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GLOBAL COMPACT

[ 18 dicembre 2018 ]

Sulla vicenda del Global compact, a causa del ritiro dei ministri da parte dell’Alleanza neo-fiamminga, è caduto il governo belga di Charles Michel.

Difficile che accada anche a quello giallo-verde, malgrado sulla questione leghisti e grillini siano formalmente divisi. Alla fine si vocifera che Di Maio e Salvini troveranno la quadra. Ma c’è un ma…

Il “ma” si chiama Roberto Fico, il grillino presidente della Camera non ha fatto misero che per lui il Global compact andrebbe firmato. Fico potrebbe imporre il voto sulle due mozioni che sono agli atti: la prima di Fratelli d’Italia (contro) e l’altra, a favore, presentata dal Pd.

Vedremo nelle prossime ore come andrà a finire, se prevarrà la mediazione tra Di Maio e Salvini o se, invece, la spunterà Fico mettendo ai voti le due mozioni, la qual cosa potrebbe segnare il voto contrapposto tra i gruppi parlamentari pentastellati e leghisti. Sarebbe il colmo se dopo tutto lo psicodramma della trattativa con Bruxelles sulla Legge di bilancio, il governo giallo-verde dovesse saltare proprio su questa… buccia di banana.

Ma cos’è il Global Compact sull’immigrazione adottato a Marrakech il 10-11 dicembre e sottoscritto da oltre 190 Paesi? — Non lo hanno firmato gli Stati Uniti, i Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblia Ceca, Slovacchia, Ungheria), l’Austria, la Bulgaria, e la Svizzera.

Chiariamo, anzitutto, che non si tratta di un documento prescrittivo, non obbliga gli Stati al suo rispetto pena sanzioni. Il problema è che oltre alle buone intenzioni (contrasto alla xenofobia e al razzismo) esso si dichiara apertamente in favore alla globalizzazione e contiene esplicita l’esortazione che al di sopra degli stati nazionali debba esserci un potere sovrano a carattere mondiale. 

Quando poi tratta delle cause delle migrazioni, non contiene la minima condanna all’imperialismo ed al suo carattere predatorio e neocolonialista. Di qui l’affermazione che “le genti hanno il diritto di muoversi e di emigrare”, quindi obbligando i paesi ospitanti e di transito a fornire ogni tipo di sostegno affinché tale diritto venga rispettato. Da segnalare che questa obbligazione riguarda tutti i migranti, quindi non solo i  rifugiati e/o gli esuli politici.

Un “patto” quindi in classico stile ONU: le pie intenzioni, in quanto tali condivisibili, servono a camuffare l’avallo alle politiche neoliberiste del grande capitalismo globale, a cui serve non solo abbattere ogni barriera alle scorrerie (libero scambio) dei capitali, serve per abolire ogni barriera alla “libera” deportazione della forza-lavoro umana per spostarla dove è più conveniente al capitalismo.

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE




DEBITO PUBBLICO E PROPAGANDA

[ 18 dicembre 2018 ]

Il debito pubblico italiano? Tra i più sostenibili dell’Eurozona. Parola della Banca d’Italia

di Giuseppe Liturri

Rapporto sulla stabilità finanziaria n. 2 del 2018. 69 pagine fitte di dati e tabelle, spesse ostiche anche per gli addetti ai lavori, che fanno il punto sulla situazione di famiglie ed imprese, mercati finanziari e monetari, banche, assicurazioni e fondi di investimento.
soddisfatte tutte le necessità di propaganda.
Chi si fosse premurato di giungere fino a pagina 61, avrebbe trovato la seguente tabella che torna molto utile in giorni in cui il paragone tra Francia (che fa il deficit che le pare) ed Italia (che fa il deficit che vuole la UE) è diventato di grande attualità.
E cosa si scopre, con (relativa, molto relativa) grande sorpresa?
Che Italia ha un indicatore di sostenibilità del debito pubblico tra i migliori dell’Eurozona e migliore di quello francese. Infatti, oltre ad avere un avanzo primario di bilancio tra i più elevati, dovrebbe aumentarlo solo di 0,6 per soddisfare la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. In sostanza impedire che il rapporto aumenti senza controllo, dato l’avanzo primario, il tasso reale di crescita del PIL ed il tasso reale di interesse.
Si scopre anche la quota di debito pubblico detenuta da non residenti, quella in genere più soggetta a repentine variazioni e che provoca la maggiore volatilità dei prezzi, è del 37%. La Francia è attestata al 61%.
Il viaggio prosegue scoprendo che i debiti finanziari del settore privato italiano, la cui abnorme entità, non dimentichiamolo, fu la causa della crisi del 2008/2009, mostrano valori di gran lunga inferiori a quelli di tutti gli altri Paesi. Il dato della Francia è fra i peggiori, le imprese francesi siedono su una pila di debiti. Fino a quando dura, dura…
Le scoperte non finiscono. Infatti il dato del conto corrente della bilancia dei pagamenti, che rileva l’interscambio di beni e servizi (ed altre voci minori) con l’estero, mostra un saldo positivo pari a circa il 3% del PIL, mentre la Francia è in deficit. In Eurozona siamo esportatori netti, secondi solo alla Germania ed ai Paesi Bassi.
Infine, la perla. Come fa la Francia a finanziare i suoi deficit gemelli (bilancia dei pagamenti e conti pubblici)? Con un bel debito verso i finanziatori esteri, da cui dipende per il 20% circa del PIL. L’Italia è pressoché in pareggio (-3% circa).
Tutto questo significa che, quando la musica dei tassi bassi e del credito facile all’improvviso si interromperà, come accadde nel 2008/2009, la Francia avrà molte più difficoltà rispetto a noi.
In quel caso, non so se basterà dire che ‘La Francia è la Francia”.
* Fonte: startmag