L’INFERNO E IL PARADISO DI GIORGIO CREMASCHI – di Leonardo Mazzei

Emergenza sì, emergenza no. Su MicroMega Giorgio Cremaschi ha detto la sua. Qui diremo invece la nostra.

Cremaschi prova a dare un colpo al cerchio (no alla proroga governativa dello stato d’emergenza) ed uno alla botte, scagliandosi contro i cosiddetti “negazionisti”. Per l’ex sindacalista della Cgil il vero problema sono però questi ultimi, semplicemente da “mandare all’inferno”. Viceversa, con i decisori dello stato d’emergenza si deve certo discutere, ma in maniera amabile e rispettosa, come si conviene a chi è destinato al paradiso.

Le argomentazioni di Cremaschi non mi convincono neanche un po’. Le comprendo e le rispetto, ma fanno acqua da tutte le parti, portando altro fieno in cascina a quel blocco dominante che sicuramente egli crede di combattere.

Per farla breve proverò a sintetizzare in cinque titoli i tragici errori del leader di “Potere al popolo”. Questi titoli sono: negazionismo, libertà e liberismo, emergenza ed emergenzialismo, democrazia e tecnocrazia, lavoro e popolo.

Negazionismo

Questa parola, che il Nostro utilizza a iosa, andrebbe semplicemente abolita. Essa sta infatti a significare l’esistenza di una verità assoluta che non ammette una discussione razionale. Una “verità” che, in maniera assolutamente analoga alle religioni, ha i suoi dogmi, i suoi riti, i sui sacerdoti.

Questa religione laica del “politicamente corretto” è micidiale. Chi vi aderisce, anche solo lateralmente come Cremaschi, finisce nei fatti per esserne assorbito. Chi non vi aderisce deve essere invece ostracizzato a colpi di scomuniche, ingiurie e falsità. Nello specifico la verità è quella della narrazione ufficiale sull’epidemia, sulla sua portata, sulle misure più idonee a combatterla. Verità alla quale, in tutta evidenza, l’ex sindacalista aderisce senza dubbio alcuno.

Ora, l’epidemia è certo una realtà che nessuno – di sicuro non il sottoscritto – nega. Ma come si fa a non vedere la sua drammatizzazione, il suo utilizzo da parte del blocco dominante, in Italia come nel resto del mondo? Cremaschi si sceglie i facili bersagli di Trump, Bolsonaro e Salvini proprio per non dover discutere questa decisiva questione. Eppure gli effetti sociali, economici, politici e financo psicologici del panico diffuso a piene mani dai dominanti è sotto gli occhi di tutti.

E la volontà di continuare ad utilizzare l’arma della paura non potrebbe essere più chiara. Alla “riapertura” di maggio si disse che i contagi avrebbero ripreso a salire alla grande. Oggi, dopo quasi tre mesi di allarmi quotidiani sulla movida, le feste dei tifosi e le spiagge affollate, questa risalita non c’è. Bene, cioè malissimo, come si risponde a questo dato di fatto? Semplice, dicendo che ciò che non è ancora accaduto, accadrà di sicuro tra un po’… E’ questa, in fondo, la giustificazione governativa dello stato d’emergenza. Un modo di ragionare adottato però anche dal Nostro, che così si pronuncia: «Io non so fino a che punto ci sia il rischio e fino a che punto lo strumento (la mascherina, ndr) contro di esso sia efficace, ma nel dubbio agisco come se lo fosse». E’ chiaro come qui la mascherina (da portare ovunque e per sempre?) è solo un simbolo ed un pretesto. L’obiettivo è solo quello di aderire, magari andando pure oltre, a tutte le norme di distanziamento. Il dubbio è dunque bandito, di un sereno dibattito neanche a parlare. Tutta roba da “negazionisti”… Ne ha fatta di strada l’autoritarismo tecnocratico che si è imposto col Covid!

Libertà e liberismo

Per Cremaschi, chi parla di libertà di fronte al virus è solo un liberista che vuol fare i suoi porci comodi. Ora, lasciare il tema della libertà nelle pessime mani della destra, non mi pare esattamente una grande idea per chi vorrebbe rappresentare la sinistra, per giunta “radicale”.

Che in questi mesi siano state cancellate per decreto, anzi per dpcm, le principali libertà democratiche e costituzionali è un banale dato di fatto che nessuno dovrebbe ignorare. Un precedente foriero di uno slittamento progressivo verso una società integralmente ademocratica. Chi lo denuncia è un liberista? Suvvia, siamo seri.

A me pare che la parte maggioritaria del blocco dominante, globalista e neoliberista, si sia schierata con il lockdown, con la narrazione emergenzialista, in una parola con quella politica del terrore con la quale si mira ad un controllo sociale totalitario. La punta di quel blocco sta di fatto nelle grandi multinazionali dell’informatica e del web – i veri giganti dell’economia del XXI secolo – che aspirano ad una società sempre più atomizzata. Potenze che da queste scelte hanno peraltro già tratto un utile concreto. Chi sta allora con i liberisti, noi o Cremaschi?

Emergenza ed emergenzialismo

Nel suo articolo, il Nostro vorrebbe schierarsi contro la proroga dello stato d’emergenza, pur facendo intendere ad ogni riga che il problema è solo chi della portata di quell’emergenza vorrebbe almeno discutere. Ma si può? Il virus esiste, l’epidemia su scala planetaria pure, ma in Italia non c’è oggi nessuna emergenza.

Ci vorrebbe tanto a dire almeno questo? Evidentemente sì, perché Cremaschi proprio non ci riesce. Ma come si fa a contrastare le scelte del governo se non se ne contesta la narrazione emergenzialista? Il mistero resta fitto.

Il fatto che il coronavirus circoli, come si usa dire, è sufficiente a parlare di emergenza? Ma non scherziamo. Tanti sono i virus pericolosi che circolano, eppure non gliene frega niente a nessuno. Tutt’oggi, anche in questo strano 2020, nel mondo si continua a morire più per Aids (che dal 1982 ha provocato 35 milioni di morti) che per il Covid. Limitandoci all’Italia, le vittime ufficiali dell’attuale epidemia sono 35mila, ma nel 2015 un’influenza particolarmente aggressiva provocò un eccesso di mortalità di 49mila unità documentato dall’Istat. Com’è che allora non se ne parlò proprio, mentre adesso – con cifre inferiori – non riusciamo a parlar d’altro?

E’ fondato o no un richiamo alla razionalità, od anche semplicemente ad un equilibrato senso della misura? Ai lettori la non ardua sentenza.

Democrazia e tecnocrazia

Tentando un’improbabile quadratura del cerchio, Cremaschi cerca di sposare l’adesione all’emergenzialismo con la difesa della democrazia. Scrive a tal proposito:

«Bisogna contare sulla democrazia, sulla responsabilità e sulla partecipazione delle persone, non sulla loro deresponsabilizzazione con lo stato di emergenza, che colpisce libertà e diritti necessari anche a combattere la pandemia e che rappresenta un pericoloso precedente sul piano della stessa conservazione dei principi costituzionali».

Sia pure col chiodo fisso della pandemia, queste parole sarebbero di per sé condivisibili, se non fossero inserite in un discorso più generale tutto teso a sparare contro il “negazionismo”, senza mai una parola contro l’operazione totalitaria messa in atto dalle èlite dominanti. Chi scrive pensa tutto il peggio possibile di Salvini, ma al governo ci sono altri, per la precisione gli “antinegazionisti” del Pd e dei Cinque Stelle. I Dpcm li scrive Conte, non il buffone del Papeete. Eppure tutti gli strali di Cremaschi sono diretti al secondo, mentre il borioso capo del governo non viene nominato neppure di striscio.

Ora, se in politica non si ha chiaro qual è il nemico principale, non può darsi politica alcuna. Lo stato comatoso di “Potere al popolo” è lì a dimostrarlo. Il pericolo per la democrazia oggi non viene da Salvini, ma da un blocco dominante – politicamente imperniato sul Pd – pronto a tutto pur di non mollare la presa. Un nostrano blocco oligarchico che ha colto l’occasione, come altri nel mondo, per avviare il passaggio verso un governo tecnocratico sempre più ademocratico.

Su questa questione della tecnocrazia l’ex sindacalista tace. Eppure le cronache ce ne parlano ogni dì: Comitato tecnico scientifico, task force per tutti i gusti, un mondo appeso al parere di esperti peraltro divisi tra loro. In questo modo la democrazia è di fatto sospesa, almeno nella sostanza. In quanto alla forma lo stato d’emergenza è lì giusto per chiudere il cerchio.

Quel che Cremaschi proprio non vuol vedere è che i tecnici di oggi sono l’equivalente degli economisti bocconiani dell’epoca di Monti. Sia pure in campi diversi, il loro messaggio è identico: noi élite sappiamo come stanno le cose, voi popolo dovete solo darci retta. Se non si contrasta questa deriva, se non si denuncia l’utilizzo strumentale dell’epidemia da parte del blocco dominante, inutile poi lamentarsi (come ci è capitato di leggere in un patetico documento del Prc) se anche i propri aderenti finiscono per essere ammaliati dal governo Conte… 

Lavoro e popolo

Cremaschi conosce come noi il dramma sociale prodotto dall’onda lunga del lockdown: disoccupazione alle stelle, cassa integrazione misera e che non arriva, impoverimento di milioni di famiglie. Ma siccome è il leader riconosciuto di una formazione che si chiama “Potere al popolo”, vogliamo sperare che in quel popolo includa anche i milioni di lavoratori autonomi messi in ginocchio dalla crisi.

Di tutto ciò nell’articolo in oggetto non si parla. L’unica emergenza sembrerebbe quella sanitaria. E’ qui che non ci siamo proprio. Noi non neghiamo affatto che un’emergenza sanitaria ci sia stata, né possiamo escludere che un simile problema possa riproporsi. Ma di fronte al disastro in atto pensiamo di cavarcela semplicemente con un “basta la salute”? Forse che la salute di milioni di persone non è minacciata proprio dalla perdita del posto di lavoro e del reddito, dalla precarizzazione e dall’impoverimento crescente?

Forse che la salute di tanti non ha subito danni proprio per il confinamento? Nel periodo del lockdown le persone più spaventate non andavano al pronto soccorso per il timore del contagio e così i morti per infarto sono triplicati, mentre gli stessi medici parlano di 600mila operazioni chirurgiche rinviate con una stima di 20mila morti aggiuntivi. E potremmo continuare con i danni ai bambini ed ai ragazzi prodotti con la chiusura delle scuole, con le persone (purtroppo tante) che ancora non escono di casa per la paura.

D’accordo, ammettiamo pure che ognuno di questi aspetti abbia il suo rovescio della medaglia, Ma questo avrebbe dovuto significare solo una cosa, la necessità di una discussione e di decisioni razionali che tenessero conto di tutti questi aspetti. Questo avrebbe richiesto una politica degna di questo nome, questo avrebbero richiesto gli interessi ed il bene del popolo. Non lo si è fatto, non lo si è voluto fare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma pure Cremaschi non ha nulla da obiettare.

Insieme ai problemi sanitari andavano (e vanno) considerati i problemi economici, quelli sociali e quelli che – giusto per intenderci – definiamo “umani”. Certo, adesso qualcuno ci dirà che la strada percorsa era obbligata. Ma è così?

Nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare della Svezia, quasi fosse un paese governato da una banda di delinquenti senza cuore. Come noto la Svezia ha adottato un modello opposto a quello italiano, scelta che secondo molti avrebbe prodotto un disastro sanitario senza precedenti a fronte di risultati economici peraltro modesti. Oggi sappiamo invece che l’economia svedese è quella che va di gran lunga meglio in Europa, mentre la curva del contagio è più bassa che in altri paesi e la mortalità è ad oggi a 568 vittime su 1 milione di abitanti, inferiore a quella dell’Italia (582), della Gran Bretagna (680), del Belgio (849).

Da questi dati ognuno può trarre la lezione che vuole, ma certo ci dicono come le strategie anti-Covid non sono certo obbligate come invece si vorrebbe far credere. E ci dicono pure di quanto sia folle voler continuare con scelte tipo la didattica a distanza, anche se non più in forma generalizzata, o lo smart working.

Immaginatevi voi, giusto per fare un esempio, quanto possa esser felice un disoccupato che non riceve la cassa integrazione e che si sente (non) rispondere da un impiegato dell’Inps in “lavoro da casa”! Quest’ultimo non ha personalmente colpa alcuna, ma come si fa a non capire che questa è la plastica raffigurazione di quella spaccatura tra “garantiti” e “non garantiti” su cui si basa l’attuale sistema di dominio? Almeno questo il sindacalista Cremaschi dovrebbe capirlo, ma una sua parola contro la prosecuzione dell’atomizzante smart working non l’abbiamo letta.

Egli ci parla del lavoro solo per criticare le fabbriche aperte a marzo a Brescia e Bergamo. Critica giusta, ma insufficiente. Era proprio necessario passare dalla (mancata) chiusura della Val Seriana a quella dell’intero Paese? Ecco, questa domanda banale e necessaria – quantomeno per non ripetere l’errore – pare semplicemente improponibile per chi vede solo il fantasma del “negazionismo”.

Ma il lavoro, questa è l’incredibile omissione, non serve solo a Confindustria. E’ su di esso che si regge l’intera società. Averne minato le basi non è un dispetto ai padroni del vapore, bensì un crimine contro gli strati più deboli e più precari del popolo lavoratore. Come si possa non vedere questa enormità è davvero difficile a capirsi. Cremaschi manda all’inferno i “negazionisti”, ma le scelte che egli evidentemente condivide con chi risiede da sempre in paradiso, l’inferno l’hanno creato per milioni di persone. Che, ci auguriamo, non se ne dimenticheranno tanto facilmente.

Ad ogni modo nessuna meraviglia. Questo è quel che esprime la sinistra sinistrata in epoca di Covid. Stava già male prima, sta ancora peggio adesso. Almeno qualche volta potrebbero chiedersi il perché.

Fonte: Liberiamo l’Italia