IN MEMORIA DI UN MAESTRO di Nello De Bellis

[ mercoledì 31 luglio 2019 ]

Il 31 luglio del 2011 veniva a mancare a Pisa il nostro grande amico e compagno di strada Massimo Bontempelli [nella foto].

Chi scrive ha già su queste pagine pubblicato un breve profilo dell’autore e dell’opera (vedi questo sito come pure del Campo antimperialista in data 1 agosto 2013), né intende ripetersi. 

Quello che trovo opportuno ricordare in questa sede non è solo la mesta ricorrenza, ben nota a compagni ed amici, bensì l’importanza di leggere e approfondire la sua opera per un orientamento non solo politico ed economico, intellettuale e scientifico ma anche etico e spirituale nel mondo contemporaneo.

Pochi pensatori hanno davvero la capacità di “leggere il presente come Storia” e di ergersi contro l’assurdo e l’insensatezza, accettata dai più come banale ed inevitabile, e chieder conto e ragione di tutto in nome dell’Uomo.
Umanesimo integrale senza infingimenti e pose umanitaristiche, così definirei la filosofia di Massimo Bontempelli,che si inverava e diventava di implacabile rigore e profondità, nell’opera storiografica. 

La sua non è stata tanto una forma di Neoidealismo, ma un Idealismo rinnovato e vivificato nelle sue fonti e messo in fecondo e stimolante confronto con Marx e la tradizione marxiana, nonché con tutto l’orizzonte della cultura contemporanea e l’avvicendarsi delle formazioni economico-sociali. 

Ne scaturiscono quadri di un’ampiezza e profondità impressionanti in cui la competenza dello storico si intreccia con quella dell’economista e con la lucidità del filosofo che comprende con eccezionale capacità speculativa l’essenza, il nocciolo intemporale eppur storicamente divenuto della realtà, secondo il ben noto paradosso hegeliano dell’Assoluto concepito non più come sostanza ma come soggetto

Il che in un quadro desolante come quello della cultura e società italiana, in cui gli intellettuali riconosciuti o sono servi sciocchi del Potere o sono delle autentiche “macchiette”, involontariamente migliori di quelle di Scarpetta e di Eduardo, è un esempio, un modello, un appiglio che ci dà modo ancora di non naufragare nell’agnosticismo, nella vacuità e nella disperazione.

Continuare l’ opera di un Maestro, interpretandola è ciò che rende umanamente migliori i suoi allievi e i suoi lettori, poicheé il vero maestro è colui che fa emergere la parte migliore di noi stessi.

Vorrei, in conclusione di questa breve nota commemorativa, suggerire una chiave di lettura della vasta opera dell’amico scomparso. Forse essa è il rapporto che Bontempelli istituisce tra storicità e trascendenza, quest’ultima concepita non certo in senso metafisico, ma come prospettiva logico-ontologica che mantiene costantemente aperto l’orizzonte del possibile come apertura sulla verità dell’essere e come principio di speranza per il riscatto della comunità umana e del mondo.


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È LA FINE DELL’ITALIA di Nello De Bellis

[ 14 febbraio 2019 ]

«Così la Lega realizzerà il suo obiettivo strategico, tenacemente perseguito per anni ed abilmente dissimulato dal “sovranismo” strumentale che si serve della questione dei migranti, per dissimulare il suo fine occulto. Abile mossa che ricorda quasi il Piano Schlieffen tedesco della I Guerra mondiale».

Nella cartina la macro regione alpina come viene immaginata dagli eurocrati. Frantumare gli stati ed i demos per far decidere tutto… ai mercati

Tra pochi giorni verrà decisa di fatto dal Governo in carica, su forte istanza leghista, la secessione o devoluzione che dir si voglia di tre regioni italiane, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, rispetto al restante territorio nazionale.

Nelle scorse settimane tanto Salvini, quanto il Governatore della Lombardia hanno teso a rassicurare l’opinione pubblica resa finalmente inquieta dalle notizie sulla “secessione dei ricchi”, che invece non cambierà nulla, che il gettito dello Stato non muterà e che “gli altri non ci perderanno niente” (Fontana).

Così non è, e allora, verrebbe fatto di chiedere, perché procedere nel senso di un regionalismo sempre più differenziato? La verità è che cambierà la struttura dei servizi pubblici, si produrrà un decisiva distrazione di risorse all’interno del Paese, il diritto di cittadinanza effettiva (diritti e servizi) sarà determinato dall’appartenenza a specifiche aree geografiche e non ad altre.

Ciò che va rimarcato con forza è che a tutt’oggi si ignora persino il testo delle intese che il Governo è pronto a firmare il prossimo 15 febbraio. Un vero e proprio golpe istituzionale! Tali articolati di legge giungono in Parlamento senza che lo stesso abbia modo di discuterli perché non ha avuto neppure la possibilità di conoscerli ed essi andranno soltanto approvati o respinti senza alcuna possibilità di modifica o integrazione.

Una volta approvati non sarà possibile alcuna integrazione o correzione senza il consenso delle regioni coinvolte neppure con referendum. Il profilo del progetto si può evincere dal testo preparatorio firmato con le tre regioni interessate dal governo Gentiloni il 28 febbraio dello scorso anno, a pochi giorni dal voto. Inutile dire che un governo sfiduciato, in carica solo per l’ordinaria amministrazione avrebbe dovuto esimersi senza dubbio da una scelta così impegnativa e avventata, che invece compì nella vana speranza di evitare l’imminente débacle.

Zaia e Erika Stefani ministro agli Affari Regionali

Particolarmente insidioso il riferimento all’art. 4, che dopo un anno dall’entrata in vigore della legge concede alle regioni privilegiate il gettito fiscale adeguato ai “fabbisogni standard”.

In pratica ciò si tradurrà nella possibilità di avere più strutture, più beni, più servizi per i cittadini che vivono in territori con più risorse e maggior imponibile fiscale (che resterà quasi tutto in loco) e la cui percentuale non verrà decisa dal Parlamento ma da commissioni bilaterali Stato-Regioni, cioè da tecnici appartenenti allo stesso schieramento politico, con quale “dialettica democratica”, è facile immaginare.

Così la Lega realizzerà il suo obiettivo strategico, tenacemente perseguito per anni ed abilmente dissimulato dal “sovranismo” strumentale che si serve della questione dei migranti, per dissimulare il suo fine occulto. Abile mossa che ricorda quasi il Piano Schlieffen tedesco della I Guerra mondiale.

L’importanza cruciale delle materie che passeranno dalla competenza dello Stato a quella delle regioni determinerà un inevitabile indebolimento delle istituzioni centrali ed una disfunzione giuridica ed amministrativa che lederà, inutile dirlo, la stessa Costituzione. Mentre la data fatidica (pare slittata al 15 marzo) si avvicina, tacciono tutti coloro che avrebbero interesse a parlare e che verranno inevitabilmente schiacciati dal regionalismo differenziato e secessionistico di Lombardia,Veneto ed Emilia. Continua, interrotto da qualche “voce poco fa” il silenzio (peggio di quello di Nini Rosso…) dei deputati del M5S eletti al Sud che dovrebbero rappresentare i cittadini meridionali, anche perché sulla sola sanità in Campania la decisione governativa inciderà per un taglio di 2 miliardi. Viene da chiedersi, come sempre accade in Italia, dove sono coloro che potrebbero e dovrebbero decidere, ma soprattutto discutere, dibattere, informare su questioni così cruciali da cui dipende il destino di un popolo, di uno Stato, di una nazione.

E invece no, sempre a pensare ad altro, a guardare altrove, ad accapigliarsi sulle “contraddizioni secondarie”, invece che sui problemi dirimenti, salvo quando è ormai troppo tardi inseguire affannosamente i buoi appena scappati dalla stalla.

Da questa vicenda, con le solite lodevoli eccezioni che confermano la regola, non solo esce a pezzi l’intera classe politica italiana, il ceto accademico e il circo Barnum mediatico, ma esce malconcio anche il piccolo e misero mondo del sovranismo italiano.

Quali margini di azione politica vi saranno tra poche settimane, a meno di una clamorosa sterzata a pochi metri dal baratro, in un Paese spaccato a metà, come non accadeva dal 1859 e con una Unione Europea (non dimentichiamolo) saldamente accampata nelle nostre province, come una volta l’Austria asburgica dei tempi di Francesco Giuseppe? <!– /* Font Definitions */ @font-face { panose-1:0 0 0 0 0 0 0 0 0 0; mso-font-alt:"Times New Roman"; mso-font-charset:77; mso-generic- mso-font-format:other; mso-font-pitch:auto; mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; Times New Roman"; mso-ascii- mso-ascii-theme- mso-fareast- mso-fareast-theme- mso-hansi- mso-hansi-theme- mso-bidi-Times New Roman"; mso-bidi-theme- mso-fareast-language:EN-US;} @page Section1 {size:595.0pt 842.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:35.4pt; mso-footer-margin:35.4pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;}




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SOVRANISMO SENZA NAZIONE di Nello De Bellis

[ 28 dicembre 2019 ]

Il tema del “REGIONALISMO DIFFERENZIATO, dunque della rottura de facto dell’unità nazionale, è ormai drammaticamente all’ordine del giorno. 
L’articolo che segue ne illustra chiaramente le disastrose conseguenze sulla società italiana. Nell’auspicare che la quasi secessione nordista venga fermata da un’ampia mobilitazione politica e culturale, vogliamo qui ricordare due cose. 
La prima è che il “regionalismo differenziato” è figlio della riforma del titolo V della Costituzione (2001) targata D’Alema e Amato. 
La seconda è che tale controriforma ha storpiato in più punti lo spirito e la lettera della Costituzione del 1948, ponendo le norme inserite in quell’occasione (in particolare all’art. 116) in netta contraddizione con il principio di uguaglianza sancito nell’articolo 3, ma anche con quanto previsto dagli art. 119 e 120 in materia di “solidarietà sociale”, rimozione degli “squilibri economico e sociali”, “tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica”, “tutela dei livelli essenziali delle prestazioni”. Insomma, la controriforma del 2001 è stata un vero e proprio aborto. Sarebbe questo il  momento, adesso che ne arrivano i frutti più velenosi, di mettere all’ordine del giorno la sua cancellazione.

Uno dei problemi più seri per l’unità socio-economica ed amministrativa del Paese e, temiamo, a breve anche politica, è la fiera determinazione con la quale la Lega, mentre indossa le vesti di una destra nazional-populista vagamente ispirata alla Le Pen, sta portando avanti il suo processo di secessione “morbida” del Veneto e poi, a seguire, di Lombardia ed Emilia-Romagna.

Uno degli effetti più deleteri della lunga crisi socioeconomica e delle direttive politiche europee è stato proprio, a dispetto dei vari sovranismi oggi alla ribalta, l’affievolimento del senso vero dell’unità nazionale. E’ venuta meno l’idea che il Paese nella sua interezza possa uscire dalla crisi e ciò favorisce obiettivamente quei centri dei poteri forti che assecondano, approfondendole, le linee di frattura storicamente preesistenti, per favorire i loro disegni.

Non credo sia un mistero per nessuno che il c.d. partito tedesco ambisce da vari… secoli all’Anschluss dell’Italia centro-settentrionale e del suo ricco apparato produttivo ed economico. In questo, lo ribadiamo, pur puntando i piedi su varie questioni con Bruxelles, e rivendicando la propria autonomia la Lega salviniana sta giocando in questi giorni un ruolo oggettivamente decisivo, promuovendo la “secessione” delle regioni ricche del Nord, trasferendo poteri, competenze e risorse economiche dal livello statuale a quello regionale.

Si tratta di un processo complesso e potenzialmente “ancipite”, cioè tanto vantaggioso quanto disastroso, ma che in ogni caso andrebbe accompagnato da un dibattito pubblico di grande spessore e di adeguata risonanza mediatica e non procedere, come è avvenuto fino al primo sblocco favorevole da parte del Governo del 21 dicembre scorso, in un assordante silenzio sia nel mondo politico che intellettuale.

E’ un progetto in fase ormai fortemente avanzata, che prevede il prossimo passaggio decisionale già il prossimo 15 febbraio, che si inscrive nel rapporto storicamente complessivo Nord-Sud nell’ ottica della globalizzazione e dell’ attuale ordoliberismo europeo.

Questi i termini reali del problema. L’impianto del provvedimento prevede né più né meno che i cittadini delle regioni più ricche abbiano diritto a più risorse e servizi pubblici in ragione del gettito fiscale regionale, non più ripartito nella fiscalità generale dello Stato. Ciò si traduce in una brusca e sensibile riduzione di risorse per tutte le altre regioni che non fanno parte della rosa delle privilegiate, che non sono solo le già menzionate Veneto, Lombardia ed Emilia, perché seguiranno a stretto giro anche Liguria, Piemonte, Umbria e Toscana.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


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Altro aspetto caratterizzante e decisivo è che il progetto non si limita ad ambiti specifici, ma riguarda ben 23 materie su cui ora è vigente la competenza, o meglio la sovranità (è il caso di dirlo) dello Stato dalla Scuola al Servizio sanitario (già oggi fortemente squilibrato). Col potere di nominare, assumere e retribuire i docenti su base regionale, nonché intervenire anche sulla stesura dei contenuti dei programmi didattici, sarà la fine definitiva del sistema nazionale della Pubblica Istruzione, già peraltro minato dalle riforme scriteriate degli ultimi 20 anni (a cominciare da quella Berlinguer per finire a Renzi).

Tutto questo, se andrà avanti senza intoppi di sorta, comporterà una ristrutturazione irreversibile del funzionamento del nostro Paese e dei diritti dei suoi cittadini, che prescinderà del tutto dai livelli essenziali delle prestazioni previsti per legge dalla Costituzione, anteponendo i diritti e i servizi dei cittadini delle regioni in questione al (misero e mesto) resto d’Italia.

Una volta sancita l’approvazione in Consiglio dei Ministri, il voto alle Camere potrebbe essere di pura ratifica senza alcuna possibilità di analisi, di discussione,di integrazione o opposizione pura e semplice. Delle conseguenze, delle ricadute, dei danni sociali che questa programmata e voluta asimmetria tra regioni forti e regioni deboli, e sempre più in prospettiva, indebolite non si riflette per nulla con la dovuta obiettività e ponderatezza. 

L’unico Leitmotiv è che bisogna anzi accelerare il processo, conferendo sempre più fondi e poteri alle regioni trainanti, affinché possano lasciarsi il più rapidamente possibile alle spalle la crisi, mentre gli altri se la sbrighino da soli, dimostrando finalmente di essere capaci di procedere senza corruzione e senza sprechi. Musica già sentita.

A riequilibrare le sorti di un’Italia sempre più sbilenca dovrebbe poi bastare, senza alcun intervento strutturale e politica economica degna di questo nome al Sud, il reddito di cittadinanza, proprio mentre si tagliano i diritti primari dell’istruzione e della sanità che soli la rendono effettiva. Fin qui la cronaca. A parte la considerazione politica che su una simile scottante e controversa materia, di pretto interesse leghista, l’assenso del M5S nella persona del suo leader Di Maio è sconcertante, come se non si rendesse conto della portata strategica delle questione; è surreale anche il silenzio delle altre forze politiche, sempre alla ricerca del casus belli, che qui potrebbero ben rimarcare, da destra e da sinistra, le loro posizioni e non lo fanno.

Eppure qui appare in gioco davvero l’assetto e il destino stesso del Paese,profilandosi di fatto la dissoluzione dell’unità politica dello Stato italiano (nato dal Risorgimento e dalla Resistenza). Quali spazi politici vi siano in questo teatro, dati i tempi ristrettissimi della decisione, per una Sinistra patriottica, ma anche di altre forze democratiche sinceramente pensose dell’unità e del bene collettivo, è arduo ipotizzare, vista la loro effettiva consistenza e capacità di mobilitazione.

Un’ultima riflessione è che le crisi, al di là dei loro aspetti nuovi e inediti, si sviluppano su linee di frattura precedenti, regressive e in qualche modo ataviche. L’Italia che esce o uscirà dall’autonomismo leghista e che graviterà fatalmente in modo subalterno nell’orbita euro-germanica, somiglierà all’Italia delle signorie del XV secolo, di cui sarà la fedele riedizione post-moderna nell’Europa delle regioni sognata dalle élites finanziarie di Berlino e di Bruxelles.




SCUOLA: GOVERNO, SE CI SEI BATTI UN COLPO di Nello De Bellis

[ 18 settembre 2018 ]









, che ha portato all’attuale degenerazione. 

Anche questo, non meno della futura Legge di bilancio, appare un discrimine decisivo per una seria valutazione politica dell’attuale compagine governativa. 


, C.R.T., Pistoia, 2000. 



LE RADICI GIACOBINE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO di Nello De Bellis

[ 12 marzo 2018 ]

Si è conclusa ieri la II. Assemblea nazionale di MPL-Programma 101.
Iniziamo la pubblicazione dei documenti discussi con il contributo di Nello De Bellis, membro del Consiglio nazionale.






RADICI STORICHE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO


2) Interrompere la vecchia narrazione. Il patriottismo ed il nazionalismo sono stati tra il 1815 (anno di diffusione del Romanticismo in Europa) e il 1870, i principi ispiratori dei movimenti di liberazione che combattevano contro l’ordine della Restaurazione rifacendosi all’idea di sovranità popolare e collegandosi al liberalismo e alla democrazia. Il quadro inizia a mutare dopo l’unità tedesca realizzata da Bismarck “col ferro e col sangue ” e col viraggio del nazionalismo in base politica ed ideologica dell’incipiente colonialismo imperialista, che univa la conseguita grandezza nazionale alle guerre di conquista di altri popoli ritenuti inferiori. La battaglia per i valori nazionali o per gli interessi del proprio paese finì spesso per legarsi alla lotta contro il Socialismo pacifista ed internazionalista, alla difesa dell’ordine esistente o addirittura al sogno di restaurazione di un ordine passato.

In tal modo il nazionalismo si sposta a destra, allontanandosi dalle sue matrici illuministe e democratiche per quelle tradizionaliste e razzisteggianti allora in voga come quelle di de Gobineau (Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,1855) che sono all’origine tanto del nazionalismo tradizionalistico francese della “Action française” di Barrès e Maurras, quanto del mito germanico del Volk. Va segnalato però che la formulazione più organica delle teorie della razza si devono H.S. Chamberlain con il testo “I fondamenti del XIX secolo” del 1899 con i concetti di arianesimo, superiorità del popolo tedesco, etc.).

Per ricostruire la trama di un pensiero politico che coniughi invece principio di sovranità con democrazia radicale e giustizia sociale, occorre contestualizzare brevemente alcuni momenti e figure che vanno grosso modo dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano ai fini di una lettura attualizzante e non di archeologia politica.

Babeuf (1760-1797), il capo della Congiura degli Eguali, è stato il primo rivoluzionario sociale moderno. Fece propria la causa del popolo lavoratore che allora non era costituito solo da operai ma da anche da piccoli produttori, commercianti, artigiani e contadini. Egli fuse le aspirazioni di tutti questi gruppi ben poco omogenei nell’idea dell’uguaglianza universale. Babeuf, di modesta estrazione sociale, in quanto funzionario del catasto, conosceva bene l’ordinamento fondiario della Francia feudale, maturando le proprie idee ancor prima della Rivoluzione. Dopo l’abolizione della feudalità nelle campagne da parte dell’Assemblea nazionale costituente del 4 agosto 1789, Babeuf si batte per la nazionalizzazione del suolo. Contro la pena capitale introdotta dalla Convenzione nel 1793 contro chiunque richiedesse la distribuzione delle terre, il nostro fece valere l’inalienabile diritto dei non abbienti alla sussistenza e agli alimenti. La guerra e le sue restrizioni provocarono un acceso dibattito tra i difensori dell’inviolabilità della proprietà privata e il diritto elementare ad una proprietà sufficiente al proprio sostentamento. Ma ciò poteva esser garantito solo dal potere statale. Babeuf si accostò quindi ai giacobini che come lui consideravano l’uguaglianza politica una premessa di quella sociale. E in senso decisamente giacobino Babeuf distingueva i due fondamentali partiti della Rivoluzione, quello che voleva la Repubblica borghese ed aristocratica e quello che la voleva “toute populaire et democratique”. I giacobini si appoggiavano ai club popolari che Marat voleva trasformare in organi di stato. Qui emerge per la prima volta l’idea di un dominio diretto del popolo: nel Comitato di salute pubblica giacobino Marx riconobbe le caratteristiche di un “governo rivoluzionario di nuovo stampo” e da qui, attraverso La Comune e fino ai soviet del 1905 e del 1917 si svolge tutta una linea storica. Dopo il Termidoro Babeuf fu costretto a prendere la via della cospirazione, ma egli non intendeva agire come “golpista” bensì in rappresentanza del popolo oppresso per cui lottava e del cui favore era certo.

Vi è in questo il concetto di dittatura rivoluzionaria che deve procedere al riordino della vita sociale mediante un rigido comunismo economico. Secondo Babeuf il governo rivoluzionario deve riunire agricoltura e industria in comunità di produzione, con proprietà collettiva con distribuzione del fabbisogno secondo la necessità che si presenta. La vita economica deve essere regolata da un’amministrazione centrale. Questa nuova forma di collaborazione richiede una nuova morale sociale che deve essere garantita da una nuova istruzione pubblica, uguale per tutti, che abbia come ideale l’operosità e il patriottismo. Con tale modello di Stato, ricavato dai filosofi illuministi Morelly e Mably, Babeuf ha proseguito coerentemente nella direzione indicata da Rousseau, da Marat e dai giacobini: dalla loro rivendicazione di un’eguaglianza politica e approssimativamente economica e sociale, è giunto a rivendicare un’uguaglianza integrale.

Di Babeuf non furono tanto le idee socio-economiche ad aver maggiore incidenza, ma quelle politiche. La sua congiura fu scoperta ed egli fu ghigliottinato nel 1797, ma il suo discepolo Buonarroti, pubblicò un resoconto su di essa nel 1828 ed il “babuvismo” degli anni Trenta sfociò nel comunismo politico di Blanqui.

3) Dalla Francia rivoluzionaria, dopo Termidoro, le idealità rivoluzionarie si radicarono in Italia dando vita a quelle che furono definite storicamente Repubbliche “giacobine”. Le Repubbliche sorte in Italia sotto l’impulso delle prime campagne napoleoniche non ebbero in realtà mai caratteristiche di radicalismo rivoluzionario. Le rispettive Costituzioni (Repubblica Cispadana, Cisalpina, Ligure e poi Romana) furono tutte modellate sulla Costituzione francese del 1795. Alcune furono imposte dai Francesi, altre come quella della Repubblica partenopea, elaborata da una commissione presieduta da Mario Pagano, che fu, per il suo contenuto democratico, quella che più si allontanò dal modello francese. Il giacobinismo italiano ha, secondo gli storici, caratteri distinti dalla matrice originaria, più moderata rispetto alla connotazione robespierrista, ma anche per le diverse condizioni politiche in cui dovette operare. Con la Rivoluzione francese si affermarono le idee moderne di “nazione” e di patria” ed anche in Italia il patriottismo assume un carattere centrale nel dibattito politico.

Esponenti di questa tendenza sono i giacobini italiani, ossia i “patrioti” desiderosi di suscitare un rinnovamento sociale basato anche sulla consapevolezza di appartenere ad una stessa “patria”. Se l’idea di patria esprime in genere una connessione sentimentale, e quella di nazione una impostazione costituzionale, i giacobini italiani sembrano optare per la prima alternativa, e i francesi per la seconda. Nonostante non si tratti di pensiero politico originale, quello dei giacobini italiani rimane secondo il parere di autorevoli storici, un contributo di estrema importanza sul piano del pensiero politico. Nell’ambiente dei giacobini italiani sono state formulate le prime aspirazioni unitarie italiane in senso moderno e storicamente definibile. La letteratura politica fiorita in quel periodo rappresenta la prima manifestazione del moto ideale del Risorgimento italiano e del “babuvismo”.

Dopo la controversa stagione del dispotismo illuminato, alla notizia della Rivoluzione, i vari gruppi e nuclei cominciano ad agire nelle rispettive realtà, venendo appellati dai nemici spregiativamente “giacobini”, anche se essi preferiscono per sé la denominazione di patrioti. Anche se storicamente l’azione politica di questi gruppi, in contatto e in contrasto con le autorità militari francesi, avviene quasi tutta dopo Termidoro, la loro ispirazione e formazione è precedente, il che spiega il tentativo di svolger e un’azione politica autonoma e a volte avversa ai proconsoli e generali francesi. Pur nel quadro problematico e contraddittorio del tempo, agendo su più fronti contemporaneamente, a livello amministrativo, burocratico, politico e costituzionale, i “giacobini” italiani avvertirono e posero l’esigenza unitaria in senso proprio, politico, nazionale e statale e, sotto l’influenza dell’instancabile Filippo Buonarroti, organizzatore di ulteriori sette e cospirazioni democratiche che ispirarono anche il giovane Mazzini, avvertirono anche l’esigenza economica e sociale.


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SALERNO: LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

[ 7 novembre 2017 ]

“La rivoluzione d’Ottobre tra passato e futuro”, questo il titolo del convegno  che si svolgerà a Salerno il prossimo 25 novembre.


Dopo i saluti del Prof. Renzo Stio e l’introduzione di Nello De Bellis 



interverranno:
Giuseppe Cacciatore dell’Università Federico II di Napoli; 
Andrea Catone dell’università di Bari; 
Giulietto Chiesa di Pandora TV; 
Pasquinelli Moreno (Programma 101)

Modera il dibattito il giornalista Eduardo Scotti.




CI VEDIAMO OGGI A SALERNO: NO EURO, NO UE, NO NATO

[ 31 maggio 2017 ]

Europea e NATO

ASSEMBLEA PUBBLICA

Mercoledì 31 maggio, ore 16:00

Centro Sociale di Pastena
Via Cantarella – SALERNO

Introduce: Nello De Bellis (P101)
Modera: Fabrizio Campanile

Intervengono:



Vito Storniello
Coordinamento nazionale Sanità USB
Dina Balsamo
Dipartimento nazionale scuola Partito Comunista Italiano
Francesco Stacchioli
USB Trasporti

Partecipano:

Moreno Pasquinelli (P101)
Michele Franco (Rete dei Comunisti)

Conclude:
Giorgio Cremaschi

Promuovono:

USB, P101, Unicobas, PCI




A SALERNO CONTRO EURO, UNIONE EUROPEA E NATO

[ 11 maggio 2017 ]

Intervengono:


USB, P101, Unicobas, PCI




DAVANTI AL MISTERO DELLA MORTE di Nello De Bellis

[ 10 febbraio ]


Le precedenti riflessioni sul suicidio di Michele: QUI e QUI.

Albert Camus






ALBERT CAMUS

, Camus ha descritto nelle sue varie forme, la rivolta metafisica, cioè «Il movimento per il quale l’uomo si erge contro la propria condizione e contro l’intera creazione», rivendicando un’unità felice contro la sofferenza del vivere e del morire. L’Homme revoltè siamo o dovremmo essere noi, il Noi siamo che si pone davanti alla Storia, che a sua volta deve fare i conti con questa soggettività cosciente che si propone la difesa della comune dignità umana, “che non posso lasciar avvilire in me stesso e neppure nell’altro”. 



Nello De Bellis (P101)



LA RUSSIA IN LUTTO di Nello De Bellis

[ 28 dicembre ]


Avrebbero dovuto tenere un concerto celebrativo in Siria, in coincidenza della sconfitta sulle forze islamiste che occupavano Aleppo Est.




Una Russia che rivendica e impone il suo ruolo storico di grande potenza euro-asiatica, dopo la più grande catastrofe geo-politica del XX secolo, cioè la dissoluzione dell’URSS (a detta dello stesso Putin) è uno scandalo inaudito per le élites globaliste incardinate in varie realtà ed entità geopolitiche, dagli USA di Obama all’UE, passando per le petromonarchie arabe del Golfo capeggiate dall’Arabia saudita.