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IL DILEMMA RUSSO di Moreno Pasquinelli

Fiumi di inchiostro sono utilizzati a commento del bilaterale tra Biden e Putin a margine del G7. Una melassa indigesta di luoghi comuni, condita all’occorrenza di gossip e pseudo-retroscena su quello che i due capi di stato si sarebbero detti e su ciò su cui avrebbero trovato un accordo. La verità è che mai come adesso certi “dettagli” debbono essere tenuti segreti all’opinione pubblica. Il prodotto e gli effetti di questo incontro li vedremo nei prossimi anni. Non resta che svolgere delle deduzioni le quali, beninteso, per essere validate debbono passare il vaglio della realtà effettuale.

Certo i due avranno discusso di cyber war, di Ucraina, Siria e Libia; degli arsenali nucleari e di come evitare una guerra atomica che nessuno potrà vincere. Il tema centrale che Biden avrà tentato di mettere sul tavolo, noi riteniamo, è stato tuttavia quello della Cina. Per la precisione: Biden avrà cercato — visto che è la Cina che gli USA considerano il nemico strategico più temibile —, di portare dalla sua parte Putin o, quantomeno, di ottenere la sua neutralità in caso di una escalation.

Non sappiamo cosa Putin abbia risposto e se abbia risposto. Forse ha preso tempo, visto che l’élite russa, rispetto a queste prevedibili avances yankee, è divisa assai. Putin torna a Mosca sapendo che prima o poi una risposta dovrà essere data. Si può supporre che da astuto negoziatore, e per nome di un impero che alle spalle dell’ostentato wilsonismo e della tanto cianciata difesa dei diritti umani, Biden avrà fatto delle offerte a Putin in cambio, se non di un aperto appoggio, della neutralità russa in merito alla politica di duro contrasto alla Cina. Nel mercato imperialistico delle vacche avrà assicurato il non ingresso dell’Ucraina nella NATO, di chiudere gli occhi sul North Stream, di accettare l’instabile equilibrio in Siria e Medio oriente e nel Mediterraneo orientale.

Putin torna quindi a Mosca con nel paniere alcune promesse da parte americana ma con un gigantesco dilemma: che fare rispetto alla crociata yankee contro la Cina — di contenimento economico e geopolitico e, ove si rivelasse inevitabile, bellica? Dilemma tormentoso poiché Putin sa bene almeno tre cose: (1) che Pechino, pur attrezzandosi alla bisogna, vorrebbe in ogni modo evitare un conflitto catastrofico con gli Stati Uniti, ovvero vorrebbe trovare con Washington un equilibrio globale di more uxorio; (2) che ove Cina e USA riuscissero a trovare un accordo strategico questo non potrebbe essere che a spese della Russia; (3) terza cosa: mai fidarsi degli yankee, abili nel fare il doppio gioco e nell’agire su più tavoli, ovvero sapendo che gli USA potrebbero effettivamente accettare un compromesso con Pechino a spese di Mosca — prospettiva questa auspicata da pezzi importanti del deep state americano, da settori potenti della grande borghesia economico-finanziaria yankee, dalla Ue e per finire dall’élite globalista che furoreggia per il Grande Reset.

Questo è il grande gioco con cui è iniziato il XXI secolo, in cui la Russia è la “variabile decisiva”.

Al riguardo non possiamo quindi che ribadire quanto scrivevamo nella TRAPPOLA DI TUCIDIDE:

«Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. (…) Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento».

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LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

30 marzo 2021

Non c’è bisogno di ricorrere all’empirismo scettico di D. Hume per capire che nella dimensione del divenire storico-sociale non c’è rapporto univoco e lineare tra causa ed effetto. Si può anche essere più assertivi ed affermare senza possibilità di smentita che: (1) posta una causa da questa possono venire multipli e imprevedibili effetti; (2) viceversa, ogni effetto, ogni fenomeno, è il risultato dell’interazione  di diverse cause; (3) così che l’effetto è, per sua natura, più ricco e fecondo di possibilità della causa o del concorso di cause che l’ha prodotto.

Si può discettare a lungo se ci possa essere una filosofia della storia, se, posta l’inattendibilità della aristotelica causa efficiente, valga invece il principio anti-teleologico di W. Wundt della eterogenesi dei fini. Sia come sia, dal momento che la storia ha cacciato il determinismo dalla porta, è bene che non lo si faccia rientrare dalla finestra. Come ebbe a dire uno che di politica è stato grande stratega, la politica è un’arte, non una scienza. Non lo è appunto perché non vale il determinismo. Detto altrimenti: l’azione politica (poiché d’azione finalizzata ad uno scopo qui si parla) deve tener conto di diversi ordini di realtà. Non ci sono solo le leggi economiche, non ci sono solo le costanti geopolitiche, non ci sono solo strutture e sovrastrutture statuali. Se l’azione politica chiama in causa l’intervento attivo delle masse qui entrano in gioco variabili che hanno a che fare con fattori quali la passione, il sentimento, il mito. Fattori che sono quindi destinati a mescolarsi con quelli, in ultima istanza decisivi, quali la ragione e la coscienza.

Vale dunque nel mondo storico-sociale il principio dell’indeterminismo? La risposta è sì, posto che questo principio tira in ballo il rapporto biunivoco tra soggetto e oggetto; e posto che esso non implica né il caos — vedi la storiella secondo cui un battito d’ali di una farfalla in Cina provoca un tornado negli Stati Uniti —, né il dominio metafisico del caso. Vale invece l’idea della contingenza, o l’incontro tra causalità e accidentalità.

Ciò che vale per chi l’ordine di cose esistenti vuole rovesciare, vale a maggior ragione per chi viceversa vuole conservarlo.

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Dopo il crollo dell’URSS e l’11 settembre, l’ambizione di Washington era quella d’imporre e stabilizzare un ordine monopolare — meglio noto come Project for the New American Century. Questa pretesa è fallita per diverse e concomitanti ragioni. Due fattori balzano agli occhi: il risorgimento della Russia come grande potenza militare e la poderosa avanzata cinese. Senza dimenticare che quella brama egemonica si schiantò sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il collasso finanziario del 2007-2009, ponendo fine al mito della società opulenta, fece il resto.

E’ venuto così avanti il tanto strombazzato “ordine policentrico o multipolare”. Concetto non solo ambiguo, ma fasullo e deviante. Il concetto farebbe pensare ad un equilibrio, per quanto disarmonico e conflittuale, tra potenze nascenti e declinanti. Concetto fasullo visto che non solo non c’è alcun equilibrio, c’è invece squilibrio, così che dovremmo dire che siamo dentro ad un “disordine multipolare”.

Sì, per chi scrive il mondo sta entrando in quella che per convenzione è stata definita la Trappola di Tucidide: è già in atto tra potenze nascenti e declinanti una competizione dura per la supremazia mondiale e detta competizione ha un’alta probabilità di sfociare in una guerra su larga scala. Allora fu Sparta a scatenare il conflitto per arrestare la crescente egemonia della potenza ateniese. Oggi chi avrebbe interesse a scatenare una nuova devastante guerra globale (ciò non implica che essa sia destinata a sfociare in terza guerra mondiale, visto che potrebbe concentrarsi in un singolo pur grande scacchiere mondiale, e non coinvolgere necessariamente vasti schieramenti internazionali)?

Non è difficile rispondere a questa domanda: sono gli Stati Uniti d’America. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi la principale potenza mondiale —ovvero prima potenza nei campi militare, economico, finanziario, scientifico e culturale —, ma tutti i dati ci dicono che sono una potenza al tramonto, mentre la Cina, prima o poi, è destinata a prendere il sopravvento. La domanda è d’obbligo: ha mai accettato una grande potenza imperiale o imperialista di consegnare ad un’altra concorrente lo scettro della sua supremazia? La risposta è no.

Chi ha visto nel trumpismo la rinascita della tradizionale corrente isolazionista americana si sbagliava. L’isolazionismo è un lusso che nessun impero può permettersi. Per usare una metafora: il trumpismo era l’imperialismo americano che faceva un passo indietro, prendere la rincorsa, e quindi fare un nuovo balzo in avanti. L’arrivo di Joe Biden, all’insegna dell’aggressivo e urticante slogan America is back!, è espressione della consapevolezza che anche il passo indietro è un’opzione che l’impero non può permettersi; che solo una strategia multilaterale e asimmetrica d’attacco può sbarrare la strada alla Cina. Di qui, nel caso non si riesca ad azzoppare l’Impero di mezzo, la possibilità, per meglio dire, l’alta probabilità, che il Deep State americano stia considerando come inevitabile lo sbocco bellico. Quando questi Dr. Stranamore si proiettano nell’orizzonte dell’inesorabile è certo che essi vogliano tentare di attaccare per primi, poiché ciò darebbe loro il grande vantaggio della sorpresa e di scegliere il campo da gioco.

Manco a dirlo nell’equazione c’è una variabile decisiva, quella russa. La forza d’urto militare ricostruitasi sotto il regno di Putin è talmente poderosa che la sua eventuale discesa in campo a favore dell’uno o dell’altro potrebbe determinare l’esito del conflitto. Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. Washington, del resto, non può permettersi di combattere una guerra su due fronti, nel Pacifico contro la Cina e in Europa e Medioriente contro la Russia — semmai al Pentagono immaginano una guerra in due tempi. Come ci indicano sia il primo che il secondo conflitto mondiale, si sa come le guerre iniziano, non come finiscono. Nemmeno Stalin voleva entrare in guerra, e per questo siglò un patto con Hitler, sperando che la sua vittoria ad Occidente, l’avrebbe non solo trattenuto dall’aggressione a oriente, ma saziato. Non fu così e l’errore (l’aver abbassato la guardia) fu pagato a carissimo prezzo. Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento.

Impostori e sicofanti, ovvero gli italioti, fanno il verso all’élite americana, agitando lo spauracchio cinese, alimentando, chi apertamente e chi a mezza bocca, la guerra di propaganda (che com’è noto anticipa sempre, perché propedeutica, quella militare vera e propria). Tentare di convincerli è tempo perso, che si sono già messi l’elmetto in nome dell’atlantismo. Molti sono gli incerti ed i confusi. Va spiegato loro che se in generale non è mai stata la potenza nascente a cercare il pretesto della guerra, ciò vale ancor più oggi per la Cina. L’élite cinese lavora sui tempi lunghi; non di guerra ma di stabilità ha bisogno, e questo implica guadagnare tempo. E va quindi spiegato agli italiani che per il nostro Paese è più necessario che mai, tanto più con l’arrivo di Biden, sganciarsi dalla NATO, poiché restarci dentro implica essere trascinati in una guerra che non potrà che condurci nell’abisso, sempre meno nazione sovrana, condannati a diventare insignificante e disarmato protettorato coloniale della potenza che dovesse uscire vincente.

Trump non c’è più, è arrivato Biden. Nel nuovo contesto, per quanto il fatto complichi e di molto la nostra battaglia, ciò significa che l’uscita dalla Unione europea chiama in causa, lo si voglia o meno, anche lo sganciamento dalla NATO.

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Cosimo de’ Medici sembra avesse detto a Savonarola che “Gli stati non si governano coi paternoster”. Ci dice il Machiavelli che Savonarola rispose che quel precetto fosse “di tiranni e non di veri principi”. Prima o poi dovremmo lasciarci alle spalle il “momento Polanyi” per entrare nel “momento machiavelliano”. L’Italia, ridotta in cenci, ha bisogno più che mai di un Nuovo Principe, di un gramsciano Partito rivoluzionario, di un profeta armato che chiami il popolo all’azione. Azione che tra tutte le “virtù” Machiavelli considerava la più importante.




LA SOVRANITA’ ITALIANA IN UNA PROSPETTIVA STORICA di Andrea Zhok

Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell’Italia in rapporto agli USA.

«Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale.

In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo- dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori.

La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?».

Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.

Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell’Italia.

Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l’Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano.

Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto.

Siamo dunque poco più di un’espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco.

Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei “servizi segreti deviati” nella politica italiana (“strategia della tensione”), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta.

Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari.

Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi.)

Questa è la situazione e, come dice correttamente l’ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).

I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l’essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l’essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po’ le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato.

Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA.

Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera.

Per quelli che si riempiono la bocca di ‘libertà’ è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.

In questo contesto, c’è qualcosa che possiamo fare? C’è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato?

Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. E’ lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico – e inarrivabile -, che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.

Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano.

Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un’emulazione goffa del modello americano.

Non paga del colonialismo materiale, economico e politico una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinata nel sistema mediatico, cerca h24 di ridurre l’Italia anche ad una colonia culturale.

Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.)

Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un’inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.

E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere.

E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango.

E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald’s, rimane un’ampia cultura diffusa della buona alimentazione.

Ecc. ecc. …

Il punto di fondo credo sia il seguente.

Nel medio-lungo periodo l’unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale.

Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo.

E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.

* Fonte: Sinistra in rete




COVID: LO SCANDALO CHE SCUOTE GLI STATI UNITI di Federico Punzi*

I Fauci Files: ecco perché la tesi dell’origine artificiale del virus doveva essere screditata

«L’avvertimento ai vertici del Dipartimento di Stato: non continuate con l’indagine sull’origine del virus, perché aprirebbe un “vaso di Pandora”. La possibilità che il virus fosse il risultato di esperimenti di “gain-of-function” nei laboratori di Wuhan finanziati anche con fondi governativi Usa mise in allarme Fauci e il suo staff, come si evince dalle email pubblicate nelle scorse ore. I vertici del Dipartimento di Stato furono “avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19”, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti Usa alla ricerca del Wuhan Institute of Virology, rischiando di aprire un “vaso di Pandora”… Pompeo conferma l’intensa opposizione all’indagine di funzionari del Dipartimento di Stato e dell’intelligence (“contentious battle”)

Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive Usa (NIAID) e consigliere della Casa Bianca sul Covid, fu avvertito già nel febbraio 2020 della possibilità che il coronavirus responsabile della pandemia fosse stato creato in laboratorio, che si trattasse di un virus “ingegnerizzato”. Un’ipotesi che, nonostante fosse presa seriamente in considerazione nei messaggi via email con i suoi autorevoli interlocutori, Fauci ha pubblicamente scartato e ridicolizzato per mesi, tranne poi ammettere pochi giorni fa di ritenerla plausibile.

È quanto emerge – oltre alla sua sottovalutazione del virus e alle contrastanti versioni sull’utilità delle mascherine – dalle email scambiate da Fauci tra il gennaio e il giugno 2020 e ottenute legalmente, tramite Foia (Freedom of Information Act), dal sito Buzzfeed e dal Washington Post (che nel frattempo è corso a ritoccare i suoi titoli fino a 15 mesi fa, in una doppia operazione di insabbiamento).

Nelle email Fauci sembra prendere abbastanza seriamente l’ipotesi, avanzata da alcuni suoi colleghi, della creazione del virus in laboratorio e di una sua accidentale uscita, ma allo stesso tempo, in pubblico, la escludeva categoricamente, e ripetutamente, ridicolizzandola (“circular argument”), anche dopo che il presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo avevano cominciato ad esercitare pressioni sul regime di Pechino sull’origine del virus e la sua mancanza di trasparenza.

Lo stesso Fauci oggi, con nonchalance, si dice “non convinto” dell’origine naturale del virus e, riguardo l’incidente di laboratorio, ammette che “that possibility certainly exists”. Ma in quelle settimane iniziali, quando almeno nei suoi messaggi privati prendeva in seria considerazione l’origine artificiale del virus, Fauci ha aggiornato la Casa Bianca su queste ipotesi?

Dalle email emerge, o meglio trova conferme, anche una possibile spiegazione della condotta di Fauci: sapeva che il principale sospettato per il presunto leak del virus era il Wuhan Institute of Virology, al quale erano arrivati nei 5 anni precedenti circa 600 mila dollari dal NIAID, da lui diretto, tramite la ong EcoHealth Alliance. Fondi che in audizione al Senato lo scienziato ha ammesso di non poter garantire che non siano stati usati dall’istituto cinese per esperimenti di “gain-of-functions”.

Ma procediamo con ordine.

Il 31 gennaio 2020, Fauci manda una email ai ricercatori Kristian Andersen, immunologo che dirige un laboratorio in genomica virale presso lo Scripps Research Institute, con sede a La Jolla, California, e Jeremy Farrar, direttore della fondazione di ricerca in campo sanitario Wellcome Trust. In questa email segnala loro un articolo uscito su Science intitolato “Mining coronavirus genomes for clues to the outbreak’s origins”, accompagnandolo con poche parole: “Questo è uscito oggi. Potreste averlo visto. Se no, è interessante per la discussione in corso”.

Ancora più eloquente è la risposta che Fauci riceve un paio d’ore dopo da Andersen: “Il problema è che le nostre analisi filogenetiche non sono in grado di valutare se le sequenze siano insolite rispetto alle singole sostanze, a meno che non siano completamente sballate”. Ma osserva: “Le caratteristiche insolite del virus costituiscono una parte davvero piccola del genoma (<0,1%), quindi bisogna guardare molto da vicino tutte le sequenze per vedere che alcune delle caratteristiche (potenzialmente) sembrano ingegnerizzate“. “Abbiamo una buona squadra dedicata a valutare molto seriamente” questa ipotesi, aggiunge Andersen, e “dopo le discussioni di oggi, Eddie, Bob, Mike, ed io tutti troviamo il genoma in contrasto con le aspettative della teoria evoluzionistica”, anche se “ulteriori analisi devono essere fatte”.

Due giorni dopo, l’altro scienziato incluso nello scambio precedente, Farrar, segnala a Fauci un articolo di ZeroHedge intitolato “Coronavirus Contains ‘HIV Insertions’, Stoking Fears Over Artificially Created Bioweapon” (per il quale ZeroHedge si vide sospeso l’account Twitter). Si tratta dello studio indiano, poi frettolosamente ritirato, in cui si sosteneva la presenza nel coronavirus di “innesti di HIV”, per renderlo più infettivo – conclusione a cui sarebbe giunto anche il biologo Premio Nobel Luc Montagnier. Nelle settimane successive sarebbe divenuta l’ipotesi bollata come la più strampalata. Fauci che fa, ignora l’email? La cestina? No, inoltra tutto lo scambio a Francis Collins, direttore del National Institutes of Health (NIH), chiedendogli: “Do you have a minute for a quick call?”

Il 16 aprile 2020 Collins manda a Fauci una email (oggetto: “conspiracy gains momentum”), con il link ad un servizio di Fox News sull’ipotesi della fuga da laboratorio: secondo diverse fonti “c’è una crescente fiducia che il virus – Covid-19 – sia uscito da un laboratorio di Wuhan”. Ma il testo sia dell’email di Collins sia della risposta di Fauci è oscurato.

Erik A. Nilsen, dottorato in fisica applicata, in una email di marzo avverte Fauci che “i dati pubblicati dalla Cina non sono solo spazzatura, hanno ingannato il mondo inducendo un falso senso di sicurezza”, e che il Covid-19 potrebbe diventare uno “tsunami negli Stati Uniti”. E aggiunge: “Credo che abbiamo perso il controllo molto tempo fa”, spiegando di aver appreso che 5 milioni di persone hanno lasciato Wuhan il 22 gennaio, prima che la Cina chiudesse la città, e si sono “disperse” in oltre 13 mila luoghi diversi. Cosa fa Fauci? Inoltra l’email ad un suo collaboratore: “Too long for me to read”.

Ma l’email forse più imbarazzante per Fauci è quella in cui riceve il messaggio di “ringraziamento personale”, per aver sostenuto l’origine naturale del virus e smentito l’ipotesi della fuga da laboratorio, da Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, ente nonprofit che ha usato 3,4 milioni di dollari di fondi governativi Usa per finanziare diversi enti di ricerca cinesi, tra cui l’istituto di Wuhan da cui si sospetta che possa essere fuoriuscito il virus.

“Volevo solo ringraziarti personalmente a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per esserti pubblicamente opposto e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale del Covid-19 da uno spillover tra pipistrelli e umani, non una fuga da laboratorio dall’Istituto di Virologia di Wuhan”.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, con i fondi del NIH la EcoHealth Alliance ha finanziato la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli cinesi, e in particolare il Wuhan Institute of Virology per un totale di 598 mila dollari (133 mila l’anno dal 2014 al 2018 e 66 mila nel 2019). Un finanziamento di 3,7 milioni di dollari era stato rinnovato nel 2019, ma cancellato nell’aprile 2020 dall’amministrazione Trump.

Fauci (NIAID) e Collins (NIH) hanno più volte negato che i fondi siano stati utilizzati per la ricerca denominata “gain-of-function”, ma entrambi hanno ammesso che non c’è modo di sapere se l’istituto cinese non li abbia effettivamente utilizzati almeno in parte a quello scopo. Anche perché, osserviamo, i fondi sono arrivati per via indiretta al WIV.

Come ha ricordato ieri Enzo Reale su Atlantico Quotidiano – nella ricostruzione più completa ad oggi disponibile sull’ipotesi dell’origine artificiale del virus – nel dicembre 2019, poco prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, lo stesso Daszak spiegava con un certo compiacimento nel corso di un’intervista come i ricercatori del WIV avevano riprogrammato la proteina spike e generato coronavirus chimerici in grado di infettare topi “umanizzati”. Lo stesso Fauci, in un articolo del 2012 per l’American Society for Microbiology, spiegava che i rischi connessi ai procedimenti di gain-of-function erano “ampiamente compensati dai benefici della manipolazione dei virus”.

Si capisce quindi perché Fauci potesse essere preoccupato che prendesse piedi la tesi di una origine del virus dal Wuhan Institute of Virology e perché, come vedremo, temeva potesse emergere un collegamento tra il suo istituto e gli esperimenti di “gain-of-function” condotti nei laboratori cinesi da cui si sospetta sia uscito il virus.

A far scattare l’allarme è l’email in cui Andersen parla di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“. La mattina del giorno dopo, l’1 febbraio, Fauci scrive una email (oggetto: IMPORTANT, in capital letters) al suo vice, l’immunologo Hugh Auchincloss, preallertandolo: “È essenziale che parliamo questa mattina, tieni il telefono acceso… Leggiti il paper e l’email che ti inoltrerò. Hai compiti oggi che devono essere svolti”.

Il paper accademico allegato, intitolato “A Sars-like cluster of circulating bat coronaviruses shows potential for human emergence”, è co-firmato da Shi Zhengli, ormai nota alle cronache come bat-woman, la principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology, e da Ralph Baric della North Carolina University. Ed è del 2015 – lo stesso periodo dei finanziamenti del NIAID, via EcoHealth Alliance, ma anche della moratoria Usa sugli esperimenti di gain-of-function, in attesa di elaborare linee guida. Nel paper si presentavano i risultati dei ricercatori cinesi e americani nella manipolazione dei coronavirus per comprendere meglio come possono infettare gli essere umani attraverso l’enzima ACE2, proprio la peculiare capacità del coronavirus che provoca il Covid-19.

Nel pomeriggio arriva la risposta di Auchincloss:

“Il paper che mi hai inviato dice che gli esperimenti sono stati eseguiti prima della sospensione del gain-of-function [2014-2017, ndr], ma da allora sono stati rivisti e approvati dal NIH. Non sono sicuro di cosa significhi, perché Emily è sicura che nessun coronavirus sia passato attraverso un framework P3 [partnership pubblico-privato, ndr]. Cercherà di determinare se abbiamo dei legami lontani con questo lavoro all’estero“.

Non sorprende quindi la preoccupazione di Fauci e del suo staff che gli esperimenti di gain-of-function sui coronavirus condotti al Wuhan Institute of Virology fossero all’origine del Covid-19 e in qualche modo riconducibili ai fondi arrivati dal NIAID all’istituto cinese via EcoHealth Alliance.

Una lettura avvalorata da una notizia di ieri. I vertici del Dipartimento di Stato sono stati avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19, hanno confermato a Fox News ex funzionari del Dipartimento, nel timore che avrebbe attirato l’attenzione sui finanziamenti governativi Usa arrivati al Wuhan Institute of Virology, dal quale il virus potrebbe essere sfuggito. Secondo un’inchiesta di Vanity Fair, ai funzionari che chiedevano trasparenza al governo cinese fu detto di non indagare sulla ricerca denominata “gain-of-function” condotta nell’istituto cinese, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti del governo Usa in quella ricerca. Indagare sulle origini del virus rischiava di aprire un “vaso di Pandora”.

“La storia del perché parti del governo degli Stati Uniti non erano così curiose come molti di noi pensano che avrebbero dovuto essere è estremamente importante”, ha spiegato a Vanity Fair David Feith, ex vice assistente del segretario di Stato. Thomas DiNanno, ex funzionario nominato da Trump, racconta come la sua indagine sull’ipotesi della fuga da laboratorio sia stata ostacolata ad ogni passaggio, con personale tecnico ostile e antagonistico che lo avvertiva di non aprire il “vaso di Pandora”.

Uno degli aspetti più grotteschi, ma anche più indicativi della inaffidabilità di certi organismi internazionali, è che Daszak ha fatto parte del team di “investigatori” dell’OMS mandato a Wuhan nel febbraio 2021 per indagare sulle origini della pandemia. Lo stesso Daszak, la cui organizzazione ha finanziato con almeno 600 mila dollari la ricerca del Wuhan Institute of Virology basata sulla modifica dei coronavirus (non decine di anni fa ma fino al 2019), avrebbe dovuto trovare le prove che in pratica avrebbero incolpato non solo l’istituto ma anche se stesso. Non sorprende quindi che in tre ore di visita ai laboratori abbia concluso che “non c’è nulla da vedere qui”: come ha ammesso alla Cbs, gli esperti dell’Oms hanno creduto agli scienziati cinesi sulla parola (“cos’altro potevamo fare?”) e, comunque, “non era nostro compito scoprire se la Cina ha insabbiato” [sic].

Breve storia triste nella storia: Facebook – che ha da pochi giorni rimosso il ban verso chiunque osasse postare riferimenti all’origine artificiale del virus – si è avvalso di Daszak come fact-checker, proprio lui che ha finanziato il laboratorio di Wuhan da cui il virus sarebbe uscito secondo le teorie sottoposte a fact-checkingScience Feedback, infatti, una delle principali piattaforme di fact-checking utilizzate da Facebook, nel febbraio 2020 ha citato Daszak come fonte esperta per bollare come “debunked” la teoria della fuga da laboratorio, presupposto della censura scattata da lì in avanti nei confronti degli utenti che continuavano a sostenerla. Eccolo, il fact-checking che i social media spacciano per “indipendente”…

Va ricordato che poco dopo l’email spedita a Fauci il 31 gennaio 2020, in cui parlava di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“, Kristian Andersen avrebbe cambiato avviso, sposando la tesi dell’origine naturale. Una conversione assai repentina, se già quattro giorni dopo, il 4 febbraio, definiva “crackpot”, folli, squinternate, le teorie secondo cui il virus fosse “in qualche modo ingegnerizzato”, in una email indirizzata tra gli altri (indovinate un po’?) al solito Daszak di EcoHealth Alliance, e nella quale si discuteva di una bozza di lettera per “contrastare quelle teorie estremiste”. Il 17 marzo 2020 Andersen avrebbe pubblicato un suo articolo su Nature Medicine, sostenendo l’origine naturale ed escludendo interventi di laboratorio – articolo poi citato da Fauci per fugare ogni dubbio. Anche se, come ha riconosciuto lo stesso Andersen su Twitter, “non dimostra definitivamente che non si è verificata una fuga da laboratorio” e “non significa che non dovremmo considerarla come possibilità”, ma solo che è “estremamente improbabile”.

Ma il punto è proprio questo: per oltre un anno, a partire dalla dichiarazione apparsa su The Lancet il 19 febbraio 2020 (in cui compare il solito Daszak), è stata etichettata da scienziati e media, tradizionali e social, come “conspiracy theory” e già “debunked” l’ipotesi dell’origine del virus dai laboratori di Wuhan, mentre le email di Fauci suggeriscono che non è mai stata una teoria complottista, ma al contrario una ipotesi presa seriamente in considerazione. E la giravolta dello stesso Fauci pochi giorni fa, gli elementi emersi in questi mesi, la decisione dell’amministrazione Biden di aprire un’indagine dopo averne appena chiusa una, mostrano che è ancora oggi fondata e meritevole di approfondimento.

La fretta della scienza “ufficiale” e “governativa”, dei Fauci e dei Daszak, con i loro conflitti di interesse, e ovviamente della Cina, di declassarla a teoria complottista e chiudere il discorso, assecondata da certi media e politici mossi da pregiudizio anti-Trump, solleva l’inquietante sospetto di un cover-up globale senza precedenti, determinato da una manifesta coincidenza di riflessi e interessi.

D’altra parte, al momento, nonostante gli sforzi dei ricercatori cinesi, il Sars-CoV-2 non è stato isolato in nessuna specie animale, né è emersa prova che sia transitato in una specie intermedia, né si sono registrati casi di Covid-19 antecedenti i primi di Wuhan nelle zone – a 1.500 chilometri di distanza – dove i pipistrelli vivono. Insomma, non è dimostrato che esista in natura. Se non abbiamo certezze sull’origine, non abbiamo nemmeno elementi definitivi a supporto di una origine naturale. E Pechino ancora si rifiuta di collaborare».

* Fonte:       ATLANTICO QUOTIDIANO




LA FINE DEL SINDACATO. IL CASO AMAZON di S. C.

«Quanto narrato ci dice quale sia il modello di relazioni sociali che sta avanzando negli USA, e ciò che i cervelloni del Grande Reset immaginano di esportare in giro per il mondo. Modello che essi chiamano pomposamente Stakeholder Capitalism. Un corporativismo di tipo fascista sub specie liberirticus».

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Il 22 marzo scorso si svolse il primo sciopero nazionale della filiera Amazon Italia, la protesta interessò circa 30mila persone, di cui 9500 dipendenti dei magazzini e hub con contratto nazionale di logistica, olte che le aziende fornitrici di servizi di logistica, della movimentazione e della distribuzione delle merci.

Lo sciopero, indetto dai Confederali venne deciso dopo l’interruzione nella trattativa per la contrattazione di secondo livello della filiera Amazon.

«Sul tavolo di discussione ci sono la verifica dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti, la verifica e la contrattazione dei turni di lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro dei driver, gli aumenti retributivi, la clausola sociale e la continuità occupazionale per tutti in caso di cambio appalto o cambio fornitore, la stabilizzazione dei tempi determinati e dei lavoratori somministrati e il rispetto delle normative sulla salute e la sicurezza, l’indennità Covid».

Un classico e sacrosanto sciopero sindacale, ma nessuna contestazione (politica) del nefasto modello economico e sociale che Amazon rappresenta. Ne è prova quel che affermò Tania sacchetti, della segretaria confederale della Cgil:

«È importante che Amazon incrementi le proprie attività in Italia, ma non è sufficiente offrire occasioni di lavoro. Abbiamo ancora problemi insostenibili di carichi, di tempi, di eccessiva precarietà lavorativa».

C’è chi subito parlò di “nuova primavera del sindacalismo”. In verità l’annuncio è stato prematuro. I dati sulla partecipazione allo sciopero furono alquanto contraddittori. Sta di fatto che della vicenda non se ne è più parlato. Andata nel dimenticatoio, come condannati ad un definitivo tramonto sembrano condannati si sindacati (tutti), soprattutto nei settori industriali rampanti, ovvero in ambiente “GIG Economy”, segnato da lavori a chiamata, contratti temporanei e occasionali.

Restando proprio al gigante Amazon vale la pena segnalare quanto accaduto negli Stati Uniti — il centro del capitalismo occidentale, il luogo dove quanto accade si ripercuote nelle periferie come l’Italia. Ce Ne parlava Marco Valsania su Il Sole 14 Ore del 9 aprile.

Quanto narrato ci dice quale sia il modello di relazioni sociali che sta avanzando negli USA, e ciò che i cervelloni del Grande Reset immaginano di esportare in giro per il mondo. Modello che essi chiamano pomposamente Stakeholder Capitalism. Un corporativismo di tipo fascista sub specie liberirticus.

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Amazon, i lavoratori americani respingono l’ingresso del sindacato in azienda

Nello scontro-simbolo nel centro di Bessemer in Alabama ben il 70% contrari alle union. Polemica su comportamenti anti-sindacali dell’azienda

Bessemer è nel cuore del sud americano, a poca distanza da Birmingham in Alabama. Ma questa cittadina di 27.000 abitanti è diventata teatro di uno scontro sociale e politico dalle implicazioni nazionali, sul futuro del sindacato e delle relazioni industriali negli Stati Uniti. Qui i quasi seimila dipendenti di un magazzino e centro di distribuzione di Amazon – da sempre contraria alle union – hanno votato se aderire o meno al sindacato e hanno deciso non farlo, con una secca maggioranza die due a uno. E qui è scattato un test del clima sociale nell’era di Joe Biden alla Casa Bianca, che del sindacato è un ufficiale sostenitore e si era espresso a favore dell’azione delle union.

Uno scontro-simbolo

L’esito dello scontro è stato una netta vittoria della Corporate America e una drammatica sconfitta dei sindacati. La posta in gioco è presto detta. La sconfitta potrebbe segnare nuove e profonde battute d’arresto delle union, scoraggiando ulteriori campagne di rilancio della sindacalizzazione negli Stati Uniti e in particolare in nuove aziende e settori, dal commercio elettronico al tech in generale. E che il sindacato spera invece sia una battaglia persa in un conflitto ancora lungo e dal quale non intende ritirarsi.

I no al 70%

I dipendenti del centro di distribuzione al centro della vicenda si sono espressi per oltre il 70% contro l’adesione alla Retail, Wholesale and Department Store Union. Per il colosso di e-commerce e Internet, la sfida sindacale di Bessemer è stata la più significativa negli Stati Uniti, dove impiega ormai un milione di persone (su 1,3 milioni globali), secondo datore di lavoro del Paese dietro a Walmart. Da quando è stata fondata nel 1995, Amazon aveva finora respinto solo campagne più marginali delle union per un ingresso nel gruppo.

Protesta del sindacato

La RWDSU ha chiesto indagini e accusato Amazon, da sempre contraria a rappresentanze dei lavoratori, di tattiche antisindacali e illegali durante un’aggressiva campagna. “Non lasceremo che le menzogne di Amazon passino senza risposte”, ha fatto sapere il segretario generale del sindacato Stuart Appelbaum. Il sindacato vorrebbe che le autorità cancellino le elezioni come viziate.

Il responso sancito dal Nlrb federale

Ma la bocciatura al conteggio finale appare netta. La normativa americana prevede un voto a maggioranza dei dipendenti, gestito dal National Labor Relations Board, autorità federale di supervisione della normativa sui rapporti di lavoro: dei 5.805 aventi diritto nel grande magazzino, in sette settimane di voto si è espresso il 55 per cento. A conti fatti, 1.798 schede contro il sindacato, 738 a favore e circa 500 temporaneamente annullate, non abbastanza da alterare l’esito. “Le schede incerte non sono sufficienti a influenzare il risultato”, ha fatto sapere il Nlrb.

Le speranze sindacali

La union aveva sperato di far breccia in un centro di recente apertura, da poco più di un anno, e con l’85% di dipendenti afroamericani, spesso più sensibili all’appello del sindacato. Ha fatto leva su proteste per le pesanti condizioni di lavoro, raccogliendo denunce di lavoratori su carichi eccessivi e mancanza di pause. Secondo gli osservatori, in gioco con un successo del sindacato era anzitutto la massa in discussione della grande flessibilità voluta dall’azienda nella gestione della manodopera, a Bessamer come ovunque nel Paese, con rapidi licenziamenti e assunzioni davanti alle oscillazioni della domanda.

La risposta dell’azienda

Amazon ha ufficialmente replicato agli sforzi del sindacato sottolineando che, in uno stato disagiato quale l’Alabama, offre polizze sanitarie e un salario minimo di 15 dollari l’ora, il doppio del minimo federale. Che i dipendenti possono avere opportunità di carriera. E ha rivendicato i vantaggi d’una “diretta connessione” dei lavoratori con l’azienda, senza filtri sindacali giudicati controproducenti.

Gli ostacoli al sindacato

Negli Stati Uniti, però, le campagne di sindacalizzazione incontrano tradizionalmente gravi difficoltà. Le imprese hanno costante accesso ai dipendenti sul luogo di lavoro, anche per pressioni e intimidazioni, mentre le union non possono essere presenti all’interno. Le autorità federali hanno spesso pochi poteri per intervenire. Nel caso di Bessemer il sindacato ha criticato l’azienda per aver organizzato un’aggressiva campagna a base di meeting obbligatori anti-sindacali per i dipendenti, pubblicità, manifesti, text, promozione di siti anti-sindacali. Il contenuto delle azioni aziendali è stato spesso controverso: votando per il sindacato i lavoratori avrebbero perso la loro voce, le union sono un business e prendono i vostri soldi per nulla. Militanti sindacali hanno denunciato ostacoli anche a fare campagna all’esterno, compresa l’accelerazione di semafori nei pressi del centro che sarebbero gestiti dall’azienda. Durante lo stop al rosso lavoratori pro-sindacali erano soliti fare campagna. Amazon è inoltre nota per i messaggi anti-sindacali anche nei video di istruzioni ai nuovi dipendenti, temporanei o permanenti.

Un declino storico

Il sindacato oggi conta su una crescita di popolarità nei sondaggi. Ma le iscrizioni restano in declino storico. Il tasso di sindacalizzazione è pari all’11% nel Paese e ancora più basso, all’8%, in Alabama. Migliora nel settore pubblico, mentre scivola tra la aziende private. Aziende tech e di servizi digitali nel recente passato sono finite nella bufera per drastici comportamenti antisindacali, tra queste Google per il licenziamento di dipendenti che avevano organizzato proteste. In quel caso le autorità federali diedero torto all’azienda.




RUSSIA E U.S.A. NON SI POSSONO ALLEARE di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

Il presidente dei Rotschild e del Partito di Davos, ma non del popolo americano, ovvero Joe Biden, si sta attivando per incontrare il presidente russo Vladimir Putin a giugno. Come mai Biden ha cambiato opinione nel giro di poche settimane, passando dalla rappresentazione di Putin come fosse il peggiore assassino presente sulla terra a possibile alleato strategico?
Biden, anzitutto, non è stato in grado di infliggere alcuna ritirata strategica a Putin nè con il caso Navalny nè con la questione ucraina. Anzi, in entrambi i fronti è stato il partito di Davos e dei Rotschild ad esser messo in ritirata dalla Federazione russa. Sulla questione ucraina, il leader turco Recep Tayyip Erdogan che aveva inizialmente assicurato al presidente di Davos e delle selezionatissime lobby transgender l’interventismo antirusso si è poi saggiamente tirato indietro nel momento decisivo. Biden non trova nessuno disposto a affrontare militarmente i russi sul campo; la superiorità militare e tecnologica dell’esercito della Federazione russa è ormai tale che Putin non può più essere affrontato su questo terreno. Una missione parlamentare americana è poi corsa in Sudan in questi giorni per scongiurare la creazione di una nuova base militare russa promettendo ai governanti sudanesi ciò che non gli potrà mai esser dato. Sembra così di essere veramente tornati ai tempi della Guerra Fredda, ma allora era il fronte più debole e malmesso, quello sovietico, che inseguiva disperatamente le conquiste militari e geopolitiche statunitensi; oggi è il contrario esatto e vediamo infatti gli scagnozzi dell’imperialismo radicale statunitense ossessionati da Putin e dalla Russia.
Ciò è dovuto al fatto che dalle parti di Davos e del Deep State hanno capito che lo stesso Xi Jinping, per quanto ambiguo e accondiscente sul globalismo del Grande Reset, è in fondo molto più prudente e saggio di loro, temendo realmente l’assetto militare e tecnologico russo e non essendo disposto ad alcun avventurismo strategico antirusso. La necessità storica di annientare il putinismo con una guerra calda o con una Rivoluzione Colorata a Mosca, conducendo il presidente russo a una sorta di processo mondiale e condanna come fu quella in mondovisione imposta contro Saddam Hussein o Milosevic, è probabilmente già stata accantonata da Biden e dal partito di Davos e si è passati così a piani meno pretenziosi e più realistici. Si è forse capito che il sovranismo patriottico, con o senza Putin, sarà la condizione naturale della Russia da qui al futuro. Dunque Biden, ammesso e non concesso che Putin accetterà di incontrarlo a giugno, tratterà con la Russia da posizioni di oggettiva debolezza strategica.
Biden, che dopo i quattro anni di presidenza patriottica e antimperialista di The Donald, avrebbe voluto riadattare lo stato di emergenza, “il governo di continuità post-11 settembre” e la tattica della “guerra senza fine” ai nuovi teatri strategici e al nuovo contesto internazionale, è però già vittima della nuova realtà geopolitica che si è imposta negli ultimissimi anni. Il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan, cuore strategico mondiale e campo prediletto del destino planetario, va proprio nella direzione dell’antimperialismo trumpiano e puntuale è arrivato l’attacco del clintonismo ortodosso il quale, fedele alle direttive di Brzezinski, ha fatto a pezzi Biden.
Dal punto di vista dell’imperialismo americano ortodosso, il ritiro dall’Afghanistan avrà gravissime conseguenze, affermano i falchi democratici e la nota sanguinaria Hillary Clinton. La frazione Obama sarebbe dalla parte del clintonismo, contro Biden. E’ assolutamente corretto, in termini di scienza geopolitica, l’approccio della frazione più estremista e bellicista del Deep State, quella clintoniana e neoconservatrice: abbandonare l’Afghanistan significa darla a vinta a Putin e ai russi che, dopo l’11 settembre, attirarono magistralmente gli americani nella trappola afghana.
Abbiamo quindi il Partito Democratico americano in una micidiale guerra di frazione.
Tale guerra di frazione altro non è che la manifestazione di una guerra interna al Deep State. Il clintonismo ortodosso avendo già sconfessato Biden e The Donald ha annunciato proprio il 4 maggio che contro il golpe antidemocratico e anticostituzionale del novembre 2020 ha deciso di aprire una campagna politica nazionale in difesa del lavoro, delle comunità solidali e della classe operaia statunitense. Il piano economico elitista e “keynesiano” del Grande Reset di Biden sarà il suo principale bersaglio, oltre al fatto che la campagna nazionalistica di vaccinazione, di ritiro dall’Afghanistan e l’obbligo di comprare americano sono un neotrumpismo attuato da Biden che si è appropriato di successi non suoi.
Radicali critiche The Donald riserverà, evidentemente, allo stragismo abortista e alla politica gender contro le famiglie americane dell’amministrazione Harris/Biden.
Solo Putin potrà quindi salvare Biden attaccato da tutti i fronti. Il presidente degli antifa, di BLM, dell’élite di Davos e dei Rotschild a cui non rispondono né ufficiali né soldati, né la grande maggioranza dei lavoratori americani. E’ auspicabile vivecersa che la Federazione russa lavori diplomaticamente per il superamento storico dell’élitismo antidemocratico del Partito Democratico statunitense, la forza più sanguinaria e criminale di questi nostri tempi storici, e per la nuova e rapida ascesa del patriottismo sociale antimperialista e democratico di The Donald, l’unico presidente nella recente storia americana ad aver azzerato il “governo di continuità” imposto dalle lobby del Pentagono, del Deep State e di Davos.




L’ULTIMA MOSSA DI DONALD TRUMP di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

La tesi dell’autore è che Trump non sia solo partigiano di un “conservatorismo popolare”, che egli sia addirittura orientato a fondare un “partito operaio”. Non condividiamo questa tesi, ma è sicuro che il “trumpismo” è fenomeno singolare destinato a segnare in profondità la scena di un impero alle prese col suo tramonto.

*  *  *

Nel suo discorso del 10 aprile 2020, nel corso di una cena al Mar-a-Lago Club riservata ai donatori, Donald Trump, accompagnato dalla sua First Lady Melania, ha da una parte promesso ai repubblicani di aiutarli a vincere nelle elezioni di Midterm nel 2022, ma dall’altra si è anche scagliato contro due pezzi grossi GOP come il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell e l’ex vicepresidente Mike Pence, esponente della fazione neo-conservatrice. L’ex presidente ha in particolare accusato quest’ultimo per non essere intervenuto, dopo la colossale evidenza del caso dei brogli che avrebbero spianato la via al golpe globalista di Joe Biden e Kamala Harris,  per fermare la certificazione del Congresso e iniziare così l’impeachment di Biden.

Nel corso dell’intervento Trump ha dichiarato che esistono varie correnti e differenti linee nel Partito repubblicano americano, ma la sua frazione è quella che marcerebbe verso il futuro del secolo in quanto il conservatorismo di Trump — a differenza del neoconservatorismo globalista e dell’elitismo plutocratico dei democratici, altro non sarebbe quest’ultimo che il volto istituzionale del Deep State e del Pentagono —, non è solo “il campione della classe operaia americana ….ma di tutto il proletariato mondiale”. Il nome Donald Trump passerà quindi alla storia come manifestazione dell’operaismo americano in particolare, ma anche di quello internazionale ha dichiarato l’ex presidente americano alla folla ancora in estasi per lui. Questo perché il Partito repubblicano di Trump difende le esigenze giuridiche dei lavoratori e delle aziende contro lo sterminio plutocratico del Grande Reset e del partito di Davos, avanzante a colpi di Covid-19 e di lockdown. “Palm Beach è il nuovo centro del potere politico popolare e antiplutocratico e il presidente Trump è il miglior portavoce del Partito repubblicano storico” ha affermato Jason Miller, consigliere di Trump.

Quest’ultimo ha anche dichiarato che il suo movimento ha ormai fatto breccia tra le comunità oppresse, storicamente democratiche, come quella afroamericana e quella ispanica. Una ulteriore conferma, a giudizio dei nuovi strateghi del “patriottismo popolare antiglobalista”, che il movimento storico-politico del tycoon ben lungi dal rappresentare quelle pulsioni suprematiste che gli attribuiva la stampa liberal, è percepito dai lavoratori di qualsiasi razza o sesso come il legittimo rappresentante dei propri interessi. I democratici e i “progressisti” rappresentano il centro e l’America dell’alta borghesia, i leader del BLM non a caso, dopo l’elezione di Biden, sono stati ricompensati per il lavoro sporco svolto con le donazioni di case milionarie al centro di New York in quartieri riservati.  In tal senso Trump ha condannato di nuovo il progressista Biden, ha sostenuto che il suo fumoso piano economico, globalista e volto all’interdipendenza con la Cina a vantaggio di questa ultima, sarebbe già fallito, in quanto il leader cinese Xi Jinping ha azzerato proprio recentemente gli stimoli fiscali e la politica monetaria espansiva.

Stranamente Trump non ha citato i nuovi scandali che hanno investito Hunter Biden e i suoi noti legami con il PCC di Pechino, venuti di nuovo alla luce in questi giorni. Biden e Harris, per Trump, sono i massimi rappresentanti del Partito plutocratico di Davos e del Gran Reset e se non vi fosse stato il Covid 19 negli USA non sarebbero mai riusciti nella loro sedizione golpista. Il punto fondamentale, a detta degli strateghi del conservatorismo popolare di Trump, è che Biden, per riuscire a affermare il Grande Reset a livello globale, ha bisogno di una vera e propria guerra calda. Il Covid 19 non è stato sufficiente allo scopo, avendo in definitiva rafforzato il nazionalismo e l’esigenza dei diritti sociali e popolari su tutta la linea e dappertutto, nonostante la momentanea sconfitta del massimo rappresentante internazionale di tali diritti, ossia di Donald Trump.

Dal 2016 al 2020 il trumpismo è stato molte cose: tradizionalismo giudeo-cristiano, conservatorismo bigotto, cospirazionismo QAnon, libertarismo individualista antistatalista ma anche e soprattutto movimento popolare di massa. The Donald dal 2016 riportò, come un moderno Machiavelli, la prassi politica al centro della configurazione sociale occidentale, guidando di fatto un movimento popolare mondiale ma purtroppo senza esercito organizzato, senza armi e senza casematte. Ora Trump ha finalmente pianificato la nascita di organi social alternativi e antagonisti al WFO e alla Quarta Rivoluzione Industriale, sostenuta dai GAFAM della Silicon Valley.

La volontà di metamorfosare definitivamente l’originario e ondivago sovranismo in un movimento popolare, proletario, in un vero e proprio Workers Party che identifichi senza mezzi termini nel Partito di Davos il nemico e il regista della rivoluzione colorata globalista denominata Grande Reset vorrebbe  significare che se con il 2020 si è manifestato da un lato il peggiore, più disumano e più terribile volto delle elite globaliste e democratiche, dall’altro l’esercito popolare dei lavoratori e degli oppressi può riavviare la sua marcia storica e rivoluzionaria verso la democrazia, i diritti costituzionali e il diritto al lavoro contro la plutocrazia globalista e capitalista.




NÉ U.S.A. NÉ CINA di O. G.

Riceviamo e pubblichiamo

Ricollegandomi allo scritto di Pasquinelli [ La trappola di Tucidide ], molto interessante, farò brevi annotazioni. Pasquinelli coglie bene i dati fondamentali dell’attuale scontro di civiltà. Tra Cina e Usa egli ben individua nel polo russo l’area culturale e di civilizzazione che potrebbe essere decisiva nel conflitto, per ora, bipolare tra cinesi e statunitensi. Anzitutto, la Russia non è effettivamente da considerare la ruota di scorta della Cina, non avendo interesse nel contribuire a plasmare un nuovo ordine mondiale dove a un imperialismo materialista e globalista declinante (Usa) finisca per sostituirsi un altro imperialismo emergente (Cina), per quanto un po’ meno materialista e un po’ meno globalista.

Di certo i russi, sia le élite sia la gran parte della popolazione, preferiscono la potenza emergente cinese a quella statunitense, ma come sino a oggi hanno saputo mantenere, pur a costo di grandi sacrifici, la propria Indipendenza sovrana dall’Occidente a stelle e strisce, si può esser certi che la manterranno, allo stesso modo, dall’ Oriente con le cinque stelle.

Talune vicende di politica internazionale degli ultimi tempi dovrebbero averlo fatto ormai comprendere. Se Mosca ha sperato sino all’ultimo che The Donald riuscisse nell’impresa disperata di portare a casa il secondo mandato contro il 90% del globalismo capitalistico tecnocratico che gli avrebbe preferito al limite anche Sanders, Pechino viceversa ha fortemente sponsorizzato Joe Biden, con cui ha del resto stretto relazioni decennali e lo ha supportato in ogni modo, non solo sostenendo il Maidan americano (Blm, antifa, fake news mondiali contro i sovranisti) ma anche lasciando sostanzialmente passare le modalità golpista con cui i Democratici e i liberal si sono ripresi la Casa Bianca dopo quattro anni.

Ancora: in Venezuela, la Russia intervenne contro gli Stati Uniti sicuramente, ma di certo non a favore o a fianco di Pechino; lo stesso si può dire di quanto accaduto in Birmania il 1 febbraio 2021, dove la San Suu Kyi è stata accusata dai “nazionalisti rivoluzionari” dell’Esercito, molto vicini a Mosca, di violazione di segreti di stato proprio a vantaggio di Pechino. Sergey Kornev, capo delegazione della società di stato Rostec, alla manifestazione Aero India 2021, ha sostenuto che la Russia si prenderà il compito di modernizzare la flotta e l’esercito dell’India anche con specifici kit tecnologici. L’India è infatti il Paese estero che già annovera il maggior numero di caccia di fabbricazione russa Su-30Mki, dato che sono quasi 300 i caccia russi di cui è stata dotata l’aeronautica di Nuova Dehli. Nel gennaio 2021 specialisti militari in forza al ministero degli Esteri di Dehli sono arrivati in Russia, iniziando l’addestramento all’uso dei sistemi missilistici terra-aria S 400 Триумф (Sam, Surface to air missile).

Al riguardo, l’intelligence militare russa è stata capace di creare, nell’estate 2020, il più avanzato sistema antiaereo di dominio globale: l’S 500 Prometey appartiene infatti alla ultimissima generazione di sistemi missilistici antiaerei terra-aria, è un complesso di intercettazione a estesissimo raggio e alta quota con potenziale di difesa missilistica di gran lunga superiore a tutti i sistemi difensivi esistenti al mondo, inclusi quelli statunitensi. L’S 500 può abbattere non solamente qualsiasi razzo o missile o veicolo aereo, anche qualora uno di questi superi la velocità del suono, ma è anche in grado di abbattere fino a 25 missili balistici e la sua capacità operativa permette di colpire bersagli sui 300 chilometri di altitudine.

L’S 400 sul punto di esser fornito in dotazione all’India nazionalista di Narendra Mohdi è, chiaramente, sulla scala qualitativa ben inferiore al sistema di ultimissima generazione S 500; i quotidiani indiani vicini al BJP (Bharatiya Janata Party) hanno celebrato, con la nascita del sistema russo Prometey, l’edificazione dell’era del dominio militare dell’S 500, ripetendo il cardine della dottrina geopolitica di Mohdi che contempla nello scacchiere planetario la Federazione Russa come “il partner più affidabile e serio dell’India”. In un certo senso i nazionalisti indiani sperano nella mano tesa di Putin, più che in quella di un Trump o di un Biden, nella eventualità, sempre più prossima, di un conflitto caldo con Pechino. Alla luce delle accese e continue controversie sul Kashmir tra Cina e India, si è avuto non a caso nell’estate 2020 lo scontro più violento dal 1962 tra cinesi e indiani, emerge la fondamentale volontà di mediazione geopolitica e inter-nazionale di Vladimir Putin e dei ministri Sergej Lavrov e S.K. Sojgu; il presidente Putin ha precisato in varie occasioni che le esercitazioni militari tra russi e indiani, probabilmente le più approfondite e solidali tra quelle condotte dai militari delle Federazione Russa, non sono però affatto contro la Cina.

Non passi inosservato un ulteriore fatto, che quando, pochi giorni prima della “Rivoluzione nazionale birmana” dello scorso febbraio, il ministro Sojgu si stava recando per una già prevista visita diplomatica a Naypyidaw, capitale birmana, gli fu inopinatamente chiuso lo spazio aereo in Bangladesh. Il Bangladesh, geopoliticamente oggi molto vicino alla Cina come del resto lo è il Pakistan, deve però molto del suo processo di unificazione nazionale (1971) alla Russia e le forze del nazionalismo bengalese o dell’Esercito guardano con relativa simpatia, come quelle birmane, anche esse a Mosca ben più che a Pechino o a Washington. Lo stesso, come appena visto, si può dire di una potenza in ascesa come l’India.

La stessa situazione europea è al riguardo molto confusa; sia all’interno del cosiddetto fronte di Visegrad, sia all’interno di quello che era sino a un anno fa circa il polo neo-carolingio sembra essere in atto una tendenza oggettiva che punti a mettere in discussione l’ordine globalista bipolare in cui di fatto ci troviamo di nuovo dopo il Golpe democratico americano dello scorso novembre. La Russia sino a oggi, anche in omaggio al principio della non interferenza, ha di fatto ostacolato la edificazione di un terzo polo globale, preferendo al limite sostenere, senza assolutamente eterodirigerle, le varie tendenze sovranistiche che si sono manifestate negli ultimi quattro anni. Ora questa fase è però terminata.

Ciò non significa che il populismo e il sovranismo siano morti in Occidente, credo anzi il contrario. Ma Mosca sembra ormai puntare, in prospettiva, a una precisa strategia globale fondata su una politica di potenza internazionale, puntando a esasperare le contraddizioni interimperialiste tra Pechino e Washington in ogni fronte. Ciò sta emergendo sempre di più. Mosca si troverà sempre più sotto attacco, anche a costo di rovinare vite, carriere, anni di servizio patriottico, sbattendo more solito il finto mostro in prima pagina come abbiamo visto fare in questi giorni con il caso Biot. Le due potenze, quella emergente (Cina) e quella discendente (Usa), hanno tutto l’interesse a ostacolare e sabotare il cammino, fosse anche di semplice sopravvivenza, di un polo che è ontologicamente antagonista a entrambi i materialismi imperialistici.

La Russia, con i suoi problemi secolari e con la sua solita indolenza, che indica del resto una notevole sopportazione di avversità e prove, è l’unica Ideocrazia; in questo senso non è un reato, sul piano simbolico, culturale e metafisico, simpatizzare da italiani per Mosca Terza Roma. Senza il concetto di individuo passionario (passionarnye osobi) e di Idea russa (Ilyn e Berdjaev) difficilmente potrebbe essere compreso il messaggio che ai nostri giorni il Cremlino rivolge alla storia e ai diversi popoli della terra. Un messaggio strategico che nulla ha a che fare, evidentemente, con presunti avvelenamenti di oppositori o con propagandistiche ma necessarie misure di sicurezza interna contro la Rivoluzione Colorata Globale e la tentata cancellazione della Cultura russa. La Russia ha i suoi idealisti e patrioti che la sostengono e la sosterranno. Il Battaglione Wagner è solo la punta più avanzata di questo schieramento. Questo capitale morale e sociale che la Russia serba in sé è forse più prezioso, e sarà forse più decisivo, del capitalismo politico imperialistico di Pechino e Washinton, che stanno ora disputando sul Destino del mondo.




STATI UNITI E UNIONE EUROPEA CON L’ARRIVO DI BIDEN di Manolo Monereo

Riceviamo e pubblichiamo*

Ci mancherà Donald Trump? Temo di si. Per ora, il “senza Trump viviamo meglio” inizia a definire bene cosa sta succedendo. Alcuni di noi sapevano fin dall’inizio che la guerrafondaia era Hillary Clinton e che Trump era qualcos’altro. Abbiamo distinto tra gli effetti interni ed esterni di quello che sarebbe stato il suo mandato. È stata una ritirata protezionistica per definire una nuova strategia di fronte a un declino che sembrava inarrestabile e per garantire un’egemonia messa in discussione nelle sue fondamenta. Come spesso accade con i populisti di destra (il populismo è una parte costitutiva del sistema politico statunitense) le dichiarazioni sono una cosa e le politiche che vengono effettivamente attuate sono un’altra.

Come ho scritto all’epoca, sono rimasto sorpreso nelle ultime elezioni dalla forza e dalla coerenza del voto per Trump. È stato ripetuto fino alla nausea che Biden è stato il presidente più votato nella storia americana; Trump, non va dimenticato, aveva di fronte una coalizione molto potente guidata dai mass media e parte consistente dell’establishment economico-corporativo. Il presidente uscente ha fatto molto per perdere: ha minacciato troppo, ha gestito male la macchina del governo, ha maltrattato i suoi alleati e, peggio ancora, ha sottovalutato la pandemia e le sue conseguenze sociali fino alla stupidità. Anche così, c’è stato un voto particolarmente significativo, un’ampia mobilitazione militante e una proposta solidamente inserita nella società. Trump non sarà un fiore di un giorno.

La politica estera degli USA è stata chiara dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’URSS: impedire l’emergere di una potenza che potesse mettere in dubbio la propria egemonia. Su questo piano non ci sono differenze tra Trump e Biden; la divergenza ha a che fare con la strategia e il fattore tempo, piuttosto con l’uso del tempo. L’ex presidente non ha mai definito in modo rigoroso la sua proposta geopolitica: ha indicato nella Cina proprio il nemico esistenziale; ha chiesto un allineamento incondizionato dagli alleati; ha accelerato il riarmo e ha messo in discussione organizzazioni multilaterali che non erano più funzionali. Il suo grande errore è stata la Russia: non è stato in grado di stabilire politiche che promuovessero relazioni più equilibrate con l’Occidente e più autonome dalla Cina. L’ultima ragione ha molto a che fare con la pressione dei democratici, la posizione schiacciata su NATO/UE e il gruppo di paesi della “nuova vecchia Europa” ed anzitutto sui paesi del gruppo di Visegrad. C’è un fatto da non dimenticare, nonostante la sua brutalità, i toni autoritari e il linguaggio bellicoso, Donald Trump è l’unico presidente degli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni che non ha gettato il suo paese in una nuova guerra.

Biden è stato accolto come un salvatore, un paladino della democrazia e del multilateralismo. La parola d’ordine è “L’America è tornata”. Anche qui sarebbe opportuno non lasciarsi ingannare dalla propaganda. Si è già detto prima, la posizione del nuovo presidente è chiara: si opporrà con tutte le armi disponibili all’egemonia della Cina nell’emisfero orientale; insisto, con ogni mezzo, compresa la guerra economica, tecnologica, cibernetica e militare, più o meno ibrida o diretta. La cosiddetta “trappola” di Tucidide ritorna perché non se n’è mai andata del tutto. Graham Allison gli ha dedicato un’ottima monografia, che, guarda caso, i leader cinesi stanno studiando per chiarire se sia possibile governare l’attuale “grande transizione geopolitica” in modo che non si concluda in un puro e semplice conflitto nucleare.

La storia ritorna anche come conflitto di potere tra le grandi potenze, per l’egemonia e, in questo caso, per il mantenimento di un quadro istituzionale internazionale messo in discussione da Cina, Russia e, di conseguenza, da un gruppo di Paesi che non si sentono rappresentati da questo quadro e pretendendono cambiamenti profondi. Le relazioni internazionali e la geopolitica di questo ci parlano. Il declino di una superpotenza è sempre determinato dall’emergere di uno stato o di un insieme di stati che lo sfidano e portano a una crisi esistenziale. La dialettica amico / nemico ha qui il suo territorio più preciso e unico. Questo è il fatto più caratteristico del nostro tempo. Sarebbe bene interiorizzarlo per non cadere vittima di propaganda o manovre orchestrali che finiscono per confondere e scambiare la lotta per i diritti umani con la difesa degli interessi della grande potenza di turno.

La strategia Biden è a lungo termine, multidimensionale, di resilienza e contenimento. La cosa più determinante è che la nuova amministrazione sa che non può vincere questa guerra da sola; ha bisogno di alleati su una mappa del conflitto che deve essere ordinata, coordinata e diretta. È realismo offensivo in un senso preciso: prevenire, neutralizzare, ritardare il dispiegamento del potenziale della Cina, la sua forza economico-tecnologica, le sue capacità militari, la sua politica di alleanze e, soprattutto, esacerbare i conflitti interni fino a farli diventare crisi di governabilità. La democrazia liberale come alternativa, il libero mercato come mezzo e la promozione dei diritti umani alla maniera americana. Questo è stato scritto così tante volte e da così tanti autori diversi che è pleonastico doverlo ricordare. L’anomalia era Trump; il potere è Biden. Per dirla con il titolo di un libro di un noto falco repubblicano che finì come consigliere di Hillary Clinton: The Return of History and the End of Dreams. Ciò che Robert Kagan ha scritto quindici anni fa viene difeso dalla nuova amministrazione e ripetuto dai suoi portavoce nell’Unione europea. È solo l’inizio.

La nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (una denominazione che è tutto un programma!) ha fortemente stimolato l’uso di concetti e lo sviluppo di politiche che mirano a mostrare che la UE si sta muovendo verso un tipo di organizzazione molto simile a uno Stato. Ecco quindi concetti come: sovranità (economica, commerciale, tecnologica, militare), autonomia strategica, pilastro europeo di sicurezza e difesa come priorità, sviluppo delle proprie capacità politico-militari. Tutto questo nel quadro della definizione di nuovi strumenti e nuove politiche che rafforzano i budget militari, accelerazione e applicazione di nuove tecnologie all’industria della difesa e della sicurezza. Il fatto che non vi sia dibattito pubblico in tempi di pandemia e crisi economico-sociale la dice lunga sulla misura in cui le questioni europee sono fuori dallo spazio pubblico e, sarebbe bene tenerne conto, il grande consenso che attira tra le classi dirigenti, compreso il governo di Pedro Sanchez. Una parte della manna dei fondi di mana europei andrà proprio in questa direzione.

Borrell non si stanca mai di dire che la “autonomia strategica europea” non implica una rottura con il legame transatlantico, ovvero con la NATO. Inoltre, ribadisce che maggiore è l’autonomia, maggiore è l’unità strategica con gli Stati Uniti e quindi una struttura militare comune. La domanda è pertinente: cosa significa la cosiddetta autonomia? Rinegoziare il ruolo di partner; essere presi in considerazione e guadagnare in questo quadro autonomia strategica. C’è un fatto che non dovrebbe essere ignorato; le critiche a Trump avevano a che fare con il suo allontanamento dalla NATO, con il disprezzo per gli alleati e con la convinzione che, quando fosse arrivato il momento critico, non sarebbe stato un alleato fedele, cioè che non avrebbe applicato l’articolo 5 del Trattato. Il Marocco così vicino e così lontano.

Dov’è il problema principale della geopolitica dell’Unione europea? Non definirsi sulla grande questione strategica dei prossimi decenni: accetti o no di andare in un mondo multipolare? Vuoi essere protagonista di questo passaggio decisivo come soggetto autonomo? Le due questioni sono una sola: prendere una decisione politica fondamentale in un mondo in rapida evoluzione. Ma qui non è ammesso fare confusione. Difendere il multilateralismo non è la stessa cosa che scommettere su un mondo multipolare. Sono concetti chiaramente differenziati. Il multilateralismo è un modo per organizzare l’egemonia da parte del potere dominante, un modo per ordinare le relazioni internazionali, rendendole prevedibili e riducendo la complicità di un mondo dominato dall’anarchia. La multipolarità è un processo di (ri) distribuzione del potere tra grandi potenze che implica un riordino gerarchico tra di loro. In altre parole, conflitti di base, guerre ad alta e bassa intensità, fratture politico-culturali. Il potere come bene sempre più scarso e in permanente disputa.

La linea di demarcazione è molto precisa: gli Stati Uniti si oppongono radicalmente a un mondo multipolare. La grande transizione geopolitica che stiamo vivendo romperà con le regole del gioco, la correlazione di forze e l’egemonia su cui ha basato il suo dominio. La vera autonomia dell’Unione europea sarebbe quella di collaborare attivamente a questa grande transizione con l’obiettivo di garantire un nuovo ordine, più giusto, democratico e pacifico. Ciò implicherebbe disconnettersi dalla NATO, definire nuove alleanze e regole appropriate per un’architettura mondiale senza precedenti. Temo che non sarà così.

*Traduzione a cura della redazione

** Fonte: QUARTO PODER




CAPITOL HILL: QUANDO IL POPOLO SI INFURIA di Umberto Bianchi

Qualcuno dice sia stata una classica sceneggiata all’americana per mettere in mezzo Trump. Qualcun altro, invece, strilla e ci dice trattarsi di un gravissimo attacco al luogo-simbolo della democrazia mondiale. Cori e coretti, peana di scandalo e condanna alti si levano, nulla toglie, però, che, con questo evento, si sia segnata una sottile, ma decisa, linea di frattura tra lo “ieri” e l’ “oggi”, dello status quo Usa e financo mondiale.
Un primo, ma profondo segnale di sfiducia nei riguardi della narrazione globalista in salsa “liberal”, nonostante i tentativi da parte dello schieramento “democrat” di accreditarsi quali sussiegosi e coscienziosi salvatori della patria, di contro all’estremismo montante. Al di là di abiti colorati, costumi bizzarri, coccarde stelle e strisce e copricapi alla David Crockett, stavolta, a scendere in piazza sono state decine di migliaia di persone. Un pubblico umanamente e socialmente composito, non soltanto rozzi miliziani di provincia, cowboy arrabbiati o sottoproletari degli stati del sud, bensì anche un elevato numero di appartenenti a quella “middle class” delusa, scontenta, compressa da anni ed anni di crisi che, in Trump aveva visto un bagliore di riscatto sociale e di riconquista di benessere (massacrati da anni di crisi finanziaria a gestione democrat), risultati subito ottenebrati dalla crisi scatenata dal Covid e della quale, certo, il tycoon-presidente Usa non è responsabile, anzi.
Sotto la sua gestione, miliardi di dollari sono stati elargiti gratuitamente ad imprese e cittadini, contrariamente a quanto accadrà ora, qui in Italia, con il tanto acclamato “recovery fund”, che altri non costituisce se non un composito insieme di prestiti da restituire a caro prezzo… Un segnale forte, è pertanto, quello dell’assalto a Capitol Hill, che ci fa capire che non finisce certo lì; anzi questo è il segnale di un nuovo inizio. Di una sempre più marcata e profonda disaffezione verso un sistema politico, sempre più distante dal sentire della gente. Quella della pandemia, sembrava rappresentare l’occasione d’oro per i globalisti, per congelare, fermare e neutralizzare quel malessere e quel generale senso di rivolta, che decenni di forsennato liberismo economico hanno seminato per il mondo. Una sagace opera di terrorismo psicologico, stringenti limitazioni alle libertà individuali, l’ attesa di miracolistiche e quanto mai illusorie cure vaccinali, parevano aver sortito l’effetto desiderato. Invece, l’inizio del nuovo anno, è stato inaugurato da quanto mai inattesi “taps/squilli di rivolta”. Squilli che, probabilmente, neanche lo stesso Trump è riuscito a controllare appieno.
Come abbiamo già detto, le ragioni vanno ricercate molto più lontano dalla conferma dell’elezione di uno sbiadito presidentucolo e ci fanno capire che la prossima volta sarà una vera e propria insurrezione, che non finirà certo con un pacifico ritorno a casa, magari accompagnato da foto ricordo e lazzi vari. La Storia dovrebbe insegnarci che, quando meno uno se lo aspetterebbe, nei momenti di crisi più intensa, dal sentire più profondo, dall’inconscio collettivo dei popoli, possono scaturire reazioni dagli effetti imprevedibili. Il globalismo ha, stavolta, tirato troppo la corda e potremmo esser vicini, più di quello che potremmo pensare, ad un liberatorio “redde rationem”. Le persistenti limitazioni delle libertà individuali in Europa, accompagnate da un crescente immiserimento delle popolazioni, il ricorso in via esclusiva a prestiti-obolo da ripagare con tanto di interessi, costituiscono una miscela esplosiva, in grado di far da detonatore in tutto il quanto mai fragile scenario d’occidente. Quanto agli Usa, quella di Trump potrebbe anche essere una figura passeggera, i cui errori politici potrebbero averne compromesso una prospettiva di futura rielezione.
Ma, una cosa è certa: l’assalto a Capitol Hill, ha sancito la fine dell’attendismo Post Moderno ed ha costituito un nuovo segnale di inizio di un maggior e più rigoroso interventismo delle masse, sullo scenario delle varie politiche nazionali, all’insegna di una rinnovata idea di plebiscitaria democrazia diretta. A far da premessa ideologica, a quanto qui descritto, le elaborazioni dei vari autori “communitarian” di lingua anglosassone, da Alistair Mc Intyre, Amitai Etzioni, passando per Robert Nozick che, in qualche modo, sembrano voler conciliare la libertà dell’individuo, nell’ambito di una Comunità, con il Capitalismo. Va, inoltre ricordato, che, differentemente da quanto accade in Europa, negli Usa è ben radicata l’idea dell’inviolabilità di taluni diritti individuali, quale quello di proprietà, o quello di portare armi o altri ancora, anche se controbilanciati da un’idea di potere esecutivo forte, incarnati dalla figura del Presidente che, in sé, riassume una molteplicità di poteri istituzionali.
Detto questo, lo scenario è ancora agli inizi, confuso, i manifestanti di Capitol Hill, non hanno certo dato l’impressione di costituire un organizzato, ed ideologicamente inquadrato, battaglione di militanti politici, quanto, piuttosto, una confusa e magmatica congerie di individualità ribelli, ma di una cosa possiamo starne pur certi: in questo senso, l’anno appena iniziato, ci riserverà ancora, sicuramente, non poche sorprese.



NAVALNY: CHI È DAVVERO? CHI LO SEGUE? CHI C’È DIETRO? di A. Vinco

Quasi tutti, in Occidente, incensano Navalny, inneggiano alla manifestazioni anti-Putin, ipocritamente esecrando la repressione. Questa indegna propaganda antirussa tenta di accreditare Navalny come un campione democratico. Mai narrazione è stata tanto lontana dalla realtà.

Nazisti e Stalinisti per il Liberale Biden?
E’ arrivato Joe Biden alla Casa Bianca, un cattolico molto particolare e strano che si è portato il “rabbino personale”, e l’agenda si delinea. Stragi di bambini e civili in Irak, rafforzamento della presenza di truppe in Siria senza alcun mandato internazionale, minaccia di sanzioni alla Germania se intenderà procedere sulla via del North Stream 2, lezioni di democrazia liberale con la sponda di gruppuscoli razzisti, nazisti a Mosca e dintorni. E’ la logica della guerra imperialista e di civiltà quella che marcerà di pari passo con l’amministrazione liberale Biden. Lo avevamo scritto, in più casi, tentando di moderare l’utopismo antagonista di chi vedeva il Grande Reset in ogni dove e la digitalizzazione dispiegata sulle teste delle elite del Pentagono o del Partito Comunista Cinese.
I primi fatti sembrano già darci ragione. Liberalismo e Americanismo si sono sempre e ovunque imposti, nella storia, con stragi di massa e guerre imperialiste di civiltà accompagnate da una sapiente e raffinatissima narrazione a base di una presunta espansione dei diritti individuali, delle democrazie, delle libertà. Non sarà di certo la squadra di Biden, che presenta il pedigree del più ortodosso imperialismo americanista, a discostarsi dalla regola. Di fronte al ridimensionamento globale degli Stati Uniti a vantaggio di Russia e Cina, l’americanismo liberale interventista torna a lucidare le armi. Non ha altra strada praticabile per tornare al dominio plutocratico globale, avevamo scritto anche questo. Rivoluzioni Colorate, stragi di massa e di civili, campagne di sostegno a nazisti, ultrasinistra, estremisti takfiriti, purchè antiputiniani, saranno il pane quotidiano della nuova Amministrazione statunitense. Probabile una nuova stagione del terrore takfirita nella stessa Europa se la Germania non interromperà i rapporti con la Russia? Si vedrà.

L’ideologia di Navalny e Joe Biden
Quale è l’ideologia di Navalny, su cui l’estremismo liberale di Joe Biden, ha investito tutto per incendiare la Russia? Navalny fu cacciato dal partito liberale Yabloko già nel 2007 per il suo nazionalismo xenofobo e islamofobico, per la teoria della Deportazione dei lavoratori e immigrati asiatici dalla Russia. Entra di seguito in un gruppetto di nazionalbolscevichi filostalinisti, ma dura poco anche lì. Vari collaboratori di Navalny hanno rotto con lui per il suo razzismo e per la sua islamofobia, secondo altre testimonianze Navalny sarebbe un negazionista che ha più volte apertamente paragonato i ceceni o i caucasici a “scarafaggi e vermi da schiacciare“. L’oppositore russo ha in più casi partecipato alla Marcia russa, una manifestazione neonazista che si svolge regolarmente a Mosca il 4 novembre di ogni anno. Dal 2014, la Marcia russa è diventata un meeting di sostegno al nazionalismo banderista ucraino e al neonazismo esplicito di organizzazioni russofobe e estremiste ucraine quali Pravy Sektor e Azov. Il rapporto della famiglia Biden con il neonazismo e con il nazionalismo russofobo degli ucraini è quantomeno controverso.

Nel maggio 2020, il deputato ucraino A. Derkach ha diffuso delle registrazioni in cui si sente l’ex presidente ucraino Poroshenko prendere ordini da John Kerry e Joe Biden, i quali gli ordinano, tra le altre cose, di sostenere su tutta la linea in seno all’esercito ucraino le fazioni più vicine al violento nazismo russofobo. Conosciamo i finanziamenti che l’Amministrazione Obama dette a Kiev dal 2014, con Joe Biden in posizione di falco russofobo, per rafforzare il neonazismo e il nazionalismo banderista contro la Russia. I social e i media occidentali hanno però silenziato il grande scandalo di Hunter Biden con la Burisma Holdings. Il figlio di Joe Biden fu scelto dalla compagnia nonostante non parlasse la lingua e non fosse un esperto della materia, con uno stipendio di decine di migliaia di euro al mese. Nel 2016 Biden impose il licenziamento del procuratore Viktor Shorin che stava indagando sulla oscura presenza dei Biden in Ucraina.

Navalny si dichiara tranquillamente un grande nazionalista russo, assolutamente contrario alla politica LGTB, sostenitore della chiusura delle frontiere all’immigrazione islamica. Recentemente si è definito “neozarista”. Moltissimi suoi seguaci, come mostrano le immagini di ieri [vedi FOTO sopra], ammirano apertamente il nazionalsocialismo tedesco, ma non disdegnano affatto la collaborazione con i neo-stalinisti e con la sinistra radicale. Cosa rimproverano tutti costoro, nazisti e neostalinisti, a Putin? Di non essere un grande russo, un nazionalista xenofobo e islamofobo.

Dietro la maschera della lotta alla corruzione, è questa la unica, e più vera, ideologia di Navalny e dei suoi accoliti, l’uomo su cui Joe Biden ha investito tutto per la Rivoluzione Colorata in Russia: il nazionalismo estremista etnocratico. Quale è tuttoggi la più grande critica che i “Navalny’s supporters” così amati dalla stampa europea e anglosassone fanno a Putin? E’ quella di non chiudere le moschee e non cacciare tutti gli islamici dalla Russia, di aver perso tempo e sprecato soldi per sostenere la Siria baathista contro l’imperialismo americano e contro i terroristi. In contemporanea alle violenze in Russia dei sostenitori di Navalny, il neonazista ucraino Yevhen Karas ha invitato i servizi di intelligence ucraini e tutti quelli antirussi (leggasi americano e inglese) a organizzare attentati terroristici dentro la Federazione Russa, ma al tempo stesso nelle stesse ore i nazionalisti ucraini hanno disperso con botte e aggressioni i seguaci di Navalny che marciavano a Kiev contro Putin, perchè sarebbero “troppo russi“. Questi sono gli amici internazionali di Mr.Joe Biden e della sua nuova Amministrazione.

L’estrema sinistra neocomunista con Navalny o contro Navlany?
Già siamo già occupati dell’antiputinismo della sinistra radicale russa, libertaria o neostalinista. Gli stessi radicali di sinistra non hanno ancora deciso se supportare o meno il movimento di Navalny per poter meglio attaccare la Russia centrista e patriottica di Vladimir Putin, nonostante la fortissima influenza dei radicali di destra all’interno del movimento. Se pochi giorni fa il neostalinista Zjuganov, storico leader del Partito Comunista russo, definiva correttamente Navalny “l’espressione del capitale finanziario americano” ieri, in seguito alle proteste e alle violenze, ha già fatto marcia indietro definendolo invece il nuovo prete Gapon.

Quindi Navalny non è più, appena quattro giorni dopo la precedente dichiarazione, il partito di Biden in Russia ma sarebbe la reincarnazione storica del leader della Rivoluzione del 1905, un infltrato della polizia zarista. In pratica il leader neostalinista ha accusato tra le righe Navalny di essere un agente del Cremlino, ma al tempo stesso l’agitazione della corrente Navalny darebbe speranze a una nuova Rivoluzione Comunista in Russia. Gli stessi gruppi che si riferiscono a Sergey Udaltsov hanno collaborato in passato con gli xenofobi nazionalisti di destra e non è da escludere che se il Dipartimento di stato americano chiamerà a un grande fronte anti-Putin troveremo di nuovo assieme estremisti di destra e estremisti di sinistra.

Cosa ci dicono le rivolte di ieri?
Ci dicono soprattutto tre cose. In primo luogo va dato atto a Navalny che si sta giocando con grande abilità questa sua personale partita contro il Cremlino. Ha saputo mobilitare masse di giovani, per ora non pericolose e non così forti come fanno credere in Occidente, ma comunque disposte, se non altro, a alzare il livello dello scontro contro l’elite patriottica putiniana, come mostrano le immagini di ieri. E’ chiaro che Navalny e i suoi sanno di poter contare sull’appoggio dell’imperialismo americano e dei suoi organi propagandistici messi in moto dal Pentagono, dal MIC (Complesso Militare Industriale) e dalla nuova Amministrazione. E’ chiaro e agiscono giustamente di conseguenza. E non a caso ieri sera sono stati convocati i diplomatici americani, a Mosca; è stata addirittura ventilata l’ipotesi di espulsione. Tutto ciò evidenzia dunque, in secondo luogo, in tutta la sua luce il più grave limite, politico e strategico, del putinismo.

Non si possono schierare gli OMON contro la propaganda globalista e imperialista che avanza tramite i nuovi social; il patriottismo digitale o è forte come quello imperialista statunitense, vedi Cina che lo ha efficamente contrastato in Asia e non solo lì, o è un buco nell’acqua. Occorre dunque una contropropaganda mondiale, una nuova propaganda russa internazionale. L’ideocrazia americana non si può combattere con le sole armi. Navalny non è un leader politico, non sarà di certo lui la spina del fianco del Cremlino. Gli analisti di Biden, in particolare il nuovo direttore della CIA William Burns grande specialista del focus Russia, scelto sicuramente per questo, lo sanno bene. Il loro obiettivo è perciò rappresentato dalle prossime elezioni alla Duma, alla fine del 2021. Rafforzare un clima di caòs interno, supportare estremisti di destra, di sinistra o takfiriti, pur di destabilizzare la società civile putiniana.

Le rivolte di ieri ci dicono però, infine, un’ultima cosa, che non dovrebbe far star tanto tranquilli alla Casa Bianca. Come immaginavamo, i liberal americanisti hanno deciso di pianificare la partita per la nuova supremazia globale aggredendo frontalmente la Russia, non la Cina. Prescindendo dal fatto che le aggressioni frontali alla Russia hanno sempre dato risposte imprevedibili e dannose soprattutto per l’aggressore, tale pianificazione fornisce al Cremlino, se lo sapesse cogliere, il più grande degli assist possibili. La maggior parte dei giovani che sono ieri scesi in piazza accusano Putin per l’eccessivo burocraticismo del capitalismo politico di Stato e per lo scarso, poco radicale a loro avviso, nazionalismo russo. E’ quella, in definitiva, la più significativa accusa che muovono ai vertici; troppi ceceni o asiatici o genericamente “inorodcy” affiancherebbero il presidente, la Russia deve essere più russa. La corruzione sarebbe una conseguenza. Da un lato è si un attacco frontale all’eurasismo imperiale putiniano; dall’altro è però, o almeno dovrebbe esserlo, un bel campanello d’allarme per Biden e i suoi che si illudono che la Russia possa diventare una democrazia liberale consumista e di mercato. Un iniziale campanello d’allarme. Perchè è chiaro che i liberal globalisti USA hanno deciso di giocarsi tutto sul fronte russo. Un putinismo rafforzato e radicalizzato con permanenti mobilitazioni patriottiche e democratiche antiamericaniste o una Russia resistente sarebbero non solo una sconfitta per loro, ma l’incubo che prelude alla catastrofe.