UNO DI LORO di Leonardo Mazzei

Il ritorno di Letta il nipote

A volte ritornano… Dopo 7 anni di esilio dorato e volontario in quel di Parigi, Enrico Letta è volato a Roma per farsi incoronare segretario del Pd. A differenza dello zio, da un trentennio nello stabile ruolo di braccio destro ed eminenza grigia del Cavaliere, il nipote ha avuto i suoi alti e bassi. Se il “basso” fu il frutto della pugnalata renziana all’inizio del 2014, la possibilità che adesso gli si schiuda l’occasione di un nuovo “alto” è curiosamente arrivata da un’altra piratesca scorribanda del Bomba di Rignano.

Mentre sette anni fa Renzi lo sfrattò senza pudore da Palazzo Chigi per prenderne il posto – tanti ricorderanno il suo famoso #enricostaisereno -, stavolta è stata la crisi di governo di gennaio ad aprirgli la strada del Nazareno. La sequenza dei fatti è inequivocabile: prima Renzi fa cadere Conte, quindi arriva Draghi, poi Zingaretti è costretto a dimettersi da segretario proprio per la sua gestione della crisi, infine giunge Letta a sostituirlo alla guida del Pd.

Dunque, in questo strano 2021, Letta ritorna da Parigi proprio grazie all’iniziativa di quell’amicone che nel 2014 ce lo aveva in un certo senso spedito. Questo esito involontario, e certamente non previsto, ci dice molte cose sulle caratteristiche abbastanza caotiche sia della crisi del Pd che, più in generale, di quella dell’intera politica italiana.

Il Pd: uno e bino

Ci è già capitato di scrivere che quando si parla del Partito Democratico si deve tener conto che in realtà i Pd sono due. Da una parte c’è il Pd inteso come partito in senso proprio, con i suoi iscritti ed i suoi organismi dirigenti; dall’altro c’è il mondo del Pd, che ovviamente include il partito, ma che spesso (sempre nei momenti topici) lo travalica alla grande con i suoi agganci economici, istituzionali ed internazionali. Insomma, di fatto due soggetti relativamente diversi: uno formale, l’altro informale. Il primo sfortunatamente soggetto ai dispositivi del consenso elettorale, il secondo largamente indipendente da essi. Di conseguenza: il primo perennemente in affanno, il secondo sempre al centro dei giochi che contano.

Il fatto è che il sistema, inteso in tutte le sue espressioni ed articolazioni, necessita di un perno politico. Ma nell’epoca della crisi dei partiti, indotta dal neoliberismo e dall’americanizzazione della politica, un semplice partito non può bastare allo scopo. Ecco allora un’intricata rete di interessi, relazioni, lobby, apparati (statali e non) che ne prendono il posto per cercare di ridare ordine al caos. E’ questo il “mondo del Pd”. Tuttavia, lorsignori badano al sodo ma curano pure le apparenze. Ne consegue che anche il meno importante partito deve avere una sua credibilità. Zingaretti si dimette affermando addirittura di vergognarsi dell’organizzazione che dirigeva? Bene, è proprio nel momento della massima caduta del “Pd partito” che entra in campo il più vasto mondo che lo sostiene e che coincide in larga misura con l’establishment nazionale. E’ questa la chiave del ritorno di Letta il nipote.

Letta, basta la parola

Considerato il figlio politico di Beniamino Andreatta, quello del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia che consegnò il debito pubblico nelle mani dei pescecani della finanza internazionale, per l’oligarchia dominante Enrico Letta è infatti una garanzia. Lo è per il suo sfegatato europeismo (a Parigi stava in stretto contatto con Jacques Delors…), per essere stato un fedele esecutore delle politiche austeritarie, ma soprattutto per la sua attuale adesione al progetto del Grande Reset. Non a caso, l’esigenza di “resettare” è stata al centro del suo discorso di insediamento, condita con innumerevoli atti di fede verso la nuova religione della “Scienza” e con l’ossessiva insistenza sulle “tre sfide globali” dei “cambiamenti climatici”, della “pandemia”, dell’“innovazione tecnologica”.

Insomma, Enrico Letta è uno dei loro. Non che dal Pd potesse venir fuori qualcosa di diverso, ma il salto di qualità è evidente. Tant’è vero che si dice che Letta sia stato convinto ad accettare l’incarico di segretario da Draghi e Mattarella in persona, cioè dai due esponenti di maggior rilievo di quel “mondo del Pd” che non abbisogna certo della tessera del partito.

Abbiamo già accennato alla famiglia Letta. Nel 2006 ci fu un curioso passaggio di consegne tra sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri, quando (con il governo Prodi) Letta Enrico (il nipote) prese il posto precedentemente occupato da Letta Gianni (lo zio). E poi si dice che in Italia la famiglia non conti più! Ma Letta il nipote ha anche altre famiglie, non meno importanti, dalla Commissione Trilaterale, al Bilderberg, fino all’Aspen Institute Italia, di cui è stato anche vicepresidente. Non c’è bisogno di insistere oltre: Letta, basta la parola.

Il “partito di Draghi”

L’ascesa di Letta ha però anche un altro e più importante significato. L’arrivo di Draghi sarebbe infatti poca cosa se non fosse in grado di generare anche una sorta di “partito draghiano” atto a ristrutturare in profondità l’intero sistema politico.

Ma mentre son diventati (quasi) tutti draghiani, di questo partito non c’è al momento traccia alcuna. Visto che, mirando al calduccio del Quirinale, Mario Draghi non potrebbe guidarlo personalmente, non si capisce chi potrebbe assumere quel ruolo. A tanti piacerebbe riciclarsi così, ma non si vede chi possa averne la caratura e la forza. Certo non Renzi, meno ancora i vari Calenda, Cottarelli e compagnia cantando.

L’incoronazione di Letta, originatasi nel campo oligarchico, non certo nella pittoresca assemblea nazionale del Pd che ha avuto solo il compito di ratificare quanto già deciso altrove, sembrerebbe in effetti indicare un’altra strada. Se per ora un nuovo partito all’altezza della situazione non può sorgere, meglio intanto rigenerare il vecchio cavallo bolso denominato Pd. Tra l’altro questa rigenerazione, se riuscirà, metterà in ambasce proprio il Bomba. La qual cosa certo non dispiacerebbe a nessuno di coloro che rischiano di ritrovarselo tra i piedi in futuro.

Paradossalmente, il correntismo senza principi tipico del Pd, con il rischio che il partito si sfasciasse dopo lo zingarettiano urlo di vergogna, ha finito per produrre il suo contrario: il voto bulgaro a favore di Letta. Il quale si ritrova ora nella condizione di comandare senza troppe mediazioni. Una posizione ideale per tentare il rilancio.

Beninteso, questa operazione non sarà per niente facile. Ma le conseguenze dell’insediamento di Draghi al governo sono solo all’inizio, e ben presto ne vedremo delle belle anche nel campo del cosiddetto “centrodestra”. Intanto, con Letta il nipote, il sistema ha reagito alla crisi piddina. Che lo abbia fatto in maniera risolutiva ne dubitiamo assai. Ma che abbia fatto una mossa stupida proprio non possiamo dirlo. Mai sottovalutare il nemico. Mai.

PS – Mentre chiudiamo questo articolo arriva una notizia di un certo interesse. A breve gli attuali vertici della Rai potrebbero saltare (e noi non li rimpiangeremo di certo), ma chi vorrebbe Letta come nuovo amministratore delegato? Secondo alcune fonti di stampa il neosegretario del Pd spingerebbe per Eleonora Tinny Andreatta, figlia indovinate di chi… Una notiziola se volete, ma pur sempre utile a ricordarci quanto sia ristretta (anche nei nomi e nelle famiglie) la cupola oligarchica dominante. Letta docet.




ALBERTO BAGNAI di Marxista dell’Illinois

Clinicamente parlando, malgrado si sia inabissato, Bagnai dovrebbe essere ancora in vita. Politicamente parlando, invece, egli, col voto di fiducia al governo Draghi, è morto, per la precisione si è suicidato.

Tuttavia c’è da tenere in conto quel che dice un vecchio proverbio russo: chi è sepolto ancora in vita è destinato a vivere ancora a lungo. Per autodifesa scaramantica evito dunque di affermare che Bagnai è deceduto. Mettiamola così: è uno zombi, un morto non morto (non fosse mai ritrovarselo in futuro tra i piedi).

Mi vengono in mente i tanti che gli han dato retta, e che lo hanno seguito come cani segugi. Quelli che come replicanti gli facevano il verso anche quando noi si veniva derisi dal nostro come “Marxisti dell’Illinois”. Noi che avevamo intravisto (e previsto) il suo atterraggio gattopardesco nel campo della destra pseudo-sovranista.

Alcuni, convinti che all’ultimo Bagnai avrebbe avuto un sussulto, gli sono andati appresso fin alla fine. Ma il sussulto non c’è stato, hanno assistito all’estremo gesto di obbedienza al “capitano”. Gli illusi ora sono disillusi e stanno elaborando il lutto.

Sulla striminzita combriccola di sodali che ancora lo giustificano, consolandosi che non c’è suicidio politico bensì dissimulata e sofisticata mossa strategica, meglio non spendere parole.

Come epitaffio ripropongo ai lettori quanto scrissi circa un anno fa.

C’ERA UNA VOLTA ALBERTO BAGNAI 

Anche grazie al nostro modesto contributo (Convegno Fuori dall’euro, Fuori dal debito, dell’ottobre 2011) Bagnai salì alla ribalta, nel 2012, come economista keynesiano no euro.
La collaborazione fu breve…
Capirete lo stupore (e il giramento di coglioni) quando scoprimmo, nel gennaio 2013, che il nostro sottoscrisse, assieme ad economisti ordoliberisti di primo pelo il cosiddetto MANIFESTO DI SOLIDARIETÀ EUROPEA.

Da lì partì la polemica con lui. Ne ricapitoliamo le tappe fondamentali per chi voglia scartabellare tra le scartoffie e farsi un’idea.

– LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO BAGNAI E NOI
– SOVRANISMI (DI SINISTRA, DI DESTRA… E DI CENTRO
– BAGNAI, BOLKESTEIN E I LIBERISTI ANTI-EURO
– BAGNAI COLTO (NUOVAMENTE) CON LE MANI NEL SACCO e BAGNAI IL GATTOPARDO.

La ragione principale della nostra critica (alla quale Bagnai rispose con altrettanta durezza), al netto di questioni di dottrina, fu che noi denunciammo le sue piroette di allora come avvisaglie del suo passaggio politico nel campo del centro-destra, che poi diventerà adesione piena e acritica alla Lega di Salvini.
Che colpimmo nel segno, alla luce dei fatti, non c’è alcun dubbio.

Ci fu un momento in cui avvenne una riappacificazione. Se non sbaglio era l’autunno del 2015. Di contro ad una sinistra tutta schiacciata sul sostegno all’Unione europea e all’euro, Stefano Fassina venne allo scoperto con una lucida posizione di critica alla moneta unica e al dogma del vincolo esterno.

Bagnai colse in quella mossa di Fassina la possibilità che nella sinistra di regime (cioè il luogo da cui egli stesso proveniva), ci fosse un ripensamento, una svolta.
Fassina restò invece una voce isolata, così il pendolo di Bagnai rioscillò ben presto a destra, fino al suo ingresso nella Lega. In una Lega che al tempo Salvini schierò nel campo anti-euro.

Comprendemmo le ragioni, come dire, psicologiche, di quella scelta, ma la criticammo. Per quanto anti-euro, per quanto “populista”, il salvinismo restava immerso fino ai capelli in una visione complessiva sordidamente liberista. Condannammo insomma quello che a noi parve un mercimonio, lo scambio per cui “tu, Salvini, mi dai l’uscita dall’euro e io, Bagnai, chiudo un’occhio sulla tua becera visione liberista”.

Erano i tempi in cui Bagnai, tanto per fare un esempio, aveva il pudore di dissociarsi dal più classico paradigma liberista, la flat tax.

Di acqua ne è passata sotto i ponti. Bagnai è ormai un disciplinato alfiere di Salvini. Avendogli giurato imperitura fedeltà, e nella speranza di sostituire Giorgetti come capo economista della Lega, ne ha condiviso tutte le ultime capriole: l’uscita dal governo giallo-verde, l’inversione di marcia sull’euro, fino all’invocazione di Mario Draghi a primo ministro.

Tuttavia al peggio non c’è limite.

E così abbiamo il nostro che non solo difende l’ultraliberista “Piano Colao” ma, a domanda se lo Stato debba nazionalizzare la acciaierie ex-ILVA di Taranto, non solo schiva la domanda, ma difende le ragioni della Arcelor Mittal.

Un esempio pornografico di trasformismo italiano….

Ci viene alla mente il memorabile confronto tra Bagnai ed Emiliano Brancaccio. Quest’ultimo colse nel segno quando, per svelare la doppiezza del nostro, raccontò la storiella del Predicatore che faceva proseliti in Hyde Park:
«Nudo come mamma l’aveva fatto, con il Vangelo secondo Giovanni sotto il braccio e con una vigorosa erezione in bellissima mostra»




QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA – seminario di approfondimento

Sabato prossimo, 13 marzo, con inizio alle ore 15:00, si svolgerà il secondo seminario teorico-politico, organizzato da Liberiamo l’Italia. Ricordiamo ai lettori che il primo seminario — Come uscire dall’Unione europea e dall’euro — si svolse il 13 febbraio scorso.

Questa volta ci occuperemo di geopolitica. QUALE EUROPA DOPO L’UNIONE EUROPEA. PER UN’ITALIA SOVRANA IN UN MONDO MULTIPOLARE.

Interverranno analisti e storici che negli anni, con libri, saggi e articoli, hanno osservato i grandi mutamenti avvenuti nel mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il fallimento del tentativo degli Stati Uniti di stabilire un “nuovo ordine mondiale” basato sul predominio planetario americano, quindi l’avvento della Cina come grande potenza mondiale.

In molti concordano che si sta andando verso un ordine multipolare o policentrico. Ma che tipo di multipolarismo avremo? E questa transizione sarà pacifica o, al contrario, sarà segnata da nuovi e più aspri conflitti?

In questo contesto, quale sarà il destino dell’Unione europea? Riusciranno le élite eurocratiche a consolidare la Ue come grande polo imperialistico mondiale? Oppure prevarrà la tendenza alla disgregazione? E l’Italia che ruolo geopolitico potrà giocare in questa grande transizione?

Ne parleremo con Paolo Borgognone, Carlo Formenti, Alessandro Leoni, Diego Fusaro e Moreno Pasquinelli.

Il Seminario verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia.

Fonte: Liberiamo l’Italia




CHI SARÀ SPAZZATO VIA? di Moreno Pasquinelli

Il due febbraio, nelle stesse ore in cui Mattarella consegnava al Presidente della Camera Fico il “mandato esplorativo”, immaginando l’arrivo di Draghi scrivevo:

«Che sia un governo del Presidente, di unità nazionaled’emergenza, poco cambia, è sicuro che dovrà essere un governo politico forte, non quindi una riedizione di quello di Monti. Affinché la trama vada a buon fine, affinché nasca una maggioranza ampia e trasversale, occorre scompaginare il quadro politico e disarticolare i diversi partiti — possibilmente senza passare per le urne. Per questo lorsignori dovranno  far entrare in scena un grande timoniere che traghetti il Paese all’agognato approdo. Egli sarà intronizzato come il grande redentore — in verità sarà un Caronte che condurrà il Paese verso l’Inferno».

[ IL VERO PIANO DEI POTERI FORTI ]

Le clamorose dimissioni di Zingaretti sono l’icastica manifestazione della prevista disarticolazione dei diversi partiti, quindi lo scompaginamento del quadro politico che inevitabilmente risulterà dalla più grave crisi sociale dopo la seconda guerra mondiale. Con Draghi la “Terza Repubblica” è in marcia, e avanzerà distruggendo senza pietà i corpi politici di ciò che resta della Seconda. Il mostro nascente ha iniziato a divorare LeU, poi ha sconquassato i Cinque Stelle, ed ora tocca al Pd. E’ la prova che la distruzione creativa è già iniziata, ma è cominciata sul terreno politico. Non poteva essere altrimenti. I dominanti non possono realizzare l’ambizioso piano di ristrutturazione economica e sociale del Paese — conditio sine qua non per mettere in salvo l’Unione europea e non essere spazzati via dal Grande Reset — senza darsi una nuova direzione politica, senza ricostruire una cabina di regia. Draghi non è dunque solo un escamotage tecnico e tattico per tirare a campare; è invece l’incarnazione di un insidioso disegno politico strategico: sottoporre l’Italia ad un regime di custodia o protettorato così da far avanzare il progetto di un’Europa ad assetto federale.

Sbaglia chi pensa che questa distruzione creativa del quadro politico tocchi soltanto le compagini di centro-sinistra che hanno sorretto il Conte2. Essa riguarderà anche il centro-destra, disgregando anzitutto ciò che resta di Forza Italia, per poi coinvolgere Lega e Fratelli d’Italia — l’addomesticamento della Lega “sovranista” è solo la prima tappa.

Di più. Il combinato disposto causato dalla grande crisi, da dodici mesi di pandemia e dall’arrivo di Draghi, travolgerà l’arcipelago delle minoranze oppositive, il campo dove sono oggi confinate le forze del patriottismo sovranista e costituzionale. Se ne vedono già i primi segni — vedi la scissione di Vox Italia e la falcidia in atto dei diversi tentativi soggettivi comparsi e scomparsi nell’ultimo anno.

Nell’agosto del 2019 noi proponemmo un “PARTITO DELL’ITALEXIT”, immaginando che fosse necessario dare vita, mutatis mutandis, ad un partito sullo stile di quello di Farage nel Regno Unito. Il profondo mutamento del quadro sociale e politico ci dicono che quella ipotesi è oramai derubricata, esclusa; ci dicono che, pur restando la riconquista della sovranità nazionale e democratica il punto d’arrivo, non solo va ridefinita la rotta, va ripensata la nave che serve per prendere il largo così da poter attraversare il mare in tempesta. La qual cosa implica un equipaggio che sia all’altezza. Serve insomma un partito a tutto campo, attrezzato a far fronte alle prove durissime che abbiamo innanzi.

Questo partito non si costruisce in quattro e quattr’otto, non lo si edifica a tavolino assemblando pezzi alla rinfusa. Lo si costruisce a due condizioni. Primo: se si apre un processo costituente che ponga a tema questioni strategiche ineludibili che vanno al di là dell’uscita dall’Unione — il fine, ovvero definire il modello economico e sociale del Paese che vogliamo (e la sua collocazione geopolitica); i mezzi per realizzare questo fine, anzitutto su quale blocco sociale fare leva per vincere. Secondo: se saremo in grado, non solo di stare dentro i movimenti di resistenza sociale, ma di agire per superare la loro attuale frammentazione, essendo quindi il lievito di quello che abbiamo chiamato IL FRONTE DEL RIFIUTO CONTRO DRAGHI.

Questa è la sfida. Chi indugerà, chi non si adatterà, verrà spazzato via.




IL DECLINO ITALIANO E SAN DRAGHI di Leonardo Mazzei

Le cifre del declino italiano sono tante e tutte convergenti. La caduta del Pil nel 2020 (-8,9%) non ha precedenti nel dopoguerra. Un vero tracollo, che non è stato però un fulmine a ciel sereno, bensì il picco negativo di una decadenza iniziata vent’anni fa. Ce lo ricorda un pezzo del Sole 24 Ore del 25 febbraio.

L’articolo di Gianni Trovati – Il gelo italiano lungo 20 anni – si basa su un’elaborazione dei dati ufficiali della Commissione europea. Il fine è quello di mettere a confronto l’andamento dell’economia italiana con quello dell’intera Eurozona. Il risultato è impressionante. Dal 2001 al 2020 l’Italia ha perso oltre il 18% rispetto all’insieme dell’area euro. Una vera catastrofe, ma ovviamente il quotidiano di Confindustria si guarda bene dal chiedersi cosa sia successo di particolare 20 anni fa.

I numeri del Sole non lasciano comunque spazio a troppe discussioni sulla drammatica decadenza del nostro Paese. Leggiamo:

«La lunga stagnazione italiana ha ridotto del 18,4% il peso del nostro Paese sul complesso della produzione cumulata dall’Eurozona nei suoi confini attuali. Oggi il Pil italiano vale il 14,5% di quello dell’area euro, contro il 17,7% coperto nel 2001, all’interno di un quadro che negli anni a cavallo del 2000 era piuttosto stabile».

Quale la conseguenza sul reddito medio degli italiani è presto detto:

«Nel 2001 a ogni italiano toccava in media un reddito esattamente in linea con i livelli europei, e pari all’85,9% di quelli tedeschi. Oggi il Pil pro capite da noi è fermo all’82,8% della media dell’Eurozona, e arriva al 67,6% dei valori registrati in Germania».

Tradotto in cifre, se in Italia nel 2001 il reddito medio per abitante era di 22.888 euro, praticamente identico ai 22.884 euro della media dell’Eurozona; nel 2020 il reddito italiano (29.636 euro) è stato del 17,8% più basso rispetto a quello dell’intera area della moneta unica (35.809 euro).

Attenzione! Quando si parla di reddito medio non scordiamoci mai il pollo di Trilussa. E’ chiaro infatti come l’impoverimento abbia colpito essenzialmente le fasce medio-basse della popolazione. Del resto, quarant’anni di neoliberismo hanno lasciato un segno pesante. La disuguaglianza è in crescita costante dagli anni ’80 del secolo scorso, ma essa è aumentata a dismisura proprio con il Covid. L’indice Gini, che ne dà una misurazione necessariamente approssimativa ma sostanzialmente corretta, è salito dallo 0,348 del 2019 allo 0,411 del 2020. Un +18,1% in un anno! Una cifra che dovrebbe essere sempre ricordata a chi nell’epidemia vede solo il virus…

Detto questo, è chiaro come il crollo del reddito medio segnali comunque l’inarrestabile decadenza dell’Italia. Un declino costante, così descritto da Gianni Trovati:

«L’ultimo significativo balzo in avanti della nostra performance, che ha visto il Paese correre in misura percettibilmente più veloce della media europea, risale al 1995-1996, quando la quota italiana nel prodotto dell’attuale eurozona è salita di un punto e mezzo. Poi più nulla: per la regola della crisi, che da noi attenua i rimbalzi e accentua le cadute. Da allora i numeri compongono una litania: che vede l’Italia sfondare al ribasso quota 17% nel 2008, 16% nel 2014 e 15% nel 2019. Sempre più ai margini».

Strano, bizzarro, davvero stravagante! Pensate un po’, nel 1995-96 c’era ancora la provinciale e bistrattata “liretta”, quella che faceva inorridire gli economistoni ultraliberisti! Dopo arriverà invece il grande, mitico e straordinario “eurone”, e guarda caso è da lì che inizierà prima la decadenza, poi l’autentico tracollo dell’economia italiana. I 20 anni di gelo del titolo del Sole coincidono infatti esattamente con il ventennio dell’euro. Che sia un caso? Come no!

Per semplicità abbiamo parlato fin qui solo di Pil, assoluto e pro-capite, ma a nessuno deve sfuggire come questi numeri siano strettamente legati alla vita delle persone in termini di reddito, potere d’acquisto, occupazione e sicurezza sociale. La cosa è talmente ovvia che non occorre insistervi.

Il signor Mario Draghi non viene da Marte

Il signor Mario Draghi, questo freddo calcolatore dall’eloquio imbarazzante, ha la sua (grande) parte di responsabilità nel disastro italiano degli ultimi decenni. Responsabilità di tutti i tipi. Prima, in veste di Direttore generale del Tesoro, è stato il liquidatore fallimentare delle grandi aziende di Stato. Poi, come presidente entrante della Bce, è stato colui che ha dettato (nella famosa lettera del 5 agosto 2011, insieme all’uscente Trichet) le regole della cura austeritaria cui veniva condannata l’Italia. Infine, come numero 1 della banca di Francoforte, è stato l’estremo difensore della gabbia che stritola il nostro Paese, quella dell’euro appunto. Una ferrea volontà, politicamente criminale, confermata non a caso e con gran vanto nel discorso di insediamento al Senato. «L’euro è irreversibile», ha ribadito. Un’insistenza che si potrebbe commentare in vario modo, ma che a me a fatto venire in mente il detto popolare che ci dice che “la lingua batte dove il dente duole”…

Il signor Mario Draghi non viene certo da Marte, bensì dai più importanti palazzi del potere. Egli (si scusi l’ovvietà) è dunque tutt’altro che estraneo alla condizione in cui è stata gettata l’Italia. L’articolo del Sole da cui siamo partiti parla non a caso di “crollo italo-greco”. La Grecia è infatti l’unico Paese che, sempre negli ultimi vent’anni, ha visto una caduta dell’economia (-28,9% rispetto all’Eurozona) superiore a quella del nostro Paese. Ma in questo periodo Italia e Grecia hanno avuto in comune principalmente una cosa: le tremende politiche di austerità imposte proprio per tenere in piedi il feticcio dell’euro. Politiche che, guarda caso, hanno prodotto un disastro sia al di là che al di qua del Mar Ionio.

Alcuni dati del disastro italiano

Quelle politiche di austerità – datate soprattutto dall’arrivo, nel novembre 2011, dell’altro Salvatore nazionale Mario Monti – saranno la causa principale di quell’approfondimento del gelo ventennale che ci ha portato fino alla crisi del Covid. Se fino al 2011 gli investimenti (pubblici e privati) erano rimasti allineati a quelli dell’Eurozona, da allora inizierà la discesa italiana. Oggi gli investimenti nel nostro Paese rappresentano solo il 18% del Pil (e di un Pil che nel frattempo è calato), contro il 21% dell’Eurozona. Tre punti percentuali possono sembrare pochi, ma tradotti in euro essi significano più di 50 miliardi all’anno che dal 2012 sono venuti a mancare all’economia italiana.

Questo ha portato con sé un altro disallineamento: quello del tasso di disoccupazione, che dal 2013 ha visto sprofondare l’Italia ad un livello assai più alto di quello dell’insieme dell’Eurozona. Qui le statistiche ufficiali ci parlano di uno scostamento di due punti (10% circa l’Italia, contro l’8% dell’Eurozona), ma con il Covid questi dati sono diventati del tutto aleatori. Il boom della disoccupazione nel nostro Paese è infatti oggi mascherato dal ricorso al blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione in deroga. E non è difficile comprendere come i numeri veri della disoccupazione siano nettamente superiori a quelli che Istat, governo e mezzi di informazione vorrebbero farci credere.

Tra i tanti grafici che potremmo produrre per evidenziare il rapporto diretto tra la crisi italiana e l’entrata nell’euro, questo sulla produzione industriale è uno dei più chiari e definitivi.

Fonte: Dipe (Dipartimento Programmazione Economica – Presidenza del Consiglio dei ministri)

Ma non c’è solo l’economia. Il suo gelo ventennale ha prodotto in parallelo un altro disastro, quello demografico.

Fonte: Dipe 

Come si vede, qui l’anno chiave è il 2008, quello dell’inizio della grande crisi sistemica globale. Il calo della natalità ha certamente anche altre motivazioni, sulle quali adesso non entriamo, ma il rapporto con la crisi economica, dunque con l’incertezza esistenziale che ha prodotto nella vita delle persone, non potrebbe essere più evidente. Questo legame è sempre esistito, ma esso diviene grave e socialmente patologico nel momento in cui la crisi diventa infinita e senza soluzione, proprio come avvenuto in Italia a partire da quell’ormai lontano 2008.

Adesso è arrivato il Covid. Peggio, è arrivata la sua gestione terroristica. Ed i suoi effetti sugli indicatori demografici non sono difficili da prevedere. Non si tratta solo dell’aumento della mortalità, sulla quale bisognerebbe comunque distinguere tra le vittime del virus, quelle dei mali di una sanità devastata dai tagli imposti dall’austerità targata euro (sempre lì inevitabilmente si torna) e quelle per così dire “indirette”, causate cioè dalla integrale covidizzazione di una sanità dove si è smesso di curare le altre malattie. Si tratta anche e soprattutto dell’ulteriore crollo della natalità.

Secondo i dati evidenziati dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, lo scorso 1 febbraio, il vero gelo demografico deve ancora arrivare. E non è difficile comprendere come questa sia una facile previsione. E’ molto probabile che il dato finale delle nascite del 2020 sfondi verso il basso la soglia dei 400mila nati. Ancora mancano i dati nazionali di novembre e dicembre, ed è chiaro che saranno proprio quelli dell’ultimo mese dell’anno, che si colloca a 9 mesi dall’inizio della crisi del Covid, a darci un’indicazione più precisa soprattutto per quanto ci si si può aspettare nel 2021.

Sul 2020 ci sono invece i dati completi di 15 grandi città, un campione piuttosto rappresentativo e sicuramente indicativo della tendenza generale. Sentiamo cosa ci dice in proposito Blangiardo:

«Nell’ambito di tale insieme, che aggrega circa 6 milioni di residenti e ha dato luogo nel 2019 al 10,6% dei nati in Italia, la frequenza di eventi nel corso del 2020 è diminuita mediamente del 5,21%. Un valore che è tuttavia la risultante di dinamiche ben distinte in corso d’anno: si ha infatti un calo medio del 3,25% nel complesso dei primi dieci mesi, che poi sale all’8,21% in corrispondenza del mese di novembre e raggiunge il 21,63% in quello di dicembre».

E’ a quel -21,6% che bisogna guardare per capire la gravità della situazione. Perché gli aridi numeri dell’economia non possono dirci tutto sul dramma sociale in corso. Ma essi, uniti alla narrazione terroristica dell’epidemia, impattano violentemente sulla vita degli esseri umani in carne ed ossa. Impattano da sempre sul lavoro e sulla sua sicurezza, sul reddito e sulle aspettative ad esso legate. Ma con il panico da Covid, così alimentato da media e potere, l’impatto è ancora più profondo e radicale, come dimostra l’inarrestabile aumento dei disturbi psichici, vera punta dell’iceberg di un malessere ancora più profondo.

Conclusioni

Potrà San Draghi – Santo subito!, Santo subito!, Santo subito! – fare il miracolo della fuoriuscita da una tale situazione? La mia risposta è no. No, non perché non vi sia via d’uscita, ma perché quella via è proprio quella che il Santo di Goldman Sachs non può intraprendere: la via dell’uscita dal neoliberismo e da quella gabbia eurista che ne è la sua concreta realizzazione.

Certo – ricordiamoci l’Helicopter Money di Milton Friedman – anche i liberisti sanno bene che non è questo il momento dell’austerità. Ma la politica espansiva oggi proposta da Draghi, peraltro non difforme da quella ipotizzata dal precedente governo, ha il solo fine di parare la botta, salvare il sistema ristrutturandolo, favorire quella “distruzione creativa” che per milioni di persone significherà solo perdita del lavoro e del reddito.

Dopo un anno come quello passato, ad un certo punto vi sarà ovviamente un rimbalzo. Ma di che tipo? Per avere l’ennesimo, quanto probabilissimo rimbalzo del gatto morto, non c’era bisogno di scomodare la scienza di San Draghi. A tale scopo bastava pure un Conte qualsiasi, pure quello dell’Inter.

E’ naturalmente troppo presto per emettere una sentenza di questo tipo. Ma il fatto che già si parli di un ritorno ad avanzi primari attorno all’1,5% del Pil ci dice già quanto sarà asfittica e puramente emergenziale la politica espansiva di Draghi.

Per iniziare a portare l’Italia fuori dal gelo ventennale, di cui pure il Sole ci parla, occorre ben altro. Diciamo che servirebbe una shock economy al contrario. Al posto di quella teorizzata dai guru neoliberisti e poi realizzata dalla cupola mondialista – sfruttare le grandi crisi per arricchirsi, privatizzare e liberalizzare tutto in nome di un’emergenza alla fine della quale nulla tornerà come prima (esattamente il modello Covid, per chi non lo avesse ancora capito) – servirebbe l’esatto contrario: un’economia guidata da uno Stato deciso a debellare disoccupazione e povertà, risoluto nel riprendere in mano i settori strategici dell’industria e della finanza, determinato a riconquistare una piena sovranità a partire da quella monetaria.

Solo in questo modo avremmo l’inizio della svolta necessaria, soltanto così non solo l’economia ma pure la società comincerebbe a risollevarsi anche spiritualmente.

Ma questa strada è esattamente quella che il banchiere Mario Draghi non potrà mai intraprendere. Con buona pace di quelli che credono che dopo il Draghi 1, distruttore dell’Italia, avremo adesso per qualche strana magia il Draghi 2, il Salvatore. E con grande delusione per tutti coloro che, disperati e in buona fede, continuano a credere alla leggenda dell’uomo del destino.

Con Draghi il declino italiano non si arresterà. Del resto, non è questa la sua vera missione. Lo scopo principale della sua venuta in Terra è un altro: quello di legare definitivamente il nostro Paese (che, come si è capito al Senato, egli non considera invece il suo) alle insostenibili regole dell’oligarchia eurista ed agli interessi più generali della cupola globalista di cui fa parte. Da qui l’altro obiettivo di San Draghi, quello di fare dell’Italia un luogo privilegiato della trasformazione del Great Reset.

Costruire l’opposizione a tutto ciò è dunque il compito dell’oggi. L’unico modo di preparare concretamente la strada dell’alternativa politica e sociale. All’inizio non saremo in tanti, ma non ci vorrà molto a dissipare la nebbia in cui è adesso avvolta l’ennesima grande illusione messa in campo dai dominanti. A quel punto aver giocato la carta Draghi potrebbe rivelarsi un boomerang per lorsignori. A quel punto ne vedremo delle belle. Non facciamoci trovare impreparati.




LA DITTATURA DEL DRAGO di Umberto Bianchi

Riceviamo e pubblichiamo

In tutta la complicata vicenda ingeneratasi in Italia ed in Europa con la pandemia, il varo del governo Draghi costituisce, di per sé, un vero e proprio salto di qualità. Mario Draghi, anzitutto, è stato elevato al soglio di Premier, senza passare per quel certificato di consenso popolare dato dalla prova delle urne, rimarcando ulteriormente (se mai ve ne fosse stato il bisogno…sic!) quella che senza mezzi termini, possiamo definire una involuzione autoritaria del nostro sistema democratico. Ma l’elemento di maggior novità, nell’intero contesto, è sicuramente rappresentato dal fatto che, tramite la carismatica figura di Mario Draghi, i centri dei poteri finanziari globali, hanno direttamente assurto le redini del governo di un paese, senza passare per la mediazione politica, come poteva essere per il caso del precedente premier Conte o nel caso del governo Monti che, sebbene, al pari di Draghi,  fosse un “tecnico”, di questo non aveva la caratura e l’alto profilo operativo, in termini di precedenti incarichi e responsabilità.

Ora, partendo da queste premesse, evitando la tentazione di fin troppo facili e superficiali scorciatoie e semplificazioni, bisognerebbe cercare di capire, quali sono le prospettive ed in quale direzione va il nuovo esecutivo. E qui veniamo all’ulteriore elemento di novità, rappresentato dalla massiccia compresenza nella compagine esecutiva, di quasi tutte le forze dell’arco parlamentare, con l’eccezione di una parte di Sinistra Unita, di Nicola Fratoianni e di Fratelli d’Italia, di Giorgia Meloni. Da più parti, si parla di un esecutivo scombinato e raffazzonato, la cui eterogenea composizione, prima o poi, ne causerà la paralisi ed infine la caduta, nel solco di una italica consuetudine, tutta all’insegna di un’endemica instabilità politico-istituzionale.

A riannodare il bandolo dell’intera matassa, l’elemento che abbiamo poc’anzi messo in risalto, dato dal fatto che quella di Draghi non è un nomina né casuale né pro tempore, bensì il frutto di un preciso indirizzo,dettato da quei centri di potere finanziario, (di cui Bruxelles è l’espressione più visibile), a cui l’intera politica italiana ha clamorosamente e sfacciatamente, deciso di abiurare e delegare le proprie funzioni di coordinamento. In questo contesto, i partiti politici, nel tentativo di non perdere la faccia davanti all’opinione pubblica ed al fine di trarre dei benefici elettorali, hanno deciso di entrare a gamba tesa in un esecutivo tecnico, senza andar troppo per il sottile.

I Cinque Stelle, sempre più divisi e lacerati al proprio interno tra favorevoli e contrari al nuovo esecutivo, dopo la disastrosa gestione del governo Conte, con la coscienza di un sempre più deciso sfaldamento delle proprie fila,cercano di rimanere, ora più che mai, attaccati alle proprie poltrone, accettando qualunque tipo compromesso con la figura del neo Premier. La sinistra istituzionale (Pd e Leu…), invece, abiurata definitivamente qualsiasi valenza libertaria, qualunque istanza di difesa dei ceti meno abbienti e più deboli, sta sempre più assumendo al ruolo di stampella dell’ala liberista dei centri di potere globale, attraverso una prassi politica sempre più connotata da un liberticida emergenzialismo e dal supporto ad una serie di odiose ed ottuse forme di burocratismo e di fiscalismo, addolcite con delle forme di ridicolo pseudo assistenzialismo; e qui basterebbe pensare alla politica dei “ristori” alle attività colpite dai provvedimenti “anti pandemia”.

Se dall’altro versante dell’arco istituzionale, la scelta collaborativa di partiti come Forza Italia o di Italia Viva, non meravigliano più di tanto, quello che invece dà maggiormente nell’occhio, è lo sfaldamento della italica destra, frettolosamente definita “sovranista” e/ o “identitaria”, divisa tra il nuovo indirizzo “collaborativo” della Lega di Salvini e la sinora tiepida, opposizione di Fratelli d’Italia. Nel primo caso, la Lega e la figura del suo leader, Matteo Salvini, hanno dimostrato di non essere assolutamente all’altezza del ruolo di capofila di tutta un’area di istanze declinate all’insegna del sovranismo. Dall’anti europeismo, alla contrarietà alla moneta unica, sino alle politiche fiscali, passando per le politiche sul fenomeno del traffico di esseri umani, chiamato “immigrazione”, la Lega, schierandosi con chi, di “euro forever”, ha fatto il proprio manifesto politico ed esistenziale, ha de facto totalmente abiurato a quelli che diceva essere i propri principi fondativi, sempre più, pertanto, condannandosi ad un ruolo di irrilevanza o, comunque, accettando di assurgere al ruolo di componente interna di “destra”, all’interno dello schieramento globalista.

Capitolo a parte merita, invece, Fratelli d’Italia. Ad ora, non si capisce se il suo è l’inizio di un vero e proprio percorso di dura opposizione politica o se è, soltanto, una forma di diversivo che, attraverso un’opposizione di “sua maestà” possa recuperare quei voti di destra che, scontenti delle scelte leghiste o italo forzute, verrebbero successivamente re immessi nell’alleanza di centro destra. A dimostrazione di quanto detto, potrebbero andare le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, sul proseguio dell’alleanza di centro destra alle elezioni amministrative. Ma, anche in questo caso, il “se” è d’obbligo.

C’è la concreta possibilità che il leader della Lega, sostenendo l’esecutivo Draghi, abbia voluto “coprirsi le spalle”, sia per dare un volto di maggior rispettabilità politica al suo partito che, non ultimo, per cercare di frenare la corrosione del suo bacino elettorale da parte di Fratelli d’Italia. De facto, ad oggi la Lega, assieme a Forza Italia governa con la sinistra ed i Cinque Stelle e la tentazione di far fuori, nel tempo, uno scomodo “competitor politico”, potrebbe farsi sempre più strada nella mente sia del leader leghista, che in quella del suo co-inquilino politico, Silvio Berlusconi.

Al di là di tutto, però, un fatto è certo. Da una parte, l’Europa Comunitaria, non poteva accettare che i soldi del “recovery fund” finissero nelle mani di Pentastellati o Piddini, magari bruciati o dispersi nei meandri dell’italica burocrazia e nelle tasche dei suoi gregari.  Dall’altra, l’incubo di un repentino cambio di rotta della politica italiana e l’ipotesi di un uso dei fondi comunitari, per operazioni nel reale interesse del paese, era sempre presente. L’imposizione dall’alto di Draghi a guida dell’attuale esecutivo, va proprio in questa direzione.

I soldi del “recovery”, debbono andare per tutte quelle operazioni gradite a Bruxelles. E, al di là delle belle parole e dei salamelecchi vari, Draghi ha subito dato prova di quanto abbiamo detto. Il progetto di modificare il sistema tributario italiano, attraverso l’istituzione di una tassazione progressiva, (ponendo così, una pietra tombale sui vari progetti di flat tax…), la proroga delle misure restrittive, la proposta di ancor più restringere le già scarse elargizioni di risarcimenti , ad un sempre minor numero di aventi diritto, sono tutti segnali che vanno nella direzione di quanto abbiamo sinora detto. Con buona pace di una classe politica e di un sistema democratico che, lo ripetiamo, hanno oramai, definitivamente abiurato e ceduto i propri ambiti di competenza, al liberismo finanziario, mantenendo solo, le solite, comode, immarcescenti poltrone, con “benefit” annessi. Alla faccia delle attività che chiudono, dei posti di lavoro che vanno in fumo e dei conti da pagare…




FASSINA: ADDIO PATRIA, ADDIO COSTITUZIONE

Riceviamo e pubblichiamo

«In tutti questi anni ho seguito Stefano Fassina, sperando che fosse capace di fungere da aggregatore  di una nuova sinistra no euro, lontana da consunti dogmatismi e diversa da certi sovranismi destrorsi.

Non ho quindi condiviso le vostre critiche a Fassina quando fondò Patria e Costituzione. Oggi debbo ammettere che invece vedeste giusto voi, quando faceste notare le reticenze e le ambiguità del Manifesto fondativo di Patria e Costituzione.

Arrivò quindi il voto di fiducia che Fassina diede al governo Conte, concesso a gratis in nome del “fermiamo Salvini”. Anche in quel caso lo perdonai, ancora sperando che quello fosse un errore di percorso. Passaggio che voi consideraste invece, con linguaggio colorito, “non una papera ma una  bestialità politica”.

Ora Fassina ha deciso di votare la fiducia al governo Draghi, schierandosi quindi coi Bersani & C. contro gli stessi compagni di Sinistra Italiana di Fratoianni.

So che per questa sua sconcertante decisione sta ricevendo durissime critiche da parte di molti compagni. Sarà per questo che ha scritto, a sua propria difesa, un articolo sull’ Huffington Post.

Purtroppo la sua autodifesa, l’alibi che ha utilizzato, rafforzano l’accusa.

Mi ha colpito in particolare, per la sua enormità, questa frase:

“Il Governo Draghi è un Governo del Presidente, un Governo di emergenza nazionale. Non è un Governo di programma. È composto da avversari politici, temporaneamente impegnati in una sorta di “Comitato di liberazione nazionale” dal virus e dalle sue devastanti conseguenze“.

Considero questa analogia col Cln un insulto all’intelligenza di ogni cittadino che abbia memoria storica e sale in zucca. Draghi, per unanime ammissione, nonché la sua propria, è stato chiamato a salvare l’Unione europea, a rilanciare l’alleanza con gli USA e la NATO, a far si che siano rispettate le condizioni del Recovery Fund. Non è un segreto, su chi siano i committenti di Draghi,  la sua protervia a proseguire nel disegno di un rafforzamento centralista dell’Unione superando gli stati nazionali.

La morale? Addio Patria! Addio Costituzione!

E quindi a me non resta che dire addio a Fassina.

Da parte di una che considerate “sinistrata”.

Roma, 15 febbraio 2021




LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.




NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE di Sandokan

«Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio , Rinaldi Antonio Maria , Zanni Marco, Donato Francesca…»

I segnali che Salvini ed i suoi sodali si sarebbero riposizionati, spostandosi dal campo no-euro al sì-euro, erano evidenti da tempo. Nessuno stupore. La piena disponibilità a far parte del governo Draghi è tuttavia qualcosa di più che la semplice consacrazione della svolta. E’ evidente che non si tratta soltanto di una mossa tattica, bensì di una svolta irreversibile.

Taglio con l’accetta: nella Lega convivono due anime, quella populista e quella liberista. Quest’ultima ha preso il sopravvento. Un ribaltamento che se avviene senza drammatiche fatturazioni è per tre fondamentali ragioni (più una quarta). Primo perché entrambi condividevano una matrice ideologica liberale; secondo perché, la forza sociale egemone di ultima istanza si è rivelata essere, non la piccola e media borghesia, bensì quella grande; terzo perché la sconfitta di Trump oltreoceano ha privato il “sovranismo” leghista del suo vero retroterra strategico (quello russo era fuffa).

La quarta ragione dello smaccato sostegno a Draghi è presto detta: Salvini & Company debbono essersi convinti che Draghi riuscirà davvero non solo a portare l’Italia fuori dalla lunga stagnazione, ma a condurla sulla via di un veloce risorgimento economico anche tenendo testa all’egemonismo tedesco.

Ecco dunque l’azzardo, la decisione di scommettere su Draghi puntando non una cifra modesta, ma tutti i propri averi. Va da sé che se Draghi non riuscisse nell’ardua impresa, Salvini e la Lega, invece di condividere un trionfo, si romperanno l’osso del collo.

Che la mossa di Salvini sia una lampante manifestazione di italico trasformismo non c’è alcun dubbio. Nel suo gergo padano egli lo chiama pragmatismo — ultimo rifugio degli opportunisti e delle canaglie politiche.

Alcuni sono stupiti, altri addirittura si strappano le vesti perché non riescono a spiegarsi come, in questa sceneggiata, Salvini sia riuscito ad arruolare come figuranti e avvocati d’ufficio quelli che erano considerati gli esponenti “oltranzisti” no-euro. Tutti e di botto convertiti, tutti a giustificare la mossa del Capitano, tutti penosamente allineati nel santificare quello che fino a ieri consideravano il demonio.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio, Rinaldi Antonio Maria, Zanni Marco, Donato Francesca…




COME USCIRE DALL’UNIONE E DALL’EURO – Seminario di approfondimento

COME USCIRE DALL’UNIONE E DALL’EURO: MISURE ECONOMICHE E PROVVEDIMENTI POLITICI

COSA CAMBIA CON L’ARRIVO DI DRAGHI

Questo il titolo del seminario di approfondimento organizzato da Liberiamo l’Italia che si svolgerà sabato 13 febbraio, dalle ore 15:00 e che verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia.

Interverranno Gennaro Zezza (economista), Fabio Dragoni (editorialista de La Verità), Vadim Bottoni (economista) e Leonardo Mazzei (direzione nazionale Liberiamo l’Italia).

Fonte: Liberiamo l’Italia