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ALITALIA: «La cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto» di Daniele Moretti

[ 1 marzo ]

«Vorrei spendere due parole e ringraziare tutti quei colleghi e colleghe che dopo aver subito per anni pressioni di ogni tipo, dopo aver accettato compromessi raggiunti e imposti da persone che invece di tutelare, svendevano sia il nostro che il loro lavoro, dopo aver non solo lavorato ma vissuto nella precarietà per anni, hanno deciso che è stato raggiunto un limite sotto il quale non si può andare, hanno deciso che non si può lavorare ad ogni costo, hanno deciso che la parola Lavoro deve essere seguita dalla parola Dignità, queste persone hanno deciso di alzare la schiena, di mettersi in gioco, di rischiare, di lottare contro qualcuno infinitamente più grande e potente di loro, queste persone hanno e avranno sempre tutta la mia stima, queste persone sono la cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto ed io sono orgoglioso di farne parte.



Comunque vada un giorno potremmo dire che ci abbiamo provato, che ci abbiamo sperato e creduto, comunque vada un giorno potremmo dire che una volta forse solo una abbiamo avuto il coraggio di dire di no.

GRAZIE a tutti voi e grazie ai rappresentanti della Cub che ci stanno aiutando.

Per tutto il resto?!
C’è un foglio con un contratto da 5 ore che vi faranno firmare con le lacrime.. ma voi lacrime non ne avete perché vi hanno insegnato a sorridere a qualunque costo».




ITALIA: CROLLA NELLA RETE IL FILO-EUROPEISMO

[ 28 febbraio ]

Europa “a due velocità”. E’ quanto emerge dalla lettura di quasi 200 mila testi pubblicati su Twitter nel mese di febbraio appena concluso. Dal 2012 ad oggi l’Unione europea ha infatti progressivamente perso il favore dell’opinione pubblica del Bel Paese: da un gradimento del 40% di cinque anni fa, si è passati al 15,5% dei giorni nostri (comunque superiore, piccola nota di ottimismo, al minimo dell’11% toccato nel 2016).

I giudizi sui temi economici guidano, tra le principali ragioni, il fronte anti-Ue: il 35,1% dei commenti avversi all’Unione ne criticano infatti le politiche di eccessiva austerità. La gestione delle emergenze migratorie è invece nel mirino del 24,2% dei commenti, cui si aggiunge – sempre sul fronte delle relazioni internazionali – l’8,7% di chi reputa che la Ue non sappia affrontare adeguatamente le proprie esigenze di difesa. Quasi un terzo dei testi esaminati, invece, muove all’Ue una obiezione di fondo, non legata a specifiche scelte politiche: l’Unione è una tecnocrazia e le sue istituzioni mostrano un deficit strutturale di democrazia. La minoranza dei sostenitori dell’Unione europea, d’altra parte, sostiene che l’Ue abbia reso migliore la vita dei cittadini europei (75,2%) e che l’esistenza delle istituzioni europee abbia accresciuto l’autorità e il potere decisionale dei Paesi aderenti nello scacchiere geopolitico internazionale (24,8%).

gruppo di testa o a quello di coda di una ipotetica Europa “frammentata”. Il 36,7% dei commenti reputa così che la formalizzazione dell’esistenza di due gruppi di Paesi all’interno della Ue sarebbe un vantaggio per l’Italia, mentre il 33,6% ritiene che le conseguenze per il Paese sarebbero negative. A questi ultimi vanno aggiunti quanti sostengono che il frazionamento in gruppi dei Paesi dell’Unione gioverebbe alla sola Germania, vista ovviamente come il leader del gruppo “superiore” (17,2%). Una parte non trascurabile dei post analizzati, forse più pragmatici, invita invece a prendere atto che l’Europa è già di fatto composta da gruppi di Paesi che si muovono a velocità diverse (12,5%). E anche qua, i pareri su quale sia la velocità con cui effettivamente l’Italia si stia muovendo rimangono discordanti.

* Fonte: VOICES from the Blogs 

osservatorio scientifico sui social media dell’Università Statale di Milano curato da A. Ceron, L. Curini, S.M. Iacus e G. Porro.



PARIGI, 4 MARZO: IV FORUM DEL COORDINAMENTO EUROPEO NO EURO

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[ 28 febbraio ]

Una delegazione di Programma 101 parteciperà al 4°Forum Internazionale per l’uscita dall’euro, dall’Unione Europea e dalla NATO organizzato dal Coordinamento europeo No Euro.


4 marzo 2017, Parigi, 30 Rue Cabanis.


Perché uscire dall’Unione Europea, dall’Euro e dalla NATO per costruire politiche favorevoli ai popoli, per la giustizia sociale e una nuova cooperazione internazionale


Programma del Forum
Interverranno delegati dei diversi paesi

Ricezione dei partecipanti ore 08:30

Tavola rotonda 1 . Ore 09:20-11:20
Resistenze contro il neoliberismo in Europa


Tavola Rotonda. Ore 11:30-13:30
Dal rifiuto del sistema neoliberista alla lotta per la sovranità nazionale e popolare


Tavola rotonda 3. Ore 15:00-16:30
Uscita dall’Unione europea o “Piano B”?


Tavola rotonda 4. Ore 16:35-18:35
Una strategia per l’uscita unilaterale dalla Ue e dall’Euro

Conclusioni. Ore 19:00-20:00

Un piano di azioni coordinate a scala europea per la sovranità

Tutte le informazioni sul sito dei compagni francesi di PARDEM (Partito della Demondializzazione) e sul sito del Coordinamento




«PRODI, LEI È COLPEVOLE, CHIEDA SCUSA…» di Cristina Re

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[ 27 febbraio ]


QUI , il testo e il commento di Cristina di seguito


Sergio Cesaratto


Rethinking Economics Bologna con Prodi una studentessa (io): “aveva espresso dubbi sul progetto europeo auspicando un ritorno alle frontiere tra gli Stati Ue.”


Prodi, che fa il politico di mestiere, ha ovviamente deviato il discorso mettendomi in bocca parole non mie.
La favola della nuova generazione Europea di studenti colti, aperti e con alta mobilità si scontra però con la realtà, ossia con la generazione dei disoccupati e dei lavoratori poveri. Infatti, solo l’1% degli studenti italiani partecipa a progetti di mobilità, mentre gli altri si trovano in situazioni di precarietà o disoccupazione. La disoccupazione giovanile nel 2017 è arrivata a superare il 40% e coloro che trovano lavoro sono costretti ad accettare orari e salari da fame con contratti a termine o retribuiti tramite voucher. In tantissimi sono costretti ad emigrare; alcuni svolgono attività di ricerca qui sotto finanziata altri sono costretti a lavori non qualificati e sottopagati, nonostante l’alto livello d’istruzione.
Quotidiano.net in cui dice “la mia Europa è morta. Ma spero che la crisi la svegli. Ora possiamo solo aggiungere: preghiamo”
Beh, troppo semplice così.

Adesso, non le chiedo, come fa qualcuno, di formare un nuovo partito o ricandidarsi per riparare alla situazione. No, quello spetta a noi.
http://www.agi.it/…/ue_prodi_tornare_indietro_sarebbe_una_…/
* Fonte: Politica & Economia Blog



LA GRECIA, L’EUROPA E GLI IMBECILLI di MdS

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[ 27 febbraio ]


Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa» – davvero non scherza.

La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi». Ah sì? Questa sì che è una notizia! E quando è iniziata questa strada? Forse nel luglio 2015 quando Tsipras, il traditore dell’OXI, decise di sottoscrivere il Terzo Memorandum?

tre ore di sciopero: quasi un’insurrezione!  

Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale».

radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale» di cui straparlano? Ma non glielo ha ancora detto nessuno che si tratta di balle? Che l’Unione Europea è nata proprio per svuotare la democrazia, attaccare ogni diritto sociale, scatenare la guerra verso il basso?

dizionario Treccani così bene descrive: «Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati». Che alla Treccani abbiano letto le idiozie di costoro?

L’Europa deve riprendere il processo di integrazione» e «non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici». Tornare? Perché c’è bisogno di «tornare»? Che forse oggi non c’è già il nazionalismo egoistico della Germania? Ah già, ma è quello dominante e dunque è meglio non disturbarlo, sennò si distrugge il sogno della mitica Europa!

riscrivendo i Trattati ingiusti»? Certo, è semplice, si è trattato solo di un errore di scrittura, e se gli sono venuti «ingiusti» è solo perché lì per lì non se ne erano accorti. Ma si può sempre rimediare, in fondo basta leggere l’appello…

Chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici». Dicono che a Berlino la signora Merkel sia saltata sulla sedia: passi per la Brexit, Trump, la caduta di Renzi, la crisi dell’euro ed i rischi delle elezioni francesi, ma adesso ci si mette pure Marco Revelli! Scheiße! E’ venuta l’ora di chiudersi nel bunker e preparasi alla fine!



LA SAPETE L’ULTIMA? SI INTITOLA “ARTICOLO 1”

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Roberto Speranza, Enrico Rossi, Massimiliano Smeriglio (lapresse)

[ 25 FEBBRAIO ]

Ce lo dice la repubblica.it di oggi «Si chiamerà “Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti” la nuova formazione politica lanciata stamattina dagli ex Pd Roberto Speranza ed Enrico Rossi e dall’ex Sinistra Italiana Arturo Scotto a Roma. 

L’articolo 1 della Costituzione “è il nostro simbolo, la nostra ragione” ha detto Speranza. “Queste parole straordinarie sono ancora una incompiuta. Il nostro primo punto nell’agenda di governo e dare risposta a questo dramma sociale. I giovani innanzitutto”».

Per convincersi che il nuovo partito è una schifezza sarebbe sufficiente stare ai curricola dei fondatori. Noi, forse masochisti, siamo andati tuttavia a leggere Il manifesto di (pseudo)Articolo1.

E che ne viene fuori? Forse che Renzi è il nemico?  Forse che è il neoliberismo che ha portato il Paese al collasso? Forse che i Bersani ed i D’Alema fanno qualche cenno d’autocritica per essere stati i corifei dei governi (non solo Monti) che hanno massacrato il popolo lavoratore?

Niente di tutto questo! Il nemico numero uno sono “i populisti”, ovvero le forze che a vario titolo rappresentano l’opposizione al regime oligarchico —essenzialmente M5S, Lega salviniana, la sinistra no-euro. Lo scopo? Riconciliare il popolo con le élite oligarchiche, riappacificarlo con l’Unione europea, ricostruire il centro-sinistra.

I sondaggi danno questi sciagurati tra l’8 ed il 10%. Vedremo, vedremo… 

Cosa ci faranno con questi voti non lo hanno nascosto: essi, per l’intanto, agiranno come i più fidi paladini del governo Gentiloni poi, in vista delle elezioni, saranno alleati del PD, anche con Renzi al comando (ça va sans dire), quindi prima linea per difendere il regime.

Il manifesto è distillato chimico di retorica sinistroide. Non poteva mancare il grido d’allarme contro il fascismo in arrivo.

Ci sono venute in mente le sarcastiche parole di Amedeo Bordiga, che dopo la guerra affermò: “Il lascito peggiore che ci ha consegnato il fascismo è… l’antifascismo”.

Questi signori non solo non ci difenderanno dal fascismo —ve li immaginate i Bersani e gli Speranza col fucile in mano?— sono invece proprio loro, con le loro politiche antipopolari dipinte di rosso, che faranno da apripista al fascismo (semmai dovesse rialzare la testa).





NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA: LA TRAPPOLA AUSTRALIANA di Luca Maria Esposito

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[ 25 febbraio ]

Secondo gli ultimi dati diffusi dal rapporto Migrantes, al 1 gennaio 2016 gli iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) sono 4.811.163[1], in un trend in continuo aumento dai primi anni 2000. In particolare, nel 2014, 107.529 persone hanno lasciato l’Italia in un movimento che dal 2006 al 2016 è aumentato esponenzialmente del 54,9%, raggiungendo addirittura la cifra record di 147 mila unità nel 2015[2]. Tra questi sono sempre di più i laureati, almeno 25 mila nel 2015, +13% sull’anno precedente. Il flusso di questa nuova ondata migratoria si è diretto principalmente in Europa e Sud America, ma secondo le statistiche, dopo Spagna (+155,2%), Brasile (+151,2%), Argentina (+93,7%), Regno Unito (+76,4%) e Germania (+31,4%), il sesto Paese di approdo per gli italiani è stato l’Australia con un incremento delle registrazioni all’Aire del 31,1%, davanti a Stati Uniti, Svizzera, Belgio, Canada e Francia.
Una parte di questo flusso ha raggiunto negli ultimi anni anche l’Australia e di questo insieme fanno parte principalmente giovani ragazzi al di sotto dei trent’ anni[4]. La spinta principale che ha portato molti ragazzi a muoversi così lontano da casa può essere individuata, a livello superficiale, nella ricerca di un migliore reddito personale[5], ma è anche il segno di una mancanza di corrispondenza nelle aspettative che questa fascia di giovani ripone nel sistema italiano ed evidenzia anche un forte bisogno di espressione personale[6].
[11], che ha definito quella dello sfruttamento dei lavoratori temporanei una “disgrazia nazionale”, il problema del lavoro nero, sottopagato o senza le protezioni stabilite per legge è una realtà con cui molti dei ragazzi italiani hanno a che fare quotidianamente.

La ricerca di un lavoro in regola e retribuito adeguatamente, diventa dunque un’esperienza non facile, che può rendere molto spiacevole e difficoltosa la permanenza in Australia. In più, il visto con cui la maggior parte dei giovani italiani, almeno l’80% di coloro che entrano in contatto con l’associazione, arriva in Australia, è chiamato Working Holiday Visa, ha durata di un anno e permette di lavorare, ma non più di sei mesi con lo stesso datore di lavoro. Questa limitazione è discriminante e rende molto remota la possibilità che un’azienda investa su qualcuno impiegabile solo per un tempo limitato. Di conseguenza, le tipologie di lavoro facilmente accessibili per coloro che possiedono tale visto, sono limitate, eccetto che per alcuni rari casi, a professioni che non richiedono particolare esperienza o training. Un vantaggio di tale tipo di visto è quello di poter essere rinnovato per un successivo anno, previa un’esperienza di lavoro di 88 giorni nelle cosiddette aree rurali. Purtroppo, anche questa esperienza non è priva di insidie e come rilevato dal Fair Work Ombudsman[12], almeno il 29% dei lavoratori temporanei in questo settore non ha percepito uno stipendio, mentre di coloro che riescono a farsi retribuire per il lavoro svolto, il 28% è sottopagato, il 27% dei quali in nero. In più, ben il 6% ha dovuto pagare per avere indietro firmati i propri documenti validi ad applicare per un secondo working holiday visa.
[15].
NomIT sin dalla sua nascita.
* Fonte: Senso Comune
NOTE
[1]Migrantes, 2016, Rapporto Italiani nel mondo 2015, Roma
[5]Becchi E., Barone C., 2016, Graduate Migration out of Italy, Parigi. Ha dimostrato che coloro che lasciano l’Italia dopo la laurea riescono ad ottenere uno stipendio medio superiore del 37%, rispetto ai loro coetanei che rimangono in Italia.
[6]Favell A., Feldblum M., Smith M., 2007, The human face of global mobility: A research agenda, Davis.
[8]http://www.panorama.it/magazine/australia-nuovo-paradiso-consigli-emigrare/
[9]http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/20/news/caro-poletti-avete-fatto-di-noi-i-camerieri-d-europa-1.291709
A National Disgrace: The Exploitation of Temporary Work Visa Holders, 2016 Canberra
report into the experiences of 417 working holiday visa-holders in Australia, 2016, Sydney
[13]Grigoletti M., Pianelli S., 2016, Un ‘viaggio’ da temporaneo a permanente, Migrantes, Sydney
[15]http://www.smh.com.au/national/cash-for-visas-international-colleges-fake-qualifications-in-migration-rackets-20150805-gis11z.html
http://www.smh.com.au/comment/tackling-the-exploitation-of-international-student-workers-20150818-gj1ge3.html



«NAZIONALIZZARE ALITALIA!»: GRANDE SUCCESSO DELLO SCIOPERO A FIUMICINO

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[ 24 febbraio ]



Ancor più importante la consapevolezza, grazie  C.U.B. e U.S.B. che la sola soluzione è la NAZIONALIZZAZIONE  di Alitalia.

Qui sotto il video del corteo svoltosi ieri nell’aeroporto di Fiumicino, con in testa Fabio Frati.






DISASTRO PRIVATIZZAZIONI: IL CASO DELL’ENEL di Leonardo Mazzei

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Mentre le nuove privatizzazioni affannano, ricominciamo a parlare di nazionalizzazioni. Per capire quanto sia necessario diamo uno sguardo alle privatizzazioni del passato, a partire dal caso da manuale del settore elettrico

Nel governo qualcuno si è svegliato?
Su La Stampa dell’altro ieri campeggiava un titolo all’apparenza bislacco: «Orfini avvisa il governo: “Fiducia sullo ius soli e basta privatizzazioni”». La novità, che segnala pure una divisione nel governo, è tutta in quel «basta privatizzazioni». Ora, Matteo Orfini è un personaggio assolutamente modesto, ma dopo quarant’anni di «viva le privatizzazioni!» a reti unificate anche quel «basta» del neo-reggente del Pd qualcosa ci dice.
Insomma, la crisi del modello e delle politiche neoliberiste è ormai evidente a tutti. Perfino a chi quelle politiche le ha sempre sostenute fino ad oggi. Si pensi alla fallimentare idea renziana sulla «soluzione di mercato» in materia bancaria.
Ma cosa dice esattamente Orfini? Leggiamo:

«Prima di tutto, dobbiamo fare una discussione seria sull’economia. Purtroppo siamo tutti più vecchi e gli anni ’90 sono finiti: riproporre oggi come soluzione a un debito pubblico di oltre 2000 miliardi le privatizzazioni è sbagliato. Abbiamo piuttosto bisogno di rilanciare la funzione delle grandi imprese pubbliche e di capire come usare meglio in questo senso anche Cassa depositi e prestiti. Su questo dobbiamo discutere prima di procedere». 

Fin troppo facile rilevare come questo primo segnale di ravvedimento sia del tutto tardivo. A poco serve chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Orfini forse non ne è informato, ma le «grandi imprese pubbliche» di cui parla non esistono più da un pezzo. E anche quando lo Stato mantiene ancora consistenti pacchetti azionari, come nel caso di Eni (30%) e di Enel (23,50%), parlare di «aziende pubbliche» è del tutto improprio. Queste sono ormai delle Spa da un quarto di secolo, operano prevalentemente all’estero e, non avendo più una mission pubblica, agiscono come qualunque altra multinazionale in base agli obiettivi del profitto e dei dividendi da distribuire agli azionisti.
Al netto della scelta tattica di smarcarsi un po’ dalla linea Padoan, l’affermazione di Orfini va letta in rapporto alla discussione nel governo sulle privatizzazioni previste (e promesse all’Unione Europea) nel 2017: l’ultima tranche di Poste Italiane e quella delle “Frecce” di Ferrovie dello Stato. Inutile dire che per invertire la disastrosa rotta degli ultimi decenni serve ben altro: un deciso piano di nuove nazionalizzazioni nei settori del credito, dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, nonché nei campi strategici di un’industria nazionale da rilanciare anche per questa via.  Ma questo è il nostro programma. Meglio, questo sarà necessariamente il programma di una nuova Italia che voglia risorgere sulle attuali macerie. La qual cosa va decisamente assai oltre l’orizzonte del luogotenente di Renzi.
Tuttavia, le sue parole critiche non sono le uniche sfuggite in queste settimane da quella congrega di liberisti ad oltranza che si ritrova alle riunioni di Palazzo Chigi. Segno che qualcosa scricchiola nei dogmi che hanno retto la politica degli ultimi decenni.
Il 9 febbraio, con un’intervista a la Repubblica, il sottosegretario Giacomelli iniziava a porre il problema della privatizzazione totale di Poste Italiane: 

«È il momento di una riflessione approfondita sulla privatizzazione della seconda tranche di Poste». E ancora: «Le mie obiezioni sono note, già ai tempi del primo pacchetto. Ma ora siamo di fronte a uno scenario impegnativo: privatizzare un altro 30% entro l’anno. È giusto richiamare l’attenzione su rischi e implicazioni». 

Dichiarazioni che contrastano con la linea ufficiale dell’esecutivo (leggi ad esempio QUI), ma che hanno trovato altre sponde nella compagine governativa.
Dieci giorni fa è stata infatti la volta del ministro Delrio a proposito di FS: 

«Io ho dei problemi a privatizzare le Frecce con dentro il trasporto pubblico regionale dei pendolari». 

Vedremo cosa seguirà a queste parole, ma è assai curioso che ci si ricordi solo ora di quel che significa per gli utenti di certi servizi il ritrovarseli privatizzati. Se, giustamente, più che giustamente, Delrio si preoccupa oggi delle decine di migliaia di pendolari che utilizzano le “Frecce”, che dire degli oltre 30 milioni di utenti (oggi, si badi, “clienti”!) del servizio elettrico liberalizzato?
IDEOLOGIA NEOLIBERISTA
Come essi giustificavano le privatizzazioni: leggere per credere!
Apriamo dunque il capitolo delle conseguenze della privatizzazione dell’Enel e della liberalizzazione del sistema elettrico. Conseguenze che ritroviamo anche nel settore delle telecomunicazioni, dove si è verificata addirittura una cosa ancora più grave, dato che la privatizzazione del 1997 (governo Prodi) ha alla fine portato Telecom Italia (oggi Tim) sotto il controllo del gruppo francese Vivendi, con il brillante risultato di mettere un “monopolio naturale” nazionale come la rete telefonica nelle mani di un grande gruppo straniero. 
Ma torniamo al caso del settore elettrico, anche perché le cronache del terremoto e delle nevicate del gennaio scorso nel Centro Italia, molte cose ci hanno detto.

Speculazioni, bollette più care, peggioramento del servizio: il caso della liberalizzazione del settore elettrico e della privatizzazione dell’Enel

Per descrivere il disastro dell’accoppiata privatizzazioni-liberalizzazioni il caso dell’energia elettrica è probabilmente il più appropriato. Un vero esempio da manuale.
Per un trentennio, dal 1962 al 1992, dire energia elettrica era come dire Enel. Questa azienda – pubblica al 100% – aveva il compito di far fronte al fabbisogno energetico, assicurare il servizio, completare l’elettrificazione delle zone rurali. Nel luglio 1992, quaranta giorni dopo il celebre meeting clandestino sul panfilo reale Britannia* (gran cerimoniere l’ineffabile Mario Draghi), il governo Amato (insediatosi da pochi giorni) decideva la trasformazione in Spa di Enel così come di Eni ed Iri. Era questo il primo passo per arrivare alle successive privatizzazioni.
Ma per privatizzare bisognava operare in due direzioni: obbligare per legge l’Enel alla vendita di un consistente numero di centrali di produzione; liberalizzare il sistema elettrico, sia nel campo della produzione che in quello della distribuzione e vendita dell’energia. Diverso il caso della “trasmissione” (in pratica le linee e le stazioni ad alta tensione) la cui privatizzazione sembrò troppo anche ai folli liberalizzatori dell’epoca. Nacque perciò Terna, azienda rimasta sostanzialmente pubblica, grazie al controllo di Cassa depositi e prestiti, attraverso Cdp Reti. Tuttavia, siccome non bisogna farci mancar niente dell’attuale follia finanziaria, il 35% di Cdp reti (che possiede anche il 30% di Snam) appartiene adesso a State Grid Corporation of China, la più grande azienda di servizi elettrici del mondo, di proprietà dello stato cinese. Abbiamo così che, almeno dal punto di vista della proprietà, nel settore strategico delle infrastrutture per il trasporto dell’energia elettrica e del gas, il governo di Pechino conta quasi quanto quello di Roma…
Ma torniamo ad Enel. Nel 1999 il governo D’Alema concretizzava, con l’apposito decreto Bersani, il progetto di liberalizzazione. Esso includeva i criteri per la cessione delle centrali, imponendo la soglia massima del 50% per ciascun produttore, operazione necessaria affinché il monopolista pubblico non si trasformasse in monopolista privato. I soldi di quelle vendite non vennero perciò reinvestiti in Italia, bensì all’estero, con acquisizioni in ogni parte del mondo. Oggi Enel è attiva in oltre 30 paesi di 4 continenti, con una presenza particolarmente significativa in Spagna ed in America Latina. Realizza più del 50% del suo fatturato all’estero, mentre l’occupazione in Italia è scesa dai 118mila dipendenti dei primi anni ’90 ai poco più di 30mila di oggi. 
Ci sarebbe molto da dire sulle modalità del percorso di liberalizzazione-privatizzazione, ma qui dobbiamo stare all’essenziale. E l’essenziale è presto detto. Tutte le promesse che furono alla base di quella scelta sono state puntualmente smentite dai fatti dei successivi 18 anni.
Si disse allora che avremmo avuto un servizio più efficiente, mentre tutti gli utenti (pardon, clienti!) sanno che si è verificato esattamente il contrario. Si disse che avremmo avuto bollette più leggere, mentre le cose sono andate in maniera del tutto opposta. Si volle far credere che “privato” avrebbe significato “trasparenza”, mentre invece è ormai assodato come la Borsa elettrica sia il luogo privilegiato di speculazioni miliardarie a danno delle famiglie italiane.
Vediamo con ordine questi tre aspetti.

In primo luogo il peggioramento del servizio, un aspetto particolarmente sentito nelle zone rurali e di montagna, quelle che maggiormente risentono degli eventi calamitosi, dal maltempo ai terremoti. Il caso di quanto avvenuto a gennaio nelle Marche ed in Abruzzo è di per se illuminante. Certo che ci si è trovati di fronte ad una nevicata “storica”, per giunta abbinata ad un significativo evento sismico. Questo è vero, ma è altrettanto innegabile che gli incredibili ritardi nel ripristino del servizio siano stati legati a due precisi fattori, entrambi riconducibili alle logiche della privatizzazione: la drastica riduzione del personale, i tagli draconiani alle spese di manutenzione delle linee. 

Chi nega questo rapporto di causa-effetto o è disonesto al 100% o è del tutto fuori dalla realtà. La manutenzione delle linee (qui parliamo di quelle in media e bassa tensione gestite da Enel Distribuzione) è quella cosa che serve appunto a prevenire i guasti nelle condizioni più avverse, inutile lamentarsene solo dopo quando ormai è tardi per rimediare. Sull’insufficienza del numero degli addetti, poi, è inutile insistere, visto che quelli di oggi sono solo un quarto di quelli dell’Enel pubblica.

In secondo luogo le bollette, illeggibili e care. Se le bollette elettriche italiane sono tra le più care d’Europa, c’è un aspetto che grida semplicemente vendetta: la loro illeggibilità. Un fatto, evidentemente voluto, che consente di prosperare ai tanti operatori del “libero mercato”, con le loro offerte (telefoniche e non) più che truffaldine. Già, il libero mercato! Come milioni di italiani hanno già avuto modo di sperimentare, le bollette liberalizzate sono sistematicamente più alte (minimo del 20%, ma si arriva a percentuali anche doppie) di quelle non ancora liberalizzate del Servizio di maggior tutela riservato ancora alle utenze domestiche ed alle piccole imprese, i cui prezzi sono fissati dall’Autorithy dell’energia. 

Quando, nel 2015, la liberalizzazione delle bollette elettriche, così come di quelle del gas, avrebbe dovuto essere estesa a tutti, il governo fu costretto a rinviarla di tre anni al giugno 2018. Ufficialmente si ammise che un aumento secco del 20% (una stima semmai da rivedere verso l’alto) sarebbe stata troppo violenta, ed avrebbe posto evidenti problemi di consenso. Ma come, non avevano detto che il libero mercato avrebbe portato a ridurre i prezzi? 
E invece, dopo lunghi anni di liberalizzazione tariffaria, e dopo quasi un ventennio di liberalizzazione della produzione e della vendita all’ingrosso, la conseguenza del libero mercato è un forte aumento dei prezzi! Adesso si cerca di traghettare gli utenti (oltre il 60% è ancora nel Servizio di maggior tutela, dove molti sono rientrati dopo aver sperimentato le delizie del mercato libero) al passaggio del 2018, attraverso il “pacchetto sconto” di Tutela simile. Una trovata pubblicitaria che, dopo quaranta giorni dal via, ha ottenuto poco più di mille (1.000) adesioni su oltre venti milioni di utenze interessate, segno che ormai ai vantaggi del libero mercato proprio non crede più nessuno!

In terzo luogo le speculazioni effettuate dai principali produttori grazie alla Borsa elettrica. Di questo vero e proprio furto si sono occupati diversi organi di stampa. Tra questi Il Fatto Quotidiano e Business Insider. Si calcola che nel solo 2016 queste speculazioni abbiano fruttato almeno un miliardo di euro, poi riversato ovviamente sulle bollette degli ignari consumatori.

Come avviene questa autentica truffa? Poiché l’energia elettrica non può essere immagazzinata, occorre che produzione e consumi siano costantemente bilanciati sulla rete nazionale. Finché l’Enel agiva come monopolista pubblico questo non aveva influenza alcuna sui prezzi. A quel tempo il problema era solo tecnico – quali centrali dovevano funzionare e con quale potenza nelle diverse ore della giornata. Adesso no, dato che la pluralità di soggetti impone un vero e proprio mercato dell’energia all’ingrosso, la cosiddetta Borsa elettrica
In questa borsa, il bilanciamento – che non è più solo di potenza elettrica ma di prezzi in euro –  avviene in due fasi: il “mercato del giorno prima”, che serve a disegnare all’ingrosso la curva della produzione del giorno dopo; ed il “servizio di dispacciamento” che serve ad equilibrare domanda ed offerta in tempo reale. E’ qui, in questa seconda fase, che scatta il trucco dei produttori. 
Leggiamo dall’ articolo già citato

«Proprio sul mercato del dispacciamento, tra aprile e giugno del 2016 si sono registrati picchi anomali di costi, con prezzi medi di 70 euro/MWh, contro i 40 euro/MWh del Mercato del giorno prima. Ma le punte massime di speculazione hanno toccato anche i 600 Euro/MWh! Solo ad aprile, per capirci, i maggiori costi del dispacciamento hanno superato i 300 milioni. Come ciò sia stato possibile è facilmente spiegabile: la gran parte dei produttori e dei trader hanno modificato le loro strategie nel Mercato del giorno prima, in modo da potenziare il loro potere di mercato (e la loro redditività) su quello secondario. Inoltre, hanno individuato i momenti nei quali, statisticamente, il Mercato di “riserva” registrava i suoi picchi. E ne hanno approfittato. Parliamo di decine di operatori, grandi e piccoli, che si sono seduti a un banchetto durato almeno tre mesi e hanno mangiato per oltre un miliardo! Tutti costi scaricati sulle bollette degli utenti finali. Cioè, noi consumatori». 

Se i consumatori hanno pagato, chi sono invece gli speculatori che ci hanno guadagnato? Probabilmente un po’ tutti i maggiori produttori, dato che in un settore come quello elettrico era inevitabile che al monopolista pubblico succedesse un ristretto oligopolio privato, formato da soggetti che possono mettersi d’accordo tra loro nel creare le condizioni su cui speculare, accordandosi poi anche sul prezzo del megawattora all’ingrosso. In ogni caso, riguardo alle vicende del 2016, l’Autorità per la Concorrenza (più nota come antitrust) ha aperto un procedimento nei confronti di Enel e Sorgenia. Nessuno pensi però che queste aziende rischino qualcosa di sostanziale. Al massimo una piccola multa, più probabilmente un inutile richiamo. Lorsignori lo sanno, ed i fatti del 2016 non sono certo stati un’eccezione, visto che simili speculazioni sono iniziate immediatamente dopo l’avvio della liberalizzazione e la relativa istituzione della Borsa elettrica

Conclusioni

Siamo partiti dalle modeste convulsioni dei modesti personaggi che calcano la scena politica attuale, per allargare il discorso sugli effetti delle privatizzazioni più importanti realizzate negli anni ’90. Questo per farne comprendere la portata antisociale, ma anche il loro carattere prettamente speculativo. Credo che il caso del settore elettrico, sul quale sono stato costretto ad un minimo di discorso tecnico che può forse essere risultato pesante, sia assolutamente illuminante.
Ma enormi sono stati i guasti provocati un po’ in tutti i settori interessati ai processi di privatizzazione-liberalizzazione. Si è già accennato al settore del gas, ai disastri compiuti con Telecom, ma potremmo continuare con Poste Italiane, dove il servizio è già peggiorato e rischia di peggiorare ancora se l’ultima tranche verrà davvero venduta dallo Stato. Un atto che, anche se non immediatamente, rischierebbe di mettere i risparmi di milioni di famiglie italiane nelle mani dei grandi fondi d’investimento stranieri con esiti facilmente immaginabili. Del resto, già con la vicenda dei fondi immobiliari, anche in Poste Italiane si sono visti da tempo gli effetti del dominio della finanza speculativa.
Che dire poi dei trasporti? Tutti sanno quel che ha significato per i pendolari la trasformazione in Spa di FS. Ma, sempre in questo settore – e senza dimenticarsi i disastri del Trasporto pubblico locale e dei costi autostradali -, come non ricordare l’emblematico caso di Alitalia?
Proprio ieri i lavoratori del trasporto aereo erano in sciopero. A fronte di un aumento costante del traffico aereo, negli ultimi 10 anni sono stati 22mila i licenziamenti nel comparto aereo-aeroportuale. Di questi oltre 12mila solo in Alitalia. Ma nonostante questi tagli, ovviamente presentati come il prezzo da pagare ai “salvatori privati” per ottenere il risanamento della società, l’ex compagnia di bandiera è ad un passo dal terzo fallimento in nove anni. E le perdite registrate dalle varie gestioni private, che si sono succedute in questo periodo, sono superiori a quelle della vecchia compagnia di Stato.
Un disastro che dovrebbe insegnare qualcosa. «E’ ora che il Governo decida di rilanciare il comparto, rimettendo in discussione le privatizzazioni», ha scritto in maniera più che opportuna la Cub Trasporti.
Bene, è davvero ora che si cominci a parlare seriamente del nuovo piano di nazionalizzazioni necessario al Paese. Necessario non solo per difendere lavoratori e consumatori, ma per porre le basi di un rilancio economico effettivo. Ovvio che lo si potrà fare solo uscendo dall’euro e riacquisendo la sovranità monetaria. Altrettanto ovvio che sarà questo uno dei terreni decisivi di una ricostruzione economica che ha nell’uscita dalla moneta unica solo la prima indispensabile premessa.

NOTE

* Alla riunione sul Britannia parteciparono, insieme ad un bel po’ di pescecani della finanza internazionale, diversi big del mondo bancario e di quello imprenditoriale del nostro Paese. Naturalmente non fu l’unico luogo dove si discussero i termini delle privatizzazioni italiane. Di certo però – la tempistica è lì a dimostrarlo – fu quello che dette il via a quell’enorme processo di svendita: negli anni novanta l’Italia ebbe infatti il poco invidiabile record mondiale delle privatizzazioni



ESSI SONO LA BARRICATA di Franz Altomare

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[ 23 febbraio ]

«CHI NON STA DA UNA PARTE O DALL’ALTRA DELLA BARRICATA,
È LA BARRICATA».
Vladimir Lenin

Se la lotta di classe ai tempi dell’ideologia neoliberale vede da un lato la necessaria identificazione del blocco sociale e delle nuove categorie in esso incluse e dall’altro la contrapposizione tra OLIGARCHIE GLOBALISTE contro SOVRANITÀ POPOLARI nelle democrazie nazionali, la barricata è costituita ancora una volta dai riformisti, o falsi riformisti.

Coloro che pretendono di riformare l’Europa attraverso una impossibile modifica dei Trattati, mentono e non possono essere liquidati semplicemente come opportunisti o incompetenti dal vago sapore utopico.

Essi sono LA BARRICATA.

I riformisti sono il peggior nemico oggi dei ceti popolari europei, poiché di fatto mirano a congelare la dialettica indispensabile per distinguere i campi e prendere parte.

Noi siamo di parte!

Noi siamo i nuovi partigiani.

E per sfondare nel campo avversario dobbiamo abbattere la barricata.

Parole dure, capisco.

Parole coerenti con la gravità del conflitto in corso e con la sofferenza diffusa tra coloro che stanno pagando un prezzo altissimo in questa odiosa tirannia mascherata da democrazia.