EMERGENZIALISMO, ULTIMO VOLTO DEL CAPITALISMO di Leonardo Mazzei

A sentire i mezzi di informazione saremmo alla “riapertura”, o ancor più pomposamente alla “ripartenza”. E’ così? No, non è così. Posto che un allentamento delle misure era nelle cose, considerato che le proteste di queste settimane una certa pressione l’hanno esercitata, chi canta vittoria è fuori dalla realtà.

L’allentamento di Draghi è infatti millimetrico. Resta la folle “Italia a colori”, rimane il coprifuoco e vengono introdotti nuovi “pass” per la mobilità tra le regioni. Emblematico poi il caso dei ristoranti: quelli al chiuso (cioè la stragrande maggioranza) potranno riaprire solo il primo giugno, solo a pranzo e con regole capestro peggiori di prima. Dei famosi “sostegni” non si conosce ancora il dettaglio, ma sembrano pensati per le aziende di maggiori dimensioni: i piccoli e le partite Iva non si facciano illusione alcuna. Per chi non l’avesse capito, è questa la “distruzione creativa” annunciata da Draghi fin dal suo insediamento.

Ci sarà modo per tornare sul senso di queste misure. Qui ci limitiamo a cogliere un dato più generale, che non riguarda solo l’Italia. Il punto è che dopo 14 mesi di confinamenti variamente declinati lorsignori non intendono affatto porre fine allo stato d’emergenza. Né a quello formale, né a quello sostanziale. Tantomeno a quello psicologico. L’attacco all’essere umano in quanto tale deve infatti continuare.

Dal virus al clima, l’emergenza non dovrà finire mai

Nei giorni scorsi è uscita una notiziola che merita qualche commento. Il direttore tecnico della Cnn, tal Charlie Chester, è stato pizzicato in un video mentre confessava ad un’amica alcune cosette. Tra queste il ruolo sporco giocato dall’emittente nella sconfitta di Trump, nonché la spudorata partecipazione della stessa alla campagna terroristica sul Covid. Ma la cosa più importante è un’altra. Poiché la gente potrebbe essersi stancata di quella sull’epidemia – dice Chester – la prossima narrazione catastrofista sarà quella sul clima, con la continua proiezione di immagini di ghiacciai che si sciolgono, temperature che aumentano, eccetera. Insomma, clima o virus, l’importante è che l’emergenza non finisca mai.

Ora qualcuno potrebbe pensare che il signor Chester abbia un po’ esagerato, oppure che il video sia il frutto di una montatura trumpiana. Non lo crediamo proprio. Ad ogni modo ci viene qui in aiuto un annuncio di Scientific American, una delle più prestigiose riviste di divulgazione scientifica del pianeta. Nel suo profilo Twitter ufficiale, la rivista informava il 12 aprile scorso di aver «concordato con i principali organi di stampa di tutto il mondo di iniziare a parlare di “emergenza climatica” nella loro informazione sul cambiamento climatico».

Avete capito? Prima hanno cominciato con la solfa del “riscaldamento globale”. Poi, considerato che quella teoria non regge poi tanto alla prova dei fatti, si è passati al più generico ed onnicomprensivo “cambiamento climatico”. Infine, il catastrofismo lo impone, eccoci alla nuova formula dell’“emergenza climatica”.

Di questa transizione da “cambiamento climatico” a “emergenza climatica” aveva già scritto criticamente Lucio Caracciolo nel n. 12/2020 di Limes, riferendo un fatterello emblematico assai: «Nel maggio 2019, così una nota interna alla redazione del Guardian esortava allo speech act: “Usate emergenza o crollo climatico invece che cambiamento climatico. Usate surriscaldamento (heating) invece che riscaldamento (warming) globale. (…) Usate negazionista della scienza del clima o negazionista climatico invece che scettico».

Non c’è molto da aggiungere a tutto ciò. Chiunque può infatti ben comprendere come funzionano i media, cogliendo le impressionanti analogie tra la narrazione pandemica e quella climatica. La loro costruzione nei “laboratori” mediatici, in simbiosi con quella scienza del capitale che ha espulso il dubbio e la discussione per assicurarsi l’intangibilità del dogma e degli affari, è davanti agli occhi di chi vuol vedere, ragionare e capire.

Perché lo fanno?

Clima e virus hanno dunque in comune l’identico sbocco emergenzialista. Questo è un fatto. Ma perché i dominanti battono oggi senza sosta questa strada? Qual è il loro scopo?

Chi scrive provò a rispondere sul tema climatico due anni fa, quando del Covid ancora non vi era traccia. Adesso molti hanno preso consapevolezza delle falsità e della strumentalità della narrazione pandemica, ma pochi vedono invece come il discorso mainstream sul clima abbia la stessa natura, gli stessi protagonisti, gli stessi scopi.

Nel 2019 parlammo degli interessi economici e di quelli politici che stanno dietro alla narrazione climatica, accennando anche al decisivo tema della paura come strumento di controllo sociale. Così scrivevamo allora:

«Viviamo in effetti un’epoca strana, dove all’ottimismo esagerato del periodo precedente – l’idea piuttosto ingenua di un infinito progresso lineare per quanto diseguale – che tuttavia alimentava la sinistra, si è sostituito un pessimismo antropologico senza precedenti. Questo pessimismo è il nemico giurato di ogni speranza di cambiamento. Proprio per questo piace tanto alle élite, oggi evidentemente non più in grado (a differenza del passato) di offrire una positiva narrazione a lieto fine dell’umana vicenda. Sta di fatto che la paura è diventata il principale ingrediente di ogni discorso sul futuro. E’ così al bar come nei media. Nei discorsi dei politici come in quelli degli intellettuali. Infine sono arrivati gli scienziati con il loro carico da 90 del “global warming”».

Bene. In quel testo parlavamo di “pessimismo antropologico”, ma oggi, con l’arma del Covid, siamo andati ben oltre. Se il pessimismo antropologico fa da sfondo, adesso l’obiettivo sempre più chiaro è l’essere umano in quanto tale. Un essere umano da colpevolizzare dopo averlo irregimentato. I casi di contagio calano? E’ merito dei potenti, dei governanti, dei giornalisti, degli scienziati. I casi invece crescono? La colpa è nostra, per non esserci distanziati, mascherati, rinchiusi abbastanza.

Dal punto di vista dei dominanti il meccanismo è perfetto, anche se di tanto in tanto devono allentare per impedire che il conflitto sociale inizi a farsi pericoloso. Ma – domanda delle domande – qual è l’obiettivo finale?

Spero che qualcuno abbia risposte migliori della mia. Ma se si continua ad attaccare (criminalizzandolo) l’essere umano in quanto tale, è difficile non pensare che si voglia esattamente la sua fine, allo scopo di sostituirlo con qualcosa di diverso. Sono sempre stato piuttosto prudente sul transumanesimo, ma forse mi sbagliavo.

Intanto prendiamo atto di una cosa: il capitalismo attuale ha il volto dell’emergenzialismo. Oggi il virus, domani il clima, dopodomani magari qualcos’altro. E non intendono mollare. Ci sarà pure un perché.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LOCKDOWN: LE PROVE DI UN CLAMOROSO FALLIMENTO

Chi ci segue sa che abbiamo sempre contestato confinamenti, quarantene e lockdown non solo perchè hanno fatto da apripista ad un regime biopolitico autoritario. Chi ci segue sa che abbiamo contestato radicalmente la presunta efficacia terapeutica delle chiusure restrittive. I corifei della dittatura sanitaria come pure tanti pseudo-antagonisti hanno provato a deriderci condannando le nostre critiche come “antiscientifiche”. Ebbene, ora vien fuori la verità. I giornaloni di regime la nascondono ma è arrivata una ricerca che fa a pezzi la narrazione ufficiale.

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IL RE DEGLI EPIDEMIOLOGI FA A PEZZI IL LOCKDOWN

«A mettere in dubbio l’efficacia del lockdown, decretando di fatto la sua sostanziale inutilità, è arrivata una ricerca pubblicata venerdì scorso sul prestigioso Journal of Clinical epidemiology.

Uno studio firmato tra gli altri dal celebre epidemiologo statunitense John Ioannidis e intitolato “Effect estimates of Covid-19 non pharmaceutical interventions are non robust and highly model dependent” (Gli effetti stimati delle misure nella lotta al covid-19 di carattere non farmaceutico non sono solidi e risultano fortemente modello dipendenti).

Un nome una garanzia, quello di Ioannidis. Laureatosi in medicina con il massimo dei voti all’università di Atene, lo scienziato greco americano si è poi specializzato ad Harvard. Vincitore di numerosi premi, oggi Ioannidis ricopre l’incarico di professore all’università di Stanford, universalmente riconosciuto come uno dei migliori atenei al mondo. Per dare un’idea del valore della sua produzione scientifica, basti sapere che Google Scholar  gli attribuisce oltre 330000 citazioni e un “h-index”, l’indice utilizzato per valutare l’impatto e la produttività scientifica, pari a 212. Tanto per citare due virologi nostrani, a Roberto Burioni viene riconosciuto un “h-index” di 33, mentre Fabrizio Pregliasco si ferma a 23.

Non è il primo studio scettico nei confronti delle chiusure sfornato dall’epidemiologo di Stanford. Quest’ultimo, tuttavia, ha una caratteristica che lo rende forse ancora più autorevole. Per valutare l’efficacia del lockdown, Ioannidis e i suoi hanno infatti paragonato due differenti modelli elaborati dall’Imperial College di Londra, entrambi volti a capire l’evoluzione dell’indice di riproduzione (Rt) del Covid-19.

Il primo, pubblicato a giugno 2020 su Nature, valuta l’effetto delle restrizioni – altrimenti dette “non pharmaceutical interventions” o Npi –, misure che vanno dalla chiusura delle scuole, al distanziamento sociale, al divieto di grandi eventi, fino alla chiusura totale, e rappresenta la pietra filosofale dei “chiusuristi”, dal momento che attribuisce ai lockdown nazionali “la riduzione dell’80% dell’Indice di riproduzione Rt”, e un risparmio in termini di vite umane pari a 3,1 milioni di persone in 11 paesi europei.

Il secondo, pubblicato a dicembre dell’anno scorso, su Nature communications prende invece in esame la variazione dell’Rt in funzione della sola mobilità (spostamenti e interazioni sociali).

Traslando i due modelli del contagio di 14 paesi europei – trai quali Italia, Francia e Germania – gli scienziati si sono resi conto che, al netto di effetti diversi sull’Rt attribuibili ai casi “sommersi” e alla differente capacità di testing, il risultato in termini di decessi giornalieri risulta praticamente identico.

Secondo gli scienziati, gli effetti delle restrizioni “non sono solidi” e risultano “altamente sensibili al modello utilizzato, alle ipotesi e ai dati utilizzati per adattare i modelli”.

Daltronde, sottolinea il gruppo di Ioannidis, gli stessi due modelli realizzati dall’Imperial college arrivano a conclusioni diverse: se il primo considera il lockdown come la misura più efficace per arginare il numero dei decessi, il secondo in realtà attribuisce alle chiusure totali un beneficio minimo, se non addirittura nullo.

Tradotto, attuando le misure base previste dal “modello 2” – riduzione della mobilità, distanziamento, uso delle mascherine e igiene –, il risultato in termini di decessi sarebbe stato identico. Non proprio una bella notizia, segno che il virus “morde” indipendentemente dalle limitazioni messe in campo ma quantomeno ci saremmo risparmiati un lockdown.

Che problema c’è, potrebbe chiedersi qualcuno. Del resto per la scienza confutare le tesi e formularne di nuove rappresenta il pane quotidiano. Tuttavia, ammettono gli autori, il primo modello ha avuto un peso determinante nel condizionare la scelta del decisore politico di attuare le chiusure totali, e, sempre secondo gli scienziati, trascurare la “sostanziale incertezza del modello” quando si è trattato di applicare restrizioni “più aggressive” in grado di produrre “effetti più negativi su altri aspetti della salute, della società e dell’economia”, ha rappresentato un errore madornale.

Nessuno può tornare indietro per cambiare il passato e impedire l’applicazione di misure che oggi possiamo considerare sproporzionate. Ma perchè alla luce di questi studi l’unica soluzione proposta contro il Covid, anche nel nostro Paese, rimane solo chiudere, chiudere e ancora chiudere? Una posizione ideologica, frantumata oggi dalla scienza che i tifosi del lockdown invocano ad ogni piè sospinto».

[ di Antonio Grizzuti, La Verità, 31 marzo 2021 ]




LA VERITA’ SUL COVID ED IL DISASTRO ITALIANO di Leonardo Mazzei

Il Covid 19 non è certo un virus peggiore di quello dell’Asiatica (1957-58), probabilmente neppure di quello dell’influenza di Hong Kong (1968-69), ma la classe politica che lo gestisce certamente lo è. E di gran lunga, come ben si vede dall’osservatorio italiano.

C’è un personaggio che esemplifica l’attuale disastro. E’ il buffone mascherato che governa la Campania. Vincenzo De Luca è uno e trino. E’ lo sceriffo col lanciafiamme che tutto vorrebbe chiudere, verrebbe da pensare per sempre. E’ il presidente di una Regione che non è riuscito a potenziare i posti di terapia intensiva, come avrebbe dovuto e come sarebbe stato possibile. E’ il politico che, nonostante tutto ciò, anzi forse proprio grazie anche a tutto ciò, ha vinto le elezioni del 20 settembre col 69% dei voti.

L’epidemia in Campania non ha lasciato tracce nelle statistiche demografiche. La mortalità ufficialmente attribuita al Covid è pari a 0,86 vittime ogni diecimila abitanti, molto più bassa della normale influenza stagionale. Eppure lo sceriffo col lanciafamme ha chiuso le scuole dalla sera alla mattina, anche se poi – a seguito della mobilitazione delle mamme – ha dovuto riaprire in fretta e furia almeno le scuole dell’infanzia. Sulla chiusura al momento il governo dice di dissentire, ma non mi stupirei se in un prossimo futuro De Luca risultasse l’apripista di analoghe decisioni governative.

Abbiamo detto delle terapie intensive. Mentre ululava mascherato davanti alle telecamere, il piddino De Luca ben poco faceva su quel versante. Lo denuncia addirittura un suo collega di partito, il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. Il quale, parlando della Campania, dichiara che:

«Prima del Covid aveva 335 posti letto di terapia intensiva. Il governo attraverso Arcuri ha inviato 231 ventilatori per le terapie intensive e 167 per le sub intensive. Oggi risultano attivati 433 posti, devono essere 566».

Come mai in Campania manchino 133 posti di terapia intensiva rispetto al previsto nessuno lo sa, ma su questo De Luca non è solo. Ecco cosa dice – sempre nello stesso articolo de la Repubblica – l’Alto (si fa per dire) commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri:

«In questi mesi alle Regioni abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari per le terapie intensive, 1.429 per le subintensive. Prima del Covid le terapie intensive erano 5.179 e ora ne risultano attive 6.628 ma, in base ai dispositivi forniti, dovevamo averne altre 1.600 che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attive. Chiederei alle Regioni di attivarle. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili, ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori».

Bene, cioè malissimo, ma almeno Arcuri dà i numeri. Degli oltre 4mila posti aggiuntivi in terapia intensiva di cui si parla da marzo, ne sono stati attivati sull’intero territorio nazionale solo 1.449, cioè meno di un terzo. Di chi è la colpa? Certamente dei tanti De Luca che governano le regioni italiane, ma Boccia ed Arcuri (cioè il governo e la pletora dei tecnici superpagati di cui si circonda) colpevoli lo sono anche loro. Avvilente dover leggere sulla stampa la loro denuncia, senza che ci dicano una parola su cosa hanno fatto loro in questi mesi.

Quale intervento, quale iniziativa? Semplicemente non si sa, dunque lo si può capire benissimo: non hanno fatto nulla. O meglio, hanno fatto (e stanno facendo) a gara nello spargere terrore, nel diffondere la paura, nel prendersela con i “negazionisti”, nel reclamare nuove chiusure alla faccia del milione e mezzo di disoccupati in più che già hanno creato.

Ora anche l’OMS dice che…

Neanche lontanamente paragonabile alla Spagnola, ho già detto in premessa che la portata dell’epidemia in corso appare invece simile a quella delle altre due pandemie influenzali del secolo scorso: l’Asiatica e l’influenza di Hong Kong. Forme influenzali certamente più gravi della media, ma non esattamente l’Apocalisse di cui si narra oggi. Questa verità, facilmente intuibile da qualunque persona abbia provato ad analizzare i dati con un minimo di razionalità, ci viene adesso confermata perfino dall’OMS.

Confrontando i dati di ottobre con quelli del picco di marzo, il Corriere della Sera del 16 ottobre ha dovuto riconoscere il crollo della letalità allo 0,3%. Ma in realtà anche questa percentuale è sovrastimata, dato che più che i casi acclarati con tampone si dovrebbe tener conto della stima dei contagiati reali. Proprio per questo le valutazioni dell’OMS sono interessanti.

Secondo le “migliori stime” del dottor Michael Ryan, responsabile del programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 10% della popolazione mondiale (pari a circa 780 milioni di persone) è già stato infettato da Sars-Cov-2. Si tratta una stima effettuata utilizzando i numerosi studi di sieroprevalenza realizzati in tutto il mondo. Rapportando questa stima al numero dei decessi ufficialmente attribuiti al Covid, il tasso di letalità effettivo sarebbe pari allo 0,14%. Decisamente inferiore a quello dell’Asiatica (0,40%) e presumibilmente a quello un po’ più incerto dell’influenza di Hong Kong. Certamente in linea con le normali influenze stagionali (circa allo 0,10%).

E’ da notare come la stima attuale dell’OMS sia profondamente diversa da quel 3,4% indicato a marzo dalla stessa organizzazione. Una cifra utilizzata in tutti i modelli di allora per giustificare ogni forma di chiusura e confinamento. Lo 0,14% è infatti 24 volte (ventiquattro) inferiore al 3,4%, ma è a quelle politiche che molti vorrebbero nella sostanza tornare.

Ad essere pignoli, è molto probabile che il raffronto con le pandemie influenzali del secolo scorso risulti alla fine ancor più favorevole, dato che nel passato gli epidemiologi hanno sempre fatto i loro calcoli sull’eccedenza di mortalità registrata, mentre oggi ragioniamo con i dati ufficiali in base ai tamponi. Numeri, questi ultimi, verosimilmente superiori all’eccedenza di mortalità effettiva, come sembrerebbero indicare alla grande i dati provenienti dagli Stati Uniti. In Italia ogni ragionamento su questo punto è al momento difficile. Infatti, in un Paese dove ormai nulla più funziona, pure l’Istat ha smesso di fornire dati aggiornati. Tuttavia, quelli comunicati fino a luglio mostrano un calo della mortalità, rispetto all’anno precedente, nei mesi di gennaio, febbraio, maggio, giugno e luglio. Dunque, dopo il violento picco di marzo ed aprile, la situazione si è di fatto rapidamente normalizzata. Quel che possiamo dire ad oggi è che ben difficilmente l’aumento di mortalità del 2020 risulterà superiore a quello registrato nel 2015 (con 49.207 decessi in più dell’anno precedente), evento che allora non scaldò minimamente i media.

Meditate gente, meditate…

Mentre scrivo è in arrivo l’ennesimo Dpcm, figlio dell’emergenzialismo imperante e dello stato d’emergenza vigente. Stavolta si parla di chiusura dei locali alle 22, nonché di lockdown nel fine settimana. Qualcuno saprebbe spiegarci la razionalità di questi decreti a raffica? Che forse la situazione cambia tutte le settimane? Almeno un po’ di serietà non guasterebbe.

Schierandosi contro lockdown ed emergenzialismo, Donald Trump ama ripetere che “la cura non può essere peggio della malattia”. Parole sagge che nessuno segue. Ma è chiaro come un nuovo lockdown, anche se un po’ attenuato, sarebbe il colpo di grazia per centinaia di migliaia di piccole aziende, con la certezza di una nuova valanga di disoccupati.

Ci dicono i benpensanti che sì, è vero, non c’è l’emergenza di marzo, però le terapie intensive potrebbero saturarsi. Ma è così, o siamo di fronte alle solite esagerazioni mediatiche? Giusto per fare un esempio, oggi l’Ansa ha parlato di una saturazione all’83% in Piemonte. Dato smentito da un tweet di Guido Crosetto, non proprio l’ultimo arrivato. Leggiamo:

«Questa è l’@Agenzia_Ansa. Io la leggo e capisco che in Piemonte l’83%  dei posti in terapia intensiva siano occupati. Allora chiamo @Alberto_Cirio (il presidente della Giunta regionale, ndr). Scopro che ci sono 33 ricoverati sui 327 posti ordinari. Che possono arrivare a 586 per emergenza».

La saturazione in Piemonte è dunque del 10%, non dell’83. Vogliamo domandarci una buona volta del perché i media facciano questo sporco gioco?

Peraltro, che le terapie intensive vadano in crisi durante i picchi influenzali non è cosa nuova.

«Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi, molte operazioni rinviate». Questo titolo del Corriere della Sera non è del 2020, bensì del 10 gennaio 2018. Toh, meno di tre anni fa! Ed anche allora un’influenza provocava intasamenti, rinvio delle operazioni e decine di malati gravi. Meditate gente, meditate.

La verità è che la Paura (con la P maiuscola) è un’ottima arma di governo. E, come dimostra il caso del buzzurro De Luca, anche di consenso. La verità è che il virus è un gigantesco business. Un modo per ridisegnare in peggio la società, disumanizzandola a più non posso. Non a caso la parola d’ordine è “distanziamento sociale”. Avrebbero potuto dire “distanziamento fisico”, e sarebbe stato anche più preciso. Invece no, distanziamento sociale. Detto e scritto ovunque ed h24. Perché quello è l’obiettivo più profondo: una società di atomi impauriti senza diritti e senza coscienza.

Fantascienza? Può darsi, ma qualcuno di voi immaginava un anno fa l’incubo di questo 2020? Sarà meglio svegliarsi il prima possibile, prima che questo incubo diventi la nuova normalità. Che è esattamente quel che qualcuno vuole.

 

 




L’EMERGENZA IMMAGINARIA di Alceste De Ambris

La recente ordinanza del Ministro della salute (ormai per limitare le nostre libertà personali non hanno più bisogno di leggi o almeno di decreti-legge) prevede la chiusura di discoteche e l’obbligo di mascherina dalle 18 in poi.

È già stata notata l’assurdità del provvedimento, che sembra presupporre che le malattie si diffondano solo al buio… e che gli unici luoghi affollati siano le discoteche… Vietato ballare: manco fossimo i protagonisti del film “Dirty dancing”! Il prossimo passo immagino sarà vietare i baci o i rapporti sessuali tra i giovani…

A parte le battute, il punto fondamentale è un altro. Ossia che, numeri alla mano, nonostante i media da settimane martellino su un ritorno del virus, in realtà al momento in Italia non esiste alcuna emergenza sanitaria che giustifichi ulteriori limitazioni delle libertà personali.

Non ho competenze mediche o statistiche, ma poiché nessun medico o statistico (almeno quelli interpellati dai media di regime) lo dice, è compito del cittadino comune cercare le informazioni e trarne le conclusioni (basterebbe anche un giornalista onesto…). Mi baso sui dati ufficiali delle istituzioni, pubblicamente reperibili su internet (le fonti sono indicate  in fondo).

Il fatto che nessuna testata giornalistica o programma televisivo riporti questi semplici dati, limitandosi a ripetere litanie senza senso (“oggi contagi in aumento”…), così come nessun partito politico anche di opposizione (esiste un’opposizione?) contesti il discorso dominante, polemizzando magari su questioni secondarie, la dice lunga sullo stato dell’informazione e della democrazia nel nostro paese.

E nessun fiato nemmeno dalla sinistra “antagonista”: dopo aver ammorbato per trent’anni le facoltà di filosofia con il pensiero di Foucault (pensatore peraltro anarcoide e anti-statalista e quindi innocuo al Sistema), non riescono a riconoscere il biopotere nemmeno quando si manifesta in modo così aperto… Negli anni Trenta forse c’era più pluralismo…

Il numero dei contagi sembra un dato irrilevante, sia perché dipende dal numero dei tamponi effettuati, sia perché i tamponi danno molti falsi positivi, e soprattutto perché questi nuovi infetti sono in realtà per la maggior parte sani, asintomatici o con sintomi lievi. Per svariate ragioni il virus col tempo ha perso pericolosità e letalità. L’aumento dei contagi, tra le categorie non a rischio, potrebbe anzi essere un fattore positivo, perché aiuta a costituire l’immunità’ di gregge (senza attendere vaccini miracolosi).

Il dato rilevante e’ quello dei decessi. Si tratta, come noto, di decessi presunti, perché sono stati considerate vittime del coronavirus persone “con” il coronarivus ma morti per altre malattie. E’ lo stesso Ministero della salute a dirci che l’età media dei deceduti è di 80 anni (e la mediana di 82), e che solo il 3,9% di questi non aveva patologie pregresse (e il 61% aveva tre o più patologie pregresse).

Ad ogni modo atteniamoci ai dati ufficiali. Il grafico dei decessi giornalieri presenta la classica curva a campana: raggiunto il picco a fine marzo-inizio aprile (massimo 919 morti), la curva  scende gradualmente da aprile – giugno, fino quasi ad azzerarsi a luglio e agosto. A luglio il numero dei decessi giornalieri varia da 3 a 30, con una media di 12. A agosto (fino ad ora) il numero varia da 2 a 12, con una media di 6 decessi al giorno. Diciamo pure, per arrotondare, negli ultimi due mesi, 10 decessi al giorno per covid.

Sono numeri di cui preoccuparsi ? Qui occorre ragionare a mente fredda: è chiaro che ogni vita umana è preziosa, ma purtroppo quando si fanno scelte politiche (non solo in ambito sanitario, ma anche economico ecc.) occorre valutare i pro e i contro. La vita umana è mortale e in nessuna attività esiste un rischio zero. Ad es. nessuno pensa di vietare la circolazione delle auto perché quotidianamente muoiono persone in incidenti stradali (in media oltre 3000 ogni anno).

La verità è che, avendo un termine di paragone, sono numeri non solo bassi ma proprio irrilevanti. L’Italia ha una popolazione di circa 60 milioni di persone. L’Istat ci fornisce i dati sulla mortalità annuale. Ecco ad esempio i dati dal 2014 al 2018 (arrotondati al migliaio per semplicità): rispettivamente 598 mila, 648 mila, 615 mila, 649 mila, 633 mila morti per tutte le cause. Va notato che uno scostamento di 50 mila morti da un anno all’altro è considerato fisiologico e non degno di allarme (e infatti nessun mezzo di informazione nel 2015 ci ha allertato per tale incremento o cercato spiegazioni).

La media è 628600. Dividiamo questo numero per 365 giorni, viene 1722 decessi quotidiani. Poiché ci troviamo in quella metà dell’anno in cui, viste le temperature, la mortalità è più bassa, togliamo pure un 10-15%: viene 1500 arrotondato. Ogni giorno in Italia in questo periodo muoiono circa 1500 persone. Come si vede si tratta di calcoli a spanne, solo per capire l’ordine di grandezza di ciò di cui si parla. Resta il fatto che appare razionalmente incomprensibile perché media e politici si occupino ossessivamente dei 10 morti per covid e non dei 1490 morti giornalieri per tutte le altre cause.

Per quali cause? È l’Istat stesso a dircelo (ad es. per il 2017): il 36% per malattie del sistema circolatorio, 28% per tumori, 8% per malattie respiratorie, 5% per demenze, 4% apparato digerente e 3% per diabete. Tra le malattie respiratorie ci sono polmoniti, influenze e altre. Solo per influenza si calcolano mediamente 8000 morti all’anno (per un’influenza di media gravità, di più se è grave). Il che significa, considerando che l’influenza è attiva circa per quattro mesi, una media di 65 morti al giorno (nel periodo appunto dicembre-marzo). Eppure per l’influenza non è mai stato immaginato alcun obbligo sanitario (il vaccino è facoltativo) né il telegiornale ci informa ogni giorno sul numero di infetti e sui focolai…

La situazione quindi è molto chiara: il covid è una delle malattie meno pericolose che circolino nel nostro paese, in cui da almeno due mesi non c’è alcuna emergenza sanitaria. Eppure media e governo ci fanno credere che c’è (è stato infatti prorogato lo stato di emergenza).

In questo modo continuano a diffondere panico tra la popolazione, il che sicuramente avrà degli effetti negativi sullo stato psicologico dei cittadini (in forma di depressione, ansia, nevrosi ecc.). Inoltre le limitazioni e l’incertezza danneggiano  l’economia: interi settori (ristorazione, spettacolo, trasporti, piccoli negozi ecc.) subiscono perdite ingenti, e le persone perdono il lavoro.

La somma di questi due fattori (disagio psicologico e perdita di reddito) è probabile avrà un impatto negativo sulla salute, per cui prevedo che il 2020 si concluderà effettivamente con una maggiore mortalità rispetto agli anni scorsi, ma non tanto a causa del covid, ma a causa dei provvedimenti presi per contrastare il covid.

E dunque, se è inutile e controproducente, perché media e politici continano a propinarci un’epidemia ormai inesistente? Certo non è un semplice errore o incompetenza, anche perché la campagna propagandistica ha un respiro globale e non riguarda solo l’Italia.

Sono state avanzate tante ipotesi, che tirano in gioco il controllo sociale, la lobby dei vaccini, speculazioni finanziarie, conflitti geopolitici ecc. Non so, ma ho il sospetto che la pandemia (reale o percepita) non finirà tanto presto, e che anzi diventerà il nuovo discorso dominante, nuova arma di distrazione di massa e capro espiatorio dietro a cui nascondere i fallimenti del finanz-capitalismo. Per un ventennio ci hanno imposto come ordine del giorno il “terrorismo islamico”: all fine si è capito che in realtà i presunti fondamentalisti non erano che balordi e mercenari utilizzati in ottica neocoloniale da una serie di potenze, soprattutto occidentali, per destabilizzare Stati ribelli e occupare zone strategiche. Dopo che Putin e Trump hanno scoperto il bluff, questo tipo di propaganda non tiene più (e infatti il terrorismo sembra scomparso da un giorno all’altro)… Occorre dunque mobilitare un nuovo nemico immaginario.

Fonti:

Ministero della salute http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?area=nuovoCoronavirus&id=5351&lingua=italiano&menu=vuoto
e
http://www.salute.gov.it/portale/caldo/dettaglioContenutiCaldo.jsp?lingua=italiano&id=4547&area=emergenzaCaldo&menu=vuoto

Istituto superiore di sanità
https://www.epicentro.iss.it/influenza/sorveglianza-mortalita-influenza

Istat
http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=18462#
e
https://www.istat.it/it/files/2020/03/Nota_mortalità-per-causa_regionale-1marzo_15Maggio-_2017_e_2020.pdf

Per i dati sui decessi (grafico e giornalieri)
https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-italia/
https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/




SE IL VIRUS INFETTA L’INTELLETTO di Sandokan

Chi non conosce Sergio Romano? Ambasciatore di lungo corso, quindi storico e giornalista, nonché editorialista del Corriere della Sera. Un liberale che sembra uscito da un esclusivo circolo dell’aristocrazia londinese. Il nostro è come un orologio rotto, che indica l’ora giusta almeno due volte al giorno. Di norma non ne azzecca una. Lo stile che s’è cucito addosso è quello del gentlemen sapiente, dello sparasentenze. L’atteggiamento quello della coscienza critica dell’élite italiana la quale, per l’appunto, sarebbe molto poco liberal e troppo gaglioffa.

Nel novembre 2017 dichiarava a la Repubblica: «Io snob? È il mondo che si è abbassato nella qualità. Parecchio».

Il nostro, sul Corrierone, cura una rubrica quotidiana (L’AGO DELLA BILANCIA) per mezzo della quale dispensa martellanti pillole liberali di saggezza.
L’ultima di ieri è degna di nota.

Il nostro esordisce con l’ammettere che “Il coronavirus non ha contagiato soltanto esseri umani ma anche la politica nazionale e internazionale, con risultati che potrebbero essere non meno pericolosi per le sorti del Paese e del continente in cui viviamo” — la scoperta dell’acqua calda, mi direte; vero, non fosse che in giro c’è gente che si ostina a non riconoscere che la dimensione socio-politica della vicenda è enormemente più importante di quella meramente sanitaria.

Dato il condivisibile esordio uno ci aspetterebbe che dall’alto della sua sapienza il Romano mettesse in guardia dallo sfrontato uso politico della pandemia messo in atto soprattutto nei paesi in cui lo Stato d’emergenza sanitaria è stata trasformata in vero e proprio Stato d’eccezione — ove la severa e prolungata quarantena ha drasticamente limitato e calpestato non solo libertà di movimento ma numerosi diritti politici, sociali e civili. Data la premessa, insomma, uno si aspetterebbe che avrebbe parlato dell’Italia e di come il governo, scatenata col decisivo assist dei media una virulenta campagna di terrorismo di massa, ha strumentalizzato la pandemia per sperimentare uno Stato di polizia su larga scala.

Invece no, invece se la prende con Viktor Orban “che ha usato il coronona virus per ottenere i pieni poteri”, quindi va giù pesante con Donald Trump che si sarebbe addirittura permesso di accusare l’Oms e la Cina, in verità pensando alla sua rielezione.

Pur di portare acqua al mulino dell’élite liberale mondialista il Romano accusa Trump e Orban, ovvero proprio due tra coloro che si sono rifiutati si seguire la via del terrorismo di massa e dello  Stato d’eccezione. E pur di difendere il suo totale rovesciamento della verità elogia i governi che hanno davvero soppresso diritti democratici e libertà civili poiché lo avrebbero in base al criterio per cui “il diritto alla salute è più importante di qualsiasi considerazione strettamente economica”…

Parafrasando Goebbels “Quando un gentlemen fa la morale viene da portare la mano alla cintola”.

 




LA PESTE IMMAGINARIA E LA CACCIA ALL’UNTORE di Giorgio Agamben

Il filosofo Giorgio Agamben, proprio come abbiamo fatto noi, ha criticato le draconiane misure di clausura adottate dal governo. Per questo è stato vittima di violente invettive da parte di alcuni pennivendoli di regime nonché dagli scenziati di Sua Maestà. Un esempio su tutti l’attacco di Paolo Flores d’Arcais
Pubblichiamo la risposta di Agamben e, più sotto il suo primo intervento.


Chiarimenti
Di Giorgio Agamben

Un giornalista italiano si è applicato, secondo il buon uso della sua professione, a distorcere e falsificare le mie considerazioni sulla confusione etica in cui l’epidemia sta gettando il paese, in cui non si ha più riguardo nemmeno per i morti. Così come non mette conto di citare il suo nome, così nemmeno vale la pena di rettificare le scontate manipolazioni. Chi vuole può leggere il mio testo Contagio sul sito della casa editrice Quodlibet. Piuttosto pubblico qui delle altre riflessioni, che, malgrado la loro chiarezza, saranno presumibilmente anch’esse falsificate.

La paura è una cattiva consigliera, ma fa apparire molte cose che si fingeva di non vedere. La prima cosa che l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita. È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro. I morti – i nostri morti – non hanno diritto a un funerale e non è chiaro che cosa avvenga dei cadaveri delle persone che ci sono care. Il nostro prossimo è stato cancellato ed è curioso che le chiese tacciano in proposito. Che cosa diventano i rapporti umani in un paese che si abitua a vivere in questo modo non si sa per quanto tempo? E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?
L’altra cosa, non meno inquietante della prima, che l’epidemia fa apparire con chiarezza è che lo stato di eccezione, a cui i governi ci hanno abituati da tempo, è veramente diventato la condizione normale. Ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci. Gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera. Noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette “ragioni di sicurezza” e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza.
Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi.
Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.

CONTAGIO
Di Giorgio Agamben

L’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!
Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Una delle conseguenze più disumane del panico che si cerca con ogni mezzo di diffondere in Italia in occasione della cosiddetta epidemia del corona virus è nella stessa idea di contagio, che è alla base delle eccezionali misure di emergenza adottate dal governo. L’idea, che era estranea alla medicina ippocratica, ha il suo primo inconsapevole precursore durante le pestilenze che fra il 1500 e il 1600 devastano alcune città italiane. Si tratta della figura dell’untore, immortalata da Manzoni tanto nel suo romanzo che nel saggio sulla Storia della colonna infame. Una “grida” milanese per la peste del 1576 li descrive in questo modo, invitando i cittadini a denunciarli:

«Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con fioco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose, si fa intendere per parte sua a ciascuna persona di qual si voglia qualità, stato, grado e conditione, che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone ch’hanno favorito, aiutato, o saputo di tale insolenza, se gli daranno cinquecento scuti…»

Fatte le debite differenze, le recenti disposizioni (prese dal governo con dei decreti che ci piacerebbe sperare – ma è un’illusione – che non fossero confermati dal parlamento in leggi nei termini previsti) trasformano di fatto ogni individuo in un potenziale untore, esattamente come quelle sul terrorismo consideravano di fatto e di diritto ogni cittadino come un terrorista in potenza. L’analogia è così chiara che il potenziale untore che non si attiene alle prescrizioni è punito con la prigione. Particolarmente invisa è la figura del portatore sano o precoce, che contagia una molteplicità di individui senza che ci si possa difendere da lui, come ci si poteva difendere dall’untore.

Ancora più tristi delle limitazioni delle libertà implicite nelle disposizioni è, a mio avviso, la degenerazione dei rapporti fra gli uomini che esse possono produrre. L’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza che secondo alcuni è di un metro, ma secondo gli ultimi suggerimenti dei cosiddetti esperti dovrebbe essere di 4,5 metri (interessanti quei cinquanta centimetri!). Il nostro prossimo è stato abolito. È possibile, data l’inconsistenza etica dei nostri governanti, che queste disposizioni siano dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare, ma è difficile non pensare che la situazione che esse creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare: che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.

* Fonte: QUODLIBET
11 marzo 2020




L’UNICA VERA PANDEMIA di Piemme

Dunque in Italia è arrivata la pandemia. No, non il Corona virus che, Cina compresa, non ha causato più decessi di una dalle ricorrenti epidemie influenzali —  colpiti in Italia annualmente circa 5 milioni di cittadini, morti circa 5mila, la gran parte anziani già affetti da altre gravi patologie. I contagiati ad oggi dal Covid-19 son 322, le vittime 11 — deceduti “con” il coronavirus, non “per” il coronavirus, quindi non necessariamente per causa sua.

Mi sia permesso di rinfrescare la memoria ai troppi smemorati: infettate dalla “Spagnola” (1918-19), 500 milioni di persone, deceduti 50 milioni. Decessi per la “Asiatica” (1957) 1,1 milioni. Influenza H3N2 (1968), decessi stimati 1milione. Influenza H1N1 (2009), morti stimati circa 500mila. MERS-Cov (2019) 2857 decessi. Ebola (2019), 3.297 decessi.

Tutto questo, senza citare Colera, Morbillo e Malaria, che ogni anno falciano i paesi più poveri, Africa in primis. Il Colera merita un paragrafo a parte, dal momento che rappresenta la normalità in molti Paesi e una situazione drammatica in Yemen. Si stimano ogni anno da 1,3 a 4 milioni di casi di colera e da 21mila a 143mila morti in tutto il mondo. Riguardo al Morbillo, i dati parlano da sé: nel 2019 (dato OMS) si contano 429mila casi confermati per 142mila morti nel mondo per questa malattia nel 2018 (dato solido più recente).

*   *   *

La vera pandemia è la follia collettiva, il panico isterico e l’allarmismo che ha afferrato il Paese. Da dove sia venuto il contagio è presto detto: è venuto dall’alto, da Tv, giornali e media impazziti, che hanno diffuso il virus più pericoloso di tutti, quello della paura. Nemmeno ai tempi della guerra e dei bombardamenti si era giunti a tanto.

Qualcuno ha tentato di vederci una macchinazione politica anticinese, o un esperimento sociale su larga scala, un modo per tornare all’attacco per far passare la vaccinazione di massa, ecc. Illusi! Siamo messi peggio di così. Non c’è stata alcuna intelligenza se non quella di vincere la spregiudicata e meschina gara dell’audience o di vendere copie  — è il mercato signori! Il fatto è che l’isterico allarmismo mediatico ha infettato quasi subito le traballanti autorità politiche le quali hanno letteralmente perso la testa e, per non sapere né leggere né scrivere, sono ricorse a misure cautelative e coattive abnormi: hanno dall’oggi al domani messo fuori legge la vita associata.

Tuttavia, malgrado alla base di questa assordante campagna allarmistica non ci sia stata né una diabolica mente né un fine, un risultato essa lo determina a prescindere: il rimbambimento di massa, la sterilizzazione politica della democrazia, la quale vive di cittadini consapevoli e coraggiosi.

Che siano scesi in campo, a dar manforte alla campagna terroristica, con la loro boria insopportabile, gli scienziati con l’elmetto, gli stregoni della “vera scienza”, i Burioni per capirci, non ci stupisce. E nemmeno ci stupisce che in questa Guerra per il Re di Prussia si siano arruolati volontari gli specialisti del complottismo e della cospirazione. Il web è terreno fertilissimo per ogni sorta di dietrologie e congetture, ed anche delle psicosi collettive.

Possiamo distinguere i complottisti in due scuole principali e opposte: quella filo-americana e quella anti-americana. Per quella filo-americana il virus sarebbe uscito inopinatamente da un laboratorio cinese di guerra batteriologica situato a Wuhan. Per quella anti-americana il virus sarebbe stato diffuso, proprio a Wuhan, dai nemici della Cina, quindi un atto di guerra per distruggere quel grande Paese — detto fra noi: la risposta fornita dal regime cinese è stata talmente poderosa e impressionante che i suoi nemici dovrebbero preoccuparsi assai.

Le due fazioni divergono sulle cause ma sono d’accordo su una cosa:  le spiegazioni epidemiologiche e sanitarie ufficiali dell’OMS, comprese guarda caso quelle cinesi, sono tutte emerite cazzate propalate per nascondere la verità, e la verità è che, senza saperlo, saremmo già nella terza guerra mondiale.

I complottisti, ovviamente, non possono essere smentiti. Non c’è storia né dialogo possibile coi complottasti. E’ come con certi teologi che se gli chiedi di dimostrare l’esistenza di Dio, ti rispondono, “dimostra piuttosto non esiste”. La verità banale è che trattandosi di un ente soprannaturale non si può dimostrare empiricamente né una cosa né l’altra. Onde per cui il dialogo tra chi crede nel soprannaturale e chi no, è un dialogo tra sordi, inutile come quello con i complottisti.

Mi limito solo a segnalare che quella complottista è una visione che guadagna proseliti ogni giorno che passa. La ragione è profonda e non va presa sotto gamba. Nell’epoca nichilistica della post-verità, cioè nell’epoca dello smarrimento generale, del lutto e del disincanto per il fallimento di tutte le complesse visioni premoderne e moderne (cristianesimo, illuminismo e marxismo) ci si aggrappa, disperati, ad ogni simulacro. Dopo la caduta del pensiero complesso c’è bisogno di pensieri semplici, di risposte secche e passepartout. I complottisti offrono queste risposte certe in tempi di totale incertezza, presumono di trovare senso anche dove non c’è, di svelare i veri arcani del potere. E’ la rinascita del manicheismo nella sua radicale forma gnostica: il mondo è male radicale, l’uomo ne è un distillato e il potere ne è l’incarnazione. Superflua risulta ogni altra spiegazione.

Ma forse l’ho fatta troppo seria. Forse davvero è tutto molto più semplice, forse questa roba qui non è null’altro che uno dei precipitati dell’americanizzazione culturale, di una civiltà, quella americana, che ha l’ontologico pessimismo calvinista nel suo stesso Dna — di cui l’apocalittismo da Armageddon delle sette evangelico-sioniste è figlio legittimo.

Bandiera gialla, Andromeda, La città verrà distrutta, Epidemic, Contagion, L’esercito delle 12 scimmie, Virus letale, Pandemic, Deranged, I figli degli uomini, Fatal contact, Il giorno del giudizio, Contagio letale, E venne il giorno, Verso la fine del mondo, Il contagio, Epidemia letale, World war Z. Per finire con il documentario appena uscito (2020) su Netflix: Pandemia globale.

Siamo a diciotto. Ben diciotto film apocalittici a stelle e strisce, quasi tutti grandi porcherie. Tutti come trama il contagio pandemico, il più delle volte scatenato da diabolici dottor Stranamore e/o da errori di alcuni scienziati, nonché da immancabili servizi segreti. A questi vanno aggiunti diverse serie televisive, giochi da tavolo, più una vasta letteratura. Tutto made in USA.

Forse è per questo che la subcultura americana ha finito per infettare l’Occidente e poi tutto il mondo? Non con i libri, ma col più contagioso dei vettori ideologici: il cinema.