LIBERIAMO L’ ITALIA E IL GOVERNO DRAGHI

Risoluzione approvata dalla Direzione nazionale di LiT il 22 febbraio 2021

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1) L’arrivo di Draghi segna l’apertura di una nuova fase politica. Chi vuole impegnarsi nella costruzione di un’adeguata ed efficace opposizione deve comprendere anzitutto il significato e la portata di questo passaggio. Come è stato esplicitato nel suo discorso programmatico, quello di Draghi si preannuncia come il governo del Grande Reset; un disegno che punta a trasformare l’Italia in un luogo di sperimentazione avanzata delle nuove ricette della cupola globalista.  E’ da questa consapevolezza che bisogna partire. Costruire l’opposizione è dunque urgente, ma altrettanto importante è che tale opposizione sappia qualificarsi come proposta di una radicale alternativa, con una sua visione ed un suo diverso modello di società.

2) Il governo Draghi rappresenta l’ennesimo tentativo di reazione da parte del sistema neoliberista in crisi. Il neoliberismo è la forma concreta assunta dal capitalismo negli ultimi quarant’anni, dopo gli scricchiolii del sistema negli anni ‘70 del secolo scorso. Ma il neoliberismo, sviluppatosi a partire dalla Gran Bretagna e dagli Usa, è anch’esso un modello in crisi. Privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation, precarizzazione del mercato del lavoro, sono state delle droghe utili a rivitalizzare il corpo malato del capitalismo per alcuni decenni. Oggi, però, queste ricette (ancorché riproposte a beneficio dei soliti noti) paiono del tutto inadeguate allo scopo. Da qui l’obiettivo più ambizioso, del quale il governo Draghi è parte, di una ristrutturazione più violenta e profonda dell’intera società. Simbolo di questo progetto è la spinta alla digitalizzazione estrema, come mezzo per la disgregazione del mondo del lavoro, per la cancellazione di storici diritti, per la spinta ad un’atomizzazione sociale funzionale al dominio di una ristretta oligarchia.

3) Draghi, che nel suo discorso d’insediamento non ha mai fatto riferimento al rispetto della Costituzione, è arrivato a Palazzo Chigi anche per la disfatta di un intero sistema politico, di una crisi dei partiti che ha segnato una nuova e più pesante tappa, portando con sé lo stravolgimento di ogni regola di una repubblica parlamentare consegnatasi ormai ad un presidenzialismo de facto che potrebbe alla fine sfociare in presidenzialismo de jure. Nella penosa vicenda politico-parlamentare che ha portato al nuovo governo, spicca in particolar modo la  miseria  delle  forze che, sia  pure  ambiguamente,  avevano  flirtato  con un  atteggiamento critico, quanto  meno euroscettico, nei confronti  dell’Unione Europea. Oggi queste forze (Lega e M5s) sono addirittura entusiaste di un governo che afferma la centralità della collocazione  organica  dell’Italia  nella gabbia dell’UE e della NATO. Un governo che, per bocca del suo presidente, sorride alle ulteriori “cessioni di sovranità”, che rivolgendosi al parlamento italiano è giunto ad esprimere “rispetto” (sic!) per il “vostro paese”. Queste parole non sono un semplice lapsus. Esse rivelano, piuttosto, il ruolo effettivo di Draghi come commissario dell’UE. Un vero Gauleiter potremmo legittimamente definirlo! Ma ovviamente Draghi, a differenza di chi lo ha  preceduto, non è una banale pedina da utilizzare e sacrificare nella logica del gioco politico-strategico, bensì un componente di quella Cupola Transnazionale espressione  non  già  dei  paesi, delle  nazioni,  degli stati di provenienza,  ma essenzialmente  del capitale  finanziario  che  per  sua  natura  non  ha  né Patria né appartenenze se non al profitto o, per essere più precisi, al bisogno vitale della valorizzazione del  capitale nella sua forma più pura e conseguente.

 4) Al di là della sua durata temporale, l’obiettivo strategico del governo Draghi è dunque quello del definitivo ancoraggio dell’Italia al carro del “peggior padrone”, quella finanza speculativa transnazionale che ha nella UE – oltre che negli USA post-trumpiani di Biden – la sua dimensione territoriale ed istituzionale. Se Trump tendeva a considerare gli USA come un soggetto distinto dal capitalismo globalista, Biden è invece l’espressione di un nuovo indissolubile matrimonio tra il potere politico, Wall Street e le Big Tech della Silicon Valley rafforzatesi alla grande grazie al Covid. E’ questo il carro oggi vincente del globalismo del Grande Reset al quale Draghi cercherà di agganciare, portandola in dono, l’Italia. Da qui l’ossessivo richiamo alla Nato ed all’atlantismo, quasi il governo precedente non fosse stato sufficientemente servile.

5) Nonostante il suo attuale consenso, frutto non inatteso della pittoresca deriva delle forze parlamentari da sempre a parole contro il “governo dei tecnici”, il disegno di Draghi potrebbe incontrare ostacoli di non poco conto. Se la riforma della pubblica amministrazione sembra coincidere più che altro con un violento approfondimento del processo di digitalizzazione, se quella del fisco partorirà come sembra una modestissima riformucola in linea con quella immaginata dal governo Conte, ben più difficili sembrano le risposte sul piano economico e sociale. Mentre il dramma della disoccupazione di massa sta per esplodere con la fine del blocco dei licenziamenti, la stessa cosa può dirsi per la crisi infinita di centinaia di migliaia di piccole aziende disastrate da quella sciagurata politica di chiusura del Paese che si vuol continuare a perseguire. In questo quadro, le finte risorse del Recovery Plan (finte in quanto prestiti, dunque nuovo debito) nulla risolveranno. Certo, dopo il crollo economico del 2020 non sarà difficile mettere a segno un fisiologico rimbalzo, ma da qui ad uscire dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ce ne passa.

6) E’ in questo contesto che dovremo misurarci con il primo dei compiti: la costruzione di una forte opposizione, l’elaborazione di una strategia per l’alternativa al sistema neoliberista. Non sarà un compito facile. Della dissolvenza delle forze istituzionali abbiamo già detto, ma in questo anno di Covid anche le forze del sovranismo costituzionale non hanno certo brillato. Occorre dunque una svolta! Un salto di qualità sul piano organizzativo, come pure sul terreno teorico, culturale e programmatico. Bisogna innanzitutto battere il settarismo e l’idea dell’autosufficienza. Liberiamo l’Italia è su questa strada, quella dell’unità, fin dalla sua costituzione. Ma oggi, di fronte alla sfida del governo Draghi, è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. A causa della capitolazione di M5s e Lega, lo spazio per una nuova opposizione popolare è ampio e tenderà ad allargarsi. Mentre nel campo leghista non si alza nessuna voce di dissenso (vedi l’ingloriosa fine di certi personaggi) è di grande importanza la pur tardiva frattura avvenuta nei gruppi parlamentari dei 5 stelle, che testimonia quanto largo sia il disssenso tra gli elettori di quello che fu il primo partito. Consideriamo nostro compito, pur nella profonda distanza culturale e politica dai valori e dai principi fondanti di questa forza, dialogare e incontrare questa parte viva del Movimento 5 Stelle. Compito ancora più importante e urgente visto che dobbiamo contrastare il palese tentativo del regime di consegnare alla destra liberista di Fratelli d’Italia il titolo di “nemico”  del governo Draghi così da consentirgli la possibilità di occupare ed egemonizzare il campo dell’opposizione.

7) Il fatto che il blocco dominante abbia infine deciso di giocare la carta estrema di Draghi è in fin dei conti un sintomo di debolezza, una scommessa ad oggi priva di un “piano b”. Ma con la nuova maggioranza di governo si è fatta pulizia anche delle forze pseudo-sovraniste. Sotto questo profilo la credibilità della Lega e del M5s è oggi pari a zero, ma lo spazio che si è così aperto potrebbe venire interamente occupato dai rottami di “Fratelli d’Italia” solo se le forze del sovranismo costituzionale restassero divise ed impotenti come negli anni passati. E’ questo uno scenario che va impedito in tutti i modi.

8) Liberiamo l’Italia mentre s’impegna a costruire un forte partito unitario del sovranismo costituzionale e democratico, agirà per rafforzare l’opposizione al governo Draghi, nella prospettiva di un Fronte del Rifiuto  che organizzi e sostenga tutte le mobilitazioni sociali per il diritto al reddito ed al lavoro, per la difesa delle libertà costituzionali contro la prosecuzione dell’emergenzialismo autoritario in materia di Covid.

La Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

22 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 Nel 2020 il PIL bruciato è stato di 170 miliardi di Euro, la migliore previsione di crescita per il 2021 è del 4% . Si potrà obiettare che il recovery plan mette a disposizione 209 miliardi e dunque ci sono risorse sufficienti affinché il governo Draghi possa varare misure per far ripartire l’economia.  E’ vero? Il recovery plan contiene 127 mld di euro in prestiti e 82 mld di euro a fondo perduto, per un totale di 209 mld che dovranno essere spesi in 6 anni.

Partiamo dai prestiti: il vantaggio che l’Italia ottiene è dato dalla differenza tra i tassi di interesse europei stabiliti dalla BCE e i tassi di interesse nazionali. Tale risparmio sarà di mezzo miliardo all’anno, cioè nei 6 anni il risparmio sarà di 3 miliardi. Ma sono comunque prestiti da restituire, il che farà aumentare il debito dell’Italia che sarà monitorata e le verrà richiesto di dare prova che riuscirà a restituirli facendo nuovi tagli.

Adesso parliamo degli 82 mld a fondo perduto. Questi devono necessariamente avere una copertura a livello europeo che si ottiene con una tassa creata allo scopo. Al momento non c’è alcuna tassa europea in cantiere tranne quella, ancora ipotetica, sulla plastica. Questo significa che la copertura del prestito a fondo perduto dovrà essere garantita dai contributi dei singoli stati membri. Se verrà applicata la regola europea, ogni stato dovrà contribuire in base al proprio PIL. L’Italia dovrà contribuire al massimo con 40 mld. Se riceviamo 82 mld e ne dobbiamo versare 40, anche un bimbo delle elementari calcola che non riceviamo 82 ma 42.

Ricordiamo il risparmio sugli interessi di 3 miliardi visto prima? Bene, sommiamolo ai 42 mld che riceviamo e avremo come recovery plan 45 miliardi; considerando che il recovery plan va usato in 6 anni, spalmando la cifra in questo periodo avremo che l’aiuto europeo sarà di di 7.5 mld per ogni anno. E non è ancora finita: nei prossimi 7 anni l’Italia è contributore netto per il bilancio europeo con 20 miliardi. Cioè deve versare alle casse europee questa cifra. Quindi 45 meno 20 fa 25. Tenendo conto dei 6 anni, sono 4.16 miliardi di euro all’anno.

Con queste premesse cosa potrà fare il governo Draghi se la base di partenza sono i 170 miliardi di PIL bruciati nel solo 2020, senza considerare le previsioni fosche? E’ all’interno di questo scenario che va inquadrata l’azione di Draghi e lo scenario non è certo dei più promettenti. Che lo stesso Draghi ne sia consapevole lo dimostrano le sue parole nel discorso di insediamento: nel prossimo futuro la politica dovrà decidere quali imprese andranno sostenute e quali no. Intanto, al momento in cui scrivo (fine febbraio 2021) si apre una nuova fase di lock down che comporterà ulteriori danni economici. Ingenuamente potremo chiederci: possibile che un alto funzionario del mondo finanziario non sappia queste cose? Lo avrà di sicuro previsto e avrà l’asso nella manica! Un asso nella manica sarebbe quello di stampare moneta per far partire l’economia, ma qui andiamo a scontrarci con il credo fondamentale dell’Unione europea che si basa sul controllo dei prezzi. Emettere moneta cozza violentemente con le ragioni stesse che reggono l’Ue poiché a molta moneta circolante corrisponde un aumento dei prezzi.

Chi non ha la netta impressione che le classi dominanti siano in un vero e proprio cul de sac, in una strada senza uscita? In realtà l’uscita la tengono, si basa sulla distruzione di una parte dell’economia reale (le imprese che Draghi ha detto che non potranno salvarsi) per favorire altre imprese. Quali? Se il mercato finanziario e le borse speculative sono oggi il motore di ogni decisione, non saranno certo le piccole e medie imprese nazionali che i mercati premieranno ma le multinazionali quotate in borsa, i giganti del commercio on line. E’ immorale? E’ sbagliato? Falsi problemi: accadrà perché questo è il capitalismo neoliberista sotto il comando della finanza speculativa e non può essere diversamente perché se ciò avvenisse sarebbe il crollo del sistema.

I ceti dominanti sono obbligati a distruggere per poter ricostruire, è come una guerra, anzi è una guerra, ma senza sparare colpi di cannone. E per condurre questa guerra senza provocare un eccessivo malcontento tra le masse popolari, le misure come sempre saranno attuate a piccoli passi, usando la politica della rana nella pentola che bolle. Il tutto sostenuto da una campagna che per un verso incute paura nella popolazione e per l’altro santifica smisuratamente il signor Draghi. Ciò che interessa a noi che siamo cittadini del popolo lavoratore è che questo gigantesco resettaggio del sistema economico sta provocando il crollo verticale di molti settori del ceto medio, la chiusura di attività e il licenziamento del personale dipendente.

Le domande sono: fino a che punto il reset sarà digerito dalla popolazione? Fino a che punto i cittadini saranno governati con la paura? Non possiamo saperlo. Ma attendere che la disperazione salga e si formi come un fiume in piena è un errore, prima di tutto perché la storia è piena di insegnamenti in cui il popolo ha accettato ogni peggioramento senza opporsi, poi perché l’abilità dei lestofanti che ci governano è varare misure economiche per dividere l’area del malcontento e spegnerlo.

A questo punto entra in gioco il ruolo dei cittadini più attivi e consapevoli che si collocano nell’area del rifiuto di tutto questo, che non lo accettano passivamente. Ho il sospetto fondato che fino a quando il reset non sarà portato compiutamente a termine, investendo solo nelle imprese che fanno fare soldi ai mercati, la pandemia sarà gestita politicamente per mantenere lo stato di soggezione attuale e per far si che siano gli stessi cittadini a chiedere misure più dure, a dividere la popolazione, a criminalizzare coloro che protesteranno. Tuttavia se lo scenario è quello delineato, il malcontento tenderà ad aumentare almeno fino al 2023, anno che la Commissione europea considera quello in cui potrebbe esserci una ripresa, ma il condizionale è d’obbligo e la ripresa potrebbe venire persino al di là di quell’anno.

Non è immaginabile dunque una società pacificata, ma al più solo repressa, distratta e frantumata. Il reset non sarà un pranzo di gala e mieterà vittime oltre a quelle già mietute fino ad oggi. Le categorie più colpite sono e saranno i dipendenti di quei settori privati che hanno subìto blocchi dai lock down al pari dei titolari delle stesse imprese che già oggi si indebitano o hanno chiuso; in un economia fortemente globalizzata gli effetti sono a catena e non possiamo escludere che categorie professionali e produttive, per ora risparmiate, saranno in futuro coinvolte. Penso soltanto ai piccoli corrieri che a causa dell’accordo tra Amazon e Poste Italiane stanno subendo un drastico calo del fatturato. Oppure, sempre restando su Amazon, al progetto di fornitura di cibo da asporto ordinato on line, basato molto probabilmente su accordi con un produttore locale di pietanze, cosa che colpirà duramente il settore della ristorazione.

Dunque almeno per i prossimi due anni assisteremo ad un aumento della conflittualità sociale. Se il governo agirà nello scenario delineato non ci saranno misure adeguate a spegnere il malcontento. L’appiattimento di quasi tutto l’arco parlamentare sul governo Draghi porterà allo scollamento tra i partiti ed i loro elettori colpiti dalla crisi poiché non si vedranno tutelati dai loro referenti politici. Lo stesso vale per i sindacati, ormai proni al pensiero liberista.

Già oggi esistono diverse forze nel campo del rifiuto al governo Draghi e possiamo immaginare la formazione di un fronte del rifiuto composto dalle forze politiche e dai singoli cittadini che per ragioni oggettive, o per scelta politica, si collocano contro il governo delle forze neoliberiste, il governo del partito unico del PIL.

Al momento in cui scrivo si sta consumando la frattura nel M5S proprio sulla scelta di appoggiare o meno il governo; l’Italexit di Paragone, Vox Italia (il prossimo 27 febbraio si darà una nuova organizzazione), il PC con a capo Rizzo, Liberiamo l’Italia, il Fronte Sovranista e la galassia di altre sigle contro il neoliberismo, contrarie all’Ue, per la costruzione del socialismo, sono al momento le forze non ancora unite ma che possono fare da catalizzatore a tutti gli scontenti coalizzandosi in un fronte unitario.

Ma immaginare la formazione di un nuovo soggetto politico che agisca solo in termini elettorali è un errore. Ci attende una lunga marcia, occorre essere presenti sui territori, occorre saldarsi alle frange di popolazione scontenta, partecipare alle vertenze del mondo del lavoro dipendente e autonomo. E’ necessario unire tra loro i cittadini più attivi, coscienti, di buona volontà che hanno chiaro che il nemico è il neoliberismo impersonificato dal governo Draghi e che, al pari dei gilet gialli francesi, mettano da parte differenze ideali ed eventuali tessere di partito per impegnarsi nella costruzione di un fronte del rifiuto che si oppone all’economia al servizio dei mercati e si batte per costruire un economia al servizio del popolo applicando la Costituzione italiana. Dobbiamo immaginare gruppi di cittadini attivi sul territorio che si riuniscono con cadenza fissa per stabilire come agire nel proprio ambito locale facendo vivere la questione generale (il mercato che domina sulla politica); dobbiamo immaginare cittadini riconosciuti dalla popolazione per integrità morale e coerenza, dobbiamo immaginare che questo sarà un cammino non breve che richiede spirito di sacrificio e che se funzionerà a dovere sarà inevitabilmente attaccato con ogni mezzo.

Se pensiamo che questa è la proposizione di una nuova formazione politica che possa andare in parlamento senza una corrispondente forza sociale che le fa da sponda – e la controlla – sui territori stiamo facendo un errore grave. Al contrario i comitati popolari devono vigilare sugli eletti costantemente ed essere pronti a togliere loro la fiducia non appena si profila la perdita degli obiettivi per i quali sono stati eletti. Dobbiamo immaginare che questo processo possa approdare alla formazione di una forma di potere diffuso tra le masse popolari e che può essere la forza per giungere persino ad un governo popolare di emergenza che agendo sui territori e con la sua rappresentanza in parlamento crei le maggiori difficoltà ai nemici del popolo e ne ostacoli i piani.

Umberto Spurio, 21/02/2021




LA DISTRUZIONE NON SARÀ CREATIVA di Moreno Pasquinelli

Lo spettacolo è osceno. Mai s’erano visti tanta piaggeria e tanto servilismo. Non parliamo solo di quella rimpatriata di sbandati politici che gli voteranno la fiducia. Per quanto sia un antico male italiano quello della cortigianeria degli intellettuali, è disarmante vedere fino a che punto si sta spingendo il loro livello di depravazione morale. Un riluttante patriarca ortodosso ebbe a dire all’imperatore bizantino “ti adoro ma non ti venero”.  Draghi è non solo adorato, ma venerato come uomo della Provvidenza. Verrà presto, per tutti questi ruffiani, il momento in cui scopriranno che la Provvidenza non lavora per loro, ma contro di loro.

Passando dal cielo alla terra, il punto di massima forza politica del grande blocco che sostiene Draghi corrisponde al punto di massima debolezza. Quale sia ce lo indica Wolfgang Münchau: “La sua nomina è comunque una scommessa alta —semplicemente perché, se fallisce, non esiste un Piano B”.

E’ proprio così, Mario Draghi è, per i dominanti, l’ultima chance per provare a raddrizzare quel legno storto che è l’Italia, incatenarla al vincolo esterno e allinearlo finalmente agli standard eurocratici e liberisti. Una missione che Draghi non potrà certo portare a compimento, ma che deve impostare come processo irreversibile. Che abbia successo non dipende evidentemente solo dalle sue mosse, ma dalla combinazione di molteplici fattori che non sono nella sua disponibilità. In quanto convinto assertore del Grande Reset, sa bene che, affinché la sua missione vada a buon fine, deve avere dalla sua una veloce ripresa economica dell’intero Occidente e un quadro geopolitico favorevole. Due condizioni altamente improbabili.

Probabile è che accada che la distruzione Non sia creativa, bensì catastrofica.

Per il momento i dominanti segnano tuttavia un punto a loro favore. Draghi e l’accozzaglia che lo sostiene hanno il vento in poppa. Inutile per le minoritarie forze d’opposizione ingaggiare una battaglia frontale. “Ritirarsi quando il nemico avanza, attaccarlo quando esso indietreggia, disturbarlo quando si riposa”.

Noi abbiamo evocato la costituzione di un Fronte del Rifiuto, lo ribadiamo, ammonendo che per adesso dobbiamo ritirarci, evitando sia azioni velleitarie sia una ritirata disordinata, provando quindi a consolidare le nostre posizioni in attesa che il vento cambi direzione.

“Quando la notte è più buia, l’alba è più vicina”.




CONTRO DRAGHI, IL FRONTE DEL RIFIUTO di Moreno Pasquinelli

“Mai col Pd”, “Mai senza Conte”, “Mai più con Renzi”, “Mai con lo psiconano”, “Mai con la Lega”, “Mai più governi tecnici”, “Mai coi 5 stelle” “Mai con Draghi-Dracula”; e via negando. Sembrerebbe convalidata la tesi di  Carl Schmitt secondo cui tutti i concetti della dottrina politica dello Stato sarebbero concetti teologici secolarizzati. L’analogia tiene, in questo caso, ove si rammentasse la tesi della teologia apofatica, la quale affermava che, in quanto a Dio, non si potesse dire alcunché di positivo. Ovvero Dio sarebbe ineffabile e inconoscibile e non resterebbe che l’abbandono mistico, aggiungiamo irrazionale, al divino.

Usciamo dall’analogia metafisica e voliamo basso. Si discettta sulla terapia economica che adotterà per far uscire il Paese dal marasma di una crisi sistemica senza precedenti. Come se Draghi avesse la capacità di compiere il miracolo. A ben vedere è proprio l’illusione che il nostro possa compierlo che spiega come tutti, di riffa o di raffa, sgomitano per salire sul carro del demiurgo, scambiando Draghi per un deus ex machina che risolve a da un senso alla tragedia italiana. Resteranno delusi assai. Sospetto, anzi, che in molti ci lasceranno le penne, poiché tutto Draghi potrà fare, meno che prodigi. Se abbiamo ragione, e penso che ce l’abbiamo, la montagna della crisi italiana è troppo alta da scalare, anche per uno scaltro arrampicatore come lui. L’incattesimo, prima o poi, svanirà.

Non è l’Ascensione al cielo che l’Italia ha davanti, bensì un’altra stazione della sua Via crucis, di cui quella decisiva fu l’adesione alla Unione europea. C’è un solo modo, infatti, di porre fine al Calvario, uscire dalla Unione europea, riguadagnare totale sovranità nazionale, sganciarsi dalla mondializzazione liberista. Hanno chiamato Draghi per la ragione opposta: tenere il Paese in catene e impedire che faccia naufragare il Titanic dell’Unione europea, e si arrenda dunque, in nome e per conto delle plutocrazie mondialiste, al destino di insignificante e succube provincia della nuova globalizzazione o meglio, del Grande Reset.

Per tenere soggiogata l’Italia occorre disinnescare la bomba sociale ed a questo scopo occorre addomesticare gli italiani, e per farlo bisogna seppellire definitivamente i populismi ed i sovranismi, che pur in forme cialtronesche avevano rappresentato l’opposizione popolare, fino a farla diventare maggioranza, fino a far schiantare la “seconda Repubblica”.

L’irruzione di Draghi sta terremotando il quadro politico italiano. Non poteva essere diversamente, per questo è stato principalmente tirato in ballo. Egli deve rendere definitiva la cooptazione di M5s e Lega salviniana come forze portanti del blocco politico- sociale dominante. Per il resto si navigherà a vista, barcamenandosi nella tempesta mondiale.

“Dopo l’annus horribilis segnato dalla pandemia Draghi non ci voleva proprio!”. All’euforia dei dominanti corrisponde, nel campo dell’antagonismo sociale e politico, lo sconforto. In effetti, tranne rare eccezioni (tra cui la principale è Liberiamo l’Italia) i diversi soggetti dell’arcipelago antagonista sono usciti con le ossa rotte dallo Stato d’emergenza biopolitico. Tuttavia questo scoramento è ingiustificato. Se si guarda al futuro prossimo con la dovuta lucidità non è difficile pre-vedere che per le forze antagoniste si aprirà un crescente spazio politico d’azione. Lo spazio di un combattivo FRONTE DEL RIFIUTO, di una coalizione anti-Draghi — la Marcia della Liberazione in quest’ultimo anno è stata in questo senso una via possibile di unità. Ciò che, nel bene e nel male, è stato seminato in questi anni difficili dai diversi organismi del sovranismo costituzionale, socialista e patriottico, darà i suoi frutti.

Così che un giorno proprio noi rivoluzionari potremo dire che Draghi è stato davvero l’uomo della Provvidenza —non per lorignori ma proprio per noi. Sempre tenendo a mente che la Provvidenza ci chiede di essere operosi, creativi, se serve spregiudicati, giammai indolenti, rassegnati o attendisti.