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UNA SETTA DI NOME “POTERE AL POPOLO”

[ 29 marzo 2018 ]


Ci siamo ampiamente occupati della coalizione elettorale di sinistra radicale “Potere al Popolo” (PaP) —in fondo riportiamo i diversi articoli. [1]

Non ne riparleremmo se non avessimo letto il testo Cosa fare ora? Alcune indicazioni dopo l’assemblea di domenica scorsa.

Chi pensava che il siparietto andato in onda su La 7 la sera del voto fosse solo un demenziale incidente di percorso è meglio che si metta l’anima in pace. Il più che modesto 1,2% ottenuto il 4 marzo è davvero considerato da PaP uno “straordinario successo”, e l’assemblea svoltasi il 18 marzo è stata qualcosa di “incredibile”.

Ma torniamo al documento in questione.
Non c’è neanche l’ombra di una riflessione sul terremoto verificatosi con le elezioni del 4 marzo. Neanche uno straccio di proposta politica (chi deve governare ora?) visto lo schianto delle élite. Come se niente fosse accaduto PaP si guarda l’ombelico, ritenendolo il centro del mondo. Tipico atteggiamento antipolitico delle sette anarchicheggianti. [2]

Il titolo più adeguato (del documento) sarebbe stato: errare è umano, perseverare è diabolico. Nessuna autentica riflessione sulle ragioni della sconfitta elettorale. Nessun barlume di autocritica. Viene riconfermato quanto scrivemmo all’atto di nasciata di PaP. [3]
 Che il vascello sia destinato a naufragare non abbiamo dubbi.
C’è una questione preliminare: quale organismo ha condiviso questo documento? A che titolo è stato pubblicato? Per conto del Coordinamento Organizzativo nazionale in cui sono rappresentate tutte le anime (Je so’ pazzo, Prc, Pci, Sa, Eurostop, ecc.)?
Non lo sappiamo.

E’ tuttavia evidente che dati i contenuti passa la narrazione di Je so’ pazzo. Viene infatti riproposto, pari pari, il profilo politico con cui PaP è andato allo sbaraglio.
Il documento, saltiamo per carità di patria la premessa esagitata, si compone di tre capitoli.

Il primo, intitolato “I territori” indica la via, udite, udite: “Potere ai territori!”.
Si tratta di un panegirico per dire che in PaP decidono tutto le “assemblee territoriali”, che niente dev’essere “calato dall’alto”. Se capiamo bene ciò significa che PaP vuole essere già un soggetto politico unico, che funziona già sulla base dell’adesione individuale, ove cioè i diversi soggetti politici, ad esempio Rifondazione, devono considerarsi dissolti, squagliati.

Più avanti si indica nel “mutualismo” il “grande strumento” per contrastare il neoliberismo, che “lo Stato non riesce più a rispondere ai bisogni”. Più concretamente:

«“Potere al Popolo!” deve dunque da subito lanciare una campagna per aprire interventi di tipo mutualistico o, dove già esistono, rinforzarli e metterli in connessione fra loro. Ogni territorio ha la sua specificità, quindi ogni assemblea territoriale sceglierà le attività da intraprendere: ambulatorio popolare, doposcuola, corsi, palestre, teatro, sale prove autogestite, sportelli legali per la casa, per le e i migranti, per il lavoro, picchetti antisfratto, raccolta di abiti per i senza tetto o di recupero alimentare per le famiglie povere, ciclofficine…».

Cosa pensassimo di questo “mutualismo” l’abbiamo già detto. Ribadiamo il concetto: se il mutualismo viene fatto assurgere a pratica toccasana e strategica, esso rischia di essere funzionale al neoliberismo, ovvero a tamponare i danni della demolizione dello “stato sociale”. Ma i danni sono talmente enormi che fare “mutualismo” pare voler asciugare l’oceano con un cucchiaino. Questo “mutualismo”, diciamocelo, rassomiglia come una goccia d’acqua a quello che fa la CARITAS, con la differenza che la CARITAS gode delle enormi risorse messe a disposizione dalla Chiesa e indirettamente dallo Stato. Cosa che condanna il “mutualismo dal basso”, con tutto il rispetto al volontarismo di chi lo pratica, a disperdere e quindi a frustrare le preziose energie di una gioventù che non ha portato la testa all’ammasso.


Sempre nei “territori” il documento in questione invita dunque a “sostenere le lotte” “per migliorare le condizioni di vita della collettività”. Giusto, anzi sacrosanto. C’è un piccolo problema, che con la crisi sistemica e l’offensiva dispiegata dei dominanti, queste lotte sono quasi sempre destinate alla sconfitta, quindi non si generalizzano. Come le elezioni del 4 marzo han dimostrato chi sta in basso vuole una svolta, ma si comporta in modo passivo, delega, affida il cambiamento alle forze politiche “populiste” istituzionali che si atteggiano ad alternative alle élite. Quella delle lotte rischia di essere dunque un’invocazione, l’intervento della Divina Provvidenza.

Ed infatti la montagna delle lotte partorisce il topolino. Il vapore acqueo delle “lotte” si materializza nella proposta di campagne di raccolta firme per leggi di iniziativa popolare sulla “buona scuola” e la modifica dell’art. 81.

E poi? E Poi niente di niente. Solo la riconferma di un pensiero debole, un sindacalismo sociale retorico, una narrazione minimalista e priva di costrutto.
NOTE
[1]

JE SO’ PAZZO: L’ESERCITO DEI SOGNATORI di Moreno Pasquinelli


“POTERE AL POPOLO”… QUALE POPOLO? di Moreno Pasquinelli

PaP: SENZA POPOLO NÉ POTERE

POTERE AL POPOLO: DÉJÀ VU, O QUASI di Ugo Boghetta


#POPULISTI COMUNISTI = 50 a 1 di Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro


[2] Non è che una “setta” debba essere per forza formata da quattro gatti, o che indichi un gruppo ristretto di persone. In un senso più esteso “setta” è quell’organismo politico destinato al minoritarismo; che non possiede una linea di massa; che si ostina a difendere teorie e pratiche che ritiene salvifiche anche quando sono smentite dai fatti; che quindi viaggia in parallelo rispetto alla realtà. Nella sfera politica quell’organismo che, ponendo la sua propria sopravvivenza in cima ad ogni altra considerazione di carattere generale, respinge e condanna ogni critica come ostile e rifiuta ogni confronto dialettico.


[3] «Il particolare è confuso col generale; la tattica messa davanti alla strategia. Mancano un giudizio sulla crisi sistemica e dunque una critica in profondità dei processi di globalizzazione (affiora anzi, l’idea che la globalizzazione sarebbe buona cosa se fosse “dal basso”); sfugge chi sia il nemico fondamentale del popolo e dunque quelli secondari; la critica dell’Unione europea risulta fragile e superficiale (la moneta unica non è nemmeno menzionata); del tutto assente la dimensione nazionale della battaglia sociale e politica (rientra anzi dalla finestra l’europeismo quando si invoca, come orizzonte di riferimento, la ricostruzione di un aleatorio “spazio europeo”); del tutto irreperibile il ragionamento sul governo del Paese, sul fatto che solo con un governo popolare d’emergenza il Paese potrà uscire dal marasma; assente perciò ogni discorso sul blocco sociale e le eventuali alleanze politico-sociali per attuare le trasformazioni necessarie — di passata, chi voglia capire come la pensiamo, vada al Manifesto della C.L.N. ed al suo Decalogo».




L’INTELLETTUALE (poco) DISSIDENTE di Sandokan

[ 29 marzo 2018 ]

I terremoti elettorali non hanno solo seminato scompiglio e sconcerto tra le élite neoliberiste, hanno fatto perdere la testa anche in ambienti che si presume siano anti-sistemici.

E’ il caso de L’intellettuale dissidente che sul suo sito ha pubblicato un editoriale a firma Alessio Mannino — Il popolo italiano ha deciso: è ora di liberare l’Italia — che ci ha lasciato interdetti.

Il Mannino esordisce sostenendo una tesi che di primo acchito rassomiglia come una goccia d’acqua a quella avanzata da questo blog: “Di Maio e Salvini poche manfrine, avete i numeri, formate quindi questo benedetto governo per liberare l’Italia dagli ingombri di destra (Forza Italia) e sinistra (Partito Democratico)”.
Ma la somiglianza finisce nel titolo.
Sentiamo infatti quale sarebbe la missione che L’intellettuale dissidente assegna ad un governo giallo-verde:

«Fate la cosa giusta: buttate giù tre-quattro punti, il primo dei quali sia una legge-grimaldello per andare al ballottaggio decisivo fra voi marginalizzando i mezzi partiti alle vostre ali, e fate tornare i cittadini al voto. Almeno così avrebbe guadagnato un po’ più di senso, il declamato diritto-dovere di votare, visto che, parafrasando Vasco, questa democrazia della delega e supposta rappresentativa, un senso non ce l’ha».

Una sciocchezza sesquipedale. Peggio, il consiglio di un suicidio. E per due ragioni.

La prima. Milioni di italiani non hanno votato 5 Stelle e Lega affinché ricominciassero con la stucchevole telenovela della legge elettorale, ma perché esigono una svolta, anzitutto farla finita con le politiche antipopolari imposte dalle oligarchie euriste e mondialiste. Milioni di italiani esigono insomma provvedimenti urgenti, non solo simbolici, per lenire le ferite causate da dieci anni di austerità. Lavoro, reddito, sicurezza sociale. Ove Di Maio e Salvini avessero il coraggio di fare il governo (del che è lecito dubitare) ma dessero priorità alla modifica della legge elettorale per riportarci al voto, tanti di quelli che li hanno votato considererebbero ciò…mettersi a fare “manfrina”. 

La seconda è sostanziale. Una “legge elettorale grimaldello”?? Con il ballottaggio??? 
Sarebbe proprio la stessa porcata oligarchica e antidemocratica che cercò di fare il Renzi, e che la maggioranza degli italiani impedì col referendum costituzionale del dicembre 2016. Non pare che questa coincidenza d’intenti tra L’intellettuale dissidente e Renzusconi sia causale, al contrario. Trabocca nell’articolo del Mannino lo stesso élitismo autoritario, la medesima ripulsa per la democrazia parlamentare: “questa democrazia della delega e supposta rappresentativa, un senso non ce l’ha”. 

Sì, proprio un suicidio quello esortato. Non ho alcun dubbio che se Di Maio e Salvini accettassero questo consiglio, sarebbero tanti gli italiani a mettersi in fila per prenderli a pedate… assieme ai suggeritori.