MARCO RIZZO, ANTONIO GRAMSCI, XI JINPING di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

Sono maturi i tempi per un Nuovo Socialismo Italiano?

Ernst Nolte, allievo di Heidegger, lesse la storia del Novecento come una guerra civile europea tra il Nuovo Ordine tedesco hitleriano e il bolscevismo sovietico. Fu, quella del Nolte, una falsificazione storica e storiografica, un autentico caso di negazionismo italianofobo. Fu l’Italia, infatti, il teatro strategico più avanzato del grande scontro ideocratico del Novecento, quello che si svolse tra americanismo, fascismo, comunismo. Il Partito comunista italiano ed anche talune frazioni del “partito armato” (Giorgio Galli), pur non realizzando la loro agognata  “conquista del Palazzo d’Inverno”, seppero fornire, nel tardo Novecento, un prassismo comunista di gran lunga più avanzato e moderno di quello sovietico, cinese, cubano. Tra gli epigoni di tali ideocrazie sembra essere rimasto ben poco, in Italia. Ci occupiamo ora del pensiero di Rizzo e del Partito comunista (che abbiamo conosciuto direttamente agli inizi della nuova avventura rizziana, apprezzandone taluni lati, rifuggendo però il dogmatismo settario staliniano di fondo), rimandando eventualmente a un altro scritto seguente un tentativo di analisi del mondo missino e postmissino.

Il peccato originale dell’operaismo

Secondo la frazione dell’operaismo, il gramscismo altro non sarebbe stato che una manifestazione di “idealismo borghese”, ai limiti dell’anticomunismo. Da una parte, gli operaisti prima, autonomi poi, prendendo di mira Antonio Gramsci, volevano prendere le distanze dal Pci togliattiano, che di fatto storicizzò la forma partito di estrazione gramsciana, dall’altro volevano effettivamente mettere il dito nella piaga: l’abbandono gramsciano del materialismo deterministico e dell’economicismo. Conseguivano da questo abbandono, nel nuovo parto cesareo del Gramsci, tre elementi fondamentali: 1) il nuovo concetto di società civile; 2) l’interpretazione della rivoluzione socialista come “riforma intellettuale e morale”; 3) infine la guerra di posizione sostituita alla guerra di movimento. E’ fondamentale, per la comprensione del comunismo gramsciano, tenere sempre presente tale connessione di pensieri. La guerra di posizione trovava la sua logica nel fatto che in Italia, paese occidentale più avanzato e maturo rispetto alla Russia assolutista e zarista in cui i leninisti assaltarono il Palazzo e ciò bastò loro per la conquista del potere, dietro la “trincea avanzata” dello Stato stava e sta tuttora “una robusta catena di fortezze e casematte” (la società civile con le sue elite egemoni). In conseguenza dei maggiori ostacoli che doveva superare, la rivoluzione nel pieno senso gramsciano poteva perciò concretizzarsi in Europa solo nel suo aspetto più profondo di “riforma intellettuale e morale”. L’Italia, nella strategia di Gramsci, era certamente il polo assoluto dello scontro ideocratico, il Partito il moderno Principe che assegnava la priorità al momento etico e pedagogico su quello economicistico e operaistico. Significativa era infatti, nella filosofia della praxis del Gramsci, la difesa dell’idealismo gnoseologico contro le critiche mosse in nome del “senso comune”, in base all’osservazione del fatto che la credenza nell’oggettività del mondo esterno materiale fosse di origine mitologico-religiosa e trascendente, “perché per secoli si è creduto che il mondo è stato creato da Dio prima dell’uomo e l’uomo ha già trovato il mondo creato e catalogato, definito una volta per tutte, questa credenza diventa un dato del “senso comune” anche quando il sentimento religioso è spento…” (“Lettera a Tania”, 19 marzo 1927). Siamo evidentemente molti lontani dalla tradizione materialista e oggettivista marxista e se al Rizzo non aggrada annoverare l’idealismo italiano come il cuore della praxis gramsciana(1), dovremmo allora rimandare alla gnoseologia di Bogdanov, l’antagonista che Lenin ha di mira in Materialismo ed empiriocriticismo. E’ d’altro canto un fatto che Gramsci cercasse il Lenin filosofo nella prassi, nell’azione storica più che nei “Quaderni Filosofici” o nel summenzionato scritto: si sente in diritto di farlo in quanto la filosofia è gramscianamente storia, “filosofia implicita”. L’idealismo storicistico e volontaristico gramsciano è l’elemento di mediazione e comprensione della “filosofia implicita” leninista; il Gramsci maturo che individua in Lenin il prassista che attua il concetto di Egemonia è il medesimo Gramsci che scriveva nel 1917, contro l’ortodossimo settario marxista, La rivoluzione contro il Capitale. Gramsci però, operando e teorizzando in un Paese economicisticamente più maturo di quello russo, supera il leninismo sul piano strategico, con il concetto del mito dell’antifascismo. Quest’ultimo concetto strategico consentiva infatti al comunismo italiano, dal 1943 in avanti, di guidare il fronte della resistenza al “nazifascismo” prima, all’ “imperialismo americano” in seguito, sperimentando una inedita e nuova collaborazione tattica con un fronte democratico-borghese considerato “progressivo”. Il comunismo italiano, di estrazione gramsciana, finiva anche per superare lo stesso oggettivismo deterministico marxista, in storicista continuità con il democraticismo plebeo e borghese machiavelliano e robespierriano. L’idealismo gramsciano, basato sulla tattica di autonomia del politico, non impregnò solo il Pci togliattiano ma anche le frazioni più politiche del “partito armato” italiano, escludendo ovviamente lo spontaneismo anarcoide dell’Autonomia e del contropotere operaistico diffuso.

Rizzo: tra antigramscismo e “Cina socialista”

Nonostante il richiamo formale alla figura eroica e rivoluzionaria di Antonio Gramsci, nell’universo ideologico del Partito comunista di Rizzo il sardo fa la classica figura dell’ospite incompreso. Rizzo è infatti passato, negli anni recenti, dalla condanna del Pci togliattiano quale classica forma di “revisionismo socialdemocratico” alla aperta esaltazione dell’avventurismo secchiano, il cui intero entourage – a iniziare da quel Giulio Seniga che diventò la figura centrale del progetto secchiano – sarebbe stato in stretti contatti con l’intelligence angloamericana in occasione dei tentati omicidi di Togliatti, come emerge da documentazione d’archivio esibita ne “Le menti del doppio stato” (Fasanella-Cerechino, Chiarelettere editore 2020), su cui è pur lecito avanzare dubbi ma che andrebbe comunque tenuta in considerazione. Il balzo in avanti di Rizzo, svolta assai recente, è costituito però dalla presa di coscienza della centralità del nodo geopolitico in vista dell’affermazione epocale di una nuova civilizzazione non liberista, non capitalista e di transizione al socialismo o comunque al multipolarismo. In una ottima intervista rilasciata il 28 Novembre 2020 al “Corriere della Sera”, Rizzo ha risposto al probabile livore sinofobo e americanista dell’intervistatrice, rivendicando una sorta di “sovranismo socialista” italiano post-occidentale: “Sono italiano. La prima cosa per me è difendere i lavoratori. Credo che si possa commerciare con la Cina come lo si fa con gli stati europei, con la Russia, con gli Stati Uniti”. Un superamento dell’eccessivo identitarismo primordiale che ha caratterizzato sino a ora il Partito comunista potrebbe portare da un lato ad una seria riscoperta della filosofia idealistica di Gramsci, dall’altro ad una alleanza sempre più esplicita tra il Partito di Rizzo e quello di Xi Jinping. Dalla Cina è stata infatti richiesta al segretario comunista italiano la recensione del terzo volume del presidente Xi Jinping, Governare la Cina. L’epoca multipolare prevede il “socialismo con caratteristiche cinesi” in posizione di Egemonia, ai fini di una giustizia sociale confuciana globalizzata; il Rizzo, studiando attentamente la storia del Pcc, avrà modo di conoscere il profondo idealismo taoista e legista della frazione Mao Zedong e il profondo idealismo confuciano della frazione Deng-Xi Jinping come avrà modo di rendersi conto che per la maggior parte dei pensatori – patrioti han per i quali l’antioccidentalismo e l’antimperialismo viene prima di ogni altra considerazione – del Pcc il comunismo non è una invenzione di Marx ma dell’antico filosofo confuciano Mencio. Senza contraddizione non v’è dialettica, scrisse Mao, ma ridando sostanza, tramite il formalismo materialista, all’antica filosofia spiritualista cinese che vedeva nel conflitto il motore dell’eterno divenire. Senza Armonia Sociale non v’è né potrà esservi Socialismo Cinese, diranno i denghisti, rivitalizzando l’antico Confucianesimo.

E’ forse arrivato il momento storico in cui si possa finalmente legittimare un “socialismo con caratteristiche italiane” che non rinneghi, nella sostanza, il profondo idealismo gramsciano e una certa eredità volontarista risorgimentalista che già il PCI tentò di recuperare; che avvii, in definitiva, una rottura di paradigma e una autentica svolta teorica, in nome e per conto della Praxis. Oltre un materialismo e un economicismo che hanno annacquato e forse anche de-realizzato il percorso naturale del socialismo eurocentrista e occidentale novecentesco, i cui epigoni, oggi, sono guarda caso i massimi propagandisti del Sionismo imperialista globalista di Biden/Harris e del Clash of Civilitation (scontro di civiltà) islamofobo. Altra storia è rappresentata dal maoismo o dal “socialismo con caratteristiche cinesi” di Deng e di Xi Jinping. Marco Rizzo, massimamente accreditato presso il Pcc, ha una grande responsabilità teorica e storica: a lui spetterebbe il compito di ridisegnare una strategia di socialismo europeo, non più unilateralmente economicista e materialista, sul modello di Pechino, oltre che quello di sbugiardare le varie mendacità americaniste e sioniste come quella, eclatante, che ora sembra aver preso di mira il neo-confuciano Sistema di Credito Sociale.

NOTE

1)     Cfr. Roma 17-18-19 gennaio 2014. “Terzo documento politico congressuale del Partito comunista”: L’insegnamento di Gramsci oggi (Marco Rizzo)