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ULTIME DALLA LIBIA di Emmezeta

[ 13 gennaio ]

insediato dall’esterno dalle potenze occidentali e riconosciuto dall’ONU.

Detto così le cose sembrerebbero relativamente semplici, ma ci sono altri decisivi elementi di complicazione. Vediamo quelli più importanti:

1. Il governo fantoccio di al Serraj più che disporre di forze proprie vive grazie al sostegno (ben remunerato) di alcune decine di milizie tribali, tra le quali spicca quella di Misurata. La fedeltà di queste milizie è assai dubbia. E’ probabile che il loro appoggio duri finché reggerà il sostegno internazionale ad al Serraj. Ma è proprio questo l’elemento decisivo che sembra ora scricchiolare (vedi punto 4).

2. Nella capitale e nell’ovest del paese agiscono anche le forze che fanno capo a Ghwell, almeno in parte legate alla Fratellanza Musulmana. Dopo aver guidato (con l’appoggio della Turchia e del Qatar) il governo tripolino nel 2015-2016, Ghwell aveva lasciato Tripoli nel maggio scorso. Un allontanamento temporaneo che non era però una rinuncia alla lotta, come i fatti di questi ultimi mesi (ed anche quelli di ieri) dimostrano. Per capire la situazione nella capitale, basti pensare che Ghwell – formalmente sotto sanzioni internazionali ed a rischio di arresto – risiede adesso tranquillamente all’Hotel Rixos di Tripoli.

3. In questi mesi le posizioni del generale Haftar – che oltre all’est del paese controlla anche una vasta area della Tripolitania a sud-ovest di Tripoli, grazie soprattutto al ruolo della milizia di Zintan – si sono rafforzate, sia militarmente che politicamente. Sta di fatto che egli, al pari del parlamento di Tobruk, mai ha riconosciuto il governo al Serraj.

4. Il rafforzamento politico di Haftar, ed il conseguente indebolimento di al Serraj, è facilmente riscontrabile nei fatti delle ultime ore. Mentre a Tripoli andava in scena l’ennesimo scontro, Haftar era ospite della portaerei russa Admiral Kuznestsov al largo delle coste della Cirenaica. Ma se l’appoggio russo (oltre a quello dell’Egitto e degli Emirati Arabi) è cosa del tutto ufficiale, quello della Francia è solo un po’ più nascosto. Sta di fatto che ieri all’appello dell’Italia per concordare una dichiarazione comune a sostegno di Serraj (vedi La Stampa) hanno risposto picche sia gli Stati Uniti (ufficialmente “poco interessati” alla Libia) ma anche i governi di Parigi, Londra e Berlino. Uno smacco per il governo italiano, ma anche un annuncio di condanna a morte per l’attuale governo fantoccio di Tripoli.

5. Nel dicembre scorso si è consumata la sconfitta del Califfato a Sirte. Ma proprio l’asprezza di quella battaglia – la resistenza è durata sette mesi e gli attaccanti (in primo luogo le milizie di Misurata) hanno avuto 700 caduti e più di 3.500 feriti (leggi QUI) – dimostra la vitalità delle forze jihadiste in Libia. Sconfitti in primo luogo dai 492 attacchi aerei sostenuti dagli Stati Uniti, con l’uso di bombardieri, elicotteri d’attacco e droni, queste forze hanno ora ripiegato verso la zona di Sebha, al confine tra Libia, Algeria e Niger. E non è escluso che rientrino in azione insieme ai miliziani islamisti ancora forti in Cirenaica.

Da questi cinque elementi si può ben capire come definire la situazione libica come complessa è ancora troppo poco.

Adesso si fanno molte ipotesi. Una è che l’azione intrapresa da Ghwell miri a disfarsi di al Serraj per poi trattare con Haftar. Ma, nel caso, trattare per cosa? Per spartirsi la Libia (con dietro i relativi protettori internazionali nel ruolo di predoni delle ricchezze del paese) o per raggiungere un difficile equilibrio di potere che vedrebbe comunque Haftar primeggiare?

Difficile, praticamente impossibile, che i clan dell’ovest possano accettare il dominio di Haftar. Per cui i casi restano sostanzialmente due: od una spartizione de facto comunque instabile, o la prosecuzione del conflitto ad oltranza. Si è già parlato di somalizzazione del conflitto libico, e la cosa rende bene l’idea. Ma la Libia non è la povera Somalia, e le ricchezze del suo sottosuolo fanno gola a tante potenze. Potenze regionali come l’Egitto e la Turchia, ed in subordine Emirati, Qatar ed Arabia Saudita (quest’ultima prevalentemente per ragioni strategiche di contrasto alla Fratellanza Musulmana). Ma anche potenze extra-regionali. Non solo gli Stati Uniti e la Russia, ma pure Francia, Gran Bretagna ed Italia.

Ed a proposito del nostro Paese, rimasto da solo a far la guardia al bidone vuoto rappresentato da al Serraj – l’Italia lunedì scorso, unico paese occidentale, ha riaperto l’ambasciata a Tripoli – le cose vanno mettendosi proprio male. Ecco cosa si guadagna ad accodarsi alle aggressioni militari (ricordiamolo a Napolitano), ad appoggiare governi fantoccio senza basi reali nel paese, a giocare alla spartizione degli interessi neo-coloniali se non proprio del territorio, a danno della popolazione libica!

A quasi sei anni dal marzo 2011, quando il dramma libico cominciò, è il momento di dire con più forza via dalla Libia, no allo smembramento di quel paese, diritto all’autodeterminazione del popolo libico, appoggio alle forze patriottiche che intendono resistere agli interessi imperialisti! 





M5S: OPERAZIONE GIOVANNA D’ARCO di Pierfranco Pellizzetti

[ 13 gennaio ]

Codice etico e Operazione Giovanna d’Arco. Cosa succede ai Cinquestelle?
Non hanno torto quanti sottolineano che la presenza Cinquestelle ha fatto da barriera al dilagare anche in Italia del lepenismo o (se è possibile) perfino di peggio.

Questo non impedisce all’osservatore, non pregiudizialmente ostile, di rilevare il grave spreco di potenzialità rifondative della politica da parte del monopolista detentore dell’area indignata nel nostro Paese; più che il generico Movimento, il pool di controllo: Beppe Grillo e lo Staff. Mentre avanzano segnali di ulteriore aggravamento dello spreco in atto, in larga misura determinato da tratti psicologici di sinergici destrismi autoritari: il delirio di onnipotenza che affligge Grillo, nella sua mutazione inarrestabile da tribuno a oracolo, la hubris manageriale afasica del giovane Casaleggio, intenzionato a difendere alla morte il business. Cui fa da contraltare la palese subalternità dei giovani eletti alle cariche di rappresentanza pubblica, che rivelano precoci (e francamente impreviste) pulsioni dorotee alla tutela di poltrone e poltroncine, acquisite grazie alla benevolenza dei Capi. E a questo si aggiunge l’inquietante sottomissione fideistica dei credenti al profetismo cinquestellare, rappresentato da quella sorta di pellegrinaggio al santuario, da parte del 91%, su 41mila votanti, genuflesso al rito pagliaccesco del Codice Etico. Ovvero l’atto di cieca devozione nei confronti di El Supremo Beppe.

A questo punto si potrebbe ritenere che operi una sorta di ripartizione di compiti nel duopolio di governo del Movimento: il “penombra” milanese presidia la funzione del controllo, attento a mantenere in funzione le rendite di posizione acquisite. Opera il cui palese esempio è la messa in cantiere dell’operazione “Giovanna d’Arco” per la beatificazione (e quindi il salvataggio) di una Virginia Raggi avvinghiata alla sede capitolina come un mitile allo scoglio. Quanto dimostrano i suoi movimenti sottotraccia per mettere fuori uso il contratto sottoscritto al momento della candidatura a sindaco e delle relative penali in caso di disobbedienza allo Staff.

Da qui la necessità di trasformare mediaticamente un’imbarazzante inadeguata nella pulzella avversata da ipotetici Poteri Forti, che vorrebbero trascinarla al rogo.

Nel frattempo, dalla collina VIP di Sant’Ilario, “l’inventore del mugugno gridato” si applica ad attizzare il parossismo dei fedeli con proclami terroristici contro qualche Male assoluto. Tipo l’orrida quanto puerile pensata di proporre un nuovo tribunale del popolo inquisitore sull’informazione, che – probabilmente in tono caricaturale, ma non si sa mai – riporta alla mente allucinanti esempi di eruzioni cieche del fanatismo assembleare: dal Terrore robespierriano alle Rivoluzioni Culturali maoiste. Il modo migliore per offrire il destro – questa volta sì – all’establishment nel riproporre la truffa lessicale del “populismo” (ovvero la reazione alle politiche anti-popolari) come estrema degenerazione della democrazia; in effetti, virata dagli oligarchi in Postdemocrazia e oggi in Democratura. Operazione a cui l’insipienza grillesca offre la migliore copertura immaginabile. Con un ulteriore effetto, ancora più grave; che potrebbe far presagire la definitiva involuzione, e conseguente perdita di spinta propulsiva, di un soggetto politico da cui ci si attendeva ben altro: la perdita di contatto con l’elettorato di opinione; quello che, assommandosi al consenso di appartenenza, aveva dato vento alle vele della crescita M5S.

Chi scrive non vede proprio una nuova trasmigrazione della domanda di alternativa verso qualcosa che assomigli agli altri partiti in campo. Semmai prevede dispersioni e astensionismi. C’è un piccolo esempio delle mie parti su cui gli strateghi stellari dovrebbero riflettere: le amministrative dell’anno scorso a Savona. Bastò che una lista civica di disturbo conquistasse l’8% dei suffragi per fare sì che il vincitore annunciato M5S non arrivasse neppure ai ballottaggi.


* Fonte: Micromega