del Padre e quella del Figlio, sarebbe venuta l’epoca dello Spirito Santo, il Regno in Terra della libertà, dell’amore e della pace.

Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.

Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.

Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.

Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.

Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:

«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».

Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.




RESISTENZA! L’ATTUALITA’ DEL C.L.N.

Un video-incontro organizzato da M48 con Moreno Pasquinelli di P101

 




FOIBE E IPOCRISIA NAZIONALISTA di Sandokan

Da quando, con la legge 30 marzo 2004 n. 92, è stato istituito, sulla falsa riga del “Giorno della memoria”, quello del “ricordo” — per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» — abbiamo parlato di foibe alcune volte su questo blog. La prima il 16 febbraio 2010. L’ultima l’anno scorso.

Abbiamo detto l’essenziale, ma data l’insopportabile ipocrisia nazionalistica — gli stessi che inneggiano all’orgoglio italiota sono gli stessi che svendono la sovranità italiana e inneggiano all’Unione europea— sento che debbo tornarci su.

Politici e pennivendoli di regime accusano chiunque osi sfidare la vulgata pseudo-patriottica sulle foibe, di “negazionismo” — ancora una volta sulla falsa riga della shoah.

A scanso di equivoci: non nego un bel niente. I partigiani titoisti iugoslavi effettivamente gettarono nelle foibe, in una prima ondata nel 1943 e poi nella seconda del 1945, i corpi di centinaia di italiani precedentemente fucilati. Fu una barbarie? Sì, lo fu.

MA QUI CERTE “COSETTE” VANNO DETTE…

Come gli storici di ogni tendenza hanno confermato, si trattava nel 90% dei casi di italiani che svolgevano funzioni apicali (militari e civili) nell’occupazione italiana e (dopo il 1943) nazi-fascista, e che furono direttamente e/o indirettamente responsabili di eccidi di massa ai danni delle popolazioni slave. Eccidi, crimini e repressione sistematici, che vennero avanti sin dalla fine della prima guerra mondiale.

Dopo la Grande Guerra, si ritrovarono entro i confini del Regno d’Italia 490mila tra croati e sloveni, ed anche serbi abitanti in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia. Lo Stato italiano, lungi dal rispettare i loro diritti, diede avvio ad una politica imperialistica di assimilazione forzata di questi gruppi slavi. Con l’avvento al potere del partito nazionale fascista, questa politica di assimilazione divenne brutale, anzi criminale.

– tutti gli slavi vennero esclusi dagli impegni pubblici, assegnato solo ad italiani;
– Con l’adozione della riforma scolastica gentile (1 ottobre 1923) fu abolito nelle scuole l’insegnamento delle lingue croata e slovena. Tutte le scuole slovene e croate vennero chiuse, e la lingua italiana la sola ammessa;
– furono imposti (Decreto regio del 29 marzo 1923) nomi italiani a tutte le centinaia di località, comprese quelle abitate solo da slavi;
– con Decreto regio del 7 aprile 1926 vennero imposti cognomi italiani a decine di migliaia di croati e sloveni,
– con legge del 1928 a parroci e uffici anagrafici venne fatto divieto di iscrivere nomi slavi nei registri delle nascite.

Dite un po’? voi non vi sareste incazzati per questa “bonifica etnica”? Io sì, e se fossi stato sloveno o croato, da patriota, avrei raggiunto la resistenza, che infatti subito sorse.

E se provo vergogna per quello che l’Italia fece allora, sono forse un “negazionista”?

Non è finita qui…

Con l’invasione della Iugoslavia (aprile 1941) da parte degli eserciti tedesco e italiano, il Paese venne smembrato e i suoi territori anessi alla Germania e all’Italia. I crimini compiuti da occupanti fascisti e nazisti furono inenarrabili. Furono compiuti (e ampiamente documentati) dalle truppe fasciste e naziste svariati massacri per debellare la resistenza titoista.
«Si procede ad arresti, ad incendi (…) fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti solo per il solo gusto di distruggere (…) la frase “gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi” che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi». [1]  Se foste stati sloveni o croati voi che avreste fatto?

Contro la Resistenza iugoslava le autorità fasciste si diedero alla deportazione sistematica nei campi di concentramento e a ulteriori massacri indiscriminati:

«. . . Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori . . .» . [2]

Il 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani, su ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 e i 64 anni. Il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate.

Cartina a sinistra: Dopo l’8 settembre del 1943 i nazisti prendono il controllo della Venezia Giulia e dell’Istria, sottraendolo alla Repubblica Sociale Italiana

Dopo l’8 settembre, quando i tedeschi rimpiazzarono i fascisti, le cose non migliorarono. L’esercito nazista, sostenuto dalle autorità locali italiane e dagli Ustascia croati, continuò la politica di sterminio già adottata verso le altre popolazioni slave sotto occupazioni. Vale la pena ricordare che rispetto agli abitanti, i popoli iugoslavi subirono nella seconda guerra mondiale le maggiori perdite in vite umane (1milione e 200mila).

Non voglio giustificare le rappresaglie compiute dalla Resistenza iugoslava (dopo quelle del 1943, quelle dopo la ritirata dei nazisti della fine del 1944), ma esse vanno contestualizzate, altrimenti si fa demagogia da quattro soldi. Una demagogia che serve ai satrapi dell’Unione europea per salvarsi la faccia dandosi una patina di retorico patriottismo — si inneggia all’italianità dei dalmati e degli istriani mentre si smantella la sovranità nazionale. Per la cronaca: l’esercito partigiano iugoslavo (di cui facevano parte anche italiani, vedi Porzus), una volta occupati la Venezia Giulia, Trieste, l’Istria ecc., eliminò anche diversi esponenti del CLN italiano. C’era in queste ritorsioni un’odio nazionalistico? Si, c’era, ma c’era anche quella che gli storici hanno chiamato “vendetta sociale e di classe”, visto che contrariamente a Togliatti, Tito congiungeva lotta di liberazione nazionale e passaggio al socialismo.

Inutile continuare. Il tutto serve a dire che un Paese serio e rispettoso davvero dei valori della pace e della fratellanza tra i popoli, se proprio deve istituire il “giorno del ricordo”, non dovrebbe ricordare solo i propri morti (e dire la verità su chi fossero e cosa avessero fatto) ma pure quelli altrui, quelli caduti proprio per mano fascista italiana.

PS
Mi chiederete: e dell’esodo degli italiani che hai da dire?
Segnalo soltanto che esso ebbe enormi proporzioni (una minoranza restò entro i confini della nuova Iugoslavia) solo dopo  il febbraio 1947, come conseguenza del “Trattato di Parigi” fra l’Italia e le potenze alleate. Il Trattato incluse non solo la rinuncia ai possedimenti coloniali in Africa ma anche lo scambio tra Italia e Iugoslavia di diverse aree. Scambio provvisoriamente sancito dal “Memorandum di Londra” del 1954 [vedi Cartina a destra: zona A amministrata dagli Alleati e quella B dalla Iugoslavia], definitivamente formalizzato dal “Trattato di Osimo” del novembre 1975. Le responsabilità per questo esodo non sono solo delle autorità titine, ma pure di quelle italiane le quali a Parigi accettarono la clausola che dava la facoltà allo Stato, al quale il territorio era ceduto, di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato questa opzione.
Domandatevi: Non è forse vero che esso incoraggiò l’esodo? Perché il governo italiano accettò questa clausola e avallò l’esodo quando poteva impugnare un’altra clausola del “Trattato di Parigi” che stabiliva il pieno rispetto dei diritti delle minoranze?NOTE

[1] Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin.

[2] Dalla copia del proclama prot. 2796, emesso in data 30 maggio 1942 dal Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, riportata a pagina 327 del libro di Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale.




AD ENRICO ANGELINI, 2 VOLTE PARTIGIANO

[ 9 novembre 2018 ]

Riceviamo e pubblichiamo dalla sezione di Foligno di Programma 101


All’età di 93 anni, ieri se ne è andato Enrico Angelini, partigiano di Foligno.
Oggi pomeriggio ai funerali presso il cimitero di Foligno, i compagni di Programma 101 – Umbria gli hanno reso l’ultimo omaggio.

Una rosa rossa, deposta sulla sua bara. 
Un omaggio simbolico come la rosa rossa deposta da Enrico a Cascina Radicosa, luogo simbolo della Resistenza umbra, vilipesa da ignoti con lo scarabocchio di una svastica. 
Partigiano per la seconda volta, il novantenne Enrico nel marzo 2015, si era arrampicato fino a Radicosa, al confine tra il Comune di Foligno e quello di Trevi, armato di sverniciatori, spazzola a ferro e detergenti per cancellare con le sue mani quell’offesa infame, restituendo con quel gesto un senso alla parola Memoria.
Perché lì Enrico c’era stato. 
Per combattere e e contribuire a liberare il paese dalla dittatura nazifascista.
Quando neppure ventenne si era unito alla IV Brigata Garibaldi, istituita proprio a Radicosa.
Enrico riuscì a salvarsi dalla retata nazista nella notte fra il 2 e 3 febbraio del ’44. 
I suoi amici e compagni, 24 giovani, furono arrestati e deportati verso i campi di concentramento di Mathausen e Flossemburg, dove trovarono la morte.

Onore, Enrico, le tue parole ci accompagnino nel nostro cammino:

«Debbo dire che vengo spesso a Raticosa perché mi ricorda tante cose. Dopo settant’anni ed oltre sono tornato quassù.Dove i sentieri, i boschi le montagne e le pietraie hanno visto passare i miei 18 anni.
Quando salivano le nere colonne della morte e la neve si tingeva di rosso. Sono tornato quassù per cercare un nome di un amico, di un partigiano, magari inciso su una pietra, rimasto ragazzo per sempre.
Sono tornato quassù dopo tanto tempo, i miei capelli grigi vorrebbero confondersi con le fluenti chiome dei giovani di oggi e urlare a loro continuate voi il nostro cammino perché essi morirono per voi, Ricordate!!! Sono tornato quassù infine per riflettere insieme ai morti se le nostre battaglie furono capite, nonostante neri lampi di rabbia diciamo tutti insieme: sì sono state sofferte ma sono servite sopratutto a far esplodere quella primavera che sognavamo, quella primavera di fiori e di speranze e che porta un’estate di frutti maturi. Per sempre, per sempre!»


CONTRO LA DITTATURA FASCISTA IERI! CONTRO L’EURO-DITTATURA OGGI!


Trailer del corto-doc “Per la seconda volta” di Andrea Mugnai, una delle ultime testimonianze del Partigiano Enrico Angelini.





PALESTINA: MASSACRO ORDINARIO

[ 17 maggio 2018 ]

1948. 70 anni fa nasceva Israele. Per i palestinesi una NAKBA, una catastrofe. Cosa fu la NAKBA? Una colossale pulizia etnica, quasi un milione di palestinesi cacciati dalle loro case,  condannati all’esilio o chiusi nei campi profughi. Nell’anniversario i palestinesi stanno manifestando per  rivendicare il diritto al ritorno. Voi al loro posto che avreste fatto?
Quel che fa Israele è sotto gli occhi di tutti. 

60 morti ammazzati, tra cui 18 bambini. 2700 feriti, mille i bambini rimasti feriti. 

Colpiti da bombe “intelligenti”? Morti a causa degli “effetti collaterali” della guerra? 
No, caduti per il tiro al bersaglio dei  cecchini dell’esercito israeliano.

E’ forse “antisemitismo” denunciare questo massacro?
*  *  *

Comunicato stampa di Save the Children
15 maggio 2018

Gaza: 18 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti


Almeno 13 bambini hanno perso la vita a Gaza da quando, più di sei settimane fa, sono cominciate le proteste, mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000,di cui almeno 1.000 sono minori. Quella di ieri, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale.

“L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi”, ha affermato Jennifer Moorehead, Direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati.

Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno.


“Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”, ha concluso Moorehead.

* Fonte: InfoPal




IL NOSTRO 25 APRILE

[ 24 aprile 2018 ]

Riceviamo e pubblichiamo dalla sezione di Foligno di Programma 101



*  *  *

CONTRO LA DITTATURA FASCISTA IERI

CONTRO L’EURO-DITTATURA OGGI


Sono trascorsi più di 70 anni dalla liberazione dell’Italia dalla feroce occupazione nazi-fascista.


Con lo stesso spirito dei tanti italiani che allora combatterono contro gli oppressori, noi denunciamo e combattiamo gli oppressori di oggi.

Quella lotta, infatti, non è finita. Alla vecchia dittatura è subentrata la nuova: abbiamo un nuovo oppressore, un nuovo nemico da combattere.

Cascina Raticosa: I primi ribelli della IV Brigata Garibaldi

Sono le classi dirigenti ed i loro partiti , i quali, oggi come ieri, pur di obbedire a potenze esterne, hanno provocato lo sfascio del Paese, gettato sul lastrico milioni di cittadini con le loro crudeli politiche di austerità, calpestato la Costituzione svendendo la sovranità popolare e nazionale.

Contro ogni celebrazione ritualistica e ipocrita, evitando ogni collusione con la sinistra di regime, le compagne ed i compagni umbri di Programma 101 saranno a Cascina Raticosa (sulle montagne tra Foligno e Trevi), rifugio e poi comando della IV Brigata Garibaldi dove, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1944, ventiquattro giovani partigiani furono catturati dai nazisti e inviati al lager di Mathausen, fra i quali  Augusto Bizzarri, Franco Pizzoni e Franco Santocchia. Mentre lì trovarono la morte Catarinelli Filippo, un bambino di 8 anni, e Salvati Gregorio.*



Invitiamo a celebrare con noi l’anniversario del 25 aprile, facendo nostra la lezione della Resistenza, difendendo gli ideali di chi combatté per una Patria sovrana e democratica, fondata sugli ideali dell’eguaglianza, della libertà e della fratellanza.*


In particolare vogliamo ricordare la umbra IV Brigata Garibalidi la quale, assieme alla Brigata Gramsci, non solo diede filo da torcere ai nazi-fascisti, ma liberò per mesi la Valnerina e lì proclamò la prima Repubblica partigiana.


Appuntamento a Ponze di Trevi per le ore 11:30.
Di lì marceremo per Cascina Raticosa. 
Poi ritorneremo a Ponze per pranzare e festeggiare tutti assieme.


* *La targa commemorativa di Cascina Raticosa venne distrutta anni addietro. 

Il partigiano novantenne folignate Enrico Angelini [nella foto in basso], che all’età di 19 anni entrò nella IV Garibaldi, di sua iniziativa, con raschietto ed acquaragia, si recò nuovamente in montagna e cancellò la svastica.




ALITALIA IN SCIOPERO. L’INTERVENTO DI FABIO FRATI

[ 6 aprile ]

 COMUNICATO STAMPA 
SCIOPERO ALITALIA: ADESIONE OLTRE IL 90%
Lo sciopero nazionale dei lavoratori Alitalia indetto per l’intera giornata di oggi, 5.4.2017, dalla Cub Trasporti, dall’Usb, dalle Associazioni Prof. di Piloti e Assistenti di Volo (Anpac e Anpav e Assovolo) e da Cgil, Cisl, Uil ed Ugl ha registrato adesioni oltre il 90% del personale in servizio sia a terra (Manutenzioni, Handling, Informatica, Call-Center, Amministrativi, ecc.) sia a volo (AA/VV e Piloti): una percentuale che non si registrava da molti anni nella ex-Compagnia di Bandiera e nel comparto aereo-aeroportuale-indotto. 
La categoria ha, di fatto, respinto all’unanimità il Piano finanziario approvato dagli azionisti di Alitalia (banche ed Etihad), nonché ha bocciato i pesanti sacrifici per i lavoratori: oltre 2500 licenziamenti, esternalizzazione di settori strategici, tagli salariali (fino al 30% per gli Assistenti di Volo) e normativi.
L’intervento di Fabio Frati della C.U.B.
Un Piano di ridimensionamento che lascia a terra oltre 20 aeromobili e che scarica inaccettabili “sacrifici” sui lavoratori, già colpiti da oltre 300 espulsioni di olleghi precari, lasciati a casa dopo oltre 10 anni di servizio e sostituiti da nuovi colleghi stagionali, nel momento in cui stavano per maturare il diritto alla stabilizzazione. 
Partecipatissima anche la Manifestazione ed il Corteo proclamato dalla Cub Trasporti al Terminal T1 dell’aeroporto di Fiumicino, con cui i dipendenti della ex-Compagnia di Bandiera hanno rivendicato la Nazionalizzazione dell’Alitalia, quale unica soluzione nell’interesse dei cittadini, del Paese e dei lavoratori, per riconsegnare al vettore di riferimento italiano un profilo di compagnia globale, risollevandola dalle secche in cui si è di nuovo arenata, dopo il fallimento della privatizzazione. 
Anche oggi come nei recenti scioperi del 23 febbraio, dell’8 e del 20 marzo, i lavoratori hanno sfilato nelle strade del Leonardo da Vinci, insieme anche ad altri colleghi aeroportuali e agli addetti delle pulizie di bordo della GH, già raggiunti dai licenziamenti innescati dalla crisi Alitalia, contro la pretesa di infierire sulla categoria pur di alleggerire la ex-Compagnia di Bandiera per cederla al miglior offerente in Europa (Lufthansa?). 
Purtroppo la giornata di oggi è stata macchiata dal rifiuto dei rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl di consentire la riunificazione dei lavoratori in manifestazione al presidio indetto da quelle OO.SS. davanti alla palazzina di Alitalia, con quelli radunati allo scalo, presso il terminal T1, nel presidio organizzato dalla Cub Trasporti e partecipato anche da Usb. 
La possibilità di consentire la riunificazione dei presidi e delle assemblee tenutesi nei due concentramenti, avrebbe permesso ai lavoratori di consegnare un mandato unitario ed univoco a tutte le OO.SS., alla vigilia dell’avvio del confronto no-stop in programma da domani: una eventualità che i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl hanno evitato a scapito della trasparenza e della democrazia. 
La Cub Trasporti, nelle prossime ore, oltre a partecipare alle assemblee che verranno indette da Usb, proclamerà ulteriori iniziative di mobilitazione sia davanti alla sede dei Ministeri ove si effettueranno gli incontri tra azienda e sindacati, sia in aeroporto: un altro Piano è possibile e non possono essere chiamati i lavoratori a pagare per il fallimento della privatizzazione e delle scelte di ridimensionamento avallato dai Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni
Un ridimensionamento della ex-Compagnia di Bandiera italiana imposto dai diktat della UE e palesati fin dal 2000 dal Commissario Europeo ai Trasporti, De Palacio, che previde che sarebbero sopravvissuti solo 3 vettori globali nel vecchio continente, quelli dei paesi di serie A dell’attuale Europa (Lufthansa, British e Air France), relegando tutte le altre compagnie ad effettuare traffico ancillare: un destino che sta per compiersi definitivamente per Alitalia e che non può essere accettato nel silenzio e nell’immobilismo dai lavoratori e dalle istituzioni del nostro Paese. 
Roma, 5.4.2017 CUB TRASPORTI 
Via Ponzio Cominio, 56 – 00175 Roma –06.76968412 – 0676980856 Fax 06.76983007 – 3939103997 – 3397405888 

p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; min-height: 14.0px} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 9.0px Tahoma} span.s1 {font: 12.0px Tahoma} span.s2 {font: 16.0px Tahoma} span.s3 {font: 9.0px Wingdings}

email: cub_trasporti@libero.it – pec: cub.romaeprovincia@legalmail.it 



NEMICI DEL POPOLO di Sandokan

[ 21 marzo ]

Ci hanno provato in ogni modo a silenziare i ribelli di Alitalia, ad oscurare lo sciopero indetto dalla CUB Traporti svoltosi ieri e che ha avuto l’aeroporto di Fiumicino come epicentro. Alla fine i media hanno capitolato, han dovuto ammettere che è stato un grande successo. Ne è prova incontrovertibile la cancellazione di ben 320 voli, un record, malgrado i settecento e passa comandati, obbligati a lavorare pena il licenziamento.
Per far fallire lo sciopero l’azienda le ha tentate tutte. Ha sguinzagliato capi e capetti per intimidire le maestranze, con le forze di pubblica sicurezza che, seguendo la massima “colpiscine uno per terrorizzarne cento”, non hanno esitato a minacciare pesantemente il manipolo di sindacalisti della CUB sulle cui spalle stava tutta l’organizzazione. Il tutto in un’aerostazione che oramai rassomiglia ad una base militare.

Malgrado questo clima l’adesione è stata massiccia, anzitutto tra il personale di terra, ma anche tra quello navigante. Il partecipato e combattivo corteo svoltosi in mattinata per le strade dell’aeroporto ne è stata la conferma.

Di sicuro la protesta è giunta fin nelle ovattate sale del Ministero dei Trasporti, dove a sera si svolgeva l’ennesimo round del negoziato tra Alitalia e “parti sociali”, dove per “parti sociali” sono da intendere le mafie sindacali che portano pesanti responsabilità per lo sfascio dell’ex compagnia di bandiera e che anche in questo caso finiranno per accettare un nuovo Piano che verrà spacciato per “industriale” ma che nella sostanza consisterà in un un’ulteriore demolizione di Alitalia, di cui i lavoratori pagheranno il prezzo più alto. Ovviamente con ricorso alle finanze pubbliche per ingrassare nuovamente le iene a cui verrà affidato il compito di “salvare” l’azienda.

L’importanza dello sciopero di ieri, non è solo nel fatto che rappresenta, dopo anni di catalessi ed in un settore economico e sociale strategico, un sintomo di vitalità della resistenza proletaria —come altro volete chiamare la lotta di migliaia di lavoratori iper-precarizzati e trattati come servi della gleba? 
L’importanza sta anche nel fatto che alla testa di questa lotta, certo tutta difensiva, sta un gruppo di sindacalisti che ha avuto il coraggio di indicare la sola soluzione strategica possibile per l’Alitalia: la nazionalizzazione.


In questo rivendicare la “Nazionalizzazione come unica soluzione” c’è non solo un legittimo radicalismo sindacale. C’è qualcosa di molto più importante: c’è il rifiuto del paradigma neoliberista che “privato è bello”, il che è già tanto. C’è il rovesciamento del racconto, ideologico e falso, che Alitalia pubblica era solo un “carrozzone mangiasoldi”, rifugio di “maestranze scanzafatiche” —oggi la compagnia ha la metà dei dipendenti ma perde circa un milione di euro al giorno.

C’è in questa battaglia per nazionalizzare Alitalia, una cosa ancora più importante. Siamo davanti al fatto che un pezzo del mondo del lavoro inizia ad avere la consapevolezza che chi tira i fili dell’economia di questo Paese è una consorteria di parassiti, di ladroni, di banditi che mentre vogliono ridurre allo stato schiavistico chi lavora, azzannano lo Stato per papparsi le sue ricchezze. Una cosca di furfanti che si spacciano per “imprenditori”, che in nome della globalizzazione e del mercato, perseguono il disegno di smembrare lo Stato e di sfasciare la nazione. E nello svolgere questa funzione disfattista essi godono del pieno e servile appoggio della multicolore casta dei politicanti.


Non è certo già, come suggeriva Antonio Gramsci, l’evidenza che classe proletaria si fa “classe nazionale”, che sfida l’oligarchia dominante sul terreno che decide chi debba stare alla guida del Paese. E’ solo un sintomo, un segnale, che va tuttavia raccolto perché non ci sarà salvezza per il nostro Paese se non de-globalizzando, senza cacciare dal potere l’associazione a delinquere che lo controlla.

Ecco cosa anzitutto insegna la resistenza dei lavoratori Alitalia: che ogni grande battaglia sindacale (tanto più in settori strategici che tirano in ballo l’architettura stessa di una nazione) ha oramai impatto e contenuto politico, chiede una soluzione ed una direzione politiche. I lavoratori sanno che non possono vincere senza una svolta politica generale.

È qui il punto dolente, anzi il vero e proprio disastro. La resistenza proletaria è isolata, i ribelli sono lasciati soli. Lo sciopero di ieri in Alitalia ne è stata la prova lampante. Nessun politicante ha avuto il coraggio di portare la sua solidarietà, nessuno è venuto allo scoperto condividendo la richiesta di nazionalizzazione. Non parliamo dei piddini, né degli esponenti delle destre che fanno del liberismo la loro religione. Qui parliamo dei parlamentari che si dicono di sinistra, che a chiacchiere dicono di difendere i diritti del mondo del lavoro ma quando i lavoratori fanno i fatti, si dimostrano tutti dei Ponzio Pilato.


Parliamo infine degli esponenti del Movimento 5 Stelle, che si sono ben guardati dall’aprire bocca, che si sono rifiutati di esprimere, anche solo a parole, una qualche solidarietà.

Una vera e propria vergogna per un movimento che tante speranze ha suscitato tra i lavoratori e che tanti voti ha preso. Un’indecenza, anzi, un’infamia, per un movimento che pretende di salire al potere con la promessa che tutto cambierà. Anche questo è un sintomo, che tanti politicanti che pretendono di essere “alternativi” sono prigionieri della “gabbia di ferro” ideologica neoliberista, nel caso dello sciopero di ieri che ha paralizzato Alitalia ed il trasporto aereo, che essi mettono avanti il consenso passivo ed egoistico dei sudditi-consumatori piuttosto che quello attivo dei lavoratori in lotta.

Vale per tutti loro quel che cantava Fabrizio De André:

«E se credete ora che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti».


* Tutte le foto sono dello sciopero di ieri all’aeroporto di Fiumicino




ALITALIA: RESISTENZA E COSCIENZA PROLETARIA di Daniela Di Marco

Antonio Amoroso e Fabio Frati presiedono il convegno

[ 15 marzo ]

Si è svolto ieri a Roma un importante convegno pubblico sulla vicenda Alitalia; ad organizzarlo la CUB trasporti di Roma assieme al Comitato dei Precari Alitalia dell’aeroporto di Fiumicino.

Un convegno importante, partecipato (sala gremita), non solo per il parterre degli ospiti che vi hanno preso la parola — torneremo su quel che è stato detto dai diversi invitati— , ma soprattutto per la presenza degli stessi lavoratori e precari a rischio, con la cui pelle i predatori che hanno in mano Alitalia giocano al massacro.

Tutti gli interventi, considerato il terzo fallimento in pochi anni della privatizzazione della ex compagnia di bandiera italiana, hanno puntato il dito sul tracollo finanziario in cui versa Alitalia spiegando come ciò sia il risultato di una precisa volontà politica, di un disegno ideologico e strategico di lunga durata nonché di una palese catastrofica gestione.

E’ il liberismo, bellezza!

Per anni siamo stati indottrinati, ci hanno indotto a convincerci che “privato è bello”, più efficiente, sicuro, stabile.

Siamo andati avanti a colpi di privatizzazioni, deregulation, mercato libero spietatamente concorrenziale, finanziarizzazioni…

Nessuno ha mai spiegato che tutto ciò avveniva a discapito del “pubblico” ovvero dell’interesse generale della collettività e dei lavoratori stessi.

Coloro che ieri erano presenti a questa importante assemblea, espressione del settore più combattivo delle maestranze Alitalia, hanno cominciato a capirlo, volevano parlare, essere protagonisti.

Tutti i giovani, precari, arrabbiati.

Iniziano a capire che il casino in cui si trovano è un particolare di un disastro più generale. Rischiano di essere licenziati, di non avere il rinnovo del contratto, prendono 2 soldi in cambio

della loro forza lavoro, del loro tempo di vita, troppe ore trascorrono a lavoro ipercontrollati, sotto continua pressione, non riescono a campare dignitosamente perché lo stipendio non basta, devono ancora appoggiarsi a mamma e papà, non sanno cosa accadrà domani, se saranno ancora lì o dovranno cambiare tutto, sempre in bilico, sempre incerti, non è vita questa. 

Questi lavoratori solo adesso, grazie anche alla lotta che hanno intrapreso, cominciano ad avere una visione chiara, nonostante non sia semplice ed intuitivo comprendere i nessi e le cause della dolorosa vicenda di cui sono vittime. Non si sono limitati ad ascoltare ma con i loro applausi ed anche le loro interruzioni hanno fatto sentire oltre alla loro preoccupazione, la volontà di non perdere questa battaglia – la sensazione è quella che potrebbe essere l’ultima dentro Alitalia. Non si nascondono, questi settori di avanguardia, le difficoltà a coinvolgere molti colleghi impauriti, che guardano con simpatia alla lotta collettiva ma siccome tutte le altre battaglie sono state segnate dalla sconfitta, toccano ferro e sperano di non finire comunque nel tritacarne. 


Sotto questa luce si può comprendere le enormi responsabilità che gravano sulle spalle di questi lavoratori che sono la prima linea della resistenza in Alitalia, ed in particolar modo del nucleo di irriducibili sindacalisti romani della CUB trasporti con in testa Fabio Frati e Antonio Amoroso.
Paolo Maddalena, tra i più applauditi


La conferenza si è conclusa approvando con un lungo applauso questo Ordine del Giorno:

«Al termine del lungo e approfondito dibattito svolto, arricchito dagli importanti contributi di tutti i relatori, i partecipanti al Convegno convengono che:

la proposta della Nazionalizzazione di Alitalia, rimane l’unica credibile e percorribile in un’ottica di vero sviluppo e rilancio della compagnia.

Questa scelta scongiurerebbe qualsiasi ipotesi di ridimensionamento dell’attività e/o di una sua trasformazione in una low cost, evitando tagli occupazionali, salariali e normativi e consentendo la stabilizzazione di tutti i precari

La scelta di ricostruire una vera compagnia di bandiera, oltre a ribadire il controllo pubblico di un settore strategico del paese, farà tornare Alitalia al suo ruolo trainante per l’economia e l’occupazione di tutto il comparto aereo e aeroportuale italiano».

Approvato per acclamazione da tutti i presenti al CONVEGNO svoltosi a Roma il 14 marzo 2017
Alitalia: Nazionalizzazione Unica Soluzione

<!– /* Font Definitions */ @font-face { panose-1:0 0 0 0 0 0 0 0 0 0; mso-font-alt:Arial; mso-font-charset:77; mso-generic- mso-font-format:other; mso-font-pitch:auto; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face { panose-1:2 11 6 4 3 5 4 4 2 4; mso-font-charset:0; mso-generic- mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin-top:0cm; margin-right:0cm; margin-bottom:10.0pt; margin-left:0cm; line-height:115%; mso-pagination:widow-orphan; font-size:11.0pt; Times New Roman"; mso-ascii- mso-ascii-theme- mso-fareast- mso-fareast-theme- mso-hansi- mso-hansi-theme- mso-bidi-Times New Roman"; mso-bidi-theme- mso-fareast-language:EN-US;} @page Section1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;}




ALITALIA: «La cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto» di Daniele Moretti

[ 1 marzo ]

«Vorrei spendere due parole e ringraziare tutti quei colleghi e colleghe che dopo aver subito per anni pressioni di ogni tipo, dopo aver accettato compromessi raggiunti e imposti da persone che invece di tutelare, svendevano sia il nostro che il loro lavoro, dopo aver non solo lavorato ma vissuto nella precarietà per anni, hanno deciso che è stato raggiunto un limite sotto il quale non si può andare, hanno deciso che non si può lavorare ad ogni costo, hanno deciso che la parola Lavoro deve essere seguita dalla parola Dignità, queste persone hanno deciso di alzare la schiena, di mettersi in gioco, di rischiare, di lottare contro qualcuno infinitamente più grande e potente di loro, queste persone hanno e avranno sempre tutta la mia stima, queste persone sono la cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto ed io sono orgoglioso di farne parte.



Comunque vada un giorno potremmo dire che ci abbiamo provato, che ci abbiamo sperato e creduto, comunque vada un giorno potremmo dire che una volta forse solo una abbiamo avuto il coraggio di dire di no.

GRAZIE a tutti voi e grazie ai rappresentanti della Cub che ci stanno aiutando.

Per tutto il resto?!
C’è un foglio con un contratto da 5 ore che vi faranno firmare con le lacrime.. ma voi lacrime non ne avete perché vi hanno insegnato a sorridere a qualunque costo».