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LE RADICI GIACOBINE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO di Nello De Bellis

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[ 12 marzo 2018 ]

Si è conclusa ieri la II. Assemblea nazionale di MPL-Programma 101.
Iniziamo la pubblicazione dei documenti discussi con il contributo di Nello De Bellis, membro del Consiglio nazionale.






RADICI STORICHE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO


2) Interrompere la vecchia narrazione. Il patriottismo ed il nazionalismo sono stati tra il 1815 (anno di diffusione del Romanticismo in Europa) e il 1870, i principi ispiratori dei movimenti di liberazione che combattevano contro l’ordine della Restaurazione rifacendosi all’idea di sovranità popolare e collegandosi al liberalismo e alla democrazia. Il quadro inizia a mutare dopo l’unità tedesca realizzata da Bismarck “col ferro e col sangue ” e col viraggio del nazionalismo in base politica ed ideologica dell’incipiente colonialismo imperialista, che univa la conseguita grandezza nazionale alle guerre di conquista di altri popoli ritenuti inferiori. La battaglia per i valori nazionali o per gli interessi del proprio paese finì spesso per legarsi alla lotta contro il Socialismo pacifista ed internazionalista, alla difesa dell’ordine esistente o addirittura al sogno di restaurazione di un ordine passato.

In tal modo il nazionalismo si sposta a destra, allontanandosi dalle sue matrici illuministe e democratiche per quelle tradizionaliste e razzisteggianti allora in voga come quelle di de Gobineau (Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,1855) che sono all’origine tanto del nazionalismo tradizionalistico francese della “Action française” di Barrès e Maurras, quanto del mito germanico del Volk. Va segnalato però che la formulazione più organica delle teorie della razza si devono H.S. Chamberlain con il testo “I fondamenti del XIX secolo” del 1899 con i concetti di arianesimo, superiorità del popolo tedesco, etc.).

Per ricostruire la trama di un pensiero politico che coniughi invece principio di sovranità con democrazia radicale e giustizia sociale, occorre contestualizzare brevemente alcuni momenti e figure che vanno grosso modo dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano ai fini di una lettura attualizzante e non di archeologia politica.

Babeuf (1760-1797), il capo della Congiura degli Eguali, è stato il primo rivoluzionario sociale moderno. Fece propria la causa del popolo lavoratore che allora non era costituito solo da operai ma da anche da piccoli produttori, commercianti, artigiani e contadini. Egli fuse le aspirazioni di tutti questi gruppi ben poco omogenei nell’idea dell’uguaglianza universale. Babeuf, di modesta estrazione sociale, in quanto funzionario del catasto, conosceva bene l’ordinamento fondiario della Francia feudale, maturando le proprie idee ancor prima della Rivoluzione. Dopo l’abolizione della feudalità nelle campagne da parte dell’Assemblea nazionale costituente del 4 agosto 1789, Babeuf si batte per la nazionalizzazione del suolo. Contro la pena capitale introdotta dalla Convenzione nel 1793 contro chiunque richiedesse la distribuzione delle terre, il nostro fece valere l’inalienabile diritto dei non abbienti alla sussistenza e agli alimenti. La guerra e le sue restrizioni provocarono un acceso dibattito tra i difensori dell’inviolabilità della proprietà privata e il diritto elementare ad una proprietà sufficiente al proprio sostentamento. Ma ciò poteva esser garantito solo dal potere statale. Babeuf si accostò quindi ai giacobini che come lui consideravano l’uguaglianza politica una premessa di quella sociale. E in senso decisamente giacobino Babeuf distingueva i due fondamentali partiti della Rivoluzione, quello che voleva la Repubblica borghese ed aristocratica e quello che la voleva “toute populaire et democratique”. I giacobini si appoggiavano ai club popolari che Marat voleva trasformare in organi di stato. Qui emerge per la prima volta l’idea di un dominio diretto del popolo: nel Comitato di salute pubblica giacobino Marx riconobbe le caratteristiche di un “governo rivoluzionario di nuovo stampo” e da qui, attraverso La Comune e fino ai soviet del 1905 e del 1917 si svolge tutta una linea storica. Dopo il Termidoro Babeuf fu costretto a prendere la via della cospirazione, ma egli non intendeva agire come “golpista” bensì in rappresentanza del popolo oppresso per cui lottava e del cui favore era certo.

Vi è in questo il concetto di dittatura rivoluzionaria che deve procedere al riordino della vita sociale mediante un rigido comunismo economico. Secondo Babeuf il governo rivoluzionario deve riunire agricoltura e industria in comunità di produzione, con proprietà collettiva con distribuzione del fabbisogno secondo la necessità che si presenta. La vita economica deve essere regolata da un’amministrazione centrale. Questa nuova forma di collaborazione richiede una nuova morale sociale che deve essere garantita da una nuova istruzione pubblica, uguale per tutti, che abbia come ideale l’operosità e il patriottismo. Con tale modello di Stato, ricavato dai filosofi illuministi Morelly e Mably, Babeuf ha proseguito coerentemente nella direzione indicata da Rousseau, da Marat e dai giacobini: dalla loro rivendicazione di un’eguaglianza politica e approssimativamente economica e sociale, è giunto a rivendicare un’uguaglianza integrale.

Di Babeuf non furono tanto le idee socio-economiche ad aver maggiore incidenza, ma quelle politiche. La sua congiura fu scoperta ed egli fu ghigliottinato nel 1797, ma il suo discepolo Buonarroti, pubblicò un resoconto su di essa nel 1828 ed il “babuvismo” degli anni Trenta sfociò nel comunismo politico di Blanqui.

3) Dalla Francia rivoluzionaria, dopo Termidoro, le idealità rivoluzionarie si radicarono in Italia dando vita a quelle che furono definite storicamente Repubbliche “giacobine”. Le Repubbliche sorte in Italia sotto l’impulso delle prime campagne napoleoniche non ebbero in realtà mai caratteristiche di radicalismo rivoluzionario. Le rispettive Costituzioni (Repubblica Cispadana, Cisalpina, Ligure e poi Romana) furono tutte modellate sulla Costituzione francese del 1795. Alcune furono imposte dai Francesi, altre come quella della Repubblica partenopea, elaborata da una commissione presieduta da Mario Pagano, che fu, per il suo contenuto democratico, quella che più si allontanò dal modello francese. Il giacobinismo italiano ha, secondo gli storici, caratteri distinti dalla matrice originaria, più moderata rispetto alla connotazione robespierrista, ma anche per le diverse condizioni politiche in cui dovette operare. Con la Rivoluzione francese si affermarono le idee moderne di “nazione” e di patria” ed anche in Italia il patriottismo assume un carattere centrale nel dibattito politico.

Esponenti di questa tendenza sono i giacobini italiani, ossia i “patrioti” desiderosi di suscitare un rinnovamento sociale basato anche sulla consapevolezza di appartenere ad una stessa “patria”. Se l’idea di patria esprime in genere una connessione sentimentale, e quella di nazione una impostazione costituzionale, i giacobini italiani sembrano optare per la prima alternativa, e i francesi per la seconda. Nonostante non si tratti di pensiero politico originale, quello dei giacobini italiani rimane secondo il parere di autorevoli storici, un contributo di estrema importanza sul piano del pensiero politico. Nell’ambiente dei giacobini italiani sono state formulate le prime aspirazioni unitarie italiane in senso moderno e storicamente definibile. La letteratura politica fiorita in quel periodo rappresenta la prima manifestazione del moto ideale del Risorgimento italiano e del “babuvismo”.

Dopo la controversa stagione del dispotismo illuminato, alla notizia della Rivoluzione, i vari gruppi e nuclei cominciano ad agire nelle rispettive realtà, venendo appellati dai nemici spregiativamente “giacobini”, anche se essi preferiscono per sé la denominazione di patrioti. Anche se storicamente l’azione politica di questi gruppi, in contatto e in contrasto con le autorità militari francesi, avviene quasi tutta dopo Termidoro, la loro ispirazione e formazione è precedente, il che spiega il tentativo di svolger e un’azione politica autonoma e a volte avversa ai proconsoli e generali francesi. Pur nel quadro problematico e contraddittorio del tempo, agendo su più fronti contemporaneamente, a livello amministrativo, burocratico, politico e costituzionale, i “giacobini” italiani avvertirono e posero l’esigenza unitaria in senso proprio, politico, nazionale e statale e, sotto l’influenza dell’instancabile Filippo Buonarroti, organizzatore di ulteriori sette e cospirazioni democratiche che ispirarono anche il giovane Mazzini, avvertirono anche l’esigenza economica e sociale.


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