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LA FRODE FISCALE

[ 30 gennaio 2010 ]

Cosa si nasconde dietro alla 
«grande promessa» berlusconiana
di Leonardo Mazzei 
Prima sì, poi no; poi ancora sì e di nuovo no. Ora siamo al nì, ma di sicuro non è finita.
Se si trattasse soltanto di rincorrere gli annunci ed i controannunci sulla riduzione della pressione fiscale potremmo limitarci ad un po’ di ironia, a commento di una farsa un po’ stantia ma recitata con tanto impegno anche in queste prime settimane dell’anno. Ma dietro al fumo c’è anche l’arrosto, e se la diminuzione del carico fiscale è semplicemente impossibile, il vero obiettivo è una ulteriore redistribuzione della ricchezza verso l’alto. La cosa significativa – in un paese dove tutti amano riempirsi la bocca con la Costituzione – è che questo aspetto sia dato per scontato non solo da Berlusconi, ma anche dai suoi “oppositori” ufficiali.

«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 della Costituzione). Come mai questo principio costituzionale è dato ormai per dissolto? Come mai questa dissoluzione integrale è perseguita sia da chi la Costituzione la vuole stravolgere, sia da chi almeno a parole dice di difenderla?
La chiacchiera politica di queste settimane si svolge infatti secondo uno schema ben preciso, in cui la discussione è su riduzione sì, riduzione no; mai sul tipo di redistribuzione da attuare, come se tutti fossero già d’accordo sulla drastica riduzione del numero di aliquote, cioè sull’affossamento del principio della progressività.
«Vorrei, ma non posso»
Ripercorriamo intanto le ultime tappe della farsa fiscale.
Il 9 gennaio Berlusconi annuncia che il 2010 sarà l’anno della riduzione delle tasse. Passano quattro giorni e c’è subito il contrordine: «L’attuale crisi economica non permette di ridurre le tasse. Oggi non c’è alcuna possibilità di tagliare le imposte. Sento solo illazioni in giro» (adnkronos, 13 gennaio)
Come faccia tosta niente male. Ma leggiamo la risposta di Bersani: «Quando si tratta di fare propaganda si fa la riforma fiscale, quando si tratta di passare all’atto pratico si fa la giravolta».
«Riforma fiscale», o piuttosto ulteriore controriforma di classe a favore dei redditi più alti? Su questo la ditta bersaniana non ha niente da dire.
La stessa sceneggiata si è riprodotta nello scorso fine settimana, con il centrodestra che fa un passo avanti e due indietro ed il Pd che si limita a registrarne le contraddizioni, senza mai entrare nel merito delle ipotesi in campo.
Questa guerra della propaganda è in verità piuttosto ridicola. Se Berlusconi vuole accreditare il solito «Vorrei, ma non posso», dall’altra parte il gioco di rimessa appare quantomeno stucchevole.
Ma qual è l’arrosto?
Se dal punto di vista propagandistico le cose sono chiare, non meno evidente è la direzione di marcia che si vuole imprimere con forza ad una controriforma che – per ora in stand by a causa della crisi – le classi dominanti vorranno prima o poi incassare. E mai come in questo caso il verbo «incassare» è da intendersi in senso letterale.
Quale sia questa direzione di marcia è ben noto: 1) ridurre le 5 aliquote attuali (23, 27, 38, 41, 43 per cento) lasciandone soltanto due, al 23 ed al 33%, 2) recuperare almeno in parte i minori introiti sulla tassazione dei redditi con un aumento dell’IVA.
L’effetto combinato di queste due operazioni colpirebbe a morte quel poco di progressività che ancora esiste nel sistema fiscale italiano. E che resiste soltanto nel campo della tassazione dei redditi (l’attuale Ire, l’ex Irpef) perché, come noto, non solo l’IVA è uguale per tutti, da Berlusconi al lavoratore precario, ma non esiste nessuna progressività neppure nella tassazione delle rendite finanziarie. Per capire quanto sia bassa la progressività, basti pensare che l’Ire copre soltanto il 20% delle entrate fiscali. Ebbene, anche questa residuale progressività dà evidentemente fastidio a lorsignori. Ecco allora la proposta di arrivare a due sole aliquote, con un enorme beneficio per i redditi più alti.
Per non perderci in troppi calcoli, facciamo l’esempio di quanto guadagnerebbe un professionista con un imponibile di 200mila euro annui, in base all’ipotesi apparsa sulla stampa di un’imposizione del 23% fino a 100mila euro e del 33% al di sopra di questa soglia. Con il sistema attuale, la tassazione è pari a 79.170 euro (aliquota media del 39,6%), con quello proposto la sua tassazione scenderebbe a 56.000 euro (aliquota media del 28%), ottenendo un risparmio di ben 23.170 euro all’anno. Ovvio che tale risparmio è destinato a crescere con l’aumentare dell’imponibile: insomma un vero e proprio meccanismo di redistribuzione verso l’alto, a tutto vantaggio dei redditi più elevati.
Per rendere meno indigesta questa operazione il governo sta pensando ad uno strumento compensativo, il cosiddetto «quoziente familiare»,  che determinerebbe comunque un riequilibrio minimale, utile più che altro a fini propagandistici.
Questo, in sostanza, è l’arrosto che si sta preparando. Il fatto che non possa ancora andare in tavola non cambia la natura del piatto che si sta cucinando. Ed il silenzio sulla natura classista di questa operazione dà la misura di quanto la politica italiana sia tutta interna alle logiche del pensiero unico turbo-capitalista.
Dove sta la ricchezza
La scelta di rendere ancor più ripida la piramide sociale si colloca in un quadro segnato da profondissime disuguaglianze.
Secondo i dati di Bankitalia, il 45% della ricchezza complessiva (ben 8.500 miliardi di euro) è detenuta dal 10% delle famiglie. All’interno di questo 10% c’è un nucleo del 2,5% che possiede più del 21% delle attività finanziarie, pari a 779 miliardi di euro. Questa enorme ricchezza è tassata in maniera irrisoria. Basti pensare che il totale delle imposte sulle attività finanziarie è di circa 14 miliardi, una cifra ridicola di fronte ai 121 miliardi di tasse pagate dai lavoratori dipendenti sui 417 miliardi del monte retribuzioni.
Si potrebbe continuare, ma probabilmente non è necessario: tutti conoscono le iniquità crescenti nella nostra società in generale e quelle del sistema fiscale in particolare. Resta il fatto che «non gli basta mai» e che vogliono un sistema ancora più ingiusto. Questo è il succo della «grande promessa» berlusconiana, da contrastare radicalmente per quello che è, non per l’impossibilità attuale di mandarla in porto come fanno invece i dirigenti del Pd.




L’EVERSIONE ANTIMPERIALISTA DI AVATAR, E IL DESIDERIO DEGLI UMANI

[ 27 gennaio 2010 ]

Quelli che per far trionfare il bene sul male e veder finalmente riscoperti i valori ambientalisti devono ricorrere al cinema 3D
Le grida forti della disperazione di fronte alla distruzione del proprio mondo sono la parte più vera di Avatar. Il dolore che travalica i confini tra uomini e alieni e rende simili di fronte alla morte: dal sud d’Italia come ad Haiti, dalla Terra a Pandora. Un urlo come una fitta che ti spacca l’anima in pezzi. Neytiri, la donna Na’vi che piange i suoi morti ha gli occhi della sofferenza che la rendono umana e cancellano d’incanto il colore blu della sua pelle, le sembianze d’animale, la coda le orecchie e quel corpo alieno.
La possibilità di avere una nuova chance in un altrove impensato è il fascino di Avatar, più che nella sbalorditiva tecnologia costata quasi quattrocento milioni di dollari. Certo l’impatto è forte con le cadute a precipizio in strapiombi profondissimi, le risalite verso l’alto e il volo bizzarro dei banshee, mostruose creature alate: l’ingresso nel film tridimensionale fa toccare quasi con mano ogni persona e cosa, e la fuoriuscita di oggetti dallo schermo li avvicina a noi, ai nostri sensi per renderli tangibili e fantastici nello stesso tempo nella versione in 3D.
L’opportunità nuova del marine Jake Sully (interpretato dall’australiano Sam Worthington) di lasciare il suo corpo paralizzato e vivere nel corpo del suo avatar è la chiave del messaggio di salvezza di James Cameron. Il sogno che si realizza nella realtà di un corpo costruito in laboratorio. Da adesso la nuova speranza di noi umani è nel pensare di addormentarci e affidare al nostro avatar vigoroso di forza e di risorse il compimento di tutte le missioni in cui potremmo aver fallito.
L’anticonformismo di Avatar è nella riuscita benefica di ogni soggetto anche orrido che riempie la scena. La natura di Pandora affollata di pericoli non è ostile fino al punto di non poter essere domata; quindi è buona per gli abitanti di Pandora che la governano e trovano modi di vivere in simbiosi con lei, in scambi di energie positive e sogni cullati dalle amache dell’enorme albero casa.
La modernità di Avatar è nella concezione non sessista. Finalmente le femmine sono a fianco dei maschi, libere di cacciare e di scegliere il proprio compagno. Potenti nella guerra, nella marcia per i dirupi stretti irti di radici o con lanci tra le liane. Tenere e forti come…donne. Non bambole-oggetto della degenerata raffigurazione mediatica dei nostri giorni. Il linguaggio audiovisivo è spostato in avanti di decine di anni, ma il valore primitivo della dignità delle persone non teme patine di vetustà e si espone con tutta la casistica sentimentale e romantica. E’una donna guerriera, Trudy Chacon (Michelle Rodriguez), la soldatessa che si ribella al massacro dei Na’vi e dichiarando “Non mi sono arruolata per questo schifo!” e da il via alla reazione della parte sana dell’America.
La parabola antimperialista con rimandi a Hitler per l’uso del gas contro i Na’vi, o a Bush per la messa in atto dell’attacco “preventivo” è presente anche nell’antimilitarismo dei potenti apparecchi di volo che si distruggono con mezzi rudimentali e pezzi di manufatti inseriti negli ingranaggi. Certo con molta fatica e scene avveniristiche e lotte di titani meccanici, bulldozer soccombenti finalmente. Un “Arrivano i nostri” al contrario in cui “gli indiani” con le loro frecce avvelenate vincono la potentissima macchina da guerra, e stranamente la platea tifa per loro ed ignora il richiamo delle trombe del generale Custer. Hanno le frecce, le trecce, la spiritualità, e sono gerarchicamente obbedienti a principi guerrieri. Neytiri e Jake Sully si amano per la comune bellezza interiore che li rende uguali pur appartenendo a due mondi lontani. La dottoressa Grace Augustine, interpretata da Sigourney Weaver, sopravvive anche lei nel corpo del suo avatar perché il mondo degli umani non ha più posto per lei, né comprende gli esiti della sua ricerca scientifica e il rispetto per i nativi di Pandora.
Il film è eversivo in una ribellione di soldati Usa sani contro nuovi dittatori assetati di ricchezza e potere. Il motivo per cui distruggono l’enorme albero casa è per un minerale raro che si chiama Unobtainium (gemito), contenuto sotto le radici dello stesso albero sacro. Ci viene in mente il valore del petrolio causa di guerre preventive e massacri di popolazioni.
Avatar è eversivo fino in fondo. Lo è nella natura che si ribella: animali, piante, umani e umanoidi contro la cieca sopraffazione. Ma la rivoluzione di Avatar è nella capacità di ricominciare da capo a costruire un mondo migliore diverso dal nostro ormai deteriorato dalla mentalità autodistruttiva.
Il fallimento di Copenaghen nonostante la paura per il riscaldamento globale trova conforto nel sogno visto in tre dimensioni. Al Gore, tutti gli altri convenuti al convegno sul clima si daranno ancora da fare per dare un destino diverso alla nostra terra. Speriamo che fra 150 anni nessuno possa dire: “Non c’è verde sul loro “mondo morente” perché hanno ucciso la loro madre”.
27 gennaio 2010
Wanda Montanelli



Ben scavato vecchio Karl!

[ 27 gennaio 2010 ]

Come e perché torna attuale il suo pensiero, un cantiere riaperto di fronte alle crisi del capitalismo
di Gianni Vattimo

recensione al libro di Diego Fusaro “Bentornato Marx”. Appena uscito in seconda ristampa

Ricordate la battuta di qualche anno, o decennio, fa: «Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento troppo bene»? Ebbene forse possiamo cancellarla definitivamente. Dio se la cava ancora egregiamente, nonostante i dubbi alimentati dalle condotte scandalose dei suoi ufficiali rappresentanti in terra; e Marx è ormai largamente risuscitato per merito del palese fallimento del suo nemico storico, il capitalismo occidentale, salvato solo dalle misure «socialiste» dei governi liberali dell’Occidente.

Ad annunciare con freschezza (e audacia) giovanile il ritorno di Marx è uno studioso torinese emigrato temporaneamente al San Raffaele di Milano, dottorando sotto la saggia guida di Giovanni Reale, un accademico non uso a coltivare giovani ingegni sovversivi. Bentornato Marx !, con il punto esclamativo, è il titolo dell’affascinante libro di Diego Fusaro uscito presso Bompiani (pp. 374, e 11,50). Il libro ha il difetto di portare una dedica al sottoscritto, che ha avuto la ventura di essere tra i professori torinesi presso i quali ha studiato l’autore. Ma ne posso parlare senza pudore perché, a parte l’affettuosa dedica, di mio nel libro non c’è niente, credo nemmeno una citazione; il che può ben valere come garanzia: sia della serietà del lavoro, sia dell’assenza di qualunque conflitto di interesse in questa recensione.

Anzitutto, ci voleva la passione e il coraggio di uno studioso giovane per affrontare l’impresa di una ripresentazione complessiva del pensiero di Marx; non tanto perché ancora agli occhi di molti Marx sembra essere un argomento tabù. Ma soprattutto perché bisognava fare i conti con una bibliografia sterminata di studi critici, di interpretazioni anche politicamente contrastanti, senza metterli semplicemente da parte come se fosse possibile tornare al «vero Marx» saltando la storia della fortuna e sfortuna dei suoi testi; e senza, d’altra parte, farsi travolgere dalle discussioni tra gli interpreti, producendo un ennesimo studio in cui Marx risulta oscurato da uno dei tanti ritratti che pretendono di rappresentarlo.

Fusaro è riuscito egregiamente a evitare i due rischi, e ha raccontato con chiarezza e vivacità vita e dottrina di Marx prendendo anche francamente posizione su tante questioni interpretative presenti nella vasta letteratura che cita e discute nelle note. Uno dei temi ricorrenti nel libro è quello del rapporto tra Marx e il marxismo. Ma, dice Fusaro, l’opera di Marx è stata sempre un cantiere aperto – anche il Capitale è un libro incompiuto; e pretendere di cercare una verità originaria di Marx è sempre stata solo la tentazione dei dogmatismi che hanno creduto di richiamarvisi anche in connessione con politiche di dominio.

Dogmatismo è anche parlare di un socialismo «scientifico», ovviamente. Un vasto settore del marxismo novecentesco è stato dominato (si pensa ad Althusser) dall’idea che Marx sia stato anzitutto uno scienziato della società: proprio Althusser insisteva sulla «rottura epistemologica» che separerebbe il Marx giovane (i famosi Manoscritti economico-filosofici del 1844) dal Marx del Capitale, analista obiettivo della società dello sfruttamento e dell’alienazione.

Fusaro, del resto con l’appoggio di molti studi recenti, mostra che neanche l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo condotta nel Capitale sarebbe possibile senza l’operare, nello spirito di Marx, di un costante proposito normativo. Il termine «critica» che ricorre così spesso nei titoli dei suoi scritti – dalla Critica della filosofia del diritto di Hegel fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica», ha sempre avuto per lui il duplice significato: analisi di un oggetto per determinarne il significato e valore, e smascheramento e denuncia di errori e mistificazioni.

Per questo Marx merita la qualifica di pensatore «futurocentrico»; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo (come dice la famosa undicesima delle Tesi su Feuerbach). A quella che Gramsci definirà la «filosofia della prassi» Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», discepoli di Hegel che radicalizzavano in senso rivoluzionario le tesi del maestro, ma sempre mantenendosi nell’ambito di una critica teorica degli errori: così, la religione veniva smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo, ma tutto si limitava a sostituirvi un atteggiamento mentale filosofico.

Via via che, anche come giornalista della Gazzetta Renana, Marx acquista conoscenza concreta delle condizioni di sfruttamento in cui vivono i salariati della sua epoca, le posizioni di critica filosofica dei giovani hegeliani gli appaiono sempre più insufficienti: se l’uomo proietta in Dio una immagine di perfezione e felicità che non può avere, non basta spiegargli questo meccanismo alienante; bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico, che come lo spettro del comunismo ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo.

Il Manifesto del Partito comunista, scritto nel 1848, è un lavoro «su commissione», Marx e Engels lo scrivono per mandato dalla Lega dei comunisti che si riunisce a congresso nel 1847, mentre nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, poi passata alla storia come la Prima Internazionale. Anche se da «giovane hegeliano» ha aspirato alla carriera accademica, Marx è ormai un attivista politico, anche la grande impresa scientifica del Capitale nasce in questo clima.

Ma: critica e azione politica in nome di che? Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia», eredita da Hegel, rovesciandone il senso puramente idealistico, una prospettiva finalistica (una traccia secolarizzata di religiosità): non che ci «sia» un senso dato della storia, ma certo l’uomo lo può creare se si progetta in un tale orizzonte. La descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva emancipativa. Che nonostante il «sonno della ragione» mediatico-televisivo in cui siamo caduti, ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!

(fonte: La Stampa-Tuttolibri, in edicola sabato 23 gennaio)




ROMA: LA SCANDALO CLIENTELARE DEL PRC

[ 26 gennaio 2010 ]

La vicenda dei finanziamenti dei palazzinari romani al PRC

10 DOMANDE A PAOLO FERRERO
da: arcipelago.org
1. Quando, lo scorso febbraio, il nuovo tesoriere romano ha scoperto i finanziamenti dei palazzinari al tuo partito, sei stato informato immediatamente?

2. Trovi normale che un partito comunista riceva finanziamenti dai palazzinari e dalle loro associazioni?

3. Non pensi che vi sia un rapporto fra i finanziamenti dei palazzinari romani al PRC e il voto favorevole del PRC in Consiglio comunale al piano regolatore da 70 milioni di metri cubi di cemento?

4. Quando hai saputo della vicenda, hai parlato con la nuova segreteria romana?

5. E’ vero che tu e tutta la segreteria nazionale del PRC avete deciso di tenere nascosta la vicenda?

6. E’ vero che tu e tutta la segreteria nazionale del PRC avete dato indicazione alla segreteria romana di liberarsi di chi vuole fare chiarezza sulla vicenda dei palazzinari?

7. Parteciperesti, oggi, ad una manifestazione contro le speculazioni edilizie e la cementificazione della città di Roma?

8. Pensi che si possano fare accordi per le prossime elezioni regionali del Lazio anche con personaggi come Massimiliano Smeriglio?

9. Se la risposta alle domande 5 e 6 è “si”, non pensi sia meglio dimetterti con tutta la segreteria nazionale?

10. Se la risposta alle domande 5 e 6 è “no”, perché non hai sollecitato le dimissioni della segreteria romana e non hai chiarito definitivamente la vicenda?




Distrutto il presidio No Tav di Borgone in Valle di Susa

[ 25 gennaio 2010 ] 

(riceviamo e pubblichiamo)
Notte tra il 23 e il 24 gennaio 2010

Dato alle fiamme e distrutto completamente nella notte il presidio di Borgone di Susa (attivo da 5 anni). Si teme per la sicurezza delle persone e delle cose sul territorio della Valle di Susa.

Claudia Griglio

Rivoluzione Democratica è pienamente solidale con la battaglia del popolo No Tav della Valle di Susa. La stampa di oggi dedica due intere pagine alle ragioni dei neocostituti “comitati Sì Tav”, un tentativo dichiarato di spezzare l’unità popolare, un vero e proprio cavallo di Troia. Ma nulla dice, La Stampa, di questo gesto provocatorio che getta una sinistra luce su quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi. Ringraziamo Claudia per averci inoltrato la notizia e la foto.




DOPO DI LUI IL DILUVIO

[ 24 gennaio 2010 ]

riflessioni sull’incontro di Arezzo del PdL

di Di. Erre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Impegnato in un lungo viaggio in automobile, ascoltavo ieri, sulle frequenze di GRparlamento, gli interventi alla kermesse del PdL svlotasi ad Arezzo ed intitolata “generazione Pdl”.

Si tratta del convegno promosso dal Maurizio Gasparri e  Ignazio La Russa, ovvero dalle loro rispettive associazioni (“Italia Protagonista” e “Punto Italia”). Il parterre annunciato era quanto mai consistente: Tremonti, Sacconi, Alfano,  Scajola, Matteoli, Meloni, Fitto, Ronchi, insieme ai coordinatori nazionali Bondi e Verdini, il sindaco di Roma Alemanno, il sottosegretario Bonaiuti. Tutto il gotha del PdL, tranne soltanto “Cesare” Silvio Belrlusconi e il suo delfino “Bruto”.
Devo confessare che sono rimasto colpito sentendo i tanti interventi.
Cosa esattamente mi ha colpito? Certo, in prima battuta il clima euforico dell’incontro. Non so quanti esattamente fossero i presenti, si dice un migliaio, a rappresentare l’esercito dei peones del Pdl, quelli che ai livelli periferici costituiscono l’ossatura, si fa per dire, del partito medesimo, ovvero quello stuolo di amministratori locali che, quasi tutti come sbucati dal nulla, hanno dato l’assalto alla diligenza delle istituzioni, la cui euforia è giustificata proprio dalla loro improvvisa ascesa nella scala sociale. A sentire l’enfasi e la verve degli oratori, provenienti dagli angoli più sperduti del paese, sembra davvero che il PdL scoppi di salute, che abbia il vento in poppa, certo di stravincere le prossime elezioni regionali.
In seconda battuta mi ha colpito un’altra cosa, il vuoto pneumatico di idee politiche della kermesse. Se uno provasse a sommare tutti gli interventi e cercasse di ottenerne il succo, il prodotto, otterrebbe il nulla, anzi, una specie di quantità negativa. Davvero! niente di niente. Discorsi vacui, demagogici, del tutto inconsistenti. La miseria di questo ceto politico di arrivisti è sconfinata, il loro distacco dalla realtà di un paese allo sfascio, siderale.
Al che uno si chiede: ma come cavolo è possibile che questa paccottiglia governi questo paese? Com’è possibile che rappresenti il principale partito? Forse proprio perché l’Italia è ridotta a niente di più che una paccottiglia, ad una mucillaggine che, appunto, si rispecchia in quest’ectoplasma dal nome PdL.

Forse perché, tanto, siamo solo una  insignificante provincia dell’Impero a stelle e striscie, e dunque ai politicanti italiani poco o nulla è richiesto.
Una sola la vera “idea forte”, ovvero, il collante: l’odio smisurato e arcaico, l’ostilità irriducibile per la sinistra, in qualunque forma essa si rappresenti. No, non si tratta solo del complesso di inferiorità per il ceto politico del PD da parte di questi patetici parvenus della politica. Questo è solo l’aspetto. Al fondo, nella forma di un anticomunismo viscerale, c’è un vero e proprio odio di classe, l’odio verso tutti quei valori egualitari di cui il comunismo era un distillato.
Uno, sentendo certi interventi demenziali, sembrava fosse ripiombato a trenta o quaranta anni fa, quando il comunismo era una forza storica reale, quella forza che in effetti terrorizzava i borghesi. Si capiva come questa spazzatura umanoide sia ciò che resta del vecchio ciarpame borghese, che ancora vuole inebriarsi a celebrare la sua turpe vittoria. Ma se queste sono le teste, questo penso io, quest’accozzaglia non andrà molto lontano.
Per cui, lo confesso, l’ascolto di tante scemenze, mi ha pervaso di un’irrazionale ottimismo. Tutto è ancora possibile in questo paese se questo paese è in mano a questi cialtroni.
Non sto dicendo di sottovalutarli, poiché essi testimoniano quanto profondi, diffusi e immarcescibili siano certi sentimenti anticomunisti. Certo con questa feccia si dovranno fare i conti, e data certa loro tigna nelle forme che vi lascio immaginare.
Tuttavia è evidente quale sia il Tallone d’Achille di questa ciurma pidiellina. Essa è tenuta assieme solo da due fattori: l’odio di classe, da una parte, e dall’altra dal ruolo galvanizzante di Berlusconi. Può darsi che questo caudillo campi cent’anni, oppure no. Ma è evidente che la sua dipartita avrà come effetto quello di ridurre in poltiglia il Pdl che, come l’impero di Alessandro, si frantumerà in tanti regni votati all’autodistruzione.
Nel PdL c’è infatti tutto e il contrario di tutto: ex-fascisti, ex-liberali, ex-dc, ex-repubblicani, ex-socialisti e,ovviamente, ex-comunisti. Un vero e proprio cocktail, ma in cui i singoli componenti sono ben lungi dall’essere politicamente amalgamati.
E questo era apppunto uno dei motivi dell’incontro di Arezzo: amalgamare prima che sia troppo tardi, mettera fretta ad un processo ancora fragile.

Il Pdl è infatti una sgangherata confederazione di confaternite, ognuna delle quali più che mai gelosa della propria autonomia. Un conglomerato di fondazioni e associazioni. Di quelle di La Russa e Gasparri abbiamo già detto, ma poi ci sono Cicchitto con la fondazione “Riformismo e libertà”, Quagliariello con la fondazione “Magna Carta”, Bocchino con l’associazione “Giuseppe Tatarella”, Vizzini con “Riformisti europei”, Baldassarri con “Economia reale”, Valducci con i “Club della libertà”, Matteoli con la sua fondazione “Per la libertà e il bene comune”, Mazzocchi con i “Cristiano riformisti”.  E chi più ne ha più ne metta.
Sono convinto che l’eventuale dipartita di Berlusconi avrebbe lo stesso effetto di quella del delfino di Francisco Franco: la fine del regime dittatoriale.
Interverrà la Divina Provvidenza in nostro soccorso? Forse no. Forse i tempi saranno un po’ più lunghi dell’auspicabile. Tuttavia resto ottimista, dato che ritengo che la crisi globale del capitalismo, siccome è destinata a proseguire il suo lavoro corrosivo, se già rende difficile la vita ai berluscones, forse ci farà essa il miracolo di toglierlo di mezzo.
Al che saremo entrati in un’altra fase politica e i giochi si faranno finalmente seri.



Haiti: le vere ragioni del disastro

[ 23 gennaio 2010 ]

Non c’è alcuna “maledizione naturale” ad Haiti, 
ma una tragedia storica dalla cause sociali


di Thibault Blondin

Nel 1995, un terremoto della stessa magnitudine fece 6437 morti a Kobe, in Giappone. Le centinaia di migliaia di morti a Haiti sono dovute all’estrema povertà del paese. Tuttavia, prima di essere uno dei paesi più poveri del mondo, questa vecchia colonia francese, era una terra promessa votata ad una grande prosperità.
Haiti è il simbolo della lotta contro la schiavitù e così, se accanimento c’è stato, non è stato quello della natura ma quello dei paesi più ricchi. L’accanimento delle forze imperialistiche e colonialiste che saccheggiano questo paese da 200 anni, da quando gli schiavi neri, i primi della storia, ruppero le loro catene.
La Francia e gli Stati Uniti portano una responsabilità storica per quanto concerne le cause dell’instabilità politica e della miseria degli haitiani.

Tutto comincia in 1791, in piena Rivoluzione francese. Un sollevamento vittorioso mise fine a 300 anni di schiavismo, uno schiavismo che fece di questa colonia francese una fonte di redditi importanti grazie alle risorse zuccheriere, e vide la nomina del primo governatore nero:Toussant Louverture. Malgrado l’invio da parte di Napoleone dell’esercito nel 1801, l’indipendenza venne proclamata in1804.

La giovane repubblica subì attacchi da tutte le direzioni a causa della cupidigia delle grandi potenze, che non potevano ammettere la libertà di questi schiavi e bramavano per le ricchezze dell’isola.

Nel 1825, il re di Francia, Charles X, negoziò il riconoscimento dell’indipendenza dell’isola in scambio di indennità: il cosiddetto “debito dell’indipendenza”. Questa indennità crebbe fino a 150 milioni di franchi,  l’equivalente del bilancio annuale della Francia dell’epoca?!
La spirale infernale del debito si innescò quindi ben prima delle politiche  attuali del FMI e della Banca mondiale, ma seguendo la stessa logica e soprattutto causando le stesse conseguenze: l’impoverimento del paese e dei suoi abitanti e l’arricchimento di una minoranza.

Haiti precipita così allora nell’instabilità politica alimentata dai paesi occidentali, permettendo agli Stati Uniti di giustificare il loro intervento e l’occupazione dell’isola dal 1914 a1934.  Il paese cadde allora satellitato dagli Stati Uniti i quali, a partire da questa data, ne formeranno le élite e ne sceglieranno i dirigenti.

Nel 1957, la dinastia dei Duvalier si installa al potere per 30 anni. Il paese precipitò così in una corruzione ed un indebitamento senza precedenti col bepeplacito degli Stati Uniti e della Francia, il tutto aggravato dal terrore che permetteva ai tontons macoutes, milizia paramilitare alle mani del potere, di regnare indisturbati.

Tra 1970 e il 1986, il debito si è moltiplicato passando da 17,5 a 750 milioni di dollari (1250 oggi). Quando Jean-Claude Duvalier fuggì dal paese nel 1986, è in Francia che si rifugia, con 900 milioni di dollari nelle sue valigie, somma che superava l’indebitamento totale del paese e mettendo in evidenza il carattere odioso di quel debito, contratto da politici illegittimi. Durante tutti questi anni, il popolo haitiano non ha cessato di ssprofondare nella miseria: meno di un haitiano su due ha accesso all’acqua potabile, un adulto su due è analfabeta, ed infine quattro haitiani su cinque vivono sotto la soglia di povertà.

Le voci pietose dei diversi governi per aiutare haiti,, come quelle di Sarkozy e Obama, non sono che ipocrisia. Questi due poteri litigano già sulla gestione degli siuti internazionali, ma hanno con come secondo fine la volontà di consolidare ancor più il loro dominio sul paese. Per aiutare Haiti a rialzarsi, che la Francia cominci con afferrare le sorti di Duvalier per consegnarlo al popolo haitiano, che la Banca mondiale ed il FMI annullino il debito e che il popolo haitiano decida, da solo,la sua politica senza ingerenze e senza il saccheggio delle colonie di ieri.




L’ultima ora del capitalismo

[ 22 gennaio 2010 ]

Una lettura tradizionalista della crisi globale

di Luca Leonello Rimbotti 

È un po’ tardi per accorgersi che il capitalismo globale è una sventura. È l’ora in cui il liberale, rimasto da solo sul campo, si guarda in giro e viene assalito da un vago e inatteso senso di paura. Vede la propria creatura – anzi, il proprio creatore – gonfiarsi a dismisura e solo adesso comincia a capire che non riuscirà più a fermarlo. Il mercato, questo mostriciattolo lasciato a se stesso e diventato un golem automatico, liberato da ogni laccio, coccolato nelle sue turbe, assistito nei suoi vizi, sta gonfiando a dismisura, dilagando oltre il comprensibile. Già adesso è completamente fuori controllo. Anche perché mancano i controllori. Ma il capitalismo liberista è questo: nel suo gene ha inscritta la propria morte, poiché vive di espansione. Espansione è la parola-chiave, che per l’imprenditore e il mercante significa fortuna in crescita e profitto in aumento, per il manager finanziario nuovo arricchimento…mettere paletti all’espansione, misurarla ai contesti e ai bisogni, è cosa inconcepibile per il capitalista. Lo spazio aperto e senza fine è il luogo del mercato libero. Difatti, un capitalismo non espansivo, non legato come il cancro a un destino di invasività perpetua e crescente, viene secondo logica deplorato, gli manca l’essenziale, non è più lui: ma allora è recessione, si dicono allarmati,…è impoverimento, è regresso…scambiano il tetto dei dividendi per la fortuna dei popoli…il liberale identifica le cifre della produzione con quelle del benessere…e non capisce. Non capisce che l’espansione – questo dogma febbrile che contiene in sé un principio di necrosi, una promessa certa di disfacimento – raggiungerà prima o poi un tetto e che sfondato il tetto precipiterà nella catastrofe.

Nel momento in cui la liberaldemocrazia, anche in Italia, si libera a destra e a sinistra dei suoi ultimi antagonisti veri o più spesso presunti, potrebbe sembrare temerario il pronostico di un prossimo tracollo del capitalismo. Eppure è nei fatti. Persino i liberali annusano l’aria di tempesta che si sta addensando qua e là. Ed eccoli sciorinare i primi distinguo, i primi allarmi a mezza bocca…le prime avvisaglie di sudore freddo di fronte ai segni del misfatto che sta per compiersi. Rovinano metodicamente i popoli e poi, d’un tratto, iniziano a pentirsi di questo… a lamentarsi di quello…qualcuno di loro, più furbo degli altri, già comincia a dire “l’avevo detto”…e così nuove e tardive verginità vanno ricomponendosi. Tira aria di resa dei conti e i più svelti – come sempre – si preparano ad altri scenari.

Bisogna sempre stare molto attenti a non considerare il liberalismo e il capitalismo finanziario due soggetti autonomi tra loro. L’uno non esiste, e non ha ragione di esistere, senza l’altro. L’uno giustifica e nutre l’altro. Un capitalismo svincolato dalla tirannia del profitto – come qualcuno tenterebbe di prefigurare – non è neppure pensabile. Ma il liberalismo contiene anche tutti quei movimenti della Sinistra internazionale – dal marxismo ai libertari – che per decenni hanno dato agli ingenui la sensazione di essere alternativi. Il vero avvento del bolscevismo come individualismo di massa mondialista si è avuto con l’affermazione planetaria del liberalismo. Del resto, è risaputo che la finanza snazionalizzata ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con le sinistre marxiste: dai Warburg e Parvus che finanziarono Lenin, fino agli attuali fenomeni di cointeressenza usuraria tra il capitale americano e il liberismo cinese. Si tratta di due facce della stessa medaglia, di due gemelli incubati dal medesimo uovo universalista. I fatti ci mostrano che la migliore sintesi del bolscevismo è il liberalismo.

Ma perché il capitalismo dovrebbe implodere come ha fatto suo fratello? E proprio ora, poi? Non per le motivazioni addotte da Tremonti o da quanti, da liberali, non hanno ancora capito che non può esistere liberalismo senza globalizzazione né capitalismo senza profitto. Il capitalismo non è redimibile. Il capitalismo mondialista non può non implodere perché non è legato a un valore reale, ma a un gioco di prestigio. Il capitale odierno non è più quello dell’Ottocento, legato alla fabbrica, al lavoro materiale e alla produzione di merce. Oggi si è evoluto secondo la sua naturale inclinazione, che è quella di crescere e invadere sempre nuovi spazi prescindendo dai bisogni reali e anzi creandone di fittizi dal nulla. Il capitalismo di oggi è finanza. Professori potrebbero sbizzarrirsi nell’illustrare e confermare questo fenomeno in numerosi corsi di strategie industriali. È speculazione su masse di denaro inesistenti e create artificialmente. I depositi bancari non fruttano più alcun interesse al risparmiatore, sempre più irretito dalla forbice del debito, ma fruttano invece sempre nuovi e crescenti crediti alla banca, attraverso il sistema dei fidi, che crea il tremendo circuito dell’indebitamento perpetuo di tutti coloro a cui vengono offerti prestiti, mutui, leasing o altri sistemi di adescamento finanziario e di irretimento usurario.
La banca, che vive di denaro inventato telematicamente, semplicemente moltiplicando i suoi tassi e stringendo il cappio del debito, si trova ad essere titolare di interessi giganteschi, crescenti in misura esponenziale, frutto di semplici addizionali di conto. È stato scritto giustamente che questa massa di denaro non proviene da nessuna parte: semplici «scritture contabili». Infatti, «tra l’85 e il 95 per cento del denaro circolante è creato dalle banche attraverso l’apertura del credito». Questa falsa moneta, la moneta-credito, che è estranea al lavoro quanto alla produzione, che non sa nulla del costo reale dei beni, ma che cionondimeno stabilisce a suo talento prezzi e tariffe, è il pilone che regge tutta quanta l’economia mondiale che tiene in vita il capitalismo. Una semplice truffa, attorno a cui ruota un intero sistema planetario.

Come si fa a non dare ragione a Pound, quando indicava, già sessanta-settanta anni fa, il segreto dell’espansione capitalistica? «La banca lucra gli interessi dal denaro che crea dal nulla», scriveva. Oggi noi vediamo nitidamente quello che un poeta cocciuto profetizzava col semplice buon senso. La banca paga gli zero virgola per i depositi, che diventano anch’essi interesse attivo grazie alle spese di gestione di conto…ma poi si fa pagare il 7, l’8, il 10 per i crediti che elargisce a piene mani, usufruendo anche della sponda delle società finanziarie: ed ecco creato l’enorme bottino impinguato dalla speculazione. Senza contare tutto il resto: del tipo dei recenti e recentissimi fenomeni di accaparramento di beni e fonti d’energia da parte delle corporations transnazionali, che sono il vero motore della governance globale, come nel caso del petrolio o del frumento, incettati e tolti dai mercati per falsare i prezzi e farli salire a dismisura. Come sta avvenendo da anni sotto gli occhi impotenti o complici dei governi nazionali. Infatti, chi vigila sui comportamenti delle banche e delle agenzie di credito? Forse gli Stati? Certamente no: a “vigilare” sulle scelte criminali delle banche sono altre banche, come la Banca Centrale Europea, completamente fuori controllo del potere politico, e che risponde unicamente ai suoi referenti internazionali. Come si sa, la presente dittatura finanziaria snazionalizzata è alla continua ricerca di lavoro a basso costo. Il capitalismo retto dai finanzieri paga poco il lavoratore e nulla il risparmiatore. In compenso, lucra sui salari e sugli interessi. I politici democratici, sempre meglio inseriti nel loro ruolo storico di servitori dei banchieri, non mancano di sottoscrivere queste politiche di rapina istituzionalizzata. Ogni gruppo di potere politico – come vediamo chiaramente anche in Italia – ha alle sue spalle un solido padronato bancario che ne guida gli atti e le decisioni. La politica, e tantomeno l’ideologia, non presentano alcun interesse per il signoraggio della speculazione finanziaria. Si tratta di essere presenti ovunque, di avere la propria mano sulla testa dei governi come su quella delle opposizioni. Per il capitalismo finanziario chi vince alle elezioni è un dettaglio del tutto ininfluente…basta osservare le varie confindustrie europee…esse dispongono senza il minimo imbarazzo tanto delle Destre quanto delle Sinistre, trovando in queste e in quelle degli esecutori egualmente solerti.

Il cuore del nichilismo distruttivo rappresentato dal potere del capitalismo finanziario è il suo perenne gioco al rialzo: nella tecnica, nella produzione, nell’espansionismo mercantile, nell’usura dei tassi. Fuori da questa sindrome di accrescimento forzato del profitto, il capitalismo non può esistere. Bernard Charbonneau – uno dei primi ecologisti e regionalisti europei – molti anni fa scriveva che il capitalismo moderno si stava avvitando intorno a un procedimento di catastrofico squilibrio: «Quando non c’è sovraoccupazione c’è sottoccupazione; mai lavoro, perché questo presuppone equilibrio…L’attuale società deve moltiplicare incessantemente la sua produzione, come un giocatore raddoppia indefinitamente la sua posta. Il gioco può andare avanti per un certo tempo, ma a questo lascia o raddoppia prima o poi la sconfitta è certa». Questo gioco è portato al parossismo dalle pratiche della speculazione finanziaria, che alza ossessivamente la posta ingigantendo sempre più un capitale che non esiste, che non ha né origine né fine. Il problema è che, probabilmente, l’esplosione fragorosa di questo macchina, ciclopica ma fragilissima, potrebbe coincidere con la fine stessa di un certo tipo di convivenza umana, quale siamo abituati a concepire. La Terra e l’uomo potrebbero essere trascinati in un rovinoso tracollo generale, in cui l’imbuto delle emergenze planetarie – economica, demografica, ecologica, energetica – potrebbe restringersi fino a far coincidere tutti i problemi in un’unica catastrofe. Come preconizzava anni fa Guillaume Faye.

Secondo il filosofo Emanuele Severino, ad esempio, l’abbinamento di tecnica e finanza, unite nel dar vita alla valanga nichilista, condurrà quanto prima a una generalizzata distruzione delle risorse planetarie e delle società umane. Catastrofismi? Allarmismi accademici? Noi, alla maniera di uno Spengler, non siamo alieni dal credere che dietro il sorgere e l’inabissarsi delle civiltà agiscano per l’appunto mutazionismi drammatici che si fanno largo dall’interno, e di cui la catastrofe epocale – come nell’antichità – è in grado di decidere la sorte di interi cicli storici, portando alle estreme conseguenze le contraddizioni di un sistema mondiale. Quello in cui viviamo è un sistema mondiale fondato su basi fragilissime, addirittura invisibili, di cui il profitto artificiale creato dal capitale virtuale non è che l’aspetto esemplare più demoniaco e grottesco. Severino ha affermato che il capitalismo è a un bivio. Ma qualunque strada prenda non potrà sfuggire all’autodistruzione: «O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso; oppure si dà un fine diverso per il quale esso è quello che è, e anche in questo caso distrugge se stesso». Il destino autodistruttivo del capitalismo sarebbe cosa buona e santa per i popoli, se non fosse che la rovina dell’uno, almeno per una prima fase, significherebbe anche la rovina degli altri. Si tratta per altro di un metodo mondialista che è rodato da decenni. È dagli accordi di Bretton Woods del 1944 che gli Stati Uniti – attraverso finzioni internazionali del tipo delle Nazioni Unite – dominano sull’ordine monetario, sul commercio e sulla finanza, in qualità di teste di turco di Agenzie ben più potenti della Casa Bianca, come la Banca Mondiale, il GATT o il WTO. Nel 1944, quando i cannoni sparavano ancora, le multinazionali che agivano sotto la sigla USA avevano già apparecchiato lo scenario per il dopoguerra, in cui far agire liberamente il regime di monopolio. La guerra del 1939-45 – inventata di sana pianta dai circoli rooseveltiani per salvare il capitalismo e rilanciarlo su scala mondiale – non è stata che il dissodamento del terreno in preparazione della semina, il boom produttivo degli anni ’60, e del raccolto, il boom finanziario ottenuto grazie alla globalizzazione. E mai come oggi è giusto dire che il mondo è dominato da una plutocrazia. Una setta apolide e criminale, che oggi come sessant’anni fa dispone dei popoli come fossero titoli azionari. Essendosi da un pezzo garantita la più grande polizza assicurativa del mondo, cioè l’appoggio del sionismo con annessi e connessi, questa plutocrazia può trovare la fine sua e del suo sistema unicamente per l’innesco finale di tutte le sue stesse contraddizioni. Già oggi gli USA, debitori della Cina e costretti a rincorrere la tigre asiatica risvegliata dalla gara tecnologica, sono sopra un ciglio; un giorno potrebbero anche venir scaricati dal potere finanziario mondiale a favore di qualche altro partner politico emergente. Non sarà la crescita del sottosviluppo, pianificata dai gestori finanziari, a condurre a morte il Sistema. L’occulta e illegale formazione del capitale, i metodi spesso semplicemente criminali con cui vengono occupati i mercati, i rapporti loschi tra istituzioni politiche e concentrazioni private, la gestione del mercato illegale della droga o delle armi, la composizione “esoterica” di consigli di amministrazione anonimi e ubiqui; infine, il ruolo che le università, i centri-studio, le fondazioni private ricoprono nel pianificare e imporre il pensiero unico di massa: queste sono alcune delle realtà che potrebbero nascondere la disfunzione, l’inefficienza, dunque il fallimento a catena della grande macchina.

Le interpretazioni romantiche circa un capitalismo popolare, bacino di ricchezza per il lavoro nazionale, luogo della competenza e dell’iniziativa, sono ormai alle nostre spall

Tratto da Italicum di marzo-aprile 20




Daniel Bensaïd

[ 21 gennaio 2010 ]

un comunista eretico
di Michael Löwy

Daniel Bensaïd ci ha lasciato. È una perdita irreparabile, non solo per noi, i suoi amici, i suoi compagni di lotta, ma per la cultura rivoluzionaria. Con la sua irriverenza, il suo umorismo, la sua generosità, la sua immaginazione, era un esempio raro di intellettuale militante, nel senso più forte dell’espressione.

Mi ricordo le nostre lunghe conversazioni, talvolta intorno ad un tavolo, soprattutto tra il dessert ed il caffè, a “Il Carbone”, il suo ristorante preferito. Non eravamo sempre d’accordo, ma al di là qi ciò, come non amarlo e non ammirare la sua straordinaria creatività e, soprattutto, il suo spirito di resistenza, verso e contro tutto, verso l’infamia dell’ordine costituito?
“Auguste Blanqui, comunista eretico”, era il titolo di un articolo che Daniele Bensaïd ed io stesso scrivemmo insieme, nel 2006, per un libro sui socialisti del diciannovesimo secolo in Francia, scritto per i nostri amici Philippe Corcuff ed Alain Maillard. Questo concetto si applica perfettamente al suo proprio pensiero, ostinatamente fedele alla causa degli oppressi, ma allergico ad ogni ortodossia.
Se i libri di Daniel si leggono con altrettanto piacere, questo è perché sono stati scritti con lo stile pungente di un vero scrittore che ha il dono della formula: una formula che può essere assassina, ironica, fanatica o poetica, ma che va sempre diritto allo scopo. Questo stile letterario, proprio dell’autore ed inimitabile, non è gratuito, ma al servizio di un’idea, di un messaggio, di un appello: non piegarsi, non rassegnarsi, non riconciliarsi coi vincitori.
La forza dell’indignazione attraversa, come un soffio ispirato, tutti questi scritti.
Fedeltà anche allo spettro del comunismo di cui dava una bella definizione: è il sorridere degli sfruttati che sentono in lontananza i colpi di fucile degli insorti nel giugno 1848 episodio raccontato da Tocqueville e reinterpretato da Toni Negri. Il suo spirito sopravvivrà al trionfo attuale della mondializzazione capitalista.
Il comunismo del ventunesimo secolo era, per lui, l’erede delle lotte del passato, dellla Comune di Parigi, della Rivoluzione di ottobre, delle idee di Marx e di Lenin, e dei grandi vinti che furono Trotsky, Rosa Luxemburg, Che Guevara. Ma anche qualche cosa di nuovo, all’altezza della posta in palio del presente: un éco-comunismo (termine che ha inventato), integrante pienamente la battaglia ecologica contro il capitale.
Per Daniel, lo spirito del comunismo era irriducibile alle sue contraffazioni burocratiche. respingeva, pur con le ultime sue energie, il tentativo della Controriforma liberale di dissolvere il comunismo nello stalinismo, non riconosceva meno del non si può fare l’economia di un bilancio critico degli errori che hanno disarmato i rivoluzionario di ottobre faccia alle prove della storia, favorendo la controrivoluzione termidoriana: confusione tra popolo, partito e Stato, accecamento rispetto al pericolo burocratico. Bisogna tirare certe lezioni storiche, già abbozzate da Rosa Luxemburg nel 1918: importanza della democrazia socialista, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dell’autonomia dei movimenti sociali rispetto allo stato.

Tra tutti i contributi di Daniele Bensaïd al rinnovamento del marxismo, il più importante, ai miei occhi, è la sua rottura radicale con lo scientismo, il positivismo ed il determinismo che hanno impregnato così profondamente il marxismo “ortodosso”, particolarmente in Francia.
Auguste Blanqui è un riferimento importante in questo approccio critico. Nell’articolo menzionato più sopra, ricorda la polemica di Blanqui contro il positivismo, questo pensiero di in progresso in buon ordine, di progresso senza rivoluzione, questa “esecrabile dottrina del fatalismo storico” eretto a religione. Per Blanqui “l’ingranaggio delle cose umane non è fatale come quello dell’universo, è modificabile ad ogni minuto..”
Daniele Bensaïd paragonava questa formula a quella di Walter Benjamin: “ogni secondo è la porta stretta da dove può spuntare il Messia, ovvero, la rivoluzione, questa irruzione immanentistica del possibile nel reale.

La sua rilettura di Marx, alla luce di Blanqui, di Walter Benjamin e di Charles Péguy, lo ha condotto a concepire la storia come una successione di incroci e di biforcazioni, un campo del possibile, la cui l’uscita è imprevedibile. La lotta di classe occupa il posto centrale, ma il suo risultato è incerto, ed implica una fetta di contigenza.
In “La scommessa malinconica” (Fayard,1997, forse il suo più bel libro, riprende una formula di Pascal per affermare che l’azione emancipatrice è “un lavoro per l’incerto”, implicando una scommessa sull’avvenire. Riscoprendo l’interpretazione marxista di Pascal di Lucien Goldmann, definisce l’impegno politico come una scommessa ragionata su divenire storico, “al rischio di perdere tutto e di perdersi.”

La rivoluzione cessa dunque d’essere il prodotto necessario delle leggi della storia, o delle contraddizioni economiche del capitale, per diventare un’ipotesi strategica, un orizzonte etico “senza che la volontà rinunci, lo spirito di resistenza capitoli, il fedeltà venga meno, la tradizione si perda.”
Di conseguenza, come spiega in “Frammenti miscredenti” (Lignes,2005,) il rivoluzionario è un uomo del dubbio opposito all’uomo di fede, un individuo che scommette sulle incertezze del secolo, e che mette un’energia assoluta al servizio di certezze relative.

In breve, qualcuno che tenta, instancabilmente, di praticare l’imperativo richiesto da Walter Benjamin nel suo ultimo scritto, le Tesi “Sul concetto di storia” (1940): spazzolare la storia col contro pelo.
Il 17 gennaio 2010.

Tratto dal sito del NPA: http://www.npa2009.org/
(traduzione a cura della Redazione)




E se D’Alema non fosse così fesso come sembra?

[ 20 gennaio 2010 ]

Una lettura controcorrente della telenovela pugliese e degli intrighi nazionali che vi ruotano attorno
di Leonardo Mazzei


Tra le tante disgrazie della loro terra, in questa settimana gli abitanti della Puglia avranno anche il problema di dribblare i gazebo delle primarie. Nel 2005 ci riuscirono assai bene: il “bagno di democrazia” all’americana vide la partecipazione di circa 80mila persone su 4 milioni di abitanti e 3 milioni e 300mila elettori. Un po’ poco, anche se a sentire i vendoliani (allora una sottomarca locale dei bertinottiani) pareva che si fosse mosso il popolo tutt’intero, dal Gargano alla punta del tacco d’Italia. Il Santo pugliese vinse con 1.600 voti di scarto davanti allo stesso rivale che si ritroverà di fronte domenica prossima: Francesco Boccia, un nome che non promette molto, ma che ha la sponsorizzazione di un ex primo ministro e del genero di Caltagirone. Forse non gli sarà  sufficiente, ma chissà…
Ci sono molti modi di leggere questo scontro pugliese, che solo pugliese non è. L’aspetto prevalente sembra il caos: c’è confusione nel Pd, nell’intero centrosinistra e sembrerebbe anche nella testa dei singoli personaggi in campo. Ma c’è confusione anche a destra. Che sia l’aria della Puglia? O non sarà piuttosto che qui si gioca una partita fondamentale per i futuri schieramenti nazionali?
Può sembrare un paradosso, ma in questa partita nazionale Vendola non conta niente. La sua è una lotta per la sopravvivenza, sua (soprattutto) e (molto, ma molto secondariamente) della sua barchetta micro-arcobalenica, quella che in un anno ha cambiato tre simboli a causa delle progressive amputazioni subite (vedi Vendola in manutenzione). E’ una lotta disperata per rimanere alla guida della regione, ma Vendola non ha alcun progetto nazionale che non sia quello di accodarsi al centrosinistra sempre e comunque, cercando magari di abbellire in poesia il suo appoggio all’atlanto-liberismo degli alleati che ai versi lascia ben poco spazio.
Per D’Alema e Casini, e non solo per loro, la partita è invece strategica: ecco perché la Puglia ha oggi un rilievo inusitato nelle cronache politiche. Ed ecco perché D’Alema non si è fermato davanti a niente, neppure di fronte ad una straordinaria collezione di figuracce che ha portato in tanti ad ironizzare sulla declinante astuzia della “Volpe del Tavoliere”.
Apparentemente Vendola sta vincendo la partita: non ha ceduto alla richiesta di non ricandidarsi, ha ottenuto le primarie e – se le vincerà – sarà di nuovo alla testa della coalizione di centrosinistra.
Apparentemente D’Alema sta perdendo in maniera disastrosa: ha bruciato il suo uomo (il sindaco di Bari, Emiliano), ha dovuto piegarsi alle primarie, ha spaccato il Pd, ha lanciato Boccia ma lasciando capire che la sua sarà una corsa in salita.
Per tutti questi motivi, secondo alcuni il vero disperato sarebbe Massimo D’Alema. Siamo sicuri che sia proprio così?

Non si può che avere il massimo disprezzo per il bombardatore della Jugoslavia: per le sue scelte, per la sua concezione della politica, per quel ghigno beffardo tipico di chi costruisce la sua presunta “superiorità” sullo stare sempre con i più forti, sia che si tratti delle oligarchie finanziarie che dei vertici della Nato.
Lo stesso disprezzo va però riservato a chi, magari intervallando il tutto con qualche guerricciola secondaria per le poltrone, altro non sa proporre che l’alleanza con il partito del bombardatore e con la coalizione che gli sta attorno, che in quanto a liberismo ed atlantismo ha pochi rivali anche a destra.
Chiarito il nostro disprezzo per entrambi i contendenti, si tratta ora di capire se la rappresentazione che va per la maggiore è davvero giusta. Si tratta dunque di comprendere quali saranno gli sviluppi e le conseguenze della telenovela pugliese.

In questa vicenda la contraddizione che più colpisce è quella tra l’ingovernabile caos pugliese e la determinazione con la quale il gruppo dirigente bersaniano (in realtà, dalemiano) sta cercando comunque di imporre la propria linea.
Nelle ultime settimane il caos è stato davvero totale, ed imbarazzante anche per un partito che pure vi è abituato come il Pd.
I “democratici” hanno prima lanciato la candidatura di Emiliano, ma l’assemblea che avrebbe dovuto incoronarlo alla fine dell’anno venne annullata per “impraticabilità di campo”, vista l’invasione di manifestanti pro-vendoliani dell’albergo dove avrebbe dovuto tenersi. A quel punto Emiliano dichiarava di accettare le primarie, ma poi chiariva che le avrebbe accettate solo con l’approvazione in fretta e furia di una leggina che gli avesse consentito di candidarsi alle regionali mantenendo al tempo stesso la carica di sindaco. Per quella leggina ad personam (Berlusconi ha fatto scuola) era però troppo tardi. Sembrava che a quel punto il Pd dovesse acconciarsi – sia pure obtorto collo –  a sostenere Vendola, ma non era ancora finita. Ecco infatti la ricandidatura di Boccia, sulla quale all’inizio l’Udc (il vero Convitato di pietra delle decisioni del Partito democratico) sembra storcere la bocca in mancanza di un ritiro di Vendola. Alla fine però Boccia viene benedetto da Casini, e si arriva così alle primarie. Primarie che si svolgeranno con una campagna elettorale brevissima, di pochi giorni: ed è questa brevità l’unica notizia positiva per i pugliesi.

La mia opinione personale è che queste primarie – a dispetto di tutte le apparenze – segneranno comunque un successo della strategia dalemiana, mentre si apriranno in ogni caso grandi problemi prima per il Santo pugliese e poi per la sua piccola corte.
Va detto che nell’immediato – ma solo nell’immediato – per il partito degli assessori, cioè per la vera struttura portante di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), le primarie pugliesi sono un autentico brodino. Il sospiro di sollievo tirato da questa congrega di opportunisti all’ennesima potenza ha percorso non a caso l’intera penisola, dal Piemonte alla Calabria: ve li immaginate costoro a dover minacciare la rottura nelle varie regioni in risposta allo scaricamento del loro capetto pugliese? Ci aveva provato il romano Nieri, ma pare che gli interlocutori gli avessero riservato solo qualche sorrisetto di compatimento…
Ma se con l’accoglimento delle primarie gli aspiranti assessori hanno potuto riprendere momentaneamente un po’ di colore, completamente diverso è il discorso per Vendola e per le prospettive di Sel.
Se l’attuale governatore dovesse perdere le primarie si troverebbe semplicemente a dover tirare la carretta al rivale, senza neppure aver potuto trattare le condizioni della resa. Ma, paradossalmente, non sarebbe questo lo scenario peggiore. Infatti dopo le primarie vi saranno comunque le “secondarie”, cioè le elezioni vere. Un Vendola vincitore alle primarie sarebbe “obbligato” a vincere le elezioni regionali, obiettivo alquanto arduo senza i voti dell’Udc.
Una sua sconfitta, piuttosto probabile, segnerebbe quasi certamente la sua fine politica. Il Santo barese è anche uno straordinario Narciso che vede pugliesi plaudenti in ogni dove, ma non ci risulta che la sua popolarità sia così alta, gli scandali della sanità non possono (dopo 5 anni!) essere semplicemente scaricati sulla giunta precedente e le fratture nella coalizione ben difficilmente non avranno ricadute elettorali.
Vediamo ora come queste stesse possibilità possono essere gestite nel campo avverso, quello dalemiano. Per D’Alema la vittoria di Boccia alle primarie sarebbe un’indubbia rivincita, che peserebbe enormemente anche all’interno del Pd. In ogni caso rappresenterebbe l’investitura “popolare” alla nuova alleanza con l’Udc.
Ma anche una sconfitta di Boccia potrebbe essere gestita positivamente nell’ambito di una strategia nazionale. Se Vendola vincesse le primarie, ma non le elezioni, D’Alema perderebbe la Puglia ma vedrebbe confermata la sua strategia come “linea obbligata”, tanto più se l’alleanza con l’Udc portasse (come possibile) alla vittoria il centrosinistra in Piemonte, Liguria, Marche e Calabria… 
Insomma, mentre Vendola chiuso nel fortino pugliese ha come solo risultato utile un due a zero assai improbabile, D’Alema gioca una partita più ambiziosa, che può ammettere una sconfitta alle primarie purché non vada ad inficiare il progetto nazionale. Un progetto che ha evidenti appoggi internazionali e la benedizione delle oligarchie nostrane, un progetto al quale Vendola non potrà che accodarsi, se non altro in nome del solito antiberlusconismo copri-tutto.

Detta così, questa descrizione può sembrare una intollerabile riduzione della politica al più bieco politicismo, come se fosse soltanto una cinica partita a scacchi priva di contenuti. Ma l’odierna politica bipolare è anche e soprattutto così. Ed anche per questo siamo convinti della giustezza della linea astensionista nell’attuale contesto politico.
A quando, piuttosto, un bilancio dei sinistro-libertari (e dei loro cugini sinistro-federati) sugli esiti tragicomici della loro politica delle alleanze? Non sarebbe questo il momento giusto, almeno per quel che riguarda i governi regionali? Ma questi signori sfuggono questo bilancio come la peste: troppo duro dover ammettere di essere dentro fino al collo all’odierno marciume della politica istituzionale.
Del resto, il fatto che Vendola si sia dovuto barricare nel ridotto pugliese, mentre per D’Alema la Puglia è solo una pedina (per quanto importante) di un gioco più complesso, ci dice chiaramente chi è subordinato a chi. Non si pensi che sia semplicemente un problema di rapporti di forza. E’ invece principalmente una questione di visione e di prospettiva strategica. La prospettiva del parolaio Vendola è del tutto interna al bipolarismo: può agitarsi ma non uscirne. La gerarchia tra chi comanda e chi è subalterno è dunque stabilita. Comunque vadano le primarie di domenica prossima.