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VENTI TESI SU MARX di Moreno Pasquinelli*

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«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito

 

Premessa

La dottrina marxista è figlia del suo tempo, dell’epoca in cui la borghesia, malgrado il poderoso sviluppo delle forze produttive, non mantenne la promessa di un umanistico e vero progresso sociale. È in quella temperie che il nascente proletariato venne considerato il soggetto storico destinato a realizzare l’agognata redenzione dell’umanità dal suo stato di abiezione. La dottrina marxista — sintesi ingegnosa di materialismo meccanicistico di matrice nominalista, di storicismo di matrice hegeliana, e positivismo scientista —, nelle vesti di socialismo scientifico, riuscì ad imporsi come alfiere della classe proletaria e come araldo di una nuova civiltà. A questo punto, con alle spalle un secolo tremendo, occorre avere il coraggio di riconoscere che anche la dottrina di Marx, malgrado la sua penetrante fisiologia del capitalismo, non ha superato la spietata prova della validazione fattuale. La storia è inflessibile, punisce chi   fallisce il proprio scopo, la cui disgrazia è tanto più grande quanto più maestosa la sua profezia.

In virtù del suo carattere sincretico il pensiero di Marx era destinato a dare vita a multipli e opposti “marxismi”. Ognuno di essi si è cimentato nel tentativo di riformare la dottrina. Se tutti questi tentativi andarono incontro allo scacco è anzitutto perché nessuno di essi rinunciò al fondamento teleologico e finalistico della dottrina. Non si tratta di riformare il marxismo, né di compiere una mera decostruzione. Si tratta di appoggiare su nuove fondamenta teoriche e politiche la battaglia per la fuoriuscita dal capitalismo. Consegniamo ai compagni d’arme il nostro contributo facendo nostre proprio le parole del giovane Marx: «La critica non è una passione del cervello, essa è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare».

DECOSTRUZIONE

La dottrina marxista afferma:

– che «l’essere umano è l’insieme dei rapporti sociali»; che «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza»; che questa coscienza si spiega essenzialmente con le «contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione»; che il pensiero non sarebbe altro che il «riflesso intellettuale di fatti sociali ed economici»; che sia «una questione meramente pratica» (e non anche teorica) «se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva».

– che la storia procede «a guisa d’un processo naturale»; che sia «sostanzialmente sottoposta alle stesse leggi di sviluppo» della natura; che «la necessità che s’impone qui attraverso il caso, è a sua volta, in fin dei conti, la necessità economica»; che «nella storia il fattore economico è quello determinante in ultima istanza».

– che «i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società»; che «la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le recano la morte; essa ha anche creato gli uomini che useranno quelle armi – i moderni operai, i proletari»; che «la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato»; che «questa dittatura medesima costituisce [necessariamente] il passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una società senza classi».

– che «un’epoca di rivoluzione sociale» matura essenzialmente come risultato della «contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione esistenti»; che «i rapporti di produzione borghese» sarebbero «l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale» e che «con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana»; che «Il mezzo — lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali — viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente».

– che la «la filosofia non è altro che la religione ridotta in pensieri, e che quindi bisogna condannarla, essendo un nuovo modo di presentarsi dell’estraniazione dell’essere umano»;  che «la morale, la religione, la metafisica e ogni altra ideologia [sono «forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi»] che non hanno né autonomia né storia»; che «la scienza reale, positiva” comincerebbe «dove cessa la speculazione e inizia l’attività pratica»; che «col rovesciamento pratico dei rapporti sociali reali saranno risolte tutte le fandonie idealistiche».

– che le lotte ideologiche non sarebbero altro che «forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi»: e tuttavia che «ogni classe che aspiri al dominio deve rappresentare a sua volta il suo interesse come universale»; che il materialismo storico «Non è più una filosofia, ma una semplice concezione del mondo che non ha da trovare la sua riprova e la sua conferma in una scienza della scienza per sé stante, ma nelle scienze reali. La filosofia dunque è qui “superata”, cioè “insieme sorpassata e mantenuta”, sorpassata quanto alla sua forma, mantenuta quanto al suo contenuto reale».

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– che «Ciò che conta non è cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere”; che «Quanto più la scienza procede in modo spregiudicato e deciso, tanto più essa trovasi in accordo con gli interessi e con le aspirazioni degli operai. Il nuovo indirizzo, che ha ravvisato nella storia della evoluzione del lavoro la chiave per comprendere tutta la storia della società, si è rivolto sin dal primo momento alla classe operaia e ha trovato in essa l’accoglienza che non cercava né attendeva dalla scienza ufficiale. Il movimento operaio tedesco è l’erede della filosofia classica tedesca».

RIFONDAZIONE

Noi affermiamo:

  1. Coagulo di natura, storia e pensiero, la realtà è il vero nella sua diveniente interezza.
  2. L’uomo, posta la sua natura biologica, è un essere sociale e politico intenzionale armato di ragione, di sensibilità morale e passione, di volizione, fornito di immaginazione e potenza produttiva, che dunque non si limita ad abitare il mondo ma vuole trascenderlo per cambiarlo, tentando così di dare senso, cioè un fine, alla vita, e alla morte.
  3. Se “essere” non sta solo come immediatezza biologica ma vale a designare l’umana essenza, dal momento che questa si distingue per lo sforzo consapevole di plasmare il mondo conformemente ad uno scopo, sia il pensiero che concepisce lo scopo sia la prassi che lo invera determinano questo “essere sociale”. Non “Io penso quindi sono”, né io faccio quindi sono: l’uomo è ciò che pensa e che fa perché può decidere quel che vuole essere.
  4. La concreta vita non s’incardina solo su una struttura già data di rapporti sociali, si appoggia altresì sul deposito storico-spirituale tramandato dalla intelligenza collettiva delle generazioni passate. Questo deposito non è una mera sovrastruttura, è invece un vero e proprio sostrato che funge da matrice della struttura sociale e contribuisce a darle forma.
  5. Tra l’esistenza reale e la coscienza v’è una relazione di coodeterminazione: l’esistenza determina la coscienza quanto questa, come anticipazione e dover essere, determina l’esistenza. Tra sfera materiale e spirituale c’è quindi un’inseparabile e simbiotica correlazione, un rapporto di interdipendenza. Il pensiero genera prassi e precede l’azione, la prassi retroagisce sul pensiero, trasformandolo. Tutto ciò che gli uomini fanno di grande è concepito ex ante nella loro testa. Posti davanti al mondo e alle prese con la sua ostile resistenza essi autoproducono i propri pensieri, i propri cangianti bisogni, gli strumenti per soddisfarli. Sono essi che fanno quindi la storia con la loro attività creatrice.
  6. Il soggetto è sempre più ricco dei suoi predicati, e l’uomo, proprio perché bisognoso di oltrepassarli, è più ricco dei rapporti sociali in cui si trova impigliato. È proprio dell’umana essenza lo sforzo a realizzare la città ideale. Le epoche storiche di travaglio e di transizione si riconoscono perché fanno risorgere l’urgenza di trascendere l’esistente, di attaccarlo per spingerlo oltre. Questa urgenza, si manifesta in forme primordiali, ideologiche, mitico-simboliche, religiose. Si tratta di dimensioni costitutive dell’essere umano che nessun progresso e nessuna tirannia razionalistica potranno mai debellare.
  7. Non si può spiegare un ordine superiore mediante i dati e le leggi di quello inferiore. L’ordine storico-sociale, per il posto che vi occupa l’azione creativa degli uomini, si colloca in cima alla molteplicità del reale. Nessun nuovo ordine sociale può vedere luce e strutturarsi se prima non viene immaginato, pensato, teoricamente prefigurato. La storia non ubbidisce ad alcun malinteso determinismo naturalistico, né ad alcun disegno provvidenziale. Se lo svolgimento storico procedesse in base a leggi necessarie invalicabili la libertà sarebbe inaccessibile.
  8. Ciò che vale in natura — una causa non provoca un solo effetto, può produrre invece diverse conseguenze possibili —, vale a maggior ragione nel mondo storico, dove un dato effetto risulta sempre da un molteplice concorso di cause. È nello scarto tra le cause e i loro possibili effetti che s’insinua la contingenza, lo spazio della libertà, ciò che dischiude la possibilità politica di indirizzare il corso della storia. È nella dialettica oppositiva tra il necessario e il possibile, tra il determinato e l’indeterminato, che si agita la vita e pulsa lo spazio della decisione politica.
  9. Il sapere veritativo, ovvero il pensiero destinato a lasciare un segno è attività che non si limita a rispecchiare “scientificamente” i fenomeni, li penetra distinguendo, nella molteplicità del reale, le forme e la gerarchia dei diversi ordini di realtà —fisico-chimico, biologico, psichico, storico-sociale. Una teoria rivoluzionaria indaga la realtà per oltrepassarla, vuole andargli oltre anticipando e individuando il diveniente per quindi decidere se contrastarlo o assecondarlo. Se la scienza ci può dire come funziona il mondo spetta alla filosofia rispondere alle imperiture domande sul senso dell’esistenza e il destino dell’uomo.
  10. La conoscenza che spinge l’umanità oltre il suo presente non risulta quasi mai da un processo di concrezione, bensì procede grazie a intuizioni produttive, a colpi di genio, a rotture di paradigma. Che una visione del mondo sia vera, sia cioè capace di trasformarlo, viene certo deciso ex post nella pratica, ma solo in quanto tramuta in atto ciò che era già in potenza sul piano teorico.
  11. Il movimento storico non segue una linea ascendente dall’arretrato al progredito, procede invece in modo discontinuo, disorganico, ed è quindi aperta a diverse direzioni di marcia. Lunghe fasi di bonaccia lasciano il posto a balzi di tigre o catastrofi che decidono se un ordine nuovo riuscirà a farsi strada prendendo il posto di quello precedente. La storia è un campo di battaglia tra il razionale e l’irrazionale, tra l’universale e il particolare, tra opposte visioni del mondo, della libertà, della vita. Finché nel reale domina l’irrazionale della disuguaglianza e dell’ingiustizia, sin quando s’impongono le ragioni della forza, è solo con la forza che la ragione può farsi valere. Alla prassi politica spetta chiudere il divario tra l’essere e il dover essere.
  12. Non basta, affinché sorga un nuovo ordine sociale, che quello vecchio sia sconvolto dalla crisi della sua sfera economica. Questa è una condizione necessaria ma non sufficiente. Si è rivelata fallace la legge per cui i rapporti di produzione capitalistici sarebbero fatalmente entrati in contrasto con lo sviluppo delle forze produttive mosse dal capitale. Il capitale invece, per alimentare la sua insaziabile brama di accumulare profitto è sospinto a sviluppare le sue forze produttive, in ciò modificando gli stessi rapporti sociali.
  13. Facendo incontrare l’oggetto (le forze materiali e anonime della necessità) col soggetto (le potenze spirituali dell’emancipazione e della libertà), la rivoluzione, attuandosi come impetuosa immanenza che invera un piano trascendentale, risolve l’antitesi tra la terra e il cielo. Nella lotta si decide se il nuovo riuscirà a prendere il posto del vecchio. Tra queste condizioni di possibilità decisiva è che esista un soggetto storico che si prenda sulle spalle il compito di realizzare e guidare il trapasso. Esso non nasce come risultato di una spontanea germinazione. Posto che ogni formazione sociale genera, assieme alle forze della propria autoconservazione quelle della propria dissoluzione, essa consegna queste ultime come semilavorati informi che solo in potenza hanno capacità rivoluzionarie.
  14. L’idea che il socialismo sarebbe necessario e ineluttabile risultato dello sviluppo delle stesse forze produttive scatenate dal capitalismo si appoggia sopra un’aporetica teleologia immanentistica per cui, supposto che una causa genera univocamente il suo effetto, il mondo storico sarebbe strutturato ad un fine che s’imporrebbe come ineluttabile.
  15. Ogni rivoluzione, tra le sue condizioni di possibilità, oltre a quella che le classi subalterne non possano più vivere come prima, deve vedere all’opera lo sforzo per cui esse non vogliono più essere come prima, aspirando a diventare altro da ciò che sono. Indispensabile è dunque condurre la battaglia per l’egemonia sul piano ideologico, affinché l’ordine nuovo acquisisca slancio e forma coscienti e politicamente organizzati. I principi morali di giustizia e solidarietà sono, al pari dei bisogni materiali, forze motrici che spingono gli uomini all’azione.
  16. “Nulla di grande si realizza nel mondo senza passione”. Nessuna visione politico-sociale, tanto più la rivoluzionaria, può aspirare all’egemonia senza una solida base etico-morale, ove non sia in grado di produrre una fede simbolico-politica. La vittoria sulla narrazione ideologica dei dominanti non verrà usando soltanto gli arnesi della fredda ragione e dei ciechi interessi ma opponendo una visione calda che tocchi le corde dei sentimenti e delle passioni, ciò che tira in ballo sia un orizzonte metafisico sia il mito.
  17. Ogni teoria politica è un’idea di società, ogni idea di società nasconde una scelta di campo etico-morale, la quale implica una fondazione valoriale e una gerarchia di valori. Vero che i valori sono un prodotto storico, che ogni epoca e/o ogni formazione sociale produce i suoi propri, ma questa loro mutevolezza non giustifica alcun nichilismo dei valori. Ci sono valori di portata universale: sfuggire alla morsa della cruda necessità, doveri di solidarietà verso la propria comunità, diritti di libertà della persona, eguaglianza nella sfera sociale. Posto che non esiste un ordine sociale perfetto, quello ottimale è quello che riesce a rispettarli e coniugarli.
  18. Va respinta ogni metafisica del “soggetto sociale supremo e destinale”, quindi l’erronea idea che la classe “in sé” sfruttata, dal momento che agisce “per sé” cercando liberarsi dallo sfruttamento, sia con ciò capace di guidare la transizione al socialismo. Non basta il passaggio al “per sé”, occorre il salto allo “oltre il sé”.
  19. C’è bisogno di un soggetto per il soggetto, un’élite intellettuale di volontà collettiva, un “nuovo Principe”, un Partito che porti in atto ciò che è solo in potenza. Partito che non si limita quindi al compito proprio dell’ostetrica, quello di assicurare che il naturale parto vada a buon fine. Detto altrimenti, un nuovo ordine di cose non nasce se non c’è la causa efficiente che proprio ponendo la causa finale trasforma quella materiale.
  20. La politica, tanto più se esprime le istanze emancipatrici di classi subalterne, reclama la propria autonomia e rifiuta di essere mero riflesso della sfera economica. L’esperienza insegna che nelle fasi di subbuglio storico-sociale il fattore determinante di ultima istanza è quello politico. Ogni azione politica, in quanto pensata, è anzitutto un atto spirituale e partigiano. Essa non può prescindere dal contesto materiale dato, tuttavia non c’è, tra contesto oggettivo e azione soggettiva una relazione unidirezionale di causa-effetto bensì bidirezionale

*  Queste Tesi, in forma di canovaccio, vennero elaborate e scritte tra il dicembre 2020 e il gennaio 2021. Un lavoro che venne interrotto sia a causa dei sopraggiunti gravosi impegni politici che del travaglio spirituale che ogni grande svolta teorica porta con sé. Lasciandoci alle spalle le esitazioni le consegniamo al giudizio dei nostri lettori.

19 marzo 2024

2 pensieri su “VENTI TESI SU MARX di Moreno Pasquinelli*”

  1. Francesco dice:

    “Quanto più la scienza procede in modo spregiudicato e deciso, tanto più essa trovasi in accordo con gli interessi e con le aspirazioni degli operai.”
    …direi che questo è uno dei più COLOSSALI ERRORI della dottrina marxista. Un errore che poi ha spinto tantissimi marxisti a schierarsi dalla parte della DITTATURA SANITARIA. (… sebbene non fosse poi così difficile capire che dietro la cosiddetta “pandemia” e la “campagna vaccinale” vi erano INTERESSI che nulla avevano a che fare con il “PROLETARIATO”…)

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

    1. redazione dice:

      Francesco, infatti. Puoi darci la fonte esatta di questa frase? mettila pure in questa sezione di commenti.

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