LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.




IPOTESI EVERSIVA di Sandokan

[ 6 agosto 2018 ]

Il trauma subito dell’élite con il terremoto elettorale del 4 marzo continua ad espletare i suoi effetti.

In psicologia chi subisce un forte trauma può cadere vittima della “dissociazione”, ovvero:

«accentuazione dell’insicurezza ontologica per cui un individuo può sentirsi più irreale che reale, letteralmente più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione. Può sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo».


Sembra questo il caso, osservando il polverone che la stampa di regime ha sollevato sul caso “DELL’ATTACCO AL COLLE VIA TWITTER” che sarebbe avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi subito dopo che Mattarella rifiutò di accettare Paolo Savona come ministro dell’Economia e diede incarico a formare il governo a Carlo Cottarelli. Erano le ore convulse in cui anche questo blog parlò di “colpo di stato”, quando lo stesso Di Maio (salvo poi fare marcia in dietro) chiese di porre in Stato d’accusa (ex Art. 90) il Presidente Mattarella.

Per “svelare il complotto” oggi, su richiesta del Pd,  è stato addirittura convocato il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza), visto che sembrerebbero coinvolti addirittura i servizi segreti russi.

Siamo quindi andati a vedere le carte, e che abbiamo scoperto? che si tratta di un patetica buffonata. 

La cronaca più esilarante (Così hanno attaccato Mattarella sui social: indaga l’Antiterrorismo) l’ha scritta ieri Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA. E che viene fuori? Che in quelle ore di golpe (ore in cui saliva nel Paese una generale ondata di indignazione) da 400 profili Twitter sarebbero partiti “migliaia di messaggi” con con l’hashtag #Mattarelladimettiti.

Tutto qui? Sì, tutto qui!

Tuttavia per lorsignori si sarebbe trattato di un “tentativo eversivo”:

«Alla polizia postale si chiede dunque di ricostruire quanto accaduto, rintracciare gli account, individuare i server. E così dare un’identità a chi ha compiuto un atto ritenuto eversivo proprio perché prende di mira la più alta carica dello Stato».

Se qui c’è un “atto eversivo” è proprio questa campagna! Non siamo in un regime di assolutismo monarchico, e il Presidente non è legibus solutus. Questo in primo luogo. In secondo la campagna è eversiva perché svela l’unico grande complotto in atto, quello dell’élite che usa ogni mezzo per rovesciare il governo giallo-verde. In terzo luogo questa campagna è eversiva poiché punta a limitare la libertà di pensiero e di parola, quindi a mettere un bavaglio alla rete.

Altro che “governo fascio-leghista”! La vera minaccia a ciò che rimane della democrazia viene dai poteri forti feriti. Lo stato di amnesia psicogena in cui si dibattono potrebbe precedere un autoritario atto di forza per riconquistare Palazzo Chigi.

Nessun dorma…









UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO SPREAD di Norberto Fragiacomo

[ 1 giugno 2018 ]


«Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico».

Ritorno (un po’ più) frigido pacatoque animo sulla questione del discorso presidenziale del 27 maggio, che ha suscitato nel sottoscritto una vivissima riprovazione. 

Le mie convinzioni politiche non c’entrano nulla — non ero e tuttora non sono un simpatizzante della Lega, e del M5S ho scritto peste e corna. Il punto è evidentemente un altro: qui si tratta di Democrazia con la maiuscola, rispetto della Carta Costituzionale e delle istituzioni. Il Presidente, ci è stato insegnato all’università, è la Viva vox Constitutionis, il suo primo necessario attuatore: spetta a lui rispettarne non soltanto la lettera, ma anzitutto lo spirito. “Il Presidente della Repubblica nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i Ministri”: il testo dell’articolo 92 si ferma qui, non precisa — non espressamente — se la scelta presidenziale sia discrezionale o vincolata. Il riferimento alla “proposta” è però chiarificatore, e lumeggia un aspetto: il Presidente della Repubblica non fa di testa sua, si attiene a quella che è, a tutti gli effetti, una designazione.

In fondo è cosa abbastanza logica, quasi scontata, che chi è stato incaricato di guidare l’esecutivo sia libero di indicare i propri futuri collaboratori. Ciò non significa che il Capo dello Stato debba accettare qualsivoglia diktat: tocca a lui verificare che i candidati presentino i requisiti — morali, ma non solo — per poter accedere all’alta funzione. 

Pertanto casserà le singole proposte che non superino un vaglio di legittimità e/o ragionevolezza, perché ad esempio il prescelto è ineleggibile, incandidabile ecc., oppure in conflitto d’interesse  (anche potenziale) ovvero perché la sua condotta passata presenta delle macchie (es.: commissione di reati che non lo rendono tuttavia ineleggibile) tali da sconsigliare una sua partecipazione al governo  del Paese. 

Ho parlato di condotte, cioè di fatti: ciò che è inammissibile, in democrazia anche formale, è che un candidato sia respinto perché le sue idee sono giudicate “pericolose” – attenzione: non sovversive, odiose o antidemocratiche, semplicemente non in linea con quelle dell’establishment, o addirittura con gli interessi di organismi stranieri ed operatori economici. Se il Capo dello Stato fosse legittimato ad effettuare valutazioni siffatte, chiaramente “di merito”/opportunità, non avrebbe più senso parlare di irresponsabilità (da un punto di vista giuridico, sia chiaro): sarebbe lui, di fatto, il capo del governo, colui che ne detta la linea


In effetti, l’articolo 92 è stato interpretato dai costituzionalisti, con pochissime eccezioni, nel senso da noi proposto — aspetto più importante, per decenni la prassi istituzionale si è sviluppata su questa falsariga, assurgendo con il tempo a consuetudine (costituzionale, e dunque vincolante). Il Presidente della Repubblica non è un “notaio”, ma neppure un decisore, perché rispetto al Governo è figura terza: deve assicurare il rispetto delle regole, non coniarne di nuove. 

Si possono ipotizzare delle eccezioni, nelle eventualità — sempre più frequenti — di “governi del Presidente”: allora il potere di ingerenza si rafforza, si potrebbe parlare di una co-decisione rispetto alle nomine ministeriali, ma proprio perché siamo di fronte a governi c.d. “tecnici” e non politici (almeno sulla carta, perché se si guarda a visione della società e disegno strategico dovremmo concludere che uno degli esecutivi più politici della Storia della Repubblica sia stato quello presieduto da Mario Monti). Il Governo Conte-Di Maio-Salvini, pur nel suo carattere di novità, era chiaramente espressione di una maggioranza politica, pertanto il Presidente avrebbe dovuto limitarsi ad effettuare una verifica formale, mai e poi mai avrebbe dovuto scendere nel merito, pronunciarsi sull’opportunità delle singole scelte. A questa  massima il Quirinale non si è attenuto: al contrario, nel discorso di domenica 27 maggio il Presidente ha voluto essere sin troppo chiaro, esplicitando le ragioni per cui ha deciso di non nominare il Professor Savona e tirando addirittura in ballo il risparmio degli italiani(!). 


Sembra di essere ritornati all’epoca della “democrazia bloccata”, con la differenza che oggi le cose vengono dette apertamente e senza infingimenti: certe politiche, anche se appoggiate dalla maggioranza dei votanti, sono vietate ai governi, off-limits a prescindere da chi si adoperi per portarle avanti. Dovremmo apprezzare questa rinuncia ad un’«ipocrisia» che, a conti fatti, poteva essere anche interpretata come rispetto per le forme? 

Personalmente non la apprezzo affatto — anzi, provo sconcerto e rabbia per una simile politicissima dichiarazione di intenti da parte di chi dovrebbe, al contrario, assicurare la libertà del gioco democratico e assumere sempre una posizione imparziale di garanzia. 

Parafrasando Grillo, il Quirinale non è di destra né di sinistra: è sopra. Se scende nell’agone politico, pretendendo di imporre una linea ai governi, si arroga funzioni non sue, e soprattutto entra in conflitto  con la volontà popolare liberamente espressa. Domenica 27 maggio ci è stato detto, in sostanza, che il nostro voto vale meno di un’oscillazione dello spread, che avere opinioni contrarie a quelle mainstream è proibito, che la nostra è una Repubblica “democratica” fondata sul pareggio di bilancio e l’inchino ai Trattati europei. La prova? L’immediata estrazione dell’asso dalla manica: l’incarico a  Cottarelli, un neoliberista graditissimo ai nostri “partner” (i contorcimenti dello Spread sono un invito inequivoco a concedergli una rapida fiducia parlamentare). 

Una decisione d’impeto? Suvvia, siamo seri…

Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico.




TUTTI IN PIAZZA ORA

[ 29 maggio 2018 ]


Comunicato n. 7/2018 – Programma 101



Scrivevamo ieri appena appresa la notizia del complotto ordito dall’élite eurocratica per impedire la nascita del governo M5s-Lega:

«Per questo, noi che da sempre abbiamo detto che prima o poi saremmo arrivati alla prova decisiva per l’uscita dalla gabbia dell’euro, noi che per primi abbiamo invocato la formazione di un Comitato di Liberazione Nazionale e alla più ampia mobilitazione popolare, noi saremo in campo e daremo il nostro contributo alla vittoria del fronte per la sovranità popolare e nazionale».

Contro questo colpo di stato, contro l’incarico di formare il governo al cane da guardia dei poteri forti Cottarelli, sale nel Paese un’ondata di indignazione popolare. Questa indignazione è legittima, per questo va alimentata, raccolta e sostenuta. In un contesto di sospensione della democrazia solo la più ampia mobilitazione popolare può evitare il peggio, salvare assieme alla sovranità popolare la dignità nazionale. Lo ripetiamo, quella appena iniziata 

«Sarà una battaglia storica da cui dipendono la vita o la morte della Repubblica».

Sia M5S che Lega, le forze che hanno vinto le elezioni, a cui è stato impedito di governare per porre fine all’austerità e alla sudditanza verso le oligarchie europeiste, hanno chiamato alla mobilitazione in occasione del 2 giugno. Doveva essere la festa della Repubblica, è invece il giorno della rabbia e della protesta.

La sinistra patriottica sarà in piazza, a Roma come nelle altre città. Ci saremo con la nostra bandiera, il tricolore con la stella rossa, simbolo della migliore resistenza partigiana.

La storia non ha mai perdonato gli ignavi e gli indifferenti. Ancor meno perdonerà quelle forze di sinistra che, barricandosi dietro a pur giuste critiche a M5s e Lega, rifiutano di riconoscere che adesso è il momento di battere il nemico principale e scelgono una posizione disfattista. 

Ci vediamo nelle piazze e nelle strade.
Consiglio nazionale di Programma 101
28 maggio 2018







BATTERE IL NEMICO PRINCIPALE di P.101

[ 27 maggio 2018 ]
Comunicato n. 6/2018 – Programma 101
Con il rifiuto opposto alla nascita del governo giallo-verde da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la grave crisi sociale e politica diventa una devastante crisi istituzionale. Per la prima volta nella storia della repubblica, egli ha impedito che il Parlamento eleggesse il suo governo.
Non c’è dubbio che con il suo veto, egli ha brutalmente travalicato le prerogative che gli assegna la Costituzione, per questo riteniamo che il Parlamento possa e debba avviare la procedura per la sua messa in stato d’accusa per “attentato alla Costituzione”. (Art.90)
Con il discorso pronunciato questa sera Mattarella ha gettato la maschera. Anche in questo caso violando la sua funzione istituzionale super partes, ha svolto un discorso tutto politico, dimostrando che egli non è il difensore della Costituzione e della sovranità popolare e democratica; si è posto in modo sfrontato, in stile presidenzialista, come garante delle oligarchie eurotedesche, della grande finanza predatoria e della dittatura dello spread.
Siccome, a meno di un vero e proprio golpe, nuove elezioni sono inevitabili, Mattarella non ha esitato a porsi come il capo politico del fronte eurocratico, indicando quale sarà la strategia dell’élite: guerra totale alle forze della sovranità popolare, terrorismo psicologico contro cittadini, richiesta ai “mercati” di strangolare l’Italia, senza escludere la catastrofe del Paese. Funzionale a questo disegno disfattista è l’incarico che Mattarella vuole dare a Cottarelli, cane da guardia dell’oligarchia, di formare il governo da qui alle elezioni. Altro che “governo di garanzia democratica”! Sarebbe un atto gravissimo e inaccettabile.
Non saranno quindi solo elezioni parlamentari, sarà un referendum la cui posta in palio è se l’Italia riconquista la sua sovranità nazionale e democratica o se verrà sancita la sua sudditanza coloniale. Sarà quindi una battaglia storica da cui dipendono la vita o la morte della Repubblica.
Per questo, noi che da sempre abbiamo detto che prima o poi saremmo arrivati alla prova decisiva per l’uscita dalla gabbia dell’euro, noi che per primi abbiamo invocato la formazione di un Comitato di Liberazione Nazionale e alla più ampia mobilitazione popolare, noi saremo in campo e daremo il nostro contributo alla vittoria del fronte per la sovranità popolare e nazionale.
Consiglio nazionale di Programma 101
27 maggio 2018



SIAMO DIVENTATI UNA REPUBBLICA PRESIDENZIALE? di Leonardo Mazzei

[ 13 maggio 2018 ]

Di fronte agli abusi del Quirinale dove sono i costituzionalisti?


E Mattarella di qua e Mattarella di là. A leggere i giornali sarà lui a decidere il presidente del consiglio, a mettere il becco sul nome di ogni ministro, a porre veti e suggerire promozioni. Il tutto a garanzia dei poteri oligarchici – nazionali ed europei – che hanno ridotto il Paese nella condizione in cui si trova. Detto in breve, questi poteri affidano a Mattarella il compito di rovesciare l’esito democratico delle elezioni del 4 marzo. E l’interessato è ben lieto di svolgere questo servizio, altro che garante della Costituzione!

Se questo tentativo passasse la stessa controriforma renziana, seppellita nelle urne del referendum del 2016, parrebbe quasi una roba da ragazzi. Ecco perché è scandaloso – lo sottolineamo, SCANDALOSO – il silenzio dei tanti costituzionalisti che dissero di no due anni fa e che oggi invece tacciono.

Che faranno di fronte alla protervia presidenziale Di Maio e Salvini? Se dire no a Mattarella è dovere di ogni democratico, per i due che si accingono a formare il nuovo governo la questione è dirimente. Più esattamente è una questione di vita o di morte. Un governo che nascesse sotto la tutela del Quirinale, e quindi dell’Unione Europea, della Nato, delle banche, degli stessi poteri bocciati dagli elettori, nascerebbe infatti già morto.

A Lega e Cinque Stelle va riconosciuto il merito di aver detto di no al cosiddetto “governo del presidente”, alla arrogante pretesa quirinalizia di formare un esecutivo del tutto esterno alle forze parlamentari. Quel disegno è stato affossato. Ma non basta. Adesso va respinto fino in fondo, affermando il diritto della maggioranza parlamentare a formare un governo con il programma e la composizione più idonea ad affrontare una battaglia che si annuncia campale.

Decisiva sarà la questione del primo ministro. Inutile discutere di programmi fin nei dettagli, di mediazioni all’ultimo respiro su questioni talvolta secondarie. Il vero nodo da sciogliere è quello della sovranità. Essa appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della Costituzione, o è nelle mani di una specie di monarca che tutto può disporre purché lo faccia al servizio di lorsignori?

Pur con tutti i colpi che gli sono stati portati, in primis dal tristemente noto Napolitano, la nostra rimane una repubblica parlamentare. Può il presidente della repubblica respingere il nome di un presidente del consiglio espresso da una chiara maggioranza parlamentare? In tutta evidenza, no. Se lo facesse si assumerebbe la responsabilità di una gravissima crisi istituzionale.

Il nodo è dunque politico. Se la sentiranno Di Maio e Salvini di andare fino in fondo? Lo


sapremo soltanto nei prossimi giorni. Ma se M5S e Lega decidessero di cedere sul punto, sperando magari in un periodo di “benevolenza” da parte delle oligarchie, sarebbe questo il più clamoroso suicidio politico degli ultimi decenni. L’attacco dei grandi potentati nei confronti del nascituro governo è già iniziato in grande stile, leggere i giornali basta e avanza. Pensare di poterlo fermare con qualche pateracchio non sarebbe solo illusorio, sarebbe totalmente autolesionista.

Non ci sfuggono le contraddizioni di M5S e Lega: se Salvini ci ha messo due mesi per piegare Berlusconi, M5S balbetta pericolosamente (a voler essere buoni) sui vincoli di bilancio. Non parliamo poi dei tanti punti programmatici – dalla flat tax alla giustizia – per noi assolutamente inaccettabili. Ma in politica, tanto più nei momenti topici che ne segnano i passaggi davvero importanti, bisogna guardare essenzialmente all’aspetto principale. E la nascita di un governo “populista” nel cuore dell’eurozona avrebbe il potere di innescare una crisi dei “signori dell’euro” più di ogni altra cosa. Solo i ciechi possono non vederlo.

Quello in atto è dunque uno scontro vero. Le forze politiche sistemiche sono state messe all’angolo. Mentre il Pd renziano sembra puntare sull’unica carta del fallimento del “governo dei populisti”, Berlusconi ha dovuto cedere di fronte alla prospettiva di nuove elezioni. Questa è la situazione concreta. Altro che le letture mono-maniacali alla Travaglio! Costui continua a vedere l’ombra dell’ex cavaliere dietro al governo M5S-Lega, quando è invece ormai chiara la collocazione di quest’ultimo nello stesso fronte del direttore del Fatto Quotidiano: quello delle forze sistemiche ed euriste che non vedono l’ora di riprendere completamente quel potere che ritengono gli spetti per grazia divina.

La partita è semplice, quanto decisiva. Dopo dieci anni di crisi, ed altrettanti di austerità, l’Italia è a un bivio: o continuare ad accettare il giogo imposto dall’euro-germania, o cominciare ad aprire una breccia promuovendo politiche espansive con al centro l’obiettivo occupazionale. Il segnale del passaggio alla seconda opzione – quella chiesta a gran voce dagli elettori – sarà il no alle clausole di salvaguardia ed ai vincoli di bilancio concordati dai precedenti governi. In breve, il no all’austerità, che se così non fosse non si capirebbe neppure il senso della parola “cambiamento”.

Ma per poter arrivare a quel primo segnale di svolta, e dunque alle misure concrete che ne dovranno seguire, occorre prima un no politico. No alle pretese dei “signori dell’euro”, no al condizionamento dei soliti noti, no insomma al neo-monarca Mattarella. Sì, invece, al pieno rispetto della sovranità popolare così come si è espressa il 4 marzo.

Che ogni democratico faccia sentire la sua voce. E che lo facciano i costituzionalisti, almeno quelli che non hanno il vizio di parlare solo a corrente alternata. E lo facciano anche coloro che affermano a vario titolo di voler disobbedire all’Europa. Il momento è ora, perché se le forze oligarchiche prenderanno di nuovo il sopravvento ci sarà poco da illudersi sul futuro del nostro Paese.






DUE BOIATE PAZZESCHE di Leonardo Mazzei

[ 5 maggio 2018 ]

A proposito delle bufale quirinalizie — con una domanda ad Alberto Bagnai…

«Si giustifica il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l’Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell’IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla».

E’ tempo di bufale. Bufale mediatiche, ma di matrice quirinalizia. La crisi politica si incancrenisce e un nuovo voto si imporrebbe, ma lorsignori temono la democrazia e vogliono guadagnare tempo. Per giustificare la manovra raccontano allora una balla dietro l’altra: che non si potrebbe votare prima dell’estate, ma adesso neppure in autunno, che si imporrebbe perciò un’ammucchiata denominata “governo del presidente”. Di tutto ciò ci siamo già occupati 3 giorni fa. Ci torniamo sopra per mettere ancor più in luce alcune delle mistificazioni che vanno per la maggiore in questi giorni sui media. Due in particolare: quella riguardante il vertice europeo di fine giugno; quella concernente le cosiddette “clausole di salvaguardia” sull’IVA. 


Nell’articolo già citato ho sostenuto una tesi secca: che non esiste nessun “governo del presidente”, che ormai l’alternativa è solo tra nuove elezioni od un governo destra-Pd. E che dunque la scelta definitiva è sostanzialmente nelle mani di Salvini. Mi pare che gli avvenimenti degli ultimi due giorni confermino quell’analisi. 
La direzione del Pd si è conclusa con un esito che si può sintetizzare in tre parole: comanda Renzi, stop. Il quale Renzi conterebbe però sulla proposta quirinalizia del presunto “governo di tregua”, che secondo lui – così almeno dicono i giornalisti esperti di retroscena – alla fine ingloberebbe anche M5S. Cosa di cui il sottoscritto dubita invece assai, per il banale motivo che tutta la dirigenza pentastellata non fa altro che ripetere il suo no ad ogni ipotesi di questo tipo.  
Dunque si torna sempre lì, a cosa vorrà fare Salvini davanti alla prospettiva di un governo destra-Pd che dovrebbe predisporre e poi votare una Legge di bilancio di certo non leggera. Il leader della Lega dice di non voler fare governi con il Pd, ma vorrebbe l’incarico per andare in parlamento a cercar voti. Ma i voti non son funghi, l’ha detto lui stesso qualche tempo fa, ma nel caso li trovasse sarebbero solo funghi velenosi targati Partito Democratico. L’uomo non è certo stupido e queste cose le sa, ma il tempo dei tatticismi è finito anche per lui.
In attesa di vedere come andranno le cose, occupiamoci intanto delle bufale di cui abbiamo detto all’inizio. Si giustifica infatti il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l’Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell’IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla.

Boiata n° 1 – Il Consiglio europeo del 28-29 giugno ci viene presentato come storico, ma non lo sarà. Le idee di riforma di Macron sono già state frenate dalla Germania, che punta a rimandare questa discussione a dopo le elezioni del parlamento di Strasburgo del maggio 2019. Campa cavallo, che la storia può attendere… 

Il perché di tanta insistenza sul vertice di giugno una ragione però ce l’ha, ma niente ha a che fare con la storia. Al Quirinale, come a Bruxelles, vorrebbero un governo che garantisse una robusta manovra di bilancio. Più che la storia gli interessa la cassa. Ma se è così, come si fa a parlare di “governo di tregua”, quando si tratterebbe invece di disegnare un profilo politico del tutto in linea con quello dei precedenti governi, e dunque del tutto opposto alle indicazioni del voto del 4 marzo?
Si obietterà che questo tradimento della democrazia rischia di esserci comunque, anche con un governo che avesse il solo compito di preparare le elezioni. Non è così. E non è così perché nulla può vietare al parlamento di fornire dei precisi indirizzi a quel governo. Ed in quel caso una maggioranza M5S-Lega potrebbe votare un chiaro stop a nuove politiche di austerità.


Boiata n° 2 (la più grossa) – Il “disinnesco” della clausole di salvaguardia sull’IVA, recita la narrazione mainstream, verrebbe meno in assenza di un governo immediatamente in carica. Qui il trucco linguistico è nella parola “disinnesco”. Insomma, sembra quasi che quelle clausole siano una bomba ad orologeria. Ma che siamo impazziti? Che forse l’IVA ce l’aumentano a Bruxelles con un comando automatico all’Agenzia delle Entrate? Eh no, cari, non siamo ancora a questo. Solo un provvedimento del governo, ratificato dal parlamento, può decidere l’aumento dell’IVA. Se il governo non lo fa, o il parlamento non lo ratifica (dunque M5S e Lega restano pur sempre decisivi), l’IVA non aumenta.

Ma questa è solo la prima parte del trucchetto insito nella parola “disinnesco”. La seconda non è meno importante. Nell’idea di lorsignori quel “disinnesco” non è (come sarebbe necessario) annullamento delle clausole capestro imposte all’Italia. Non è lo stop alla politica dei sacrifici, ma semplicemente la sostituzione dei sacrifici derivanti dall’aumento dell’IVA con altri sacrifici (altri tagli, altre tasse) dello stesso importo. Stando a quanto scritto sul DEF si tratta di 12,4 miliardi di euro per il 2019, destinati a salire a 19,1 miliardi per il 2020. Sono pronti Lega ed M5S a votare una siffatta manovra?
Come si vede, si torna sempre lì. Ai nodi politici. Nodi che nessuna trovata quirinalizia potrà sciogliere. Perché il nodo vero si chiama euro(pa). Oggi, sia pure nel modo confusionario che più gli si confà, se ne è ricordato anche Grillo
In ogni caso chi vuole davvero battersi per il cambiamento, oggi non ha che da sostenere la scelta di nuove elezioni subito, impedendo la nascita di un governo destra-Pd fondato sulla pervicace volontà di ribaltare il verdetto delle urne. Governo che, ove nascesse, dovrebbe vedere subito in campo la più ampia opposizione popolare. 

PS
Una piccola noterella la voglio dedicare ad Alberto Bagnai. In un suo post di ieri, su Goofynomics, ha criticato la recente riesumazione del tema del “conflitto di interessi” riferita al solito Berlusconi. Personalmente ho scritto parecchi articoli sulla stupidità dell’antiberlusconismo, tanto più nel 2011 quando i poteri oligarchici lavorarono come sappiamo per passare dal Pagliaccio con la bandana al Killer dei mercati, al secolo Monti Mario. Adesso, però, siamo nel 2018, e quelle stesse oligarchie si affidano a Berlusconi sul fianco destro, così come contano sul Pd in quello che vorrebbe essere il loro fianco sinistro. Ora, siccome Berlusconi è in coalizione con la Lega, e Salvini non dà segni di volersene liberare, c’è o no qualche “piccolo problema” per chi da quelle parti vuole battersi contro il sistema dell’euro? A questa domanda, non ad altro, sarebbe bene rispondere.




IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (DELLE BANANE) di Moreno Pasquinelli

[ 24 marzo ]

«Vieni, ti farò vedere il giudizio che spetta alla grande prostituta che siede su molte acque. I re della terra hanno fornicato con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione». (…) Poi mi disse: «Le acque che hai viste e sulle quali siede la prostituta, sono popoli, moltitudini, nazioni e lingue.

Giovanni; Apocalisse
Una bestia ferita, com’è noto, può essere ancor più pericolosa e aggressiva. I profondi traumi che essa ha subito con la Brexit, l’elezione di Trump ed il referendun italiano spiegano la ferina reazione della setta degli euro-liberisti. Davanti alla decomposizione dell’Unione europea essi tentano di ridare slancio al disegno unionista, anche a costo —”Europa a due velocità”—di fare un radicale repulisti, cacciando quei paesi che non vogliono privarsi degli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Riusciranno nell’impresa? E’ altamente improbabile. 

Un’euro-unione statuale avente come architrave l’asse franco-tedesco, con attorno un ristretto novero di paesi sotto regime di protettorato (e date le condizioni l’Italia sarebbe tra questi) non sarebbe solo un “cambio di passo”; sarebbe un nuovo disegno strategico. Un salto nel buio che mentre conferma la fine della Ue così come l’abbiamo conosciuta, accentuerà infatti contraddizioni, contese, discordia, conflitti.

Voglio dirla tutta: l’eventuale mossa verso un’Unione eurista a ranghi ridotti, compatta dietro comando tedesco, porta dritti verso una nuova guerra europea su larga scala —questa è sempre stata la conseguenza, e sempre lo sarà, della imperialistica volontà di potenza germanica. Lorsignori lo sanno, per questo, quando parlano di accelerazione, si focalizzano anzitutto sulla politica di difesa, che altro non significa che una corsa al riarmo, accompagnata da una stretta interna autoritaria, invocata in nome delle minacce esterne.

Com’è ovvio la bestia deve camuffare la sua volontà di potenza, deve mascherarla, essa si deve anzi manifestare sotto le mentite spoglie delle più pie intenzioni. Ispirandosi al Grande Fratello di George Orwell —«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». La bestia “dalle sette teste e dalla dieci corna” sostiene infatti di volere la pace, la democrazia, il progresso, il bene dei popoli.
L’altro ieri Parlamento ovazione bypartisan


In vista delle celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma essa ha scatenato una vera e propria offensiva ideologica. 

In Italia suo massimo portavoce è stato il Presidente Mattarella, il quale come palcoscenico e per dare la massima solennità al suo predicozzo, ha scelto il Parlamento con le due camere riunite. 

Bersaglio di Mattarella “… i sovranisti che provano nostalgia per i vecchi Stati nazione”. LA STAMPA ci informa che prima della standing ovation finale “Il discorso è stato spesso applaudito dalla sinistra dell’emiciclo, com’era logico aspettarsi, ma pure dalla trentina di grillini presenti e da Forza Italia” —va ad onore della pattuglia salviniana non aver partecipato alla commedia. Ma sentiamo qual è stato il cavallo di battaglia di Mattarella:

«Nessun Paese può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà assicurare ai cittadini europei pace, sicurezza e prosperità perché nessun Paese, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi. (…) L’alternativa è l’irrilevanza di ciascuno e, invece un processo di unificazione basato non sull’egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratica».

Della fuffa ideologica (prosperità, pace, sviluppo, democrazia, bla, bla, bla) si è detto. Che dire del postulato su cui Mattarella appoggia la storytelling eurista per cui uno Stato sovrano sarebbe condannato all’irrilevanza “considerata la scala dei problemi”? Si tratta di una solenne sciocchezza, e non ci torno su, rimandando a quel che ho avuto modo di scrivere recentemente su questo blog — UNA CRITICA AI PARTIGIANI DELL’EURO E DEL GIGANTISMO ECONOMICO
Qui vale la pena insistere sul fatto che proprio la più alta carica dello Stato sia diventata, da alto presidio della Costituzione repubblicana, l’avamposto dei suoi scassinatori —chi dimentica che Mattarella è stato intronizzato grazie ai desiderata di chi lo ha preceduto? Abbiamo come Presidente uno che senza peli sulla lingua afferma che la sovranità nazionale va definitivamente ceduta, che ciò non solo è necessario ma indifferibile. Abbiamo per la terza volta (dopo Ciampi e Napolitano) un agente diretto e consapevole di un’élite eurista che ha come scopo smantellare la Repubblica a favore di un’Unione imperiale e imperialistica. 

E non è un caso che per far ben comprendere quale sia l’idea di “nuova Unione”, Mattarella ha a più riprese citato non Altiero Spinelli, ma proprio il liberista Luigi Einaudi, il quale, sulla satanica scia di Von Hayek, già nel 1947 perorava, di contro alla maggioranza dei costituenti democratici, l’abolizione delle barriere fra stato e Stato e il liberoscambismo più sfrenato. 

Già altri hanno invocato l’Art. 90 della Carta, quello per cui il Presidente dev’essere messo in stato d’accusa nei casi di  “alto tradimento o attentato alla Costituzione”. Lo facciamo anche noi, essendo quello di Mattarella un comportamento doloso, diretto a sovvertire le istituzioni repubblicane ed a violare la Costituzione, che dice parole inequivocabili su chi sia il soggetto a cui spetti la sovranità.

Sì, abbiamo un Quisling al Quirinale, espressione di una classe dominante italiota bastarda e antinazionale che, malgrado la sberla del 4 dicembre, continua a congiurare per convolare a nozze con la più potente (certo non bastarda) borghesia carolingia, ovvero franco-tedesca. Quest’élite stracciona va alle celebrazioni dei Trattati di Roma ostentando un vergognoso zelo verso i potenti d’Oltralpe. Sta col cappello in mano sperando in “un processo di unificazione basato non sull’egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratica”. Uno zelo che ha del patetico, visto che questa élite anti-nazionale, dopo aver svenato il popolo per restare nell’eurozona, pensa di ottenere un posto a tavola spendendo le residue dosi del suo servilismo europeista. Sarà trattata come una classe mendicante—Dijsselbloem, ipse dixit.

Ps.
Questi abusivi, campioni dell’illegalità anticostituzionale, stanno minacciando sfracelli nel caso la manifestazione di Eurostop di domani non rispetti le ferree limitazioni del Ministro degli Interni. Verrebbe da rispedire al mittente, visto il pulpito, certe ingiunzioni. Verrebbe da rispondere che preferiremmo prendere d’assalto il luogo ove i vampiri europei, protetti da migliaia di poliziotti, stanno rintanati. Non accadrà, per la semplice ragione che non ne abbiamo la forza ovvero, la forza della manifestazione di domani, essendo la prima del genere, sarà nella sua proposta di uscita dalla Ue e dall’eurozona, quindi nella partecipazione massiccia—malgrado la campagna d’intimidazione. C’è ancora tempo per passare dalle armi della critica alla critica delle armi.



UN FUORILEGGE AL QUIRINALE

[ 16 giugno ]

Art. 241 CODICE PENALE: DELITTO CONTRO LA PERSONALITÀ INTERNAZIONALE DELLO STATO

Che Mattarello sia diventato Presidente della Repubblica per Grazia ricevuta, ovvero su mandato della frazione politica più supina ai poteri eurocratici, non c’è alcun dubbio.
Il Nostro non perde occasione per ribadire il suo europeismo, per sostenere che il processo unionista di smantellamento dello Stato nazionale e quindi della Costituzione deve procedere a passo svelto, costi quel che costi — di qui il suo sostegno alla Controriforma Renzi-Boschi.

In occasione del suo viaggio in Romania Matterello ha anzi testualmente affermato:

«Possiamo fuggire dalla realtà e girare la testa indietro verso un tentativo antistorico di recupero, da parte degli Stati, di sovranità in realtà solo apparenti, rinunciando così alla tante conquiste di questi anni…oppure possiamo tenere lo sguardo rivolto verso il futuro, verso il completamento dell’Unione, che passa attraverso istituzioni comuni, con il rafforzamento di quelle esistenti e la creazione di nuove».

Chiaro? Mattarello ci dice apertis verbis che la sovranità statuale italiana è oramai “solo apparente”,  e che occorre disfarsi delle parti ancora residue di questa sovranità.

Abbiamo quindi, alla testa dello Stato, non un guardiano della sovranità nazionale e popolare, bensì un suo demolitore.

Non si tratta solo che Mattarello viene meno ai doveri sanciti dalla Costituzione. 
Si tratta anche di un reato penale:

Dispositivo dell’art. 241 Codice Penale 

Titolo I – Dei delitti contro la personalità dello stato (artt. 241-313)  

Capo I – Dei delitti contro la personalità internazionale dello stato
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche. 

Ratio Legis
Tale reato rappresenta la più grave fattispecie contro la personalità dello Stato, di conseguenza la ratio dello stesso si ravvisa nell’esigenza di tutelare il bene giuridico dell’integrità del territorio, la sua indipendenza ed unità.




IL REGALO DI BABBO NATALE di Campo Antimperialista

[ 25 dicembre ]

Rapimento di Abu Omar: Mattarella grazia il capocentro CIA di Milano


A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. Proprio tutti? Questo è più difficile a dirsi. Al Quirinale, però, non vengono mai meno ai loro doveri. Ed alla loro bontà, specie quando c’è in ballo un farabutto a stelle e strisce. Ecco allora la grazia concessa al sig. Bob Seldon Lady, ex capocentro della CIA a Milano.

Grazia richiesta dal diretto interessato, ci informa entusiasta la stampa. Ma da quale carcere il sequestratore ha scritto la sua commovente lettera, tesa a porre fine alla sua dura e prolungata prigionia? Domanda ingenua: il sig. Lady ha scritto le sue implorazioni rivolte alle severe orecchie presidenziali niente meno che da casa sua, negli States.  

Dunque, il sig. Lady – condannato da un tribunale italiano a 9 anni di carcere per il sequestro dell’imam Abu Omar – non ha scontato neppure un giorno in prigione? No, no, ci mancherebbe, non si pensi mai ad una simile bestialità. Egli ha pagato, eccome! Arrestato a Panama il 18 luglio 2013 è stato rilasciato soltanto il giorno dopo, per venire gentilmente imbarcato su un aereo diretto… a casa sua.

Ventiquattrore di carcere per un agente della CIA! Ovvio che di fronte a tanta ingiustizia Mattarella si sia subito attivato. Ma siccome egli è un uomo misurato e giudizioso non gli ha concesso la grazia completa. No, no, non penserete mica a tanto servilismo quirinalizio? Il Mattarella ha infatti concesso al sig. Lady una “grazia parziale” di soli 2 anni. C’è solo un dettaglio: togliendo due anni dalla pena di nove si arriva a sette, meno tre già ridotti con l’indulto e si giunge a quattro, soglia raggiunta la quale è certo che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando (altra sicura sentinella del diritto), revocherà la richiesta di estradizione.

Abu Omar

Ora non penserete mica che la Presidenza della Repubblica si sia abbassata a simili calcoli! Ma ce lo vedete il presidente con la calcolatrice in mano? Non scherziamo, che al Quirinale l’imparzialità è di casa. Volete la dimostrazione? Per far contenti tutti il Mattarella ha graziato anche un’altra agente CIA, la signora Betnie Medero, anch’essa condannata a tre anni per il sequestro Omar.

E poi perché prendersela con il solo Mattarella, quando il suo predecessore – l’indimenticabile golpista Napolitano – graziò nell’aprile 2013 il colonnello Joseph Romano, comandante della base NATO di Aviano, dove i rapiti delle extraordinary rendition americane transitavano prima di essere destinati alle torture nelle carceri di qualche paese compiacente.

Per Abu Omar quel paese si chiamava Egitto, dove l’imam subì le peggiori torture che si possano immaginare. Ma questo al Quirinale interessa assai poco. Di certo molto meno della libertà – peraltro mai venuta a mancare – di coloro che agendo indisturbati sul territorio italiano, con l’evidente complicità dei

servizi segreti nostrani, sequestravano ed inviavano agli aguzzini le vittime da loro prescelte.

Ci viene in mente chi pensava che con il nuovo presidente le cose sarebbero cambiate. Certo, rispetto al suo predecessore Mattarella parla meno. E quando parla non si capisce bene cosa abbia da dire. Ma quando arrivano gli ordini da Washington si obbedisce e basta. Come con Napolitano. Come innumerevoli volte nella storia italiana dal 1945 in poi.

Il servizietto natalizio del Mattarella non deve dunque stupire. Ma che almeno se ne parli e ci si rifletta un po’. 
* Fonte: Campo Antimperialista