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UNO DI LORO di Leonardo Mazzei

Il ritorno di Letta il nipote

A volte ritornano… Dopo 7 anni di esilio dorato e volontario in quel di Parigi, Enrico Letta è volato a Roma per farsi incoronare segretario del Pd. A differenza dello zio, da un trentennio nello stabile ruolo di braccio destro ed eminenza grigia del Cavaliere, il nipote ha avuto i suoi alti e bassi. Se il “basso” fu il frutto della pugnalata renziana all’inizio del 2014, la possibilità che adesso gli si schiuda l’occasione di un nuovo “alto” è curiosamente arrivata da un’altra piratesca scorribanda del Bomba di Rignano.

Mentre sette anni fa Renzi lo sfrattò senza pudore da Palazzo Chigi per prenderne il posto – tanti ricorderanno il suo famoso #enricostaisereno -, stavolta è stata la crisi di governo di gennaio ad aprirgli la strada del Nazareno. La sequenza dei fatti è inequivocabile: prima Renzi fa cadere Conte, quindi arriva Draghi, poi Zingaretti è costretto a dimettersi da segretario proprio per la sua gestione della crisi, infine giunge Letta a sostituirlo alla guida del Pd.

Dunque, in questo strano 2021, Letta ritorna da Parigi proprio grazie all’iniziativa di quell’amicone che nel 2014 ce lo aveva in un certo senso spedito. Questo esito involontario, e certamente non previsto, ci dice molte cose sulle caratteristiche abbastanza caotiche sia della crisi del Pd che, più in generale, di quella dell’intera politica italiana.

Il Pd: uno e bino

Ci è già capitato di scrivere che quando si parla del Partito Democratico si deve tener conto che in realtà i Pd sono due. Da una parte c’è il Pd inteso come partito in senso proprio, con i suoi iscritti ed i suoi organismi dirigenti; dall’altro c’è il mondo del Pd, che ovviamente include il partito, ma che spesso (sempre nei momenti topici) lo travalica alla grande con i suoi agganci economici, istituzionali ed internazionali. Insomma, di fatto due soggetti relativamente diversi: uno formale, l’altro informale. Il primo sfortunatamente soggetto ai dispositivi del consenso elettorale, il secondo largamente indipendente da essi. Di conseguenza: il primo perennemente in affanno, il secondo sempre al centro dei giochi che contano.

Il fatto è che il sistema, inteso in tutte le sue espressioni ed articolazioni, necessita di un perno politico. Ma nell’epoca della crisi dei partiti, indotta dal neoliberismo e dall’americanizzazione della politica, un semplice partito non può bastare allo scopo. Ecco allora un’intricata rete di interessi, relazioni, lobby, apparati (statali e non) che ne prendono il posto per cercare di ridare ordine al caos. E’ questo il “mondo del Pd”. Tuttavia, lorsignori badano al sodo ma curano pure le apparenze. Ne consegue che anche il meno importante partito deve avere una sua credibilità. Zingaretti si dimette affermando addirittura di vergognarsi dell’organizzazione che dirigeva? Bene, è proprio nel momento della massima caduta del “Pd partito” che entra in campo il più vasto mondo che lo sostiene e che coincide in larga misura con l’establishment nazionale. E’ questa la chiave del ritorno di Letta il nipote.

Letta, basta la parola

Considerato il figlio politico di Beniamino Andreatta, quello del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia che consegnò il debito pubblico nelle mani dei pescecani della finanza internazionale, per l’oligarchia dominante Enrico Letta è infatti una garanzia. Lo è per il suo sfegatato europeismo (a Parigi stava in stretto contatto con Jacques Delors…), per essere stato un fedele esecutore delle politiche austeritarie, ma soprattutto per la sua attuale adesione al progetto del Grande Reset. Non a caso, l’esigenza di “resettare” è stata al centro del suo discorso di insediamento, condita con innumerevoli atti di fede verso la nuova religione della “Scienza” e con l’ossessiva insistenza sulle “tre sfide globali” dei “cambiamenti climatici”, della “pandemia”, dell’“innovazione tecnologica”.

Insomma, Enrico Letta è uno dei loro. Non che dal Pd potesse venir fuori qualcosa di diverso, ma il salto di qualità è evidente. Tant’è vero che si dice che Letta sia stato convinto ad accettare l’incarico di segretario da Draghi e Mattarella in persona, cioè dai due esponenti di maggior rilievo di quel “mondo del Pd” che non abbisogna certo della tessera del partito.

Abbiamo già accennato alla famiglia Letta. Nel 2006 ci fu un curioso passaggio di consegne tra sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri, quando (con il governo Prodi) Letta Enrico (il nipote) prese il posto precedentemente occupato da Letta Gianni (lo zio). E poi si dice che in Italia la famiglia non conti più! Ma Letta il nipote ha anche altre famiglie, non meno importanti, dalla Commissione Trilaterale, al Bilderberg, fino all’Aspen Institute Italia, di cui è stato anche vicepresidente. Non c’è bisogno di insistere oltre: Letta, basta la parola.

Il “partito di Draghi”

L’ascesa di Letta ha però anche un altro e più importante significato. L’arrivo di Draghi sarebbe infatti poca cosa se non fosse in grado di generare anche una sorta di “partito draghiano” atto a ristrutturare in profondità l’intero sistema politico.

Ma mentre son diventati (quasi) tutti draghiani, di questo partito non c’è al momento traccia alcuna. Visto che, mirando al calduccio del Quirinale, Mario Draghi non potrebbe guidarlo personalmente, non si capisce chi potrebbe assumere quel ruolo. A tanti piacerebbe riciclarsi così, ma non si vede chi possa averne la caratura e la forza. Certo non Renzi, meno ancora i vari Calenda, Cottarelli e compagnia cantando.

L’incoronazione di Letta, originatasi nel campo oligarchico, non certo nella pittoresca assemblea nazionale del Pd che ha avuto solo il compito di ratificare quanto già deciso altrove, sembrerebbe in effetti indicare un’altra strada. Se per ora un nuovo partito all’altezza della situazione non può sorgere, meglio intanto rigenerare il vecchio cavallo bolso denominato Pd. Tra l’altro questa rigenerazione, se riuscirà, metterà in ambasce proprio il Bomba. La qual cosa certo non dispiacerebbe a nessuno di coloro che rischiano di ritrovarselo tra i piedi in futuro.

Paradossalmente, il correntismo senza principi tipico del Pd, con il rischio che il partito si sfasciasse dopo lo zingarettiano urlo di vergogna, ha finito per produrre il suo contrario: il voto bulgaro a favore di Letta. Il quale si ritrova ora nella condizione di comandare senza troppe mediazioni. Una posizione ideale per tentare il rilancio.

Beninteso, questa operazione non sarà per niente facile. Ma le conseguenze dell’insediamento di Draghi al governo sono solo all’inizio, e ben presto ne vedremo delle belle anche nel campo del cosiddetto “centrodestra”. Intanto, con Letta il nipote, il sistema ha reagito alla crisi piddina. Che lo abbia fatto in maniera risolutiva ne dubitiamo assai. Ma che abbia fatto una mossa stupida proprio non possiamo dirlo. Mai sottovalutare il nemico. Mai.

PS – Mentre chiudiamo questo articolo arriva una notizia di un certo interesse. A breve gli attuali vertici della Rai potrebbero saltare (e noi non li rimpiangeremo di certo), ma chi vorrebbe Letta come nuovo amministratore delegato? Secondo alcune fonti di stampa il neosegretario del Pd spingerebbe per Eleonora Tinny Andreatta, figlia indovinate di chi… Una notiziola se volete, ma pur sempre utile a ricordarci quanto sia ristretta (anche nei nomi e nelle famiglie) la cupola oligarchica dominante. Letta docet.