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COVID-19: VERSO LA SOCIETÀ-MACCHINA di Matthieu Amiech

Matthieu Amiech è uno di quelli che i cervelloni del Grande Reset definirebbero un “tecno-pessimista”. Si tratta di critico radicale del devastante sviluppo delle tecnologie, anzitutto digitali. Già nel 2013 metteva in guardia col libro Libertà in coma – Saggio sull’identificazione elettronica e le ragioni per opporvisi”, in cui denunciava le minacce poste dalla società digitale all’uguaglianza e alle libertà. Oggi ci dice che la gestione tecnocratica e autoritaria della SINDEMIA-Covid-19 è brutalmente utilizzata per l’avvento di quella che ha definito “società-macchina”. Di seguito l’intervista a Amiech di Amélie Poinssot.*

D. Telelavoro, teleconsulti, videoconferenze, click and collect, piattaforme VOD … Il Covid e l’isolamento a cui siamo stati costretti hanno accresciuto il ruolo del digitale nelle nostre vite nell’ultimo anno. Quali tracce lascerà tutto questo?

R. Non solo le tracce saranno profonde, la questione è chiaramente se stiamo assistendo (o meno) a un cambiamento nella vita sociale. Di fronte a uno sconvolgimento così rapido e considerevole, si è tentati di guardare all’evento Covid in chiave hegeliana: le forze storiche hanno lavorato a lungo su questa evoluzione verso una vita “senza contatto”, in gran parte computerizzata, e tutto ciò che serve è uno shock – un movimento di panico – affinché i genitori siano pronti a smettere di baciare i propri figli, affinché le persone pensino a proteggere i loro anziani lasciandoli soli a Natale, in modo che sia possibile che i bambini mascherati imparino a leggere e si esprimano con istinti mascherati… Non si tratta solo di digitale, ma di tutto il mondo. Già nel 1980, lo storico statunitense Christopher Lasch ha analizzato l’evoluzione delle disposizioni emotive nelle nostre società urbanizzate e consumistiche. Ha parlato di narcisismo, di “me assediato”, di generalizzazione di una mentalità di sopravvivenza di fronte al moltiplicarsi delle allerte ecologiche, ai rischi di guerra e crolli vari. La tecnologia digitale è diventata il mezzo preferito per queste evoluzioni psico-comportamentali. Ci si potrebbe chiedere come si sarebbe svolta una simile crisi sanitaria in un momento in cui Internet non esisteva, diciamo nel 1980. È certo che lo scenario sarebbe stato diverso. Ai nostri giorni, questa crisi è stata una manna dal cielo per i giganti del digitale. Una “divina sorpresa”, come era stata per la borghesia anticomunista e antisemita la sconfitta francese contro i nazisti nel giugno 1940. È probabile che le tracce siano profonde anche politicamente. Il nuovo regime delle relazioni sociali corrisponde a un nuovo declino della democrazia. In Occidente vivevamo già in oligarchie più o meno liberali, dove c’era ancora la possibilità di protestare, di respingere o negoziare i poteri in essere. Da marzo 2020 quel che restava della vita democratica è quasi del tutto fermo: sono state impedite manifestazioni, e ancor di più assemblee pubbliche, procedure di informazione e consultazione della popolazione (sebbene insoddisfacenti). La gestione della crisi sanitaria ha un effetto centrifugo, allontana i cittadini gli uni dagli altri, toglie loro il controllo sul corso del mondo. Ci conduce verso una società- macchina che tende verso il totalitarismo.

D. Cosa intendete per«società-macchina»?

R. Mi riferisco ai lavori del gruppo Pièces et Main-d’œuvre[«sito fai da te per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble», come specificato nella prima pagina del sito, nato nel 2000 – ndr], che ha introdotto questo termine per denunciare il progetto di smart planetdell’IBM – coprire la società e l’ambiente naturale di sensori elettronici per razionalizzarne il funzionamento grazie all’intelligenza artificiale. Quando si vede come l’epidemia viene monitorata in Cina e Corea del Sud da app per smartphone e telecamere a circuito chiuso che tracciano tutte le interazioni sociali di una persona che risulta positiva, ti viene da pensare a una macchina. Anche i piani scandalosi per una “tessera sanitaria” e un altro passaporto per le vaccinazioni sono tecniche tipiche della società delle macchine. In un senso leggermente diverso, pensare che i bambini e persino gli studenti possano imparare con l’istruzione assistita dal computer è una questione da società delle macchine.

Il problema è che di fronte a questo cambiamento, guidato da un certo numero di industriali e tecnocrati, la popolazione è priva di difesa morale e politica. La digitalizzazione delle nostre vite è ancora raramente vista come un grave problema politico. Gli eletti pensano solo, nel migliore dei casi, a controllare ciò che considerano abusi. I movimenti sociali non hanno mai denunciato questa digitalizzazione come un vettore cruciale di insicurezza economica, aumentando le disuguaglianze e indebolendo la capacità di protesta popolare – anzi su questo credono tutto il contrario. Tuttavia, per settant’anni, i principali pensatori ci hanno fornito gli strumenti per politicizzare la questione della tecnica: gli scritti di George Orwell, Hannah Arendt, Günther Anders, Jacques Ellul e Bernard Charbonneau o persino Lewis Mumford ci consentono di cogliere la centralizzazione e la perdita di libertà indotti dall’IT, compreso il personal computer. Ma la sinistra rifiuta questa critica fondamentale. Si rifiuta di riflettere sul fatto drammatico che gran parte di ciò che è stato prodotto per decenni è dannoso per la libertà, l’uguaglianza e l’ambiente.

D. Un dispotismo che ibrida Silicon Valley e la Cina post-maoista?

R. Il problema era tuttavia emerso negli anni Settanta. La denuncia dell’alienazione sul lavoro e del taylorismo fu al centro della rivolta del maggio ‘68. I primi movimenti ambientalisti (il quotidiano La Gueule ouverte, il gruppo di scienziati dissidenti Survivre et vivre…) avevano posto chiaramente il problema del contenuto della produzione industriale e del ruolo della scienza nella dominazione capitalista, così come nella catastrofe ecologica. Ma abbastanza rapidamente, l’aumento della disoccupazione ha fornito un pretesto perfetto per coprire queste questioni vitali. Il problema ecologico è stato eluso per trent’anni, e quando (di nuovo) è tornato alla ribalta, negli anni 2000-2010, l’industria e la tecnoscienza non erano più viste come responsabili ma come portatori di soluzioni. Oggi i leader politici sono lì solo per sostenere e stimolare lo sviluppo tecnologico. Viviamo in una tecnocrazia. La gestione della pandemia da parte del potere degli esperti e la precipitosa corsa tecnologica illustrano questa rinuncia alla democrazia.

D. Questo ruolo accresciuto della tecnologia e del digitale con il Covid apre una strada al 5G? Questa sviluppo non pone molti problemi?

R. La determinazione dello Stato nell’implementare il 5G è molto comprensibile. L’obiettivo è aumentare la velocità di Internet per radicalizzare la dipendenza (tossica) digitale di un gran numero di persone e per connettere miliardi di oggetti connessi. Tuttavia, c’è un imprevisto: parte della popolazione è sospettosa di questo progetto, a tal punto che alcuni politici si pronunciano contro, questo è un fatto eccezionale. Anche le persone che fino ad ora non avevano problemi con l’uso intensivo della tecnologia scoprono che va troppo oltre, come il movimento dei “gilet gialli”, in gran parte dipendente dai social network ma in cui erano apparse parole di ordine anti-5G.

Ed è vero, il 5G segna un traguardo importante. Non penso tanto alla diminuzione dei tempi di download dei video, ma soprattutto alla maggiore automazione dei processi produttivi e della movimentazione delle merci. Il 5G è prima di tutto un progetto industriale e logistico. Ma ha anche una dimensione politica: la sorveglianza della popolazione rischia di essere affinata attraverso la proliferazione di piccole antenne a relè nelle strade e telecamere a circuito chiuso con sistemi di riconoscimento facciale [vedi l’eccellente documentario Tutti sotto sorveglianza – 7 miliardi di sospetti].

Il 5G solleva quindi la questione del tipo di società che vogliamo: società umana o società-macchina? Avviare un progetto democratico o un dispotismo che ibrida la Silicon Valley e la Cina post-maoista? È desiderabile eliminare il più possibile il lavoro e le decisioni umane? Il 5G, ad esempio, sarà al servizio della cosiddetta agricoltura 4.0, o “di precisione”, cioè tendenzialmente priva di intervento umano: gestione automatizzata delle mandrie animali, monitoraggio tramite droni e satelliti del fabbisogno delle culture. Fertilizzanti e pesticidi, diserbanti o irrorazione robot ecc.

Mentre dovremmo produrre meno, ma con più lavoro umano, preservando e reinventando il know-how manuale e le tecniche user-friendly (nel senso di Ivan Illich), ci stiamo dirigendo verso livelli molto alti di disoccupazione tecnologica. Non sono i progetti di decrescita che mettono sempre più persone della classe media e operaia ai margini; sono i promotori della quarta rivoluzione industriale.

Infine, c’è la questione fondamentale del potere. Se, ad esempio, la Francia non passa al 5G (poi al 6G …), rischia di trovarsi in una posizione di debolezza, anche militare, rispetto ad altri Paesi. Oggi dobbiamo accettare la scelta politica, profondamente etica, di fermare questa corsa al potere. Solo una tale scelta potrebbe forse frenare il riscaldamento globale e l’esaurimento delle risorse. Nel suo saggio L’Aigle, le Dragon et la crise planétaire, Jean-Michel Valantin, d’altra parte, mostra come la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti blocchi la traiettoria dell’umanità obbligandola alla distruzione della biosfera.

D. È ancora possibile opporsi alla diffusione del 5G?

R. Per questo sarebbe necessario un vasto movimento popolare, almeno equivalente a quello dei gilet gialli, che metta al centro la questione della nostra crescente dipendenza dalla tecnologia digitale. Inutile dire che ne siamo ben lontani! Forse qualcosa avrebbe potuto emergere in un contesto senza confinamento. Anche da questo punto di vista, il Covid-19 e la sua direzione politica hanno aperto, o ampliato, un largo passaggio per il 5G.

Attualmente, non c’è quasi alcuna possibilità di riunioni pubbliche. D’altra parte, ci sono antenne 5G che bruciano regolarmente. E ci sono posizioni prese da funzionari eletti locali e consigli comunali. Tuttavia, tutto è stato fatto affinché questi funzionari eletti di base non possano più opporsi alla costruzione di antenne per la telefonia mobile. Oggi un sindaco non può far valere il principio di precauzione contro il 5G. Rimangono solo argomenti relativi all’urbanistica o al patrimonio.

In tale contesto, è interessante l’ordinanza di Fontenay-sous-Bois [comune di Val-de-Marne, la maggioranza del quale proviene dalla lista della sinistra Vivre Fontenay – ndr]. Prevede la sospensione del dispiegamento di amplificatori fino alla pubblicazione del rapporto ANSES [Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria per l’alimentazione, l’ambiente e il lavoro, sotto la tutela di vari ministeri – ndr] sulle conseguenze del 5G sulla salute. Annuncia l’organizzazione di dibattiti contraddittori nel comune. E dà molto spazio all’enorme impatto ecologico della tecnologia digitale (emissioni di gas serra, inquinamento da rifiuti) che può solo peggiorare con il 5G.

D. Il costo ecologico d’altronde non è stato valutato nella gestione della crisi Covid …

R. Questa è una grande bugia del 21° secolo. Tecnologie all’avanguardia, computer, intelligenza artificiale sono presentate dai decisori come mezzi per rallentare la catastrofe ecologica. L’implementazione del 5G contribuirebbe a quella che chiamano la transizione energetica: questa tecnologia più sofisticata e potente farebbe meno danni rispetto alle prime fasi dell’industrializzazione.

D. “Opporsi attraverso la disobbedienza concertata”.

R. Tuttavia, è impossibile. Con l’esplosione del traffico richiesta dal 5G, consumeremo molta più elettricità; produrremo più chip RFID, smartphone, touch screen, antenne, server di computer in data center ancora più grandi. E quindi, avremo bisogno di più metalli rari; verranno aperte nuove miniere dove scaveranno più a fondo, spendendo più energia e inquinando di più intorno ai siti di estrazione.

In un editoriale pubblicato lo scorso anno, lo storico della tecnologia François Jarrige ha spiegato che non c’è transizione energetica. Questa frase nasconde l’unica domanda che conta: continueremo a produrre di più, sostenendo che la tecnologia ci permetterà di controllare i danni? Oppure faremo un inventario collettivo dei nostri bisogni e risponderemo ad essi con mezzi meno distruttivi, consentendo ad altre concezioni della vita di affermarsi?

D. Qual è la tua risposta personale a tutto questo? Nel lavoro collettivo a cui hai contribuito, La Liberté dans le coma– Saggio sull’identificazione elettronica e le ragioni per opporvi, pubblicato nel 2013 e ripubblicato nel 2019 dalle edizioni La Lenteur, hai scritto: «Consideriamo che ‘una vita senza Internet, senza fotocamere digitali, senza lettori di musica, senza centrali nucleari e senza TGV è più degna di essere vissuta di quella che gli esseri umani sopportano oggi, e che tutti questi artefatti sono incompatibili con la libertà e la democrazia. […] Avere un mondo condiviso significa che le persone si divertono ancora a vedersi direttamente, amarsi o entrare in conflitto faccia a faccia. Invece, oggi si fa di tutto per evitare questo faccia a faccia» Avete la stessa analisi all’inizio del 2021? È ancora possibile fare a meno di Internet?

R. Con i miei colleghi del gruppo Marcuse, la pensiamo sempre così. D’altra parte, come tutti gli altri, siamo ridotti a prendere il TGV o passare più tempo su Internet, quando la società praticamente non lascia scelta. La possibilità di sfuggire un po’ alla presa digitale dipende molto dalla professione che eserciti. Ma non ha senso cercare di difendersi da solo, ci sono solo risposte collettive che possono fermare questo rullo compressore. La mia risposta personale, quindi, è quella di essere coinvolti in gruppi che tentano di opporsi all’informatizzazione di tutta la vita sociale attraverso la disobbedienza concertata. Dal 2013, il collettivo Ecran Totalha riunito resistenza e riluttanza alla tecnologia digitale in diversi mondi professionali: insegnanti che rifiutano la scuola digitale, assistenti sociali che si oppongono alla taylorizzazione del loro lavoro da parte di statistiche e computer, allevatori ostili al microchip elettronico degli animali, ecc. Gente di tutta la Francia si incontrano lì per discutere di ciò che è loro insopportabile nel loro lavoro, nella gestione e negli standard a cui sono soggette, e ci sosteniamo a vicenda nel nostro rifiuto. È un’esperienza umana molto potente, ma non è affatto miracolosa dal punto di vista politico: siamo tutti sulla difensiva, dovremmo essere più numerosi e inventivi per resistere al maremoto.

Finora, l’unica resistenza alla digitalizzazione che è cresciuta e in qualche modo ha sconvolto la tecnocrazia è il rifiuto dei misuratori di Linky. Questo dà indicazioni. Soprattutto, non lasciarti solo con la paura di suonare come un tasso rovinato: ce ne sono sempre altri vicino a noi!

D. Perché l’impatto ecologico di questo sistema digitale non è oggetto di ulteriori dibattiti?

R. La favola della dematerializzazione è estremamente potente. Molti ambientalisti hanno creduto o credono ancora che le tecnologie avanzate possano aiutare a creare un sistema produttivo meno distruttivo. Persino André Gorz, un critico spesso acuto della divisione industriale del lavoro, alla fine della sua vita è caduto in questa illusione del computer. C’è qualcosa di ammaliante in queste tecnologie. Sembrano sublimare la pesantezza della vita materiale. Danno l’impressione di liberarci dai vincoli del tempo e dello spazio, dagli sforzi fisici per nutrirci, dagli sforzi morali per vivere con gli altri. Non vogliamo vedere cosa c’è dietro lo schermo, né i danni alla natura, né le abominevoli relazioni di domesticità e sfruttamento che persistono o riaffiorano. Ordinare su Amazon, ad esempio, è evitare di dover andare in un negozio. Ma è anche ordinare in senso proprio: impartire ingiunzioni. Questa è la neo-domesticità. Quindi, la propaganda è così massiccia! Pensa a come le auto elettriche o a idrogeno ci vengono presentate come soluzioni miracolose dai media mainstream e dalla pubblicità … Cosa pesano le voci dissonanti? Tra dieci anni sarà ovvio che queste innovazioni spiazzeranno e aggraveranno la catastrofe ecologica, ma sarà troppo tardi perché si saranno imposti negli usi.

D. Questo inverno si è verificata un’altra epidemia di influenza aviaria, che ha portato all’abbattimento di quasi tre milioni di anatre nel sud-ovest della Francia. Negli ultimi decenni, le pandemie sono aumentate in tutto il mondo. Vede un parallelo tra la gestione del Covid e queste diverse epidemie?

R. Certo, ci sono paralleli da fare. Mi riferisco alle indagini di Lucile Leclerc che parlano di produzione industriale di pandemie in connessione con fattorie giganti. Per la Fao la risposta è interrogare e minacciare i piccoli contadini e il bestiame domestico in nome della “biosicurezza”. Il ribaltamento ideologico è totale: è chiaro che sono i grandi allevamenti intensivi ad annidare i virus e indebolire l’efficacia degli antibiotici, di cui utilizzano quantità astronomiche. Ma in Francia, questo inverno, le prefetture hanno chiesto ai sindaci di individuare tutti i piccoli cortili e di diffondere nei pollai familiari misure igieniche estreme, tipiche degli allevamenti intensivi. Questo credo nella biosicurezza, questo sostegno incondizionato alla grande industria, è un effetto dell’ignoranza? Cinismo? Corruzione? O follia burocratica?

In effetti, possiamo porre le stesse domande sul Covid-19. Come spiegare l’attenzione ossessiva alla vaccinazione biotecnologica improvvisata con effetti radicalmente incerti, quando c’è tanto da fare socialmente per migliorare l’immunità della popolazione e combattere le comorbidità croniche come cancro, diabete, obesità, malattie cardiovascolari e renali?

Nel loro libro del 2008, Catastrophisme, administration du désastre et soumission durable, René Riesel e Jaime Semprun hanno anticipato il modo in cui la società di massa tratta i suoi disastri industriali: paralizza la riflessione critica attraverso la paura e rafforza i fattori che sono le cause profonde del problema.

È così che a un Coronavirus moderatamente pericoloso, si risponde con misure che accentuano l’estrattivismo e la destabilizzazione degli ecosistemi, che peggiorano lo stato di salute generale della popolazione e l’incapacità di curarsi senza stravaganti mezzi tecnologici. L’ideologia igienista, manageriale e soluzionista ci chiude in un circolo vizioso, apparentemente duraturo.

* L’intervista è stata pubblicata sul sito francese Mediapart.fr  quindi tradotta in italiano da Salvatore Palidda e ripubblicata da COMUNE.




LA RESA DEI CONTI? di Umberto Bianchi

L’altra sera, nello scorrere pigramente i soliti canali tivvù, la mia attenzione si soffermava sul solito palinsesto di primissima serata condotto dall’ immarcescente Barbara Palombelli. Si parlava di virus e della situazione italiana in generale, l’onnipresente Pietrangelo Buttafuoco stava finendo uno dei suoi interventi molto “fuori dalle righe”, sull’intera situazione italiana. Nulla lasciava presagire quello che, con mia grande sorpresa, la Palombelli stava per affermare.

Come abbiamo già detto, si stava finendo di parlare della situazione di sconquasso ingenerata dalla pandemia e delle gravi manchevolezze dimostrate dal potere politico nel gestire la cosa, quando la Nostra, con estremo candore, se ne usciva affermando che quanto accaduto non poteva rimanere impunito, ma anzi, “qualcuno” prima o poi l’avrebbe dovuta pagare. I responsabili di tante e tali manchevolezze, avrebbero dovuto render conto di quanto fatto. Una frase questa che, detta da una blasonata rappresentante del pensiero “mainstream”, quale la Palombelli, per l’appunto, non poteva passare sotto silenzio.

Il fatto è che, a livello epidermico, ci si sta sempre più rendendo conto che, stavolta, qualcuno l’ha fatta veramente troppo grossa. Anzitutto, è sotto gli occhi di tutti che, le misure adottate per arginare la pandemia, sono state una soluzione peggiore del male che intendevano curare. La privazione della libertà e del lavoro, accompagnati da un più generale deterioramento delle condizioni di vita degli italiani, stanno cominciando a far pesantemente sentire i propri effetti. Quella che, inizialmente, agli occhi dei più, sembrava una emergenza del momento, alla quale bastava contrapporre il solito e vuoto “andrà tutto bene”, sta invece rivelandosi una vera e propria trappola senza fondo. Una discesa all’inferno che sembra mai aver fine, un altalenarsi di buone e pessime nuove, tra il repentino accendersi di speranze ed altrettante, subitanee, docce fredde.

A Maggio 2020 si diceva il peggio esser oramai passato che, con il virus, in fin dei conti ci avremmo dovuto convivere ancora e che non si poteva tener chiuso un paese. A fine Ottobre ci hanno imposto il coprifuoco, dicendo che era per farci trascorrere un Natale in santa pace. A Natale  hanno invece messo in “zona rossa” tutta Italia, dicendo che era per evitare la “terza ondata” e per permettere agli studenti di tornare a poter liberamente fruire del tanto acclamato diritto allo studio. Ora ci dicono che stiamo alla terza ondata e bisognerà nuovamente rinchiudere le scuole e magari,tante altre attività lavorative “superflue”…

Ma, di fronte a tanta disgrazia, Lor Signori ci fanno balenare davanti agli occhi, il loro “Deus ex machina”: il vaccino. Ecco il miracolo dunque,  ecco gli accordi, ecco i miliardi cacciati alle varie multinazionali, a tempo record. Ed ecco il balenare della speranza, si ritornerà alla “quasi normalità”, è solo questione di mettersi in fila ed aspettare il proprio turno, per ricevere questa strana cresima farmacologica ma…come per un orrendo sortilegio, il miracoloso meccanismo si inceppa. L’Europa delle nordiche capigliature, dei musetti saccenti della Von der Leyen e di Frau Merkel, proprio questa Europa che tanto si faceva beffe della piccola Italia, si blocca.

Sì, si blocca e non riesce a far distribuire le dosi di vaccino promesse dalle varie multinazionali che, “stranamente”, omettono di spedirle a quei paesi che tanto le avevano pagate. E nel frattempo, la macchina propagandistica non si ferma. Tra varianti del virus e minacce di “chiusure”, “limitazioni” e “restrizioni” (con quanto ardore e con quanto gusto, i nostri politici sembrano assaporare queste tre magiche parole, sic!), aumentano le voglie, le aspettative, le attese per un ritorno alla normalità, di una scampagnata fuori regione o di una volata sugli sci, che non arriverà mai…a meno di non mettersi in coda per ricevere l’unzione vaccinale.

Intanto, tra una chiusura e l’altra, le elezioni amministrative, previste in primavera, slittano in autunno, nel più imbarazzante dei silenzi. E’ vero, siamo in tempo di Sanremo, per carità, non disturbiamo il clima di allegria che ci regalano artisti del calibro di un Fiorello e di un Amadeus…L’Italia, senza accorgersene, sta silenziosamente scivolando verso una oscura forma di dittatura, infarcita di un mix di miseria e terrore, sparso a piene mani da organi di informazione pienamente accondiscendenti a questo progetto.

Oramai i notiziari parlano solo di virus e contagi. Ad immagini di seriosi pseudo scienziati e dottorini in cattedra, intenti a recitare con voci catatoniche proclami intimidatori, si alternano lacrimevoli e stucchevoli storie di lutti e pseudo solidarietà ritrovate, come se non esistessero altre e ben più micidiali, forme di patologica sofferenza. Di ciò che accade per il mondo, non si ha più notizia. A dar spettacolo di sé, le sempre più onnipresenti ronde di uomini in divisa, mezzi militari, posti di blocco, per le nostre strade. Ma, non vi preoccupate, è per il vostro bene…

E siamo già al secondo esecutivo formato di seguito per cooptazione, con un premier altrettanto cooptato e non eletto. In tutto questo bailamme di provvedimenti, conferme, smentite e giravolte, a qualcuno sta cominciando a sorgere la malsana idea che, “lassù” qualcuno non ha fatto il proprio dovere, non facendo funzionare la macchina statale di uno dei paesi più industrializzati d’Europa e del mondo.

Perché, per esempio, non si è provveduto a rendere  accessibili gratuitamente alla popolazione, tutte quelle misure di protezione sanitaria, dalle varie mascherine ai tamponi, sino alle misure di sanificazione dell’aria all’interno dei posti di lavoro,  che avrebbero sicuramente fatto meno morti e meno danni all’economia, rispetto a quanto mai improvvide ed ottuse chiusure generali? Nessuno, per ora risponde, se non con altrettante e sempre più stupide misure di restrizione, quasi a voler esorcizzare manchevolezze, negligenze e mala fede, a piene mani sparse.

Ma, i quasi centomila morti da inizio pandemia, cominciano a far sentire il loro peso sulla bilancia della Storia. Qualcuno, come Conte e Zingaretti, si è dimesso, qualcun altro si è camuffato e mischiato nella squallida ammucchiata governativa, targata Draghi/Bruxelles. Ma il malcontento sta iniziando a serpeggiare e, prima o poi, la Storia presenta, inesorabile, il proprio conto. E “lassù”, qualcuno deve aver cominciato ad avvedersene, se in uno dei più blasonati e “mainstream” talk show televisivi, una Barbara Palombelli, se ne è uscita come una novella Cassandra.

Sarà forse la voglia di cambiare che caratterizza tutte le amministrazioni Usa ai propri esordi, per le quali vale l’eterno principio dell’ “usa e getta” con i propri servi e passacarte, che siano i rozzi dittatorelli latino americani, o che siano gli azzimati politicanti nostrani. Certo è che, quale che sia la ragione di certi stati d’animo, indotta o spontanea, stiamone pure sicuri, certi signori hanno i mesi, i giorni, le ore, contati. Ed il nostro divertimento, in questo caso, sarà certamente assicurato.




LA SFIDA DELL’AVVENIRE di Moreno Pasquinelli

«Oh meraviglia! Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli». [William Shakespeare, La tempesta, Atto V, scena I]

Gli stivali delle sette leghe possedevano la magica capacità di far compiere con un solo passo, distanze smisurate. Se ne parla in diverse fiabe. In quella di Pollicino li indossava l’orco che mangiava i bambini. Siccome quegli stivali stremavano chi se ne serviva, Pollicino riuscì a sfilarli all’orco mentre dormiva e se ne servì per ingraziarsi i favori del Re, riuscendo così a vivere felice e contento con la sua famiglia. Metafora, come vedremo più avanti, calzante quante altre mai.

Con la cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale” quella che abbiamo definito “l’avanguardia politica dell’élite mondialista”, ultima propaggine della borghesia che fu, è certa di avere ai piedi gli stivali delle sette leghe. Vuole che noi tutti la seguiamo, librandoci così nel radioso e fantascientifico futuro che le forze dirompenti della digitalizzazione e della robotizzazione finalmente consentono. Futuro mirabolante, così viene spacciato da questa élite la sua fotocopia del The Brave New World (ottima questa recensione). Come nel racconto di Aldous Huxley l’umanità starebbe per raggiungere lo stadio di una perfetta (e confuciana) armonia: non ci saranno più ricchi e poveri né conflitti sociali, non avremo né pene né preoccupazioni. Saremo felici, sani e belli, e camperemo centocinquant’anni grazie ai prodigi dell’eugenetica. Saremo più intelligenti grazie alle neuro-tecnologie. Con l’ibridazione uomo-macchina, dalla sua tomba, Nietzsche potrà cantare vittoria: “eh bravi miei superuomini!”

Pensate che abbia le traveggole? Provate a leggere La quarta rivoluzione industriale (disarmante l’introduzione di John Elkann) e, sempre di Klaus Schwab, Covid-19: The Great Reset. Vi renderete conto che questa avanguardia politica mondialista raccolta nel World Economic Forum (un vero e proprio clan di miliardari d’ogni latitudine  – Cina compresa, ça va sana dire!) affiancati da teste d’uovo d’ogni branca dello scibile, è convinta di quel che dice, di essere il nuovo filantropico Redentore che per missione ha la progressistica palingenesi dell’umanità. Per dare al proprio discorso la forza della profezia che si auto avvera, non nasconde di aver previsto, e auspicato, la sindemia da Covid-19 — non pandemia signori, e che fa una bella differenza, ce lo dice The Lancet. Infine, servendosi della folta schiera di tecnoscienziati a libro paga e di politicanti che manovra come fantocci lusitani, non si fa scrupoli a sostenere che la sindemia è lo shock tanto atteso per realizzare il proprio catartico (e diabolico) piano.

In barba alla fine delle “grandi narrazioni”, a dispetto del discorso dei filosofi postmodernisti sulla morte delle ideologie, qui siamo in presenza della più ardita e prometeica delle narrazioni, della più sfacciata delle ideologie. Consapevoli che il loro sistema era sull’orlo del collasso, consci che il discorso neoliberista non aveva più generale consenso, compreso che non si può governare il mondo senza ipnotizzare le masse, senza miti e nuove fantasmagoriche e mitologiche visioni, questi tecno-assatanati nonché benefattori dell’umanità hanno resuscitato un’utopismo al quadrato, un pastrocchio sincretico che mescola Platone e Nietzsche, Cristo e Marx, Popper e Heidegger, il diavolo e l’acqua santa. Il guazzabuglio ha tuttavia un’anima, un’essenza, è il transumanesimo, l’idea di una società tecnocratica perfetta e dell’uomo aumentato iperconnesso.

Il clan dei plutocrati già prevede, per noi tecno-pessimisti, la possibilità di confinarci in apposite riserve. Non lo nasconde l’ex ministro danese dell’ambiente (ora nel WEF), l’invasata Ida Auken — Here’s how life could change in my city by the year 2030. L’analogia con quanto presagiva Huxley è impressionante; nel suo racconto i resilienti e gli scarti, finivano in Nuovo Messico, dove gli appartenenti alla iper-civiltà venivano inviati di tanto in tanto per vedere coi loro occhi quanto disgraziata fosse la vita dei “selvaggi” e quindi tornarsene nella gabbia di ferro convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Si attaglia alla perfezione, alla visione transumanista, la condanna marxiana dell’ideologia come “falsa coscienza”: l’élite plutocratica camuffa con panegirici universalistici sul “bene comune” la propria volontà di potenza e di dominio, ovvero una concezione del mondo classista e partigiana.

Sarebbe un errore fatale sottovalutare questa ideologia. La sua seducenza contagiosa non dipende solo dal suo raccogliere il fugace spirito del tempo, quello che affida alla scienza e della tecnica funzioni salvifiche. Essa ha invece radici molto più lontane e che a ben vedere tracciano il solco della civiltà occidentale. Ci riferiamo ai concetti di peregrinatio e di novum  di Sant’Agostino (che introducono l’idea del progresso lineare nella storia), quindi il Terzo Regno di Gioacchino da Fiore, per il quale, dopo l’epoca del Padre e quella del Figlio, sarebbe venuta l’epoca dello Spirito Santo, il Regno in Terra della libertà, dell’amore e della pace.

Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.

Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.

Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.

Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.

Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:

«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».

Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.




COVID: IL TERRORE GIUSTIFICA I MEZZI di Leonardo Mazzei

Chi ci segue sa quel che pensiamo del Covid. Primo, l’epidemia c’è, ma non è né la peste né la spagnola. Secondo, l’emergenza sanitaria c’è, ma al 90% è frutto dei tagli alla sanità targati euro(pa). Terzo, i morti ci sono, ma la quasi totalità è deceduta col Covid, non di Covid, e talvolta pure senza Covid. Quarto, e ben più importante, il virus è esattamente quel che lorsignori aspettavano per far passare, grazie alla paura diffusa h24 dai media, progetti e misure che avrebbero avuto ben altra opposizione in tempi normali.

Senza questo quarto e determinante aspetto, senza il decisivo fattore P (come paura), non si spiegherebbe quasi nulla di quel che sta accadendo. Tantomeno verrebbero accettate narrazioni al limite dell’assurdo, limitazioni di ogni forma di libertà, una censura di fatto applicata non solo ai “dissidenti”, ma pure alla più piccola sbavatura (vedi il caso Crisanti) nella narrazione ufficiale.

Già, il racconto ufficiale… Ma quanto è coerente questo racconto? Ecco una bella domanda alla quale vale la pena di dedicarsi. Lo faremo con una serie di esempi, che ci porteranno ad una conclusione che già anticipiamo: la narrazione ufficiale è tanto coerente nei fini (terrorizzare, terrorizzare, terrorizzare), quanto incoerente nei fatti e nelle tesi che utilizza per generare quel terrore. Anzi, da questo punto di vista, essa fa acqua da tutte le parti.

  1. La bufala del lockdown che “ci protegge”

Ci siamo già occupati di questa leggenda in primavera, quando, sulla base di dati ufficiali, dimostrammo quanto l’andamento dell’epidemia nei singoli paesi apparisse piuttosto indifferente alle diverse forme di contenimento adottate. Ci è capitato di tornare su questo tema parlando della Svezia, portata come esempio negativo (nessun lockdown) da contrapporsi alla virtuosa Italia dalla chiusura facile: peccato che la mortalità attribuita al Covid sia molto più bassa nel paese scandinavo che da noi.

Bene, nonostante tutte queste smentite, la storiella secondo cui verremmo maggiormente protetti da un governo italiano più attento di altri alla salute, e perciò sempre il primo della classe in quanto a norme di confinamento e chiusura, ci viene riproposta di continuo. Ultima in ordine di tempo l’infinita commedia dell’assurdo attorno alle prossime feste natalizie. Il discorso è sempre il solito: “sì, le chiusure sono dolorose, ma lo facciamo per il vostro bene, così si limitano i contagi e si riducono le vittime”.

Certo, una “società” di individui rigorosamente confinati l’uno rispetto all’altro azzererebbe di sicuro il contagio, ma con due piccoli effetti collaterali: che i più (i più deboli ed i più poveri) morirebbero di fame; che in tal modo la società in quanto tale scomparirebbe con loro.

Ma veniamo ai dati attuali. Pur essendo al ventitreesimo posto come numero di abitanti nel mondo, la virtuosissima Italia del “chiudi e butta la chiave” è invece all’ottavo per numero di contagiati ed addirittura al sesto per numero di morti. Certo, la validità di queste cifre è altamente discutibile, ma allora lo si ammetta e la si faccia finita col terrorismo (dis)informativo. Perché delle due, una: o quei numeri sono falsi, oppure dimostrano il fallimento assoluto della linea adottata dal governo Conte. Opta… come avrebbe detto il comico. Ovviamente, aggiungiamo noi, una cosa non esclude necessariamente l’altra.

Ad oggi, però, quelle cifre ci vengono ancora presentate come una verità indiscutibile. Bene, se lo sono, l’italico fallimento è acclarato. Oggi (5 dicembre) la graduatoria del “morti Covid” per milione di abitanti è la seguente: Belgio 1.467, Spagna 996, Italia 974, Gran Bretagna 891, Usa 861, Francia 838, Messico 835, Brasile 825. Dunque la sempre lodata Italia è ai vertici di questa triste classifica. Non solo, essa fa pure peggio degli Usa, del Brasile e del Messico, paesi di cui si dice invece un gran male.

E la Svezia, questo Paese di criminali biondi e dagli occhi azzurri dediti allo sterminio dei vecchi? Al momento è a quota 698, ben al di sotto dei virtuosi “chiuditutto” guidati dall’Italia. Ma non è tutto. Chiudendo molto meno, il tasso di mortalità tedesco è di 223 morti a milione. Che c’entrino qualcosa i diversi sistemi sanitari, che i meccanismi dell’euro hanno consentito a qualcuno di mantenere, mentre qualcun altro doveva tagliarli anno dopo anno? Non lo si dica mai che si fa peccato. Peccato doppio se pronunciato proprio ora che bisogna beccarsi pure il Mes!

Non parliamo poi dell’Asia. Questi i tassi di mortalità di alcuni dei principali paesi: Turchia 171, India 101, Indonesia 64, Giappone 18, Corea del Sud 10, Cina 3. Ne consegue che la mortalità italiana risulta 9 volte quella dell’India, 54 volte quella del Giappone, 97 volte quella della Corea (che nulla ha chiuso), 324 volte quella della Cina. Insomma, un successone!

  1. “Ma se non funziona è colpa vostra”. La leggenda dei contagi d’estate che colpiscono d’autunno

Pur disponendo di un sistema mediatico che definire servile è solo un immeritato complimento, ogni tanto lorsignori sentono il bisogno di giustificare i propri fallimenti. Ed allora, siatene certi, la colpa sarà vostra. Sempre vostra. Solo vostra.

Una delle storie più assurde, eppure più gettonate, della narrazione dominante è quella secondo cui l’aumento dei casi di ottobre e novembre sarebbe ascrivibile al “liberi tutti” dell’estate. Ora, a parte il fatto che non si è capito in cosa consistesse quel “liberi tutti”, vista la permanenza dell’obbligo di mascherina al chiuso e – da metà agosto – perfino nei luoghi affollati all’aperto, qui proprio i conti non tornano.

Se, come ci dicono, i tempi di incubazione della malattia vanno dai 2 agli 11 giorni, che c’azzeccano i contagi rilevati in autunno con il presunto “liberi tutti” di luglio-agosto? Fosse stato così avremmo dovuto avere un forte aumento già in estate, al massimo a cavallo tra la fine d’agosto e l’inizio di settembre. Ma così non è stato. Come non sono state molte altre cose. Vogliamo ricordarci di quando (fine aprile) si favoleggiava di un inevitabile aumento dei casi dopo le riaperture della prima parte di maggio? Vogliamo ricordarci di quando il Cts (Comitato tecnico scientifico) prevedeva che con quelle riaperture si sarebbero avuti 151mila ricoveri in terapia intensiva entro metà giugno e 430mila entro l’anno?

Previsioni azzeccatissime, che vi pare? Ma guai a ricordarlo, che sarebbe un attacco alla Scienza, forse addirittura alla $cienza, e questo proprio non si può.

Un altro caso clamoroso è stato quello dei festeggiamenti dei tifosi del Napoli per la vittoria sulla Juventus in Coppa Italia. Era il 18 giugno, quando tutti si scatenarono contro quella festa che (secondo loro) avrebbe prodotto contagi a migliaia. “Sciagurati!”, li definì il direttore aggiunto dell’Oms Ranieri Guerra, mentre perfino Salvini sentì il bisogno di ergersi a sceriffo addirittura più intransigente dello sceriffissimo De Luca. Bene, passarono le settimane, ma a Napoli ed in Campania i contagi proprio non vollero salire. Autocritica dell’Oms? Non sia mai. Sta di fatto che ci sono voluti 4 mesi perché in quella regione i contagi salissero davvero. Ma, strano a dirsi, quando ciò è avvenuto gli stadi erano rigorosamente chiusi…

Ad ogni modo state tranquilli. Il governo, ma più ancora tecnici e scienziati, lavorano per voi. Ma se poi le loro ricette non funzionano la colpa sarà sempre vostra, che avete festeggiato, che siete andati a trovare la fidanzata fuori comune, che non vi siete igienizzati le mani 24 volte al giorno, che avete usato la mascherina ma male, che avete mandato il figlio a scuola quando poteva stare a casa, che vi siete presentati ad un pronto soccorso pretendendo addirittura che vi curassero non solo per il Covid.

E la colpa sarà vostra anche a gennaio, quando diranno: noi abbiamo fatto tutto per proteggervi, ma voi avete voluto ingozzarvi a Natale e perfino a Capodanno, siete usciti dal comune per andare a trovare un amico. E l’avete fatto perfino alle 22:01, quando il virus è più aggressivo che mai!

  1. Gli “esperti” contro gli “esperti”

Fin qui siamo alla contrapposizione tra i cosiddetti “esperti” ed il “popolo bue” che vorrebbero indottrinare. Il bello è che per i primi l’indottrinamento del secondo è sempre insufficiente, sempre da perfezionare. Ma quanto sono coerenti tra loro i cosiddetti “esperti”?

Ecco un punctum dolens di cui malvolentieri si parla. Lo fa invece – anche se non certo per nobili motivi – Reputation Science, una società italiana che si occupa di gestione della reputazione e che ha come clienti Google, Enel, Tim e (ne ha davvero bisogno) Atlantia. Un suo studio è stato recentemente presentato, con grande dovizia di particolari, dall’insospettabile Repubblica.

«Coronavirus, dagli esperti italiani troppe informazioni spesso incoerenti», questo l’eloquente titolo dell’articolo.

Leggiamone alcuni significativi passaggi:

«Il ruolo degli esperti dovrebbe essere di orientare cittadini e politici nelle decisioni necessarie ad arginare la pandemia e invece, sottolinea Auro Palomba, presidente di Reputation Science, “Questo eccesso di voci continue, sovrapposte e contrapposte ha sortito l’effetto di disorientare ulteriormente. È chiaro che si tratta di una situazione inedita – osserva Palomba – però chiunque parli deve tenere conto degli effetti che le sue parole potranno sortire”. “Come cittadini – dice ancora il fondatore di Reputation Science – abbiamo sentito che era nostro dovere analizzare quanto stava accadendo”».

Palomba non ci dice ovviamente chi gli ha commissionato lo studio, che arriva non a caso a stilare delle vere e proprie classifiche dei virologi e degli epidemiologi che vanno per la maggiore, ma chiaro è il suo scopo: richiamarli un po’ tutti all’ordine affinché ognuno di loro si preoccupi non della verità (non sia mai!) quanto piuttosto degli “effetti che le sue parole potranno sortire“.

Così continua l’articolista:

«Lo studio, come detto, ha fatto emergere non solo un volume di contenuti generati dagli esperti estremamente rilevante, ma anche un doppio livello di incoerenza nelle dichiarazioni rilasciate. Non solo infatti molti esperti hanno cambiato approccio nei vari mesi, ma in generale si è assistito a una forte divergenza tra le opinioni riguardo alla gravità della pandemia e alla severità delle misure di contenimento; questo potrebbe aver reso gli alti volumi di contenuti registrati ancora più impegnativi da gestire dal punto di vista informativo per i cittadini».

Bene, bene, bene: “doppio livello di incoerenza”, “cambiamento d’approccio”, “forte divergenza tra le opinioni”. Tutto vero, ovviamente. E tutto scritto non da chi contesta la narrazione ufficiale, ma da chi la sacralizza di notte e di giorno. Ma allora perché si bolla come negazionista chiunque, al di fuori di questa cerchia dorata, sollevi dubbi, proponga altri approcci e manifesti opinioni diverse da quelle ufficiali?

Già, chissà perché! A tal proposito giova ascoltare ancora il ciarliero Palomba:

«Dalle analisi emerge in modo molto chiaro come il flusso di comunicazione innescato dagli esperti sia stato eccessivo e incoerente – afferma ancora Auro Palomba – è ora più che mai necessario comprendere in modo chiaro i meccanismi della comunicazione, il peso che singole parole e messaggi più articolati possono avere sulla percezione e sui livelli di ansia delle persone, già sottoposte a forti pressioni dal contesto attuale. Purtroppo, stiamo assistendo a molti singoli professionisti che stanno utilizzando la ribalta mediatica per promozione personale e ad un gruppo di esperti che sta progressivamente perdendo la propria capacità di svolgere un ruolo di guida. Una deriva acuita dai casi di reciproche accuse a cui abbiamo assistito. Purtroppo, un effetto negativo di questo trend riguarda il fatto che rischia di ledere l’importanza delle misure e dei comportamenti fondamentali per limitare la pandemia».

Avete capito? “Flusso di comunicazione incoerente”, da parte di “molti singoli professionisti che stanno utilizzando la ribalta mediatica per promozione personale”. Toh, chi l’avrebbe mai detto! Ma naturalmente queste accuse hanno un solo scopo: rendere la comunicazione ancor più a senso unico. Da qui i richiami al “ruolo guida” degli esperti, affinché non si mettano in discussione le misure prese dal governo.

Siamo dunque agli “esperti” che vigilano sugli “esperti”, affinché la loro “esperienza” non li porti fuori strada rispetto alla verità ufficiale. Chi ancora dubita del fatto che si sia ormai entrati in una spirale totalitaria, a pensiero unico pandemico, avrebbe qui materia per riflettere. Speriamo lo faccia.

  1. Vaccinificio Italia?

Tra gli esperti richiamati all’ordine, ha fatto un certo scalpore il caso di Andrea Crisanti. Costui è passato dalla qualifica di scienziato a quella di “irresponsabile” dalla sera alla mattina, reo di aver detto che senza dati convincenti su efficacia e sicurezza il vaccino a gennaio lui non se lo farà. Una dichiarazione di puro buon senso, ma proprio per questo assolutamente inaccettabile al Gotha della cricca affaristico-sanitaria che detta legge sui media.

La sua colpa? Aver espresso dei dubbi sui tempi e sui modi della folle corsa al vaccino. Illuminante l’argomento principe dei sui critici: il vaccino – ma dovremmo dire, i vaccini – quando sarà autorizzato dovrà essere considerato automaticamente sicuro. Nessun dubbio può essere ammesso. Di più, i giornaloni all’unisono ci hanno anche spiegato che, al di là dei controlli, dubbi non possono proprio esserci, perché in questi casi le aziende si giocano la loro reputazione.

Bene, benissimo, ma se ogni vaccino è da considerarsi sicuro dopo l’approvazione (se non addirittura già prima), perché l’Ema (l’Agenzia europea per i medicinali) ha sparato ad alzo zero contro l’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech decisa nei giorni scorsi dalla Mhra, l’omologa autorità farmaceutica britannica?

Come si vede la partita non è tra scienza ed oscurantismo, bensì tra concretissimi interessi economici e pure geopolitici. Ma questo lo capisce anche un bambino.

Ad ogni modo le contraddizioni sul vaccino sono infinite. Da un lato si dice che la sua capacità immunizzante sarebbe superiore a quella che si produce come effetto della malattia, dall’altro si ammette di non sapere per quanto tempo l’efficacia del vaccino sarà valida.

Ma ha senso una vaccinazione così? Per i vaccinisti non esiste dubbio alcuno. Peccato che oltre alle forzature sui tempi della sperimentazione, qui ci sia un problema aggiuntivo. Quello contro il Covid 19 non è infatti un vaccino tradizionale, bensì un vaccino a RNA messaggero o mRNA, i cui effetti collaterali potrebbero emergere anche dopo molti anni dalla somministrazione. E’ davvero il caso di correre un rischio del genere, oltretutto in cambio di una protezione solo temporanea?

Quel che pare incredibile è che nessuno abbia proferito parola sulle recenti dichiarazioni del ministro Speranza, secondo il quale l’Italia avrà a disposizione entro marzo 2021 ben 202 milioni di dosi di vaccino anti-Covid. Lì per lì abbiamo pensato ad un errore, ma quella cifra è riportata da tutti i quotidiani che abbiamo avuto modo di consultare.

Ora, Speranza ha anche detto che l’obiettivo è quello di raggiungere l’immunità di gregge, vaccinando 40 milioni di persone, cioè 2 italiani su 3. Certo, è noto come i vaccini fin qui prodotti abbiano bisogno di un richiamo, ma 40 x 2 fa 80 milioni non 202. A cosa dovrebbero servirci gli altri 122 milioni di dosi già disponibili a marzo? In attesa che questo mistero si chiarisca, il dubbio che qualcuno voglia trasformare l’Italia in un diuturno vaccinificio h24 pare più che lecito. Che stiano eccedendo solo perché stanno pensando troppo intensamente alla nostra salute? Chi ci vuol credere ci creda, ma la biografia politica degli attuali decisori non lascia troppe speranze in tal senso.

Sia chiaro, sugli strani numeri del ministro il sottoscritto non è in grado di avanzare alcuna ipotesi, ma il mistero di questo curioso eccesso di zelo andava comunque segnalato.

  1. Infine il Giappone

Prima di chiudere andiamo all’estero. Sarebbe infatti sbagliato fossilizzarsi sull’Italia. Certo, il nostro Paese pare all’avanguardia nell’ossessione pandemica, ma anche all’estero non è che si scherzi. D’altronde, l’utilizzo dell’epidemia per ben altri scopi (il cosiddetto Great Reset) fa intravedere un disegno complessivo delle oligarchie globaliste, un progetto non certo limitato ad un solo paese.

C’è una notizia che viene dal Giappone. In questo paese le persone morte per suicidio nel solo mese di ottobre (2.153) sono più di quelle decedute per Covid dall’inizio dell’epidemia (2.087). Questo tanto per ristabilire un certo senso della misura. Ma la cosa più importante, riferita da un reportage della Cnn, è che l’attuale incremento dei suicidi è da ricollegarsi (per ansia, isolamento sociale e disoccupazione) alla gestione dell’epidemia.

Eppure il Giappone non è tra i paesi più colpiti dal virus, e neppure tra quelli che hanno preso misure più drastiche. Ma proprio per questo il boom di suicidi lì registrato potrebbe indicarci una tendenza ben più grave a livello mondiale.

Ecco quel che ci dice Michiko Ueda, uno studioso della Waseda University di Tokio:

«Non abbiamo nemmeno avuto un lockdown, e l’impatto di Covid è minimo rispetto ad altri Paesi ma vediamo ancora questo grande aumento del numero di suicidi. Ciò suggerisce che anche altri Paesi potrebbero vedere un aumento simile o addirittura maggiore del numero di suicidi nel prossimo futuro».

Il fatto è che, a differenza del Giappone, i paesi occidentali (Italia inclusa) forniscono i dati sui suicidi con un discreto ritardo. Dunque non ci sono ad oggi numeri sui quali si possa ragionare. Ci sono però le notizie che giungono da tanti reparti psichiatrici, dalle quali si apprendono due cose: che questi reparti sono pieni come non lo sono mai stati, che molti di questi pazienti sono arrivati lì dopo aver tentato il suicidio.

Ecco un altro effetto del terrorismo pandemico. Un effetto che si aggiunge ai danni alla salute che l’ossessione del Covid ha prodotto in termini di cure negate alle persone affette da tutte le altre patologie. Ed ecco un tema di cui nessuno parla, perché qualora se ne parlasse emergerebbe quanto la gestione terroristica dell’epidemia faccia più danni dell’epidemia stessa. E questo senza considerare le vittime economiche, coloro che hanno perso il lavoro ed il reddito.

Conclusione: il racconto ufficiale fa acqua da tutte le parti

L’abbiamo detto in premessa e qui lo riaffermiamo: la narrazione ufficiale sul Covid non tiene, essa fa acqua da tutte le parti. Gli aspetti che abbiamo trattato lo dimostrano a sufficienza. E’ evidente come quella narrazione sia in realtà una costruzione artefatta che risponde ad un disegno ben preciso.

Quale sia quel disegno lo abbiamo tratteggiato ormai in decine di articoli e documenti, non ultimo quello approvato dalla recente Conferenza nazionale di Liberiamo l’Italia.

“Nulla sarà come prima”. Questa apodittica sentenza apparve sulla stampa fin dai primi giorni dell’epidemia. Come poteva giustificarla un virus del quale si sapeva in fondo assai poco? Che forse era la prima pandemia influenzale affrontata dall’umanità? Che forse dopo quelle conosciute nel Novecento nulla è stato più come prima? Suvvia, siamo seri. Una simile affermazione, peraltro ripetuta all’unisono da tutti i media mainstream, ci parla piuttosto di un messaggio pesato e pensato dalla cupola oligarchica che ci vuole schiavi. E che con il Covid punta allo scacco matto nei confronti dell’Homo sapiens.

Questa è la partita vera. Prendiamone atto ed agiamo di conseguenza.

Fonte: Liberiamo l’Italia




CONTRO IL GRANDE RESET di Moreno Pasquinelli

«Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualunque condizione; ma una vita per quanto possibile felice». Thomas Hobbes

PREMESSA

L’idea di fondo di chi scrive è questa: il turbocapitalismo neoliberista, anzitutto occidentale, è entrato da tempo in una crisi mortale, tuttavia, come ogni organismo storico-sociale, esso vuole sopravvivere ad ogni costo. Potrà riuscirci solo se sarà in grado di auto- trasformasi. Così è accaduto in ogni grande crisi sistemica, anche quella degli anni ’70 del secolo scorso, che partorì appunto il mostro neoliberista. Malgrado il Covid non sia nemmeno lontanamente paragonabile alla peste che decimò la popolazione europea nel XIV secolo, il XXI potrebbe assomigliare proprio a quello che segnò il passaggio epocale dal Medioevo alla modernità. L’avanguardia politica dei globalisti ne sembra convinta ed ha chiaro in testa dove condurre l’umanità. Essa sa che un simile passaggio non sarà indolore, che dovrà spazzare via resistenze tenaci, che ci saranno profonde turbolenze sociali… cadranno teste, crolleranno regimi, spariranno nazioni, modi di vita saranno sconvolti. Affinché simili “distruzioni creative” possano produrre gli effetti desiderati, chi le pilota ha bisogno di eventi sconvolgenti, tali da scioccare le masse e da convincerle della ineluttabile necessità del mutamento radicale che questa avanguardia politica ha in mente. La cosiddetta “pandemia” ha consegnato a questa avanguardia politica un’occasione d’oro per attuare quello che chiama “Il Grande Reset” (ovvero reimpostare il sistema capitalistico nel caos per ricostruirlo). Scioccare le masse è solo la prima fase, dopo il coma farmacologico narcotizzante, esse andranno risvegliate per essere quindi mobilitate e intruppate. La cupola, nel tentativo di indirizzare gli eventi, sfodera la sua “nuova” visione del futuro, offre alle larghe masse un’ideologia seducente, così da giustificare le pene dell’inferno che stanno subendo e dovranno subire. Ecco dunque che il bio-potere (il sovrano che mentre dice di conservare la vita proprio per questo pretende il rispetto dei suoi definitivi dispositivi disciplinari), brandito il fantasma della “morte nera”, esibisce la sua abbagliante e super-progressista promessa: in virtù dei miracoli della scienza, delle diavolerie digitali e della farmacologia, il futuro prossimo sarà un paradiso post-umano tecnicamente perfetto. Dopo lo shock la narcotizzazione. Chi non si oppone a questa narrazione dietro alla quale il bio-potere si maschera e nasconde le sue pretese totalitarie, è complice.

SINDEMIA O PANDEMIA?

Il mondo scientifico è tutt’altro che unanime sull’origine del virus. Non è affatto certo, né il cosiddetto “spillover” (il salto da animale a uomo), né che il passaggio sia avvenuto a Wuhan o nella provincia dello Hubei. L’autorevole ricerca compiuta dall’Istituto dei tumori di Milano e dall’Università di Siena, analizzando i campioni di 959 persone asintomatiche che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, ha ad esempio accertato che l’11,6% di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre. Il virus aveva quindi iniziato a diffondersi in Italia già dall’estate 2019. Le autorità politico-sanitarie, per giustificare le loro misure sproporzionate e liberticide e lo stato d’emergenza a singhiozzo, hanno costruito una vera e propria campagna di terrore fondata sull’idea che saremmo in presenza del rischio di uno sterminio di massa. Per confermarlo esse usano il criterio aleatorio del tasso di letalità di una pandemia (rapporto tra le persone decedute a causa della malattia col totale dei malati). In verità è il tasso di mortalità (rapporto tra deceduti e popolazione) il parametro decisivo, anche perché permette un confronto tra l’epidemia attuale e quelle precedenti. Solo negli ultimi cento anni ne ha subite almeno tre: quella devastante è stata la spagnola (H1N1) nel 1918-19, neanche paragonabili la “asiatica” (H2N2) nel 1957-58, la “Hong Kong” (H3N2) nel 1968-69.  Ebbene, il tasso di mortalità del Covid su scala planetaria si attesta ad oggi allo 0,016, quello dell’Asiatica dello 0,068, quello della Spagnola del 3,3%. Da sempre l’umanità ha dovuto far fronte a pandemie influenzali. Prendendo per buoni i dati dell’OMS (metà novembre 2020) sarebbero decedute nel mondo, “causa Covid”, 1.338.769 persone, il doppio di quelle morte per problemi respiratori legati ai virus influenzali negli anni scorsi. Numeri ufficiali che mentre smentiscono coloro che negano la pericolosità di questa sindemia, quando non la sua stessa esistenza, a maggior ragione destituiscono di ogni fondamento l’isterica  drammatizzazione in atto. Non è finita qui. C’erano state già nella primavera scorsa polemiche sulla classificazione sbrigativa dei decessi. Virologi di fama, immediatamente silenziati, avevano fatto notare che mentre nelle altre pandemie influenzali le statistiche abbiano sempre considerato le “morti indirette per complicanze polmonari o cardiovascolari”, col Covid questa tassonomia sia scomparsa. Oggi non c’è più alcun dubbio che la classificazione usata in primavera sia stata deliberatamente ingannevole: “Abbiamo sbagliato a contare i decessi, anche chi aveva un infarto con un tampone positivo lo abbiamo registrato come morto per Covid”.

Tuttavia considerare il Covid-19 (Sars-CoV-2) una pandemia, se è tecnicamente giusto, è essenzialmente sbagliato. Come attestato da autorevoli scienziati, si tratta piuttosto di una “sindemia”: la sindrome respiratoria causata dal Covid interagisce con malattie non trasmissibili quali diabete, cancro, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche. Le sindemie sono cioè caratterizzate da interazioni biologiche e sociali che aumentano la suscettibilità di una persona a peggiorare il proprio stato di salute. L’economia liberista ha creato un habitat propizio alla letalità dei virus influenzali, causando in tal modo la crescita di queste malattie croniche di massa. Affrontare il virus dunque significa affrontare anche ipertensione, obesità, diabete, malattie cardiovascolari o respiratorie croniche e cancro. Ciò spiega la ragione del fallimento delle risposte adottate dai sistemi politico-sanitari nel contenere la curva di contagio. Se si vogliono evitare nuove “tempeste sanitarie perfette” va ripensato il concetto di salute pubblica e seppellito il modello economico-sociale neoliberista.

A conferma del carattere sindemico della malattia parlano i numeri: la stragrande maggioranza dei decessi, ha infatti riguardato soggetti con patologie croniche, per di più tra i 70 e i 90 anni d’età. La conferma che si tratta di una sindemia viene da un altro dato: più ancora che le differenze biomediche sono state infatti le differenze sociali e di classe a determinare l’alto numero di decessi. Sociologi e scienziati hanno parlato infatti di “pandemia della diseguaglianza”, dato che la stragrande maggioranza dei colpiti risulta collocato nelle zone più basse e indifese della scala sociale. E’ quindi l’economia neoliberista, in quanto porta alle estreme conseguenze la pulsione capitalistica alla crescita illimitata ad ogni costo, la malattia fondamentale, quella che ha creato la “tempesta perfetta”, il combinato disposto tra il virus e sistemi sanitari aziendalizzati.

UN DISASTRO ANNUNCIATO

Le autorità politico-sanitarie, a partire dall’OMS, per giustificare il ricorso alla medievale quarantena utilizzano come criterio il tasso di letalità. Esso dipende dal metodo con cui si decide di considerare e rilevare le persone considerate “malate” o “contagiate”. In Italia e altrove questa modalità da risultati fallaci poiché si basa sulla diagnostica basata sullo screening a tappeto tramite tamponi naso-faringei (RT-CPR) per rilevare la “positività al virus”. La comunità scientifica è divisa sulla affidabilità di questa metodologia (come del resto non è unanime sull’affidabilità delle mascherine come strumento anti-contagio). Essa si basa sulla individuazione, nelle secrezioni respiratorie del paziente, non del Covid19 (il cui genoma RNA non è ancora stato effettivamente isolato), ma geni virali di diverso tipo (nel caso del tampone molecolare) o generiche proteine virali (nel tampone antigenico). Il risultato di questo tamponificio è che anche i soggetti asintomatici, paucisintomatici, compresi quelli con sintomi lievi sono, a torto considerati “malati contagiosi”.

Al contrario, l’epidemiologia ha acquisito da tempo il principio secondo cui la possibilità o meno di trasmettere il virus dipende dalla intensità della carica virale — che può variare da soggetto a soggetto e più è bassa più scende la probabilità di contagiosità. Le autorità, interessate ad alimentare il “terrorismo sanitario”, nella seconda come nella prima “ondata”, spaventano i cittadini sparando alzo zero i numeri crescenti dei “contagiati”, ed evitando di segnalare che la grandissima parte guarisce. E’ il Ministero della sanità a confermarci (dato del 16 novembre 2020) che il 95% dei “contagiati” si cura a casa ed è asintomatico, che solo il 4,5% è ospedalizzato e che lo 0,5% è in terapia intensiva. Numeri che quindi smentiscono l’isterico allarmismo voluto dal bio-potere potentemente alimentato dal circo mediatico ad esso asservito.

Prestigiosi studi avevano subito messo in guardia le autorità politico-sanitarie sostenendo che il lockdown non sarebbe servito a fermare il diffondersi del virus. Quanto accaduto in Italia ha confermato il clamoroso fallimento della quarantena estesa a tutti ed a tutto il Paese — arresti domiciliari di massa, “distanziamento sociale” con illegalizzazione della vita associata, devastante blocco dell’attività economica, serrata delle scuole con la sciagurata “didattica a distanza” che la stessa OMS ha condannato. Non solo abbiamo avuto   migliaia di decessi di anziani già malati (molti ammassati nelle RSA) che potevano essere evitati con una strategia di protezione più accorta; come una bomba ad orologeria è sopraggiunta la cosiddetta “seconda ondata”. Non occorre andare molto lontano per verificare che forme di contrasto non basate sulla quarantena totale hanno ottenuto migliori risultati: in Svizzera il tasso di mortalità si attesta allo 0,04%, in Svezia allo 0,06%, in Germania (13.362 decessi) addirittura alla 0,01%, mentre in Italia (47.870 decessi) è allo 0,08%, al netto dei decimali più di cinque volte tanto. Come mostra anche l’esempio delle elezioni americane, ogni tentativo di opporsi a questa artificiale ondata di irrazionalismo, è stato vano. Chiunque si opponga a questa narrazione è stato ingiuriato e additato al pubblico ludibrio come “negazionista”. Stessa sorte è toccata anche ad autorevoli scienziati controcorrente, scherniti e derisi come “pazzi”.

Sui protocolli adottati nella primavera scorsa per guarire i malati in rianimazione, restano inquietanti interrogativi. Secondo una parte della comunità medica, i metodi usati nelle terapie intensive si sarebbero rivelati addirittura letali. Si fa riferimento, in particolare, all’errore di ricorrere alla ventilazione polmonare forzata nei casi di ricoveri per tromboembolia ed infine a quello di non ricorrere all’uso di antinfiammatori e di antibiotici, che poi si riveleranno invece fondamentali. Inquietante è stata infine la decisione dell’Agenzia del farmaco di vietare, con tanto di minaccia verso i medici che l’avessero invece prescritta, l’uso della idrossiclorochina, che invece si è dimostrata sicura ed efficace nelle prime fasi della malattia. Uno dei tanti casi, in smaccata violazione del giuramento di Ippocrate, di dittatura sanitaria da parte di corporazioni colluse con la grande industria farmaceutica globale. L’accanimento diagnostico ovvero la caccia compulsiva del “malato” tra la popolazione non solo non ha precedenti nella storia dell’epidemiologia sanitaria occidentale, è una delle cause del tracollo del sistema sanitario pubblico, già falcidiato da decenni di tagli lineari. La ricerca massiccia tra la popolazione sana, con milioni di test per il tracciamento dei positivi, oltre ad essere incompatibile con la natura e gli scopi del servizio sanitario, ha causato guasti senza precedenti: blocco dei servizi diagnostici, cura e riabilitazione, aumento dei malati di cancro (“ci troviamo nel mezzo di una vera e propria emergenza oncologica”) e patologie cardiovascolari. A questo vanno aggiunti quelli che a torto sono considerati danni collaterali secondari: la dittatura sanitaria, la distruzione della vita associata, la campagna di isterico terrorismo, secondo psicologi e psichiatri, sta già causando un aumento enorme dei più disparati disturbi psichici: ansia, depressione, disturbi della personalità, schizofrenia. La conferma l’abbiamo dall’aumento dell’abuso e della dipendenza da psicofarmaci.

Di converso e com’era prevedibile, lo sfascio della sanità pubblica ha causato una veloce espansione della sanità privata: chi ha soldi può ricorrere a cure efficaci, chi non ce li ha finisce nel vortice in fondo al quale può esservi la morte. Malgrado molti governi occidentali si fossero dotati di piani contenenti non solo misure ex post, ma specifiche misure terapeutiche ex ante per contrastare il rischio di pandemie, abbiamo assistito ad un clamoroso fallimento. Più marcato esso è stato nei paesi che hanno perseguito politiche neoliberiste di tagli e privatizzazioni, meno devastante in quelli dove tali politiche sono state più sfumate. L’Italia è uno di quei paesi in cui la distruzione del sistema sanitario è andata più avanti. Tagli ai fondi, tagli al personale, tagli ai posti letto, tagli alle apparecchiature, tagli ai servizi di sanificazione e igienizzazione. L’emergenza sanitaria, causata dall’allarmismo isterico, mentre ha mandato in tilt ospedali e centri sanitari, ha mostrato la totale disfatta della “riforma” del sistema fondato sul binomio micidiale aziendalizzazione/regionalizzazione. E’ quindi sulle spalle dei governi neoliberisti che si sono succeduti negli ultimi decenni, prima ancora che su quelle del virus, che ricade la principale causa dei lutti che hanno afflitto tante famiglie italiane.

PANDECONOMIA

Non è dato sapere se la profezia di Bill Gates del 2015, quella per cui era in arrivo una pandemia che avrebbe fatto 10 milioni di morti, sia stata un’uscita estemporanea o invece la dimostrazione che certe élite globaliste avevano in mente un piano per provocare e utilizzare uno shock globale. Resta che malgrado la relativa pericolosità del virus, l’avanguardia mondialista ha deliberatamente agito per farne l’evento traumatizzante per aprire la via e giustificare il Grande Reset. Come a comando le autorità politico-sanitarie e la grande armata mediatica hanno quindi suonato all’unisono lo stesso spartito, utilizzando la pandemia per generare il contagio davvero devastante, il  sentimento di panico e di paura e, sulla falsa riga di T.I.N.A., a far diventare senso comune che non c’è alternativa e l’apocalittica idea “nulla ormai sarà come prima”.

Gli effetti nefasti della gestione della sindemia sono molteplici, primo tra tutti un collasso generalizzato della produzione, degli scambi e dei consumi. Collasso che non a caso è stato più profondo in quei paesi come il nostro che hanno scelto la via della quarantena totale (il Pil italiano ha subito in pochi mesi il più grande crollo della storia: -10%). Un crollo destinato a produrre effetti sconvolgenti e duraturi. Nessuno oramai crede più alla favola della “ripresa a V”. Tra questi effetti il fallimento in massa di piccole e media aziende; la rovina per centinaia di migliaia di esercizi commerciali e attività artigianali; l’annientamento di interi settori e distretti economici, fallimenti bancari causa crediti deteriorati, la caduta delle entrate fiscali. Le conseguenze sociali saranno drammatiche: un aumento esponenziale della disoccupazione, la volatilizzazione dei risparmi, lo sfascio del tessuto sociale, il pauperismo di massa. Alla forte diminuzione della ricchezza prodotta corrisponderà un’ancora sua più diseguale distribuzione. Avremo un’ulteriore concentrazione di capitale a favore dei colossi economici e finanziari mondiali, siano essi conglomerati bancari o speculativi, i quali andranno all’incasso depauperando i paesi con forti debiti pubblici e privati.

Entrata fortemente indebolita in questa grande crisi a causa dell’appartenenza all’Unione europea e alla zona euro, l’Italia rischia di lasciarci le penne. Il processo di saccheggio dei suoi capitali e dei suoi cespiti si accentuerà col rischio di essere fagogitato, addirittura di essere sottoposto ad un regime umiliante di protettorato. Se questo poco importa all’élite del grande capitalismo italiota, i politici pronti a fare i Quisling occupano tutte le postazioni istituzionali apicali. Per i colossi globalizzati della finanza e dell’industria il nostro Paese è solamente una minuscola porzione del mercato mondiale, tanto più che per essi gli stati nazionali sono diventati ostacoli sulla loro strada, quindi ovunque possibile si dovrà rimuoverli o, come minimo, sottoporre ad uno stato di succubanza.

Fatte le pentole il diavolo si sarà anche questa volta dimenticato di fare i coperchi? La grave crisi sociale e politica accentuata dalle politiche anti-Covid farà saltare i coperchi anche ove se ne fosse ricordato. Non è dato sapere quando e dove ma sappiamo il come: le per ora molteplici ma minoritarie manifestazioni di disobbedienza civile sono destinate a diventare ondate di agitazioni popolari, vere e proprie sollevazioni generali. Contro politiche antipopolari globali le rivolte non potranno che essere nazionali e popolari. I dominanti lo sanno bene e si stanno attrezzando alla bisogna. Col pretesto della pandemia essi stanno stringendo definitivamente la garrota al collo della democrazia, collaudando quasi dappertutto, come non era mai avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale, meccanismi e dispositivi di silenziamento del dissenso e di repressione preventiva del conflitto politico e sociale. In Italia questo attacco ha fatto passi da gigante. Un governo scalcagnato, nato solo grazie al sostegno dell’eurocrazia e dei poteri forti, con la modalità di ordinanze e decreti del Presidente del Consiglio di dubbia costituzionalità ha sottoposto il Paese ad un inedito e anticostituzionale Stato d’Emergenza a singhiozzo che ha di fatto soppresso numerosi ed essenziali diritti sociali e di libertà. Lo ha fatto in nome del rispetto dell’Art. 32 della Costituzione e della tutela del diritto alla salute. Sorvolando sull’implicito e meschino concetto di salute, verificato che apprendisti stregoni hanno miseramente fallito, va ricordato loro che il 32 è preceduto da una serie di articoli che sanciscono il diritto al lavoro, alla libertà di pensiero, di manifestazione, a quella di circolazione.

Proprio per evitare questa sorte essi vanno blindando i fortilizi nei quali sono asserragliati e ostentano la loro vile sudditanza al grande capitalismo predatorio. Non solo non danno segni di resipiscenza, difendono tutte le misure scellerate che hanno spinto il Paese nel baratro, senza nascondere che esse si inquadrano, appunto, nell’ottica del “Grande Reset” invocato dall’avanguardia globalista. Non nascondono che puntano a vaccinazioni di massa, con tanto di passaporto sanitario obbligatorio attraverso chip impiantati nel corpo;  alla digitalizzazione dispiegata della vita sociale; a rendere permanenti i dispositivi orwelliani di psico-polizia; allo smantellamento dei settori economici che non possono reggere la competizione globale; a consegnare ulteriori quote di sovranità nazionale all’eurocrazia. Non fanno mistero quindi di credere in un futuro distopico e disumano in cui la maggioranza dei cittadini, trasformati in nuovi schiavi, ricevuto in cambio dell’ubbidienza un umiliante “reddito universale”, dovranno accettare come sovrana un’élite oligarchica transanazionale, una politica che lascerà il posto a “task force” di ragionieri e in cui il ruolo-guida spetterà alla tecno-scienza.

Contro queste forze diaboliche non resta che costruire un grande e trasversale fronte popolare patriottico d’opposizione. Gli ascari che hanno ridotto in brandelli la Costituzione, che stanno distruggendo l’Italia, saranno equiparati a malfattori e per questo sconteranno la pena che meritano.




THE LANCET: SINDEMIA, NON PANDEMIA

The Lancet è considerata una delle più prestigiose riviste medico-scientifiche. Sia chiaro, anche The Lancet ha preso cantonate, come quando ha dovuto smentire uno studio (poi ricusato) sui pericoli della idrossiclorochina, studio che è servito all’Oms per sospendere l’uso del farmaco nei trial clinici, e lo stesso ha fatto l’Aifa italiana. 

Di recente la rivista ha pubblicato un intervento del suo direttore, Richard Horton, che contesta, in riferimento al Covid-19, non solo le clausure il terrorismo sanitario dei governi, bensì lo stesso concetto di pandemia  e propone quello di Sindemia. Un neologismo inglese Sindemia (synergy e epidemic) che è usato per caratterizzare l’aggregazione di due o più epidemie concomitanti o sequenziali o gruppi di malattie in una popolazione con interazioni biologiche che aggravano la curva prognostica delle malattie stesse. [Vedi: G. Collecchia, Il modello sindemico in medicina, in Recenti Progressi in Medicina, 220, 2019, pp. 271 ss]

Segnaliamo ai lettori l’articolo che segue.

* * *

The Lancet: Covid-19 non è una pandemia, ma una sindemia

di Edmondo Peralta

Covid-19 is not a pandemic“: non una pandemia, ma una “sindemia“. Per il direttore di The Lancet la gestione dell’emergenza, basata solo su sicurezza ed epidemiologia, non raggiunge l’obbiettivo di tutelare la salute e prevenire i morti. Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. Senza riconoscere le cause e senza intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, nessuna misura sarà efficace. Nemmeno un vaccino.

«All’avvicinarsi della quota di un milione di morti nel mondo, dobbiamo ammettere di aver adottato un approccio troppo limitato per gestire questa epidemia».

Esordisce così nel suo ultimo editoriale Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica The Lancet, tra le cinque più autorevoli al mondo. Horton in passato aveva sostenuto la necessità di un lockdown più tempestivo e localizzato (come alcuni studi riportati dal Corriere della Sera suggeriscono) in Italia e in altri Paesi come la Gran Bretagna.

Ora non lesina critiche alla gestione dell’emergenza, vista unicamente come securitaria ed epidemiologica. E puntualizza: non siamo in presenza di una pandemia, ma di una sindemia.

« Abbiamo ridotto questa crisi a una mera malattia infettiva. Tutti i nostri interventi si sono concentrati sul taglio delle linee di trasmissione virale. La “scienza” che ha guidato i governi è composta soprattutto da epidemiologi e specialisti di malattie infettive, che comprensibilmente inquadrano l’attuale emergenza sanitaria in termini di peste secolare. Ma ciò che abbiamo imparato finora ci dice che la storia non è così semplice. Covid-19 non è una pandemia. È una sindemia».

Non chiamiamola pandemia, ma sindemia

I governi sarebbero colpevoli di aver trascurato la vera natura di Covid-19, soprattutto ora, a nove mesi dallo scoppio dell’emergenza.

Cos’è una sindemia?

A differenza della pandemia, che indica il diffondersi di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente il corpo umano con la stessa rapidità e gravità ovunque, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali o socio-economiche. L’interagire tra queste patologie e situazioni rafforza e aggrava ciascuna di esse. Questo nuovo approccio alla salute pubblica è stato elaborato da Merril Singer nel 1990 e fatto proprio da molti scienziati negli ultimi anni. Consente di studiare al meglio l’evoluzione e il diffondersi di malattie lungo un contesto sociale, politico e storico, in modo di evitare l’analisi di una malattia senza considerare il contesto in cui si diffonde.

Per intenderci, chi vive in una zona a basso reddito o altamente inquinata, corre un maggior rischio di contrarre tumori, diabete, obesità o un’altra malattia cronica. Allo stesso tempo, la maggiore probabilità di contrarre infermità fa salire anche le possibilità di non raggiungere redditi o condizioni di lavoro che garantiscano uno stile di vita adeguato, e così via, in un circolo vizioso.

La sindemia è quel fenomeno, osservato a livello globale, per cui le fasce svantaggiate della popolazione risultano sempre più esposte alle malattie croniche e allo stesso tempo sempre più povere.

«Ci sono due categorie di malattie in circolazione al momento: insieme al Covid-19, abbiamo una serie di patologie croniche non trasmissibili (MNT). Entrambe colpiscono determinati gruppi e settori della società».

Le malattie non trasmissibili e status sociale, i protagonisti dell’epidemia

Horton si riferisce a obesità, diabete, malattie cardio-vascolari e respiratorie. E al cancro. Il numero delle persone affette da queste patologie è in crescita in tutto il mondo. I deceduti positivi al coronavirus (più precisamente al “Sars-CoV-2”) presentano caratteristiche e condizioni di salute particolari, che sempre più spesso sono correlate a determinate aree geografiche o classi sociali svantaggiate. «Parlare solo di comorbilità è superficiale», ammonisce lo scienziato.

Se i programmi per contrastare il coronavirus non terranno in conto fenomeni come la crescita dell’inquinamento, degli effetti della povertà sulla salute psico-fisica e della mancanza di investimenti in sanità pubblica – conclude l’editoriale – questi programmi saranno fallimentari, perché non garantiranno mai la salute di tutti. E nemmeno la ricchezza, se consideriamo che l’obesità da sola provoca perdite triliardarie al prodotto interno lordo mondiale. Alcuni Stati, per esempio, nonostante le pressioni delle lobby alimentari, sono riusciti a mettere a punto alcune leggi contro il “cibo spazzatura”, allontanato quantomeno dalle mense scolastiche e dagli istituti. In Messico la popolazione ha volontariamente ridotto il proprio consumo di zucchero dopo solo due anni dalla riforma.

Pochi investimenti in ambito sanitario, mirati ed efficaci, destinati al miliardo di abitanti più povero del pianeta, potrebbero evitare la morte prematura di 5 milioni di persone, cioè cinque volte tanto i deceduti positivi al coronavirus. E la cifra potrebbe crescere, se si considerano anche gli eventuali contagiati da Covid-19, esposti automaticamente a un rischio di morte maggiore in presenza di malattie croniche non trasmissibili.

Il virus non è uguale per tutti, certifica Istat

È ormai evidente a tutti che il coronavirus non è una livella. Salvo casi rari (nell’ordine di uno su mille-diecimila, a seconda dell’età, come si può rilevare ponderando con i contagi stimati il tasso di mortalità grezzo, basato invece solo sul rapporto morti/casi confermati) risparmia la vita dei giovani, di chi è in buona salute e di chi ha la possibilità di ricevere cure tempestive ed efficaci.

(Grafico Il tasso di mortalità va ricalcolato alla luce dei dati sui reali contagi. Nelle zone più colpite, dove si trova il 70% dei morti, si stimano oltre il decuplo di ‘positivi occulti/sommersi’, mai comparsi nei bollettini. Le stesse zone presentano tassi d’inquinamento tra i più alti d’Europa)

Il particolare svantaggio dei ceti meno abbienti e istruiti è stato certificato dalle analisi sui morti condotte negli Stati Uniti e in America Latina, dove decessi e contagi risultano prevalenti tra comunità afroamericane e minoranze. E anche dai dati dell’Istituto nazionale di statistica italiano: a partire dai mesi primaverili del 2020 è stato registrato un aumento dell’incidenza della mortalità tra le persone meno istruite rispetto a quelle più istruite. Nelle donne, il divario porta alla situazione per cui ogni 4 decedute meno istruite ne muoiono 3 con un grado di istruzione superiore, riporta l’Istat.

Le misure restrittive decise dai governi inoltre possono creare un vero e proprio circolo vizioso che riduce i redditi già bassi, diminuendo contemporaneamente condizioni di lavoro e aspettative di vita dei più deboli. Lo schema qui sotto, elaborato dall’epidemiologo Giuseppe Costa e dal ricercatore dell’Università di Torino Michele Marra, mette in luce alcuni esempi di queste dinamiche.

Le cause non riconosciute

L’exploit di malattie cardio-circolatorie e respiratorie è ben noto ma non sottolineato dai decisori pubblici, né interpretato come un problema prioritario-urgente nelle politiche di prevenzione sanitaria. In Europa un deceduto ogni sette, in termini assoluti, è legato all’inquinamento dell’aria, in particolare a quello causato dalle polveri sottili e al diossido di azoto. Le soglie limite fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità secondo molti scienziati sarebbero inadeguate e non garantirebbero la salute della popolazione esposta all’inquinamento. E l’Unione europea consente tassi d’inquinamento più che doppi rispetto a quelli consigliati dall’Oms. Tutto ciò dopo che dal 2009 al 2016 diverse case automobilistiche hanno prodotto e messo in circolazione veicoli che emettevano fino a 40 volte i contaminanti consentiti dalla legge. Era il dieselgate.

Dalla scoperta delle emissioni delle auto ‘taroccate’, la legislazione ha spesso tollerato le discrepanze tra i gas emessi realmente in strada e quelli dichiarati dopo i test ‘farlocchi’ condotti nelle officine. Dal 2015 non è stato varato un nuovo test valido e sempre efficace, ma il nuovo protocollo presentava numerose eccezioni. Lo stop alle vendite dei modelli di auto con emissioni falsificate è arrivato solo a fine 2018. Nel frattempo sono state emanate clausole di tolleranza – ancora in vigore – per consentire differenze fino a oltre il doppio tra le reali emissioni dei veicoli e quelle dichiarate permesse dalla legge, anche dopo il dieselgate. Insomma, eradicare le polveri sottili e il diossido di azoto – e i decessi che causano – non sembra un’urgenza.

Diversi studi, inoltre, evidenziano anche i gravi effetti dell’inquinamento acustico, che nei grandi centri abitati è responsabile di morti premature per malattie cardio-circolatorie.

Poi c’è il diabete: un terzo dei morti positivi al coronavirus in tutto il mondo conviveva con questa malattia. Il numero di malati è in crescita esponenziale in Italia, nei Paesi europei, ovunque: colpisce circa tre volte di più le fasce della popolazione a basso reddito e preoccupa la sua diffusione tra i giovanissimi. Circa il 10% della popolazione ha il diabete, che uccide 20mila persone all’anno soltanto in Italia. Anche l’obesità cresce di pari passo.

Per quanto riguarda i tumori, alla situazione preesistente in cui i più poveri sopravvivono decisamente meno dei più ricchi, si aggiunge l’enorme mole di esami e screening sospesi e rinviati per colpa dei “lockdown”. I dati parlano di oltre 5 milioni di esami non eseguiti, con possibili conseguenze drammatiche su futuri aumenti di mortalità.

Cambiare prospettiva

I governi dovrebbero quindi realizzare che siamo di fronte a un fenomeno epocale, e questo fenomeno epocale non è il virus, o meglio, non da solo. Il coronavirus ha dato il “colpo di grazia” a un trend già segnato. Nel 2019, la stessa The Lancet, avvertiva: obesità, inquinamento e cambiamento climatico stanno cominciando a interagire tra loro e questa interazione costituisce una nuova minaccia per la salute globale. «Il cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi provocheranno ulteriore malnutrizione e insicurezza alimentare. Il fenomeno potrà influire sui prezzi, soprattutto di frutta e verdura. Aumenterebbe così il consumo di alimenti industriali», certamente poco salutari e quindi pericolosi per la salute pubblica.

Mortalità in crescita anche in era pre-Covid

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2015 e nel 2017 si sono registrati dei veri e propri boom di mortalità, che scienziati e statistici non sono riusciti a spiegare del tutto. Complici sono stati l’influenza, l’ondata di calore del luglio 2015 e l’invecchiamento della popolazione, ma la cifra totale non si spiega soltanto con queste cause. Diverse le ipotesi: dai tagli alla spesa pubblica all’inquinamento, fino alle crescenti disuguaglianze. La Spagna, uno dei Paesi più colpiti dal virus, dal 2012 ha sofferto un epocale aumento di mortalità, oggetto di studio di una Commissione nazionale nominata ad hoc e di un lungo dibattito sulle reali cause di questo boom.

Le conclusioni del direttore di The Lancet, Richard Horton, sono perentorie:

«La conseguenza più importante di inquadrare Covid-19 come una sindemia è sottolineare le sue origini sociali».

«A meno che i governi non riconoscano questi problemi ed elaborino politiche e programmi per invertire le profonde disparità, le nostre società non saranno mai veramente al sicuro da Covid-19» .

«La vulnerabilità dei cittadini più anziani, delle comunità nere, asiatiche e delle minoranze etniche, e dei lavoratori di servizi essenziali mal pagati e senza protezioni sociali, mostra una verità finora appena riconosciuta: non importa quanto efficace sia la protezione fornita da un vaccino o da un farmaco. Una soluzione puramente biomedica al Covid-19 fallirà».

QUI il link all’editoriale completo.

il report sulla sindemia globale del 2019.

Fonte: ilperiodista.it