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11 SETTEMBRE 2001: LA SCONFITTA DEL PENTAGONO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Michael Morell, due volte capo della Cia, ha dichiarato che Osama Bin Laden ha vinto la guerra con gli Stati Uniti d’America e il Pentagono deve correre ai ripari. Jason Burke, il più grande ricercatore occidentale su al Qaida, ha scritto nel The Guardian pochi giorni fa che l’Occidente ha perso e perderà tutte le sfide strategiche con l’Islam politico in quanto l’MI6 (reputato il miglior servizio segreto al mondo con il GRU russo e con l’ISI di Islamabad) non è in grado di distinguere le molteplici fazioni politiche musulmane.

Dopo venti anni, è forse un pochino più facile avere una visione chiara dei fatti svoltisi dal 9/11. Ciò che dopo il 1945 fu il punto di forza dell’americanismo, l’essere stato una “ideocrazia machiavelliana”  elitista e una “democrazia militarista di Dio” (non una democrazia liberale, a differenza di quanto la retorica liberal continuava e continua a volerci far credere) basate perciò sull’azione politica del Pentagono, come teorizzava già nel 1943 con la solita lucidità il Burnham nel suo fondamentale saggio The Machiavellians, Defenders of freedom, è oggi diventato una debolezza strategica. Consigliamo di vedere attentamente questo video per comprendere come tale elite burocratico-militare, un tempo dinamica e attiva, gravi al momento odierno come un cancro all’ultimo stadio non solo sul popolo americano ma su tutti i popoli del mondo: https://www.youtube.com/watch?v=G5eK4u4FUgY. Il Pentagono, con le sue multiformi ramificazioni, è il tanto famigerato Stato profondo più profondo che vi sia. I vari Kissinger o Brzezinski così come i neo/con del caso sono gli ideologi della burocrazia militaristica, gli Zdanov dei nostri giorni, di gran lunga meno colti e meno perspicaci di quanto lo fosse un James Burnham. Lo stesso 1984 di Orwell fu probabilmente un plagio delle tesi di Burnham e Bruno Rizzi sul collettivismo burocratico e sulla rivoluzione manageriale.

Non v’è quindi bisogno di eccedere in complotti e dietrologie, gli stessi Rothschild o Soros non sono altro che i garanti di ultima istanza del potere politico e militare del Pentagono e delle miriadi di compagnie mercenarie private sguinzagliate dal complesso militare in giro per le metropoli americane a fare danni. Cacciato Donald Trump con mezzucci e falsificazioni eclatanti da Stato fallito, ora il Pentagono ha fatto sapere di essere già scontento di Joe Biden e di Kamala Harris: il “capitalismo della sorveglianza” diretto da una elite militarista, non tecnocratica o scientifica, è quanto si vuole applicare all’intero Occidente. Non è Amazon e non sono i Gafa a guidare le danze, naturalmente. Sono solo i classici utili idioti che silenziano Trump perché lo ordinano dalla Nasa, dalla CIA, dalla FBI o da Arlington. Chi ha del denaro di suo, di solito, non sa fare politica e non deve sforzarsi molto nell’arte del pensiero.

L’unica salvezza del Pentagono, e forse degli stessi USA, vi sarà probabilmente se il famoso complesso arriverà a insediare direttamente un militare  dei suoi alla Casa Bianca, spazzando via i vari Biden, Trump, Pence o Harris. Per il resto i dati tragici su cui riflettere sono proprio quelli datici in questi giorni dai “veterani” Usa: la guerra senza fine dei Bush e dei Blair, degli Obama e dei Clinton, del Pentagono e dei neocon ha prodotto qualcosa come centinaia di migliaia di vittime musulmane innocenti, mutilati, sfollati, bambini orfani privati di qualsivoglia futuro, bambini bruciati vivi con ferite permanenti irreparabili, campi della morte e delle torture insediati in vari luoghi di Europa e Usa, ma soprattutto, il soprattutto è naturalmente per il Pentagono e per i “veterani”, circa 20 mila soldati occidentali – per lo più americani – uccisi spesso per mano diretta di al Qaeda e Taliban ma in altri casi per mano di altre fazioni islamiche, un numero imprecisato che cresce di giorno in giorno, si viaggia sulle decine e decine di migliaia, di soldati americani che soffrono di “stress da al Qaida” o disturbo psicologico post-traumatico. Molti marines rientrati da Iraq e Afghanistan abbandonano le famiglie e scelgono la vita da barbone e vagabondo sotto i ponti, altri si suicidano, altri ancora spariscono dalla circolazione e divengono irreperibili per i loro stessi famigliari. Il destino dei suoi figli, dei suoi “patrioti”, dei suoi soldati è il destino di un Impero declinante e umiliato su tutti i fronti. La crisi d’identità della “democrazia di Dio” e del fondamentalismo giudeo-cristiano nordamericano ha prima prodotto  l’antiglobalismo trumpiano, ora addirittura il rifiuto dell’intera storia americana (Cancel Culture), concepita da una nutrita schiera di giovani o professori americani come storia di esclusiva barbarie e regresso.

La teoria del complotto mostra il fiato corto di fronte all’ascesa sul piano del dominio globale dell’Asse Confuciano-Islamico. Leggevamo con difficoltà il 9/11 alla luce del radicale scontro di posizioni e fazioni della Repubblica Islamica dell’Iran: se i riformisti filo-occidentalisti e i “populisti” di Ahmadinejad spiegavano l’attentato alle Torri Gemelle alla luce della teoria del complotto, la fazione rivoluzionaria dei Pasdaran che rispondeva e risponde direttamente alla Guida Suprema rafforzò viceversa il dialogo politico e militare con la Resistenze sunnite,afgana e irakena in particolare, subito dopo l’invasione di civiltà del 2002. Lo stesso si potrebbe dire dell’Hezbollah libanese.

Peraltro, il fatto che l’esponente più rilevante dell’intelligence italiana rispondente proprio al Pentagono, Francesco Cossiga, avesse sposato la teoria del complotto sul 9/11 finì per suscitarci più d’un punto interrogativo in proposito. Di recente, Gioele Magaldi, interessante analista di sponda atlantista e keynesiana che ha promosso l’operazione “Draghi sovranista” e antiglobalista dal febbraio 2020, ha addirittura paragonato l’incendio di Notre-Dame (15 aprile 2019) al 9/11 di Macron. La teoria del complotto è diventata così un minestrone dai mille sapori, di fatto inservibile e non potabile. E’ politicamente del tutto inutile perderci ancora tempo.

Parlano perciò i dati, le strategie di civiltà, le identità profonde e reattive che non solo non muoiono ma avanzano più dei complotti mandati in frantumi sui campi afgani, irakeni, siriani, yemeniti, libanesi e iraniani. I dati interessanti, gli unici veramente tali e storicamente decisivi che si ricorderanno tra un secolo, ricorderanno che l’Occidente ha perso la guerra di civiltà con l’Islam. Tra un secolo non sappiamo come e se parleranno di Coronavirus ma sicuramente sappiamo che parleranno dell’Islam politico su cui si è schiantato il Pentagono con tutti i suoi sogni di dominazione globale. E ora?

Le nuove prospettive

Come detto, vediamo anzitutto l’avanzata strategica di un fronte Confuciano-Islamico, ormai nuovo soggetto di civiltà e di civilizzazione. L’Iran del Generale Hajj Qasem Soleimani e del legislatore Sayyd E. Raisi e la Kabul di nuovo taliban dall’11 settembre 2021, nuovi padroni delle frontiere insanguinate del Grande Medio Oriente e nuovi arbitri degli spazi geopolitici intercontinentali in via di definizione, sono ora disponibili alla cessione di una fondamentale fetta del potere mondiale al mandarinato Confuciano e Nazionalista dell’Impero di Mezzo. Vediamo la Turchia di Recep Erdogan conquistare spazi strategici, con un equilibrismo tattico che deve al suo grande statista. E’ in marcia altresì un esercito infinito e inarrestabile, un movimento perpetuo del mondo come lo definisce Parag Khanna, in base al quale l’Europa, vittima della bomba demografica africana e asiatica, sarà destinata a sparire come soggetto culturale a meno che non sappia ridefinire la propria identità in senso eurorusso. Vediamo tra l’altro a lato due significativi elementi strategici che potrebbero entrare a breve termine in campo.

Il primo è rappresentato dal nuovo Global Britain successivo alla Brexit. Il nuovo Nazionalismo britannico sta ormai dando segnali di chiara autonomia strategica dagli storici alleati yankee, siano essi trumpiani o bideniti. E’ il tentativo storico, in atto, da parte di Londra di riprendere sulle proprie mani il destino di un Occidente ormai allo sbando e privo di guida.

Il secondo è rappresentato dall’ascesa silenziosa ma attivistica, come è nelle corde di un genio di Stato come Narendra Mohdi, dell’Hindutva sul piano dell’assalto al nuovo potere globale Confuciano-Islamico. Mohdi, che non è un avventuriero, che non è un sionista, nè un atlantista, nè un liberista come i panzer d’attacco della propaganda sinistrata internazionalista con una ottica sumprematistico-occidentale amano ripetere, il semaforo verde di Mosca per lanciare il possibile assalto al nemico di civiltà e riportare la gloriosa millenaria India al centro degli spazi mondiali. L’uomo forte della Federazione russa, Sergej Sojgu, il massimo rappresentante politico di quelle elite combattentistiche wagneriane che hanno vinto in Siria, in Libia, in Sudan, in Birmania, a Caracas e hanno riconquistato determinanti spazi vitali nell’Ucraina russofila (unica pesante sconfitta in Mozambico dovuta agli insorti islamici), saprà di sicuro – se necessario – coadiuvare il leader nazionalista indiano meglio di chiunque altro.

L’eventuale formazione di un blocco Anti-egemonico russo indiano che dall’attuale fase tattica si concretizzi in un vero e proprio Asse Storico e Strategico dipenderà soprattutto dalla proiezione di profondità del Nazionalismo Confuciano di Pechino. Ove la Cina confuciana, spinta dalla crescente pressione sociale e demografica interna, ripeterà l’errore del Giappone Shintoista degli Anni trenta e quaranta trasformando l’iniziale, legittimo, ideale di armonia nazionalistica differenzialista panasiatica in Imperialismo egemonico han – sia esso economico, politico o militare non cambia in sostanza molto – la fase tattica di attuale coordinamento militare tra Mosca e Dehli si consacrerà in vero e proprio fronte politico intercontinentale.




LA STRAGE DI KABUL

Riceviamo da un lettore

* Nella foto combattenti dello Stato Islamico della provincia del Khorasan

Perché non crediamo nel complotto

Il 26 agosto 2021 ambienti di peso dell’intelligence di Mosca dichiaravano che dal maggio 1945 per la prima volta nella storia il potere imperiale statunitense perdeva la sua supremazia globale. E’ un fatto definitivo. La sconfitta americana del 2021 ha quindi, per i militari nazionalisti russi, un valore centrale e decisivo nella storia contemporanea. Non si parla, per ora, di mondo multipolare avanzante o di “Secolo Confuciano Cinese” o di “Offensiva controegemonica nazionalista e antimperialista Russo/Indiana”, ma di fine della supremazia mondiale statunitense. Questo è perciò l’elemento fondamentale da cui ripartire.

Poche ore dopo scoppiava la strage di Kabul. La dinamica della strage è ancora molto confusa e poco chiara. Il bilancio attuale è di 13 marines uccisi, 48 talebani caduti in battaglia contro l’ISKP (1) e un numero imprecisato di civili, a nostro avviso purtroppo si andrà oltre i 120 (2). La dinamica dell’attentato rimanda allo stile Isis. Il primo attentatore suicida si è fatto esplodere nel canale fognario che viene usato in questi giorni per accedere all’Abbey Gate aggirando i varchi controllati, ovvero per accedere al punto di ingresso, un tempo britannico, dell’Hamid Karzai International Airport. Le pareti del canale hanno inevitabilmente amplificato quello che si definisce in termini fisici il paradosso idrodinamico macerando corpi e brandelli di residuali pelli smembrate in un vortice di rovine e sangue a cui gli afghani sono purtroppo abituati. Poco dopo la prima esplosione abbiamo un secondo evento nella Darulam Road: i miliziani taliban corrono alla controffensiva e affrontano con ammirevole e puro eroismo patriottico, con totale sprezzo del pericolo i terroristi dell’Isis, che hanno cariche di esplosivo pronte a deflagrare, andando incontro alla morte sicura e certa per salvare donne e bambini Pathan e l’onore stesso della gente Pashtun (3). I giovani militanti talebani cadono a decine, facendosi dilaniare dagli esplosivi messi in azione dai terroristi, proprio per salvare quei “civili” che stanno fuggendo, quei “civili” che in realtà sono stati quasi totalmente negli anni recenti al servizio del nemico di civiltà e sul libro paga dell’invasore americano e occidentale. “Civili” quindi che in gran parte dei casi hanno operato su lauto compenso in azione di controspionaggio dei servizi angloamericani e occidentali. Pare che in seguito vi siano state altre esplosioni, ma si tratterebbe di esplosioni controllate, una sorta di disinnesco di ied da parte degli stessi marines. Va precisato, riguardo ai molti commenti un po’ superficiali di fior di analisti che andiamo leggendo in queste ore, che farsi esplodere in un contesto di massa di civili non corazzati e non addestrati è facilissimo. Basta una persona che vuole ottenere lo scopo e si ottiene il massimo risultato. Incolpare la sicurezza talebana per questo è francamente fuori dal mondo.

Aeroporto di Kabul

I talebani andrebbero semmai accusati per aver implicitamente accettato le condizioni di Joe Biden e del Pentagono di fare dell’aeroporto il punto di smistamento di massa e di evacuazione. I taliban avrebbero potuto usufruire dell’esperienza acquistata sul campo dal controspionaggio che ora fugge in massa da Kabul, cercando di trattenerlo a Kabul con serie proposte di rinascita nazionale e economica e evitando la fuga di massa che ha fatto il gioco della propaganda neo/colonialista. Per il resto, negli ultimi dieci anni attentati di questo tipo si sono verificati con tragica e sorprendente regolarità a Kabul. Ora abbiamo in Occidente un pianto collettivo isterico solo per la tremenda figura morale e d’immagine fatta da Joe Biden e dalla Kamala Harris o perché si ha la consapevolezza che questo evento significa la sconfitta del potere mondiale statunitense. Quando dal 2001 a oggi morivano ogni anno migliaia di bambini afghani di ogni etnia e religione, anche cristiani, per mano di terroristi o presidenti democratici insigniti del Nobel per la Pace non fregava nulla a nessuno, nemmeno al “papa buono” che ha una lacrimuccia per tutti, anche per il movimento gender! Quindi evitiamo di cadere nei tranelli mediatici neocolonialisti, neosuprematisti e neorazzisti.

La strage e la lotta di fazione nel movimento talebano

L’Isis (ISKP) compariva in Afghanistan nel 2015. Le uniche forze che sono riuscite a sconfiggerlo, dopo i tentativi falliti del governo Ghani e dei marines statunitensi o dei militari britannici, sono state le “unità della fede” del movimento talebano. Tale vittoria, più di tutto il resto, ha sancito e legittimato la affermazione regionale del movimento talebano con gli invasori americani più volte sconfitti sul campo dall’ISKP. Va compreso che abbiamo tre fazioni egemoni nel movimento talebano: la componente politica “nazionalista” e pragmatica del Sud, che è la più forte e quella si è anche imposta sul campo negli anni, forse la più fedele al movimento originario del Mullah Omar; la componente alternativa del Sud/Est (Haqqani) e quella del Nord (più estremista sul piano religioso, comprendiamo in questo fronte la stessa Shura di Peshawar), che contestano alla fazione meridionale “nazionalista e possibilista” il diritto di controllare il processo decisionistico politico finale. Si noti che la conquista di Kabul (15 agosto) da parte degli Haqqani e di quelli dell’Est rimane tuttora enigmatica. In realtà, data l’esperienza e l’antica militanza sul campo, spettava ai meridionali “liberare” simbolicamente la capitale. La presenza inaspettata dei talebani dell’Est ha fatto sorgere le prime frizioni interne e il sospetto che i servizi pachistani (ISI) abbiano giocato un ruolo decisivo in questo effetto sorpresa contro “i politici” del Sud. Gli Haqqani sono peraltro gli afghani più vicini allo stesso Movimento dei Talebani pachistani (TTP) ed è probabile che i servizi di Islamabad, nonostante perseguitino in loco i loro talebani, tentino di utilizzare gli Haqqani nella tradizionale logica del divide et impera dell’Afghanistan. La strage potrebbe ridefinire perciò i rapporti di forza interni al movimento, dando più fiato e più peso agli estremisti religiosi contro i possibilisti politici. Qui si potrebbero inserire i neocon e il Pentagono. Speriamo di no ma i presupposti vi sono tutti.

La strage e il contesto internazionale     

La strage non è un complotto o se vi fosse stata l’ipotesi operativa di complotto la potremmo dichiarare tranquillamente fallita. Il Complotto è la guerra di civiltà in corso dal 2001. Joe Biden, debole e mortalmente ferito nel suo orgoglio di grande imperialista americano che non può più fare l’imperatore perché il suo posto è occupato (Xi Jinping), ha però con assoluta determinazione precisato che vi sarà vendetta ma isolata e circoscritta, ammesso e non concesso il nuovo governo di Kabul dia il permesso allo straniero di varcare le frontiere del Waziristan. Speriamo proprio di no: starebbe al Movimento talebano, come ha già fatto negli anni recenti, decapitare e annientare sul campo il terrorismo. Joe Biden, Kamala Harris, Blinken e il Pentagono, per quanto in un modo che denota tutta la spaventosa decadenza dell’americanismo imperialista, seguono nei fatti la linea nazionalista, autarchica, keynesiana e non interventista di Donald Trump. Chi parlava nel novembre 2020 di un possibile Obama III alla Casa Bianca, con Biden e Kamala, ha sperimentato in questi mesi una doccia non solo ghiacciata, ma di più!, sull’epidermide. Obama, il Potus dei neocon, fu in sostanza un Bush III e un Bush IV. Biden/Harris è invece un Trump II, un nazionalismo americano puro con tutto il corollario ideologico e retorico di classe media forte e assistita non troppo inquinata dagli immigrati (Harris dixit Giugno 2021). E’ vero, ci mancherebbe, che ora il Pentagono tenterà di controllare il “Cuore del Mondo” – lo strategico crocevia afghano – tramite compagnie finanziarie e tecnologiche private o tramite una permanente guerra civile che danneggi la Cina, ma non sarà chiaramente lo stesso ammesso, e dubitiamo, vi riuscisse. E’ vero, che ora i Democratici Biden Harris Blinken e il Pentagono tenteranno un’alleanza strategica esplicita con i settori più estremisti del movimento talebano per azzoppare la fazione pragmatica e nazionalista del movimento, ci può stare. ma dubitiamo sui risultati certi che molti già vi vedrebbero. Perché non sarà lo stesso? Perché il 2021 è una data spartiacque? Va considerato che l’odierna guerra mondiale, ancora più delle due guerre dello scorso secolo, è una guerra totale di informazione, conoscenza, servizi e controllo di dati. Ben oltre i droni e le tecnologie. Non aver il possesso diretto e immediato del flusso decisivo di info/dati/servizi/movimenti in un crocevia strategico come l’Afghanistan significa essere di fatto sconfitti e estromessi. Starà ora ai confuciani cinesi mostrare di essere all’altezza del loro compito strategico. Russi, indiani, turchi e defilati gli stessi americani attendono Xi Jinping al varco. Vedremo, solo negli anni futuri, se la odierna sonora sconfitta statunitense è una ritirata strategica, una eclisse o un vero e proprio tramonto dell’Impero.

Note

  • ISKP è la sigla dell’Isis afghano: Stato Islamico della provincia del Khorasan è appunto il braccio afghano dell’Isis.
  • Fonti pakistane e russe parlano di 48 talebani caduti in battaglia contro il terrorismo, fonti americane invece di 29 talebani uccisi dall’ISKP.
  • Si consideri che le frazioni meridionali, più nazionaliste in senso pathan, del Movimento Talebano considerano l’Isis un movimento arabo/occidentalizzato, nichilista, terrorista, violento e perciò del tutto estraneo alla dimensione sacrale della civiltà musulmana.



IL DILEMMA RUSSO di Moreno Pasquinelli

Fiumi di inchiostro sono utilizzati a commento del bilaterale tra Biden e Putin a margine del G7. Una melassa indigesta di luoghi comuni, condita all’occorrenza di gossip e pseudo-retroscena su quello che i due capi di stato si sarebbero detti e su ciò su cui avrebbero trovato un accordo. La verità è che mai come adesso certi “dettagli” debbono essere tenuti segreti all’opinione pubblica. Il prodotto e gli effetti di questo incontro li vedremo nei prossimi anni. Non resta che svolgere delle deduzioni le quali, beninteso, per essere validate debbono passare il vaglio della realtà effettuale.

Certo i due avranno discusso di cyber war, di Ucraina, Siria e Libia; degli arsenali nucleari e di come evitare una guerra atomica che nessuno potrà vincere. Il tema centrale che Biden avrà tentato di mettere sul tavolo, noi riteniamo, è stato tuttavia quello della Cina. Per la precisione: Biden avrà cercato — visto che è la Cina che gli USA considerano il nemico strategico più temibile —, di portare dalla sua parte Putin o, quantomeno, di ottenere la sua neutralità in caso di una escalation.

Non sappiamo cosa Putin abbia risposto e se abbia risposto. Forse ha preso tempo, visto che l’élite russa, rispetto a queste prevedibili avances yankee, è divisa assai. Putin torna a Mosca sapendo che prima o poi una risposta dovrà essere data. Si può supporre che da astuto negoziatore, e per nome di un impero che alle spalle dell’ostentato wilsonismo e della tanto cianciata difesa dei diritti umani, Biden avrà fatto delle offerte a Putin in cambio, se non di un aperto appoggio, della neutralità russa in merito alla politica di duro contrasto alla Cina. Nel mercato imperialistico delle vacche avrà assicurato il non ingresso dell’Ucraina nella NATO, di chiudere gli occhi sul North Stream, di accettare l’instabile equilibrio in Siria e Medio oriente e nel Mediterraneo orientale.

Putin torna quindi a Mosca con nel paniere alcune promesse da parte americana ma con un gigantesco dilemma: che fare rispetto alla crociata yankee contro la Cina — di contenimento economico e geopolitico e, ove si rivelasse inevitabile, bellica? Dilemma tormentoso poiché Putin sa bene almeno tre cose: (1) che Pechino, pur attrezzandosi alla bisogna, vorrebbe in ogni modo evitare un conflitto catastrofico con gli Stati Uniti, ovvero vorrebbe trovare con Washington un equilibrio globale di more uxorio; (2) che ove Cina e USA riuscissero a trovare un accordo strategico questo non potrebbe essere che a spese della Russia; (3) terza cosa: mai fidarsi degli yankee, abili nel fare il doppio gioco e nell’agire su più tavoli, ovvero sapendo che gli USA potrebbero effettivamente accettare un compromesso con Pechino a spese di Mosca — prospettiva questa auspicata da pezzi importanti del deep state americano, da settori potenti della grande borghesia economico-finanziaria yankee, dalla Ue e per finire dall’élite globalista che furoreggia per il Grande Reset.

Questo è il grande gioco con cui è iniziato il XXI secolo, in cui la Russia è la “variabile decisiva”.

Al riguardo non possiamo quindi che ribadire quanto scrivevamo nella TRAPPOLA DI TUCIDIDE:

«Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. (…) Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento».

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LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

30 marzo 2021

Non c’è bisogno di ricorrere all’empirismo scettico di D. Hume per capire che nella dimensione del divenire storico-sociale non c’è rapporto univoco e lineare tra causa ed effetto. Si può anche essere più assertivi ed affermare senza possibilità di smentita che: (1) posta una causa da questa possono venire multipli e imprevedibili effetti; (2) viceversa, ogni effetto, ogni fenomeno, è il risultato dell’interazione  di diverse cause; (3) così che l’effetto è, per sua natura, più ricco e fecondo di possibilità della causa o del concorso di cause che l’ha prodotto.

Si può discettare a lungo se ci possa essere una filosofia della storia, se, posta l’inattendibilità della aristotelica causa efficiente, valga invece il principio anti-teleologico di W. Wundt della eterogenesi dei fini. Sia come sia, dal momento che la storia ha cacciato il determinismo dalla porta, è bene che non lo si faccia rientrare dalla finestra. Come ebbe a dire uno che di politica è stato grande stratega, la politica è un’arte, non una scienza. Non lo è appunto perché non vale il determinismo. Detto altrimenti: l’azione politica (poiché d’azione finalizzata ad uno scopo qui si parla) deve tener conto di diversi ordini di realtà. Non ci sono solo le leggi economiche, non ci sono solo le costanti geopolitiche, non ci sono solo strutture e sovrastrutture statuali. Se l’azione politica chiama in causa l’intervento attivo delle masse qui entrano in gioco variabili che hanno a che fare con fattori quali la passione, il sentimento, il mito. Fattori che sono quindi destinati a mescolarsi con quelli, in ultima istanza decisivi, quali la ragione e la coscienza.

Vale dunque nel mondo storico-sociale il principio dell’indeterminismo? La risposta è sì, posto che questo principio tira in ballo il rapporto biunivoco tra soggetto e oggetto; e posto che esso non implica né il caos — vedi la storiella secondo cui un battito d’ali di una farfalla in Cina provoca un tornado negli Stati Uniti —, né il dominio metafisico del caso. Vale invece l’idea della contingenza, o l’incontro tra causalità e accidentalità.

Ciò che vale per chi l’ordine di cose esistenti vuole rovesciare, vale a maggior ragione per chi viceversa vuole conservarlo.

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Dopo il crollo dell’URSS e l’11 settembre, l’ambizione di Washington era quella d’imporre e stabilizzare un ordine monopolare — meglio noto come Project for the New American Century. Questa pretesa è fallita per diverse e concomitanti ragioni. Due fattori balzano agli occhi: il risorgimento della Russia come grande potenza militare e la poderosa avanzata cinese. Senza dimenticare che quella brama egemonica si schiantò sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il collasso finanziario del 2007-2009, ponendo fine al mito della società opulenta, fece il resto.

E’ venuto così avanti il tanto strombazzato “ordine policentrico o multipolare”. Concetto non solo ambiguo, ma fasullo e deviante. Il concetto farebbe pensare ad un equilibrio, per quanto disarmonico e conflittuale, tra potenze nascenti e declinanti. Concetto fasullo visto che non solo non c’è alcun equilibrio, c’è invece squilibrio, così che dovremmo dire che siamo dentro ad un “disordine multipolare”.

Sì, per chi scrive il mondo sta entrando in quella che per convenzione è stata definita la Trappola di Tucidide: è già in atto tra potenze nascenti e declinanti una competizione dura per la supremazia mondiale e detta competizione ha un’alta probabilità di sfociare in una guerra su larga scala. Allora fu Sparta a scatenare il conflitto per arrestare la crescente egemonia della potenza ateniese. Oggi chi avrebbe interesse a scatenare una nuova devastante guerra globale (ciò non implica che essa sia destinata a sfociare in terza guerra mondiale, visto che potrebbe concentrarsi in un singolo pur grande scacchiere mondiale, e non coinvolgere necessariamente vasti schieramenti internazionali)?

Non è difficile rispondere a questa domanda: sono gli Stati Uniti d’America. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi la principale potenza mondiale —ovvero prima potenza nei campi militare, economico, finanziario, scientifico e culturale —, ma tutti i dati ci dicono che sono una potenza al tramonto, mentre la Cina, prima o poi, è destinata a prendere il sopravvento. La domanda è d’obbligo: ha mai accettato una grande potenza imperiale o imperialista di consegnare ad un’altra concorrente lo scettro della sua supremazia? La risposta è no.

Chi ha visto nel trumpismo la rinascita della tradizionale corrente isolazionista americana si sbagliava. L’isolazionismo è un lusso che nessun impero può permettersi. Per usare una metafora: il trumpismo era l’imperialismo americano che faceva un passo indietro, prendere la rincorsa, e quindi fare un nuovo balzo in avanti. L’arrivo di Joe Biden, all’insegna dell’aggressivo e urticante slogan America is back!, è espressione della consapevolezza che anche il passo indietro è un’opzione che l’impero non può permettersi; che solo una strategia multilaterale e asimmetrica d’attacco può sbarrare la strada alla Cina. Di qui, nel caso non si riesca ad azzoppare l’Impero di mezzo, la possibilità, per meglio dire, l’alta probabilità, che il Deep State americano stia considerando come inevitabile lo sbocco bellico. Quando questi Dr. Stranamore si proiettano nell’orizzonte dell’inesorabile è certo che essi vogliano tentare di attaccare per primi, poiché ciò darebbe loro il grande vantaggio della sorpresa e di scegliere il campo da gioco.

Manco a dirlo nell’equazione c’è una variabile decisiva, quella russa. La forza d’urto militare ricostruitasi sotto il regno di Putin è talmente poderosa che la sua eventuale discesa in campo a favore dell’uno o dell’altro potrebbe determinare l’esito del conflitto. Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. Washington, del resto, non può permettersi di combattere una guerra su due fronti, nel Pacifico contro la Cina e in Europa e Medioriente contro la Russia — semmai al Pentagono immaginano una guerra in due tempi. Come ci indicano sia il primo che il secondo conflitto mondiale, si sa come le guerre iniziano, non come finiscono. Nemmeno Stalin voleva entrare in guerra, e per questo siglò un patto con Hitler, sperando che la sua vittoria ad Occidente, l’avrebbe non solo trattenuto dall’aggressione a oriente, ma saziato. Non fu così e l’errore (l’aver abbassato la guardia) fu pagato a carissimo prezzo. Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento.

Impostori e sicofanti, ovvero gli italioti, fanno il verso all’élite americana, agitando lo spauracchio cinese, alimentando, chi apertamente e chi a mezza bocca, la guerra di propaganda (che com’è noto anticipa sempre, perché propedeutica, quella militare vera e propria). Tentare di convincerli è tempo perso, che si sono già messi l’elmetto in nome dell’atlantismo. Molti sono gli incerti ed i confusi. Va spiegato loro che se in generale non è mai stata la potenza nascente a cercare il pretesto della guerra, ciò vale ancor più oggi per la Cina. L’élite cinese lavora sui tempi lunghi; non di guerra ma di stabilità ha bisogno, e questo implica guadagnare tempo. E va quindi spiegato agli italiani che per il nostro Paese è più necessario che mai, tanto più con l’arrivo di Biden, sganciarsi dalla NATO, poiché restarci dentro implica essere trascinati in una guerra che non potrà che condurci nell’abisso, sempre meno nazione sovrana, condannati a diventare insignificante e disarmato protettorato coloniale della potenza che dovesse uscire vincente.

Trump non c’è più, è arrivato Biden. Nel nuovo contesto, per quanto il fatto complichi e di molto la nostra battaglia, ciò significa che l’uscita dalla Unione europea chiama in causa, lo si voglia o meno, anche lo sganciamento dalla NATO.

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Cosimo de’ Medici sembra avesse detto a Savonarola che “Gli stati non si governano coi paternoster”. Ci dice il Machiavelli che Savonarola rispose che quel precetto fosse “di tiranni e non di veri principi”. Prima o poi dovremmo lasciarci alle spalle il “momento Polanyi” per entrare nel “momento machiavelliano”. L’Italia, ridotta in cenci, ha bisogno più che mai di un Nuovo Principe, di un gramsciano Partito rivoluzionario, di un profeta armato che chiami il popolo all’azione. Azione che tra tutte le “virtù” Machiavelli considerava la più importante.




LA SOVRANITA’ ITALIANA IN UNA PROSPETTIVA STORICA di Andrea Zhok

Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell’Italia in rapporto agli USA.

«Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale.

In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo- dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori.

La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?».

Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.

Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell’Italia.

Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l’Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano.

Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto.

Siamo dunque poco più di un’espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco.

Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei “servizi segreti deviati” nella politica italiana (“strategia della tensione”), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta.

Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari.

Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi.)

Questa è la situazione e, come dice correttamente l’ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).

I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l’essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l’essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po’ le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato.

Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA.

Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera.

Per quelli che si riempiono la bocca di ‘libertà’ è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.

In questo contesto, c’è qualcosa che possiamo fare? C’è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato?

Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. E’ lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico – e inarrivabile -, che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.

Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano.

Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un’emulazione goffa del modello americano.

Non paga del colonialismo materiale, economico e politico una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinata nel sistema mediatico, cerca h24 di ridurre l’Italia anche ad una colonia culturale.

Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.)

Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un’inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.

E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere.

E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango.

E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald’s, rimane un’ampia cultura diffusa della buona alimentazione.

Ecc. ecc. …

Il punto di fondo credo sia il seguente.

Nel medio-lungo periodo l’unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale.

Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo.

E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.

* Fonte: Sinistra in rete




COVID: LO SCANDALO CHE SCUOTE GLI STATI UNITI di Federico Punzi*

I Fauci Files: ecco perché la tesi dell’origine artificiale del virus doveva essere screditata

«L’avvertimento ai vertici del Dipartimento di Stato: non continuate con l’indagine sull’origine del virus, perché aprirebbe un “vaso di Pandora”. La possibilità che il virus fosse il risultato di esperimenti di “gain-of-function” nei laboratori di Wuhan finanziati anche con fondi governativi Usa mise in allarme Fauci e il suo staff, come si evince dalle email pubblicate nelle scorse ore. I vertici del Dipartimento di Stato furono “avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19”, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti Usa alla ricerca del Wuhan Institute of Virology, rischiando di aprire un “vaso di Pandora”… Pompeo conferma l’intensa opposizione all’indagine di funzionari del Dipartimento di Stato e dell’intelligence (“contentious battle”)

Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive Usa (NIAID) e consigliere della Casa Bianca sul Covid, fu avvertito già nel febbraio 2020 della possibilità che il coronavirus responsabile della pandemia fosse stato creato in laboratorio, che si trattasse di un virus “ingegnerizzato”. Un’ipotesi che, nonostante fosse presa seriamente in considerazione nei messaggi via email con i suoi autorevoli interlocutori, Fauci ha pubblicamente scartato e ridicolizzato per mesi, tranne poi ammettere pochi giorni fa di ritenerla plausibile.

È quanto emerge – oltre alla sua sottovalutazione del virus e alle contrastanti versioni sull’utilità delle mascherine – dalle email scambiate da Fauci tra il gennaio e il giugno 2020 e ottenute legalmente, tramite Foia (Freedom of Information Act), dal sito Buzzfeed e dal Washington Post (che nel frattempo è corso a ritoccare i suoi titoli fino a 15 mesi fa, in una doppia operazione di insabbiamento).

Nelle email Fauci sembra prendere abbastanza seriamente l’ipotesi, avanzata da alcuni suoi colleghi, della creazione del virus in laboratorio e di una sua accidentale uscita, ma allo stesso tempo, in pubblico, la escludeva categoricamente, e ripetutamente, ridicolizzandola (“circular argument”), anche dopo che il presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo avevano cominciato ad esercitare pressioni sul regime di Pechino sull’origine del virus e la sua mancanza di trasparenza.

Lo stesso Fauci oggi, con nonchalance, si dice “non convinto” dell’origine naturale del virus e, riguardo l’incidente di laboratorio, ammette che “that possibility certainly exists”. Ma in quelle settimane iniziali, quando almeno nei suoi messaggi privati prendeva in seria considerazione l’origine artificiale del virus, Fauci ha aggiornato la Casa Bianca su queste ipotesi?

Dalle email emerge, o meglio trova conferme, anche una possibile spiegazione della condotta di Fauci: sapeva che il principale sospettato per il presunto leak del virus era il Wuhan Institute of Virology, al quale erano arrivati nei 5 anni precedenti circa 600 mila dollari dal NIAID, da lui diretto, tramite la ong EcoHealth Alliance. Fondi che in audizione al Senato lo scienziato ha ammesso di non poter garantire che non siano stati usati dall’istituto cinese per esperimenti di “gain-of-functions”.

Ma procediamo con ordine.

Il 31 gennaio 2020, Fauci manda una email ai ricercatori Kristian Andersen, immunologo che dirige un laboratorio in genomica virale presso lo Scripps Research Institute, con sede a La Jolla, California, e Jeremy Farrar, direttore della fondazione di ricerca in campo sanitario Wellcome Trust. In questa email segnala loro un articolo uscito su Science intitolato “Mining coronavirus genomes for clues to the outbreak’s origins”, accompagnandolo con poche parole: “Questo è uscito oggi. Potreste averlo visto. Se no, è interessante per la discussione in corso”.

Ancora più eloquente è la risposta che Fauci riceve un paio d’ore dopo da Andersen: “Il problema è che le nostre analisi filogenetiche non sono in grado di valutare se le sequenze siano insolite rispetto alle singole sostanze, a meno che non siano completamente sballate”. Ma osserva: “Le caratteristiche insolite del virus costituiscono una parte davvero piccola del genoma (<0,1%), quindi bisogna guardare molto da vicino tutte le sequenze per vedere che alcune delle caratteristiche (potenzialmente) sembrano ingegnerizzate“. “Abbiamo una buona squadra dedicata a valutare molto seriamente” questa ipotesi, aggiunge Andersen, e “dopo le discussioni di oggi, Eddie, Bob, Mike, ed io tutti troviamo il genoma in contrasto con le aspettative della teoria evoluzionistica”, anche se “ulteriori analisi devono essere fatte”.

Due giorni dopo, l’altro scienziato incluso nello scambio precedente, Farrar, segnala a Fauci un articolo di ZeroHedge intitolato “Coronavirus Contains ‘HIV Insertions’, Stoking Fears Over Artificially Created Bioweapon” (per il quale ZeroHedge si vide sospeso l’account Twitter). Si tratta dello studio indiano, poi frettolosamente ritirato, in cui si sosteneva la presenza nel coronavirus di “innesti di HIV”, per renderlo più infettivo – conclusione a cui sarebbe giunto anche il biologo Premio Nobel Luc Montagnier. Nelle settimane successive sarebbe divenuta l’ipotesi bollata come la più strampalata. Fauci che fa, ignora l’email? La cestina? No, inoltra tutto lo scambio a Francis Collins, direttore del National Institutes of Health (NIH), chiedendogli: “Do you have a minute for a quick call?”

Il 16 aprile 2020 Collins manda a Fauci una email (oggetto: “conspiracy gains momentum”), con il link ad un servizio di Fox News sull’ipotesi della fuga da laboratorio: secondo diverse fonti “c’è una crescente fiducia che il virus – Covid-19 – sia uscito da un laboratorio di Wuhan”. Ma il testo sia dell’email di Collins sia della risposta di Fauci è oscurato.

Erik A. Nilsen, dottorato in fisica applicata, in una email di marzo avverte Fauci che “i dati pubblicati dalla Cina non sono solo spazzatura, hanno ingannato il mondo inducendo un falso senso di sicurezza”, e che il Covid-19 potrebbe diventare uno “tsunami negli Stati Uniti”. E aggiunge: “Credo che abbiamo perso il controllo molto tempo fa”, spiegando di aver appreso che 5 milioni di persone hanno lasciato Wuhan il 22 gennaio, prima che la Cina chiudesse la città, e si sono “disperse” in oltre 13 mila luoghi diversi. Cosa fa Fauci? Inoltra l’email ad un suo collaboratore: “Too long for me to read”.

Ma l’email forse più imbarazzante per Fauci è quella in cui riceve il messaggio di “ringraziamento personale”, per aver sostenuto l’origine naturale del virus e smentito l’ipotesi della fuga da laboratorio, da Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, ente nonprofit che ha usato 3,4 milioni di dollari di fondi governativi Usa per finanziare diversi enti di ricerca cinesi, tra cui l’istituto di Wuhan da cui si sospetta che possa essere fuoriuscito il virus.

“Volevo solo ringraziarti personalmente a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per esserti pubblicamente opposto e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale del Covid-19 da uno spillover tra pipistrelli e umani, non una fuga da laboratorio dall’Istituto di Virologia di Wuhan”.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, con i fondi del NIH la EcoHealth Alliance ha finanziato la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli cinesi, e in particolare il Wuhan Institute of Virology per un totale di 598 mila dollari (133 mila l’anno dal 2014 al 2018 e 66 mila nel 2019). Un finanziamento di 3,7 milioni di dollari era stato rinnovato nel 2019, ma cancellato nell’aprile 2020 dall’amministrazione Trump.

Fauci (NIAID) e Collins (NIH) hanno più volte negato che i fondi siano stati utilizzati per la ricerca denominata “gain-of-function”, ma entrambi hanno ammesso che non c’è modo di sapere se l’istituto cinese non li abbia effettivamente utilizzati almeno in parte a quello scopo. Anche perché, osserviamo, i fondi sono arrivati per via indiretta al WIV.

Come ha ricordato ieri Enzo Reale su Atlantico Quotidiano – nella ricostruzione più completa ad oggi disponibile sull’ipotesi dell’origine artificiale del virus – nel dicembre 2019, poco prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, lo stesso Daszak spiegava con un certo compiacimento nel corso di un’intervista come i ricercatori del WIV avevano riprogrammato la proteina spike e generato coronavirus chimerici in grado di infettare topi “umanizzati”. Lo stesso Fauci, in un articolo del 2012 per l’American Society for Microbiology, spiegava che i rischi connessi ai procedimenti di gain-of-function erano “ampiamente compensati dai benefici della manipolazione dei virus”.

Si capisce quindi perché Fauci potesse essere preoccupato che prendesse piedi la tesi di una origine del virus dal Wuhan Institute of Virology e perché, come vedremo, temeva potesse emergere un collegamento tra il suo istituto e gli esperimenti di “gain-of-function” condotti nei laboratori cinesi da cui si sospetta sia uscito il virus.

A far scattare l’allarme è l’email in cui Andersen parla di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“. La mattina del giorno dopo, l’1 febbraio, Fauci scrive una email (oggetto: IMPORTANT, in capital letters) al suo vice, l’immunologo Hugh Auchincloss, preallertandolo: “È essenziale che parliamo questa mattina, tieni il telefono acceso… Leggiti il paper e l’email che ti inoltrerò. Hai compiti oggi che devono essere svolti”.

Il paper accademico allegato, intitolato “A Sars-like cluster of circulating bat coronaviruses shows potential for human emergence”, è co-firmato da Shi Zhengli, ormai nota alle cronache come bat-woman, la principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology, e da Ralph Baric della North Carolina University. Ed è del 2015 – lo stesso periodo dei finanziamenti del NIAID, via EcoHealth Alliance, ma anche della moratoria Usa sugli esperimenti di gain-of-function, in attesa di elaborare linee guida. Nel paper si presentavano i risultati dei ricercatori cinesi e americani nella manipolazione dei coronavirus per comprendere meglio come possono infettare gli essere umani attraverso l’enzima ACE2, proprio la peculiare capacità del coronavirus che provoca il Covid-19.

Nel pomeriggio arriva la risposta di Auchincloss:

“Il paper che mi hai inviato dice che gli esperimenti sono stati eseguiti prima della sospensione del gain-of-function [2014-2017, ndr], ma da allora sono stati rivisti e approvati dal NIH. Non sono sicuro di cosa significhi, perché Emily è sicura che nessun coronavirus sia passato attraverso un framework P3 [partnership pubblico-privato, ndr]. Cercherà di determinare se abbiamo dei legami lontani con questo lavoro all’estero“.

Non sorprende quindi la preoccupazione di Fauci e del suo staff che gli esperimenti di gain-of-function sui coronavirus condotti al Wuhan Institute of Virology fossero all’origine del Covid-19 e in qualche modo riconducibili ai fondi arrivati dal NIAID all’istituto cinese via EcoHealth Alliance.

Una lettura avvalorata da una notizia di ieri. I vertici del Dipartimento di Stato sono stati avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19, hanno confermato a Fox News ex funzionari del Dipartimento, nel timore che avrebbe attirato l’attenzione sui finanziamenti governativi Usa arrivati al Wuhan Institute of Virology, dal quale il virus potrebbe essere sfuggito. Secondo un’inchiesta di Vanity Fair, ai funzionari che chiedevano trasparenza al governo cinese fu detto di non indagare sulla ricerca denominata “gain-of-function” condotta nell’istituto cinese, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti del governo Usa in quella ricerca. Indagare sulle origini del virus rischiava di aprire un “vaso di Pandora”.

“La storia del perché parti del governo degli Stati Uniti non erano così curiose come molti di noi pensano che avrebbero dovuto essere è estremamente importante”, ha spiegato a Vanity Fair David Feith, ex vice assistente del segretario di Stato. Thomas DiNanno, ex funzionario nominato da Trump, racconta come la sua indagine sull’ipotesi della fuga da laboratorio sia stata ostacolata ad ogni passaggio, con personale tecnico ostile e antagonistico che lo avvertiva di non aprire il “vaso di Pandora”.

Uno degli aspetti più grotteschi, ma anche più indicativi della inaffidabilità di certi organismi internazionali, è che Daszak ha fatto parte del team di “investigatori” dell’OMS mandato a Wuhan nel febbraio 2021 per indagare sulle origini della pandemia. Lo stesso Daszak, la cui organizzazione ha finanziato con almeno 600 mila dollari la ricerca del Wuhan Institute of Virology basata sulla modifica dei coronavirus (non decine di anni fa ma fino al 2019), avrebbe dovuto trovare le prove che in pratica avrebbero incolpato non solo l’istituto ma anche se stesso. Non sorprende quindi che in tre ore di visita ai laboratori abbia concluso che “non c’è nulla da vedere qui”: come ha ammesso alla Cbs, gli esperti dell’Oms hanno creduto agli scienziati cinesi sulla parola (“cos’altro potevamo fare?”) e, comunque, “non era nostro compito scoprire se la Cina ha insabbiato” [sic].

Breve storia triste nella storia: Facebook – che ha da pochi giorni rimosso il ban verso chiunque osasse postare riferimenti all’origine artificiale del virus – si è avvalso di Daszak come fact-checker, proprio lui che ha finanziato il laboratorio di Wuhan da cui il virus sarebbe uscito secondo le teorie sottoposte a fact-checkingScience Feedback, infatti, una delle principali piattaforme di fact-checking utilizzate da Facebook, nel febbraio 2020 ha citato Daszak come fonte esperta per bollare come “debunked” la teoria della fuga da laboratorio, presupposto della censura scattata da lì in avanti nei confronti degli utenti che continuavano a sostenerla. Eccolo, il fact-checking che i social media spacciano per “indipendente”…

Va ricordato che poco dopo l’email spedita a Fauci il 31 gennaio 2020, in cui parlava di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“, Kristian Andersen avrebbe cambiato avviso, sposando la tesi dell’origine naturale. Una conversione assai repentina, se già quattro giorni dopo, il 4 febbraio, definiva “crackpot”, folli, squinternate, le teorie secondo cui il virus fosse “in qualche modo ingegnerizzato”, in una email indirizzata tra gli altri (indovinate un po’?) al solito Daszak di EcoHealth Alliance, e nella quale si discuteva di una bozza di lettera per “contrastare quelle teorie estremiste”. Il 17 marzo 2020 Andersen avrebbe pubblicato un suo articolo su Nature Medicine, sostenendo l’origine naturale ed escludendo interventi di laboratorio – articolo poi citato da Fauci per fugare ogni dubbio. Anche se, come ha riconosciuto lo stesso Andersen su Twitter, “non dimostra definitivamente che non si è verificata una fuga da laboratorio” e “non significa che non dovremmo considerarla come possibilità”, ma solo che è “estremamente improbabile”.

Ma il punto è proprio questo: per oltre un anno, a partire dalla dichiarazione apparsa su The Lancet il 19 febbraio 2020 (in cui compare il solito Daszak), è stata etichettata da scienziati e media, tradizionali e social, come “conspiracy theory” e già “debunked” l’ipotesi dell’origine del virus dai laboratori di Wuhan, mentre le email di Fauci suggeriscono che non è mai stata una teoria complottista, ma al contrario una ipotesi presa seriamente in considerazione. E la giravolta dello stesso Fauci pochi giorni fa, gli elementi emersi in questi mesi, la decisione dell’amministrazione Biden di aprire un’indagine dopo averne appena chiusa una, mostrano che è ancora oggi fondata e meritevole di approfondimento.

La fretta della scienza “ufficiale” e “governativa”, dei Fauci e dei Daszak, con i loro conflitti di interesse, e ovviamente della Cina, di declassarla a teoria complottista e chiudere il discorso, assecondata da certi media e politici mossi da pregiudizio anti-Trump, solleva l’inquietante sospetto di un cover-up globale senza precedenti, determinato da una manifesta coincidenza di riflessi e interessi.

D’altra parte, al momento, nonostante gli sforzi dei ricercatori cinesi, il Sars-CoV-2 non è stato isolato in nessuna specie animale, né è emersa prova che sia transitato in una specie intermedia, né si sono registrati casi di Covid-19 antecedenti i primi di Wuhan nelle zone – a 1.500 chilometri di distanza – dove i pipistrelli vivono. Insomma, non è dimostrato che esista in natura. Se non abbiamo certezze sull’origine, non abbiamo nemmeno elementi definitivi a supporto di una origine naturale. E Pechino ancora si rifiuta di collaborare».

* Fonte:       ATLANTICO QUOTIDIANO




LA FINE DEL SINDACATO. IL CASO AMAZON di S. C.

«Quanto narrato ci dice quale sia il modello di relazioni sociali che sta avanzando negli USA, e ciò che i cervelloni del Grande Reset immaginano di esportare in giro per il mondo. Modello che essi chiamano pomposamente Stakeholder Capitalism. Un corporativismo di tipo fascista sub specie liberirticus».

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Il 22 marzo scorso si svolse il primo sciopero nazionale della filiera Amazon Italia, la protesta interessò circa 30mila persone, di cui 9500 dipendenti dei magazzini e hub con contratto nazionale di logistica, olte che le aziende fornitrici di servizi di logistica, della movimentazione e della distribuzione delle merci.

Lo sciopero, indetto dai Confederali venne deciso dopo l’interruzione nella trattativa per la contrattazione di secondo livello della filiera Amazon.

«Sul tavolo di discussione ci sono la verifica dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti, la verifica e la contrattazione dei turni di lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro dei driver, gli aumenti retributivi, la clausola sociale e la continuità occupazionale per tutti in caso di cambio appalto o cambio fornitore, la stabilizzazione dei tempi determinati e dei lavoratori somministrati e il rispetto delle normative sulla salute e la sicurezza, l’indennità Covid».

Un classico e sacrosanto sciopero sindacale, ma nessuna contestazione (politica) del nefasto modello economico e sociale che Amazon rappresenta. Ne è prova quel che affermò Tania sacchetti, della segretaria confederale della Cgil:

«È importante che Amazon incrementi le proprie attività in Italia, ma non è sufficiente offrire occasioni di lavoro. Abbiamo ancora problemi insostenibili di carichi, di tempi, di eccessiva precarietà lavorativa».

C’è chi subito parlò di “nuova primavera del sindacalismo”. In verità l’annuncio è stato prematuro. I dati sulla partecipazione allo sciopero furono alquanto contraddittori. Sta di fatto che della vicenda non se ne è più parlato. Andata nel dimenticatoio, come condannati ad un definitivo tramonto sembrano condannati si sindacati (tutti), soprattutto nei settori industriali rampanti, ovvero in ambiente “GIG Economy”, segnato da lavori a chiamata, contratti temporanei e occasionali.

Restando proprio al gigante Amazon vale la pena segnalare quanto accaduto negli Stati Uniti — il centro del capitalismo occidentale, il luogo dove quanto accade si ripercuote nelle periferie come l’Italia. Ce Ne parlava Marco Valsania su Il Sole 14 Ore del 9 aprile.

Quanto narrato ci dice quale sia il modello di relazioni sociali che sta avanzando negli USA, e ciò che i cervelloni del Grande Reset immaginano di esportare in giro per il mondo. Modello che essi chiamano pomposamente Stakeholder Capitalism. Un corporativismo di tipo fascista sub specie liberirticus.

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Amazon, i lavoratori americani respingono l’ingresso del sindacato in azienda

Nello scontro-simbolo nel centro di Bessemer in Alabama ben il 70% contrari alle union. Polemica su comportamenti anti-sindacali dell’azienda

Bessemer è nel cuore del sud americano, a poca distanza da Birmingham in Alabama. Ma questa cittadina di 27.000 abitanti è diventata teatro di uno scontro sociale e politico dalle implicazioni nazionali, sul futuro del sindacato e delle relazioni industriali negli Stati Uniti. Qui i quasi seimila dipendenti di un magazzino e centro di distribuzione di Amazon – da sempre contraria alle union – hanno votato se aderire o meno al sindacato e hanno deciso non farlo, con una secca maggioranza die due a uno. E qui è scattato un test del clima sociale nell’era di Joe Biden alla Casa Bianca, che del sindacato è un ufficiale sostenitore e si era espresso a favore dell’azione delle union.

Uno scontro-simbolo

L’esito dello scontro è stato una netta vittoria della Corporate America e una drammatica sconfitta dei sindacati. La posta in gioco è presto detta. La sconfitta potrebbe segnare nuove e profonde battute d’arresto delle union, scoraggiando ulteriori campagne di rilancio della sindacalizzazione negli Stati Uniti e in particolare in nuove aziende e settori, dal commercio elettronico al tech in generale. E che il sindacato spera invece sia una battaglia persa in un conflitto ancora lungo e dal quale non intende ritirarsi.

I no al 70%

I dipendenti del centro di distribuzione al centro della vicenda si sono espressi per oltre il 70% contro l’adesione alla Retail, Wholesale and Department Store Union. Per il colosso di e-commerce e Internet, la sfida sindacale di Bessemer è stata la più significativa negli Stati Uniti, dove impiega ormai un milione di persone (su 1,3 milioni globali), secondo datore di lavoro del Paese dietro a Walmart. Da quando è stata fondata nel 1995, Amazon aveva finora respinto solo campagne più marginali delle union per un ingresso nel gruppo.

Protesta del sindacato

La RWDSU ha chiesto indagini e accusato Amazon, da sempre contraria a rappresentanze dei lavoratori, di tattiche antisindacali e illegali durante un’aggressiva campagna. “Non lasceremo che le menzogne di Amazon passino senza risposte”, ha fatto sapere il segretario generale del sindacato Stuart Appelbaum. Il sindacato vorrebbe che le autorità cancellino le elezioni come viziate.

Il responso sancito dal Nlrb federale

Ma la bocciatura al conteggio finale appare netta. La normativa americana prevede un voto a maggioranza dei dipendenti, gestito dal National Labor Relations Board, autorità federale di supervisione della normativa sui rapporti di lavoro: dei 5.805 aventi diritto nel grande magazzino, in sette settimane di voto si è espresso il 55 per cento. A conti fatti, 1.798 schede contro il sindacato, 738 a favore e circa 500 temporaneamente annullate, non abbastanza da alterare l’esito. “Le schede incerte non sono sufficienti a influenzare il risultato”, ha fatto sapere il Nlrb.

Le speranze sindacali

La union aveva sperato di far breccia in un centro di recente apertura, da poco più di un anno, e con l’85% di dipendenti afroamericani, spesso più sensibili all’appello del sindacato. Ha fatto leva su proteste per le pesanti condizioni di lavoro, raccogliendo denunce di lavoratori su carichi eccessivi e mancanza di pause. Secondo gli osservatori, in gioco con un successo del sindacato era anzitutto la massa in discussione della grande flessibilità voluta dall’azienda nella gestione della manodopera, a Bessamer come ovunque nel Paese, con rapidi licenziamenti e assunzioni davanti alle oscillazioni della domanda.

La risposta dell’azienda

Amazon ha ufficialmente replicato agli sforzi del sindacato sottolineando che, in uno stato disagiato quale l’Alabama, offre polizze sanitarie e un salario minimo di 15 dollari l’ora, il doppio del minimo federale. Che i dipendenti possono avere opportunità di carriera. E ha rivendicato i vantaggi d’una “diretta connessione” dei lavoratori con l’azienda, senza filtri sindacali giudicati controproducenti.

Gli ostacoli al sindacato

Negli Stati Uniti, però, le campagne di sindacalizzazione incontrano tradizionalmente gravi difficoltà. Le imprese hanno costante accesso ai dipendenti sul luogo di lavoro, anche per pressioni e intimidazioni, mentre le union non possono essere presenti all’interno. Le autorità federali hanno spesso pochi poteri per intervenire. Nel caso di Bessemer il sindacato ha criticato l’azienda per aver organizzato un’aggressiva campagna a base di meeting obbligatori anti-sindacali per i dipendenti, pubblicità, manifesti, text, promozione di siti anti-sindacali. Il contenuto delle azioni aziendali è stato spesso controverso: votando per il sindacato i lavoratori avrebbero perso la loro voce, le union sono un business e prendono i vostri soldi per nulla. Militanti sindacali hanno denunciato ostacoli anche a fare campagna all’esterno, compresa l’accelerazione di semafori nei pressi del centro che sarebbero gestiti dall’azienda. Durante lo stop al rosso lavoratori pro-sindacali erano soliti fare campagna. Amazon è inoltre nota per i messaggi anti-sindacali anche nei video di istruzioni ai nuovi dipendenti, temporanei o permanenti.

Un declino storico

Il sindacato oggi conta su una crescita di popolarità nei sondaggi. Ma le iscrizioni restano in declino storico. Il tasso di sindacalizzazione è pari all’11% nel Paese e ancora più basso, all’8%, in Alabama. Migliora nel settore pubblico, mentre scivola tra la aziende private. Aziende tech e di servizi digitali nel recente passato sono finite nella bufera per drastici comportamenti antisindacali, tra queste Google per il licenziamento di dipendenti che avevano organizzato proteste. In quel caso le autorità federali diedero torto all’azienda.




RUSSIA E U.S.A. NON SI POSSONO ALLEARE di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

Il presidente dei Rotschild e del Partito di Davos, ma non del popolo americano, ovvero Joe Biden, si sta attivando per incontrare il presidente russo Vladimir Putin a giugno. Come mai Biden ha cambiato opinione nel giro di poche settimane, passando dalla rappresentazione di Putin come fosse il peggiore assassino presente sulla terra a possibile alleato strategico?
Biden, anzitutto, non è stato in grado di infliggere alcuna ritirata strategica a Putin nè con il caso Navalny nè con la questione ucraina. Anzi, in entrambi i fronti è stato il partito di Davos e dei Rotschild ad esser messo in ritirata dalla Federazione russa. Sulla questione ucraina, il leader turco Recep Tayyip Erdogan che aveva inizialmente assicurato al presidente di Davos e delle selezionatissime lobby transgender l’interventismo antirusso si è poi saggiamente tirato indietro nel momento decisivo. Biden non trova nessuno disposto a affrontare militarmente i russi sul campo; la superiorità militare e tecnologica dell’esercito della Federazione russa è ormai tale che Putin non può più essere affrontato su questo terreno. Una missione parlamentare americana è poi corsa in Sudan in questi giorni per scongiurare la creazione di una nuova base militare russa promettendo ai governanti sudanesi ciò che non gli potrà mai esser dato. Sembra così di essere veramente tornati ai tempi della Guerra Fredda, ma allora era il fronte più debole e malmesso, quello sovietico, che inseguiva disperatamente le conquiste militari e geopolitiche statunitensi; oggi è il contrario esatto e vediamo infatti gli scagnozzi dell’imperialismo radicale statunitense ossessionati da Putin e dalla Russia.
Ciò è dovuto al fatto che dalle parti di Davos e del Deep State hanno capito che lo stesso Xi Jinping, per quanto ambiguo e accondiscente sul globalismo del Grande Reset, è in fondo molto più prudente e saggio di loro, temendo realmente l’assetto militare e tecnologico russo e non essendo disposto ad alcun avventurismo strategico antirusso. La necessità storica di annientare il putinismo con una guerra calda o con una Rivoluzione Colorata a Mosca, conducendo il presidente russo a una sorta di processo mondiale e condanna come fu quella in mondovisione imposta contro Saddam Hussein o Milosevic, è probabilmente già stata accantonata da Biden e dal partito di Davos e si è passati così a piani meno pretenziosi e più realistici. Si è forse capito che il sovranismo patriottico, con o senza Putin, sarà la condizione naturale della Russia da qui al futuro. Dunque Biden, ammesso e non concesso che Putin accetterà di incontrarlo a giugno, tratterà con la Russia da posizioni di oggettiva debolezza strategica.
Biden, che dopo i quattro anni di presidenza patriottica e antimperialista di The Donald, avrebbe voluto riadattare lo stato di emergenza, “il governo di continuità post-11 settembre” e la tattica della “guerra senza fine” ai nuovi teatri strategici e al nuovo contesto internazionale, è però già vittima della nuova realtà geopolitica che si è imposta negli ultimissimi anni. Il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan, cuore strategico mondiale e campo prediletto del destino planetario, va proprio nella direzione dell’antimperialismo trumpiano e puntuale è arrivato l’attacco del clintonismo ortodosso il quale, fedele alle direttive di Brzezinski, ha fatto a pezzi Biden.
Dal punto di vista dell’imperialismo americano ortodosso, il ritiro dall’Afghanistan avrà gravissime conseguenze, affermano i falchi democratici e la nota sanguinaria Hillary Clinton. La frazione Obama sarebbe dalla parte del clintonismo, contro Biden. E’ assolutamente corretto, in termini di scienza geopolitica, l’approccio della frazione più estremista e bellicista del Deep State, quella clintoniana e neoconservatrice: abbandonare l’Afghanistan significa darla a vinta a Putin e ai russi che, dopo l’11 settembre, attirarono magistralmente gli americani nella trappola afghana.
Abbiamo quindi il Partito Democratico americano in una micidiale guerra di frazione.
Tale guerra di frazione altro non è che la manifestazione di una guerra interna al Deep State. Il clintonismo ortodosso avendo già sconfessato Biden e The Donald ha annunciato proprio il 4 maggio che contro il golpe antidemocratico e anticostituzionale del novembre 2020 ha deciso di aprire una campagna politica nazionale in difesa del lavoro, delle comunità solidali e della classe operaia statunitense. Il piano economico elitista e “keynesiano” del Grande Reset di Biden sarà il suo principale bersaglio, oltre al fatto che la campagna nazionalistica di vaccinazione, di ritiro dall’Afghanistan e l’obbligo di comprare americano sono un neotrumpismo attuato da Biden che si è appropriato di successi non suoi.
Radicali critiche The Donald riserverà, evidentemente, allo stragismo abortista e alla politica gender contro le famiglie americane dell’amministrazione Harris/Biden.
Solo Putin potrà quindi salvare Biden attaccato da tutti i fronti. Il presidente degli antifa, di BLM, dell’élite di Davos e dei Rotschild a cui non rispondono né ufficiali né soldati, né la grande maggioranza dei lavoratori americani. E’ auspicabile vivecersa che la Federazione russa lavori diplomaticamente per il superamento storico dell’élitismo antidemocratico del Partito Democratico statunitense, la forza più sanguinaria e criminale di questi nostri tempi storici, e per la nuova e rapida ascesa del patriottismo sociale antimperialista e democratico di The Donald, l’unico presidente nella recente storia americana ad aver azzerato il “governo di continuità” imposto dalle lobby del Pentagono, del Deep State e di Davos.




L’ULTIMA MOSSA DI DONALD TRUMP di O.G.

Riceviamo e pubblichiamo

La tesi dell’autore è che Trump non sia solo partigiano di un “conservatorismo popolare”, che egli sia addirittura orientato a fondare un “partito operaio”. Non condividiamo questa tesi, ma è sicuro che il “trumpismo” è fenomeno singolare destinato a segnare in profondità la scena di un impero alle prese col suo tramonto.

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Nel suo discorso del 10 aprile 2020, nel corso di una cena al Mar-a-Lago Club riservata ai donatori, Donald Trump, accompagnato dalla sua First Lady Melania, ha da una parte promesso ai repubblicani di aiutarli a vincere nelle elezioni di Midterm nel 2022, ma dall’altra si è anche scagliato contro due pezzi grossi GOP come il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell e l’ex vicepresidente Mike Pence, esponente della fazione neo-conservatrice. L’ex presidente ha in particolare accusato quest’ultimo per non essere intervenuto, dopo la colossale evidenza del caso dei brogli che avrebbero spianato la via al golpe globalista di Joe Biden e Kamala Harris,  per fermare la certificazione del Congresso e iniziare così l’impeachment di Biden.

Nel corso dell’intervento Trump ha dichiarato che esistono varie correnti e differenti linee nel Partito repubblicano americano, ma la sua frazione è quella che marcerebbe verso il futuro del secolo in quanto il conservatorismo di Trump — a differenza del neoconservatorismo globalista e dell’elitismo plutocratico dei democratici, altro non sarebbe quest’ultimo che il volto istituzionale del Deep State e del Pentagono —, non è solo “il campione della classe operaia americana ….ma di tutto il proletariato mondiale”. Il nome Donald Trump passerà quindi alla storia come manifestazione dell’operaismo americano in particolare, ma anche di quello internazionale ha dichiarato l’ex presidente americano alla folla ancora in estasi per lui. Questo perché il Partito repubblicano di Trump difende le esigenze giuridiche dei lavoratori e delle aziende contro lo sterminio plutocratico del Grande Reset e del partito di Davos, avanzante a colpi di Covid-19 e di lockdown. “Palm Beach è il nuovo centro del potere politico popolare e antiplutocratico e il presidente Trump è il miglior portavoce del Partito repubblicano storico” ha affermato Jason Miller, consigliere di Trump.

Quest’ultimo ha anche dichiarato che il suo movimento ha ormai fatto breccia tra le comunità oppresse, storicamente democratiche, come quella afroamericana e quella ispanica. Una ulteriore conferma, a giudizio dei nuovi strateghi del “patriottismo popolare antiglobalista”, che il movimento storico-politico del tycoon ben lungi dal rappresentare quelle pulsioni suprematiste che gli attribuiva la stampa liberal, è percepito dai lavoratori di qualsiasi razza o sesso come il legittimo rappresentante dei propri interessi. I democratici e i “progressisti” rappresentano il centro e l’America dell’alta borghesia, i leader del BLM non a caso, dopo l’elezione di Biden, sono stati ricompensati per il lavoro sporco svolto con le donazioni di case milionarie al centro di New York in quartieri riservati.  In tal senso Trump ha condannato di nuovo il progressista Biden, ha sostenuto che il suo fumoso piano economico, globalista e volto all’interdipendenza con la Cina a vantaggio di questa ultima, sarebbe già fallito, in quanto il leader cinese Xi Jinping ha azzerato proprio recentemente gli stimoli fiscali e la politica monetaria espansiva.

Stranamente Trump non ha citato i nuovi scandali che hanno investito Hunter Biden e i suoi noti legami con il PCC di Pechino, venuti di nuovo alla luce in questi giorni. Biden e Harris, per Trump, sono i massimi rappresentanti del Partito plutocratico di Davos e del Gran Reset e se non vi fosse stato il Covid 19 negli USA non sarebbero mai riusciti nella loro sedizione golpista. Il punto fondamentale, a detta degli strateghi del conservatorismo popolare di Trump, è che Biden, per riuscire a affermare il Grande Reset a livello globale, ha bisogno di una vera e propria guerra calda. Il Covid 19 non è stato sufficiente allo scopo, avendo in definitiva rafforzato il nazionalismo e l’esigenza dei diritti sociali e popolari su tutta la linea e dappertutto, nonostante la momentanea sconfitta del massimo rappresentante internazionale di tali diritti, ossia di Donald Trump.

Dal 2016 al 2020 il trumpismo è stato molte cose: tradizionalismo giudeo-cristiano, conservatorismo bigotto, cospirazionismo QAnon, libertarismo individualista antistatalista ma anche e soprattutto movimento popolare di massa. The Donald dal 2016 riportò, come un moderno Machiavelli, la prassi politica al centro della configurazione sociale occidentale, guidando di fatto un movimento popolare mondiale ma purtroppo senza esercito organizzato, senza armi e senza casematte. Ora Trump ha finalmente pianificato la nascita di organi social alternativi e antagonisti al WFO e alla Quarta Rivoluzione Industriale, sostenuta dai GAFAM della Silicon Valley.

La volontà di metamorfosare definitivamente l’originario e ondivago sovranismo in un movimento popolare, proletario, in un vero e proprio Workers Party che identifichi senza mezzi termini nel Partito di Davos il nemico e il regista della rivoluzione colorata globalista denominata Grande Reset vorrebbe  significare che se con il 2020 si è manifestato da un lato il peggiore, più disumano e più terribile volto delle elite globaliste e democratiche, dall’altro l’esercito popolare dei lavoratori e degli oppressi può riavviare la sua marcia storica e rivoluzionaria verso la democrazia, i diritti costituzionali e il diritto al lavoro contro la plutocrazia globalista e capitalista.




NÉ U.S.A. NÉ CINA di O. G.

Riceviamo e pubblichiamo

Ricollegandomi allo scritto di Pasquinelli [ La trappola di Tucidide ], molto interessante, farò brevi annotazioni. Pasquinelli coglie bene i dati fondamentali dell’attuale scontro di civiltà. Tra Cina e Usa egli ben individua nel polo russo l’area culturale e di civilizzazione che potrebbe essere decisiva nel conflitto, per ora, bipolare tra cinesi e statunitensi. Anzitutto, la Russia non è effettivamente da considerare la ruota di scorta della Cina, non avendo interesse nel contribuire a plasmare un nuovo ordine mondiale dove a un imperialismo materialista e globalista declinante (Usa) finisca per sostituirsi un altro imperialismo emergente (Cina), per quanto un po’ meno materialista e un po’ meno globalista.

Di certo i russi, sia le élite sia la gran parte della popolazione, preferiscono la potenza emergente cinese a quella statunitense, ma come sino a oggi hanno saputo mantenere, pur a costo di grandi sacrifici, la propria Indipendenza sovrana dall’Occidente a stelle e strisce, si può esser certi che la manterranno, allo stesso modo, dall’ Oriente con le cinque stelle.

Talune vicende di politica internazionale degli ultimi tempi dovrebbero averlo fatto ormai comprendere. Se Mosca ha sperato sino all’ultimo che The Donald riuscisse nell’impresa disperata di portare a casa il secondo mandato contro il 90% del globalismo capitalistico tecnocratico che gli avrebbe preferito al limite anche Sanders, Pechino viceversa ha fortemente sponsorizzato Joe Biden, con cui ha del resto stretto relazioni decennali e lo ha supportato in ogni modo, non solo sostenendo il Maidan americano (Blm, antifa, fake news mondiali contro i sovranisti) ma anche lasciando sostanzialmente passare le modalità golpista con cui i Democratici e i liberal si sono ripresi la Casa Bianca dopo quattro anni.

Ancora: in Venezuela, la Russia intervenne contro gli Stati Uniti sicuramente, ma di certo non a favore o a fianco di Pechino; lo stesso si può dire di quanto accaduto in Birmania il 1 febbraio 2021, dove la San Suu Kyi è stata accusata dai “nazionalisti rivoluzionari” dell’Esercito, molto vicini a Mosca, di violazione di segreti di stato proprio a vantaggio di Pechino. Sergey Kornev, capo delegazione della società di stato Rostec, alla manifestazione Aero India 2021, ha sostenuto che la Russia si prenderà il compito di modernizzare la flotta e l’esercito dell’India anche con specifici kit tecnologici. L’India è infatti il Paese estero che già annovera il maggior numero di caccia di fabbricazione russa Su-30Mki, dato che sono quasi 300 i caccia russi di cui è stata dotata l’aeronautica di Nuova Dehli. Nel gennaio 2021 specialisti militari in forza al ministero degli Esteri di Dehli sono arrivati in Russia, iniziando l’addestramento all’uso dei sistemi missilistici terra-aria S 400 Триумф (Sam, Surface to air missile).

Al riguardo, l’intelligence militare russa è stata capace di creare, nell’estate 2020, il più avanzato sistema antiaereo di dominio globale: l’S 500 Prometey appartiene infatti alla ultimissima generazione di sistemi missilistici antiaerei terra-aria, è un complesso di intercettazione a estesissimo raggio e alta quota con potenziale di difesa missilistica di gran lunga superiore a tutti i sistemi difensivi esistenti al mondo, inclusi quelli statunitensi. L’S 500 può abbattere non solamente qualsiasi razzo o missile o veicolo aereo, anche qualora uno di questi superi la velocità del suono, ma è anche in grado di abbattere fino a 25 missili balistici e la sua capacità operativa permette di colpire bersagli sui 300 chilometri di altitudine.

L’S 400 sul punto di esser fornito in dotazione all’India nazionalista di Narendra Mohdi è, chiaramente, sulla scala qualitativa ben inferiore al sistema di ultimissima generazione S 500; i quotidiani indiani vicini al BJP (Bharatiya Janata Party) hanno celebrato, con la nascita del sistema russo Prometey, l’edificazione dell’era del dominio militare dell’S 500, ripetendo il cardine della dottrina geopolitica di Mohdi che contempla nello scacchiere planetario la Federazione Russa come “il partner più affidabile e serio dell’India”. In un certo senso i nazionalisti indiani sperano nella mano tesa di Putin, più che in quella di un Trump o di un Biden, nella eventualità, sempre più prossima, di un conflitto caldo con Pechino. Alla luce delle accese e continue controversie sul Kashmir tra Cina e India, si è avuto non a caso nell’estate 2020 lo scontro più violento dal 1962 tra cinesi e indiani, emerge la fondamentale volontà di mediazione geopolitica e inter-nazionale di Vladimir Putin e dei ministri Sergej Lavrov e S.K. Sojgu; il presidente Putin ha precisato in varie occasioni che le esercitazioni militari tra russi e indiani, probabilmente le più approfondite e solidali tra quelle condotte dai militari delle Federazione Russa, non sono però affatto contro la Cina.

Non passi inosservato un ulteriore fatto, che quando, pochi giorni prima della “Rivoluzione nazionale birmana” dello scorso febbraio, il ministro Sojgu si stava recando per una già prevista visita diplomatica a Naypyidaw, capitale birmana, gli fu inopinatamente chiuso lo spazio aereo in Bangladesh. Il Bangladesh, geopoliticamente oggi molto vicino alla Cina come del resto lo è il Pakistan, deve però molto del suo processo di unificazione nazionale (1971) alla Russia e le forze del nazionalismo bengalese o dell’Esercito guardano con relativa simpatia, come quelle birmane, anche esse a Mosca ben più che a Pechino o a Washington. Lo stesso, come appena visto, si può dire di una potenza in ascesa come l’India.

La stessa situazione europea è al riguardo molto confusa; sia all’interno del cosiddetto fronte di Visegrad, sia all’interno di quello che era sino a un anno fa circa il polo neo-carolingio sembra essere in atto una tendenza oggettiva che punti a mettere in discussione l’ordine globalista bipolare in cui di fatto ci troviamo di nuovo dopo il Golpe democratico americano dello scorso novembre. La Russia sino a oggi, anche in omaggio al principio della non interferenza, ha di fatto ostacolato la edificazione di un terzo polo globale, preferendo al limite sostenere, senza assolutamente eterodirigerle, le varie tendenze sovranistiche che si sono manifestate negli ultimi quattro anni. Ora questa fase è però terminata.

Ciò non significa che il populismo e il sovranismo siano morti in Occidente, credo anzi il contrario. Ma Mosca sembra ormai puntare, in prospettiva, a una precisa strategia globale fondata su una politica di potenza internazionale, puntando a esasperare le contraddizioni interimperialiste tra Pechino e Washington in ogni fronte. Ciò sta emergendo sempre di più. Mosca si troverà sempre più sotto attacco, anche a costo di rovinare vite, carriere, anni di servizio patriottico, sbattendo more solito il finto mostro in prima pagina come abbiamo visto fare in questi giorni con il caso Biot. Le due potenze, quella emergente (Cina) e quella discendente (Usa), hanno tutto l’interesse a ostacolare e sabotare il cammino, fosse anche di semplice sopravvivenza, di un polo che è ontologicamente antagonista a entrambi i materialismi imperialistici.

La Russia, con i suoi problemi secolari e con la sua solita indolenza, che indica del resto una notevole sopportazione di avversità e prove, è l’unica Ideocrazia; in questo senso non è un reato, sul piano simbolico, culturale e metafisico, simpatizzare da italiani per Mosca Terza Roma. Senza il concetto di individuo passionario (passionarnye osobi) e di Idea russa (Ilyn e Berdjaev) difficilmente potrebbe essere compreso il messaggio che ai nostri giorni il Cremlino rivolge alla storia e ai diversi popoli della terra. Un messaggio strategico che nulla ha a che fare, evidentemente, con presunti avvelenamenti di oppositori o con propagandistiche ma necessarie misure di sicurezza interna contro la Rivoluzione Colorata Globale e la tentata cancellazione della Cultura russa. La Russia ha i suoi idealisti e patrioti che la sostengono e la sosterranno. Il Battaglione Wagner è solo la punta più avanzata di questo schieramento. Questo capitale morale e sociale che la Russia serba in sé è forse più prezioso, e sarà forse più decisivo, del capitalismo politico imperialistico di Pechino e Washinton, che stanno ora disputando sul Destino del mondo.




STATI UNITI E UNIONE EUROPEA CON L’ARRIVO DI BIDEN di Manolo Monereo

Riceviamo e pubblichiamo*

Ci mancherà Donald Trump? Temo di si. Per ora, il “senza Trump viviamo meglio” inizia a definire bene cosa sta succedendo. Alcuni di noi sapevano fin dall’inizio che la guerrafondaia era Hillary Clinton e che Trump era qualcos’altro. Abbiamo distinto tra gli effetti interni ed esterni di quello che sarebbe stato il suo mandato. È stata una ritirata protezionistica per definire una nuova strategia di fronte a un declino che sembrava inarrestabile e per garantire un’egemonia messa in discussione nelle sue fondamenta. Come spesso accade con i populisti di destra (il populismo è una parte costitutiva del sistema politico statunitense) le dichiarazioni sono una cosa e le politiche che vengono effettivamente attuate sono un’altra.

Come ho scritto all’epoca, sono rimasto sorpreso nelle ultime elezioni dalla forza e dalla coerenza del voto per Trump. È stato ripetuto fino alla nausea che Biden è stato il presidente più votato nella storia americana; Trump, non va dimenticato, aveva di fronte una coalizione molto potente guidata dai mass media e parte consistente dell’establishment economico-corporativo. Il presidente uscente ha fatto molto per perdere: ha minacciato troppo, ha gestito male la macchina del governo, ha maltrattato i suoi alleati e, peggio ancora, ha sottovalutato la pandemia e le sue conseguenze sociali fino alla stupidità. Anche così, c’è stato un voto particolarmente significativo, un’ampia mobilitazione militante e una proposta solidamente inserita nella società. Trump non sarà un fiore di un giorno.

La politica estera degli USA è stata chiara dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’URSS: impedire l’emergere di una potenza che potesse mettere in dubbio la propria egemonia. Su questo piano non ci sono differenze tra Trump e Biden; la divergenza ha a che fare con la strategia e il fattore tempo, piuttosto con l’uso del tempo. L’ex presidente non ha mai definito in modo rigoroso la sua proposta geopolitica: ha indicato nella Cina proprio il nemico esistenziale; ha chiesto un allineamento incondizionato dagli alleati; ha accelerato il riarmo e ha messo in discussione organizzazioni multilaterali che non erano più funzionali. Il suo grande errore è stata la Russia: non è stato in grado di stabilire politiche che promuovessero relazioni più equilibrate con l’Occidente e più autonome dalla Cina. L’ultima ragione ha molto a che fare con la pressione dei democratici, la posizione schiacciata su NATO/UE e il gruppo di paesi della “nuova vecchia Europa” ed anzitutto sui paesi del gruppo di Visegrad. C’è un fatto da non dimenticare, nonostante la sua brutalità, i toni autoritari e il linguaggio bellicoso, Donald Trump è l’unico presidente degli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni che non ha gettato il suo paese in una nuova guerra.

Biden è stato accolto come un salvatore, un paladino della democrazia e del multilateralismo. La parola d’ordine è “L’America è tornata”. Anche qui sarebbe opportuno non lasciarsi ingannare dalla propaganda. Si è già detto prima, la posizione del nuovo presidente è chiara: si opporrà con tutte le armi disponibili all’egemonia della Cina nell’emisfero orientale; insisto, con ogni mezzo, compresa la guerra economica, tecnologica, cibernetica e militare, più o meno ibrida o diretta. La cosiddetta “trappola” di Tucidide ritorna perché non se n’è mai andata del tutto. Graham Allison gli ha dedicato un’ottima monografia, che, guarda caso, i leader cinesi stanno studiando per chiarire se sia possibile governare l’attuale “grande transizione geopolitica” in modo che non si concluda in un puro e semplice conflitto nucleare.

La storia ritorna anche come conflitto di potere tra le grandi potenze, per l’egemonia e, in questo caso, per il mantenimento di un quadro istituzionale internazionale messo in discussione da Cina, Russia e, di conseguenza, da un gruppo di Paesi che non si sentono rappresentati da questo quadro e pretendendono cambiamenti profondi. Le relazioni internazionali e la geopolitica di questo ci parlano. Il declino di una superpotenza è sempre determinato dall’emergere di uno stato o di un insieme di stati che lo sfidano e portano a una crisi esistenziale. La dialettica amico / nemico ha qui il suo territorio più preciso e unico. Questo è il fatto più caratteristico del nostro tempo. Sarebbe bene interiorizzarlo per non cadere vittima di propaganda o manovre orchestrali che finiscono per confondere e scambiare la lotta per i diritti umani con la difesa degli interessi della grande potenza di turno.

La strategia Biden è a lungo termine, multidimensionale, di resilienza e contenimento. La cosa più determinante è che la nuova amministrazione sa che non può vincere questa guerra da sola; ha bisogno di alleati su una mappa del conflitto che deve essere ordinata, coordinata e diretta. È realismo offensivo in un senso preciso: prevenire, neutralizzare, ritardare il dispiegamento del potenziale della Cina, la sua forza economico-tecnologica, le sue capacità militari, la sua politica di alleanze e, soprattutto, esacerbare i conflitti interni fino a farli diventare crisi di governabilità. La democrazia liberale come alternativa, il libero mercato come mezzo e la promozione dei diritti umani alla maniera americana. Questo è stato scritto così tante volte e da così tanti autori diversi che è pleonastico doverlo ricordare. L’anomalia era Trump; il potere è Biden. Per dirla con il titolo di un libro di un noto falco repubblicano che finì come consigliere di Hillary Clinton: The Return of History and the End of Dreams. Ciò che Robert Kagan ha scritto quindici anni fa viene difeso dalla nuova amministrazione e ripetuto dai suoi portavoce nell’Unione europea. È solo l’inizio.

La nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (una denominazione che è tutto un programma!) ha fortemente stimolato l’uso di concetti e lo sviluppo di politiche che mirano a mostrare che la UE si sta muovendo verso un tipo di organizzazione molto simile a uno Stato. Ecco quindi concetti come: sovranità (economica, commerciale, tecnologica, militare), autonomia strategica, pilastro europeo di sicurezza e difesa come priorità, sviluppo delle proprie capacità politico-militari. Tutto questo nel quadro della definizione di nuovi strumenti e nuove politiche che rafforzano i budget militari, accelerazione e applicazione di nuove tecnologie all’industria della difesa e della sicurezza. Il fatto che non vi sia dibattito pubblico in tempi di pandemia e crisi economico-sociale la dice lunga sulla misura in cui le questioni europee sono fuori dallo spazio pubblico e, sarebbe bene tenerne conto, il grande consenso che attira tra le classi dirigenti, compreso il governo di Pedro Sanchez. Una parte della manna dei fondi di mana europei andrà proprio in questa direzione.

Borrell non si stanca mai di dire che la “autonomia strategica europea” non implica una rottura con il legame transatlantico, ovvero con la NATO. Inoltre, ribadisce che maggiore è l’autonomia, maggiore è l’unità strategica con gli Stati Uniti e quindi una struttura militare comune. La domanda è pertinente: cosa significa la cosiddetta autonomia? Rinegoziare il ruolo di partner; essere presi in considerazione e guadagnare in questo quadro autonomia strategica. C’è un fatto che non dovrebbe essere ignorato; le critiche a Trump avevano a che fare con il suo allontanamento dalla NATO, con il disprezzo per gli alleati e con la convinzione che, quando fosse arrivato il momento critico, non sarebbe stato un alleato fedele, cioè che non avrebbe applicato l’articolo 5 del Trattato. Il Marocco così vicino e così lontano.

Dov’è il problema principale della geopolitica dell’Unione europea? Non definirsi sulla grande questione strategica dei prossimi decenni: accetti o no di andare in un mondo multipolare? Vuoi essere protagonista di questo passaggio decisivo come soggetto autonomo? Le due questioni sono una sola: prendere una decisione politica fondamentale in un mondo in rapida evoluzione. Ma qui non è ammesso fare confusione. Difendere il multilateralismo non è la stessa cosa che scommettere su un mondo multipolare. Sono concetti chiaramente differenziati. Il multilateralismo è un modo per organizzare l’egemonia da parte del potere dominante, un modo per ordinare le relazioni internazionali, rendendole prevedibili e riducendo la complicità di un mondo dominato dall’anarchia. La multipolarità è un processo di (ri) distribuzione del potere tra grandi potenze che implica un riordino gerarchico tra di loro. In altre parole, conflitti di base, guerre ad alta e bassa intensità, fratture politico-culturali. Il potere come bene sempre più scarso e in permanente disputa.

La linea di demarcazione è molto precisa: gli Stati Uniti si oppongono radicalmente a un mondo multipolare. La grande transizione geopolitica che stiamo vivendo romperà con le regole del gioco, la correlazione di forze e l’egemonia su cui ha basato il suo dominio. La vera autonomia dell’Unione europea sarebbe quella di collaborare attivamente a questa grande transizione con l’obiettivo di garantire un nuovo ordine, più giusto, democratico e pacifico. Ciò implicherebbe disconnettersi dalla NATO, definire nuove alleanze e regole appropriate per un’architettura mondiale senza precedenti. Temo che non sarà così.

*Traduzione a cura della redazione

** Fonte: QUARTO PODER