SCHUMPETER E LA “DISTRUZIONE CREATRICE”

Con l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi torna di moda Schumpeter, considerato l’economista di riferimento del nuovo Presidente del Consiglio. C’è di vero, in questa considerazione, che Draghi condivide l’idea principale  dell’economista tedesco, la cosiddetta “distruzione creatrice”. Pubblichiamo di seguito una scheda che aiuta il lettore a capire in cosa questa “distruzione” consista e perché Schumpeter la considerava la molla decisiva che muove lo sviluppo capitalistico. Il nostro spiega la sua scoperta nel testo del 1912 Teoria dello sviluppo economico. Concetto, quello di “distruzione creatrice”, oggigiorno più attuale che mai, visto che le élite mondialiste concepiscono il “Grande Reset” come un devastante passaggio da un  modo d’essere del capitalismo ad un altro — passaggio il quale, non lo nascondono, lascerà sul campo, assieme a quelli che chiamano “settori zombi”, centinaia di milioni di posti di lavoro.

Il lettore si chiederà se Schumpeter sia classificabile come “neoliberista”. Se per neoliberismo intendiamo la corrente dei Milton Friedman e dei Von Hayek la risposta è no. Il nostro è certo un liberista, se per liberismo s’intende la teoria per cui capitalismo e mercato riescono sempre a superare ogni crisi ritrovando un equilibrio più avanzato.

C’è da dire, tuttavia, che la “Grande depressione” mondiale del 1929 e le recessioni successive degli anni ’30 faranno cambiare idea a Schumpeter, spingendolo a riconsiderare la sua teoria. Parliamo del testo del 1942 Capitalismo, socialismo e democrazia. Il nostro, dopo aver sostanzialmente fatto sua la teoria delle “onde lunghe” del russo Nikolai Kondratiev — l’economia capitalistica vive cicli lunghi di circa  cinquanta anni composti di cicli di recessioni e ripresa più brevi — in Capitalismo, socialismo e democrazia recupera la principale profezia di Karl Marx, quella per cui il capitalismo è destinato al declino e ad essere rimpiazzato dal socialismo. Conclusione alla quale era giunto nel 1931 lo stesso J. M. Keynes nel noto paphlet Prospettive economiche per i nostri nipoti.

Proprio la conclusione che condividiamo noi e che farà venire l’orticaria al Prof. Mario Draghi.

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La vita

Joseph Schumpeter nasce nel 1883 in Moravia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da una famiglia di origine tedesca. Dalla Moravia la famiglia si trasferisce in Austria dove Joseph studia diritto ed economia e consegue un dottorato nel 1906 presso l’Università di Vienna. Pochi anni dopo inizia la carriera accademica, che lo porterà ad insegnare prima presso l’Università di Graz, poi presso quella di Bonn e, infine, presso quella di Harvard. L’insegnamento viene interrotto solo per un quinquennio, dal 1919 al 1924, nel corso del quale Schumpeter viene prima nominato ministro delle finanze della giovane Repubblica Austriaca e poi presidente di un istituto bancario. Schumpeter muore negli Stati Uniti nel 1950. Le sue opere di maggiore rilevanza sono la Teoria dello Sviluppo Economico (1912) e Capitalismo, Socialismo, Democrazia (1942).

Le idee

Il principale contributo di Schumpeter alla teoria economica è quello di aver spiegato i meccanismi che rendono il capitalismo un sistema intrinsecamente dinamico ed in continua evoluzione.

La teoria economica prima di Schumpeter descrive le economie di mercato come dei sistemi essenzialmente statici in cui le imprese producono sempre gli stessi beni ed utilizzano sempre le stesse tecnologie produttive. In questo schema, la concorrenza per la conquista di nuovi clienti si svolge essenzialmente sul fronte dei prezzi. La concorrenza è una battaglia tra imprese combattuta esclusivamente a colpi di ribassi sui prezzi.

Il mondo reale però è molto diverso da questa costruzione teorica. Nel mondo reale, osserva Schumpeter, le imprese non producono sempre gli stessi beni con tecniche immutate ma introducono di tanto in tanto nuovi prodotti, migliorano la qualità dei prodotti preesistenti, adottano nuove tecnologie produttive come pure nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Anzi, l’introduzione di prodotti innovativi oppure di processi produttivi più efficienti rappresentano proprio gli strumenti più usati dalle imprese per farsi concorrenza. I clienti non si conquistano solamente con prezzi più bassi ma, soprattutto, si conquistano sfornando beni più appetibili e sviluppando tecniche di vendita più sofisticate. Insomma, l’interpretazione tradizionale della concorrenza basata solo sul prezzo non rappresenta per Schumpeter una descrizione soddisfacente di quello che accade nel mondo concreto degli affari. In questo mondo, gli imprenditori non combattono solo con i prezzi ma anche con altre armi come l’innovazione ed il marketing.

Il termine solitamente usato per sintetizzare la visione del capitalismo di Schumpeter è quello di Distruzione Creatrice. Al centro di questa visione si staglia la figura dell’imprenditore. L’imprenditore è colui che rischia sia risorse proprie sia risorse prese in prestito per investire in innovazione. L’innovazione, a sua volta, assume forme diverse. In alcuni casi, si tratta dell’introduzione di un prodotto a cui nessun altro imprenditore ha pensato prima. In altri casi, invece, consiste nell’introduzione di macchine e di tecniche produttive che abbattono i costi di produzione. Altre volte ancora, l’innovazione consiste nell’adottare nuove forme di organizzazione del lavoro che permettono di reagire con maggiore prontezza ai mutamenti del mercato.

Quando lo sforzo di innovazione è coronato da successo allora si può affermare che l’imprenditore ha modificato lo scenario economico, ha fatto sorgere un nuovo mercato oppure ha introdotto un nuovo metodo di produzione. Questo è il lato creativo dell’innovazione. Ma se questa creazione genera profitto per chi ne è stato l’artefice, è anche vero che essa genera perdite per coloro che ne subiscono le conseguenze negative. Si tratta degli imprenditori le cui merci e tecniche sono soppiantate dai nuovi prodotti e dai nuovi metodi di produzione, le loro imprese sono destinate al declino ed alla chiusura. Questo è il lato distruttivo dell’innovazione.

Un corollario della teoria della distruzione creatrice è la critica di Schumpeter agli schemi tradizionalmente usati per giudicare se un settore sia concorrenziale o meno. In base a questi schemi, la concorrenzialità di un settore dipende esclusivamente dal numero di imprese che vi operano. Se queste imprese sono numerose il settore è molto concorrenziale, se invece sono poco numerose il settore è poco concorrenziale. Al limite, se esiste una sola impresa, siamo agli antipodi della concorrenza dato che il settore è in monopolio.

Per Schumpeter, tuttavia, il grado di concorrenzialità di un settore non può essere identificato e misurato solo sulla base del numero di operatori. Anche un robusto monopolista, infatti, potrebbe essere destinato ad un improvviso ed imprevisto declino se un innovatore insidia la sua posizione. In breve, Schumpeter sostiene che oltre alla concorrenza effettiva occorre anche tener conto della concorrenza potenziale da parte di nuovi soggetti che potrebbero irrompere con nuovi prodotti o con nuove tecniche. In questo contesto, anche un’impresa che appare in una solida posizione di forza deve comportarsi come se avesse dei concorrenti e tentare di prevenire le mosse dei potenziali concorrenti futuri. Un valido metodo di prevenzione consiste proprio nell’anticipare le innovazioni altrui cosicché la spinta innovativa dei monopolisti potrebbe essere uguale se non maggiore rispetto a quella delle imprese più esposte alle pressioni competitive.

La distruzione creatrice è il meccanismo primario che governa l’evoluzione dei sistemi capitalistici. Per Schumpeter, le guerre, le rivoluzioni e, più in generale, i fattori esogeni di ordine sociale, politico, demografico etc. possono essere causa di mutamento economico. Ma si tratta comunque di fattori che hanno una rilevanza secondaria rispetto alla distruzione creatrice stimolata dalla ricerca di profitto. E’ come se il capitalismo, per sua stessa costituzione, disponesse di un meccanismo endogeno di rinnovamento.

Questo meccanismo di rinnovamento, però, non agisce con la stessa efficienza e la stessa velocità in tutti sistemi economici concreti. In alcune economie, infatti, le innovazioni vengono introdotte più velocemente mentre in altre più lentamente. E’ pertanto compito degli economisti scoprire quali sono i fattori responsabili di queste differenti dinamiche ed, in definitiva, spiegare che cosa decreta il successo o l’insuccesso di un paese sul piano dello sviluppo economico.

La risposta che Schumpeter fornisce a questo interrogativo è soprattutto basata sul ruolo delle banche e della finanza privata. Per Schumpeter, la finanza e le banche private svolgono un compito essenziale nel convogliare le risorse dell’economia nella direzione di investimenti destinati a produrre innovazione. Esse, infatti, da un lato consentono di mobilitare il capitale necessario per innovazioni particolarmente costose e, dall’altro, sono in grado di giudicare meglio di un qualsiasi funzionario pubblico se una certa idea imprenditoriale meriti di essere finanziata o meno.

Il tasso di sviluppo economico di un paese è dunque direttamente legato al buon funzionamento del settore finanziario e creditizio.

L’eccezionale dinamica tecnologica degli ultimi venti anni offre un’incredibile serie di esempi che confermano l’analisi di Schumpeter. E nelle università, nei corsi introduttivi di economia, non manca mai un accenno al videoregistratore sconfitto dal dvd ed alle vecchie pellicole fotografiche spazzate via dai sensori ottici digitali.

Spesso però non si riflette abbastanza sulle conseguenze ultime di queste piccole storie di vincitori e di vinti. Il vincitore non è il sensore ottico ma le imprese e le persone che lo producono ed il perdente non è la pellicola fotografica ma tutti coloro che partecipavano alla vecchia filiera della fotografia, dai produttori di pellicole ai piccoli negozi in cui veniva fatto lo sviluppo. Nel corso degli ultimi 5-10 anni, ad esempio, sono stati chiusi quasi tutti gli stabilimenti che producevano pellicole e numerose persone hanno perso il loro posto di lavoro. Si tratta dell’aspetto più drammatico della distruzione creatrice.

La capacità di descrivere la dinamica capitalistica in modo così convincente ha reso Schumpeter molto popolare all’interno della professione economica negli ultimi due decenni. La moderna teoria della crescita deve molto alla sua eredità intellettuale. In particolare, gli economisti moderni danno ormai per acquisito che la crescita del benessere nelle economie avanzate sia frutto della capacità innovativa delle imprese. Gli schemi usati da buona parte della moderna teoria della crescita non sono altro che gli originari schemi di Schumpeter integrati ed arricchiti per tener conto del fatto che, in ultima analisi, la capacità innovativa è guidata dall’obiettivo del profitto ma non può realizzarsi senza lo sviluppo delle conoscenze scientifiche di base e senza il buon funzionamento delle leggi e delle istituzioni.

* Fonte: FEduF




LA DISTRUZIONE NON SARÀ CREATIVA di Moreno Pasquinelli

Lo spettacolo è osceno. Mai s’erano visti tanta piaggeria e tanto servilismo. Non parliamo solo di quella rimpatriata di sbandati politici che gli voteranno la fiducia. Per quanto sia un antico male italiano quello della cortigianeria degli intellettuali, è disarmante vedere fino a che punto si sta spingendo il loro livello di depravazione morale. Un riluttante patriarca ortodosso ebbe a dire all’imperatore bizantino “ti adoro ma non ti venero”.  Draghi è non solo adorato, ma venerato come uomo della Provvidenza. Verrà presto, per tutti questi ruffiani, il momento in cui scopriranno che la Provvidenza non lavora per loro, ma contro di loro.

Passando dal cielo alla terra, il punto di massima forza politica del grande blocco che sostiene Draghi corrisponde al punto di massima debolezza. Quale sia ce lo indica Wolfgang Münchau: “La sua nomina è comunque una scommessa alta —semplicemente perché, se fallisce, non esiste un Piano B”.

E’ proprio così, Mario Draghi è, per i dominanti, l’ultima chance per provare a raddrizzare quel legno storto che è l’Italia, incatenarla al vincolo esterno e allinearlo finalmente agli standard eurocratici e liberisti. Una missione che Draghi non potrà certo portare a compimento, ma che deve impostare come processo irreversibile. Che abbia successo non dipende evidentemente solo dalle sue mosse, ma dalla combinazione di molteplici fattori che non sono nella sua disponibilità. In quanto convinto assertore del Grande Reset, sa bene che, affinché la sua missione vada a buon fine, deve avere dalla sua una veloce ripresa economica dell’intero Occidente e un quadro geopolitico favorevole. Due condizioni altamente improbabili.

Probabile è che accada che la distruzione Non sia creativa, bensì catastrofica.

Per il momento i dominanti segnano tuttavia un punto a loro favore. Draghi e l’accozzaglia che lo sostiene hanno il vento in poppa. Inutile per le minoritarie forze d’opposizione ingaggiare una battaglia frontale. “Ritirarsi quando il nemico avanza, attaccarlo quando esso indietreggia, disturbarlo quando si riposa”.

Noi abbiamo evocato la costituzione di un Fronte del Rifiuto, lo ribadiamo, ammonendo che per adesso dobbiamo ritirarci, evitando sia azioni velleitarie sia una ritirata disordinata, provando quindi a consolidare le nostre posizioni in attesa che il vento cambi direzione.

“Quando la notte è più buia, l’alba è più vicina”.