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LA GRANDE TRAPPOLA di M. Micaela Bartolucci

[ 5 marzo 2019 ]

Mala tempora currunt

Parafrasando Marx ed Engels direi che il ruolo del femminismo post sessantottino, dinanzi all’incantesimo che ha esso stesso prodotto, è pari a quello dell’apprendista stregone che si trovi, impotente, a dominare le forze sotterranee che lui stesso abbia evocato. Ha distrutto senza ricostruire, lasciando in campo solo macerie e la reazione non si è fatta attendere.

Ovvero la famiglia è morta, viva la famiglia.
Non si esce da questo dualismo, artificialmente creato e, come in uno stadio, assiepati in una curva ci sono i sostenitori della famiglia tradizionalmente, considerata fonte di ogni bene, nell’altra siedono, confusamente riuniti, tutti coloro che, in un modo o nell’altro, rifiutano codesta fonte di piacere. Qui è l’errore, qui è l’incantesimo; questi potenti spacciatori di liquame culturale che formano l’immenso Moloch del pensiero dominante ci mostrano che esistono solo due fazioni: da una parte un post femminismo, confuso ed orbo, che ha abdicato tutte le sue rivendicazioni per la sacrosanta parità di genere al globalismo LGBTQIA+, dall’altra i difensori pleistocenici della famiglia patriarcale. 


Questi spettri si aggirano indisturbati ovunque. Sui mezzi sociali, come nelle piazze, si affrontano, tali novelli gladiatori, in virtuali patetici combattimenti. Gli uni a colpi di improbabili manifestazioni circensi della peggior risma, che dovrebbero far sembrare sensato il disarmante spettacolo di uomini vestiti di piume e paillettes, sghignazzanti ed euforici, o in tenuta sado-maso che vorrebbero far credere di lottare per il riconoscimento dei diritti omosessuali e quello di donne che facendo bella mostra di tette e culi, variamente esibiti, vorrebbero essere prese sul serio nell’infuriarsi per lo sfruttamento del corpo della donna (mi riferisco al fenomeno da baraccone di Femen ed altri paradossali scempiaggini). 

Si risponde, a questa deriva circense, con melliflue immagini di famiglie uscite dalla retorica del ventennio, mirabolanti video che ci parlano delle meraviglie del nucleo familiare, improbabili fotografie del “si stava meglio quando si stava peggio”. Intanto, nella realtà parallela al loro ambivalente surreale, esiste ancora l’omicidio come risposta alla separazione, la violenza carnale come risposta ad una supposta provocazione o ad un rifiuto, lo sfruttamento della prole come rivendicazione di diritti economici o domiciliari nelle cause di divorzio, donne costrette a vendere il proprio utero a ricchi omosessuali che comprano neonati, madri ultracinquantenni che, sfidando ogni legge naturale, dopo una “brillante carriera” lavorativa, vogliono assolutamente soddisfare il proprio egoismo cercando di procreare con tutti i mezzi possibili, non si fa più educazione sessuale nelle scuole superiori ma pedagoghi quotatissimi, come Vladimir Luxuria, danno lezioni, su come si diventa transessuali, ai bambini delle elementari, ci si batte sul doppio cognome ma si cancella madre e padre per sostituirli con genitore 1 e genitore 2. Siamo all’apoteosi della cazzata assurta a diritto civile, si va contro la più banale e basilare delle norme democratiche, ben oltre le donne in vetrina in Olanda: assistiamo alla totale denigrazione del ruolo naturale, di donna e madre, che, invece di essere protetto e rispettato, è vilipeso ed oltraggiato da un’ideologia scellerata che permette e ritiene etico, tra le altre nefandezze, la fabbrica e l’acquisto di bambini a coppie che non possono averne, non per problemi legati alla fertilità ma perché, semplicemente, l’omosessualità non contempla la procreazione. Tutto questo è assolutamente assurdo ed aberrante. 

Apriamo una parentesi e chiariamo subito, per i tuttologi marxisti della domenica, che la famiglia è stata assolutamente funzionale al modo di produzione capitalista-manufatturiero che l’ha propugnata e difesa fino agli anni sessanta, poi il modo di produzione ed i desiderata delle élite sono cambiati e, la famiglia, non era più necessaria, almeno in occidente. Nel terzo mondo serviva e serve ancora, chiaramente, per la delocalizzazione a basso costo che sfrutta, come nell’ottocento, non solo le braccia dei genitori ma anche quelle dei bambini nella produzione di merci per un occidente asservito al consumismo trionfante. Nell’attuale società liquida occidentale, al momento, serve il singolo; esso è perfettamente funzionale al consumo: la casa, gli acquisti, le spese che, prima, venivano divisi all’interno di un nucleo familiare o di coppia, sono a carico di singoli individui, tutto è moltiplicato all’infinito. “Single è bello” ecco i magnifici anni ottanta! Da lì tutto è cominciato, il sistema economico stava cambiando e doveva mutare la struttura sociale. 

Si è iniziato con la falsa emancipazione della donna e ci hanno convinto che la parità di genere dovesse necessariamente passare in forma di omologazione. Il maschio era il modello di riferimento e, le “donne in carriera”, anche esteticamente, si rifacevano allo stereotipo wallstreattiano dell’uomo d’affari. La donna doveva equipararsi all’uomo in una finta parità di genere, solo estetica, perché in realtà la disparità, economico-sociale, era fortissima. Le donne che non lavoravano fuori casa erano spregiate, delle nullità, chi decideva di lavorare part-time e crescere i figli era considerata, da una certa ottica femminista, sottomessa ad una mentalità maschilista, — sì, sì, proprio così — c’erano dei diktat estetici e, direi, etici incontestati. Chi non si adeguava era fuori. Le critiche più feroci venivano proprio dalle donne, molto spesso da quelle stesse che uscivano dalla temperie femminista degli anni settanta e la cui evoluzione ha portato alle disastrose, parere strettamente personale, conseguenze che oggi si manifestano nel confusionario amalgama informe dello pseudo-femminismo odierno. Contemporaneamente si radicalizzano, proprio a partire da quegli anni, alcuni miti, che partono dalla “buona borghesia” come, per esempio, quello della colf straniera o della baby-sitter, altrettanto straniera: questo merita una piccola riflessione, infatti, all’epoca si cercava personale che parlasse inglese o francese, faceva molto chic e si pagava bene per questo privilegio, oggi, anche a causa della recessione ideologica, bambini ed anziani sono assistiti da persone, sottopagate, che a mala pena parlano italiano, per giungere fino al paradosso del dog-sitter, cioè ti compri un cane ma non hai neanche il tempo di portarlo a spasso! Ah le magnifiche sorti e progressive…

Tornando alle meravigliose propaggini del nuovo femminismo di casta, ritengo che l’otto marzo sia una metafora abbastanza chiara di questo processo. Dalle lotte nelle piazze per rivendicare la parità di diritti, il divorzio, l’aborto o la soppressione del delitto d’onore, si è passati, in un crescendo triste, alla cena con le amiche, con spogliarello maschile annesso ed il trionfo della mimosa, fino ad arrivare ai cortei di Non una di meno il cui aberrante programma politico-sociale è uscito, magicamente, e con esso si fonde totalmente, dal variopinto mondo no-global, no-border, ma fatto di unicorni e arcobaleni di un esoterico melting-pot sociale e sub-culturale. Le élite applaudono felici e brindano al loro successo mentre smantellano, in un assordante silenzio, i consultori, mettono a rischio la 194, distruggono l’istruzione — compresi asili, scuole ed università —, aboliscono l’articolo 18, riformano le pensioni, importano mano d’opera a bassissimo costo, chiudono i punti nascita degli ospedali di prossimità, fanno passare 10 vaccini… La sola risposta, visibile, a questo delirante universo distopico, sembra essere la restaurazione del duetto dio-famiglia di stampo ultra conservatore. Al Gay Pride si risponde col Family Day. Quale entusiasmante livello culturale si esprime in queste due contrapposizioni ideologiche!

Occorrerebbe uscire da tale dicotomia dogmatica in cui ci hanno costretto, questo non può voler dire, chiaramente, andare indietro di un secolo, ma guardare la situazione senza cadere nella trappolona del finto progresso teorizzato da questo pseudo femminismo che trova la propria somma espressione nello sdoganamento acritico dalla teoria gender. Basterebbe iniziare usando un po’ di buon senso e considerare tutto questo nulla, abbagliante e sfavillante, come funzionale al pensiero dominante e la falsa morale, che gli si contrappone, come residuato post nucleare, pericolosissimo e da maneggiare con cura. Non dobbiamo tornare indietro né, tantomeno, andare avanti, dovremmo semplicemente fermarci. Occorre prendere il tempo per elaborare un pensiero critico, non siamo di fronte ad una aporia, siamo dinanzi a due falsi ideologici, uno elaborato per distruggere, l’altro un fossile giurassico che dovrebbe attenere solo all’archeologia.


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UN ANNO FA, ERA IL 4 MARZO

[ 5 marzo 2019 ]

Ce lo spiega, spread alla mano, Morya Longo. Che ci fa anche capire che il peggio non è affatto passato…

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4 marzo un anno dopo
il fantasma Italexit che ha fatto impennare lo spread 

fantasma di Italexit. È questo che ha fatto paura sui mercati nell’ultimo anno. Per un motivo semplice: gli investitori che prestano euro all’Italia, comprando i suoi titoli di Stato, vogliono vedersi restituire euro alla scadenza. Non lire svalutate. Se bisogna analizzare, a un anno dalle elezioni che hanno cambiato l’Italia, il rapporto travagliato tra la Penisola e i mercati finanziari, da qui bisogna dunque partire. Da questo fantasma, più volte evocato e più volte smentito. Italexit.

Sono i numeri e i grafici a raccontarlo in maniera inequivocabile.

Dopo le elezioni del 4 marzo, quando era già chiaro che non ci fosse una maggioranza e che Lega e 5 Stelle avrebbero dominato la scena politica, lo spread tra i BTp e i Bund non si è praticamente mosso. Anche quando Lega e 5 Stelle si sono seduti al tavolo per scrivere un contratto di Governo lo spread è rimasto stabile. Calmo. Questo significa che non è il populismo-sovranismo a spaventare gli investitori. Il 15 maggio lo spread era infatti ancora a 129 punti base. A tavolo ben avviato. Quella sera, però, cambia tutto: viene pubblicata una bozza (poi smentita) del Contratto di Governo, che tra le tante voci contempla indirettamente l’opzione di uscita dalla moneta unica e direttamente la richiesta di cancellare 250 miliardi di debito italiano in mano alla Bce. Per il mercato questo è il punto di svolta: per la prima volta il rischio Italexit diventa tangibile. Forse non concreto, ma tangibile sì. Il 16 maggio lo spread BTp-Bund sale subito da 129 a 148 punti base.

Le smentite sulla prima bozza calmano subito gli animi.

Sergio Mattarella blocca la nascita del Governo Conte Panico e speculazione imperversano.

Gli investitori internazionali vendono e riducono l’esposizione sull’Italia. E gli speculatori ci sguazzano sopra. Il fondo hedge Brevan Howard (che a novembre aveva incontrato esponenti dei 5 Stelle) a maggio ha registrato una performance del 37%. Loro non hanno mai confermato — pur chiamati dal Sole 24 Ore —, ma sul mercato si vocifera che a fruttare tali guadagni sia stata la speculazione sull’Italia. Come il fondo Discovery di Robert Citrone, che dopo le elezioni italiane si trovava nel nostro Paese: a maggio ha portato a casa un guadagno del 10%. Idem per i tanti fondi che hanno giocato sul ribasso delle banche italiane in Borsa. Ma non sono loro a muovere il mercato. Quello lo muovono i capitali in uscita dall’Italia. Secondo i dati di Bankitalia solo a maggio le vendite nette da parte degli investitori internazionali sono ammontate a 33 miliardi. Vendite solo parzialmente compensate dagli acquisti da parte delle banche italiane, che a maggio 2018 hanno incrementato i titoli di Stato italiani nei loro bilanci di 11 miliardi (dati Bankitalia).

Con la nascita del Governo Conte il clima però si tranquillizza. Lo spread sale e scende, ma non arriva più sulle vette di quel martedì nero. Perché il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, offre sempre parole pacate sulla politica di bilancio dell’Italia. Questo tranquillizza non solo per il bilancio pubblico, ma soprattutto perché Tria dà l’impressione di voler tenere il Governo dentro i binari delle regole europee. E questo — nella testa degli investitori — allontana l’ipotesi e il rischio di Italexit. Fino al 27 settembre, quando il Governo annuncia un deficit al 2,4% per il 2019: percentuale in netto contrasto con gli accordi presi dai precedenti Governi con Bruxelles. Questo fa risalire le tensioni. Non per il 2,4%, sia ben chiaro. Il problema è sempre lo stesso: la violazione degli accordi presi dall’Italia con Bruxelles dà la sensazione agli investitori che il Governo voglia cercare lo scontro per avere il pretesto per uscire dall’euro. Il Governo smentisce, smentisce, smentisce. Ma il mercato continua a prezzare un rischio Italexit. E lo spread sale. E continua a salire durante tutti i mesi in cui Roma e Bruxelles trattano per la Manovra. Fino al 18 dicembre, quando trovano l’accordo. E il clima si calma.


banche italiane ha mille modi per fare male all’Italia. E le banche, che sono l’unico “rubinetto” da cui bevono le moltissime piccole imprese italiane, sono un canale di contagio importante. È attraverso loro che la finanza impazzita fa deragliare anche l’economia reale.

* Fonte: Il sole 24 ore, 3 marzo 2019