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PRECARIO È BELLO? di carlo Formenti


Sull’inserto Innovazione del Corriere del 22 febbraio leggo un articolo in cui si ha ancora la faccia tosta di associare il lavoro precario (contratti a tempo, lavoretti della gig economy, ecc.) alla “libertà di gestire il proprio tempo”.

È pur vero che l’autrice cita le pratiche piratesche delle catene commerciali inglesi che usano i famigerati contratti a zero ore (che permettono alle imprese di convocare il lavoratore anche solo un’ora prima dell’inizio di un turno, di pagarlo un terzo dei dipendenti a tempo pieno e di massacrarlo di straordinari) ammettendo che il 90% della forza lavoro di tali imprese è in queste condizioni. Riconosce anche che dietro i contratti di lavoro apparentemente autonomo dei riders di Uber, Deliveroo, Fedora e simili si cela un rapporto di lavoro subordinato (esposto perdipiù a condizioni vessatorie). Riconosce, infine, che i contratti a tempo determinato “rischiano” (!?) di portare con sé una nuova forma di precarietà. Dopodiché scrive che tutte queste “storture” fanno sì che il “diritto alla flessibilità” (che secondo gli scriba di regime milioni di giovani invocherebbero assai più dell’antidiluviano “posto fisso”) rischi di assumere una connotazione negativa: come se il “diritto” in questione non fosse un’invenzione propagandistica per legittimare l’espropriazione dei “vecchi” diritti sociali conquistati al prezzo di dure lotte (altro che storture: queste macchine da guerra svolgono benissimo la loro funzione, che è quella di indebolire la forza contrattuale del lavoro!).


su queste pagine, perché il curatore non ha solo il merito di smontare le argomentazioni di questi attacchi da destra al reddito di cittadinanza, ma anche di dimostrare come sia il reddito di cittadinanza che verrà attuato a seguito della legge voluta dal M5S, sia quello assai più ambizioso e utopistico sognato dai teorici postoperaisti come Andrea Fumagalli e altri, presentino limiti intrinseci che li rendono compatibili con gli obiettivi del sistema liberista (i primi a parlarne furono non a caso Friedman e Hayek), mentre la vera battaglia da condurre da parte dei lavoratori dovrebbe essere quella di rivendicare e imporre politiche di piena occupazione.

* Fonte: Micromega



“DECRETO DIGNITÀ”: UN PRIMO BILANCIO (POSITIVO)

[ 22 febbraio 2019 ]

Fummo bersaglio di dure critiche quando nell’estate scorsa, come Programma 101, demmo un giudizio critico ma positivo del “decreto dignità”. E questi attacchi non giunsero solo da inguaribili sinistrati per cui.. “il governo fascio-leghista”.

Grazie ai dati pubblicati ieri dall’Ossevatorio dell’INPS sul precariato è possibile trarre un primo bilancio sugli effetti del “decreto dignità” fortemente voluto dal M5s.
Tra questi dati uno è macroscopico: nella seconda metà del 2018 c’è stato un vero e proprio boom di trasformazione a tempo indeterminato dei contratti a termine in scadenza: più 76,2% rispetto all’anno precedente. 
Nel complesso, lo scorso anno sono stati creati 431mila nuovi posti di lavoro di cui 200mila a tempo indeterminato (cioè 200mila precari in meno). 
Nel 2017 erano stati 465 mila, ma gli indeterminati erano calati di 178mila unità.

Per quanto il piddino Jobs Act non venne del tutto smantellato dal “decreto dignità”, noi dicemmo che segnava un evidente inversione di marcia.

I dati INPS lo confermano.

Come i nostri lettori sanno non siamo indulgenti né col governo né con Di Maio, ma condividiamo quanto ha scritto nella sua pagina Fb a commento dei dati INPS:

«Sono i primi effetti del decreto dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada. So bene che il problema non è risolto, ci sono ancora troppi precari che meritano una vita migliore, la strada da compiere è ancora lunga ma oggi, quantomeno, sappiamo di aver preso quella giusta».

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LA PRECARIETÀ È UNA FORMA DI SCHIAVISMO di Giorgio Cremaschi

[ 10 aprile ]

A Milano sulla metro mi ferma un giovane, impiegato in un magazzino della logistica. Io sono tra i privilegiati, mi dice, certo non come i facchini che stanno giù al carico scarico merci, però anche in ufficio il clima è pesante. E mi racconta la storia dei punti della patente.

Il capo ufficio si rivolge alla giovane impiegata, naturalmente assunta con un contratto precario, e le chiede con la massima naturalezza: senti puoi darmi gli estremi della tua patente? Alle timide perplessità della ragazza il capo risponde tranquillamente che è per una infrazione in cui è incorso guidando l’auto aziendale. È arrivata una multa pesante che comporta danno alla patente. Visto che l’auto è aziendale, nulla di male a scaricare il taglio dei punti sulla patente dell’impiegata, anche se questa non è titolata ad usarla, è spirito di collaborazione…che fa curriculum per la conferma a lavoro.

La ragazza ha subito il ricatto? Ho chiesto alla fine, ma chi mi aveva raccontato l’episodio non è stato in grado di darmi una risposta, non conosceva la conclusione.

Può sembrare una piccola cosa dover cedere la propria patente al capo, di fronte alla quantità di vergognosi ricatti che subiscono i lavoratori e ancora di più le lavoratrici, a cui si può impunemente dire: o accetti o quella è la porta, dietro la quale c’è la fila di chi aspetta il tuo posto. Tuttavia sono le piccole sopraffazioni che a volte ci danno il segno e la portata di quelle più grandi, è la violenza della precarietà che colpisce i diritti e la stessa dignità delle sue vittime e assorbe il rapporto di lavoro in un ambiente di mafia.

Immaginiamo poi quando la precarietà dura all’infinito, quando con i trucchi permessi dalla stessa legge si è precari a tempo indeterminato, cioè ogni anno si deve subire l’esame di lavoro per continuare ad essere sfruttati e vessati. E non solo nel lavoro privato, ma anche in quello pubblico.

Pochi giorni fa la USB ha indetto lo sciopero dei precari pubblici e una manifestazione a Roma sotto il ministero, manifestazione ben riuscita nonostante gli ostacoli posti dalla polizia. . Qui ho saputo da un lavoratore disperato che nella pubblica amministrazione ci sono persone precarie da più di venti anni, per una retribuzione mensile oggi giunta a ben 580 euro lordi. Il tribunale di Nola, in Campania, funziona grazie a questi precari più che ventennali che mandano avanti tutte le attività di cancelleria. Come posso guardare crescere i miei figli negandogli una marea di cose, e subire anche l’umiliazione per cui ogni anno devo avere la conferma del contratto, altrimenti sono a casa? Che vita è questa? Così quel lavoratore ha concluso il suo racconto mentre la rabbia tratteneva le lacrime.

Il governo ha appena suonato la fanfara per qualche decimale di disoccupazione in meno e Gentiloni ha esaltato le riforme del mercato del lavoro che avrebbero permesso questo clamoroso risultato. Per questo, dopo aver abolito i voucher per evitare il referendum, stanno pensando di sostituirli con il contratto a chiamata, quello per cui si deve essere sempre a disposizione gratuita dell’azienda, in attesa di essere convocati per poche e sottopagate ore di lavoro.

La precarietà del lavoro marcia a tappe forzate verso lo schiavismo e le leggi che da trent’anni l’hanno autorizzata, incentivata, diffusa, hanno la stessa portata sociale e morale di quelle che nell’800 disciplinavano l’Asiento. Il mercato degli schiavi organizzato e pubblico che nelle Americhe veniva considerato un passo avanti rispetto a quello clandestino. Non si dice forse da trenta anni che le leggi sulla precarietà servono a far emergere il lavoro nero? Questo del resto sostengono tutte le istituzioni della Unione Europea, per le quali la merce lavoro non deve essere sottoposta a vincoli e controlli che ne impediscano la libera concorrenza. Se c’è disoccupazione è perché il lavoro costa troppo, bisogna che la concorrenza tra le persone ne abbassi il prezzo fino a che le imprese non trovino conveniente assumere. È la filosofia liberista della riduzione del costo del lavoro che dagli anni 80 ha ispirato tutte le leggi e tutti gli interventi sul mercato del lavoro delle istituzione europee e dei governi italiani.

Negli anni 70 il contratto di assunzione era tempo indeterminato con l’articolo 18, salvo eccezioni che erano davvero tali. Il collocamento allora era pubblico e numerico, cioè le imprese dovevano assumere seguendo le liste pubbliche di chi cercava occupazione, non servivano curricula o partite di calcetto. E la pubblica amministrazione non era sottoposta ai vincoli massacranti del fiscal compact e ai conseguenti tagli al personale stabile, sostituito dall’appalto e dal lavoro precario.

Poi, nel nome del mercato, della modernità, dell’Europa, questo sistema semplice, giusto e anche efficiente è stato metodicamente smantellato da tutti i governi senza distinzioni, con la complicità di Cgil Cisl Uil. Ora il collocamento è un affare delle agenzie interinali, una volta vietate come caporalato, i rapporti di lavoro precari sono una quarantina e lo stesso contratto a tempo indeterminato è una finta, visto che grazie al jobsact i nuovi assunti possono essere licenziati in qualsiasi momento. E se un sindaco regolarizza i dipendenti del suo comune rischia di finire sotto processo. Ora si può essere assunti in Romania con paghe del posto e lavorare nel trentino eludendo i contratti, grazie alla Unione Europea e alle sentenze della sua Corte di Giustizia nel nome della libertà di mercato. E le leggi securitarie, anti migranti e anti poveri, come la Bossi Fini e il decreto Minniti, sono una tecnologica riedizione delle misure contro il vagabondaggio degli albori del capitalismo, che avevano la funzione di imporre il lavoro forzato e semi gratuito in fabbrica.

È dilagato il precariato, ma contrariamente alle giustificazioni ufficiali la disoccupazione è esplosa e il lavoro nero continua a espandersi. I devastatori del diritto però non hanno fallito, perché alla fine hanno realizzato esattamente ciò che volevano, riportare le lavoratrici e i lavoratori nella condizione di soggezione degli schiavi.

Il sistema di lavoro fondato sulla precarietà è prima di tutto una organizzazione violenta e criminale dello sfruttamento e della schiavizzazione delle persone. Non è più tempo di combatterlo solo nel nome delle convenienze economiche, ma in quello della libertà e dei diritti fondamentali della persona. E l’Unione Europea, i suoi governi e le loro regole di mercato vadano all’inferno.

* FONTE: MICROMEGA




MERCATO DEL LAVORO: LETTA MENTE di Emiliano Brancaccio

2 maggio. Che Letta fosse un liberista lo sapevamo. Ha dichiarato che occorre meno “rigidità”. Invece non c’è nessuna evidenza empirica, né alcuna correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione.

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: 

«Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità. Ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi come ad esempio le limitazioni sui contratti a termine, che sono necessarie in una fase economica normale, ma che in una fase di straordinaria recessione come quella attuale non sono utili, e per questo è necessaria una minore rigidità» [Il Sole 24 Ore del 1 maggio]. 

Un’argomentazione simile era stata sostenuta poco prima dal ministro del Welfare Enrico Giovannini.

Nel giorno della festa dei lavoratori Letta dunque si accoda agli ultimi pasdaran del liberismo, che ripetono da anni la tesi secondo cui una maggiore precarietà dei contratti di lavoro favorirebbe l’efficienza economica e il riassorbimento della disoccupazione. Questa tesi tuttavia è falsa. I test contenuti negli Employment Outlooks 1999 e 2004 dell’OCSE smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione. 
Inoltre, una rassegna di Tito Boeri e Jan van Ours di tredici ricerche empiriche sul nesso tra tutele del lavoro, occupazione e disoccupazione realizzate tra il 1988 e il 2005 da vari studiosi, rivela che solo una di esse stabilisce che una maggiore flessibilità è correlata a una minore disoccupazione, nove danno risultati indeterminati e tre addirittura indicano che minori tutele del lavoro sono associate a minore occupazione e maggiore disoccupazione [Boeri e van Jours, Economia dei mercati del lavoro imperfetti, Egea 2009].

Ma non è finita qui. Nel 2006 Olivier Blanchard, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo una disamina dei lavori empirici disponibili mette una pietra tombale sulla questione: “Le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” [Economic policy 2006; per approfondimenti e ulteriori  riferimenti bibliografici rinvio al volume Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, nella cui appendice statistica è anche riprodotto, con dati aggiornati, il test OCSE sull’incorrelazione tra tutele del lavoro e tassi di disoccupazione].

In definitiva, sugli effetti occupazionali delle tutele del lavoro Letta dichiara tecnicamente il falso, nel senso che tenta di promuovere una modifica della disciplina dei contratti sulla base di relazioni di causa ed effetto che non hanno trovato adeguati riscontri nella letteratura scientifica di questi anni. Se tale modifica verrà attuata, sarà l’ennesimo colpo sparato su una disciplina dei contratti di lavoro ormai ridotta a un colabrodo, che finirà al limite per accrescere l’instabilità dell’occupazione e del monte salari, e potrebbe persino arrivare a deprimere i loro già disastrosi andamenti medi.

Fonte: Emiliano Brancaccio