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PIÙ EMIGRANTI CHE IMMIGRATI di Rodolfo Ricci

[ 22 ottobre 2018 ]

numero di emigrati dall’Italia ha superato il numero di immigrati. 

Sono ormai diversi anni che la questione immigrazione monopolizza l’attenzione degli italiani, e ancor più, della politica e dei media.

Nel Rapporto Immigrazione recentemente presentato da Migrantes, vi è un’interessante grafico (pag. 135), che rappresenta la frequenza con cui ricorrono le parole “migrare”, “immmigrato”, “straniero”, “immigrazione”, “negro”, “paura”, “razza”, e altri termini contigui, nei titoli dei giornali quotidiani durante lo scorso mese di febbraio 2018. Al primo posto della classifica non vi è una parola, ma un nome, quello di “Salvini”.

Se ciò abbia qualcosa a che fare con la questione del rapporto tra realtà e percezione dell’immigrazione, lo lasciamo alla libera valutazione. E’ però un fatto che dentro questa classifica non compare il temine “emigrazione”, che come è noto, descrive sempre il fenomeno migratorio, ma in uscita, piuttosto che in entrata.

Quelli che se ne vanno è il titolo dell’ultimo libro di Enrico Pugliese, sociologo che forse più di altri si è occupato delle migrazioni negli ultimi 40 anni (Il Mulino 2018).

Quelli che se ne vanno sono quelli che scompaiono alla nostra vista, per cui sono fuori del raggio di visibilità di telecamere e media: praticamente invisibili.

Ce ne si accorge solo quando a partire è qualche familiare, o il figlio o la figlia di un amico, oppure, quando sono in molti a partire dallo stesso quartiere o paese, perché il territorio pian piano si svuota.

Grazia Moffa e Carmine Nardone (Cedom – Università di Salerno), hanno svolto lo scorso anno un’indagine nei paesi della collina beneventana, dove hanno scoperto che tra il 2011 e il 2016, i comuni tra 5 e 10 mila abitanti hanno perso, in soli 5 anni, circa il 30-35% di popolazione, in gran parte giovanile. Questo destino, punto più o punto meno percentuale, accomuna tutta l’area appenninica e le aree interne in generale, ivi incluse quelle del centro-nord.

Nel 2016 lo Svimez ci ha edotto sul fatto che dal 2000 al 2016, ben 1.882.872 meridionali hanno lasciato le regioni del sud trasferendosi nel centro-nord o all’estero. Di questi, 345.123 erano laureati.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Si potrebbe sostenere che il fenomeno è conosciuto e ripercorre le antiche strade del declino del sud Italia. Allora vale la pena fornire altri dati che rimangono stranamente nell’ombra dell’attenzione mediatica, politica e istituzionale.

Dall’inizio della crisi economica (2008), i flussi migratori in uscita dall’Italia hanno ricominciato a crescere in modo esponenziale, stabilizzandosi tra il 2013 e il 2017, sulla dimensione, ampiamente condivisa da centri di studio e ricercatori, di circa 250-300mila persone all’anno. Essi si sono diretti prevalentemente verso le mete nord europee, ma anche verso nuove destinazioni asiatiche, del nord e sud America e dell’Australia. Si tratta di numeri analoghi a quelli della grande emigrazione di massa degli anni ‘50-‘60 del ‘900. Tutte le regioni ne sono coinvolte, a partire da quelle del nord: ai primi posti Lombardia e Veneto.

Dal 2013 ad oggi, questa entità è diventata più alta degli arrivi di profughi, asilanti e migranti economici, cioè dell’immigrazione nel suo complesso.

Se prendiamo a riferimento i dati delle anagrafi consolari, la presenza italiana all’estero ha ormai superato nettamente lo stock di immigrazione (che è di circa 5,2 milioni di immigrati), raggiungendo i 5,7 milioni di emigrati, con un aumento del 100% negli ultimi 15 anni e di oltre un milione e centomila solo negli ultimi 5 anni.

A questo dato bisogna aggiungere un altro milione e forse più di giovani e meno giovani che, per ragioni note, non si iscrivono all’Aire (Anagrafe dei residenti all’estero, costruita sulla base delle cancellazioni di residenza), né vengono censiti dai consolati. Stiamo dunque parlando, con buona approssimazione, di circa 7 milioni di italiani tra vecchia e nuova emigrazione; cioè di oltre l’11,5% della popolazione italiana. Si tratta, per entità, della seconda “regione” italiana (in questo caso transnazionale), dopo la Lombardia.

La somma di immigrati ed emigrati (oltre 12 milioni) equivale invece a circa il 20% dell’intera popolazione del paese, a conferma che l’Italia è un crocevia migratorio con caratteristiche abbastanza uniche nel panorama europeo. Secondo il 42° Rapporto dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – (OECD – “Continuous Reporting System on Migration”), nel 2016 l’Italia si situa all’8° posto tra i paesi OECD per entità di flussi di emigrazione in uscita.

(International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI.

Di fronte a queste dimensioni è sorprendente e per certi versi incomprensibile che la discussione pubblica sui movimenti migratori si sviluppi a senso unico, ignorando la nuova emigrazione italiana che, invece, costituisce una grande questione nazionale, di cui però il paese non si occupa: “quelli che se ne vanno”, una volta fuori dai confini nazionali, sono semplicemente dimenticati. I tassi di incremento di questi nuovi flussi sono stati infatti, secondo l’Istat, di circa il 22% all’anno dal 2011 al 2016. Ma l’Istat registra, come detto, sono le cancellazioni di residenza, mentre chi se ne va, in gran parte non si cancella dai propri comuni prima di aver acquisito una soddisfacente stabilità nei paesi di arrivo. Cosa non semplice perché i mercati del lavoro sono ovunque precarizzati. Quindi abbiamo una situazione abbastanza paradossale: ciò che leggiamo dai dati ufficiali è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio.

La Filef si è occupata di andare a vedere i dati di ingresso registrati da alcuni importanti paesi di arrivo (in particolare Germania e Gran Bretagna) e confrontandoli con quelli delle cancellazioni di residenza registrati dall’Istat, ha fatto emergere già nel 2013 l’evidente scarto che c’era: i dati di ingresso di italiani registrati dalle autorità tedesche ed inglesi erano da 4 a 5 volte superiori a quelli dell’Istat.

Dai rilevamenti sul campione Istat (ridotto, ma significativo), confermati da una serie di ricerche sul campo, emerge che il 65% dei nuovi emigrati dispone di livelli medio-alti di scolarizzazione: 30% circa, laureati, 35% diplomati. Oltre la metà dei nuovi emigrati italiani ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre circa il 20% fra 0 e 17 anni. Quindi, come peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, indica che a spostarsi sono anche intere famiglie.

Vale la pena suggerire un semplice calcolo del patrimonio umano perduto dal paese in termini di investimento pubblico e delle famiglie quando una persona va a stabilirsi e a lavorare all’estero: secondo l’OCSE, il costo di formazione di un giovane, dalla scuola maternal all’università di aggira sui 160-170 mila Euro. Un dottore di ricerca può “costare” 220-250 mila Euro. A questi possiamo aggiungere le spese sostenute dalle famiglie; ognuno le ha presenti. Se dunque se ne vanno 300mila persone all’anno, supponendo che essi si stabilizzino definitivamente all’estero, la perdita (di un anno) in termini di patrimonio umano si avvicina a 50 miliardi Euro. Se il milione e mezzo di giovani italiani emigrati negli anni della crisi non dovesse più rietrare in Italia, la perdita sarebbe di 250 miliardi di Euro. Lasciamo agli economisti valutare gli ulteriori effetti di questo esodo sul PIL nostrano e su quello dei paesi di insediamento. Alla faccia delle politiche di attrazione di capitali esteri che dovevano avvenire con jobs act e consimili !

Alla fine degli anni ’60 Carlo Levi e Paolo Cinanni, ragionando sulle sorti del Meridione italiano dall’unità in poi, accennavano al fatto che l’emigrazione costituiva la causa maggiore del suo depauperamento. E che la causa dell’emigrazione era da rintracciare nelle modalità con cui si era perseguita l’unificazione dell’Italia: una sorta di Anschluss ante litteram. Cinanni, nel 1971, si arrischiò a prevedere l’insorgere di una questione meridionale a livello continentale, qualora fossero continuati i flussi emigratori che si registravano fino a quell’epoca da tutti i paesi mediterranei: Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Jugoslavia; si trattava dei PIJGS…

Poi dalla seconda metà degli anni ’70 fino al 2000, abbiamo pensato che quel rischio fosse definitivamente superato, anche perché l’esssere diventato paese di immigrazione ci ha fatto sentire arrivati nel club di quelli più bravi. Ma stando ai dati di cui sopra, quella stagione sembra essere rapidamente sfumata.

Questo destino cinico e baro di essere tornati ad essere paese di emigrazione più che di immigrazione (o quantomeno crocevia migratorio), lo condividiamo con molti altri; si tratta di una compagnia ben nutrita.

Lo scorso giugno è stato pubblicato su Le Monde Diplomatique nelle varie edizioni nazionali europee, un dossier sull’evoluzione demografica e sui movimenti migratori in Europa. Si tratta di uno studio realizzato da ricercatori francesi particolarmente significativo e per molti aspetti inquietante. (“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique,15 Giugno 2018 – )

Dallo questo studio emerge che negli ultimi trenta anni, cioè dopo la caduta del muro, a causa del combinato disposto di decremento demografico e di nuova emigrazione, (la flessione demografica è la grande novità che accompagna gli attuali movimenti migratori inter europei, a differenza delle precedenti stagioni), la popolazione di quasi tutti i paesi dell’est europeo e dell’Europa mediterranea si è ridotta, in molti casi, drasticamente: l’Ucraina, ad esempio, ha perso circa il 20% della sua popolazione (9 milioni di abitanti), la Romania, il 14% (3,2 milioni), la Moldavia circa il 17%, la Bosnia il 20%, la Bulgaria e la Lituania circa il 21%, la Lettonia oltre il 25%. I paesi dei Balcani, pur avendo un incremento demografico positivo, hanno registrato tassi di emigrazione enormi, fino al 37% dell’Albania. I tassi di emigrazione censiti nell’ultimo trentennio in questi paesi risultano superiori a quelli africani e si situano mediamente tra il 10 e il 18% delle rispettive popolazioni.

Nello stesso periodo, i paesi centro europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna) hanno visto crescere o stabilizzarsi la loro popolazione grazie essenzialmente a questi movimenti inter-europei, i quali costituiscono circa i due terzi del complesso dei movimenti migratori (solo un terzo proviene infatti da paesi extraeuropei): negli stessi ultimi 30 anni, la Francia è cresciuta di 9 milioni di abitanti (la stessa quantità persa dall’Ucraina, che trenta anni or sono aveva più o meno la stessa popolazione), mentre la Germania ha avuto un saldo immigratorio positivo colossale: 10 milioni di persone, in gran parte di lavoratori immigrati provenienti, per due terzi, da altri paesi europei. Per mantenere stabile la sua popolazione sugli attuali livelli, la Germania prevede di far entrare nei prossimi 30 anni, altri 20 milioni di lavoratori, in modo da ottenere un saldo positivo di ulteriori 10 milioni di persone.

I paesi mediterranei, tra cui l’Italia e la Spagna, hanno contenuto parzialmente la perdita di popolazione solo grazie all’arrivo di immigrazione prevalentemente dall’Africa, dall’America Latina e dal Medio Oriente, mentre hanno ceduto consistenti flussi di emigrazione agli stessi paesi del centro-nord Europa. L’Italia, è dunque diventata un crocevia migratorio, con preavalenti arrivi dalla costa sud del Mediterraneo (e dall’Est Europa) e partenze verso il centro-nord Europa che, dal 2013 in poi, risultano, come detto, superiori agli arrivi.

In queste cifre sono evidenti la profondità degli squilibri economici, sociali e territoriali a livello continentale che, in mancanza di interventi, sono destinati ad aumentare. Squilibri che stanno disegnando un nuova geografia e che mettono in discussione, se ce ne fosse bisogno, la sostenibilità dell’attuale quadro comunitario, se si pensa che negli scenari che vengono presentati, paesi e territori già aggrediti da forte decremento demografico ed emigrazione, sono destinati a perdere, già nel prossimo decennio ulteriori quote di popolazione attiva: nel 2030, secondo il Dossier di Le Monde Diplomatique, “un quarto della popolazione della Croazia potrebbe scomparire”.

Anche nel paese guida d’Europa, la Germania, i Länder della ex Germania Orientale si vedrebbero ulteriormente svuotati di popolazione a vantaggio delle regioni dell’ovest del paese che hanno già aspirato circa il 20% della sua popolazione dopo la riunificazione.

(“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018).

Il calo demografico fa intravvedere per l’Italia scenari ancora più drammatici: sempre lo Svimez, fin dal 2015 ha previsto la perdita di 5,5 milioni di persone nel sud del nostro paese al 2060-65. Recentemente l’Istat ha addirittura aggravato questa previsione portandola a circa 7 milioni di persone per l’intero paese, alla stessa data.

L’emigrazione interna da sud verso nord si aggiunge a quella verso l’estero; il meridione ne pagherà quindi le maggiori conseguenze.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Gli effetti di questa evoluzione migratoria e demografica sono estremamente preoccupanti per i territori e le società coinvolte dai nuovi esodi, ma problematiche saranno anche le dinamiche sociali che coinvolgeranno i paesi accettori dei nuovi flussi, come sta a dimostrare il Brexit e l’evoluzione politica che si registra in tutta Europa. A questo proposito è significativo verificare che la velocità di ri-emersione dei fenomeni di xenofobia e razzismo è molto più alta nei paesi e territori afflitti da esodi di popolazione autoctona, piuttosto che nei paesi o nelle aree di immmigrazione: i paesi del Patto di Visegrad sono tra quelli più afflitti da emigrazione più che mete di immigrazione; la AfD (Alternative fuer Deutschland), il nuovo partito di estrema destra, raggiunge nei Laender dell’est (ex DDR), il doppio delle percentuali che raccoglie all’ovest.

Si potrebbe dire che sono proprio il declino sociale e la percezione dell’improbabile e sempre più incerto futuro a scatenare le varie sindromi antistranieri, una sorta di “spostamento” in termini psico-sociali, che è alimentato ad hoc. In questo, la terapia mediatico/politica desunta nella tabella citata all’inizio appare decisiva. E da questo punto di vista, l’approccio bipartisan dei precedenti e degli attuali governi segue un filo rosso di puntuale continuità. Che oggi sfocia nell’aggressione simbolica all’esperimento di Riace, di Mimmo Lucano.

Allo stesso tempo, l’approccio umanitario e no-border senza se e senza ma, pur condividibile sul piano del diritto individuale all’emigrazione, appare del tutto subalterno alla logica dell’allocazione internazionale delle risorsa umana secondo i fabbisogni del libero movimento dei capitali e della loro concentrazione in alcuni paesi.

L’altro diritto che viene dimenticato in quella prospettiva ecumenica è che le persone avrebbero anche un altro diritto: quello di poter vivere e lavorare, se lo vogliono, nei loro paesi di origine; se l’emigrazione è forzata, non è libera. Questo semplice assunto, può tenere insieme gli auspici di sud europei, di est europei, di africani e di medio orientali e asiatici che subiscono l’emigrazione forzata, sia quella economica che quella causata dalle guerre dell’Occidente e dalle sue politiche di dominio o di sfruttamento aggressivo in tempo di pace.

Quanto ai destini dell’Europa, per concludere, vi è da tener presente che 2/3 dei flussi migratori dentro i suoi confini sono intra-comunitari, mentre gli extra-comunitari sono circa un terzo. Tra i migranti in Europa (e anche in Italia), il colore nero è meno diffuso del bianco. Questo dato dovrebbe consentire di discutere della materia migratoria in Italie e in Europa in modo del tutto diverso da quanto oggi accade.

Nelle condizioni vigenti, caratterizzate da un sovranismo mercantilista affamato – da sempre – di lavoro straniero, la “libera circolazione” è poco più di un eufemismo; che le espulsioni di cittadini comunitari da paesi come il Belgio e la Germania, che si stanno intensificando da alcuni anni, riportano alla sua effettiva consistenza, strumentale e legata ai cicli economici.

La sovranità democratica e popolare dovrebbe invece recuperare le ragioni di chi subisce, in maniera maggiore e minore, le pressioni dei paesi guida della globalizzazione neoliberista; vale a dire l’autoderminazione dei popoli e l’approccio internazionalista finalizzato alla cooperazione tra i paesi/aree periferiche.



* Fonte: Patria e Costituzione


** Riferimenti:

Enrico Pugliese – “Quelli che se ne vanno” – Ed. Il Mulino 2018

International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI: https://doi.org/10.1787/migr_outlook-2018-4-en

J.A.Dérens, L.Geslin. C.Léotard, L.L.Kutasi, R.Knabel-C.Aubert – “Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018

SVIMEZ – Testo web – Anticipazioni rapporto Rapporto Svimez 2018 su: http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

Francesco Calvanese – ”Le nuove generazioni nei nuovi spazi e tempi delle migrazioni” – a cura di Francesco Calvanese – FILEF -Ediesse (2014)

Rodolfo Ricci (a cura di) – Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni (Filef-2016)




FALSO IDEOLOGICO SU “QUOTA 100” di Leonardo Mazzei

[ 22 ottobre 2018 ]

I conti fasulli sulle pensioni del sig. Boeri Tito

Le uscite di Tito Boeri non si contano. “Uscite” nel senso più ampio del termine, dato che la sua principale attività non consiste nella gestione dell’Inps, come dovrebbe essere, ma nel mettere becco su ogni questione politica di pertinenza del parlamento. Essendo un uomo delle èlite per nascita, studi e collocazione ideologica, Boeri si permette da anni esternazioni di ogni tipo. Figuriamoci adesso, con il governo gialloverde che gli mette in pericolo il sacro dogma della Legge Fornero!
Nessuno stupore, dunque. Tanto più che lo strabordamento dal ruolo istituzionale di presidente dell’Inps è stato già consentito in passato al suo predecessore, l’indecente Antonio Mastrapasqua (2008-2014). Nessuno stupore, perché ci stiamo occupando dello stesso Boeri che il 19 luglio scorso è andato a sostenere alla Camera che il cosiddetto “Decreto Dignità” avrebbe provocato la perdita di 8mila posti di lavoro all’anno… Nessuno stupore, perché è evidente che il Boeri non è certo un tecnico super partes, bensì uno dei leader di fatto dell’opposizione sistemica al governo Conte. Nessuno stupore, ma davvero non se ne può più di esternazioni fondate su una presunta “autorità”, certificata da media servili che mai vanno a scavare sull’attendibilità delle sparate di questo signore.
Dobbiamo dunque occuparcene, anche perché tante sono le bufale diffuse ad arte sul tema, tante le sciocchezze che circolano sia sulla stampa che sul web. E quasi tutte queste autentiche fake news hanno proprio come fonte primaria le apodittiche affermazioni del Boeri. Per farla breve, mettiamo a fuoco tre aspetti di quanto va dicendo il presidente dell’Inps: le sue contraddizioni, i suoi calcoli, le sue insinuazioni.


1. Le non lievi contraddizioni del prof. Boeri

Sembra che pochi se ne siano accorti, ma sulle modifiche della Fornero (la cosiddetta “quota 100”) Boeri ha la faccia tosta di dire tutto ed il contrario di tutto. Ed il bello è che, stavolta con faccia tosta al cubo, ha avuto il coraggio di farlo nell’ambito della stessa audizione alla Camera lo scorso 17 ottobre.

In quella sede, stando a quanto riportato da La Stampa, egli ha parlato dei maggiori costi che: «gli interventi del Governo potrebbero causare al sistema previdenziale: 140 miliardi solo nei primi dieci anni». Boom! Boom! Triplo boom! Il governo (vedi il Dpb – Documento programmatico di bilancio) stima il costo di “quota 100” in 6,7 miliardi per il 2019, 6,9 miliardi per il 2020, 7,0 miliardi per il 2021. Da dove vengano fuori i 14 miliardi all’anno del Boeri proprio non si sa.

Il bello è che, nello stesso discorso, il presidente dell’Inps si è preoccupato di quanto perderebbero i lavoratori con “quota 100”, andando in pensione prima delle scadenze dettate dalle regole della sacra Fornero. In maniera davvero commovente egli si è preoccupato di un tema solitamente ignorato dall’èlite, quello del valore delle pensioni. Lo ha fatto naturalmente pensando ai titoli dei giornali, metodo consueto degli “scienziati” della Bocconi. Ne è così venuta fuori l’assurda cifra di 500 euro in meno al mese, numero adatto agli strilloni del potere, al pari dell’altrettanto assurda diminuzione percentuale del 21% (per altri addirittura il 25%). 

Ci occuperemo di queste cifre, che non stanno né in cielo né in terra, al punto successivo. Qui vogliamo solo mettere in luce una contraddizione perfino comica. Come si fa a sostenere da un lato che i conti dell’Inps verrebbero fatti saltare da “quota 100”, e dall’altro che i lavoratori ci rimetterebbero così pesantemente? Delle due una. Se i lavoratori ci rimettessero quel che dice Boeri, i conti dell’Inps non potrebbero che giovarsene, e viceversa. Lo può capire anche un piddino.


2. I calcoli lievemente imprecisi del ragionier Boeri

Vediamo allora il calcolo che porterebbe agli ormai famosi (ed inesistenti) 500 euro. Qui la disonestà intellettuale del bocconiano è pari solo all’arroganza sociale tipica del suo ambiente. Intanto, per sua comodità, egli prende in esame il caso di chi potrà anticipare la pensione di cinque anni, che non è il caso medio, bensì il caso massimo (67-62=5). Poi assume come “medio” (anche se solo per il pubblico impiego) un reddito di 40mila euro lordi all’anno. Cifra discutibile assai, dato che il reddito medio dei lavoratori dipendenti nel 2016 è stato quantificato dal Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze), in base alle dichiarazioni dei redditi del 2017, in 20.680 euro. E’ vero, in questo dato medio confluiscono anche i redditi di chi lavora solo saltuariamente, ma non quelli di chi è sotto alla soglia minima degli 8mila euro annui. Prendiamo allora altre stime, come quella di JP Salary Outlook 2018, ed arriviamo ad un lordo di 29.380 euro annui. D’accordo, la media di chi arriva al pensionamento sarà un po’ più alta, ma di certo ben al di sotto dei 40mila euro ipotizzati dal nostro ragioniere. 

Ma lasciamo perdere queste considerazioni, e restiamo al caso del dipendente pubblico con un reddito di 40mila euro che decidesse di anticipare la pensione di cinque anni. Secondo Boeri (vedi l’articolo già citato), uscendo con “quota 100” nel 2019 egli avrebbe una pensione pari a 30mila euro lordi, mentre rimanendo fino al 2024 ne otterrebbe una pari a 36.500. Avremmo dunque una differenza di 6.500 euro, che diviso per 13 mensilità fa appunto 500 euro al mese. Eh, la bellezza delle cifre tonde! Peccato che a noi questo conto proprio non torni. E per diversi motivi.

Ora, è vero che il calcolo pensionistico è reso complesso da diversi fattori, primo tra tutti lo sviluppo nel tempo della progressione retributiva del pensionando, ma non è su questo che si possono fondare stime come quelle del Boeri. Stiamo dunque ai fondamentali. Come tutti sanno un’annualità contributiva pesa nel calcolo della pensione nella misura del 2%. Se con una retribuzione di 40mila euro lordi si ottiene una pensione di 30mila euro, questo vuol dire che si ha un tasso di sostituzione del 75%, grosso modo coincidente con il valore dei contributi (38 x 2% = 76%). Non conosciamo le modalità del calcolo del Boeri, ma probabilmente il suo è stato solo un arrotondamento (guarda caso sempre a favore della tesi che egli sostiene), perché il valore preciso è esattamente di 30.400 euro.

Restando a lavorare, dunque raggiungendo i 43 anni di contributi, il lavoratore in questione arriverebbe invece a 34.400 euro (40mila x 86% = 34.400), non i 36.500 sparati alla Camera. Egli guadagnerebbe dunque 4mila euro lordi in più, non 6.500. Ma notoriamente i conti si fanno sul netto, non sul lordo. E siccome l’aliquota marginale in cui ricadrebbero i 4mila euro in più è del 38%, ecco che il netto scenderebbe a 2.480 euro, cioè a 190 euro al mese per tredici mensilità. Ora 190 (centonovanta) non è esattamente 500 (cinquecento). E per gli amanti delle percentuali (non sto a riportarvi tutti i calcoli)  l’incremento al netto sarebbe esattamente dell’11%. Non c’è dunque traccia né del 21% di Boeri, né tantomeno del 25% sparato da alcuni giornali.

Naturalmente, poi, la differenza del valore della pensione tra uscita per vecchiaia e “quota 100” si riduce con il diminuire del reddito, così come essa calerà con il calare degli anni di anticipo del pensionamento. I 190 euro reali del caso portato da Boeri, diventeranno così 114 con un anticipo di tre anni, 76 con un anticipo di due, eccetera.


3. Le insinuazioni del propagandista Boeri

Finiamola adesso con i calcoli, che qualche volta sono però utili. Se non altro per mostrare il livello di disonestà intellettuale tipico di lorsignori. Quando si diffondono certe cose è ovvio che è la propaganda a comandare. E la propaganda è fatta anche di insinuazioni. E qual è l’insinuazione che si vuole introdurre nelle menti dei semplici? Ma ovvio, che “quota 100” è una fregatura, che a dispetto delle rassicurazioni essa contiene delle penalità.

Come noto la Legge di bilancio non è stata ancora formalmente varata, ma – a differenza di quelle previste nella Legge Fornero per chi esce con il canale della pensione di anzianità – stavolta penalità non sono annunciate. Tant’è che lo stesso Boeri non le cita affatto, limitandosi ad un calcolo – come abbiamo visto non casualmente impreciso – di quel che uno guadagnerebbe restando a lavorare cinque anni di più.

Ma qui, non si offenda l’esimio prof. Boeri, né la sua amata università, né il genio di Rignano sull’Arno che lo mise nel 2014 laddove si trova, siamo davvero alla scoperta dell’acqua calda! Non c’è lavoratore che non sappia che il valore della pensione è in rapporto agli anni dei contributi versati. Ma ugualmente essi sanno che si vive una volta sola, e che andare in pensione a 62 anni piuttosto che a 67 non è esattamente la stessa cosa, specie se non si “lavora” alla Bocconi. Altrimenti, con quella logica, perché fermarsi a 67 e non lavorare tutta la vita? 

Dispiacerà ai propagandisti del sistema ma, salvo sorprese che mi sentirei di escludere, non ci sarà alcuna penalità in “quota 100”. Che poi, ricordiamocelo, “quota 100” è solo un terzo canale di pensionamento, che non inficia né sostituisce gli altri due già esistenti (la pensione di vecchiaia e quella di anzianità, detta anche “anticipata”). Dunque, chi preferirà restare a lavorare potrà farlo senza problema alcuno.

Noi ci auguriamo invece che “quota 100” venga utilizzata dai più. Nell’aumento della disoccupazione giovanile, l’accelerazione registrata nel 2012 (vedi grafico sotto) si spiega essenzialmente con l’entrata in vigore della Legge Fornero. Certo, non è stata questa l’unica causa, quella principale però sì. Se ora alcune centinaia di migliaia di lavoratori potranno uscire dal lavoro prima, il beneficio in termini occupazionali (anche se ovviamente non in maniera meccanica) si vedrà eccome. 

Se i calcoli sistematicamente inattendibili di Boeri configurano una sorta di “falso ideologico continuato”, i conti politici con Boeri andranno fatti al più presto. Il 15 luglio scorso così si espresse Di Maio: «Non possiamo rimuovere Boeri ora: quando scadrà terremo conto che è un presidente dell’Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo». Penso che sarebbe invece stato meglio rimuoverlo subito, ma prima avverrà meglio sarà. Non si vede perché tenere a capo dell’Inps un leader dell’opposizione oligarchica.