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I MINIBOT VISTI DALLA GERMANIA: «SONO PAZZI QUESTI ROMANI!» di Paul Steinhardt

[ venerdì 21 giugno 2019 ]



Continua la nostra serie di articoli sui MiniBoT. Questa volta diamo la parola a Paul Steinhardt [a destra nella foto], un autorevole economista tedesco, stretto collaboratore del più noto Heiner Flassbeck. Con entrambi ci siamo trovati negli anni a diversi convegni internazionali della sinistra no-euro. 

Il 14 giugno scorso sul loro sito MAKROSKOP è stato  pubblicato un articolo di Steinhardt proprio sui MiniBoT, a testimonianza che la questione non è sfuggita agli analisti tedeschi, che sanno bene che l’Italia non è la Grecia e che il governo giallo-verde non è la stessa cosa di quello di Syriza.
Ringraziando l’amico Il Pedante per la traduzione, raccomandiamo la lettura del contributo di Steinhardt  che così si conclude: 

«Al governo italiano raccomanderei senz’altro di dimostrare all’Unione Europea che, con l’emissione dei MiniBoT, si è arrivati al redde rationem. L’Unione Europea non può piegare il governo dell’Italia e il suo popolo. O meglio, può farlo solo se gli italiani non capiscono di essere loro, in realtà, a tenere il coltello dalla parte del manico.»


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Sono pazzi questi romani!

di Paul Steinhardt

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Con i populisti di destra italiani non si può mai stare tranquilli. Non solo non vogliono saperne di ridurre la montagna impressionante del loro debito pubblico, ma adesso pensano anche di stamparsi illegalmente il denaro.

I populisti di destra, è risaputo, sono dei tipi poco raccomandabili. In Italia scandiscono lo slogan «prima gli italiani» e giurano di rappresentare gli interessi del proprio popolo, mentre in realtà mettono a repentaglio il futuro dell’intera umanità, o quantomeno quello del progetto di pace EUROpeo.
Prendiamo un esempio: l’urlatore populista Matteo Salvini. Quest’uomo, secondo l’allarme lanciato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), «si scontra con le regole del debito e brucia miliardi». E tutto questo, a sentire lo Spiegel, solo perché vuole tener fede a «costose promesse elettorali». Sicché la Commissione europea gli tira le orecchie per mettere fine a un irresponsabile «indebitamento», al che lui risponde con sfrontatezza definendo con scherno la lettera blu di Bruxelles… una «letterina».

Uno spettro si aggira per Roma


Se non fosse già abbastanza scandaloso non prendere sul serio le lettere blu di Bruxelles, è naturalmente ancora più scandaloso voler mantenere le proprie costose promesse elettorali. Ma c’è di peggio. Per portare avanti la propria agenda politica populista, il Parlamento italiano, così ci racconta la FAZ, avrebbe persino cercato appoggio degli ectoplasmi contro i moralizzatori di Bruxelles: «Uno spettro si aggira per l’Europa e per l’Italia. Il suo nome, in apparenza grazioso, è minibot».
Pare però che i minibot non siano fantasmi e neanche – come osserva giustamente la FAZ – «minuscoli robot». E, cara Zeit, non sono neanche dei «mini-mostri». «Bot» significa «Buono ordinario del Tesoro», il nome con cui in Italia si definiscono i titoli di Stato con durata inferiore ai dieci anni.
Questo lo sanno anche alla Zeit, e alla FAZ. Perché allora tutto questo clamore sulla stampa tedesca? Perché l’emissione di questi titoli, ci spiega Philipp Plickert della FAZ, è semplicemente illegale. Forse perché da oggi è vietato agli Stati membri dell’eurozona emettere titoli di debito? O è l’emissione in sé illegale, perché avverrebbe in pezzature di piccolo taglio e magari si confonderebbero con le banconote?
Anche la Zeit vede nella prospettata emissione di minibot gli estremi di una associazione a delinquere. Il «noto e orrido governo» italiano starebbe tentando di «ammassare ulteriori debiti sui nuovi prestiti». Ma non è questo il senso e lo scopo dei minibot. Con i minibot il governo vuole invece saldare i debiti che l’amministrazione pubblica ha verso i propri fornitori di beni e servizi. Per i populisti di destra si tratterebbe perciò non di aumentare ma, al contrario, di diminuire il debito dello Stato!

Denaro illegale o debito illegale?


Ora, è senz’altro fuorviante parlare di «titolo di Stato» per indicare uno strumento destinato a saldare i debiti con i fornitori dello Stato. E naturalmente si pone la questione del perché un fornitore dovrebbe mai accettare di farsi pagare con un pezzo di carta che non gli riconosce alcun diritto a ricevere «veri» euro, e nemmeno un interesse. La risposta a questo dubbio è però semplice: il fornitore non sa quando lo Stato avrà la possibilità di trasferirgli gli euro «veri», il cui valore corrispondente in minibot è invece disponibile subito.
Ma perché, si chiedono altri, il fornitore dovrebbe accettare pezzi di carta privi di valore in pagamento di beni reali? Non sarà che, come ha confidato Alessio Rossi, il presidente dei giovani imprenditori italiani, alla FAZ, si tratterà solo di «soldi del Monopoli»? Ma allora perché tutto questo scandalo? Se nessuno vorrò accettare soldi giocattolo in cambio di beni reali, possiamo semplicemente ridere delle finte soluzioni partorite dai populisti di destra che, ancora una volta, non sanno fare i conti con la realtà.
Bisogna del resto riconoscere che ci sono in effetti dei paralleli tra i soldi del Monopoli e i minibot. Entrambi non posseggono alcun valore intrinseco, ma conferiscono semplicemente al loro possessore un determinato diritto. Il diritto riconosciuto dallo Stato italiano ai possessori di minibot non è però quello di comprare Parco della Vittoria, ma «soltanto» di detrarli dal loro debito con il fisco. In sostanza, i minibot non sono perciò un titolo di Stato, ma dei buoni fiscali con cui chiunque può estinguere una pendenza fiscale nei confronti dell’amministrazione pubblica.

Un’emissione di questo tipo è quindi illegale nell’eurozona? Mario Draghi sembra essere di questo avviso e ha perciò diffidato i suoi irrequieti connazionali dal mettere in circolazione i buoni. Perché, dice, se fossero denaro la loro emissione non sarebbe legale, se invece fossero debiti la loro emissione farebbe aumentare il debito pubblico, il che è ugualmente vietato agli italiani in forza delle regole dell’eurozona. I minibot possono soltanto essere denaro o debito, non esisterebbe una terza possibilità. Quindi sarebbero illegali, qualsiasi cosa essi vogliano essere. QED.

Ora, però, i minibot non sono sicuramente debito pubblico nel senso del Trattato di Maastricht. La loro emissione non può davvero costituire un motivo di preoccupazione circa la capacità dello Stato italiano di onorare i propri debiti. Perché se dalla loro emissione non deriva alcuna nuova obbligazione a carico dell’erario, allora semplicemente non si tratta di debiti che ne possano peggiorare la solvibilità.

Wolfgang Münchau ritiene che la BCE non accetterà questa argomentazione, richiamandosi al fatto che  questi buoni fiscali ridurrebbero il gettito delle tasse e quindi la loro emissione condizionerebbe la capacità dello Stato italiano di onorare i propri debiti nei tempi pattuiti. Secondo questa logica, sarebbero perciò illegali tutte le misure che possano influire negativamente sulla raccolta fiscale. Come logica conseguenza di ciò, non si dovrebbero allora trasferire subito e integralmente tutte le competenze degli enti nazionali alla BCE?

Draghi fa confusione


Senza dubbio, la BCE e tutta la nomenclatura europea hanno ottimi motivi per rifiutare categoricamente il pagamento di beni mediante buoni fiscali. Perché se uno Stato avesse la possibilità di ricorrere a questa forma di pagamento per sostenere le spese democraticamente legittimate, sorgerebbe naturalmente la domanda del perché dovrebbe invece rivolgersi alle banche e al mercato dei capitali, ai quali deve anche versare un interesse. Le persone sensibili ai messaggi populisti hanno questa particolarità, di indignarsi se lo Stato utilizza le loro tasse per dare ai prestatori di capitali altri soldi, e quindi accesso ai beni reali, anche quando non ha bisogno dei loro soldi.
Chi, come il sottoscritto, ritiene corretta la definizione di denaro data da Georg-Fridriech Knapp, può invece concordare sul fatto che pagando con minibot si emette nuova moneta. Perché il denaro non è altro che un mezzo di pagamento «con cui si possono fare pagamenti allo Stato». Draghi ha fatto chiaramente intendere che la BCE ha un monopolio riconosciuto per legge sulla produzione di denaro secondo questa definizione. Ma dove e quando è stato concesso questo monopolio?

Secondo la normativa vigente, la BCE ha senz’altro il diritto esclusivo di concedere l’emissione di mezzi di pagamento a corso legale, ma resta la libertà degli Stati contraenti di regolare i propri affari anche con l’ausilio di altri mezzi di pagamento. Già oggi si può pagare una pizza in bitcoin, che di fatto hanno un valore solo perché le persone credono che lo abbiano.

Evidentemente, Draghi confonde denaro e mezzi di pagamento legali. Nella misura in cui il governo italiano non obbliga i suoi fornitori ad accettare i minibot come mezzo di pagamento per i beni che ha acquistato da loro, dal punto di vista giuridico non c’è nessun motivo per considerare illegali i minibot. Se così fosse, dovrebbe essere illegale anche pagare le fatture con un bonifico, perché anche questo mezzo elettronico di pagamento non è stato emesso dalla BCE, ma dalle banche commerciali.
Con ciò diventa anche chiaro perché non è corretto sostenere, come fa la Zeit, che con i minibot si starebbe cercando di introdurre «una valuta parallela accanto all’euro». I minibot non sono denominati in un’altra valuta, ad esempio in lire, ma in euro. Ciò che si vuole introdurre con i minibot non è che un altro mezzo di pagamento denominato in euro. Va da sé che questo nuovo mezzo di pagamento si rivelerebbe utile qualora la BCE decidesse di interrompere l’approvvigionamento di denaro contante,  come in Grecia. In quel caso il governo italiano potrebbe mettere a disposizione delle banche i minibot, in sostituzione.

Non bisogna però dare l’illusione, come sembra fare Jens Berger su Nachdenkseiten, che i minibot sarebbero un mezzo appropriato per assicurare un sufficiente approvvigionamento di liquidità del sistema bancario italiano. Perché questa liquidità verrebbe messa loro a disposizione dalla Banca d’Italia che non agisce più come succursale della BCE, non in forma fisica ma prevalentemente elettronica, e quindi mediante una riserva sul conto della banca centrale. Ora, è sicuramente illegale che una banca sovranazionale faccia pressioni su un governo nazionale affinché distrugga il suo sistema bancario, ma ciò non ha impedito alla BCE di mettere in ginocchio il governo greco proprio con questa strategia.

Minibot: un’arma efficace?

La questione se l’emissione di minibot sia legale o meno deve essere dovrebbe essere risolta dalla Corte di giustizia europea. Un tribunale che in passato ha avuto il coraggio di affermare che l’acquisto di titoli di Stato non costituirebbe un finanziamento pubblico monetario, non avrà probabilmente remore a qualificare l’emissione di minibot come illegale. Resta il fatto che non tutti gli atti illegali sono sciocchi, né tutti quelli legali intelligenti.

Ma superiamo la questione della legalità e domandiamoci se, appunto, l’emissione di minibot sarebbe un atto sciocco o intelligente. Se il governo italiano non dovesse essere pronto ad affrontare un conflitto con l’Unione Europea che potrebbe portare l’Italia ad abbandonare l’unione monetaria, allora dovrebbe abbandonare al più presto l’idea dei minibot. Dovrebbe, come già Tsipras in Grecia, eseguire semplicemente gli ordini impartiti dall’Europa.

Sappiano però, la Lega e i Cinque Stelle, che, se si dovessero calare ora le braghe, alle prossime elezioni finirebbero cacciati dai loro uffici con la coda tra le gambe. Perché senza alcun dubbio devono oggi il consenso degli elettori italiani al fatto che questi si aspettano da loro un miglioramento della propria condizione economica. Queste speranze sarebbero tuttavia certamente deluse se il governo non dovesse riuscire ad alimentare uno stimolo della crescita attraverso la combinazione di nuova spesa pubblica e riduzione delle tasse.

Ma davvero, in questo conflitto con l’Italia, l’Unione Europea tiene il coltello dalla parte del manico? Certo, un’uscita disordinata dell’Italia dall’euro ne danneggerebbe l’economia, almeno nel breve periodo. Non c’è però motivo di credere che anche le economie degli altri Stati membri non sarebbero fortemente colpite da quell’uscita.
La Germania sarebbe la prima nazione colpita da un’uscita dell’Italia, a cui si accompagnerebbe quasi certamente una svalutazione della nuova valuta italiana. Un’economia così dipendente dall’export  come quella tedesca sarebbe investita da un terremoto economico di proporzioni massicce nel caso di un peggioramento della propria competitività di prezzo. Ci sono dunque buoni motivi per non prendere troppo sul serio le minacce dell’Unione Europea all’Italia.

Ma prima ancora ci sono ottimi motivi a supporto dell’ipotesi che l’economia italiana si riprenderebbe da un tale shock economico molto più velocemente degli altri Paesi che rimarrebbero nell’euro. Gli italiani sembrano infatti avere un governo che può contare su competenze macroeconomiche adeguate. Dopo il ripristino della sovranità monetaria, un governo di questo tipo sgancerebbe la propria politica fiscale dalle regole assurde a cui oggi è soggetto e la orienterebbe ai bisogni e alle possibilità dell’economia italiana. Ciò garantirebbe al Paese una ripresa economica fulminante. 

Al governo italiano raccomanderei senz’altro di dimostrare all’Unione Europea che, con l’emissione dei minibot, si è arrivati al redde rationem. L’Unione Europea non può piegare il governo dell’Italia e il suo popolo. O meglio, può farlo solo se gli italiani non capiscono di essere loro, in realtà, a tenere il coltello dalla parte del manico.


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LA MOSSA DEL DI BATTISTA di Sandokan

[ venerdì 21 giugno 2019 ]

Domenica la redazione titolava il mio commento ad un post di Alessandro Di Battista: “SPIEGATI MEGLIO”. 
Non era una domanda retorica. Davvero non mi sapevo spiegare — appena giunto il siluro della procedura d’infrazione da Bruxelles e mentre Salvini pare quello più deciso a tenere la posizione —  il perché di quell’attacco virulento alla Lega e cosa esso potesse nascondere. 
Un’attenta lettura del suo libello POLITICAMENTE SCORRETTO, pubblicato non a caso da Il Fatto Quotidiano aiuta, oltre a farsi u ‘idea sulla caratura del personaggio, a dare qualche sensata risposta.
Sorvolo sulla caratura del personaggio. Ognuno si legga il libretto, e si faccia un’idea. Ad un certo punto (Pagina 43) Di Battista scrive che 

«La politica va amata, rispettata sostenuta. E questo lo deve fare il popolo. Lo dobbiamo fare noi cittadini informandoci, partecipando, spegnendo, quanto occorre, la Tv per aprire un libro». 

Forse sarà che io sono sono un po’ troppo di bocca buona, ma non è certo il suo libro che suscita “amore per la politica”. Non ci sono idee originali e nuove, nessuna grande visione, figurarsi utopie. Non c’è nessuna seria spiegazione della cocente sconfitta elettorale. C’è, è vero, un’autocritica (“ci siamo burocratizzati, chiudendoci troppo nei ministri, mentre Salvini è stato in campagna elettorale permanente”), ma a favore di una riproposizione dei tratti tipici di certo grillismo prima maniera (onestà, dagli addosso ai partiti, furore giustizialista, ecc.). Non si fa che riproporre la narrazione che tre anni di governo a Roma un anno di governo nazionale hanno fatto a pezzi. 

Un’autocritica che, malgrado il Dibba lo neghi, si presenta come un affondo contro Di Maio e a come egli ha gestito gli affari di governo ed i rapporti con la Lega. Ma se cercate il merito, quale siano stati gli errori commessi — Di Maio ha sbagliato seguire Salvini sulla sicurezza, sulla Diciotti, ecc? —, non troverete nulla. Non troverete una parola chiara contro Tria che occupa il Mef per nome della eurocrazia, né tantomeno su Conte, e nemmeno su Mattarella che di fatto tiene sotto scacco il governo.

Di qui si è tentati di dare ragione ai giornaloni di regime che vedono in questa incursione di Di battista un modo per candidarsi a successore di Di Maio, considerato oramai un pesce bollito. Non voglio banalizzare la crisi del Movimento 5 stelle. E’ certo però che l’uscita del Dibba apre ufficialmente la lotta per la successione, corroborando il sospetto che ai piani alti del M5s si dia per scontato che il movimento andrà in pezzi, con la possibilità che ci sia una fratturazione in due pezzi principali: l’ala fichiana che andrà a comporre con il Pd un nuovo centro-sinistra, e un’ala che andrà con un nuovo centro-destra a guida salviniana. E quindi? E quindi Dibba che si pone come terzo campo, un grillismo delle origini che punta a tornare all’opposizione e conservare il M5s come terzo campo.

Non ci sarebbe niente di male in questo riorientamento, non fosse che esso si presenta come un “travaglismo ortodosso”, appoggiato su un giudizio unilaterale del salvinismo che potrebbe rivelarsi sbagliato.

Il modesto libricino è infatti un attacco durissimo a Salvini. Questo si basa su un teorema. Leggiamo a pagina 118:

«Salvini, forte del trionfo alle europee, si sta già, forse inconsciamente, rifugiando nel più becero berlusconismo».

Dibba da dunque per scontato che Salvini voglia tornare all’ovile sistemico del centro-destra, ed è sicuro che egli voglia far cadere il governo per andare al voto anticipato in autunno — di qui la sua autocandidatura a guidare le sconfortate truppe grilline.

Morale: basandosi su un giudizio del salvinismo (e delle intenzioni di Salvini) che potrebbe rivelarsi del tutto fasullo — all’atto pratico Salvini sembra essere quello più deciso a non capitolare ai poteri forti eurocratici — Dibba, invece di fare quadrato attorno al governo mentre è sotto attacco da parte della Ue, ha insomma sferrato un al governo il suo siluro, obiettivamente indebolendolo, con ciò facendo un favore all’eurocrazia, che è il vero e più pericoloso nemico del governo.


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