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RESOCONTO DELLA ASSEMBLEA NAZIONALE DEL COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE (30 gennaio) di Giancarlo D’Andrea*

Coordinamento democrazia costituzionale.



Speriamo che la saggezza prevalga.
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COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, svoltasi [foto sopra]

P.101 eravamo tra i più giovani! E’ stato impressionante notare la totale assenza di giovani , forse al massimo erano infatti presenti 3 o 4 under 35 …..la gioventù non frequenta quell’ambiente.

Il secondo dato che balzava agli occhi era la presenza di una sala di circa 150 persone, di tutto il ceto politico fuori dal PD: da Grandi a Ferrero, passando per Falomi, Cremaschi, Russo , Russo Spena, Di Pietro, e poi presidente ANPI, , Vincenzo Vita, Cesare Salvi, la Boccia, ecc..

Insomma una grande rimpatriata di gran parte del Ceto politico fuori dal PD.

Grandi ha introdotto lanciando un appello alla costituzione dei Comitati Territoriali e alla necessità di una grande rete inclusiva nazionale fortemente coordinata per reggere il livello dello scontro imposto da Renzi : l’impressione che ho avuto è che il ceto politico riunito tema fortemente di essere individuato come “la Conservazione” contro “l’innovazione” di Renzi, che cerca il plebiscito.

Altro argomento in discussione l’opportunità di mettere in campo iniziativa di raccolta firme per un referendum abrogativo della legge elettorale: taluni hanno paventato ls possibilità di un flop nella raccolta delle firme e una possibile confusione con il referendum confermativo della controriforma istituzionale annunciato da Renzi

Francamente penoso il dibattito sulla comunicazione, ho notato molta retorica stantia….e alcuni spunti di riflessione un pò più interessanti sull’europa del turbo capitalismo, ma niente di entusiasmante!!

Infine patetico l’appello di Ferrero circa la necessità di fare attenzione onde evitare che ” le forze politiche mettano il cappello” ostacolando così la costruzione di un ampio fronte sociale di Comitati inclusivi che spingano per una battaglia del ” Basso ” contro ” L’Alto “….

Si apre quindi la fase della costituzione dei Comitati in tutto il Paese».

* Giancarlo D’Andrea è membro del Consiglio NAZIONALE DI P.101

Roma: 30 gennaio assemblea 

 nazionale del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Introduzione di Alfiero Grandi [nella foto]

«L’iniziativa dell’11 gennaio è riuscita molto bene, ci ha fornito indicazioni importanti. La risposta che abbiamo dato presentando il Comitato per il No nel referendum costituzionale è stata ad un ottimo livello di credibilità grazie al ruolo svolto dal presidente Alessandro Pace e dagli altri oratori (Besostri, Carlassare, Ferrara, Azzariti, Rodotà, Villone, Zagrebelsky), tanto che abbiamo spinto altri (centro destra e centristi) a costituire il 20 gennaio un loro comitato.

La presenza di più Comitati per il No consente a ciascuno dei raggruppamenti di rivolgersi a sensibilità culturali e politiche diverse, senza cadere in mediazioni defatiganti, forse impossibili.

Noi dall’inizio abbiamo sottolineato le ragioni di merito che ci portano a rifiutare queste modifiche della Costituzione, perché riteniamo che il combinato di queste modifiche costituzionali con la nuova legge elettorale porterebbero ad uno stravolgimento dell’assetto istituzionale delineato dalla Costituzione nata dalla Resistenza, con gravi conseguenze non solo sulla effettiva rappresentanza politica ma anche sul merito delle scelte politiche, come dimostra un lungo elenco di problemi su cui sta maturando una richiesta referendaria perché il governo ha rifiutato di confrontarsi con i sindacati, associazioni, ecc. imponendo la sua volontà grazie ai numeri parlamentari alterati dal porcellum. Una sorta di anticipazione del futuro.

Invece la destra non si sottrae alla sfida lanciata da Renzi, inusuale e sbagliata, che il referendum sarebbe non sul merito delle scelte ma pro o contro il Presidente del consiglio. Del resto la destra ha partecipato fino ad un certo punto a queste scelte.

E’evidente che Renzi tenta di spostare il confronto dal merito delle scelte che il governo ha imposto al parlamento sia sulla Costituzione, approfittando dei numeri parlamentari drogati dal porcellum, che sulla legge elettorale, che è stata approvata con un uso esagerato e improprio di voti di fiducia su una materia che invece dovrebbe essere affrontata con spirito di garanzia verso tutte le culture politiche.

O con me o contro di me, o approvate o me ne vado; sono gli slogan che si vanno delineando e che alterano il merito delle differenze. Si potrebbe rispondere stai sereno, altri possono guidare un governo, almeno per il periodo necessario ad approvare una nuova legge elettorale per la Camera e il Senato e mantenere in sicurezza i conti pubblici. Ma noi non cadremo nella trappola mediatica e politica di Renzi e insisteremo sul merito delle modifiche alla Costituzione e sulla legge elettorale che non condividiamo perché la governabilità viene ottenuta alterando in modo esagerato il risultato elettorale. Spiegheremo testardamente le ragioni che ci portano a respingere le modifiche alla Costituzione e la legge elettorale ipermaggioritaria per il rapporto inscindibile che le lega.

Dopo l’iniziativa dell’11 gennaio sono arrivate migliaia di adesioni al Coordinamento e al Comitato per il NO nel referendum costituzionale. Per questo ora possiamo e dobbiamo proporci una svolta, con l’obiettivo di mettere solide radici, anzitutto costruendo un finanziamento di massa con quote anche modeste ma in grado di sostenere una campagna referendaria lunga e difficile, che vede in campo una sproporzione di mezzi enorme. Non possiamo dire che le oligarchie vogliono affermare il loro potere e immaginare che ci lasceranno fare una campagna referendaria in condizioni di parità, a meno che noi saremo capaci di dare vita ad una fortissima mobilitazione come è avvenuto nei referendum del 2011, cercando di convincere soprattutto gli astenuti e gli indifferenti che è in gioco qualcosa di decisivo e che la qualità della democrazia in Italia dipende molto da loro, dal loro contributo di passione politica.

Il governo ha tentato di imbrogliare su chi ha chiesto il referendum e poi di manomettere i tempi di effettuazione del referendum costituzionale. Ha imbrogliato quando ha finto di concedere il referendum pur sapendo che l’articolo 138 prevede l’immediata promulgazione della legge di modifica della Costituzione solo quando è approvata dai 2/3 dei parlamentari nella seconda votazione. Il governo sapeva che non avrebbe raggiunto i 2/3 dei consensi malgrado il premio di maggioranza dichiarato incostituzionale dalla Corte. Ricordiamoci che sulla modifica dell’articolo 81 è stata – purtroppo – raggiunta la maggioranza dei 2/3 e non è stato possibile effettuare il referendum, che non a caso viene definito oppositivo, cioè immaginato per consentire a chi non è d’accordo con una modifica della Costituzione, se approvata con meno dei 2/3, di chiedere il referendum. Lo possono fare il 20% dei parlamentari, 5 regioni, 500.000 elettrici/elettori.

Sappiamo già che il referendum può essere chiesto perché il Senato non ha raggiunto i 2/3 di voti a favore ed è per di più prevedibile che accadrà anche alla Camera. Non a caso l’11 gennaio scorso abbiamo annunciato che avevamo registrato l’impegno di almeno 126 deputati a firmare per chiedere il referendum, atto che ovviamente possono fare solo dopo l’approvazione definitiva, verso la metà di aprile, e ancora non c’era stato il pronunciamento della destra e dei centristi.

Il tentativo del governo di far credere che il referendum è una sua concessione è destituito di fondamento. Se avesse raggiunto i 2/3 la legge sarebbe entrata in vigore immediatamente dopo la pubblicazione, mentre ora sarà pubblicata ma valida solo se il referendum l’approverà.

A questo si è aggiunto il tentativo del governo di accelerare i tempi per l’effettuazione del referendum costituzionale insieme alle prossime amministrative, tentando di forzare Costituzione e norme vigenti. Non siamo d’accordo perché le modifiche della Costituzione debbono essere valutate dagli elettori senza condizionamenti di altra natura, in una discussione di massa dedicata a questo argomento, qualunque ne sia l’esito. Difendiamo le garanzie che discendono dalle disposizioni legislative in essere da cui deriva il tempo necessario per lo svolgimento di una vera campagna elettorale nel merito delle scelte. Presenteremo in ogni caso il quesito per la raccolta delle firme per il referendum costituzionale appena la legge sarà pubblicata sulla gazzetta ufficiale. Raccolta di firme che effettueremo solo se sarà indispensabile, perché abbiamo bisogno di dedicare le nostre energie e il tempo che ci sta davanti alla raccolta delle firme per i 2 referendum abrogativi sui 2 quesiti che abbiamo depositato sulla legge elettorale.

Concentrarci solo sul referendum costituzionale sarebbe un errore, perché il risultato negativo sulle regole democratiche viene esattamente dall’insieme delle modifiche costituzionali e dalla legge elettorale. La presentazione del quesito per il referendum costituzionale serve a ottenere dalla Corte di cassazione l’attestazione che è in campo un’iniziativa di raccolta delle firme popolare e a fare sapere al governo che deve garantire che questa possa avvenire nei tempi previsti, altrimenti faremo valere in ogni sede questo diritto. Ai parlamentari facciamo presente che se non manterranno gli impegni presi siamo pronti a raccogliere le firme. Ricordiamo al governo Renzi che il governo Amato nel 2001 decise correttamente, di fronte al deposito del quesito referendario popolare di lasciare il tempo previsto dalla legge al manifestarsi delle diverse volontà (parlamentari, regionali e popolare) senza tagliare artificialmente i tempi. Questa decisione del governo Amato ha l’ufficialità della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e quindi il governo Renzi farebbe bene a desistere da tentazioni di stravolgimento non solo della Costituzione ma anche delle garanzie previste dalle leggi e confermate da precedenti governi.

Renzi, in realtà, deve essere un poco preoccupato, per questo ha scelto di stravolgere il senso del referendum ponendo in pratica la fiducia su di sé. Il governo ha largamente abusato in parlamento della richiesta di fiducia per fare approvare i suoi provvedimenti di legge, senza riguardo al fatto che questo parlamento è stato eletto con modalità dichiarate incostituzionali dalla Corte. Ora arriva a porre la fiducia nel voto del referendum.

Il governo sta preparando una campagna di propaganda martellante e molto costosa – che temo pagheremo tutti noi – per convincere le elettrici e gli elettori.

La nostra risposta non può che essere quella di fare appello ai cittadini, alla loro partecipazione, al loro contributo. Già oggi la concentrazione di appoggio mediatico al governo è enorme. Dobbiamo reagire, chiedendo l’aiuto di tutti. Chiederemo a tutti gli organi di garanzia di fare il loro mestiere, non solo durante la campagna elettorale ma a partire da subito, pretendendo parità di diritti anche a chi ha, come noi, una posizione contraria già nell’avvio della campagna per il no e per la raccolta delle firme per abrogare le norme della legge elettorale.

Cercheremo con le forze che abbiamo, intellettualmente brillanti ma finanziariamente modeste, di reagire. Molti aderenti stanno chiedendoci di affinare gli slogan elettorali, di semplificare il messaggio ed è giusto provarci, rispondendo colpo su colpo.

A chi dirà che sono stati tagliati i posti in parlamento dovremo rispondere che è stato ignorato un ddl nato proprio nel Pd che proponeva con meno parlamentari complessivi un equilibrio numerico accettabile tra camera e senato, senza mantenere l’attuale bicameralismo perfetto. Il Senato invece è ridotto da queste modifiche costituzionali ad un ectoplasma, con ben 10 modalità di partecipazione ai compiti legislativi (alla faccia della semplificazione) come ha calcolato il prof. Azzariti, con componenti che non verranno eletti e quindi non risponderanno agli elettori e questo – come ha detto più volte il prof. Pace – contraddice i principi fondamentali della Costituzione. Il Senato avrà componenti che non avranno né il tempo, né la voglia di svolgere i compiti loro assegnati perché sono stati eletti per fare i sindaci e i consiglieri regionali e dedicheranno il tempo libero all’attività parlamentare.

L’elettività di tutti i parlamentari è un principio fondamentale inderogabile. Il futuro Senato inoltre non avrà mai i numeri sufficienti per garantire un minimo di effettiva rappresentanza politica e malgrado questo eleggerà 2 giudici costituzionali, interverrà sugli altri organi di garanzia costituzionale e per di più dovrebbe rappresentare le autonomie locali e le Regioni, per ironia della sorte: proprio quando vengono ridotti i loro poteri.

Un autentico pasticcio e un grande imbroglio.

A chi dirà che diminuiranno le spese per la politica ricorderemo che spendere meno in questo caso è spendere peggio perché il Senato diventerà una sorta di dopolavoro di lusso, mentre la Camera dei deputati, unico organo che darà la fiducia al governo, resterebbe esattamente come è ora, con la differenza di fondo che il suo ruolo è ribaltato rispetto al governo. Infatti ora è il parlamento che decide (o dovrebbe farlo) gli indirizzi politici e il governo è un esecutivo che ne attua le leggi, in futuro grazie ai meccanismi di modifica della Costituzione ci sarà oltre a un accentramento dei poteri nel governo anche una subalternità della Camera al governo che ne decide l’agenda, sommando all’uso smodato dei decreti legge la possibilità per il governo di obbligare la Camera ad approvare entro 75 giorni i suoi provvedimenti di legge.

In realtà la Costituzione cambiata da Renzi avrà al centro il governo, renderà subalterno il parlamento, influenzerà in modo pesante tutti gli organi di garanzia e le autonomie che la Costituzione nata dalla Resistenza ha previsto per impedire che l’Italia potesse slittare verso l’uomo solo al comando.

Il sindaco d’Italia o il premierato forte, non ha molta importanza la definizione, è esattamente un uomo solo al comando, per di più rafforzato dall’essere anche il leader del partito di maggioranza e quindi determinante nella nomina di fatto dei parlamentari. Se le modifiche della Costituzione andassero in porto e questa legge elettorale restasse in vigore; malgrado i ricorsi a raffica presentati nei tribunali dei capoluoghi dal gruppo di avvocati guidato da Felice Besostri e l’iniziativa referendaria per abrogare 2 punti salienti della legge elettorale, il futuro governo potrebbe decidere di abusare dell’enorme premio di maggioranza per completare il percorso delle modifiche istituzionali.

Non ci è sfuggito che importanti Banche di affari abbiano chiesto esplicitamente all’Italia come agli altri paesi europei di abbandonare le Costituzioni democratiche nate dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Anche se noi dobbiamo mantenere una capacità di argomentazione e dobbiamo ribattere punto per punto nel merito è chiaro che i messaggi di fonte governativa tenderanno alla semplificazione. Quindi dobbiamo impegnare noi stessi e soprattutto farci aiutare da chi ne ha le competenze, chiedendo a tutti coloro che sono in grado e vogliono farlo di aiutarci a rispondere con immagini efficaci. Padellaro domenica scorsa ha messo il dito nella piaga, ma non basta che figure che consideriamo amiche ci dicano quali sono i nostri limiti, in parte almeno li conosciamo già, occorre che ci aiutino sapendo che allo stato non abbiamo neppure le risorse per commissionare progetti e tanto meno per acquistare spazi sui media.

Ci rivolgiamo a tutti: aiutateci a fare meglio, non limitatevi a contemplate i nostri limiti, sono in gioco la Costituzione, la qualità della democrazia italiana e questo riguarda tutti. La democrazia si esercita parteggiando nelle scelte di fondo e ci auguriamo che tanti capiscano che in questo caso occorre più che mai parteggiare e occorre farlo come scelta gratuita, perché noi non avremo mai i mezzi che altri stanno mettendo in campo. Saremo forti se sapremo mobilitare le energie disponibili, se faremo sentire importanti le persone, contando sulle loro energie, sulla loro intelligenza e volontà di partecipazione e riscatto. Come abbiamo visto sono tanti che hanno ancora voglia e chiedono solo di essere messi in grado di farlo. Dobbiamo incoraggiarli ad impegnarsi, dobbiamo rivolgerci ad altri per convincerli ad abbandonare l’astensione, che vale ancora la pena di impegnarsi. Tanti sono nell’astensione, nel disincanto, si ritraggono da una politica insopportabile. Noi chiediamo loro di portare la loro parte di fardello insieme a noi per sconfiggere questa svolta che se non è una torsione autoritaria gli assomiglia molto.

Pensate a una scelta su guerra e pace, tema tornato purtroppo di attualità. Una Camera eletta con un premio di maggioranza enorme decide a maggioranza su proposta del governo, il cui capo, in quanto segretario del partito, è stato decisivo nella scelta dei parlamentari, di fatto nominati per almeno i 2/3. il Senato non può più bilanciare le decisioni della Camera e quindi di fatto il Presidente del Consiglio decide sullo stato di guerra del nostro paese, senza contrappesi istituzionali in grado di fare pesare la volontà popolare e infischiandosene dell’articolo 11 della Costituzione, peraltro già più volte maltrattato.

Nelle prossime settimane dovremo costruire il nostro radicamento locale, in tutte le città e in tutti i luoghi in cui è possibile, anche i più piccoli. Se altri contano sullo strapotere mediatico cercheremo di contrastarli, ma la nostra vera forza sarà nelle persone che sapranno cogliere quesa occasione per reagire. Dopo i referendum del 2011 si cercò di capire come era stato possibile vincere sia la battaglia per riportare al voto la maggioranza degli elettori dopo 25 anni che ad ottenere la maggioranza dei voti per l’abrogazione in materia di acqua pubblica e nucleare. La risposta principale fu trovata in circa 2 milioni di persone che si erano mobilitate, magari occasionalmente. La situazione oggi è diversa. In Emilia Romagna ha votato il 37 % degli elettori, eppure non c’è stata una reazione preoccupata, adeguata. Eppure sentiamo che uno spazio c’è, molti potrebbero tornare ad impegnarsi, chiediamogli di tornare a votare, di cogliere questa occasione, di impegnarsi con noi.

I comitati locali sia sul No alle modifiche costituzionali, sia per l’abrogazione di 2 norme fondamentali della legge elettorale debbono essere concepiti come coordinamenti di tutti coloro che vogliono partecipare, senza esclusioni, senza avanguardismi di sorta. Tutti dentro alla pari e nessuno escluso. Nessuno che prevale su altri, tutti impegnati alla pari nella stessa battaglia. Noi siamo impegnati a fare rispettare queste regole essenziali. Ricordo che il coordinamento nazionale ha finora lavorato su un accordo di fondo, raggiunto discutendo liberamente, senza incarichi particolari, ma sulla fiducia reciproca.

Il referendum per respingere le modifiche della Costituzione come i 2 abrogativi sulla legge elettorale – premio di maggioranza e ballottaggio che la fanno assomigliare fin troppo al porcellum e diritto degli elettori di eleggere tutti i loro rappresentanti – sono l’ultima occasione per impedire una deriva. Dopo tutto diventerà più difficile. Una Camera asservita approverebbe tutto quanto il governo propone. In questo c’è certamente anche un aspetto difensivo. Del resto il governo è stato sordo ad ogni ripensamento e ha fatto della prepotenza e dell’arroganza un tratto distintivo della sua azione ed è quindi inevitabile che in questo momento prevalgano le ragioni del rifiuto dei provvedimenti, che se approvati renderebbero molto difficile tornare indietro.

Ci rendiamo conto che occorre anche costruire proposte positive, che non tutto va lasciato com’è, ma questo sarà possibile con un parlamento eletto in modo non drogato dai premi di maggioranza e aperto ad un vero confronto politico, comprendente la maggioranza reale del paese, non una maggioranza finta che in realtà rappresenta una minoranza di elettori. Comunque dedicheremo tutta la nostra attenzione, come giustamente ha insistito più volte Azzariti, alla costruzione di proposte, anche se in questo clima non sarà semplice. Ad esempio non siamo contrari alla scelta che solo la Camera dia o tolga la fiducia al governo, ma cosa c’entra con questo il Senato delineato dalla Renzi- Boschi e cosa c’entra con i compiti di garanzia promessi ma inesistenti? Meno ancora c’entra questo senato con il Bundesrat tedesco. Perché il governo è stato tanto sordo? Per desiderio di potere, certamente, ma soprattutto perché subisce l’influenza di chi vuole che l’Italia subisca le regole dell’austerità, introietti un modello sociale sostanzialmente autoritario, in cui c’è chi governa e chi è governato, punto. L’ascesa delle classi popolari al governo sparisce dall’orizzonte di queste modifiche. In futuro si punta ad intervenire ben più pesantemente di quanto non sia stato fatto finora stato nello stato sociale, nella scuola, nelle regole e nei diritti del mondo del lavoro. Sullo sfondo la finanziarizzazione di tutti gli aspetti solidali appare chiarissima. Un’oligarchia dominante vuole che risulti chiaro chi comanda e quali sono le gerarchie preposte a decidere nei vari campi. Questo richiama una torsione neoautoritaria. Ripensiamo a lavoro, scuola, ambiente, Rai. L’attacco alle rappresentanze, il dileggio verso il sindacato, il preside decisore solitario, sono solo alcuni aspetti propedeutici a fare passare questa riduzione degli spazi di democrazia. Per questo siamo contrari ad una democrazia ridotta solo al voto ogni 5 anni, alla delega totale ai governanti, con il corollario di rendere difficile espugnare la maggioranza uscente. Secondo Renzi- Boschi nell’arco dei 5 anni chi ha ottenuto il mandato decide e basta. Cosa c’entra questo schema con la Costituzione italiana? C’entra con i gruppi di potere, con le oligarchie che comandano, con l’occupazione di tutti gli spazi di governo, con reti di potere opache che occupano le postazioni, in questo in sintonia con le tecnocrazie europee che si sono assunte il ruolo di sacerdoti dell’austerità ad ogni costo e stanno portando l’unità europea al momento più difficile della storia. E’ difficile capire la coerenza di Renzi nei rapporti con l’Europa: prima abbandona Tsipras al suo destino per ottenere qualche zero virgola di tolleranza europea sul deficit e oggi strilla perché i denari pagati sono meno dei 30 promessi.

Per questo legge elettorale e Costituzione vanno insieme, sono 2 facce della stessa medaglia, insieme portano al risultato. Dobbiamo decidere se e come avviare la raccolta delle firme per arrivare ai 2 referendum elettorali nei mesi di aprile, maggio, giugno. La nostra iniziativa ha incoraggiato altre parti della società ad avere coraggio a loro volta, malgrado sconfitte pesanti. La Cgil ha in corso una consultazione degli iscritti su una proposta di legge di iniziativa popolare per i diritti di tutti i lavoratori, senza distinzione, e raccoglierà le firme su questa proposta. A questo ci dicono si accompagnerà una iniziativa referendaria su alcuni punti della legislazione recente sul lavoro che sono in contrasto con questa proposta legislativa. Il mondo della scuola sta maturando una iniziativa referendaria. Siamo sempre stati molto vicini e attenti a questa iniziativa e ringraziamo il prof Villone, presidente del nostro Comitato per l’abrogazione delle 2 norme della legge elettorale, di avere accettato di aiutare questo percorso del mondo della scuola. Siamo sempre stati favorevoli a che sia il mondo della scuola il protagonista delle iniziative che lo riguardano, come del resto in tutti i settori, lavoro, ecc.. Altri si stanno muovendo su argomenti che riguardano l’ambiente, la Rai. Guardiamo con interesse a quanti stanno prendendo coraggio, a tutti va detto, come abbiamo sempre detto a noi stessi, che occorre valutare con attenzione le forze e l’impegno che comporta una battaglia referendaria.

Inoltre non possiamo dimenticare che dopo la decisione di ammissibilità della Corte è in campo un referendum proposto dai No triv, promosso attraverso le regioni, che allo stato è probabile si svolgerà nella prossima primavera. Noi l’appoggeremo pienamente.

Si prospetta quindi una campagna di raccolta firme in aprile, maggio, giugno a cui non possiamo certo mancare dopo avere incoraggiato altri con la nostra iniziativa. La raccolta delle firme farà tutt’uno con l’avvio della campagna elettorale vera e propria per il No sulle modifiche della Costituzione che sarà la prima ad essere combattuta.

Dobbiamo parlare tra noi con serietà di questa scelta. Raccogliere più di mezzo milione di firme per chiedere il referendum sulla legge elettorale è un impegno titanico per chi come noi non ha un’organizzazione consolidata. Per questo abbiamo deciso di convocare il consiglio direttivo del Comitato che ha depositato le firme per l’12 febbraio prossimo con il compito di prendere le decisioni conclusive. Per quella data occorre che siano formati i comitati locali, che ci arrivino impegni precisi e quantificati sulla raccolta delle firme. Noi cercheremo di organizzare la stampa dei moduli, di avere un quadro chiaro dei possibili certificatori senza i quali le firme non sono valide, di raccogliere gli impegni di quanti ci appoggeranno, ma la chiave di volta per riuscirci è la certezza che entro la fine di giugno noi saremo in grado di raccogliere il grosso delle firme necessarie, perché avremo certamente aiuti e sostegni ma nessuno si farà carico del risultato al posto nostro. Siamo orgogliosi che l’Anpi abbia deciso di aderire alla battaglia sulla Costituzione e sulla legge elettorale, inseriremo i suoi rappresentanti nei 2 consigli direttivi e in tutti i comitati locali. Siamo grati al sostegno dell’Arci, che chiarirà nei suoi organi dirigenti la natura esatta del sostegno. Sappiamo che anche dal sindacato arriveranno appoggi e contributi, che hanno tempi diversi per l’impegno della consultazione degli iscritti e per quelli dei rinnovi contrattuali, ma la chiave è sempre e comunque il vostro/nostro impegno. Senza dimenticare che il nostro impegno sarà decisivo per attivare i contributi degli altri soggetti a livello locale, perché non basterà avere decisioni nazionali positive ma occorrerà verificarle e consolidarle a livello locale e per certi aspetti potrebbero essere migliorate.

Ce la possiamo fare ma dobbiamo avere piena consapevolezza delle difficoltà, sarebbe un serio problema presentarci nella campagna elettorale per il No sulle modifiche alla Costituzione senza avere raggiunto il numero necessario di firme per i referendum sulla legge elettorale. Naturalmente c’è sempre la speranza che l’iniziativa presso i tribunali dia risultati in tempo per evitare di spendere tante energie, purtroppo l’esperienza ci dice che troppo spesso abbiamo avuto ragione ma troppo tardi. Quindi dobbiamo tentare tutti insieme, fino in fondo, di arrivare a raccogliere le firme necessarie per i 2 referendum abrogativi come aspetto di un’unica campagna contro questa deriva istituzionale.

Tra la nostra raccolta e le altre stabiliremo un rapporto di reciproca collaborazione, la più stretta possibile.

Ora abbiamo le risorse per partire e istituiremo i siti dei 2 Comitati, collegati a quello del Coordinamento, nel frattempo occorre che le adesioni crescano il più possibile e diventino anche sostegno finanziario: tante quantità modeste possono dare grandi risultati.

Tutti insieme, nessuno escluso, senza avanguardismi, questo è il criterio ispiratore per formare i comitati locali.

Questo parlamento avrebbe dovuto agire ispirandosi ad un criterio di prudenza visto che ha sulla testa il dubbio legittimo, dopo la sentenza della Corte, di essere stato eletto con un sistema incostituzionale. Non è stato così. Guardiamo a questa campagna referendaria anche come l’occasione per i cittadini di riprendere nelle loro mani il destino del paese, senza farsi ricattare e senza allontanarsi da una realtà che può, legittimamente, non piacere, ma facendo prevalere la volontà di farsi sentire.
Da una vittoria delle ragioni della Costituzione e della democrazia non può venire certo un danno, se altri la pensano diversamente è affar loro, l’Italia ha risorse per reagire ai ricatti e aprire una via positiva a quella che potrebbe diventare una china inarrestabile, in cui la rottamazione diventa solo l’alibi per prendere il posto di chi c’era prima, con nuovi circoli di potere, con nuovi affari, con nuove signorie, ma con una sostanza vecchia e stantia.

Quello proposto non è il nuovo ma è un vecchio che prende il posto dell’altro, ugualmente inaccettabile, ma noi non faremo da spettatori alla disputa tra gruppi di potere, anche perché sappiamo che se consentiremo il consolidamento di questo sistema il risultato sarà ancora una volta maggiore estraniazione e allontanamento dalla vita politica, dalle scelte, da parte dei cittadini. Il contrario del sogno dei padri costituenti. Semmai il sogno di Marchionne e dei suoi sodali. Se passa questo disegno la vita delle persone verrà stravolta, non è vero che non li riguarda, che riguarda solo gli addetti ai lavori e la casta. E’esattamente il contrario.

Abbiamo rispetto per il Presidente della Repubblica, gli chiediamo di vigilare sul rispetto delle regole e con lo stesso rispetto gli ricordiamo che ha il compito di custodire al meglio la Costituzione della nostra Repubblica.

Facciamo sentire alta e forte la nostra voce, invitiamo tutte le energie sane del paese a impegnarsi insieme a noi. Il vecchio è il nostro nemico e chi intacca le garanzie democratiche previste dalla Costituzione è certamente vecchio e per di più non fa che ripetere tanti tentativi precedenti finora falliti, mentre la Costituzione è un valore fondante ed è il nuovo migliore oggi all’orizzonte».




VAROUFAKIS (DELLA MANCIA) e L’OPERAZIONE DIEM2025

[ 30 gennaio ]


L’altro giorno abbiamo pubblicato un resoconto del Summit del cosiddetto “Piano B” svoltosi a Parigi. Alcuni lettori ci han chiesto: “Ma che, Varoufakis non c’era?”. No, non c’era. E non c’era perché Varoufakis sta giocando una sua propria partita politica, sta dando vita al DieM2025 ovvero il “Movimento Democrazia in Europa 2025” . E non c’era perché Varoufakis non è affatto per un quale che sia “Piano B” di uscita dall’euro. Lui ha il suo “Piano A”; quella della riforma dei Trattati e dell’Unione europea —più o meno la stessa posizione che ha difeso Stefano Fassina a Parigi, il quale in effetti ha preso le  distanze da Lafontaine essendo in grande sintonia con Varoufakis.
Cosa pensa davvero Varoufakis egli lo esprime bene in una intervista, fresca fresca di stampa, di cui qui sotto pubblichiamo gli stralci più significativi. Se dal punto di vista strettamente economico dice delle castronerie (ad esempio che un paese che voglia tornare alla propria valuta avrebbe bisogno di almeno un anno per farlo !!; o che la svalutazione per paesi come l’Italia sarebbe enorme e socialmente devastante); dal punto di vista politico siamo alla nota narrazione dei sinistrati per cui gli stati nazionali sarebbero de facto defunti, e che l’unico spazio politico possibile è quello dell’Unione. 
Che poi si contraddica nelle conclusioni in modo clamoroso… lo lasciamo verificare ai nostri lettori.

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Perché DIEM2025?


R. Questa, naturalmente, è una battaglia in corso che ho con i compagni in Grecia. Sono cresciuto in una Grecia piuttosto isolata, un paese capitalista periferico, con la nostra moneta, la dracma, e un’economia con quote e tariffe che impedivano la libera circolazione delle merci e dei capitali. E vi posso assicurare che era una Grecia piuttosto tetra, certamente non un paradiso socialista. Così l’idea che dovremmo tornare allo stato-nazione, al fine di creare una società migliore, è per me particolarmente stupida e poco plausibile.

Ora, vorrei che non avessimo creato l’euro, vorrei che avessimo mantenuto le nostre monete nazionali. È vero che l’euro è stato un disastro. Ha creato un’unione monetaria che è stata progettata per fallire e che ha garantito privazioni indicibili per i popoli d’Europa. Ma, detto questo, c’è una differenza nel dire che non avremmo dovuto creare l’euro e sostenere ora che dovremmo uscirne. A causa di ciò che noi in matematica chiamiamo isteresi. In altre parole, uscendo non torneremmo dove eravamo prima che fossimo entrati o dove avessimo voluto trovarci se non fossimo entrati.


Alcune persone portano l’esempio dell’Argentina, ma la Grecia non era nello stato in cui l’Argentina era nel 2002. Noi non abbiamo una moneta da svalutare nei confronti dell’euro. Abbiamo l’euro! Uscire dall’euro chiederebbe la creazione di una nuova valuta ciò che implicherebbe un anno per farlo per poi svalutarla. Sarebbe come se l’Argentina avesse annunciato una svalutazione con 12 mesi di anticipo. Questo sarebbe catastrofico, perché avresti dato agli investitori —o anche ai semplici cittadini— con molto avviso— il tempo necessario per liquidare tutto, prendere i soldi prima in previsione di una svalutazione, e non sarebbe restato nulla in piedi nel paese.

Di tutte le opzioni a nostra disposizione, qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l’Unione. Anche se potessimo ritornare alle nostre monete nazionali nella zona euro, paesi come la Germania, la cui moneta è stata soppressa in seguito all’euro, vedrebbero i loro tassi di cambio schizzare all’insù. Ciò significherebbe che la Germania, che ha ora un tasso di disoccupazione molto basso ma una percentuale elevata di lavoratori poveri, vedrebbe questi lavoratori poveri diventare disoccupati poveri. E questo accadrebbe ovunque nel Nord Europa orientale e centrale, nei Paesi Bassi, Austria, Finlandia – in quelli che io chiamo paesi in surplus. Nel frattempo, in luoghi come l’Italia, il Portogallo e la Spagna, e anche la Francia, avverrebbe allo stesso tempo un forte calo dell’attività economica (a causa della crisi in posti come la Germania), ed un forte aumento dell’inflazione (le nuove valute di questi paesi si svaluterebbero molto significativamente, causando il decollo dei prezzi delle merci d’importazione, di petrolio, energia e dei beni di prima necessità.

Quindi, se torniamo al bozzolo dello stato-nazione, noi avremmo una linea di faglia lungo il fiume Reno e le Alpi. I paesi ad est del Reno ed a nord delle Alpi diventerebbero economie depresse e il resto d’Europa cadrebbe in stagflazione, alta disoccupazione e prezzi elevati.


Questa Europa potrebbe addirittura produrre una grande guerra o, se non una guerra vera e propria, tanto disagio che le nazioni andrebbero l’una contro l’altra. In entrambi i casi, l’Europa, ancora una volta, affonderebbe l’economia mondiale. La Cina sarebbe devastata, e la timida ripresa degli Stati Uniti sarebbe perduta. Avremmo condannato tutto il mondo a perdere almeno una generazione. Dico ai miei amici che la sinistra non avrebbe alcun beneficio da un simile evento. Ne beneficeranno invece gli ultranazionalisti, i razzisti, i bigotti ed i nazisti.

D. Possono l’euro o l’Unione europea essere democratizzati?
R. L’Europa può essere democratizzata? Sì, credo di sì. Lo sarà? Ho il sospetto che non lo vorrà. Quindi cosa succederà? Se chiedete la mia previsione, essa è molto cupa, sono pessimista. Penso che il processo di democratizzazione ha una piccola possibilità di successo. Nel qual caso avremo la disintegrazione e un futuro tetro. Ma c’è una differenza tra le previsioni riguardo alla società e quelle meteorologiche, col tempo possiamo permetterci di sederci e guardare il cielo e dire che crediamo che pioverà, tanto questi discorsi non influenzeranno la probabilità di pioggia. Ma davanti ai problemi sociali e politici abbiamo il dovere morale e politico di essere ottimisti e dire, va bene, tutte le opzioni sono a nostra disposizione, e qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l’Unione europea. Ci riusciremo? Non lo so, tuttavia ho la speranza che si possa fare.

D. Democratizzare l’Europa è una questione di recupero di principi fondamentali o sviluppare un nuovo concetto di sovranità?

R. Entrambe le cose. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Il concetto di sovranità non cambia, ma i modi in cui si applica alle aree multi-etniche e multi-giurisdizionali come l’Europa deve essere ripensato. C’è un dibattito interessante che avviene principalmente in Gran Bretagna, ma il resto d’Europa non sembra interessato. E’ stato sempre frustrante cercare di convincere i francesi e i tedeschi che c’è una profonda differenza tra l’Europa delle nazioni e l’Unione europea. Gli inglesi lo capiscono meglio, per ironia, in particolare i conservatori. Essi sono sostenitori di Edmund Burke, anti-costruttivisti che credono ci deve essere una relazione necessaria tra le nazioni, i parlamenti e la valute: una nazione, un parlamento, un denaro.

Quando chiedo ai miei amici conservatori, “…e per quanto riguarda la Scozia? Gli scozzesi non sono forse una nazione in buona fede? Se è così, non dovrebbero avere uno stato ed una loro propria valuta?”. La risposta che ottengo è questa: “Naturalmente ci sono una nazione scozzese, gallese, e inglese e non una nazione del Regno Unito, ma c’è una identità comune, forgiata come risultato di guerre di conquista, partecipazione all’impero e così via. Se questo è vero, e potrebbe essere, allora è possibile dire che diverse nazionalità possono essere legate tra loro da una comune identità in evoluzione. E’ così che mi piace vederla. Noi non stiamo facendo una nazione europea, ma siamo in grado di avere un’identità europea che corrisponde a un sovrano popolo europeo. Così conserviamo il concetto antiquato di sovranità, ma ci colleghiamo ad una identità europea in via di sviluppo, che è poi collegata con le singole sovranità e un parlamento che mantiene controlli ed equilibri sul potere esecutivo a livello europeo.

Al momento, abbiamo l’Ecofin, l’Eurogruppo, e il Consiglio europeo che prendono decisioni importanti in nome del popolo europeo, ma questi organismi non sono responsabili davanti a nessun parlamento. Non è sufficiente dire che i membri di queste istituzioni sono responsabili davanti ai loro parlamenti nazionali, perché i membri di queste istituzioni, quando tornano a casa di fronte ai loro parlamenti nazionali, dicono “Non prendetevela con me, ero in disaccordo con tutto ciò che veniva deciso a Bruxelles, ma non ho avuto il potere di influenzare le decisioni, quindi non sono responsabile per l’Eurogruppo, il Consiglio o l’Ecofin”. Solo quando questi organi istituzionali potranno essere censurati e liquidati come in quanto organo di un parlamento comune, avremo democrazia sovrana. Questo dovrebbe essere l’obiettivo in Europa.

D. Qualcuno potrebbe sostenere che questo rallenterebbe il processo decisionale e renderlo inefficace.

R. No, non penso che rallenterebbe il processo decisionale, lo valorizzerebbe. Al momento, perché non abbiamo questo tipo di responsabilità, non vengono prese le decisioni fino a quando agire diventa improrogabile. Continuano a ritardare, ritardare, negando un problema per anni e poi sempre raggiungono un risultato all’ultimo minuto possibile. Questo è il sistema più inefficiente in assoluto.

D. Siete coinvolto in questo momento nel lancio di “Movimento Democrazia in Europa” [DieM2025]. Ce ne parli?

R. Il lato positivo per il modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati allertati per il modo in cui l’Europa ha gestito la vicenda greca. La gente è molto, molto arrabbiata, anche le persone che erano in disaccordo con me e noi.

Così sto girando l’Europa andando da un paese all’altro cercando di accrescere la consapevolezza delle sfide comuni che dobbiamo affrontare e la tossicità che nasce dalla mancanza di democrazia. Questo è stato il primo passo. Il secondo passo è stato quello di tirar fuori un progetto di manifesto, ed i manifesti sono importanti, in quanto focalizzano l’attenzione e diventano un punto di riferimento per le persone che sono arrabbiate e preoccupate e vogliono partecipare a un processo di democratizzazione dell’Europa.

Così, nelle prossime settimane, ci sarà in scena il 9 febbraio un evento significativo, che si tiene lì per ovvie ragioni simboliche, per lanciare il manifesto e chiamare gli europei di tutti i 28 stati membri ad unirsi a noi in un movimento che ha una semplice ordine del giorno: o democratizzare l’Unione europea o abolirla. Perché se permettiamo alle attuali strutture e

istituzioni burocratiche e non democratiche di Bruxelles, Francoforte e Lussemburgo di continuare con le loro politiche a nostro nome, finiremo nella distopia che ho descritto prima.

Dopo quello del 9 febbraio Berlino, abbiamo in programma una serie di eventi in tutta Europa che daranno al nostro movimento lo slancio necessario. Noi non siamo una coalizione di partiti politici. L’idea è che chiunque può partecipare in modo indipendente, quale che sia la sua affiliazione partitica, politica o ideologica, perché la democrazia può essere un tema unificante. Anche i miei amici conservatori possono aderire, o liberali, che pensano che l’Unione europea non è solo insufficientemente democratica, ma, piuttosto, antidemocratica e, per questo motivo, economicamente incompetente.

Il lato positivo del modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati messi in guardia per il modo in cui l’Europa procede in pratica, come possiamo farvi fronte? Il modello della politica in Europa, si è basato sui partiti politici nazionali. Così un partito politico cresce in un determinato paese, con un programma che fa appello ai cittadini di quel paese, poi una volta che il partito si trova al governo, si cerca di costruire alleanze con partiti simili in Europa, nel Parlamento Europeo, a Bruxelles e così via. Per quanto mi riguarda, questo modello di politica è finito. La sovranità dei parlamenti è stata dissolta dalla zona euro e dall’Eurogruppo; la capacità di adempiere il proprio mandato a livello di stato-nazione è stata sradicata, pertanto, ogni programma politico rivolto ai cittadini di un particolare Stato risulta vano. I mandati elettorali sono impossibile da esercitare.

Così, invece di andare dal livello dello stato-nazione a quello europeo, abbiamo pensato che si dovrebbe fare il contrario; che si debba costruire un movimento transfrontaliero paneuropeo, sostenendo il dialogo nello spazio europeo individuando politiche comuni per affrontare i problemi comuni e, una volta che abbiamo un consenso sulle comuni strategie a livello europeo, tale consenso potrà trovare espressione ai livelli dello Stato nazionale, regionale e comunale. Quindi stiamo invertendo il processo, iniziando a livello europeo per cercare di trovare il consenso per poi spostarsi verso il basso. Questo sarà il nostro modus operandi.

Per quanto riguarda il calendario, abbiamo suddiviso il prossimo decennio in diverse tappe perché abbiamo al massimo un decennio per cambiare l’Europa. Se falliamo di qui al 2025 non credo che ci sarà un’Unione europea da salvare o, addirittura, di cui parlare. Per quelli che vogliono sapere quello che vogliamo ora la risposta è: la trasparenza! Come minimo, chiediamo che il Consiglio dell’Unione europea, l’Ecofin e le riunioni dell’Eurogruppo dovrebbero essere livestreamed, i verbali della Banca centrale europea pubblicati e i documenti relativi ai negoziati commerciali come il Trattato Transatlantico di scambio e di partenariato per gli investimenti (TTIP) dovrebbero essere disponibili on-line. Nel breve e medio termine, discuteremo per la riassegnazione dei ruoli delle istituzioni europee esistenti, entro i (comunque terribili) trattati esistenti, al fine di stabilizzare le crisi in corso nei campi del debito pubblico, degli investimenti insufficienti, quello bancario e della povertà crescente. Infine nel medio-lungo termine, chiederemo un’Assemblea Costituente dei popoli d’Europa, abilitata a decidere su una futura Costituzione democratica che andrà a sostituire tutti i trattati europei esistenti.

D. Ci sembra di vivere in un tempo di speranza ma anche difficile. Vediamo la crescente popolarità dei partiti, come Podemos in Spagna, la sinistra in Portogallo, Jeremy Corbyn nel Regno Unito e così via, ma allo stesso tempo abbiamo l’esperienza di Syriza, brutalmente schiacciata dalla Troika. Quale speranza puoi dare a queste proteste popolari contro la politica di austerità, vista l’esperienza di Syriza?

R. Penso che l’ascesa di questi partiti e movimenti anti-austerità mostri chiaramente che i popoli europei, non solo in Spagna e Grecia, hanno avuto un impatto enorme sul vecchio modo di fare politica, sulle politiche che hanno riprodotto la crisi e hanno spinto l’Europa su un percorso che porta alla disintegrazione. Non vi è alcun dubbio su questo.

La domanda è: come possiamo sfruttare questo malcontento? Nel nostro caso in Grecia abbiamo fallito. Abbiamo un grande scollamento tra la leadership del partito e le persone che hanno votato per esso. Quindi questo è il motivo per cui credo che focalizzarsi sullo stato-nazione è fuori tempo massimo. Se Podemos entra nel governo, essi si troveranno nelle stesse condizioni estremamente vincolanti imposte dalla Troika —proprio come il nuovo governo in formazione in Portogallo. Se tali tali partiti progressisti saranno sostenuti da un movimento pan-europeo che eserciti una pressione progressiva ovunque e allo stesso tempo, finiranno per frustrare i loro elettori, costretti ad accettare tutte le regole che impediscono loro di soddisfare le loro promesse.

Questo è il motivo per cui ho messo la mia enfasi sulla costruzione di un movimento paneuropeo. È perché l’unico modo di cambiare l’Europa è quello di suscitare un’ondata che si erga in tutta Europa. In caso contrario, il voto di protesta che si manifesta in Grecia, Spagna, Regno Unito, Portogallo, se non è sincronizzato ovunque, finirà per dissiparsi, lasciando dietro di sé nient’altro che l’amarezza e l’insicurezza prodotta dalla frammentazione inarrestabile in Europa.

* Fonte: Red Pepper e Yanis Varoufakis 29 gennaio
** Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE



UBER, TAXI E LOTTA DI CLASSE di Carlo Formenti

[ 30 gennaio ]
«Pneumatici bruciati, aggressioni a chi non scioperava, una persona investita e venti arresti. Questo il bilancio della manifestazione dei 1200 tassisti parigini contro le auto NCC e il servizio Uber. I primi incidenti si sono verificati a Porte Maillot, nel nord della capitale francese e sono proseguiti nelle strade intorno ai due aeroporti Roissy e Orly».

e.

«Arroganza neocoloniale e odio di classe. Non saprei definire altrimenti il contenuto dei tweet con cui Courtney Love, vedova del leader dei Nirvana e a sua volta pop star, ha espresso tutta la sua indignazione per essere stata costretta a scendere dall’auto che stava portandola all’aeroporto di Parigi da parte da un gruppo di taxisti che protestavano contro il servizio Uber Pop.

Rivolgendosi al presidente Hollande la signora in questione chiede con tono sprezzante: “È legale per la tua gente attaccare i visitatori? Muovi il culo e vieni in aeroporto”. “La tua gente”: ovvero quei pezzenti di lavoratori francesi che tu, in quanto vassallo degli Stati Uniti (e quindi anche mio), dovresti essere in grado di tenere a bada e bastonare a dovere quando si ribellano a un servizio innovativo made in Usa quale è Uber. E ancora: “È questa la Francia? Mi sento più sicura a Baghdad”. Non c’è dubbio, visto che a Baghdad avrebbe potuto assoldare (lei che può permettersi di pagarli, certo non un comune turista) un manipolo di contractor professionisti pronti a sparare su qualunque pezzente osasse intralciarle la strada.

A citare con soddisfazione i deliri fascistoidi della postar è il New York Times, che in un altro articolo fa la cronistoria del conflitto fra lo Stato Francese che ha proibito il servizio, i taxisti che definiscono terrorismo economico la politica della società di San Francisco che sta strangolando la loro categoria in tutto il mondo, e i manager di Uber, i quali non mollano l’osso e spingono i loro contractor (migliaia di comuni cittadini che si improvvisano autisti in cambio di pochi euro a corsa, assumendo in prima persona tutti i rischi dell’impresa) a offrire comunque il servizio, lasciando intendere fra le righe che questa mentalità arretrata dei governanti europei dovrà prima o poi arrendersi alle ragioni dell’innovazione tecnologica, del mercato e dei consumatori.

Rincara la dose il “Corriere della Sera” in un articolo del 26 giugno di Stefano Montefiori (“Blocchi e aggressioni. La guerra a UberPop sulle strade della Francia”) nel quale, oltre a rilanciare le dichiarazioni della cantante, si citano anche quelle di contenute in una lettera di Maxime Coulon, noto avvocato parigino che ha collezionato 170.000 like su Facebook scrivendo: “Caro taxi parigino, non posso dirti quanto godo nel vederti sbraitare, piangere, agonizzare davanti al successo dei servizi come Uber. Ti ricordi quando mi chiedevi qual era la mia destinazione prima di decidere se io avessi il diritto di salire sulla tua carrozza?”.

Il succo dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello dell’articolo del NYT (basta con gli ostacoli all’innovazione che frena la marcia del mercato), mentre il succo dell’intervento del nostro nobile avvocato è lo stesso di quello della pop star: come vi permettete voi pezzenti di non obbedire a ogni nostro cenno, mentre dovreste servirci senza protestare? Lotta di classe appunto, come spiega molto bene Biju Mathew nel suo libro “Taxi!” sulle lotte dei taxisti di New York: lotta di classe fra chi è costretto a sgobbare ore e ore sulla strada per sbarcare il lunario e i membri di una classe media (medio alta nel caso della Love e di Coulon) che vorrebbero poterli trattare come schiavi. E lotta di classe fra lavoratori messi con le spalle al muro dalle politiche degli “innovatori” e crumiri che la fame induce a vendersi per quattro soldi».





IL REDDITO DI QUEL #CHE VI PARE di Fiorenzo Fraioli

[ 30 gennaio]

Fiorenzo Fraioli è tra i primi firmatari dell’Appello di P.101. In questo suo intervento stronca la proposta del cosiddetto “reddito di cittadinanza” in ogni sua possibile declinazione. Riprendiamo il pezzo dal suo Blog Ego della rete. Proprio in coda all’intervento c’è stato un primo commento critico che riteniamo valga la pena di rendere noto ai nostri lettori. Vedi sotto.
Sulla questione del “reddito di cittadinanza”, anzi del “reddito universale”, segnaliamo l’opinione opposta di un altro tra i fondatori di P.101, Simone Boemio. In effetti su questo problema la discussione in seno a P.101 in vista del congresso costitutivo, è aperta.

* * * 

La discussione sul reddito di dignità, alias di cittadinanza, alias minimo universale, alias#quelchevipare, è difficile perché le soluzioni proposte sembrano ovvie e umane: cosa volete che sia, rispetto al pil nazionale, assicurare un reddito di 500/mese euro a tre milioni di disoccupati? I conti sono facili:

Costo = 500*12*3.000.000=18.000.000.000=18 mld di euro

Cioè all’incirca l’1,2% del pil annuale.

E volete che non si possa spendere l’1,2% del pil annuale onde por fine a tante sofferenze e umiliazioni? In fondo, si argomenta, se in media ognuno rinunciasse all’1,2% del suo reddito, l’obiettivo sarebbe centrato. A me, che sono un insegnante, costerebbe a spanne un 500 euro l’anno. E che, non potrei rinunciarci?

Se poi si considera che la ricchezza non è equamente distribuita, il carico sulle mie spalle potrebbe essere addirittura minore. Ma allora, perché sono contrario?

Ovviamente non sono contrario all’idea che tutti abbiano un reddito! Sono contrario all’idea che si possa avere un reddito senza un lavoro. L’obiezione standard è che il lavoro è una merce scarsa. Ohibò!

Ma come, io devo lavorare fino a settant’anni e il lavoro è una merce scarsa? Se fosse vero, allora perché mi tengono a lavorare fin quando non schiatto? Scusate, non potremmo fare, che so, che io vado in pensione e, invece di dare l’1,2% del mio reddito attuale per i prossimi dieci anni, verso il 5% da subito e me ne vado in pensione all’istante? Mi starebbe bene anche il 10%! Invece di una pensione di 1500 euro ne prendo una di 1350, vado in pensione, e con la differenza si fa entrare in classe un giovane laureato! Lo capite che basterebbe interrompere subito il blocco del turn-over nella P.A. per riassorbire almeno la metà della disoccupazione? E lo capite che per fare una legge del genere non ci vorrebbe più tempo che per farne una sul reddito di #quelchevipare?

Poniamo che si metta fine al blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione: è così difficile capire che ci sarebbe un aumento della produttività? Volete mettere l’energia e l’entusiasmo di un trentenne, con la mia voglia di entrare in classe, alla mia età? Non è forse vero che i giovani sanno usare le nuove tecnologie meglio di noi vecchi? Non ne deriverebbe un aumento della produttività?

Ma allora, perché in tanti insistono sul reddito di dignità? Che cosa affascina tanto gli apologeti di questa soluzione? Quali recondite e inconfessabili ragioni si nascondono dietro questo profluvio di lacrimevoli argomentazioni in favore dei poveri che non hanno un lavoro, e quindi dignità? Costoro sarebbero buoni, e io uno stupido vecchio egoista? Davvero preferirei continuare a lavorare per altri dieci anni per un centinaio di euro in più al mese?

Io un’idea me la sono fatta. Tolti gli scemi che sono favorevoli al reddito di #quelchevipare perché così dice il loro partito (velo pietoso), gli altri li divido in due categorie:

  1. quelli che pensano che con i 500 euro al mese, un qualche altro reddito nascosto, e un minimo di frugalità, possono campare facendo quel che gli piace



  1. un più facile controllo politico


La discussione è aperta. Però ricordate: prima o poi si dovrà combattere!


La risposta di Leo Pistone


Caro Fiorenzo, possibile che non capisca? Non è che si deve rimanere a lavorare fino a settant’anni, anzi nelle condizioni attuali se ti lasciano farlo e la salute ti assiste puoi dirti fortunato. 
Ma solo allora ti riconosceranno una pensione, il che è ben diverso, e solo a patto che tu abbia avuto piena continuità contributiva.
Siccome però il mondo del lavoro attuale tende a espellere le persone molto prima, ecco che si tratta di un sistema efficacissimo per restringere quanto più la platea di chi ha diritto a percepire l’assegno pensionistico.
Tutti gli altri avranno versato a vuoto e potranno tranquillamente confrontarsi con la durezza del vivere propugnata da Padoa Schioppa.
E’ questo l’obiettivo che oggi si prefiggono le sinistre? 

Riguardo ai tuoi calcoli, vedo che ti ostini a ritenere che i denari distribuiti per mezzo del reddito di base finirebbero in un buco nero.
Viceversa, si tratta della spesa pubblica dello Stato più efficace, proprio perché chi lo riceve lo spenderà fino all’ultimo centesimo. Causando nuova domanda, da cui più produzione, da cui più occupazione, da cui più gettito fiscale, da cui pressione minore e potenziale recupero del welfare.
Ovvero termine di una crisi senza fine, che è tale proprio in base alle esigenze del capitale.
Non a caso i paesi più in crisi della UE sono proprio quelli in cui non viene riconosciuto un reddito di base: Grecia e Italia. Possibile che si tratti solo di una coincidenza?

Chi osteggia il reddito di base pone spesso quale sua alternativa la piena occupazione.
Senza spiegare però:
– quali precedenti storici abbia, a parte la Germania nazista e l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale;
– come si realizza nel concreto la piena occupazione, a quali costi, in quanto tempo e per produrre cosa;
– soprattutto non si dice mai, nel frattempo che la piena occupazione va a regime, che fine fanno i milioni disoccupati ed espulsi in via definitiva dal mondo del lavoro, spesso dopo decenni di lavoro, insieme alle loro famiglie.

Chi osteggia il reddito di base sostiene inoltre che ne quadro attuale si tratti di uno strumento reazionario. Del resto è proprio un quadro simile quello che stiamo vivendo: l’ostinazione nel rifiutare ai milioni di espulsi dal mondo del lavoro e alle loro famiglie un mezzo di sussistenza e recupero del minimo di dignità rende forse questo quadro meno reazionario?

Un’altra delle ragioni più comunemente addotte per giustificare il rifiuto per il reddito di base riguarda il fatto che persino Von Hayek ne avrebbe riconosciuto la necessità, nelle condizioni da lui prospettate, molto simili alle attuali.
Ma allora, se persino l’iper-reazionario Von Hayek ne riconosce la necessità, ostinarsi a negarlo non pone automaticamente in una posizione persino più reazionaria rispetto alla sua?

Infine, il propugnare la piena occupazione in un quadro generale come quello attuale, che invece a causa delle esigenze del capitale si basa per definizione su un esercito di riserva sempre più folto ai fini dell’abbattimento dei salari, delle tutele e del welfare, e che ha tra principali, più rappresentativi e seguiti parametri economici il NAWRU, Non Accelerating Wage Rate of Uneployment e il NAIRU, Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment, somiglia da vicino alla posizione di quelli che vorrebbero cambiare le regole all’euro e all’Europa. La sola differenza è che gli assertori della piena occupazione sono ancora più velleitari. Infatti non si accontentano come i piddini di cambiare verso all’Europa: pretenderebbero addirittura di cambiare verso al capitalismo.



Femen contro Rohani: mai contro il nuovo ordine mondiale di Diego Fusaro

[ 29 gennaio ]

Rohani a Parigi, Femen simulano impiccagione: “Un modo per farlo sentire a casa”. Mentre il presidente iraniano riceveva gli omaggi militari al complesso degli Invalides, nei pressi della Tour Eiffel le “attiviste” simulavano un’impiccagione con tanto di bandiera iraniana. Un modo, a loro dire, di protestare contro le condanne a morte e le violazioni dei diritti umani in Iran.
Ancora una volta, queste maestrine della protesta al servizio del capitale mostrano il loro volto. Ancora una volta rivelano – per chi ancora non l’avesse capito – che la loro protesta è l’emblema della “critica conservatrice”: espressione con la quale intendo tutte quelle forme di critica che spostano l’attenzione dalla contraddizione del fanatismo economico di cui è in balia l’Occidente.
In effetti, chi ancora non si è posto la domanda? Perché queste “signore”, con le loro stravaganti proteste, non prendono mai di mira il classismo, lo sfruttamento capitalistico, la condizione di precarizzazione coatta del lavoro, la disuguaglianza sociale sempre più oscena? Perché, insomma, protestano contro tutto ciò che non sia la contraddizione principale, quella capitalistica? Il gesto più radicale che le Femen siano riuscite a compiere contro l’integralismo economico e il neonazismo finanziario è stato il famoso, destabilizzante e pericolosissimo lancio di coriandoli contro Mario Draghi.

Si potrebbe malignamente far notare che a finanziare queste “proteste” delle signore Femen, che nemmeno nominano il potere classista delle banche e dell’èlite neo-oligarchica che regge il mondo (il famoso 1 %…), è proprio la finanza internazionale, che le ha assoldate per promuovere il proprio progetto di distruzione di ogni ordine reale e simbolico – giusto o sbagliato che sia – che non sia quello dell’èlite stessa e del capitalismo come impero universale fondato sul classismo e sull’alienazione.
Ecco perché le Femen assumono come loro bersagli privilegiati la religione in ogni sua declinazione e ogni regime che non sia quello del capitale. Ovvio che l’impiccagione dei dissidenti, degli omosessuali e di chi non sia allineato in Iran è un gesto osceno ed esecrabile: ma perché mai dire nulla sui lavoratori e sugli imprenditori costretti a togliersi la vita nella “civilissima” Unione Europea dalla dittatura del sistema bancario? Perché mai dire nulla sull’osceno sfruttamento dei lavoratori e sulla distruzione programmata e criminale del welfare state? Perché per le Femen le contraddizioni sono sempre e solo in Iran o a Città del Vaticano e mai nel cuore dell’Unione Europea o degli Usa?
Le proteste delle Femen si dirigono contro tutto fuorché contro il fanatismo economico e il classismo planetario: per loro esistono e meritano di essere combattute tutte le contraddizioni, salvo – guarda caso – quella tra capitale e lavoro, tra Signore e Servo. Et voilà, il gioco è fatto.
Per questa via, le Femen svolgono un’eccellente funzione di distrazione delle masse e, insieme, in maniera convergente, di glorificazione dei rapporti di forza dominanti, resi invisibili al cospetto delle mille contraddizioni da loro evocate e combattute.

E, quel che è peggio, vi è ancora chi non ha compreso la reale natura conservativa delle loro proteste, alleate nemmeno troppo segrete di quel nuovo ordine mondiale classista e neo-oligarchico che vorrebbe far credere alle masse precarizzate e sfruttate che il maximum dell’emancipazione possibile consista nel deridere la religione e nel fare gesti volgari e patetici come quelli delle Femen.



“PIANO B” SUMMIT DI PARIGI: RESOCONTO

[ 28 gennaio ]

[Nella foto Oskar Lafontaine che apre i lavori]

Summit del Piano B., è stata una giornata molto impegnativa: si è svolta la riunione del Forum europeo delle forze di sinistra e popolari anti-Unione europea. Erano presenti compagni da diversi paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Austria e quindi noi italiani di P101. Assenti i compagni greci per ragioni di forza maggiore.


un ragionamento critico sulla proposta di Lafontaine di tornare allo Sme. In questa tavola rotonda il discorso, tutto politico, che più ci ha entusiasmato è stato quello di Frédéric Lordon
Nel corso del dibattito Moreno Pasquinelli ha portato i saluti di

Costas Lapavitsas.

Stefano Fassina



Questi ultimi, come gli organizzatori dell’incontro, rivendicano una rinegoziazione dei trattati: «Il nostro piano A: lavorare in ciascuno dei nostri paesi e insieme attraverso l’Europa, ad una rinegoziazione completa dei trattati europei».

È una pericolosa illusione far credere che ciò sia possibile. Come considerare una rinegoziazione dei trattati a beneficio delle classi dominate senza la cancellazione degli stessi i trattati e senza un ritorno alla sovranità nazionale di ciascun paese dell’Unione? Perché, in effetti, per gli organizzatori «Nessuna nazione europea può procedere verso la propria liberazione nell’isolamento». Si può solo temere che il piano B di Parigi si trasformi in piano C a Berlino o a Madrid…
B. Fioccano i Piani B
Il prossimo 9 febbraio a Berlino, l’ex ministro dell’economia greco, parlamentare, ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, scomparso dal piano B di Parigi, e Arnaud Montebourg, ex parlamentare, ex ministro dell’Economia, della Ripresa produttiva e del Digitale e Manuel Valls, vice-presidente del Consiglio di Vigilanza della catena di mobili Habitat, membro del comitato di orientamento strategico della società Talan (Francia), lanceranno il loro «Movimento per la democrazia in Europa 2025» (DiEM 2025). Poi, il 19, 20 e 21 febbraio, a Madrid, membri di diverse forze della sinistra spagnola con Yanis Varoufakis organizzano un evento simile in favore di un piano B! Sarà che l’ambizione di Varoufakis è di insegnare agli spagnoli come prendere esempio dalla capitolazione del governo di Tsipras? Non sarebbe più saggio costruire le condizioni di resistenza e di rottura dei diktat di Berlino e Bruxelles?
Il coordinamento per l’uscita dall’euro, che ha organizzato delle iniziative in Grecia, Italia e Spagna – e che non è stato invitato a nessuno di questi dibattiti – denuncia il nuovo tranello che sarà orchestrato da funzionari di partito, da organizzazioni e personalità attaccate nonostante tutto a un «progetto europeo», che rifiuterebbero di rapportarsi all’Unione europea e all’euro per quello che sono – strumenti di dominio e tutela dei popoli.
Il Coordinamento europeo per l’uscita dall’euro si dichiara disponibile a lavorare con tutti quelli che vogliono l’uscita dall’euro e che sono pronti a discutere per costruire le condizioni per la realizzazione di questo obiettivo.

Il Coordinamento denuncia con forza le operazioni che mantengono le classi dominate in una fase di stallo, cioè l’euro, l’Unione europea e la NATO. Perché i popoli di ciascuno dei nostri paesi hanno bisogno vitale di riconquistare la loro sovranità per uscire dall’austerità e recuperare la libertà di definire le politiche di giustizia sociale.
Parigi, 22 gennaio 2016




BANCHE: L’ATTACCO TEDESCO ALL’ITALIA di Leonardo Mazzei

[ 28 gennaio ]

Perché non finirà a tarallucci e vino


C’è o non c’è un attacco tedesco all’Italia? Certo non ci sono i carri armati al Brennero, ma c’è o non c’è una guerra economica neppure tanto nascosta? Chi rispondesse con sicumera di no avrebbe di diritto l’iscrizione garantita al concorso a premi per l’ipocrita dell’anno. La cosa è così palese che persino i grandi imbonitori del politically correct(uno per tutti: Paolo Mieli) preferiscono assumere una diversa postura: non negano l’attacco, ma pensano che all’Italia convenga far finta di non vederlo.

Che nella classe dirigente non manchino i vigliacchi è cosa nota. Costoro non fanno mai seri bilanci storici. La loro narrazione del «sogno europeo» sta andando a pezzi? Non importa, conta solo continuare ad esser servi, a dire signorsì ai padroni di turno che gli staccano l’assegno mentre loro scrivono articoli sempre più timorati del Dio Euro(pa). 


Ci sono poi i quadratori del cerchio. Costoro vedono già meglio il problema, ma pensano di poterlo risolvere con qualche brillante trovata lessicale. E’ il caso del think tank della Luiss sceso in campo in questi giorni (leggi qui) per dirci che: a) sì, è vero, la politica tedesca è un bel problema per il nostro paese, ma… b) l’Italia deve ricominciare ad occuparsi del debito pubblico perché… c) a quel punto l’UE (leggasi Germania) potrebbe accettare di tornare a forme di «coordinamento accentrato» tali da determinare un qualche tipo di solidarietà europea.

Ora, a parte che non si vede proprio come un nuovo impulso alla politica dei sacrifici possa mettere l’Italia in condizioni migliori delle attuali, quando mai in passato l’euro-Germania ha accettato politiche davvero solidali? Il no alla mutualizzazione del debito pubblico non è mai venuto meno, alla faccia di chi predicava gli eurobond, mentre il no alla condivisione del rischio bancario è cosa di questi giorni, ripetuta a caratteri cubitali, e visibile in chiaro anche da Marte.

La novità semmai è un’altra. Ed è che il rifiuto teutonico di ogni forma di solidarietà sul fronte bancario è motivata proprio dalla messa in evidenza dei rischi del debito sovrano. Detto in maniera semplice: noi tedeschi non possiamo  prenderci rischi per le vostre banche, anche perché sono piene di titoli del debito pubblico, contenenti un rischio default (che va dunque prezzato) e soggetti (questo lo aggiungo io) ad una tendenziale svalutazione non appena la Bce porrà fine al quantitative easing

Queste cose la Germania le ha messe in chiaro. Ma prima di vederlo più da vicino c’è da affrontare quella che vorrebbe essere un’altra obiezione. Quella secondo cui «i tedeschi hanno le loro buone ragioni». Obiezione che accogliamo da subito, purché se ne traggano le dovute conseguenze. Le loro buone ragioni si chiamano più esattamente interessi. Ma se la difesa degli interessi nazionali della Germania è considerata legittima, perché non dovrebbe essere egualmente legittima la difesa degli interessi italiani?

Si dirà che così l’Unione Europea è pronta a passare a miglior vita. Vero, è così e non ci dispiace affatto. Ma non perché ci piacciono i più triviali istinti nazionalistici, ma perché – mentre siamo convinti che possa esistere un nazionalismo democratico – c’è qualcosa di assai peggiore della rinascita dei nazionalismi, ed è il dominio di un nazionalismo (quello tedesco) sulle altre nazioni, sugli altri popoli. Questa è l’Europa reale di oggi, questo è il problema col quale misurarsi. 

Le tavole della legge della Bundesbank

A fine anno ci siamo già occupati dell’arroganza chimicamente pura del sig. Lars Feld, che non è esattamente un signor nessuno, bensì il più importante consigliere economico della signora Merkel. Così sghignazzava costui dalle colonne del solito Corriere della Sera il 19 dicembre scorso:

«Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi». 

Un bel siluro non solo alle banche, ma all’intera economia italiana. Bella la solidarietà in salsa tedesca! Ovviamente il prepotente Lars non parlava solo per se stesso. Dietro di lui il governo di Berlino, la Bundesbank, la maggioranza parlamentare CDU-CSU/SPD, i media del paese.

Ora, tutto si può dire, ma non che i tedeschi non lavorino con metodo. Così, giusto per togliere ogni incertezza, per diradare ogni italica illusione, è arrivato un banchiere dal nome ignoto al grande pubblico, ma che di mestiere fa il vice a Draghi alla Bce in quota Bundesbank

Il suo nome è Andreas Dombret, il suo messaggio è chiaro: le banche, va da se quelle italiane in primo luogo, dovranno alleggerire il proprio «rischio sovrano». Dovranno cioè detenere un quantitativo limitato di titoli del debito pubblico di ogni singolo stato, e dovranno prezzare il rischio default sui titoli che gli resteranno in portafoglio.

Insomma, la solidale Germania continua a temere di doversi fare carico, anche in piccola parte, dei debiti altrui. Dunque, siccome per alcuni stati (Italia in primis) il rischio default è reale (prego prendere nota), i titoli del debito di questi stati vanno opportunamente svalutati nei bilanci delle banche che li detengono. Per capirci, se una qualsiasi banca detiene titoli per un miliardo diBund tedeschi ed un altro miliardo di Btp italiani, ai primi andrà dato un valore di 1 miliardo (100%), mentre i secondi potrebbero valere magari 950 milioni, forse 900 (90%) e giù a scendere a seconda delle situazioni.

Non so se a tutti sono chiare le catastrofiche conseguenze per un paese come l’Italia, ma anche per gli altri stati della periferia sud dell’eurozona, del meccanismo proposto (ormai è ufficiale) dalla Bundesbank e dal governo di Berlino. In ogni caso non sarà male elencarle.

In primo luogo, le banche italiane si troverebbero costrette a vendere grosse quantità di titoli, mettendosi nelle mani del «mercato», cioè della speculazione, per stabilire il prezzo della (s)vendita.


In secondo luogo, i tassi di interesse del debito italiano – che stanno in relazione inversa con il prezzo – crescerebbero in misura consistente, cancellando di brutto gli stessi vantaggi delquantitative easing


In terzo luogo, i bilanci delle banche nazionali, che detengono più o meno tutte grosse quantità di Btp, subirebbero perdite enormi, da compensare o con pesanti ricapitalizzazioni o più probabilmente ricorrendo al simpatico bail in che tanto piace a Berlino. A pagare sarebbe ciò la gran massa dei risparmiatori.


In quarto luogo, il peggioramento dei conti pubblici che ne deriverebbe, spingerebbe a nuove misure di austerità, dunque ad una nuova recessione, quindi ad un ulteriore aumento delle sofferenze bancarie.

E meno male che tutto è stato concepito – parole dell’ineffabile sig. Dombret – dalla necessità di «spezzare il circolo vizioso tra Stati e banche». In realtà, qualora la pazzesca proposta della Germania dovesse passare, assisteremmo esattamente ad un fenomeno diametralmente opposto di quello enunciato da Dombret. Altro che rottura del circolo vizioso tra rischio bancario e rischio sovrano! Avremmo, al contrario, un cortocircuito tra questi due poli in cui si condensa il lascito finanziario della crisi economica degli ultimi 8 anni. Con conseguenze devastanti.

Ora, siccome capire queste cose dovrebbe essere più o meno alla portata di tutti, come si fa a sostenere che quella scatenata dalla Germania non è – in senso economico – una guerra contro i paesi più deboli dell’eurozona, e contro l’Italia in primo luogo?

Ma, diranno gli increduli, cosa avrà mai da guadagnarci, la Germania, da una simile guerra? Tralasciando qui gli aspetti politici e quelli riguardanti la questione dei flussi migratori, che nel nord Europa pensano sempre più di scaricare sui paesi del sud (essenzialmente Grecia ed Italia), ci sono almeno quattro ragioni che spingono Berlino a mettere in ginocchio il nostro paese: 1) se i Btp si svalutano, i Bund si rivalutano: in questo modo (grazie alla moneta unica) sarà l’Italia a pagare il debito pubblico tedesco, 2) se le banche italiane continuano ad indebolirsi è inevitabile che finiscano in pasto ad istituti bancari di paesi più forti, ovviamente a prezzo stracciato, 3) banche messe così sotto pressione faranno sempre meno credito, con immaginabili ripercussioni sugli investimenti nel settore manifatturiero, il che alla Germania non potrà certo dispiacere.

Il governo italiano in un vicolo cieco

Se questa è la situazione, appare evidente il vicolo cieco in cui si è irresponsabilmente cacciato il governo Renzi. Sia chiaro, le colpe dei nostrani euristi vengono da lontano – come dimenticare, ad esempio, l’entusiastica adesione della maggioranza che sosteneva il governo Monti al fiscal compact ed alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione? – e tuttavia l’aver accettato il meccanismo del bail in non è certo una responsabilità minore.

Fin qui Renzi ha risposto in maniera minimalista, aprendo diversi fronti polemici (banche, gasdotti con la Russia, migranti, flessibilità di bilancio), ma senza una chiara strategia. E pensare che, in materia di banche, il no tedesco al fondo di garanzia sarebbe stata l’occasione da cogliere per rimettere in discussione l’intera Unione bancaria a partire dal bail in

Ma così non è stato perché manca il coraggio di andare alla radice del problema. E l’attuale governo si regge su un blocco sociale assai eterogeneo, la cui direzione è comunque tracciata da alcuni centri di potere che non potranno andare allo scontro con l’UE senza prima frantumarsi al loro interno.

Renzi ha certamente capito che la questione bancaria non finirà a tarallucci e vino. E sa che su di essa si giocherà buona parte del suo consenso. Tutto ciò rende sostanzialmente inevitabile lo scontro con l’euro-Germania, ma come vorrà condurlo? E con quali forze?

La politichetta del «battere i pugni» per qualche decimale di flessibilità ormai non ha più senso. Non solo non funziona per far partire una vera crescita, ma la Commissione europea sembra comunque decisa a chiudere il rubinetto degli zerovirgola. 

Renzi dovrà dunque scegliere: o prova ad ingaggiare una battaglia politica vera, mettendo nel conto la possibilità di una rottura dell’eurozona, oppure dovrà acconciarsi al ruolo del solito politicante che sbraita a fini elettorali interni, ma senza la capacità di uscire davvero dalla gabbia in cui lui, i suoi predecessori, il suo partito insieme a buona parte dell’intero sistema politico, hanno condotto il paese.

Ovvio che questa seconda ipotesi equivarrebbe alla fine politica del fiorentino. Fine che diversi commentatori, ma non il sottoscritto, danno ormai per certa. Ma su questo converrà tornare con un altro articolo.


Andare alla radice del problema

Abbiamo detto che la classe dirigente nazionale non ha il coraggio di andare alla radice del problema. Cosa significa in concreto? Significa che – come ho cercato di mostrare – ogni problema affrontato nell’ambito della gabbia dell’euro diventa irrisolvibile. Significa che ogni questione viene piegata a vantaggio di chi quella gabbia controlla. Significa che i paesi resi più deboli dalla moneta unica devono sempre pagare il conto. E non solo in materia economica, ma anche sulla gestione dei flussi migratori e sulle scelte energetiche.

Andare alla radice significa dunque mettere in discussione l’euro, preparandosi al ritorno alla sovranità monetaria. 

Volete un esempio? Abbiamo visto come – rimanendo nella moneta unica – la crisi bancaria sia irrisolvibile, idem l’intreccio tra di essa e la questione del debito pubblico. Entrambi i problemi sarebbero invece affrontabili con una moneta nazionale. Solo grazie ad essa lo Stato potrebbe ricapitalizzare, nazionalizzandole, le banche. Solo così potrebbe ripartire il credito. Solo così si aprirebbe la strada per affrontare il dramma della disoccupazione, della precarietà e dei salari da fame.

E sul debito pubblico, perché non rispondere alla minaccia di usare i «mercati» per far ripartire il solito spread, con l’ipotesi di un bel default selettivo nei confronti dei titoli detenuti dalle banche estere qualora queste cominciassero a giocare al ribasso? Minaccia per minaccia, ho la vaga impressione che funzionerebbe.

Ovviamente, il governo che potrebbe davvero ingaggiare una simile lotta è di là da venire. Ma i tempi stringono e potremmo essere alle porte di cambiamenti epocali.

PS – Ciliegina sulla torta: ieri la Commissione Europea ha presentato un rapporto in cui il debito pubblico italiano viene considerato ad «alto rischio» nel medio periodo, esattamente dal 2017. Una tempistica niente male, dato che per la presentazione di uno studio triennale si è scelta proprio la vigilia dell’odierno incontro tra Padoan e la commissaria Vestager sull’ipotesi di bad bank. Ma non pensate male, non c’è nessuna guerra in corso, a Bruxelles e Berlino sono buoni. E se mostrano sempre più spesso i denti lo fanno solo per il nostro bene…




SYRIZA UN ANNO DOPO: COME SI VENDE L’ANIMA AL POTERE di Costas Lapavitsas

[ 27 gennaio ]

[Costas Lapavitsas nella foto]


Oggi, esattamente un anno fa, in Grecia veniva eletto un governo di sinistra radicale. Il suo giovane e dinamico primo ministro, Alexis Tsipras, prometteva di sferrare un colpo decisivo contro l’austerità. Yanis Varoufakis, il suo non-convenzionale ministro delle finanze, poco dopo andò a Londra e creò un evento mediatico. Ecco qui, si diceva, un governo che abbandona le antiquate convenzioni borghesi e si lancia nella lotta. C’erano grandi aspettative.

Un anno dopo, il partito di Syriza sta alacremente applicando quelle stesse politiche di austerità che un tempo disprezzava. È stato purgato della sua ala sinistra e Tsipras ha gettato via il suo radicalismo pur di rimanere al potere ad ogni costo. La Grecia si è avvilita.

Come è potuta finire così? Una leggenda metropolitana molto propagandata in certi circoli mediatici vuole che i radicalisti siano stati bloccati da un colpo di stato orchestrato dai conservatori e dai funzionari europei, determinati a cancellare qualsiasi rischio di contagio. Syriza sarebbe stata dunque sopraffatta dai mostri del neoliberismo e del potere. Ciononostante avrebbe combattuto una lotta giusta, forse riuscendo perfino a spargere qualche seme di ribellione.

La realtà è molto diversa. Un anno fa la dirigenza di Syriza era convinta che se avesse rifiutato un nuovo pacchetto di salvataggio, i creditori europei si sarebbero dovuti piegare di fronte a una generale agitazione finanziaria e politica. I rischi per l’eurozona sarebbero stati, così credevano i leader di Syriza, maggiori dei rischi per la Grecia. Se Syriza avesse mantenuto la linea dura, credevano, le sarebbe stato concesso un “compromesso onorevole” per ridurre l’austerità e alleggerire il debito pubblico nazionale. La mente dietro questa strategia era Varoufakis, ma la stessa strategia è stata adottata da Tsipras e da gran parte della dirigenza di Syriza.

I critici, con le migliori intenzioni, continuavano a ripetere che l’euro portava con se un complesso di rigide istituzioni, con una loro logica interna, che avrebbero semplicemente rigettato qualunque richiesta di abbandono dell’austerità e di riduzione del debito. In più, la Banca Centrale Europea era pronta in qualsiasi momento a ridurre la fornitura di liquidità alle banche greche, strangolando così l’economia – e con essa il governo Syriza. La Grecia non poteva fare nessuna trattativa efficace non avendo un piano alternativo, tra cui la possibilità di uscire dall’unione monetaria, dato che creare da sé la propria liquidità era il solo modo di evitare lo strangolamento da parte della BCE. Certo, non era affatto facile, ma almeno avrebbe offerto una possibilità di opporsi alle catastrofiche strategie di bail-out dei creditori. Purtroppo la dirigenza di Syriza non aveva nessun piano alternativo.

La disastrosa natura della strategia di Syriza si è resa chiara il 20 febbraio del 2015. I politici europei costrinsero il nuovo governo greco a convenire sugli obiettivi di bilancio (in surplus), sull’implementazione delle “riforme”, sull’attenersi a tutti i pagamenti del debito e a desistere da qualsiasi uso del fondo di salvataggio per scopri diversi da quello di sostenere le banche. L’Unione Europea ha tranquillamente disattivato la trappola di liquidità della Banca Centrale Europea, e ha rifiutato di dare un solo centesimo in più di supporto finanziario alla Grecia fino a che questa non fosse ridotta a completa obbedienza.

Le condizioni del paese sono diventate sempre più disperate quando il governo ha attinto alle riserve di liquidità, le banche si sono prosciugate, e l’economia si reggeva a stento in piedi. In giugno la Grecia è stata costretta a imporre i controlli sui movimenti di capitale e a dichiarare la sospensione delle banche. Syriza ha tentato di lanciare un ultimo colpo in luglio, quando Tsipras ha invocato un referendum sul nuovo, duro piano di salvataggio. Incredibilmente, e con grande coraggio, il 62 percento dei greci ha votato per il “no”. Lo stesso Tsipras ha fatto campagna elettorale per il “no”, ma quando è arrivato il risultato del voto si è reso conto che in pratica esso avrebbe significato uscire dall’euro, mossa per la quale il governo non aveva fatto dei seri preparativi. A dire la verità erano stati messi a punto dei “piani” per una valuta parallela, un sistema bancario parallelo, ma si trattava di idee dilettantesche di nessuna utilità al momento dell’effettiva “ora X”. Inoltre il popolo greco non era stato preparato, e Syriza politicamente si reggeva appena. Ma soprattutto, Tsipras e il suo circolo si erano personalmente legati al progetto dell’euro. Di fronte ai risultati catastrofici della sua strategia, Tsipras si è vergognosamente piegato ai creditori.

Da allora ha adottato una dura politica di avanzo fiscale, ha aumentato le tasse e svenduto le banche greche ai fondi speculativi, privatizzato porti e aeroporti, e sta per tagliare le pensioni. Il nuovo piano di salvataggio ha condannato la Grecia, già impantanata nella recessione, a un declino a lungo termine con scarsissime prospettive di crescita, mentre i giovani con più alto grado di istruzione stanno emigrando e il debito pubblico pesa sempre più pesantemente.

Syriza è il primo esempio di governo di sinistra che non ha solo fallito nel mantenere le promesse fatte, ma ha anche adottato per intero il programma politico dell’opposizione. Il suo fallimento ha rafforzato in tutta Europa la percezione che l’austerità è l’unica strada che si può percorrere, che nessun cambiamento sarà mai possibile. Ciò ha gravi implicazioni per molti paesi, tra cui la Spagna, dove Podemos sta bussando alle porte del potere.

Syriza ha fallito non perché l’austerità fosse invincibile, non perché il cambiamento radicale sia impossibile, ma perché essa era disastrosamente impreparata a lanciare una sfida diretta all’euro. Il cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiede un confronto diretto con la stessa unione monetaria. Per i paesi minori questo significa prepararsi a uscire dall’euro, per i paesi centrali significa accettare di apportare dei cambiamenti decisivi a degli accordi monetari disfunzionali. Questa è la sfida che sta di fronte alla sinistra europea, ed è l’unica lezione positiva che si può trarre dal disastro di Syriza.




MARIANNA, PER LA PRECISIONE di Enea Boria

[ 27 gennaio ]

Giusto ieri mi sono imbattuto in questo articolo.
Leggendolo possiamo intravedere un barlume di verità, ma sento veramente il bisogno di essere più preciso.

Procediamo con ordine e diciamo tutto quel che Madia [nella foto] non dice.

1) se dici “eh, è reato penale”, già per questo ti sei dimostrata una incompetente.
Perchè se è reato, è penale per definizione.
Se dici una cosa simile durante un esame alla facoltà di giurisprudenza, tendenzialmente ti mandano via a calci.
Ma glielo perdoneremo perchè risulta che la Madia abbia fatto scienze politiche.
E non infieriremo ricordando, come già fa il giornalista, che non tutti i reati comportano arresto e che proprio il governo di cui Madia fa parte ha recentemente ristretto il numero di queste fattispecie di reato.
Non lo farò perchè sono un socialista, non un travaglian-manettaro.
Lo Stato deve essere autorevole, non autoritario, e questo si ottiene attraverso la certezza del suo agire non con l’attitudine draconiana della sua indole repressiva.
Però, per cominciare, possiamo già da qui farci un’idea della estrema vaghezza della ministra nelle cui mani ci troviamo.
2) Evidentemente Madia non conosce il testo di legge, che come spiega anche l’articolo, in realtà non esiste.
3) A dirla tutta non è la prima volta che accade che un ministro della Repubblica non conosca i testi di legge che pure portano il suo nome.
Accadeva pure con la Gelmini, alla quale il testo di legge della riforma che porta il suo nome lo aveva scritto Brunetta, col fine di ottemperare alle richieste di taglio lineare avanzate da Tremonti e Sacconi.
4) In questo caso però è più grave, e questo non lo scrive neanche l’articolista, perchè in questo caso il testo di legge che al momento non c’è, neanche può esserci.
Infatti, COME CHIUNQUE PUO’ CONSTATARE semplicemente leggendo i ccnl che sono PUBBLICI e PUBBLICATI sul sito dell’agenzia dello stato Aran, i “licenziamenti” di cui blatera la Madia esistono già. Da anni, anni e anni.
Esistono già regole che comportino licenziamento senza nemmeno dovere di preavviso, e a chi incorre nell’applicazione di queste regole va già di lusso se, per soprammercato, non si becca pure una denuncia per truffa ai danni dello stato.
5) Entrando nello specifico, se guardiamo la parte normativa dei ccnl dei vari comparti del pubblico impiego alla voce sanzioni disciplinari, le cause di licenziamento esplicitamente espresse e codificate sono sempre presenti ed apertamente contemplate e tra queste, sempre, almeno 2 o 3 senza nemmeno dovere di preavvisto.
Cioè letteralmente IN TRONCO.
Madia vuole introdurre una legislazione che esiste già?
O vuol semplicemente strumentalizzare un risentimento male indirizzato per raggranellare facile consenso senza dover fare nulla?
6) Volendo essere ancor più precisi, fino agli anni ’90 quando l’ordine precedente venne cambiato, mi pare ai tempi del governo Amato, il rapporto di lavoro nel pubblico impiego era normato dal vecchio testo unico del 1957 che in effetti era un mondo a parte rispetto all’impiego privato.
Ma da oltre vent’anni, abrogato il vecchio testo, l’unica legge che è rimasta in vigore anche nel settore pubblico era la legge n.300 del 20 maggio 1970, “e successive modifiche e integrazioni”. Cioè il vecchio statuto dei diritti dei lavoratori, e quanto in seguito su di esso è stato accumulato o da esso sia stato rimosso.
7) Attenzione perchè proprio qui abbiamo il passaggio cruciale.
Nel momento in cui tutti i lavoratori sono senza distinzioni sottoposti al vecchio statuto del lavoro e successive modificazioni, tra la modifica dell’art 81 della Costituzione e l’abolizione dell’art.18 contemplando il fatto che la motivazione economica per il licenziamento sia diventata non impugnabile, per il pubblico impiego in modo specifico si apre il campo ad una possibilità inedita.
Lo Stato, in pratica, si è già riservato il diritto di poter licenziare nel pubblico impiego a piacimento per motivazione economica, semplicemente perchè glielo chiede l’€uropa e banalmente perchè non ci sono i soldi ma i vincoli di bilancio si.
Non c’è bisogno di produrre nuova e ulteriore legislazione in tal senso, potrebbe bastare qualche decreto attuativo che, di fronte ad una eventuale necessità di far rapidamente cassa, potrebbe essere fatto passare nottetempo nella forma di decretazione d’urgenza.
Basterà aspettare di vedere lo spread tornare ai levelli del settembre-ottobre-novembre 2011; in quel momento vedremo cosa indica al cartina al tornasole del governo Renzi.
Il suo scontro con l’UE è serio o è un rumoroso diversivo, una pagliacciata?
Nel secondo caso il governo farà una riforma di quelle che piacciono tanto agli eurocrati.
8) A questo punto verrebbe spontaneo domandarsi perchè non si applichino regole già esistenti nei casi in cui questa applicazione sia meritata.
Innanzitutto bisognerebbe dire la verità e cioè che queste regole vengono già applicate, anche giustamente, a proposito dei casi che vengono scoperti. Semplicemente non è vero che ciò che non finisce sulle prime pagine dei giornali non esista. Parliamo già di qualche centinaio di casi all’anno.
Il vero problema del pubblico impiego, però, è altro.
Nel pubblico impiego le dirigenze sono, non sempre ma purtroppo spesso, frutto di nomina politica o se non proprio di nomina almeno di contiguità, aderenza, conoscenza. E fatalmente non dirigono un bel niente.
Chi volete che persegua e licenzi chi, spessissimo, non conosce neanche i nomi né sa esattamente quali siano le mansioni dei propri diretti subalterni, dato che la loro funzione è semplicemente essere piazzati li dai partiti a percepire lauti stipendi e, appena ci si riesce, assumere chi ha la tessera di partito giusta gestendo poi pacchetti di voti?
Questo è il vero problema del pubblico impiego, per risolvere il quale però….i potenti dell’apparato politico dovrebbero toccare sé stessi.
Cosa che non faranno mai, a meno che il popolo non li defenestri in blocco dandosi nuovi e decenti rappresentanti.
Il repulisti serve, ma se verrà gestito dalle stesse persone che hanno trasformato comparti del pubblico impiego in clientele e bacini di voti, quelli che ci rimetteranno il collo saranno inevitabilmente quelli che la copertura politica e la raccomandazione non ce l’hanno.
E sono i più, con i ccnl e i gli stipendi bloccati da anni ed anni, sottoposti al regime del bastone mentre per legge si è imposto che la carota non esistesse affatto.
Se licenzieranno queste persone, cittadini e cittadine lo domando a voi, pensate di potervelo permettere l’ospedale privato quando vi ammalerete, l’università privata per i figli, 700 € sull’unghia per una risonanza magnetica quando vi sentirete male e avrete dannatamente fretta di capire perchè?
Inoltre in una situazione di drammatica recessione dell’economia come l’attuale, siccome anche la spesa pubblica è PIL e circolazione del denaro, anche a costo di buttare letteralmente i soldi dalla finestra, lo Stato non dovrebbe smettere di spendere. Anzi dovrebbe spendere di più!
Quindi quale savio di mente che abbia compreso il senso di questa crisi, potrebbe essere così pazzo da ritenere che la pur necessaria riorganizzazione del Pubblico Impiego, passi oggi attraverso la necessità di tagliare posti di lavoro?
9) A cosa siamo di fronte, facendone la sintesi?
Alla solita trovata retorica con la quale, un governo alla corde, addita al pubblico un “nemico ideale”, un facile capro espiatorio, per recuperare un po’ di facile consenso senza però parlare di ciò che veramente è necessario.
Se faranno qualcosa nella direzione che Madia indica non sarà per loro voglia, ma perchè sarà riuscito a imporglielo l’Europa.
Cosa che, per altro, ha predisposto Monti coi voti parlamentari di Bersani ancora segretario del PD; quindi anche gli antirenziani non si sentano assolti, dato che il danno grave l’hanno fatto addirittura più loro che non Renzi e le locuste al suo seguito.

Tutto questo, per la precisione.

* Fonte: unpezzounculo




Il populismo è democratico: Machiavelli e gli appetiti delle élite di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli


[1] 



L’anti-populismo e il dibattito neo-repubblicano su Machiavelli

[2] 


Tramite una lettura attenta di Machiavelli, è possibile mostrare la continuità tra l’anti-populismo e il pensiero conservatore e antidemocratico, ed è possibile contrapporre ai pericoli che derivano dagli istinti popolari i pericoli altrettanto seri costituiti dagli abusi, talvolta persino inconsapevoli e involontari, delle élite. Machiavelli cerca di elaborare principi e istituzioni anti-elitarie, anti-oligarchiche, propriamente democratiche e partecipative. Per quanto i tempi siano cambiati, le sue idee possono essere d’aiuto e d’ispirazione quando ci si accinge a progettare istituzioni adatte ad arginare la disaffezione per la politica e a restituire il controllo autentico delle decisioni pubbliche ai cittadini. Crediamo che il dibattito anglosassone su Machiavelli sia uno sfondo teorico adeguato per queste riflessioni perché permette di ricostruire con precisione le varie posizioni in campo.

[3] 

[4] Pocock presenta l’ideale repubblicano di Machiavelli come centrato sulle virtù civiche e partecipative, viste come ultimo rimedio alla decadenza delle istituzioni repubblicane. Questo era stato un tema già di Polibio. Machiavelli lo aveva percepito in tutta la sua concreta drammaticità, da protagonista di quell’esperienza tarda di repubblicanesimo italiano che fu la penultima Repubblica fiorentina, la cui crisi fu l’occasione principale delle sue riflessioni. Il libro di Pocock contribuì a superare l’interpretazione allora corrente di Machiavelli come teorico del potere e dell’emergente sovranità statale.
[5] Mentre Pocock aveva associato l’ideale repubblicano alle virtù civiche, Skinner si concentra sull’ideale classico-romano di libertà personale. La costituzione repubblicana si caratterizza non come modello istituzionale ideale dove l’animale politico aristotelico può esercitare le sue virtù civiche, ma piuttosto come semplicemente uno strumento per garantire a cittadini imperfetti uno stato nel quale non siano costantemente minacciati da interferenze esterne. 


[6] L’uso dispregiativo del termine democrazia si ritrova inoltre nell’Italia rinascimentale, quando Guicciardini, proprio in opposizione a Machiavelli, metteva in guardia dai governi popolari e dal popolo, perché a suo avviso “è forse tanto più pestifera la sua tirannide [del popolo] quanto è pericolosa l’ignoranza, perché non ha né peso né misura né legge che la malignità”.[7] Si ritrova anche negli scritti dei fondatori degli Stati Uniti d’America, ad esempio in Madison, che lamenta lo “spettacolo di tumulti e rivalità” delle democrazie e l’intrinseca incompatibilità tra i governi popolari e la “sicurezza personale o il diritto di proprietà”.[8]
McCormick mostra chiaramente che a questa tradizione anti-popolare, Machiavelli è decisamente alternativo, dato che Machiavelli contrappone ai rischi posti dal governo popolare quelli altrettanto gravi attribuibili alle élite economiche e politiche. Per questo motivo, quella di McCormick è una rilettura importante dal punto di vista storico. Madison e gli altri padri fondatori della costituzione statunitense considerati tra i principali eredi di Machiavelli nell’interpretazione di Pocock e Skinner. McCormick mostra invece che Madison e gli altri padri fondatori sono gli eredi dell’elitarismo di Guicciardini.


[9] Per McCormick, i Discorsi sono invece una lunga analisi delle virtù delle istituzioni popolari della Repubblica romana quale miglior garanzia per la libertà dei più e per proteggere la Repubblica dagli appetiti oppressivi delle élite politiche ed economiche.

Tra le altre cose, il contributo di Machiavelli permette di rilevare la potenziale insufficienza dei meccanismi elettorali come strumento di controllo popolare sul potere detenuto dalle oligarchie, in contrasto quindi con la teoria neo-repubblicana basata sulla rappresentanza e sulle elezioni intese come atto di autorizzazione delle decisioni politiche. Questa contrapposizione teorica era già evidente in epoca rinascimentale, dove la disputa sul destino della Repubblica fiorentina contrapponeva da una parte i pensatori aristocratici ed elitisti – come Guicciardini, che a partire dall’esplicita condanna degli umori e delle capacità del popolo preferiva governi “stretti” sul modello della costituzione della Repubblica di Venezia – e dall’altra Machiavelli, che si rifaceva invece alla Roma repubblicana per proporre correzioni contestatorie all’inevitabile deriva oligarchica delle repubbliche. Machiavelli unisce dunque uno sguardo duramente realista sull’inevitabilità sociologica delle oligarchie a un giudizio fortemente negativo sulle conseguenze del loro potere quando questo potere rimanga incontrollato.

[10]
[11] La tesi di Machiavelli era probabilmente sorprendente agli occhi dei suoi stessi contemporanei, i quali erano familiari con la teoria politica comunale che indicava nella concordia civile il supremo valore repubblicano. In realtà Machiavelli condivide con i suoi immediati predecessori la condanna dei “tumulti” civili, ma distingue chiaramente la lotta partitica dovuta alla faziosità delle famiglie oligarchiche, in ogni caso da condannare, dalla salutare “discordia” fra gli umori dei più e il desiderio di potere e prestigio dei pochi.[12]
[13] A sostegno di questa tesi Machiavelli cita la violenta e omicida reazione dell’aristocrazia romana a fronte del tentativo di riforme e di redistribuzione delle terre agricole portato avanti dai Gracchi (Discorsi I.5 e Discorsi I.37), a cui contrappone la pacifica secessione della plebe come reazione alle angherie dei patrizi e all’esclusione dalla vita politica nei primi anni della repubblica (Discorsi I.4 e Discorsi I.40). È da questa contrapposizione tra i diversi desideri delle moltitudini e delle oligarchie che Machiavelli conclude che “i desideri de’ popoli liberi, rade volte sono perniciosi alla libertà perché e’ nascono, o da essere oppressi, o da suspizione d’avere a essere oppressi (Discorsi I.4).


[14] Le risorse richieste dalla competizione elettorale escludono di fatto la parte popolare dalla vita pubblica esecutiva, lasciando alle moltitudini un ruolo del tutto passivo e di mera “autorizzazione” delle decisioni politiche prese da altri. Non per nulla Machiavelli contrappone alle elezioni il sistema di selezione delle magistrature politiche per sorteggio, diffuso nell’Atene classica e in modo più limitato nella Repubblica fiorentina. La lottocrazia evita almeno alcuni dei meccanismi che consentono alle élite di avere mano libera nella vita politica, come in particolare la superiore capacità degli appartenenti alle élite di mobilitare risorse per ottenere il consenso pubblico. Il sorteggio di alcune cariche pubbliche rende concreta la possibilità che cittadini estranei alle oligarchie riescano a ricoprire tali cariche, un’eventualità in larga parte solo teorica anche nei sistemi nei quali le cariche sono formalmente contendibili da ciascuno. Nelle repubbliche antiche, tale sistema aveva l’ulteriore vantaggio di indurre una condotta cauta nei “potenti”, i quali potevano aspettarsi di trovarsi cittadini di parte popolare in posizioni preminenti.[15]
[16]

L’importanza contemporanea del Machiavelli democratico



[17] Se si vuole rimediare alla disaffezione verso la politica tradizionale, misurata da decrescenti affluenze elettorali nella maggior parte dei paesi più ricchi, occorre porre rimedio alla subordinazione della politica agli interessi pochi: la disaffezione non è necessariamente dovuta a pigrizia e può invece essere ben spiegata dalla commistione preoccupante tra forze politiche e interessi economici. L’efficace istituzionalizzazione del populismo, della contestazione e del conflitto, auspicata da Machiavelli per Firenze, è auspicabile anche nel contesto attuale.

[18] Pettit deriva la sua teoria istituzionale dalla lezione repubblicana classica, e quindi gli strumenti che dovrebbero garantire la non-dominazione all’interno della sua proposta sono la certezza del diritto e i meccanismi elettorali. È indubbio che tali dispositivi siano importanti per garantire le libertà civili, incluse quelle di minoranze potenzialmente oppresse dagli umori della moltitudine. Pettit per esempio ha giustamente difeso esperienze di governo particolarmente attente ai diritti delle minoranze, come quella spagnola di Zapatero.[19] Questi strumenti sono però inefficaci rispetto alla fonte di dominazione che deriva dal potere economico di una minoranza, quell’1%, che domina sempre più il funzionamento delle istituzioni. 
Non a caso, la contestazione dei meccanismi delle attuali democrazie elettorali-rappresentative è un tema caro ai movimenti “populisti” contemporanei, ed è un tema che andrebbe piuttosto affrontato con serietà che tacciato con le motivazioni tipiche dei pensatori di parte oligarchica.

[20] Ma anche se è certamente importante provare a superare i meccanismi perversi della lotta politica che paralizzano sistemi politici attuali, Pettit non considera che gli esperti, soprattutto in alcuni campi del sapere, sono spesso contigui per interessi e ideologia ai ranghi dei potenti, e che anche quando tentino onestamente di perseguire il bene comune, la mancanza di un forte e diretto input popolare pone a rischio gli interessi dei cittadini comuni. È il caso ad esempio della politica economica, dove molto spesso gli interessi dei potenti possono influenzare la scelta degli esperti e delle teorie economiche di riferimento a scapito dell’interesse generale.[21]

L’anti-populismo come strumento delle oligarchie

[22] Le idee di Machiavelli possono servire a formulare o a riformulare in maniera più precisa alcune delle preoccupazioni di quelli che vengono accusati di populismo.

[23]
[24] Anche questo termine è normalmente utilizzato in senso negativo, per criticare coloro che si lamentano dell’attuale funzionamento del sistema politico ed economico senza usare i canali istituzionali ortodossi previsti dal sistema stesso. A noi sembra che l’antipolitica, che ormai sempre più spesso si associa a ciò che potremmo battezzare l’antifinanza, sia almeno in parte il sintomo di un crescente rifiuto da parte del popolo della pretesa delle attuali élite economiche e politiche di avere un controllo sempre più esteso delle istituzioni e delle decisioni pubbliche. Tale rifiuto spesso non trova la possibilità di esprimersi tramite mezzi istituzionali, visto che questi mezzi vengono percepiti, a torto o a ragione, come controllati dalle élite stesse che l’antipolitica e l’antifinanza vogliono contestare. Questo rifiuto perciò cerca espressione al di fuori delle istituzioni. La ricerca di canali extra-istituzionali e anti-istituzionali, per quanto forse non sempre e non del tutto negativo, può portare sicuramente a delle distorsioni pericolose che vanno evitate. Per questo bisogna istituzionalizzare il conflitto. Ma il conflitto può essere propriamente istituzionalizzato solo se le istituzioni stesse diventano più populiste, cioè più capaci di dare a quelli che non appartengono alle élite un potere contestatorio che sia efficace e che sia percepito come tale da quelli che ne possono fare uso. In mancanza di cambiamenti in questa direzione, la disaffezione nei confronti dei canali istituzionali è destinata a crescere e a raggiungere forse livelli pericolosi per l’intero sistema di convivenza civile.


Per questo motivo potrebbe forse avere senso pensare alla possibilità di sperimentare con adattamenti ed elaborazioni delle soluzioni che Machiavelli propone. Al di là di questo però è importante insistere sul fatto che qualsiasi proposta di revisione e riforma delle attuali istituzioni politiche deve focalizzarsi su questa asimmetria di potere, asimmetria che invece, sciaguratamente, è solo raramente menzionata e presa in considerazione nei dibattiti sulle varie possibilità di riforme istituzionali e costituzionali o nei dibattiti su come “curare” l’elettorato da tendenze populiste o antipolitiche, soprattutto in Italia.

[25] La critica al neo-repubblicanesimo è importante perché questo filone teorico è senza alcun dubbio tra i più attenti ai meccanismi con cui il potere politico può degenerare, facilmente e talvolta subdolamente, in un dominio moralmente illegittimo sulla vita delle persone. La critica quindi si applica, a maggior ragione e con maggior forza, a tutte quelle teorie e proposte istituzionali meno attente a queste degenerazioni, come le varie versioni del liberalismo più o meno ortodosso.

Tutti coloro che vogliono appellarsi a valori democratici dovrebbero tener presente che la contrapposizione su cui bisogna concentrarsi non è quella tra giudizio popolare, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni, ed élite illuminate, ma piuttosto quella tra giudizio popolare ed élite che fanno parte di oligarchie i cui interessi sono molto spesso lontani da quelli della stragrande maggioranza della popolazione. È per questo motivo che una rivalutazione del populismo è importante per la soluzione dei problemi che le democrazie contemporanee si trovano ad affrontare. Le fonti di tirannia non si limitano a quelle segnalate da Guicciardini e Madison – ossia le folle incostanti, ignoranti e malevole – ma includono l’enorme potere politico che la ricchezza garantisce a una piccola minoranza di individui. È per questo che la teoria di Pettit è per lo meno incompleta. Un pericolo importante per il cittadino è certamente il rischio che una maggioranza scelga di utilizzare i poteri pubblici per interferire con le sue scelte di vita, ma le interferenze dovute a quelle minoranze costituite dalle élite socio-economiche sono talvolta molto più pericolose, oltre che molto più subdole e quindi più difficili da identificare. Da una presa d’atto di questo fatto si avvantaggerebbe un discorso pubblico che deve certamente essere attento ai pericoli che possono correre le minoranze più deboli, ma deve anche affrontare in maniera schietta le asimmetrie di potere politico causato dalla concentrazione di risorse economiche e finanziare nelle mani di pochi.


In Italia, dove l’odioso snobismo elitista e antipopolare che caratterizza troppo spesso l’analisi della vita politica è scambiato per progressismo e dove bollare come eversivi i movimenti contestatori è considerato un segno di serietà democratica, tale discussione è ancora più raccomandabile.
* Fonte: Micromega 
NOTE

[1] Un esempio tra tanti: Enrico Letta, da Presidente del Consiglio dei Ministri, ha recentemente parlato del pericolo posto dai “populisti anti-europei” e dal “populismo rabbioso”.
[2] Si veda: McCormick J, Machiavellian Democracy, Cambridge University Press, 2011; McCormick J, “Machiavelli against Republicanism: On the Cambridge School’s ‘Guicciardinian Moments’” Political Theory, vol.31, n.5; Bock G, Viroli M, Skinner Q (eds), Machiavelli and Republicanism, Cambridge University Press 1993; Pettit P, Republicanism: A Theory of Freedom, Oxford University Press, 1999.
[3] Baron H, The Crisis of the Early Italian Renaissance: Civic Humanism and Republican Liberty in an Age of Classicism and Tyranny, Princeton University Press, 1955; Gilbert F, Machiavelli and Guicciardini: Politics and History in Sixteenth Century Florence, Princeton University Press, 1965.
[4] Pocock JGA, The Machiavellian Moment: Florentine Political Thought and the Atlantic Republican Tradition, Princeton University Press, 1975.
[5] Skinner, Quentin, 1978. The Foundations of Modern Political Thought(Volume 1: The Renaissance), Cambridge University Press 1978. Skinner Q, Liberty Before Liberalism, Cambridge University Press 1998.
[6] Aristotele, Etica Nicomachea, Libro VIII, cap.10, Laterza, 1999.
[7] Guicciardini F, Storia d’Italia, cit. in Silvano G, “Florentine republicanism in the early sixteenth century” (pg. 68) in Bock G, Viroli M, Skinner Q (ed.). Machiavelli and Republicanism, Cambridge University Press, 1990.
[8] Hamilton A, Madison J, Goldman L, The Federalist Papers, n.10, Oxford University Press, 2008.
[9] Vedi ad esempio Guarini E, “Machiavelli and the crisis of the Italian Republics” (pg. 28) in Bock G, Viroli M, Skinner Q (op. cit.).
[10] Si rimanda all’Almanacco di Economia di Micromega, “Il ritorno dell’eguaglianza”, del 03/2013.
[11] Si veda il libro VI delle Storie di Polibio.
[12] Si veda anche Bock G. “Civil discord in Machiavelli’s Istorie Fiorentine” in Bock G, Viroli M, Skinner Q (op. cit.).
[13] Ci riferiremo ai passaggi rilevanti dei Discorsi indicando rispettivamente il numero del libro e del capitolo.
[14] Schumpeter J, Capitalism, Socialism and Democracy, Harper and Brothers, 1947; in particolare il capitolo XXII.
[15] Sulla lottocrazia si veda per esempio Guerriero A, “The lottocracy”, Aeon Magazine, 23 January 2014, http://aeon.co/magazine/living-together/forget-elections-lets-pick-reps-by-lottery/
[16] Di tali poteri contestatori possiamo forse ravvisare le vestigia in alcuni strumenti della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare il referendum abrogativo e l’iniziativa di legge popolare. Questi strumenti sono però limitati e mancano inoltre, per come sono strutturati, di quell’elemento su cui insiste Machiavelli, cioè il fatto che debbano essere strumenti istituzionali a cui le élite non hanno accesso diretto.
[17] Un esempio recente è il caso della negoziazione sull’area di libero commercio trans-atlantico condotta dal governo americano e dalla Commissione Europea in modo del tutto auto-referenziale e poco trasparente, nonostante i discutibili vantaggi per la popolazione e a fronte delle evidenti pressioni del mondo economico a suo favore; si veda Monbiot G, “This transatlantic trade deal is a full-frontal assault on democracy”, The Guardian, 4 November 2013, http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/nov/04/us-trade-deal-full-frontal-assault-on-democracy.
[18] Oltre al citato Pettit (1999) si veda anche Pettit P, On the People’s Terms,Cambridge University Press, 2012.
[19] Marti JL, Pettit P, A Political Philosophy in Public Life: Civic Republicanism in Zapatero’s Spain, Princeton University Press, 2010.
[20] Pettit P, “Depoliticizing democracy”, Ratio Juris, 17-1, 2004 (52–65).
[21] Per una discussione centrata sulle politiche di austerità e sui cosiddetti Bocconi boys, si veda Krugman P, “How the case for austerity has crumbled” The New York Review Books, 6 June 2013, http://www.nybooks.com/articles/archives/2013/jun/06/how-case-austerity-has-crumbled/
[22] Si vedano per esempio alcuni recenti editoriali di Eugenio Scalfari sul quotidiano La Repubblica.
[23] È per questo motivo che Machiavelli, per esempio, promuove le procedure romane di impeachment popolare, le quali a suo parere permetterebbero uno svolgimento ordinato delle procedure di ripudio di quei politici che si rendono colpevoli di perseguire i propri interessi piuttosto che quelli della comunità (Discorsi I.7). Non è forse un caso se, contrariamente a quanto suggerito da Machiavelli, le procedure di impeachment nelle costituzioni moderne sono attribuite esclusivamente ad altri poteri.
[24] Ma non solo in Italia. Si veda per esempio il recente dibattito nel Regno Unito sulle affermazioni anti-voto del comico Russell Brand, recentemente invitato a essere ‘guest editor’ del settimanale politico New Statement. Bisogna tener presente però che il termine antipolitics viene talvolta usato nel dibattito anglosassone con un significato diverso.
[25] In particulare in: Stiglitz J, The Price of Inequality, Norton, 2012; specialmente capitolo 5.
AUTORI
Lorenzo Del Savio: Dottorando in “Ethics and Foundations of the Life Sciences” presso l’Università di Milano e la SEMM.
Matteo Mameli: Reader in Philosophy, King’s College London; in passato è stato ricercatore presso la London School of Economics e presso il King’s College dell’Università di Cambridge; si vedahttp://www.kcl.ac.uk/artshums/depts/philosophy/people/staff/academic/mameli/