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COMUNISTI, ULTIMA CHIAMATA di Moreno Pasquinelli

«Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona. Essa suona anche per te». Ernest Hemingway

Con lo spauracchio della pandemia il governo Draghi ha prolungato lo Stato d’emergenza e, col cosiddetto “green pass”, ha reso de facto obbligatoria la vaccinazione di massa. Con una fava due piccioni: si istituisce uno strumento politico di controllo e discriminazione sociale facendo così compiere un salto di qualità all’inveramento di un orwelliano Stato di polizia.

Guai a chi nega che qui ci sia un salto di qualità. Dicemmo, l’anno scorso, che entravamo in un territorio inquietante e sconosciuto. Ora i timori più terribili iniziano a prendere forma.

Che il “green pass” sia un diabolico strumento di discriminazione sociale lo dicono quelli stessi che lo hanno concepito. Draghi docet: “Chi non si vaccina porta la morte”. Chi rifiuterà di diventare cavia di pseudo-vaccini sperimentale; chi non metterà il suo corpo a disposizione del governo; chi intende disobbedire al comando del potere; chi non accetta il culto idolatrico della “scienza”; è un assassino che va identificato, perseguitato, escluso dalla vita sociale. Non merita, infine, alcuna cristiana pietà.

E’ un regime di apartheid quello che sta nascendo sotto i nostri occhi: milioni di cittadini precipiteranno nell’inferno dei reietti e degli emarginati, costretti alla segregazione sociale e al confino.

D’altra parte una maggioranza di cittadini, intossicati da una propaganda e reti unificate senza precedenti, ha deciso di fare buon viso a cattivo gioco, pensando di riconquistare la libertà che gli era stata tolta. Si illude poiché questa libertà, ottenuta con un atto di obbedienza, è non solo vigilata ma condizionale e provvisoria. Peggio. La logica sottesa alla mossa del governo è tremenda, è quella di provocare una violenta spaccatura sociale, ci saranno, come nell’universo concentrazionario di Primo Levi, i sommersi e i salvati, con milioni di esercenti costretti a fare i kapò, sbirri facenti funzione.

Procedimenti repressivi che i comunisti dovrebbero conoscere molto bene, visto che essi per primi, nel ‘900, ne sono stati vittime. Ma dove stanno i comunisti oggi? Davanti all’incalzare del mostro gli hanno ubbidito, hanno chiamato al rispetto di tutte le sue prescrizioni liberticide; hanno suonato lo stesso spartito del nemico per cui tamponi farlocchi e vaccinazione di massa sarebbero stati la sola salvezza. Si sono rifiutati di ascoltare medici e autorevoli scienziati i quali, giudicata omicida la terapia della medicina di regime (tachipirina e vigile attesa), dimostravano nei fatti come ci si poteva guarire dal Covid. Comunisti che non hanno voluto vedere né il disegno biopolitico dell’élite mondialista, né la colossale speculazione delle multinazionali farmaceutiche, né i giganteschi conflitti di interessi tra controllori e controllati.

Infine, davanti ai movimenti di disobbedienza civile che si sono manifestati, hanno taciuto, si sono voltati dall’altra parte, si sono imboscati. Non li abbiamo infatti visti nelle proteste sociali contro lo Stato d’emergenza, in difesa dei diritti di libertà, contro chiusure e confinamenti che mentre hanno straziato chi sta in basso hanno premiato i privilegiati. Peggio, se ne sono dissociati, accusando quelli come noi che si sono ribellati in nome della verità e della fedeltà alla Costituzione, di essere “negazionisti”, o peggio, una “marmaglia reazionaria”. Hanno insomma fatto proprio il discorso delle élite dominanti, hanno dato loro man forte nel vano sforzo di isolarci. Si sono arruolati come truppe ausiliarie nell’esercito nemico. In pratica hanno scelto di fare i collaborazionisti.

Ora siamo giunti al giorno del giudizio.

In queste ore, davanti al salto di qualità operato dal nemico, anche in Italia, le piazze di tante città si vanno spontaneamente riempiendo di comuni cittadini che ubbidendo alla loro coscienza gridano “no green pass”. Proteste che sono l’orgoglio di un intero popolo, che redimono i peccati dell’ignavia e della rassegnazione. I piccoli rivoli che nell’ultimo anno hanno animato la protesta iniziano a confluire, come eravamo convinti sarebbe accaduto, in un unico fiume. C’è tempo affinché diventi una piena. Serviranno intelligenza, determinazione, astuzia e tutte le armi dell’arte della lotta politica. Il nemico ha un piano, ma commetterà inesorabilmente errori. Una nuova resistenza sta nascendo e siamo certi che si farà strada.

Ebbene, malgrado il momento drammatico, i comunisti sono latitanti. Nessuna organizzazione o gruppo sta dando segni di cambiamento di rotta. Non vediamo nelle piazze nessuno di loro. Hanno scelto ancora una volta di girarsi dall’altra parte.

Sappiate “compagni” che questa è per voi l’ultima chiamata. E’ anche per voi che suona la campana. Potete ancora riscattare l’ignominia raggiungendo la mobilitazione in atto. Se lo farete sarete perdonati. Altrimenti subirete la condanna, scontando la più severa delle pene: quella di finire come collaborazionisti nella spazzatura della storia.

Ps

Incombe, fra qualche giorno, proprio quando entrerà in vigore il “green pass”, l’anniversario funesto del 4 agosto 1914. I comunisti sanno di che parliamo. La grande guerra segnò la linea divisoria tra chi passò armi e bagagli dalla parte dei governi imperialisti, e chi restò fedele ai principi della lotta rivoluzionaria. Diversamente da allora gli imperialisti chiedono oggi ai popoli di intrupparsi nell’esercito cosmopolitico della salvezza. Non chiamano alle armi in nome degli stati nazionali, vogliono anzi, in nome della globalizzazione, estinguerli, così da completare la ristrutturazione tecnocratica e oligarchica a scala mondiale. Lo chiamano “Grande Reset”, di qui lo shock pandemico come cataclisma per giustificarlo.

Rivoluzionari sono coloro i quali, denunciata la trappola del Covid, riconosciuto per tempo il grande cambiamento in atto, non si sono fatti cogliere impreparati dal capovolgimento di fronte e si sono riposizionati nel campo della nuova resistenza. Rivoluzionari sono coloro che hanno compreso che la difesa della sovranità nazionale, della democrazia, della libertà, della giustizia sociale sono un tutt’uno. Sono coloro che han capito che solo in questo campo potrà un giorno rigermogliare il fiore di un nuovo socialismo.




QUI QUO QUA di Sandokan

[ lunedì 21 ottobre 2019 ]

Giorni addietro commentavo l’intervista di Salvini in cui affermava lapidariamente che 

«La Lega non ha in testa l’uscita dall’euro o dall’Unione europea. Lo dico ancora meglio: l’euro è irreversibile».

Come i 5 Stelle, Anche la Lega, dopo anni di strepitii contro l’euro e l’Unione europea, ha compiuto il voltafaccia: dal “sovranismo” all’europeismo. Come diceva il Cristo, “non si può ubbidire a due padroni”. Tra la maggioranza del popolo lavoratore che detesta l’Unione eurocratica e la grande borghesia italiana euroinomane, anche la Lega ha scelto il lato della barricata.

Ma Salvini non è un pirla. Sapendo fin troppo bene che la sua base militante e gran parte dei suoi votanti, se non proprio anti-euro sono sicuramente euro-critici, ha voluto che dal palco di Piazza San Giovanni, assieme a Berlusconi venisse osannato l’alfiere no-euro Alberto Bagnai.

Da una parte il vessillifero anticomunista dell’Unione europea e della sudditanza italiana, dall’altra l’alfiere no-euro e il portabandiera della sovranità nazionale e democratica. Il miracolo è compiuto: diavolo e Acqua santa, belzebù e angeli uniti in un unico e pornografico afflato.

Beninteso, Bagnai si è guardato bene dal sostenere quel che ha sempre sostenuto. Il nostro è diventato un maestro nell’arte del cerchiobottismo, nel dire e nel non dire, dell’adeguarsi alla bisogna, ovvero nell’adeguarsi alle giravolte del suo grande capo. 

Guardandosi bene dal rivendicare l’uscita dall’euro ha preferito l’allusione alla Brexit, ma solo per sottolineare quanto sia preziosa la democrazia. Un tipico caso di schizofrenia o dissociazione cognitiva. Si tenga infatti presente che solo pochi giorni fa il Bagnai era nella delegazione leghista che in Cassazione depositava il testo per una legge di iniziativa popolare per un doppio e autoritario sventramento della Costituzione —  legge elettorale ultra-maggioritaria e  presidenzialismo —, e che Bagnai è tra coloro che in Senato hanno votato a favore della drastica riduzione dei parlamentari.

Chi per anni ha voluto seguire Bagnai, fino nella Lega, dice che quella del nostro è solo dissimulazione. Ma qual è il confine tra dissimulazione e giravolta politica? Essi non lo dicono e dileguano ogni giorno che passa questa frontiera.

La verità, ed essi se ne debbono fare una ragione, è che l’uscita dall’euro non è più nell’agenda della Lega. Bagnai lo sa benissimo. Egli ha una carta di riserva: non c’è più bisogno di menarsela per l’uscita perché tanto l’euro verrà giù da solo. La tesi l’ha spiegata papale papale Antonio Maria Rinaldi (certe volte farebbe bene a tacere invece di fare affermazioni gravissimein Tv un paio di sere fa . A domanda, “Ma lei è ancora per l’uscita dall’euro?”, ha risposto: ” Io sono qui, sulla riva del fiume, ad aspettare il cadavere che passa. Farà il botto, vedrete”. Sulla stessa linea Claudio Borghi Aquilini.

Ecco dunque a voi Qui, Quo e Qua.

Dopo essere entrati nei parlamenti come campioni della battaglia per l’uscita dall’euro, dopo aver scritto libri, saggi e ripetuto in ogni dove della necessità di batterci per riprenderci la sovranità popolare e nazionale, ora ci vengono a dire: “contrordine ragazzi, deponete le armi, che tanto sarà il nemico a consegnarcela”. 
Se non è il risultato dell’essersi fatti corrompere dalla poltrona e dal prestigio è come dire: siamo pazzi, arrendetevi.

Ma dico io, come si fa a non sentire puzza di presa per il culo?!


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NAZIONE E PATRIOTTISMO (repetita juvant) di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 11 ottobre 2019]

«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».
Karl Kraus

*  *  *


Ci risiamo. 
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all’attacco contro il “rossobrunismo”. Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio. 
L’ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l’implausibile, l’ha portato Micromega, con un articolo, L’Italia siamo noi. La sinistra e l’identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l’ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.

EXCLUSIONARY VS. INCLUSIONARY


Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell’Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso

quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.


Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l’avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il “populismo di sinistra”. Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un’idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau. 

Un’idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l’idea astratta e cosmopolitica della “cittadinanza costituzionale universalistica”, concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d’uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un “nuovo costituzionalismo europeo“, amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui “gli orrori del ‘900” sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all’ opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende ad escludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l’egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos…


IL PARADIGMA TEORICO DI LACLAU


Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E’ l’accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l’esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe

 Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.



Se all’inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l’economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un’ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall’élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive. 

populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima “catena equivalenziale”, entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista “prima gli italiani”, ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, “la casta”. Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l’asso dell’egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista. 

LA NAZIONE E IL PATRIOTTISMO


Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla “rinascita dell’uso politico della nazione” e ad una “ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra” e che rimette al centro l’identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:

«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».

Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all’ostracismo, un dagli all’untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l’accusa, accusa che ha al centro il concetto di “reimmiginazione”. Noi “rossobruni” non

“reimmaginiamo” la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all’insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l’idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l’idea di nazione del nostro. 

Per Custodi, cito, “Le nazioni in quanto “entità concrete” semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate“; mentre “l’identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata”. Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all’ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che “Nè la comunanza etnica o linguistica, né l’esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all’indagine storica”, egli porta l’esempio di

«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»

per giungere al luogo comune che

«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos’hanno in comune Trento e Napoli?».

Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s’avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un “crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse”. Spunta fuori quindi l’idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato” quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos  in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che “la nazione è un plebiscito di tutti i giorni”.

PATRIOTTISMO DISARMATO


La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, “consistono in un sistema condiviso di norme e leggi”. 

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all’assurdità del “patriottismo europeo”, altri “mediterraneo” —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui “valori” della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell’Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l’avevano, morirono per fare dell’Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all’insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall’alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica. 

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CI HA PAURA NON VADA ALLA GUERRA di Leonardo Mazzei

[ martedì 23 luglio 2019 ]


«Posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi. Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno)».

In risposta a Davide Gionco


Chi ha paura non vada alla guerra. Ecco un detto che chi si occupa delle cose della politica sempre dovrebbe rammentarsi. E come non farlo, ricordando Sciascia, nel momento in cui gli ominicchi potrebbero lasciare il posto ai quaquaraqua? Ma non è di “grande” politica che vogliamo occuparci oggi, bensì di un problema più circoscritto: quello dei sovranisti alimentati a paura, quelli del “vorrei ma non posso”, del “prima bisogna…”, eccetera eccetera.

Stavolta ce ne offre lo spunto uno scritto di Davide Gionco, apparso su “Scenari economici“. Il ritornello è sempre il solito: uscire dall’euro è difficile, la Bce ci strangolerebbe, il consenso non ci sarebbe (o comunque non reggerebbe), meglio sarebbe stato esserne fuori, ma ormai…


Certo in maniera del tutto involontaria sono proprio questi discorsi il regalo più grande che si possa fare alle oligarchie euriste. Del resto, anche tra i dominanti non manca chi riconosce che l’euro sia stato un errore, aggiungendo però subito dopo che adesso uscirne sarebbe semplicemente catastrofico.

Già tre anni fa chi scrive polemizzò con un articolo di Giorgio Lunghini, il cui succo si condensava in questa frase del noto economista scomparso nel 2018: 

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Un concetto assurdo in sé, quello della “impossibilità”, che se preso sul serio ci condurrebbe dritti dritti nelle accoglienti braccia di Francis Fukuyama e della sua “Fine della storia“, pensata e scritta dopo la disgregazione dell’Urss. Ma se del politologo americano di origine giapponese oggi ben pochi si ricordano, una ragione certo ci sarà. Purtroppo, però, certe visioni (stavolta cucinate in salsa tecnicista) si son fatte strada in tanti mondi, anche in quello sovranista. Ed una delle idee che circolano è che, non solo non ci sarebbe più spazio per le sollevazioni come per le rivoluzioni, non solo sarebbe vietato pensare, aspirare e lottare per una diversa società, ma pure uscire da due costruzioni politiche come l’euro e l’Ue sarebbe un’impresa quasi impossibile.
Il brutto è che mentre l'”impossibilismo” (mi si passi il termine) di Lunghini era tutto da ascriversi — singolare paradosso dei tempi nostri — al conservatorismo della cosiddetta “sinistra radicale”; quello adombrato da certi sovranisti, pur essendo animato da opposti obiettivi, rischia di condurci anch’esso nei meandri dell’impotenza. Ma la lotta per la sovranità nazionale non si alimenta con la paura, quanto piuttosto con la ragionevole speranza di una liberazione che non potrà tardare a lungo.

L’articolo di Davide Gionco

Partendo dalla fosca cornice di cui sopra, l’idea proposta da Gionco non è certo nuova. In breve: anziché uscire dall’euro, la moneta unica verrebbe semplicemente aggirata con l’introduzione di una moneta parallela. Avremmo così un parto indolore e tutti vivrebbero felici e contenti. Il primo paradosso di questo ragionamento è che dopo aver descritto un nemico pressoché invincibile, alla fine egli dovrebbe gettare la spugna dopo una manovra di aggiramento di cui (evidentemente) non si sarebbe accorto in tempo. Bah!
Prima di entrare nel merito dell’articolo voglio però ricordare due cose. La prima è che mai e poi mai abbiamo pensato ad un’uscita indolore dall’euro, il che non vuol dire però che essa debba essere immaginata e descritta come una catastrofe, come una sorta di Terza guerra mondiale. La seconda è che riteniamo positiva (e per certi aspetti necessaria) l’introduzione di una moneta parallela, e non a caso siamo a favore dei Mini-Bot, ma riteniamo che questa mossa abbia senso solo nell’ambito della prospettiva dell’uscita piena dall’euro e dalla Ue.
Detto questo, veniamo ad alcune affermazioni centrali dell’articolo in questione. Scrive Gionco:

«La soluzione al problema sembra semplice: “usciamo dall’euro!”. E traditori sono i politici che avevano promesso di farlo ed ora non lo dicono nemmeno più. Cerchiamo ora di capire perché, se anche sarebbe cosa buona che l’Italia non fosse mai entrata nell’euro e sarebbe cosa buona oggi trovarci fuori dall’Eurozona, vi sono delle difficoltà oggettive a realizzare il passaggio “da dentro a fuori”. E sono certamente queste difficoltà a far tacere i politici, quei pochi che hanno capito il problema, su questo argomento. Il fatto principale è che l’euro non è solo una moneta. E’ soprattutto un sistema di regole comuni a molti paesi europei, una organizzazione  complessa e interconnessa».

Lo ripeto a scanso di equivoci: non siamo mai stati tra i “facilisti” del “tutto e subito”, ma giustificare certe giravolte dicendo che quei politici «hanno capito il problema» è davvero un po’ troppo. Che l’euro sia un sistema oltre che una moneta è cosa fin troppo nota, scoprirlo ora o è tardivo o è furbesco.
Ma è davvero impossibile uscire da quel sistema? Qui Gionco fa sfoggio di un catastrofismo davvero fuori luogo. Per rendercene conto leggiamo due passaggi. Così si esprime nel primo:

«Se la BCE, sulla quale la Repubblica Italiana non ha sostanzialmente alcuna autorità, decide di bloccare il sistema bancario, succede che tutto il nostro denaro non lo possiamo più utilizzare. Ovvero: la BCE ha il potere di bloccare il sistema dei pagamenti bancari».

Ha la Bce questo potere? Ovviamente sì, ma ce l’ha finché restiamo nell’euro. Dopo no. Un minuto dopo l’uscita questo potere svanisce nel nulla. Una ragione in più per percorrere quella strada. Il problema è semmai nella fase precedente all’uscita, ma appunto per questo dilatarla oltremodo sarebbe un errore, quello sì, catastrofico.
Vediamo ora il secondo passaggio:

«Se un governo democraticamente eletto decide di “uscire dall’euro”, la BCE lo minaccia con il blocco del sistema dei pagamenti. Mentre quel governo converte le euro-banconote in neo-lire, tutti noi ci troveremmo impossibilitati a ricevere lo stipendio sul nostro conto corrente bancario, non potremmo pagare le bollette, non potremmo ritirare banconote dai bancomat. Non è fantascienza, sono fatti a cui abbiamo già assistito in Grecia o a Cipro. O anche in Argentina nel 2001-2002. Non solo: lo Stato non potrebbe più ricevere i pagamenti delle tasse, né pagare gli stipendi. Si fermerebbe la macchina dello Stato, i trasporti, gli ospedali, l’economia intera. Come già successe in Argentina nel 2001, non potendo convertire le nostre “note contabili” presso le banche nei beni e servizi di cui abbiamo bisogno per vivere, ci sarebbero gli assalti ai supermercati per potersi procurare anche solo da mangiare e ci sarebbe la fuga dalle città verso le campagne, dove almeno è possibile trovare del cibo senza pagarlo».

Questo catastrofismo, francamente incommentabile, non ha davvero giustificazione alcuna. E per diversi motivi. In primo luogo, un governo minimamente capace non avrebbe troppe difficoltà a prendere tutte le contro-misure del caso. In secondo luogo, uscire dall’euro non è “uscire dal mondo” e neppure “uscire dall’Europa”, e non è difficile prevedere che un po’ tutti i paesi europei farebbero a gara per mantenere e sviluppare affari e commerci con l’Italia post-euro. Assurdo dunque spargere terrore sul sistema dei pagamenti bancari.
In terzo luogo, posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi.
Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno).
Avendone scritto tante volte in passato, non la faccio qui troppo lunga sulla questione del debito pubblico, altro tema che preoccupa Gionco. Detto che sono totalmente d’accordo sulla sua rinazionalizzazione, non riesco veramente a comprendere il suo allarmismo. Lo spread è un problema, ma solo finché restiamo nell’euro senza una Banca centrale che faccia il suo lavoro di prestatrice di ultima istanza. Al massimo, per un periodo brevissimo, si tratterà di rinviare di qualche giorno il pagamento dei titoli in scadenza. Gli investitori inizieranno a vendere alle prime avvisaglie dell’uscita? Facciano pure. A loro decidere se svendere in euro od essere ripagati al 100% in nuove lire. Per lo Stato italiano nulla cambierebbe.

In conclusione

Se mi sono occupato dell’articolo di Gionco, non è solo per mettere in guardia da un catastrofismo che fa soltanto (evidentemente al di là delle intenzioni) il gioco delle èlite. E’ anche per segnalare un errore di fondo ancora più grande.
Siamo talmente immersi nel mondo della tecnica da ridurre ogni questione ad un problema tecnico. E siccome la materia monetaria ha una sua complessità, i problemi tecnici sembrano l’aspetto principale. Errore, errore madornale. Gli aspetti tecnici hanno la loro importanza, ma mai vengono per primi.
Il nodo principale, quello veramente decisivo, è puramente politico. Quel che occorre è il potere politico, la volontà di agire per l’Italexit, la determinazione a farlo nelle condizioni più favorevoli (o meno sfavorevoli) per l’interesse nazionale e per quello del popolo lavoratore. Ciò che conta è questa capacità decisionale, questo doveroso coraggio unito alla mobilitazione popolare.
Poi verrà la tecnica e con essa i tecnici. Ma se vi saranno potere, volontà e determinazione, non mancherà di certo la capacità tecnica di risolvere ogni questione.
Nel frattempo non lasciamoci imbrigliare in risposte che sembrano più facili, ma che non solo non lo sono (vedi la risposta della Cupola eurocratica ai Mini-Bot), ma che rischiano di illudere sulla possibilità di evitare lo scontro col blocco eurista. Più che sfornare una ricetta tecnica al giorno, c’è adesso bisogno di costruire un percorso politico. 
La manifestazione del 12 ottobre servirà proprio a questo.

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LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA di P101

[ 16 giugno 2019 ]

AD UN ANNO DI DISTANZA


*  *  *


RISOLUZIONE SULLA FASE E I COMPITI DI PROGRAMMA 101

(1) NUOVO PERIODO


La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 dev’essere considerata una data spartiacque: con la crisi dell’egemonia dell’élite neoliberista è stata affondata la “seconda repubblica”, nata all’insegna della sudditanza ai poteri oligarchici euro-tedeschi. L’Italia, colpita pesantemente dalla grande crisi economica, entrava in un periodo ad alta instabilità politica, istituzionale e sociale.

(2) I TRE MOTIVI DI UNA VITTORIA


Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, segnato dalla pesante sconfitta del blocco dominante e dalla affermazione dei “populisti” del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini confermava la correttezza di questa diagnosi. Molteplici, addirittura contraddittori, i motivi che hanno contribuito alla vittoria di queste due forze. Tre essenzialmente: da una parte la richiesta di porre fine alle crudeli politiche austeritarie; dall’altra che lo Stato si prenda carico della richiesta di sicurezza e protezione contro il crescente degrado del tessuto sociale; quindi il desiderio di porre fine allo stato di umiliante soggezione della nazione.

(3) IL DILEMMA DEL GOVERNO


Il governo M5S-Lega, sorto malgrado i disperati tentativi dell’élite di impedirlo, non può non tenere conto della spinta popolare che sola lo sorregge. Il nuovo governo è ben consapevole che questa spinta conduce gioco-forza in rotta di collisione con i poteri oligarchici europei e la grande borghesia italiana. Esso non avrà vita facile, è anzi costretto a navigare nelle acque agitate tra Scilla e Cariddi ed è già posto davanti al dilemma se andare incontro alle istanze popolari o essere travolto dalla rivincita del blocco eurista il quale, pur avendo perso la postazione del governo, tiene ben salde tutte le altre.

(4) DA CHE PARTE STARE


Abbiamo detto, e confermiamo, che l’eventuale venire meno del governo al mandato affidatogli dagli elettori, il suo naufragio sarebbe un disastro per il popolo lavoratore, non solo quello italiano. I poteri forti lavorano infatti alacremente per rovesciare il “governo populista” così da confermare il dogma T.I.N.A., che non ci sarebbe alcuna alternativa possibile al loro predominio. In queste condizioni non solo non è auspicabile la caduta di questo governo, occorre stare al suo fianco ove ingaggiasse la battaglia per liberare il Paese dalla gabbia eurocratica ponendo fine alle politiche austeritarie che ne impediscono la rinascita. E’ questo il caso del “Decreto dignità”, la cui pur modestissima portata segna tuttavia una inversione di marcia rispetto alla precarizzazione selvaggia del lavoro che viene avanti dagli anni ’90.

(5) NEL CAMPO POPULISTA


In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti.

(6) IL BANCO DI PROVA


Diverse e concatenate sono le questioni sul tappeto, ma tra loro c’è una gerarchia, un evidente ordine di priorità. Le élite globaliste, in un gioco di specchi con Matteo Salvini, tentano di fare della questione migratoria il terreno fondamentale di scontro. E’ un trucco che non può reggere a lungo. In verità la natura e le sorti del governo si decideranno invece sul tema delle misure economiche e sociali. A settembre il governo dovrà presentare il DEF, che descrive le politiche macroeconomiche, e quindi, entro metà ottobre, sottoporre al Parlamento la Legge di Bilancio.

(7) TRE STRADE


Tre sono in questo concreto contesto le strade possibili. La prima, la meno auspicabile, è che il governo decida di rispettare le politiche di bilancio che chiede l’Unione europea sin qui accettate dai precedenti governi. In questo caso la sinistra patriottica e popolare, pur respingendo ogni collateralismo con le élite e le sue su appendici, non potrà che posizionarsi all’opposizione del governo M5S-Lega. Se invece il governo, come auspichiamo e come è nell’interesse del popolo lavoratore, sfidasse la Ue e gli disubbidisse ciò sarebbe il segno di un’inversione di rotta, della battaglia con i poteri forti, una battaglia il cui esito dipenderà a quel punto dalla fermezza del governo, dalla sua capacità di resistere alla sicura controffensiva del nemico. E per resistere dovrà necessariamente fare appello alla mobilitazione popolare. C’è infine una terza possibilità, quella che la Ue conceda anche al “governo populista” ristretti margini di flessibilità nelle politiche di bilancio, ciò che significherebbe un temporaneo cessate il fuoco, un prendere tempo. Non durerà a lungo. Il momento della verità sarebbe solo rimandato.

(8) TURBOLENZE IN VISTA


Comunque sia la fine del lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, attestato anche dalla cosiddetta “guerra dei dazi”, non sarà indolore. Avremo spasmi sociali, enormi turbolenze, nuovi terremoti politici e istituzionali, fratturazioni dei blocchi. E’ in questo crogiuolo, non in un rilassato trapasso, che potrà farsi largo la sinistra patriottica e popolare o, per dirla diversamente, il “populismo rivoluzionario”.

(9) SINISTRA PATRIOTTICA E C.L.N.


Nostro dovere, ove la situazione precipitasse a causa dello scontro con l’oligarchia euro-tedesca (ciò che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dalla Ue gettando il Paese e l’intera Unione in una situazione esplosiva) sarà quello di contribuire alla formazione di una sinistra patriottica e popolare che si ponga come terza gamba del “campo populista”. Vanno quindi sin d’ora identificate e incontrate le forze politiche e sociali, i gruppi, i singoli intellettuali che sono in sostanziale sintonia col nostro discorso, che accettano di gettarsi nella mischia e di fare fronte per vincere la battaglia democratica e nazionale della sovranità. Una battaglia che potrà essere vinta solo a condizione che M5s e Lega accettino, visto che non avrebbero scampo chiudendosi nel palazzo, di mobilitare massicciamente i cittadini. In questo contesto potrebbe quindi essere posta concretamente all’ordine del giorno la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. E’ nel fuoco della battaglia, dentro questo campo, che la sinistra patriottica può e deve lanciare la sfida a M5s e Lega per l’egemonia, opponendo loro una visione ed un progetto di Paese che essi non hanno affatto.

(10) I PROSSIMI MESI


Fatte queste considerazioni, quali sono i compiti immediati nei prossimi mesi? Dobbiamo innanzitutto incalzare il governo a realizzare alcune decisive misure immediate a favore del popolo lavoratore. Diverse di esse sono già nel “contratto di governo”: difesa dell’ambiente, modifica giusta della Fornero, aumento delle pensioni minime, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, piano di investimenti pubblici ed una banca nazionale che li sostenga, lotta contro la disoccupazione di massa, contrasto alla precarizzazione del lavoro, revisione della “buona scuola”. Andranno invece respinte misure di natura liberista come la flat tax (ferma restando la necessità di una equa riforma fiscale) nonché eventuali leggi sicuritarie (ferma restando l’esigenza dei cittadini di sentirsi protetti dalla criminalità grande e piccola). 

Altre misure, come quella per il diritto alla casa, non sono nel contratto e andranno poste sul tappeto. C’è poi in ballo il futuro di decine e decine di grandi e piccole aziende, da cui dipendono non solo tantissimi posti di lavoro ma il futuro del tessuto industriale e agricolo del Paese. Occorre sostenere quanto chiedono al governo i lavoratori di queste aziende, se necessario nazionalizzandole (è il caso ad esempio di Alitalia, delle acciaierie di Taranto, Terni e Piombino). 
In vista della eventuale battaglia d’autunno andrà quindi stimolata la più ampia mobilitazione popolare, operaia e giovanile, tentando di strutturarla in comitati d’agitazione da unire in una rete popolare nazionale, aperta a tutti gli organismi sociali, sindacali e ambientali già esistenti ma dispersi nei diversi territori.


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TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA

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[ venerdì 14 giugno 2019 ]

Riteniamo utile sottoporre all’attenzione dei nostri lettori queste Tesi approvate dalla II. Assemblea del Movimento Popolare di Liberazione-Programma 101 svoltasi il 10 e l’11 marzo 2018, cioè subito dopo il terremoto elettorale del 4. 
Domanda: reggono l’analisi compiuta e le indicazioni di fase? Noi pensiamo di sì. 

*  *  *

(1) GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina in grande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni delle nazioni.

(2) UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI

Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmopolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte destinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suo lottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed ai martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

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APOLOGIA DELLA SOVRANITÀ di Carlo Formenti

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[ giovedì 13 giugno 2019 ]

In uno strepitoso saggio breve (“Sovranità”, il Mulino) che ho divorato in poche ore (era da tempo che una lettura non mi appassionava tanto), Carlo Galli fa piazza pulita delle idiozie, dei luoghi comuni e degli ideologismi che funestano le campagne anti sovraniste condotte da media, partiti e accademici (come populismo, sovranismo è un concetto passepartout che, a furia si essere riempito dei contenuti più disparati, ha finito per perdere senso). Approfittando del fatto che Alessandro Somma dedica, su queste stesse pagine, un’ampia recensione al lavoro di Galli, mi permetto di estrarne in poche righe il “succo” politico e, per sintetizzarlo nel modo più chiaro possibile (ammettendo apriori le inevitabili semplificazioni e le altrettanto inevitabili – ma spero non troppo arbitrarie – interpretazioni soggettive) dividerò l’argomentazione in quattro parti.

Uno. Galli, evitando la trappola in cui cadono i filosofi della politica che assumono una prospettiva metastorica (inscrivendo ad esempio la democrazia ateniese e la democrazia moderna in un medesimo ordine fenomenico), mette in luce la specificità della sovranità dei moderni che consiste nel fatto, già evidenziato dal Machiavelli, che essa non è legittimata da alcun fattore trascendente ma appare esposta alle sfide che la contingenza lancia all’ordine politico – ordine che si presenta quindi come frutto di costruzione, più che come portato di fattori naturali e/o tradizionali. “La modernità, scrive, è l’epoca in cui la legittimità diventa problema, non è più data ma assente e quindi ricercata, inseguita, costruita”.

Due. Il carattere infondato – la fragilità oserei dire – del moderno potere sovrano fa sì che l’ordine politico non si possa mai dare per acquisito e scontato: pur concentrando e monopolizzando il potere politico esso “non riesce ma a spoliticizzare del tutto la società, o il popolo”, per cui questi producono ininterrottamente “nuovo disordine e nuove esigenze di ordine”. Detto in altro modo: “il potere costituente non è mai del tutto costituito”, e ancora: “la forma del potere costituente è la rivoluzione, nemica e motore ad un tempo della sovranità. La rivoluzione è eccesso di potenza sociale che si fa politica, presenza concreta di un popolo o di una classe che sfonda lo spazio pubblico, che agisce contro la sovranità esistente e ne genera una nuova”. Si potrebbe affermare che sovranità e conflitto sociale sono due facce della stessa medaglia: non si dà l’una senza l’altro e viceversa. È per questo che i critici della sovranità la descrivono come qualcosa di arbitrario, eccessivo, se non di mostruoso?

Tre. Per rispondere occorre partire dalla paradossale convergenza fra critici di destra e di sinistra della sovranità. Le ragioni della destra sono chiare: all’economia liberista non serve – anzi è d’ostacolo – la legittimazione dell’ordine politico, essa si ritiene capace di autolegittimazione, detentrice di una sovranità autonoma che non affonda le radici nella politica ma nel mercato: “l’obiettivo del neoliberismo, scrive Galli, è sostituire il privato al pubblico, la libera scelta al comando, la concorrenza al conflitto, l’uguaglianza alla rappresentanza, la governance alle istituzioni politiche”. E la sinistra? Il fatto è che questa sembra avere smarrito la consapevolezza che il conflitto sociale non può svilupparsi se non nella cornice della sovranità, di una “unità del volere e dell’agire in assenza della quale la pluralità non potrebbe agire politicamente”. Così, mentre rifiuta la sovranità nazionale, vissuta come arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra”, ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali che incarnano tuttavia una sorta di “sovranità al quadrato”, ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica (si pensi alle guerre in nome della “ingerenza umanitaria” negli affari interni degli “stati canaglia”, classificati come tali dalla superpotenza americana e dai suoi alleati, o alla “cura” imposta al popolo greco per sanare il debito pubblico di quel Paese – in realtà per sanare il bilancio della banche francesi e tedesche).

Punto quarto. A questo duplice rifiuto, Galli oppone l’apologia della sovranità intesa come sovranità democratica, che è poi come la intende la nostra Costituzione: 

«La sovranità democratica è dal punto di vista materiale protezione fisica e promozione sociale della persona: Stato economico come Stato sociale e come Stato del benessere (…) il che implica che l’economia capitalistica abbia una forma mista o in ogni caso moderata dalla politica che non ammette alcuna sovranità del mercato».

Posto che la sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, Galli confuta l’accusa secondo cui la ricerca di sovranità sarebbe “antipolitica”: siamo piuttosto di fronte a una forte istanza politica, cioè alla richiesta di ristabilire la distinzione fra pubblico e privato, restituendo al primo il controllo sugli “spiriti animali” dell’economia. Se poi questa richiesta viene oggi intercettata soprattutto da destra, la responsabilità ricade su una sinistra cieca nei confronti delle devastazioni sociali prodotte dal liberismo. Con buona pace, aggiungerei io, di tutti coloro che auspicano la costruzione di un fronte unito antisovranista e antipopulista.

* Fonte: Micromega



SE LO DICE (ANCHE) LUI…..

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[ 14 aprile 2019 ]


Confessiamo di essere rimasti stupiti dal leggere sul Corriere della Sera — ovvero nel massimo organo dell’élite europeista —, una critica, certo politicamente corretta, ma pungente dell’élite medesima. Giovanni Belardelli [nella foto], docente universitario a Perugia, è uno storico che ha scritto diversi volumi in particolare sull’Italia dal risorgimento ad oggi. Raccomandiamo la lettura di “Miti e storia dell’Italia Unita” e “Mazzini”, come pure “Il ventennio degli intellettuali”.




Non regalare ai sovranisti il concetto di nazione


La contrapposizione con gli europeisti rischia di ignorare che la Ue costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma allo stesso tempo di concorrenza

Possiamo regalare la nazione ai sovranisti? Penso che non dovremmo, ma penso anche che è esattamente questo che sta accadendo in Italia, dove il dibattito politico si è ormai polarizzato intorno alla contrapposizione sovranisti-europeisti. Negli ultimi decenni sono stati in molti a prefigurare una democrazia postnazionale, una cittadinanza cosmopolita, nella convinzione che ogni riferimento alla nazione fosse diventato obsoleto nel quadro della globalizzazione. In realtà la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-08 ha mutato sensibilmente le cose, favorendo la diffusione — nei ceti medio-bassi più che nelle élite — di paure, ansie, richieste di protezione rivolte anzitutto al proprio Stato-comunità, alla propria nazione intesa in modo elementare come il «noi» del quale facciamo parte per dati linguistici, culturali, geografici, perfino per abitudini alimentari. Il governo gialloverde ha intercettato questi sentimenti e queste domande, con una divisione dei compiti forse non programmata ma evidente: alla domanda di sicurezza di fronte alla «minaccia» dell’immigrazione ha pensato la Lega, al disagio sociale di chi si sente lasciato ai margini dall’economia globalizzata ha pensato il M5S con il «reddito di cittadinanza». Qui non si tratta di valutare positivamente le misure del governo in questi ambiti, cosa che sarebbe ben difficile, ma di capire come questa politica abbia dato a molti italiani l’impressione che i gialloverdi si occupano di loro, prendono sul serio le loro paure e richieste di aiuto.

Credo sia anche per questo che il governo gode ancora di un’approvazione che è stimata attorno al 60%. Oltre naturalmente al fatto che la principale forza di opposizione, il Pd, sembra da tempo vittima di un blocco culturale, che gli impedisce di capire che esiste anche un sentimento nazionale del tutto conciliabile con la democrazia e con la collaborazione con gli altri popoli a cominciare dai partner europei. E che la nazione dunque svolge una funzione ancora importante su due fronti: da una parte alimenta un senso di solidarietà e vicinanza in società che hanno assicurato un gran numero di diritti e libertà individuali, generando però un rischio di solitudine per cospicue minoranze; dall’altra, rende più facilmente abitabile il mondo, radunando i cittadini secondo criteri di prossimità e comunanza, piuttosto che farli vivere in un ipotetico spazio globale, in una specie di immenso loft planetario. Quello che, secondo alcuni studiosi, sta rinascendo in Europa e negli Stati Uniti è un sentimento collettivo fatto di simboli, gesti quotidiani, usi in comune che sono specificamente nazionali in un senso elementare e senza che spesso ne siamo consapevoli. Le tasse che paghiamo, le pensioni che milioni di italiani e italiane percepiscono non contengono forse un riferimento alla nazione così implicito che neppure vi facciamo più caso? Perfino le nostre previsioni meteorologiche non definiscono un «qui» che coincide con lo Stato nazionale? Sono, questi e molti altri, i segni di un «nazionalismo banale», come lo ha definito l’inglese Michael Billig (il suo libro, con questo titolo, è stato pubblicato in Italia da Rubbettino), che è parte integrante della vita di una società democratica.

Accettare, e anzi enfatizzare, la contrapposizione irriducibile tra sovranisti ed europeisti significa invece ignorare questo sentimento di appartenenza nazionale più immediato e sotterraneo; significa lasciare tutto ciò che riguarda la nazione ai partiti cosiddetti populisti, nella convinzione che del nazionalismo si possa avere solo l’accezione aggressiva, bellicista, razzista che ha prodotto molti degli orrori del ‘900. Ma la contrapposizione tra sovranisti ed europeisti rischia di ignorare anche un dato che è sotto gli occhi di tutti: l’Unione europea costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma al contempo anche di concorrenza tra gli Stati che ne fanno parte, dalle misure di politica economica alle iniziative di politica estera (come dimostra la crisi libica, nella quale Italia e Francia hanno seguito linee divergenti). La posizione gialloverde, anzi soprattutto leghista, nei confronti dell’Europa non va oltre un muscolarismo parolaio e controproducente. Ma ci sarebbe da preoccuparsi se l’alternativa fosse soltanto quella racchiusa in slogan come «più Europa» o «siamo europei», che rischiano di parlare soprattutto alle élite e finiscono col regalare ai cosiddetti sovranisti (o dare l’impressione di regalare, ciò che a fini elettorali è lo stesso) la difesa dell’interesse nazionale.


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ALLE PORTE DEL DISASTRO NAZIONALE di Luciano Barra Caracciolo

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[ 7 aprile 2019 ]






EUREXIT ALLE PORTE

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[ 4 aprile 2019 ]

Siamo oramai alle porte di EUREXIT QUALI STRATEGIE PER LA LIBERAZIONE,
promosso da Programma 101 assieme al Coordinamento internazionale No Euro.

L’incontro si svolgerà sabato 13 aprile a ROMA presso il Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/a, a pochi passi dalla stazione Termini.

Ricordiamo chi fosse interessato che l’ingresso è libero ma per partecipare è obbligatorio registrarsi.
Lo si può fare scrivendo a: p101@programma101.org, oppure telefonando allo 328 92 09 449.

Poche delucidazioni in risposta alle domande che alcuni di voi ci hanno posto:

1 – Tutti i relatori, anche stranieri, hanno confermato la loro presenza
2 – Essi saranno tutti tradotti in lingua italiana
3 – Dati i tempi stretti e l’alto numero di relatori non sono previsti interventi dal pubblico
4 – Per il pranzo: accanto e nei pressi del Centro congressi ci sono diversi ristoranti e tavole calde
5 – E’ possibile, per chi non potesse partecipare tutta la giornata, assistere anche soltanto alla sessione internazionale mattutina (ore 09:00-13:00) o solo a quella delle tavole rotonde pomeridiane (14:30:19:30)