QUESTO È IL MOMENTO di Liberiamo l’Italia

Il documento approvato dalla Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia il 22 febbraio 2021. Qui il .pdf

QUESTO È IL MOMENTO

Per un Partito unificato dei sinceri sovranisti

– Liberiamo l’Italia, fondatasi nel dicembre 2019, si diede due scopi principali: agevolare la costruzione di un ampio fronte antiliberista per la conquista della piena sovranità popolare e nazionale e, parallelamente, aprire la strada alla nascita di un Partito unitario del patriottismo costituzionale e democratico.

– Per quanto concerne la costruzione del fronte ampio un piccolo passo avanti è stato compiuto con la Marcia della Liberazione. Nell’annus horribilis segnato dallo Stato d’emergenza permanente indotto dal terrorismo pandemico, mentre alcuni sono piombati in uno stato di catalessi, la Marcia è stato il solo organismo unitario capace di promuovere mobilitazioni regolari, tra cui la grande manifestazione del 10 ottobre 2020.

– Malgrado la gravità della situazione imponesse alle minoranze sovraniste di farla finita con la cura dei propri orticelli, nessun progresso reale è stato compiuto sul terreno della fondazione di un unico soggetto politico.

– Proprio per sbloccare l’impasse abbiamo inizialmente aderito al tentativo di Italexit con Paragone. Purtroppo in Italexit prevalse un orientamento settario di autosufficienza: così che il gruppo divenne un altro ostacolo sulla via del dialogo e dell’unità.

– Per questo nel dicembre LiT avviò un tavolo di confronto con le due organizzazioni più importanti del campo del patriottismo democratico: Vox Italia e Riconquistare l’Italia (Fsi). Al terzo incontro proponemmo di sottoscrivere una Dichiarazione Congiunta che si concludeva con un appello all’azione comune e un impegno ad “avviare un processo costituente per dare vita ad un Partito unificato dei sovranisti costituzionali”.

– Mentre Riconquistare l’Italia (Fsi) respinse la proposta, la delegazione di Vox Italia dichiarò il suo assenso.

– Successivamente Diego Fusaro, dalla tribuna di Vox Italia Tv, rivolgeva il 18 febbraio un appello a formare un nuovo soggetto politico rivolgendosi, tra gli altri, proprio a  LiT. Contestualmente rendeva noto che Vox Italia avrebbe svolto il 27 febbraio una conferenza nazionale con la quale, oltre ad adottare un nuovo nome ed uno statuto definitivo, farà ufficialmente sua la proposta di aprire un processo costituente per un nuovo Partito unificato.

– Preso atto di questa positiva novità LiT dichiara sin d’ora la propria disponibilità a prendere parte a questo processo costituente e a questo scopo invierà una sua delegazione alla conferenza del 27 febbraio.

– Affinché alle parole seguano i fatti LiT auspica che nasca quanto prima un autorevole comitato promotore unitario composto dai rispettivi gruppi dirigenti per indirizzare e stimolare il processo costituente del nuovo Partito. Questo comitato promotore dovrà quindi essere affiancato da comitati unitari regionali.

DIFESA E ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948!

NO AL NEOLIBERISMO E ALLA MONDIALIZZAZIONE!

USCITA DALL’EURO E DALLA UE!

RICONQUISTA DELLA PIENA SOVRANITÀ POPOLARE, DEMOCRATICA E NAZIONALE!

BASTA CONFINAMENTO E STATO D’EMERGENZA!

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.




VERO, NON VERO, VERISSIMO di Alessandro Porcu

L’intreccio realtà, verità, potenzialità, nelle dinamiche sociali e socio-tecnologiche. La scuola che favorisce il successo dei grandi inganni…
PRIMA PARTE
E’ molto facile perdersi nel groviglio delle innumerevoli teorie della realtà e di come esse la interpretino, non tutte facili da capire, non tutte decifrabili, non tutte espresse con un linguaggio essoterico, ma quasi tutte affascinanti, interessanti, dalle quali sono scaturite prassi e scoperte in tutti i campi, da quello medico a quello cosmologico… Non ci possiamo perdere in questo groviglio nello spazio di poche righe, non certamente sufficienti a rappresentarlo e tantomeno a indicarne un percorso formale al suo interno. Ci basti la tanto criticata realtà che stiamo vivendo, o nella quale crediamo di vivere. Quella realtà soggettiva nella quale ognuno di noi, diversamente dagli altri o similmente ad altri, sta vivendo. Quella realtà percepita con il proprio sé, quella del nostro corpo in connessione con la sua coscienza (1). Ed io a questo tipo di realtà vorrei fare riferimento. Certamente non alla realtà presa in prestito dal mainstream informativo, mistificatore, manipolatore, presentatore di fatti alterati con astuzia e malafede.
Ricordo le giornate seguenti all’11 settembre 2001… “Ha visto professore, che disastro… ma questi terroristi perchè lo fanno?”, “Professore ma anche lei è un complottista?”. Persone senza la benchè minima conoscenza di quello che potevano essere le “demolizioni controllate”, pescivendoli, macellai, giornalai, insegnanti, medici, uomini, donne, vecchi, bambini: tutti indotti da una martellante e ripetitiva presunta verità, fatta assumere come vera realtà, ad accusare le menti autonome, non private di senso critico, e magari competenti in materia, ogni qual volta avessero espresso idee, concetti, parole discordanti e/o confutanti la “realtà” rappresentata dai mass media  mainstream. Nessuno aveva nozioni e cognizioni di causa di come venissero eseguite  le “demolizioni controllate”, come quegli interventi venissero pianificati, di quali fossero le tecniche di demolizione controllata, di quali fossero gli esplosivi usati,  di come si progettasse una demolizione, di cosa significasse “crollo per caduta verticale” (implosione), di quali fossero gli effetti delle esplosioni, gli effetti del crollo, le sovrapressioni… Eppure tutti sapevano, sapevano talmente tanto che si permettevano di accusare di falsità colpevole chi sapeva più di loro e cercava di farli ragionare!
Sono passati ben 19 anni… La verità presunta, la realtà dei fatti rappresentata dal mainstream manipolatore è solo incrinata ufficiosamente, ma mantiene ancora tutta intera la forza di deviazione della massa umana, verso una realtà gravemente falsificata, che non consente la ricostruzione mentale dei fatti realmente accaduti, che non consente di spodestare quell’élite,  colpevole del grande inganno e dei crimini enormi ad esso riferibili, e che, restando impunita,  può continuare a dominare il mondo terrorizzandolo attraverso inganni ed altri crimini di ogni genere. Quale umanità resterà in piedi dopo i numerosi assalti della medesima élite, che agisce contro l’integrità dei popoli e dell’umanità della nostra specie?
Siamo sinceri. Siamo o non siamo immersi nella società dell’informazione manipolata ma, paradossalmente, anche della massima trasparenza informativa? Vi è una corrispondenza fra i due tipi di informazione e altrettante categorie di persone, di umani che si rapportano all’informazione sulla realtà: quelli che “vengono informati e si lasciano in-formare” e quelli che “si informano attivamente”, che ricercano per scoprire la verità sulla realtà dei fatti. A loro volta coloro che “si lasciano in-formare” si dividono anch’essi in due categorie: quelli che si lasciano “in-formare” per pigrizia, reale mancanza di tempo per la ricerca, ignoranza, ovvero che “subiscono” l’informazione mainstream per  “opportunismo passivo”… e quelli che si lasciano “in-formare” per “opportunismo  attivo”: ovvero quelli che profittano in vario modo nell’accettare l’informazione acriticamente, non solo per ignoranza e incompetenza, ma anche per ottenere, se così può dirsi, “un rango” sociale più elevato, dato che in questi casi viene “offerta” all’ignorante l’opportunità di sentirsi più informato della persona competente in materia, la quale, con spirito critico si permetta di contestare la falsa verità diffusa propagandisticamente dai media mainstream… Quest’ultimo fenomeno si evidenzia oggi con la propensione ad assumere atteggiamenti delatori e persecutori, spinti, indotti e marcatamente voluti dai responsabili delle politiche governative, con riferimento alla vicenda “Covid-19”, ennesimo inganno mediatico, orchestrato dalla solita élite oligarchico-finanziaria mondialista. Come non ascrivere a quest’ultima categoria di persone tutti coloro che, ingenuamente o meno, per bisogno o per voler assumere quei ruoli, abbiano accettato di essere “impiegati” nelle funzioni di “guardiani della salute”, sebbene senza competenze per farlo e con “poteri” e “strumenti” devianti rispetto ai reali e necessari processi di cura?
Pur non avendo mai negato la reale esistenza dei sintomi del Covid-19, quindi l’esistenza di detta patologia virale, si vuole comprendere come possa essere accaduto che buona parte del personale sanitario, si sia fatta piegare da una narrazione, così evidentemente manipolata, della “vicenda Covid-19”, che invece di contenere e promuovere un percorso di conoscenza e risoluzione del problema è apparsa a molti come lo strumento più idoneo per far compiere all’intera società il passaggio verso un orizzonte senza diritti umani, tanto auspicato dalle politiche neoliberiste: una semplificazione sociale, un riduzionismo meccanicistico, certamente non basati sulle scienze umanistiche e della complessità, quanto piuttosto sul “paradigma eugenetico”, della stessa sostanza di quello assunto dalla cultura nazista, anche se con forme ed articolazioni diverse.  Un orizzonte che, a fronte del consentire una sopravvivenza biologica degli umani, ne sottraesse a loro “magicamente” tutte le libertà e con esse i diritti conquistati nei millenni precedenti,  con il conseguente  ritorno allo schiavismo.
La mia risposta, pur se non detta come unica causa, tantomeno come causa principale, ma certamente significativa, è che la scuola, i sistemi scolastici abbiano, pur in “tempi di democrazia”, adottato metodi di insegnamento non democratici (2), quanto piuttosto, almeno in gran parte, troppo seriali, ripetitivi e basati su un’approccio psicologico “cartesiano” (1), non abbastanza consapevole della validità delle teorie che si basano  sull’importanza delle emozioni e dei sentimenti nell’apprendimento. Teorie e modalità di approccio psicopedagogico decantate, ma forse mai veramente ben studiate, comprese ed attuate. Un approccio valorizzante soprattutto la “costruzione e la consapevolezza” del pensiero personale, fondato principalmente sulla ricerca, la libertà di espressione, di opinione, di pensiero, piuttosto che l’apprendimento mnemonico e premiante. Una “didattica del cuore e del pensiero” che avrebbe formato la persona ad assumere il proprio ruolo nella società con passione, con originalità, con consapevolezza del proprio sé, con senso di responsabilità personale e sociale.
Insegnanti che lo hanno fatto ce ne sono stati, ma, forse è il caso di dirlo, troppo pochi. Soprattutto nella scuola è mancato l’approccio alla realtà presente, politica e sociale, l’unico approccio per consentire una formazione connessa alla coscienza! Una connessione sempre meno curata, sempre meno consentita nei fatti. Ciò per un principio di “falso neutralismo”, in realtà per consentire al potere di formare menti poco consapevoli ma manovrabili, alla categoria degli insegnanti di poter nascondere le proprie reali soggettività, non avendo il coraggio e forse nemmeno la competenza  di confrontarle con rispetto, non essendo stata educata a farlo: una scuola democratica senza democrazia non poteva fare altro che preferire formare false coscienze o coscienze “instabili”, “mutabili”, ma soprattutto “manipolabili”. Un insegnamento prevalentemente basato non sul confronto ed il rispetto delle idee diverse, quanto sulla “conoscenza unica”, la conoscenza oggettiva, la scienza sperimentale… Fortunatamente non tutti i medici attuali sono stati formati così!
Conclusioni pre-visorie. Le cose non vanno bene e non andranno bene, finchè non si capirà che il giusto ruolo della scuola e dell’insegnamento debba necessariamente fondarsi sullo sviluppo sinergico dei sentimenti, delle idee, dei contenuti culturali e scientifici, sul rispetto reale delle diversità espressive e  di pensiero, non in  ultimo  sul rispetto reciproco nel confronto e sullo sviluppo “naturale” dello stesso. Perchè l’educazione alla conoscenza è anche educazione al rispetto, ma mai educazione alla cieca obbedienza! 
NOTE
(1)  Si vedano le importantissime pubblicazioni di Antonio Damasio, ed in particolare “L’errore di Cartesio”.
(2) Si vedano tutte le pubblicazioni di Carl Rogers sulla Psicologia Umanistica centrata sulla persona e sull’insegnamento si veda di Thomas Gordon “L’insegnante efficace”, l’approccio centrato sullo studente.
* Sovranità Popolare, n.°10, dicembre 2020



E’ POSSIBILE UN’EUROPA EUROPEA? di Manolo Monereo

Non è facile sfidare i pregiudizi e le cifre. Per meglio dire i pregiudizi che le cifre pretendono di convalidare. Di nuovo la vecchia storia: l’Europa ancora una volta ci salva dalla crisi.

Gli aggettivi sono stati usati senza limiti e parole come solidarietà, storia e aiuto hanno varcato tutti i confini conosciuti. L’europeismo è un’ideologia e agisce come un pre-giudizio che cerca di spiegare la realtà a partire da sé stesso. Se si aggiungono cifre enormi che hanno poco o nulla a che fare con l’esperienza delle persone, il discorso chiude il cerchio che i media sigillano.

Alla fine l’idea che resta è semplice: l’Unione Europea, in segno di solidarietà, aiuta i Paesi che hanno più sofferto di Covid19.

La cancelliera Merkel dà una prova insuperabile di saggezza politica e generosità. La UE — l’unica Europa possibile — riprende il timone e indica il destino in un mondo duro e difficile. Siccome questo viene ripetuto mille volte dai media, e la classe politica lo riafferma all’unanimità e gli intellettuali lo legittimano, è molto difficile che si sviluppi un pensiero critico.

A questo va aggiunto qualcosa di tipicamente spagnolo, vale a dire che questa Europa è un bene in sé, indiscusso e indiscutibile. In quanto tale, il discorso va escluso dal dibattito pubblico. Di fatto, diventa una narrazione disciplinare che tende ad emarginare tutte quelle posizioni che si oppongono a questo specifico modello di integrazione europea e alle sue conseguenze geopolitiche, economiche e sociali.

Date queste premesse, è molto difficile spiegare che i famosi fondi arriveranno in ritardo (il che ha gravi conseguenze), che sono insufficienti per l’importanza della crisi economica e sanitaria, che sono fortemente condizionati e che, ancora una volta, la sovranità continua ad essere ceduta a organismi non eletti, senza responsabilità.

Alcuni di noi hanno già scritto su questo, dando opinioni, cifre e argomenti, ma difficilmente raggiungeranno la maggioranza e, quel che è peggio, non provocheranno un vero e plurale dibattito pubblico perché le voci critiche vengono zittite.

In tempi di crisi, che ancora ci sono e non si sono ancora del tutto manifestati, il pericolo è sempre quello di aggrapparsi a vecchie certezze.

Sembrerebbe che l’europeismo sia come l’ultima ideologia, come l’unico consenso possibile di una Spagna che vede intrecciarsi una crisi del regime e quella dello Stato e, cosa più grave, una crisi del futuro.

Al centro la “questione” giovanile che diventa strutturale e che lega più generazioni. I giovani che avevano 18 o 20 anni nel 2008 hanno sofferto la crisi e oggi, essendo ancora giovani, ne subiscono un’altra ancora più grave e dagli esiti più incerti. La crisi della democrazia in Spagna, che abbiamo davanti agli occhi e che non vogliamo vedere, è anche generazionale e richiede un ripensamento di ideali, strategie e modi di fare e di comunicare la politica.

Europa (che è molto di più che la Ue) va affrontata come territorio di confronto, di definizione strategica, ponendovi attorno i grandi problemi politici; ovvero, sovranità popolare, indipendenza nazionale, giustizia e conflitto sociale.

Una prima questione è la definizione di cosa sia la UE in quanto artefatto giuridico-istituzionale.

A mio parere, è un nuovo tipo di sistema di dominio politico che organizza, amministra e disciplina le classi economicamente dominanti; garantisce la coerenza dei tuoi interessi generali; impone una politica economica unica per l’intera Unione e, ciò che è fondamentale, assicurata dallo Stato tedesco.

È un’operazione con la volontà di egemonia; poiché alla fine è sostenuta dal potere politico, è ancorata alla potenza dominante che è, in questo caso, la Germania. Il concetto di potere strutturale definisce chiaramente la capacità di questo Stato di imporre regole del gioco e comportamenti agli attori statali che finiscono sempre per beneficiarne.

Una seconda questione ha a che fare con la forma-istituzione della UE.

L’argomento è così obliquo e tuttavia così dibattuto che le distinzioni tendono a confonderlo piuttosto che a chiarirlo.

I dibattiti sulle sentenze della Corte costituzionale tedesca ci dicono che siamo entro i limiti di un’organizzazione basata su Trattati che ha assunto poteri sempre più decisivi e che tende a diventare una forma-Stato basata su un ordinamento giuridico che agisce materialmente come costituzione sovranazionale.

La confusione concettuale è parte di un’operazione che mescola elementi di confederalità, federalità e sovranità, che la Corte di giustizia europea interpreta come se fosse una corte costituzionale convenzionale. Parlare di limiti significa che l’integrazione ha raggiunto un livello che richiede una decisione giuridica fondamentale: o spostarsi verso uno Stato federale o tornare, in un modo o nell’altro, agli Stati nazione che abbiamo conosciuto fino ad ora.

L’avanzata istituzionale di questa Unione Europea sarà una fonte permanente di conflitto, degrado delle democrazie esistenti, rinascita di nazionalismi estremi, indebolimento delle libertà pubbliche e super-sfruttamento delle classi lavoratrici.

La terza questione viene sistematicamente evitata in tutti i dibattiti, eppure è quella decisiva.

Nessuno stato, grande o piccolo, è disposto a dissolversi. Per quanto s’insista, non c’è un popolo europeo né un Demo disponibile. Con il progredire dell’integrazione, la riaffermazione della proprie identità nazionali, delle sovranità statuali e della democrazia come autogoverno, aumenta in ciascuno dei paesi, al punto che i diritti vecchi e nuovi vengono rafforzati difendendo queste aspirazioni. Non è un caso.

L’artefatto politico-giuridico che la UE stava definendo, ciò che si stava veramente cercando era quello che Hayek chiamava federalismo economico; ovvero, privare gli stati della sovranità economica e rimuovere la politica economica dal dibattito pubblico, poiché per loro l’unica vera economia è quella neoliberista.

Parlare di Europa europea, come faceva il vecchio De Gaulle, non è retorico, è un impegno politico fondamentale.

Ciò che stiamo vivendo da più di 30 anni è una progressiva “nordamericanizzazione” della nostra vita pubblica; vale a dire la sostituzione della forma-democrazia costruita negli Stati europei e che ha il suo motore fondamentale nel conflitto di classe.

L’integrazione europea ha anche questo lato oscuro che limita radicalmente la sovranità popolare, il costituzionalismo sociale, e la politica intesa come capacità di decidere su modelli economici e sociali differenziati.

L’involuzione politica, il degrado sociale e un aumento sostanziale delle disuguaglianze vanno di pari passo quando la democrazia si distacca dalla trasformazione sociale e dalla lotta per la giustizia. Nordamericanizzazione della vita pubblica significa democrazia intesa come meccanismo di selezione delle élite al potere, difenditrice degli interessi privati ​​e slegata dalla lotta per l’uguaglianza sostanziale.

Non molto tempo fa Oscar Lafontaine ha parlato della necessità per la UE di ripensare se stessa, di andare avanti su vari piani e di fare marcia indietro su altri che si stavano rivelando estremamente dannosi e che dividevano l’Europa.

Nessuno, a questo punto, dubita che l’euro sia mal concepito e progettato, ha accentuato la differenziazione tra un centro sempre più potente e periferie sempre più dipendenti; la separazione tra politica fiscale ed economica e politica monetaria non è sostenibile ed è all’origine della stagnazione economica e sociale che sta vivendo l’UE; la concezione della moneta come semplice mezzo di scambio ignora che si tratta di un’istituzione sociale che dipende dall’autorità dello Stato.

La natura incompleta dell’euro richiama l’attenzione su un fatto che ritornerà inevitabilmente a ogni crisi: che non esiste moneta senza unità economica e fiscale; che l’estrema eterogeneità socio-economica dei paesi che compongono l’Unione verrà accentuata, senza un drastico intervento dei poteri pubblici. Che non esiste moneta senza uno Stato che la imponga e la garantisca.

L’Unione europea sta abbattendo l’Europa per di più rendendola impossibile. Il motivo è sempre più chiaro: vogliono costruire un’Europa senza e contro la sovranità popolare; senza e contro lo Stato sociale; senza e contro i diritti sociali fondamentali; senza e contro la politica intesa come procedura, deliberazione e decisione tra progetti differenziati. La politica interna ed estera sono sempre correlate. Non dovrebbe sorprendere, con questi fondamentali, che con più integrazione europea, più dipendenza dagli Stati Uniti, maggiore incapacità di intervenire attivamente e positivamente in un mondo che cambia rapidamente e, cosa più grave, mancanza di una politica solvibile e autonoma di alleanze internazionali.

La proposta di un’Europa europea significa costruire un progetto partendo da ciò che ci rende forti: stato sociale, sovranità popolare, diritti e libertà pubbliche costituzionalizzati, democrazia economica e sociale. Non dovrebbero esserci troppi dubbi, nelle condizioni attuali un’Europa-Stato  sarebbe un’Europa tedesca. Ma questo non accadrà. Dov’è la chiave? Secondo me, camminare verso un’Europa confederale. Non si tratta di condividere le sovranità, ma di rafforzarle; definire politiche comuni e rafforzare la cooperazione per sviluppare l’autonomia produttiva, i diritti sociali e la democrazia in ciascuno degli Stati; un’uscita concordata dall’euro che consenta la transizione verso economie più egocentriche con una maggiore capacità di attuare politiche di sviluppo regionale e industriale. Si potrebbe continuare.

Si dirà che questo non è possibile. Che i grandi stati si opporranno. Che la destra non accetterebbe un’Europa così costruita. Allora si può dire solo la verità: che l’Unione europea è incompatibile con i diritti sociali fondamentali; che essa si oppone alla sovranità popolare e che è uno strumento per indebolire le classi lavoratrici e i sindacati.

Che il suo obiettivo finale è porre fine al costituzionalismo sociale e che, al di là della retorica, ciò che cerca è un’involuzione storica su larga scala. Non accadrà.

Manolo Monereo

La Parra, 16 agosto 2020

 




SIAMO TUTTI NEONAZISTI? di P101

Sabato scorso si è svolta a Berlino una enorme manifestazione di protesta. E come ogni cosa enorme essa ha avuto un carattere popolare e trasversale.
Una protesta contro l’uso politico del Corona virus da parte delle autorità e del governo della Merkel.
Le agenzie non facevano in tempo a battere la notizia di questo inaspettato successo della manifestazione che i media italiani, come se avessero ubbidito ad un univoco comando, descrivevano la manifestazione come “neonazista e negazionista”.

Mai una menzogna è stata tanto sfrontata e colossale.

L’inatteso successo della moltitudinaria manifestazione è segno che la partecipazione dei cittadini è stata sentita e spontanea, frutto non solo dell’uso politico intollerabile e strumentale della cosiddetta pandemia da parte dell’élite.

Il successo è dovuto anche alla grave crisi economica dovuta al lockdown, al peggioramento delle condizioni di vita, alla disoccupazione che cresce, ai salari che non tengono dietro al costo della vita, all’aumento delle diseguaglianze sociali.

E’ stata, la manifestazione di Berlino, il segno inequivocabile di un fermento sociale e politico che cresce nella Germania merkeliana, della crisi dei due partiti storici di massa, democristiano e socialdemocratico.

Sanno i pennivendoli italiani chi ha promosso la grande manifestazione? Non lo sanno, e nemmeno se lo sono chiesto pur di spargere veleno.

Due sono i movimenti politici che hanno chiamato alla grande protesta: “Demokratischer Widerstand” (Resistenza Democratica), un’organizzazione della sinistra popolare non-socialdemocratica e anti-liberista, e “Querdenken” (Pensare fuori dagli schemi), un movimento della nuova società civile che, oltre ad accusare il governo di violare la Costituzione e di calpestare la democrazia, raccoglie, per fare un’analogia con l’Italia, i tanti comitati locali ambientalisti contro il 5G, contro l’obbligo vaccinalee per la libertà terapeutica, contro la medicina di regime, ecc.

Non c’era, in un corteo di centinaia di migliaia di persone, una sola bandiera neo-nazi, e nemmeno della destra ordoliberista di AfD.

Sui cartelli si potevano leggevano frasi come “Ora basta! Quando è troppo è troppo!”, “Il governo calpesta la Costituzione!”, “il popolo tedesco è per la libertà e la democrazia!”, “Respingere l’attacco ai diritti democratici fondamentali!” “No al Corona-panico!”.

E’ stata insomma, quella di Berlino, una manifestzzione per la libertà, il segnale di un risveglio del popolo tedesco.

Si capisce perché i media italiani hanno bollato la manifestazione come “negazionista e neonazista”: la si è voluta scomunicare non solo per intossicare gli italiani, si tenta di  avvelenare i pozzi in vista del prossimo autunno, per preventivamente isolare e provare a disinnescare le prossime proteste sociali, di cui la grande MARCIA DELLA LIBERAZIONE del 10 ottobre (Roma, Piazza san Giovanni) vuole essere il punto di partenza.

Lorsignori mentono spudoratamente e si danno allo sputtanamento perché hanno capito il segnale che arriva da Berlino, perché temono che l’onda possa arrivare anche in Italia nelle prossime settimane.

Avranno una brutta sopresa.

La rivolta sociale verrà, inesorabile come il tuono dopo un fulmine, una ribellione di massa che vedrà confluire i tanti rivoli della protesta che per adesso cammina sottotraccia. Vedrete che essa non raccoglierà solo il testimone del popolo tedesco libero, ma anche quello del grande movimento dei Gilet gialli francesi.

Sarà una conTESTAzione che vi seppellirà!

Tutti a Roma il 10 ottobre alla MARCIA DELLA LIBERAZIONE.

LA NUOVA ITALIA INIZIA IL CAMMINO.




IL VIRUS E IL COMUNISMO di Sandokan

Confesso che la filosofia non è il mio forte, e non so quindi dirvi molto sul pensiero di Slavoj Žižek. E’ un fatto che da diversi anni questo sloveno va molto di moda in certa sinistra in cerca d’autore, e che il tipo è dunque molto apprezzato da certa intellighenzia di regime. La qual cosa, detto tra noi non me lo ha reso simpatico.
L’ultima sua stupefacente uscita, pubblicata non a caso da La Repubblica del 6 aprile scorso, mi dice che non mi sbagliavo. “Vedo un nuovo comunismo germogliare dal virus”.
Secondo il nostro, citiamo:
«Un nuovo senso di comunità: ecco cosa sta emergendo da questa crisi. Una sorta di nuovo pensiero comunista, lontano dal comunismo storico. La banale scoperta che per battere il virus servono coordinamento e cooperazione globale è a suo modo rivoluzionaria. Stiamo riscoprendo quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. Persone e nazioni».

Confesso che sono saltato sulla sedia. Come tanti penso esattamente il contrario. Penso che col pretesto del Covid-19, grazie ad una campagna di paura senza precedenti, il sistema sta sperimentando quanto grande e pervasiva sia la sua capacità di dominio sui popoli. Che chi comanda sta facendo le prove generali per passare ad un regime autoritario. Che è stato instaurato uno stato d’eccezione con pieni poteri al governo che non si era realizzato nemmeno ai tempi della lotta contro il terrorismo. Che nella ragnatela della paura e del contagio crescono tra i cittadini l’individualismo, il sospetto verso l’altro che può essere untore, la delazione.

Ma allora cosa passa per la testa a questo filosofo quando sostiene che col virus avanza il comunismo? Ce lo spiega in articolo sulla rivista INTERNAZIONALE. Il titolo è perentorio: UN NUOVO COMUNISMO POTRÀ SALVARCI.
Leggiamo:
«Si potrebbe aggiungere che questo approccio ad ampio raggio dovrebbe estendersi ben oltre il meccanismo dei singoli governi: dovrebbe andare dalla mobilitazione locale di persone al di fuori del controllo statale a un coordinamento e a una collaborazione internazionali forti ed efficienti. Se migliaia di persone saranno ricoverate in ospedale per problemi respiratori servirà un numero molto superiore di apparecchi per la ventilazione polmonare, e per averle lo stato dovrebbe intervenire direttamente, come succede in condizioni di guerra quando servono migliaia di fucili, e dovrebbe poter contare sulla collaborazione di altri stati. Come in una campagna militare, le informazioni dovrebbero essere condivise e i piani perfettamente coordinati. Questo è il “comunismo” che secondo me serve oggi».

E conclude:

«L’epidemia di Covid-19 non dimostra solo i limiti della globalizzazione dei mercati, ma anche quelli ancora più letali del populismo nazionalista che insiste sulla piena sovranità dello stato: è la fine di “Prima l’America (o qualunque altro paese)!”, perché gli Stati Uniti si possono salvare solo con il coordinamento e la collaborazione globale. Non sono un utopista, non invoco una solidarietà idealizzata tra esseri umani. Ma la crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell’interesse di tutti e di ciascuno di noi, e sono l’unica cosa razionale ed egoista da fare».

Avete capito? Mentre è sotto gli occhi di tutti che la globalizzazione è fallita, che proprio questa “epidemia” dimostra quanto danni abbia fatto la demolizione degli stati e delle loro prerogative sovrane, questo filosofo non solo ci dice “Avanti tutta con la globalizzazione”, ci vuole far credere che il comunismo avanzerebbe con la globalizzazione medesima e la relativa soppressione degli stati nazionali. Il nostro lo chiama “nuovo comunismo”.

Non so chi di voi abbia letto 1984 di George Orwell. Vi si parla di un regime di tirannia in cui il partito al potere e il Grande Fratello impongono la “neolingua” per compiere quella che potremmo chiamare lobotomizzazione delle masse. Ecco, chiamare “nuovo comunismo” la “neoglobalizzazione”, a me pare, tra tutti i tentativi di manipolazione delle coscienze, quello che più di tutti invera la premonizione di Orwell.




Impiccati alla Germania di Leonardo Mazzei

Sono giornate pericolose. I gattopardi sono in agguato. Cambiare tutto perché nulla cambi è la loro missione. Se riusciranno a vincere saranno guai seri, peggio di quelli prodotti dal coronavirus.

Nelle due settimane che si son presi proveranno a confezionare il grande imbroglio. Ci riusciranno? Non è detto, poiché l’Unione non è mai stata così disunita, ed i diversi interessi nazionali tanto divaricati tra loro. Ma ci proveranno alla grande, di questo possiamo esser certi.

Attenzione dunque a dare l’UE per morta. Lo sarà  solo quando lo sarà. Nel frattempo – non ce ne vogliano gli animalisti – chi ha a cuore le sorti del popolo lavoratore (inteso in senso molto ampio) non può che ispirarsi al “bastonare il cane che affoga” del presidente Mao.

Piccolo florilegio del salvatori dell’UE

Sull’operazione salva-UE guidata da Mario Draghi ha già scritto Moreno Pasquinelli. Ma forte è il coro di chi fiancheggia l’uomo del Britannia, delle privatizzazioni, dell’austerità e dell’euro. Accanto a chi l’appoggia enfaticamente sottolineandone i presunti quanto fantomatici elementi di rottura, c’è chi (ben più concretamente) lavora a preparargli il terreno provando a tessere un accordo con la Merkel.

Dedichiamoci dunque ad una istruttiva rassegna di quel che dicono i più autorevoli rappresentanti del fronte eurista nazionale.

Partiamo da una persona informata dei fatti. Paolo Gentiloni è uno dei commissari guidati dalla simpaticissima Von der Leyen, colei che ha già sentenziato che sulla materia del contendere – eurobond e similari – ha ragione la Germania. Lei però l’ha detto in tedesco, mentre il servizievole Paolo – uomo per tutte le stagioni, transitato dalla sinistra extraparlamentare, alla Margherita di Rutelli, fino all’approdo nel Pd – l’ha voluto ribadire in italiano.

Intervistato da Radio Capital è stato fin troppo preciso su due punti. Il primo:

«L’emissione di bond genericamente per mutualizzare il debito non verrà mai accettata».

Il secondo:

«Il Mes non è la Spectre, è uno strumento condiviso, la discussione è sulle condizionalità, e si parla di alleggerirle ma non sono molto ottimista nemmeno su questo, perciò meglio spostare la discussione su quali obiettivi finanziare e poi decidere come».

Chiaro chi rappresenta l’Italia a Bruxelles?

Passiamo adesso al surreale David Sassoli, una nullità messa non a caso a guidare il nulla, cioè l’ornamentale parlamento di Strasburgo. Essendo uno dei cosiddetti “cinque presidenti”, il Sassoli è tra coloro che sono stati incaricati di superare il disaccordo emerso nell’ultima riunione del Consiglio europeo. Che vi contribuisca è pressoché certo, ma è probabile che lo faccia con un’unica parola: signorsì. A Berlino l’apprezzano molto.

Il Sassoli prova a prenderla larga:

«Vuoi utilizzare il Mes? Bene, allora devi modificarlo perché è stato pensato per crisi asimmetriche in cui un Paese in difficoltà chiedeva aiuto, mentre oggi siamo di fronte a una crisi simmetrica che ci colpisce tutti. Non ci possono essere condizionalità, il Mes potrebbe fungere da garanzia per i mercati finanziari, demandandone l’operatività tecnica a una istituzione come la Banca europea per gli investimenti».

Aria fritta, ma se non altro il presidente dell’europarlamento non nasconde chi comanda nell’Unione:

«Penso e spero che Berlino non vorrà rinunciare a un ruolo di guida e rafforzamento dell’Europa», questo il suo appello a mamma Merkel.

Ma perché tanta apparente fiducia?

«Non c’è dubbio. Senza solidarietà crollano i vincoli e le ragioni dello stare insieme. Però è anche vero che come ci ha insegnato Monnet l’Europa si forgia attraverso le crisi che affronta. E soprattutto quando i nostri Paesi capiscono che nessuno può farcela da solo. Siamo a un passaggio di fase e l’Europa può diventare più forte. È sempre stato così».

Questa la professione di fede dell’ex giornalista, il quale pur di arrivare ad “un’Europa più forte” è certo pronto al peggiore dei pastrocchi.

Quale possa essere l’accordo ce lo diceva ieri il Corriere della Sera:

«Secondo quanto è trapelato da varie capitali, il Fondo salva Stati, che dispone di 410 miliardi, potrebbe arrivare ad almeno 700 miliardi per elevare i prestiti oltre il limite attuale del 2% del Pil nazionale (circa 36 miliardi per l’Italia), con estensione dei rimborsi a 30/50 anni e senza le stringenti condizioni applicate in passato alla Grecia. Anche le erogazioni della banca Bei potrebbero salire dagli attuali 20 miliardi ad oltre 200. Entrambi questi organismi, per finanziarsi, emettono già titoli garantiti dai Paesi membri. Quindi basterebbe un accordo sui maggiori importi, senza doversi scontrare sul principio politicamente divisivo dei nuovi coronabond».

Questi la fanno facile, ma se così fosse non si capirebbe il perché del mancato accordo della scorsa settimana. Tralasciando il fatto che anche in questo modo le risorse sarebbero insufficienti, come si vede si va sempre a finire sul Mes. Ma un intervento del Mes senza condizioni stringenti non esiste. Dunque, siamo punto e a capo.

Il perché di tanta insistenza, a dispetto dei fatti, ce lo spiega il solito Gentiloni, secondo cui:

«Bisogna ancora scommettere che, da parte della Germania, si arrivi a una comprensione della situazione nuova».

Siamo dunque impiccati alla Germania. Allegria!

Sulla stessa linea Enrico Letta, sempre sul Corriere:

«La propaganda politica ha trasformato in zombie i due principali strumenti esistenti. Io sono favorevole agli eurobond, che i nordici non vogliono perché pensano di dover pagare il nostro debito. Ma si possono fare senza trasferimento di soldi da loro a noi. Dobbiamo, insieme, costruire uno strumento europeo per battere la crisi. Quanto al Mes, da noi è diventato un tabù per colpa di Salvini, Meloni e dei 5 Stelle, alla ricerca di un nemico fantomatico».

Dopo il Letta senza tabù, chiudiamo ora con quel che ha detto un’economista mainstream, quel Nicola Rossi liberista a tutto tondo passato dall’Ulivo prodiano alla presidenza dell’Istituto Bruno Leoni, fino ad approdare ad importanti incarichi bancari.

Non avendo ruoli politici, il Rossi può permettersi di dirla tutta, rivelando così quel che pensa realmente l’establishment del Paese. Per lui l’Italia, tramite un apposito voto parlamentare, dovrebbe annunciare «urbi et orbi che intende mantenere indefinitamente un avanzo primario al di sopra del 2% del prodotto al fine di stabilizzare il proprio rapporto fra debito e Pil».

Insomma, la trentennale cura da cavallo a base di continui avanzi primari, dunque di austerità, ancora non gli basta. Per Rossi bisogna impegnarsi sul 2%, anzi qualcosa di più. Tradotto in cifre il 2% significa che ogni anno, e per sempre, le entrate dovranno superare di 36 miliardi (in euro attuali) la spesa pubblica. Dunque sacrifici, depressione economica, più tasse e meno stato sociale (inclusa la sanità…). Ecco cosa pensano realmente lorsignori, al di là dei bei discorsi sul “siamo tutti sulla stessa barca”.

Conclusione  

Chi scrive non può sapere come si concluderà la partita europea. La crisi che si annuncia è talmente grave che anche a Palazzo Chigi dovranno pensarci bene prima di firmare la capitolazione, ma lanciare l’allarme è necessario.

Se questi sono i generali, se questo è il pensiero che li anima, nessuna illusione è concessa. Eppure sarebbe questa l’occasione giusta per fare l’unica cosa davvero utile per il Paese: lasciare l’Unione alla sua crisi e riprendersi la piena sovranità, a partire da quella monetaria.

Ma quel che sarebbe utile per la stragrande maggioranza degli italiani, è ben distante dalla visione e dagli interessi dei dominanti.

Che tutti coloro che hanno compreso da tempo qual è il nodo principale, che comprendono oggi la necessità di un radicale piano d’emergenza che accompagni l’Italexit, battano subito un colpo. Il momento per farlo non può essere rinviato. Il momento è ora.




A MALI ESTREMI, ESTREMI RIMEDI di Paolo Maddalena*

La tragedia globale del virus Covid-19 avanza in tutto il mondo. I dati di ieri ci dicono che in Italia i decessi sono 1809 e il totale dei contagi sfiora i 25 mila.

Due sono i problemi gravissimi che dobbiamo risolvere: colmare il più velocemente possibile le inefficienze del sistema sanitario, che, da governi che non hanno capito il senso delle loro azioni, è stato in gran parte privatizzato, tagliando solo negli ultimi 10 anni ben 40 mila posti letto negli ospedali.

È urgente ricostituire i posti letto perduti, acquistare i ventilatori e tutto ciò che occorre per la terapia intensiva, aumentare il personale ospedaliero (medici, infermieri, tecnici ecc.). E si noti che in questi anni ben 8 mila medici andati via non sono stati sostituiti. Occorre, inoltre, tener conto della situazione di bisogno in cui versano le persone contagiate e soprattutto le famiglie delle persone decedute alle quali occorre far sentire lo spirito di solidarietà di tutti gli italiani

Altro problema è quello di fronteggiare i disastrosi effetti economici prodotti dalla diffusione del corona virus.

Sotto questo secondo aspetto emerge con estrema e inconfutabile chiarezza che la pandemia del Covid-19 ha dimostrato che causa unica del disagio economico italiano consiste nel fatto che l’Italia è stata costretta, dai trattati europei, a far parte di sistema economico predatorio neoliberista che avvantaggia i paesi ricchi e riduce in miseria i paesi più poveri.

La prova di ciò sta nel fatto che la Germania, che ha conquistato il primato economico in Europa attraverso violazioni continue di obblighi internazionali (non ha pagato i debiti di guerra, ha fatto pagare a noi il contributo per l’unificazione tedesca, ha nascosto i debiti dei Lander nella banca pubblica KfW, facendo emergere un debito pubblico inferiore a quello reale, ha violato per 5 anni i limiti di Maastricht, non ha mai denunciato il suo surplus commerciale e così via dicendo, senza mai essere ripresa dalla Commissione europea) è oggi il paese europeo che più agevolmente supera gli effetti disastrosi provocati all’economia dalla diffusione del corona virus.

Essa infatti immette nel mercato, tramite la banca pubblica KfW, il cui capitale è per l’80% dello Stato federale e per il 20% dei Lander, almeno 550 miliardi di euro, aiutando così (a dispetto del divieto degli aiuti di Stato previsto dai trattati) le imprese tedesche di ogni tipo e risollevando la situazione economica di ciascun cittadino con l’immissione nel mercato di tanta liquidità.

Ben diversa è la situazione economica italiana, che, messa dal sistema economico predatorio neoliberista, con le spalle al muro, si trova a dover fronteggiare l’emergenza economica con lo sforamento dei limiti di Maastricht di 25 miliardi, naturalmente a debito e, disponendo aiuti alle imprese per circa 350 miliardi con la garanzia dello Stato, cioè di tutti i singoli cittadini italiani, che dovranno pagare con enormi sacrifici le spese ora indispensabili (mentre i tedeschi non pagheranno nulla perché i 550 miliardi emessi dalla KfW con interessi negativi saranno immediatamente comprati dal mercato generale).

In questa situazione di assoluta emergenza a noi non resta che assumere una posizione molto drastica che ci svincoli dai lacci con i quali è stata imbavagliata la nostra economia e lo facciamo in base alla forza che ci proviene dal fatto che al momento 20 mila persone (e i numeri aumentano costantemente) in soli 3 giorni, hanno sottoscritto la nostra petizione alle Camere per rifiutare la ratifica e l’approvazione del MES e nella quale sono stati già espressi iconcetti che di seguito riportiamo.
VAI ALLA PETIZIONE CONTRO IL MES: http://chng.it/wZvzDtGN
Si tratta di uscire dal sistema economico predatorio neoliberista per ricostituire in Italia un sistema economico produttivo di stampo keynesiano, che preveda: nazionalizzazioni, intervento dello Stato nell’economia, distribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale, investimenti pubblici nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca e così via dicendo.

Si tratta in pratica di abrogare la ratifica dei trattati di Mahastrict e di Lisbona, nonché la ratifica avvenuta con legge 23 marzo 1947 numero 132 della partecipazione al Fondo monetario Internazionale e alla Banca Mondiale e infine l’abrogazione della ratifica del trattato di commercio Wto avvenuta con legge 29 dicembre 1994, numero 747.

In ultima analisi si tratta di riconquistare la sovranità monetaria che è essenziale per eliminare il debito pubblico con tutte le sue conseguenze. A questo proposito poi c’è da fare una attenta revisione di questo debito, il quale, in massima parte, è un debito ingiusto perché provocato da speculazioni finanziarie del mercato generale, riconoscendo solo quella parte dello stesso debito (davvero molto piccola) ricollegabile a debiti contratti per le spese pubbliche.

In questo nuovo quadro sarà possibile nazionalizzare l’intero patrimonio pubblico del popolo italiano che è stato dissipato con le privatizzazioni e svenduto a singoli faccendieri privati e fameliche multinazionali.

Tutto questo, nella situazione che stiamo vivendo, è imposto dalla nostra Costituzione e, particolarmente dagli articoli 1 (sovranità popolare), 2 (diritti inviolabili dell’uomo), 3 (eguaglianza economica e sociale), 41 (divieto di contratti contrari all’utilità pubblica), 42 (obbligo del proprietario di assicurare la funzione pubblica della proprietà), 43 (necessità di porre in mano pubblica i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia).

Chiudiamo questo discorso ricordando che oggi si commemora l’assassinio di Aldo Moro, il quale fu ucciso perché voleva che l’Italia non entrasse nel sistema economico predatorio neoliberista.

Roma, 16 marzo 2020

*Il Professor Paolo Maddalena è Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”.

Fonte: attuarelacostituzione.it




COMUNICATO del COORDINAMENTO NAZIONALE NO MES

Il Coordinamento Nazionale NO Mes, composto da tutte le forze, le associazioni ed i cittadini contrari al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), considerata l’estrema incertezza e le preoccupazioni dell’opinione pubblica per l’emergenza coronavirus, ha ritenuto di rinviare l’assemblea prevista per il 7 marzo p.v. in Roma, all’hotel Massimo d’Azeglio.

Tuttavia, il Coordinamento ritiene indispensabile sottolineare di fronte al Paese i pericoli che, in queste circostanze, possono minacciare l’assetto costituzionale, le libertà civili ed i diritti sociali.

Ora più che mai, il popolo deve far sentire la sua voce sulle questioni decisive della vita democratica del Paese.

Per questo motivo essenziale il Coordinamento ha deciso di effettuare comunque una diretta streaming con l’obiettivo di costruire un presidio di vigilanza democratica  nazionale.

Lo streaming avverrà il giorno 7 marzo p.v a partire dalle ore 16,00 sui canali Byoblu e PandoraTv, la pagina Facebook Blocca il contagio.

Roma, 4 marzo 2020

Fonte: bloccailcontagio.it




IN ARRIVO IL GOVERNO DRAGHI di Moreno Pasquinelli

IL LORO GOVERNO DI EMERGENZA E QUELLO CHE VOGLIAMO NOI

Parliamo di cose serie.

L’inesistente pandemia da Corona virus sta causando quella vera, quella che scuote alla base il sistema economico globalizzato:

Leggiamo su Il Sole 24 Ore di oggi:

«A conti fatti la settimana appena alle spalle è infatti per le Borse globali la peggiore dai tempi del crack Lehman del 2008, con perdite a doppia cifra per tutti i principali listini: partendo da Milano – l’epicentro del virus già fin da lunedì – dove con il -3,6% di ieri che ha mandato in fumo altri 21 miliardi di euro in capitalizzazione si sono raggiunte perdite settimanali per l’11,3%, per proseguire a Parigi (-12,1% nelle ultime 5 sedute), Francoforte (-12,8%), Madrid (-11,7%) e Londra (-11,1%). Anche Wall Street, che pure ha provato a reagire risalendo nel pomeriggio dai minimi di giornata, non è sfuggita alla regola che configura una «correzione» tecnica».

In questo quadro alcuni analisti prevedono per l’Italia un crollo del Pil del 3%. Data la sostanziale stagnazione in cui il nostro Pese si trova dalla fin degli anni ’90 del secolo scorso (il famigerato “ventennio perduto”) le conseguenze sociali saranno certamente devastanti.

I poteri forti non stanno a guardare, si organizzano e schierano le loro truppe per terrorizzare e narcotizzare i cittadini, per poter gestire senza scosse il casino economico e sociale. Tenteranno di sostituire il traballante governicchio Conte bis con un vero e proprio “governo d’emergenza”, con un “governissimo” sostenuto da centro-destra, Pd e M5s. Un governo dunque che faccia digerire al popolo lavoratore una terapia austeritaria shock, con cui tenteranno di farci digerire il famigerato M.E.S.

A capo di questo GOVERNO DELLA PAURA debbono mettere un uomo forte, uno che abbia i titoli per essere spacciato come salvatore della Patria (in realtà dei loro interessi di classe). Il nome è stato già fatto e risponde al nome di Mario Draghi. Siccome Draghi è stato candidato da Salvini, tutti gli altri stanno facendo un fuoco tattico di sbarramento. Tattico appunto, che sono tutti pronti, in caso di recessione seria, a nascondersi sotto la sottana del grande banchiere liberista.

Si capisce come, in questa luce, gli torni comodo il panico che hanno suscitato, un po’ ad arte un po’ perché essi stessi sono in bambola, per l’epidemia influenzale detta Corona virus.

Occorre invece mantenere la massima lucidità, non farsi prendere dal panico, organizzare la resistenza, costruire un fronte ampio, opporsi in ogni modo al GOVERNO DRAGHI o della paura. E’ necessario per questo tener ferma la nostra alternativa di società, per una fuoriuscita dall’euro e da neoliberismo che ci conduce nell’abisso.

Vale la pena riportare quanto scrivevamo nel 2012, durante le settimane della “crisi dello spread”, usando la quale i poteri forti imposero il governo Monti:

«Non c’è futuro per il popolo lavoratore finché il potere resterà nelle mani di una ristretta aristocrazia capitalista e globalista arroccata a difesa dei suoi interessi di classe a spese della collettività. Non basta indignarsi e protestare, occorre una sollevazione generale, di massa. Ci vuole sì un GOVERNO D’EMERGENZA ma POPOLARE, che applichi misure e riforme strutturali ineludibili:

Abbandonare l’euro per riprenderci la sovranità monetaria

L’euro ci fu presentato come una panacea per curare i mali strutturali dell’economia italiana (tra cui l’alto debito pubblico e una competitività fondata solo sui bassi salari) e risolvere gli squilibri tra gli Stati comunitari. A dieci anni di distanza non solo il debito pubblico è aumentato, ma l’economia è in stagnazione e la competitività è diminuita. Le politiche antipopolari di austerità perseguite da tutti i governi, presentate come necessarie per restare nell’Unione e difendere l’euro si sono dimostrate del tutto inutili, se non nel fare dell’Italia un paese più povero. L’euro e i principi di Maastricht hanno accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, determinando uno spostamento di risorse dall’Italia verso i paesi più “virtuosi”, la Germania anzitutto, che non hai mai messo i suoi propri interessi nazionali dietro a quelli comunitari.
La ricchezza di un paese non dipende certo dalla moneta, ma dal lavoro che la crea, e poi da come essa viene distribuita. La moneta è tuttavia una leva per agire sul ciclo economico, un mezzo per decidere come viene distribuita la ricchezza sociale. Un paese che non disponga della sovranità monetaria, tanto più se alle prese con la speculazione finanziaria globalizzata, è come una città assediata priva di mura di cinta. Occorre ritornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia sotto stretto controllo pubblico, affinché l’emissione di moneta sia funzionale all’economia e al benessere collettivo e non alle speculazioni dei biscazzieri dell’alta finanza.

Nazionalizzare il sistema bancario e i gruppi industriali strategici

Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane, in ossequio ai dettami neoliberisti, di diventare banche d’affari, di utilizzare i risparmi dei cittadini per investirli e scommetterli nella bisca del capitalismo-casinò. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. Banche e assicurazioni sono oggi le casseforti che custodiscono gran parte della ricchezza nazionale. Esse debbono essere nazionalizzate, affinché questa ricchezza, invece di partecipare al gioco d’azzardo finanziario, sia utilizzata per il bene del paese. Debbono poi ritornare in mano pubblica le aziende di rilevanza strategica, sottraendole agli artigli dei mercati finanziari e borsistici come dalla logica perversa del profitto d’impresa.
Contestualmente andrà rafforzata la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute.

Per una moratoria sul debito pubblico e la cancellazione di quello estero

Il debito pubblico accumulato dallo Stato è usato da un decennio come la Spada di Damocle per tagliare le spese sociali, giustificare le misure d’austerità ed una tra le più alte imposizioni fiscali del mondo. Esso è diventato fattore distruttivo da quando, agli inizi degli anni ’90, i governi hanno immesso i titoli di debito nella giostra delle borse e dei mercati finanziari internazionali. Da allora i creditori divennero i fondi speculativi, le grandi banche d’affari estere e italiane. Il debito pubblico, gravato di interessi crescenti, non è niente altro che un drenaggio di risorse dall’Italia verso la finanza speculativa, banche italiane comprese.
Per questo riteniamo ingiusto, antipopolare e suicida per il futuro del paese fare del pagamento del debito un dogma. La rinascita dell’Italia richiede la protezione dell’economia nazionale dal saccheggio dei predoni della finanza imperialista. Ciò implica impedire ogni fuga di capitali verso l’estero, incluso il pagamento del debito estero perché esso non è altro che una forma di espatrio legalizzato, di rapina autoinflitta. Non rimborsare gli strozzini della finanza globale non è una opzione, ma una necessità.
Non solo è ingiusto, ma in base al rapporto costi/benefici è economicamente irrazionale tentare di rispettare la clausola del Trattato di Maastricht che impone un rapporto debito/Pil non superiore al 60%. Ciò implica ripetere per ben 25 anni, e non è detto che sia sufficiente a causa della depressione economica, manovre d’austerità da 30 miliardi all’anno.
Sbaglia dunque chi si fa spaventare dagli strozzini che evocano lo spauracchio del “default”. Il male minore per l’Italia è un default programmato e pianificato, una moratoria e dunque una rinegoziazione del debito, che i creditori dovranno accettare, pena il ripudio vero e proprio. Per quanto riguarda il debito con le banche e le assicurazioni italiane, dal momento che saranno nazionalizzate, esso sarà de facto cancellato. Il solo debito pubblico che lo Stato rimborserà, a tassi e scadenze compatibili con le esigenze della rinascita economica e sociale del paese, sarà quello posseduto dalle famiglie italiane.

Debellare la disoccupazione con un piano nazionale per il lavoro

La natura e il lavoro sono le sole fonti da cui sgorgano il benessere e la ricchezza sociale. Proteggere l’ambiente e assicurare a tutti i cittadini un lavoro sono le due priorità di un governo popolare. Ciò implica che esso, liberatosi dal feticcio della cosiddetta “crescita economica” misurata in Pil, dovrà sottomettere l’economia, pubblica e privata, alla politica, ovvero ad una visione coerente della società, in cui al centro ci siano l’uomo e la sua qualità della vita. Non si vive per lavorare ma si deve lavorare per vivere. Si produrrà il giusto per consumare il necessario. Solo così si potrà uscire dalla trappola produzione-consumo per affermare un nuovo paradigma produzione-benessere.

Uscire dalla NATO e dall’Unione europea, scegliere la neutralità

Attraverso la NATO l’Italia è incatenata ad un patto strategico che oltre a farla vassalla dell’Impero americano, la obbliga a seguire una politica estera aggressiva, neocolonialista e guerrafondaia. Uscire dalla NATO e chiudere le basi e i centri strategici militari americani in Italia è necessario per riacquisire la piena sovranità nazionale, scegliere una posizione di neutralità attiva e una politica di pace. L’uscita dall’Unione europea, inevitabile se si ripudiano, come occorre fare, i Trattati di Maastricht e di Lisbona, non vuol dire chiudere l’Italia in un guscio autarchico, al contrario, vuol dire puntare a diversi orizzonti geopolitici, aprendosi alla cooperazione più stretta con l’area Mediterranea, stringendo rapporti di collaborazione con l’America latina, l’Africa e l’Asia.

Rafforzare la Costituzione repubblicana per un’effettiva sovranità popolare

La cosiddetta “Seconda repubblica” si è fatta avanti calpestando i dettami della carta costituzionale. L’abolizione delle legge elettorale proporzionale, il bipolarismo coatto, i poteri crescenti dell’Esecutivo, la trasformazione del Parlamento in un parlatoio per replicanti spesso corrotti, erano misure necessarie per assecondare i torbidi affari di banchieri e pescecani del grande capitale, nonché per sottomettere il paese e la politica ai diktat e agli interessi della finanza globale. La Costituzione va difesa contro i suoi rottamatori, se necessario dando vita ad una Assemblea costituente incaricata di rafforzarne i dispositivi democratici a tutela della piena ed effettiva sovranità popolare.