TRONTI: PENSIERO SMARRITO di Piemme

Siccome è stata una delle migliori intelligenze del movimento comunista che fu, molte cose vennero perdonate a Mario Tronti.
Alcuni, per pudore, chiusero gli occhi e lo assolsero malgrado abbia scelto di essere, fino all’ultimo momento, senatore del Partito Democratico.

Il nostro giunse al punto di farsi presentare il suo libro “Dello spirito libero”, dal Ministro renziano per le riforme, Maria Elena Boschi [vedi foto più sotto]. Era il 3 marzo del 2016, governo Renzi in carica, e Tronti era infatti  uno dei suoi sostenitori (così si spiega come mai la Boschi presenziasse la kermesse).

Confesso che i miei sentimenti furono di tristezza e pena; al di là della meschina figura politica, cosa volete che avesse capito la Boschi delle riflessioni depositate in quel libro — oscillanti tra il sacro ed il profano, tra l’esegesi teologica e la nostalgia del “secolo terribile”?

Già allora era noto il refrain di Tronti: dopo il 1989-91 la politica è morta, e con lei la democrazia.

Si vabbè, ma allora che ci fai nel Pd (per di più come senatore), dei killer della democrazia e della politica, il più grande?

Nessuno in quel salotto che più borghese non si poteva, forse per una malintesa riverenza o forse perché nessuno lo prese sul serio, gli fece questa elementare quanto doverosa domanda.

Ogni tanto il nostro fa capolino qua e la, in questa o quella testata, sempre rigorosamente di sinistra (di regime). Come un disco rotto ripete il solito concetto: “La politica? Finita con la caduta del muro”.

Questo è infatti il titolo con cui IL RIFORMISTA ha pubblicato, il 17 giugno scorso la sua ultima intervista.

Al netto della solita solfa senza costrutto frammista alla stuccchevole nostalgia per il ‘900, mi ha colpito la risposta all’ultima domanda su cosa è diventata la sinistra. Ecco quel che dice:

«Sono stato fieramente avverso a questo tipo di maggioranza e di governo. Adesso che c’è, bisogna capire che farne, tra l’altro in un passaggio molto delicato. Direi così: se si vuole arrivare almeno all’elezione del presidente della Repubblica, si tenga l’alleanza e si cambi il premier. Il Pd rivendichi per sé la guida politica del governo: l’unico modo per dare dignità ed efficienza a un’alleanza che di per sé è priva dell’una e dell’altra. È vero quanto dice il mio amico Cacciari che il Pd è stato infettato dal virus del governismo. Non meno che da altri virus: azionismo, giustizialismo, moderatismo. Tutti limiti di cultura politica».

Eh sì, perché Tronti, i governi a guida Pd li ha sostenuti tutti, compreso quello a guida Mario Monti. Ma questo Conte bis no, proprio non lo digerisce, troppo profonda la sua idiosincrasia per il “populismo” ed i cinque stelle. Tuttavia bisogna farsene una ragione, bisogna tenere in vita questa deprecabile alleanza e sapete perché? Per arrivare ad eleggere il Presidente della Repubblica, ovvero per far si che al Quirinale resti, dopo Mattarella, un paladino convinto dell’ordine neoliberista e ligio al vincolo esterno.

Mi sbaglio o più in basso di così è difficile scendere?

No caro Tronti, la politica non è crepata affatto, né è morto il conflitto sociale (e lo vedremo nei prossimi mesi). Quel che è davvero passata a miglior vita è solo la tua capacità critica e di discernimento. E’ il tuo spirito libero di cui non c’è più traccia.

Ce ne siamo fatti una ragione.




IL GIOCO TEDESCO di Leonardo Mazzei

Ci siamo già occupati della virulenta campagna politico-mediatica a favore del Mes che imperversa ormai da settimane nel nostro Paese. Abbiamo spiegato come la volontà di attivare questo meccanismo niente abbia a che fare con le enormi necessità economiche dell’Italia. Cosa c’è allora dietro a tanta foga, a tante falsità diffuse a piene mani dalle forze sistemiche? Ecco una domanda che può portarci lontano.

Ricapitoliamo anzitutto i termini della questione. Qualora attivato il Mes può fornire all’Italia un prestito pari al 2% del Pil, in soldoni 36 miliardi di euro. La propaganda vorrebbe farci credere che, a differenza di quello “vecchio”, il “nuovo” Mes sia privo di stringenti condizioni, ma – come abbiamo spiegato qui – ciò è falso. Al “nuovo” Mes si accede sì incondizionatamente, ma le regole statutarie di questa trappola ammazza-Stati scatteranno per statuto subito dopo.

Il Mes non è però figlio unico. Esso fa invece parte di un’allegra famigliola di tre pargoli generati dall’oligarchia eurista. Gli altri due fratelli si chiamano Sure e Recovery fund (adesso rinominato dalla fantasiosa anagrafe brussellese come Next generation EU). Secondo la narrazione prevalente delle èlite italiote, i tre fratelli (Mes compreso) sarebbero ormai pura espressione del bene, manifestazione quasi ultra-terrena di una solidarietà europea mai vista né conosciuta finora. Ed anche per i più prudenti, la generosa natura dell’ultimo nato, il Recovery fund, basterebbe comunque a bilanciare il proverbiale cattivo carattere del primogenito. Peccato che sia la solita menzogna, visto che il Recovery fund altro non è che un Mes più grande, dove al posto delle “condizionalità” ci sono le “riforme”. Il che, in linguaggio eurista, se non è zuppa è pan bagnato.

All’Italia non viene dunque concesso alcunché, ma solo la possibilità di generare nuovo debito, tramite prestiti da restituire, benché a tassi bassi ed in tempi relativamente lunghi. Il tutto però ad una precisa condizione: quella di subordinarsi definitivamente ad un’Unione sempre più a direzione tedesca. Una prospettiva che il blocco dominante  italiano trova evidentemente non solo accettabile, ma per certi aspetti perfino allettante.

Le ragioni di questa irresistibile attrazione le conosciamo. Per i padroni del vapore, l’ordoliberismo di matrice teutonica ben si sposa con il modello mercantilista, incentrato sul binomio esportazioni/bassi salari, impostosi in particolare dal governo Monti in avanti. Per la classe politica di governo – comprendendo in essa anche i governi regionali, dunque tanta e decisiva parte della Lega salviniana – la collocazione sotto e dentro la cupola europea è tuttora la migliore assicurazione sulla vita (politica) dei suoi membri.

L’unione di questi soggetti, fatta di interessi ed intrecci di vario tipo, spesso ben visibili nel famoso sistema delle “porte girevoli”, è il nucleo duro di quel che chiamiamo “blocco dominante”. Ormai da tempo, questo blocco non ha più alcuna visione generale sul futuro della società italiana che non sia l’interesse immediato e la mera conservazione del potere. Obiettivi che oggi persegue saldandosi e subordinandosi vieppiù all’oligarchia eurista che pretende di comandarci da Bruxelles e Berlino.

La crisi del Covid 19 poteva essere l’occasione per una frattura, almeno parziale, tra questo nostrano blocco dominante e l’oligarchia unionista. Così non è stato, a dimostrazione di un degrado crescente che andiamo segnalando da tempo. Un decadimento che porta il segno di una borghesia nazionale sempre più trasformata in borghesia compradora, e di un ceto politico sempre più vile, servile e ricattabile, figlio di quel processo di americanizzazione della politica non a caso innescatosi proprio in contemporanea con l’accelerazione del progetto eurista, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

Fin qui l’Italia e la sua classe dirigente. Ma qual è il gioco tedesco?

Ecco un punto che va capito fino in fondo. Tra i sovranisti italiani spuntano di tanto in tanto due assurde credenze: che sarà proprio la Germania ad uscire dalla moneta unica; che l’UE imploderà da sola, vittima della sua intrinseca insostenibilità. Queste due credenze hanno lo scopo di rassicurare, di far credere che sia in fondo aggirabile il nodo dell’uscita. Che invece aggirabile non è.

Si tratta di due credenze disarmanti e perniciose. In fondo, se se ne vanno loro (i tedeschi), perché lottare per l’Italexit? Se la fortezza eurista verrà giù da sé, perché accanirsi ad attaccarla? E’ anche da leggende come queste che fioriscono le illusioni tecniciste sulle monete parallele, le “monete fiscali”, le “monete di stato”, e via coniando. Tutto cose positive, beninteso. Al momento opportuno cose pure necessarie, ma semplicemente inattuabili finché si resta nell’UE e nell’euro. Quel che certuni non comprendono, e che spesso non vogliono comprendere, è che la battaglia per l’uscita dalla gabbia in cui l’Italia è finita non è questione tecnica, bensì eminentemente politica.

E qual è allora la politica di chi il gioco lo conduce? Contrariamente a quel che capita di leggere, la Germania non ha alcuna intenzione di far crollare l’UE, tantomeno quella di tirarsene fuori. L’Unione europea parla sempre più in tedesco, per quale motivo a Berlino dovrebbero essere così autolesionisti da tagliare il ramo su cui sono seduti? Certo, in assoluto nulla si può escludere. Nei tempi lunghi è possibile che le contraddizioni insite nell’impianto eurista ne determinino alla fine il crollo. Ma nei tempi lunghi, come avrebbe detto Keynes, saremo tutti morti.

La politica non può mai fondarsi su discutibili profezie riguardanti i tempi lunghi, ma solo su concreti obiettivi riguardanti il breve ed il medio periodo. L’ordine di grandezza della prospettiva politica – quando è lungimirante – sono gli anni, non i secoli. Detto questo, è chiaro come oggi l’obiettivo tedesco, e quello dell’intera oligarchia eurista, è quello di traghettare l’UE fuori dalla crisi senza troppi scossoni, per tornare poi quanto prima alle regole di bilancio scolpite nella pietra dei trattati europei.

Passata ‘a nuttata, si tornerà ai santi vecchi. Su questo, chi scrive non ha mai avuto dubbi. Ma chi scrive non conta nulla, mentre l’altro giorno ha parlato (vedi il Sole 24 ore del 2 luglio) un certo signor Dombrovskis, una nostra cara vecchia conoscenza che ha l’indiscusso merito di dire la verità. E qual è questa verità che i nostrani europeisti al cubo proprio non possono dirci? E’ che in autunno si comincerà a parlare di quando riattivare il famigerato Patto di Stabilità, le cui regole austeritarie sono state solo sospese durante il periodo più critico dell’epidemia (vedi la lunga citazione nella nota1). Se ne parlerà per riattivarle già nella primavera del 2021? Questo ancora non si sa, ma la spada di Damocle è già legata al soffitto. Così almeno ci dice il lettone Dombrovskis, che essendo il vice della signora Von der Leyen è di certo persona informata dei fatti.

Come si vede, dire che l’UE è totalmente irriformabile non è certo una frase estremista, ma solo la sobria constatazione della realtà delle cose, che a volte vanno solo osservate.

Le regole ordoliberali sono dunque destinate a tornare. Ma il governo tedesco non è folle. Ed a Berlino hanno un problema, che per nostra sfortuna si chiama Italia. L’Italia però non è la Grecia, e Merkel sa benissimo che un’uscita dell’Italia dall’eurozona sarebbe l’inizio della fine dell’euro, probabilmente della stessa Unione. E sarebbe perciò l’inizio di una stagione di guai proprio per la Germania.

Chiaro dunque come i governanti tedeschi non vogliano affatto lo strangolamento dell’Italia. Non per un’inesistente solidarietà europea, che ovviamente non esiste, ma per la salvaguardia del proprio stesso interesse. Detto en passant, questo particolare peso del nostro Paese nella presente congiuntura europea avrebbe dato – se opportunamente giocato – una straordinaria forza negoziale al governo Conte. Il quale però non se ne è avvalso, timorato com’è da ogni rischio di frizione con il padrone tedesco.

Lo strangolamento dell’Italia non è nei programmi di Berlino perché questo potrebbe portare, magari obtorto collo, alla nostra uscita dall’euro. Non sia mai!

Ma l’alternativa allo strangolamento non è meno micidiale per il nostro Paese. Il gioco tedesco consiste infatti nel tenere l’Italia con l’acqua alla gola. Che respiri, ma che non possa in alcun modo rialzare la testa. Tutte le scelte di questi anni, dalla “flessibilità” concessa a Renzi, alle procedure d’infrazione minacciate e poi ritirate, alle continue trattative in occasione delle ultime Leggi di bilancio, vanno in questa direzione. Da anni – almeno dal governo Monti – l’Italia è un paese di fatto commissariato, la cui classe politica va tutelata proprio perché servile, la cui economia deve galleggiare ma senza mai venir fuori dall’infinità stagnazione seguita alla recessione del 2008-2009.

Se tutto ciò era vero fino a ieri, a maggior ragione è vero di fronte agli enormi rischi dell’oggi. La linea italiana di Berlino è chiara, logica e senza vere alternative.

Cosa significa in concreto, oggi, l’applicazione di questa linea? La mia non può essere altro che un’ipotesi, ma penso che questa linea abbia già dato luogo ad un patto non scritto tra Conte e Merkel, tra il governo italiano e l’intera cupola eurista.

Un patto nel quale la Germania chiuderà un occhio sull’acquisto dei Btp da parte della Bce, mentre l’Italia accetterà l’intero pacchetto (ovviamente Mes incluso) che servirà appunto ad impacchettarla ben bene.

Le stesse vicende politiche nostrane, se lette alla luce di questo patto, diventano in effetti più comprensibili. All’attuale ceto politico-istituzionale galleggiare basta e avanza, e quel patto con la Germania gli consente appunto (almeno così credono) di stare a galla. Che poi questo ancestrale primum vivere della classe dirigente porti il Paese al disastro, a lorsignori importa davvero poco.

Ma il disastro è già reale per milioni di persone, e peggio ancora sarà nei prossimi mesi. Al gioco del dominio tedesco si dovrà rispondere con la mobilitazione e la lotta, con la determinazione a percorrere la via dell’Italexit.

In un’intervista al Corriere della Sera del 2 luglio, il premier olandese Mark Rutte, leader dei rigoristi del Nord, ha detto che l’Italia deve imparare a fare da sola. Bene, prendiamolo in parola. L’Italia può farcela: ad uscire dalla crisi, a venir fuori dalla gabbia europea. Avendo ben chiaro che il primo obiettivo sarebbe pura illusione senza il raggiungimento del secondo.

Non sarà certo una lotta facile. I processi di liberazione non lo sono mai. Intanto cerchiamo di avere chiaro qual è il gioco tedesco, che è poi quello della cupola eurocratica che vuol riportare l’Italia ad essere quella mera “espressione geografica” di cui scriveva il Metternich nel 1847.

*Leonardo Mazzei è membro del Cpt di Lucca

Nota

(1) Dombrovskis è tornato sul tema in un’intervista rilasciata ieri alla Corriere della Sera. E più chiaro di così non avrebbe potuto essere:

«Il Patto di stabilità non è sospeso. Abbiamo solo attivato la “General Escape Clause”, la clausola generale di fuga, che certo ha conseguenze importanti e infatti non stiamo indicando ai governi obiettivi di debito e di deficit. Ma questa clausola ha anche chiare condizioni di scadenza e si applica in caso di una severa contrazione dell’economia. Quando poi non saremo più in una fase di severa caduta dell’economia, abbiamo detto che l’avremmo disattivata. Non possiamo dire quando, data l’incertezza. Torneremo sul tema in autunno. Di recente lo European Fiscal Board ha suggerito che la clausola andrebbe rivista entro primavera prossima al più tardi».

Fonte: Liberiamo l’Italia