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DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina di Moreno Pasquinelli

[ 23 settembre ]

«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».

Sono molte, ed evidenti, le analogie tra Renzi e Berlusconi. Prima fra tutte è l’ostinazione a raccontare fanfaluche. Montanelli disse un giorno del Cavaliere che era un inguaribile “piazzista”, imbattibile nel vendere patacche spacciandole per mercanzia di primissima qualità. Si capisce dai suoi atteggiamenti spavaldi come Renzi si ritenga ancor più abile di Berlusconi. In questa sua pretesa, inversamente proporzionale alla sua statura politica, egli fa addirittura tenerezza. 


Prendiamo la narrazione renziana di come vanno le cose nell’Unione europea. Vanno esattamente all’opposto di come il “bomba” ce le ha raccontate solo fino a pochi giorni fa. Egli ci diceva che la Brexit avrebbe reso l’Unione europea più forte e con un ruolo centrale dell’Italia. Ci diceva che Hollande era oramai conquistato alla causa della fine dell’austerità. Ci diceva che a Ventotene era sorto un “nuovo direttorio a tre con Germania e Francia”.

Il summit di Bratislava ha polverizzato come scemenze queste pretese e Renzi se n’è tornato a casa con le ossa rotte. Di più, Bratislava ha mostrato —in barba a chi vaneggia un rafforzamento della Ue—quel che andiamo dicendo da tempo: l’accelerazione del processo di disgregazione dell’Unione europea.

Allo stesso modo di Berlusconi, che fino all’ultimo negò che il Paese fosse dentro una gravissima crisi economica, il “bomba” tenta disperatamente di convincere gli italiani che “siamo usciti dal tunnel”.

Puoi raccontare finché vuoi che splende il sole (che l’economia italiana non è in inarrestabile depressione), ma quando sopraggiunge la pioggia, si apre l’ombrello e l’imbroglione viene preso a calci nel culo.

Il distacco tra la narrazione renziana e la realtà è talmente evidente che è presumibile che l’impostore faccia la stessa fine del suo mentore: spazzato via. Con una differenza non da poco: mentre Berlusconi venne defenestrato da una congiura di Palazzo, Renzi sarà mandato a casa dal voto dei cittadini grazie al suo stesso referendum costituzionale. Nel primo caso i poteri forti si tennero ben stretti il pallino in mano, ed infatti misero il vampiro Monti in sella. Questa volta, con la auspicabile vittoria dei NO, i poteri forti, tutti schierati per il SÌ, sarebbero battuti assieme al loro pupillo fiorentino, resterebbero spiazzati. Che abbiano in serbo un loro piano di riserva non ne dubitiamo. Quale? Non è escluso l’arrivo della troika, per stringere i bulloni del vincolo esterno, del regime di protettorato.

Nel marzo del 2014, su questo blog, scrivevo:

«Se Renzi fallisce, e ci sono molte probabilità che ciò accada (Nun ‘gna fa, nun ‘gna fa!, direbbe il comico), la Troika è in agguato. La macchina del capitalismo predatorio, forte del consenso tedesco, della Bce e dei tecno-oligarchi di Bruxelles, si giocherà l’ultima carta a sua disposizione per salvare la moneta unica moribonda (la cui fine darebbe un colpo fatale all’intera baracca del capitalismo-casinò). Ricorrerà dunque, visti che i vari tentativi posti in essere ad ogni livello sono stati sin qui inefficaci, all’arma di distruzione di massa, quella di sottoporre il Paese al dominio diretto della Troika». [Matteo Renzi: il tonfo col botto prossimo venturo]

Cosa mi spingeva a questa conclusione? Gli euroligarchi, per nome e per conto della grande finanza capitalistica mondiale tutta, non molleranno la presa, non vorranno perdere il comando sull’Italia, che se lo perdessero sarebbe la fine subitanea dell’Unione europea e della moneta unica. Resto della medesima opinione. 

Beninteso, quando parlo dell’arrivo della troika non penso che metteranno, che so, Jeroen Dijsselbloem a Palazzo Chigi. Come fu con Monti troveranno un’altra marionetta con passaporto italiano. E gli apriranno la strada facendo saltare il sistema bancario italiano, e forse speculando nuovamente sul debito pubblico (spread), o con una combinazione terroristica dei due fattori.

Ma allora sorge la domanda: cosa accadrebbe se, dopo tre governi fantoccio messi sù in barba ai desiderata della maggioranza dei cittadini, i poteri forti tentassero di aggirare e neutralizzare la vittoria dei NO? Se quindi, con un nuovo golpe bianco, provassero ad impedire al popolo la facoltà di decidere da chi vogliono essere governati?

Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica.

Ognuno che abbia sale in zucca e coraggio politico si adoperi affinché accada la seconda che ho detto.



REFERENDUM: VOGLIONO IMBROGLIARE LE CARTE di Leonardo Mazzei

[ 10 luglio ]

Bomba? Spariti come neve al sole. Idem quelli sicuri della tenuta dell’Italicum, la legge che vorrebbe garantire la “governabilità” – cioè gli interessi di lorsignori – per l’eternità.


3. ripristino delle preferenze, in modo di andare incontro ad un tema popolare ed alle sentenze della Consulta, ma utile soprattutto per canalizzare una quota non trascurabile di voti verso i partiti sistemici attraverso questo meccanismo.

Direte che un Italicum così è quasi irriconoscibile. Vero, ma fino ad un certo punto, visto che il premio di maggioranza resterebbe comunque in piedi.

Come rispondere ad un simile piano? Aspettiamo intanto il 15 del mese. Se il primo passo delle trame di luglio si concretizzerà, potremo attenderci con ragionevole certezza i successivi sviluppi di cui abbiamo detto. Ovvio che a quel punto la mobilitazione contro il governo, ed a difesa della Costituzione e della democrazia, dovrà essere declinata alla luce della nuova situazione.

IGNAZIO MARINO: VERREBBE DA RIDERE SE NON CI FOSSE DA PIANGERE di Leonardo mazzei

[ 12 ottobre]

Facciamola breve. Marino ha dimostrato un’incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l’inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l’indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare…»


discreta folla di scapestrati inneggiare al sindaco dimissionario in Piazza del Campidoglio. Il secondo è che il caso Marino non è frutto del caso, ma neppure di un complotto, essendo piuttosto una pittoresca ma significativa manifestazione del degrado complessivo della classe dirigente del paese.
Dal pagliaccio con la bandana al killer dei “mercati”», titolammo allora. In quel caso si brindava ad una cacciata senza affatto riflettere su quel che sarebbe venuto dopo. Oggi si manifesta invece per il timore del futuro, senza però fermarsi per un attimo a ragionare sui fatti che hanno portato Marino alle dimissioni.
 Buffone d’Arcore. Ora, probabilmente, alla luce di quel che è venuto dopo, molti avranno forse cambiato idea. Non lo sappiamo. Di certo lo stesso atteggiamento fideistico lo si è visto ieri. Se 4 anni fa vi era la certezza del «male», anzi dell’«unico male», ieri si è vista in piazza la certezza del «bene», anzi dell’«unico bene possibile», curiosamente incarnato dal volto di Ignazio Roberto Maria Marino.

antico vizietto già contestato a Marino (con tanto di licenziamento) dall’Università di Pittsburgh nel 2002 – ci sono stati oppure no? A questo bisogna rispondere. Ma siccome sul punto il Nostro è in affanno, ecco che si pretende un’onestà a prescindere: Marino è onesto, come Berlusconi è un maiale, stop.


Scrivevamo in proposito nel dicembre scorso:

Certo, tra i sindaci che si sono succeduti le responsabilità maggiori vanno sicuramente ad Alemanno, colui che ha messo tante leve del potere in mano agli amici della cupola nera di Carminati e soci. Ma le cronache, e le stesse carte dell’inchiesta, parlano di un meccanismo perfettamente bipartisan. Si dice che Marino fosse all’oscuro di tutto. Ma se così fosse meglio per lui cambiare rapidamente mestiere. In ogni caso non pare proprio che i traffici della cupola nera abbiano trovato qualche intralcio nel consiglio comunale eletto nel 2013, come vorrebbe invece sostenere il patetico “commissario” Pd, Orfini».

Così scrivevamo nell’articolo già citato:

Si può anche discutere di quanto questa degenerazione sia figlia dell’impronta lasciata dal berlusconismo, ma sarebbe del tutto fuorviante limitarsi a ciò. C’è infatti una verità ben più profonda che va colta, ed essa consiste nel rapporto tra “politica” e “politici”, questi ultimi intesi come “uomini delle istituzioni”. Se la politica si fa sempre più oligarchica, e dunque a-democratica, è naturale che gli corrisponda un tipo di “politico” e di amministratore espresso direttamente dai vari gruppi di potere, dalle varie lobby in cui si struttura il blocco dominante».

così argomentavamo lo scorso anno:

C’è da stupirsi se da una politica finita su questo binario morto, dominata dall’economia e, peggio, dalle oligarchie che la governano, vengono fuori i Carminati, i Buzzi od i Di Stefano? I politici del tipo di quelli coinvolti nell’inchiesta romana hanno parecchi vizi, ma un paio di virtù fondamentali: non disturbano il manovratore e sono sempre ricattabili. Loro chiedono solo di far cassa. Che poi, facendola grazie all’ormai famoso «mondo di mezzo» – quello dove potere politico, imprenditoria e delinquenza allo stato puro si incontrano – una parte ritorna anche a chi sta più in alto. Il che non guasta».


auto-citazione:

Il lungo processo che ha preso le mosse agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso ha portato alla fine dei partiti come luogo della partecipazione alla politica. Un luogo dove, naturalmente con mille difetti, si selezionava la classe politica. Non che allora i gruppi di potere, in alcuni casi di natura sostanzialmente mafiosa, non contassero. Contavano eccome, ma erano una parte del tutto, non il tutto come nella politica senza (veri) partiti di oggi. Per capire che i partiti intesi nel senso tradizionale non esistono più, basta pensare a quanto affermato dal segretario del Pd. Davanti ai dati del tracollo verticale degli iscritti, Renzi ha detto che queste sono cose del passato, che oggi l’importante è guardare ai voti».

Il simbolo più compiuto di questa degenerazione sono le primarie. E senza dubbio il Pd, che è il promotore in Italia di questo metodo di scelta dei candidati, aperto ad ogni infiltrazione lobbystica, è il partito che ha spinto maggiormente in avanti il processo di americanizzazione della politica.

ultras gridava «Renzi, Renzi, vaffanculo».
Re Travicello, che per loro non è poi tanto male, all’incertezza di un futuro tutto da disegnare.

PUR DI NON FARLO CADERE (pensierino del giorno)

[ 15 settembre ]


Falso che il Cavaliere li cerchi. La vera notizia è che preferisce tenerli dove sono, in maggioranza. Fonti molto attendibili arrivano ad ipotizzare che, qualora sulle riforme dovesse mancare a Renzi un pugno di voti, pur di non farlo cadere, 4 o 5 senatori forzisti sarebbero pronti a dare una mano. Con la pubblica scomunica di Berlusconi, e la sua riconoscenza privata».

Ugo Magri, LA STAMPA del 14 settembre




Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo. di Luciano Barra Caracciolo

[ 29 agosto ]

Le gerarchie contano

[Nella foto Luciano Barra Caracciolo al convegno ci Chianciano terme del gennaio 2014]


E questo, se valori e obiettivi possono essere comparati con quelli legalmente superiori, cioè quelli scritti una volta per tutte, nelle Costituzioni, risulta evidentemente pericoloso.

Le gerarchie che contano veramente, quindi, sono quelle che stanno scritte dentro i cuori (rassegnati e intimoriti) degli uomini: più precisamente, quelle che riescono a imporsi in base al timore che suscita chi le stabilisce, senza dover ricorrere a regole formali, preferibilmente. O peggio ancora, aggiustando le regole secondo la propria convenienza nel conservare la propria posizione di potere.


L’irresponsabilità di cui parliamo è “di genere”: cioè, complessivamente, coloro che sono posti, come classe di individui, in posizione di comando gerarchico, sono considerati collettivamente fuori da un giudizio di merito, dal dover rendere conto.

 

Perchè, dal caso Tsipras al “battiamo i pugni sul tavolo”, passando per “tagliamo le tasse tagliando la spesa pubblica”, tutto dimostra che la possibile alternanza di assetti di potere su cui si basa la democrazia costituzionale, è venuta meno.




Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo.

* Fonte: Orizzonte 48



BALLOTTAGGI: IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI

[ 16 giugno ]

Ieri davamo un primo giudizio sui ballottaggi e scrivevamo che il Pd di Matteo Renzi aveva preso un altro schiaffo. I risultati che giungono dalla Sicilia (dove si è votato fino a lunedì) ci permettono di aggiungere qualche considerazione ulteriore.

Diamo prima uno sguardo ai dati ed ai numeri.


I comuni che sono andati ai ballottaggi (Sicilia compresa) ce ne sono stati 78, di cui 13 in Sicilia —tra cui 11 capoluoghi di provincia (Lecco, Mantova, Rovigo, Venezia, Arezzo, Fermo, Macerata, Chieti, Trani, Matera, Nuoro).


Morale: la luna di miele tra Renzi e gli elettori è già alla fine.



Staremo a vedere. Di sicuro il sondaggione rappresentato da queste elezioni getta scompiglio non solo nel Pd e nel Palazzo, ma in generale tra le fila della classe dominante, che ha puntato tutto sul cavallo fiorentino. Il quadro politico resta insomma molto instabile.

Ps
Su 78 comuni in cui ci sono stati i ballottaggi, M5S ne ha conquistati 8 in tutto, ovvero il 10,2%. Pd, Lega e pure Forza Italia ne hanno conquistati molti di più. Siamo alle solite anche coi grillini: chiuse le urne ognuno canta vittoria.




MISTER 40,8% SI AFFLOSCIA di Leonardo Mazzei

[ 1 giugno ]

Gli altri hanno assestato uno schiaffo al Bomba.
Media ponderata del voto di ieri: il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.

Bomba si sarebbe sgonfiato rispetto a quel dato delle europee. Un dato gridato a gran voce, per tutto un anno, per zittire avversari e critici di ogni credo e tendenza. Ora lo sappiamo: si è sgonfiato di molto. Il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.


Bomba – fare il calcolo delle regioni vinte. Vantandosi così di un 5-2 che non rende affatto conto dell’autentico tracollo di consensi che si è verificato.


: «In realtà non conterà solo il numero di regioni conquistate, conterà anche il totale dei voti ottenuti. Anzi, sarà soprattutto quel dato a dirci di quanto si è sgonfiato il famoso 40,8% delle europee».




 


La media ponderata di questi dati regionali ci da un calo generale del 15%, che proiettato a livello nazionale porterebbe il partito renziano ad un 26% (40,8-15,0=25,8) dal sapore decisamente bersaniano.





Cosa ci dicono questi risultati?

Essi ci dicono che Renzi è battibile. Che il suo disegno autoritario può essere ancora fermato. Che la cosiddetta “luna di miele” del governo è davvero finita. Che anche il più servile sostegno mediatico mai ottenuto da una forza politica nell’Italia repubblicana non è sufficiente a frenare l’emorragia di consensi.



QUI).



Di sicuro la partita è aperta. Lo schiaffo subito da Renzi non è un ko, ma è un colpo molto forte al suo disegno autoritario. Da queste elezioni non potevamo aspettarci miglior notizia.



Quando questo articolo è stato scritto – tra le 8 e le 9 di questa mattina – lo scrutinio non era ancora terminato in tutte le regioni. Qualche modestissima variazione delle percentuali è perciò ancora possibile in Campania e Puglia. Ma si tratterà in ogni caso di variazioni del tutto trascurabili.




COS’È DAVVERO LA CORRUZIONE? di Norberto Fragiacomo

[ 28 marzo ]


«Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia».

Dopo averne ascoltate tante, per giorni e giorni, anche il cuore più arido può farsi vincere dal desiderio (dal capriccio?) di narrare una storia.
Magari una favola nera, tutt’altro che a lieto fine: quella della corruzione in Italia. 

Capiamoci: il fenomeno esiste, è anzi diffusissimo e allarmante – ma il fatto che tutti ne parlino complica le cose, lo rende vago, indistinto, impalpabile. Manca una definizione che si imponga alla babele di voci dissonanti, non di rado prezzolate.

Quando frequentavo l’università, nel secolo scorso, per corruzione si intendeva un delitto —anzi, una coppia di delitti— contro la pubblica amministrazione: corruzione propria, se il patto delittuoso tra funzionario e privato aveva ad oggetto la violazione di un dovere d’ufficio, impropria se l’indebito compenso remunerava il compimento di atti dovuti (es. del dipendente che accetta del denaro per velocizzare una pratica).

Troppo semplice, ci fu confidato in seguito: la corruzione è ormai assurta a costume, a pratica dai contorni sfumati —è “fenomeno politico-amministrativo-sistemico”, scandì all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il Presidente della Corte dei conti Giampaolino. Potremmo descriverla come un’alterazione fraudolenta delle regole del gioco, un intralcio alla concorrenza che, per i tecnocrati della UE, rappresenta il primo comandamento, e anche l’ultimo.

Il legislatore della 190/2012, denominata per l’appunto “legge anticorruzione”, fece propria questa nozione allargata, atecnica, e si propose ambiziosamente di prevenirla, anziché limitarsi a reprimerla penalmente. Come? Moltiplicando responsabilità, adempimenti e carte. C’è un’Autorità nazionale, che adotta un piano (il PNA), recepito e “personalizzato” da ogni singola amministrazione del variegato universo pubblico, società incluse. I contenuti sono legislativamente delineati: quattro aree di massimo rischio (autorizzazioni e concessioni, procedure concorsuali, evidenza pubblica, concessione di sovvenzioni e pubblici denari a privati), valutazioni di impatto, misure standard da adottare e, se del caso, potenziare (come la famigerata rotazione del personale).

Si punta ad assicurare la piena (anzi: “totale”) accessibilità ai siti internet delle amministrazioni, ad escludere in radice la possibilità di conflitti di interesse (con il nuovo articolo 6-bis della 241, monco ma imperioso), ad inasprire i divieti in materia di incompatibilità, ad imporre ai lavoratori, a pena di licenziamento (per condotte gravi o reiterate), il rispetto di una pletora di minuziosissimi obblighi. Si prevede, in ogni singolo ente, la figura di un cerbero – il responsabile anticorruzione – che scriva, monitori, insegni e poi scriva ancora, ricevendo nei ritagli di tempo i rapporti dei suoi referenti d’area. Guai a chi sgarra: le sanzioni fioccano, si assommano, incutono terrore.

Attenzione! —ci ammonisce l’autorevole esperto da talk show— il responsabile farebbe bene ad affidare il patrimonio ad un blind trust, se qualcosa va storto c’è pericolo che resti in mutande! In verità, la legge ci parla di responsabilità diffusa, e di un controllore principe che rischia meno di altri (va esente da conseguenze se redige il piano e veglia sulla sua attuazione), ma cos’è mai la banalità di una norma al cospetto di un aziendalista onnisciente? E poi le disposizioni si rincorrono, mutano di giorno in giorno, appaiono spariscono e ricompaiono come se a dettarle fosse uno schizofrenico —o il puro caso.

Se andiamo poi a valutarne la deterrenza scopriamo, con un sospiro di sollievo, che i pubblici dipendenti si sono fatti restii ad accettare prosciutti e bottiglie di spumante sotto Natale, che i segretari comunali anticorruzione, prossimi ad estinguersi, sgobbano come mai prima; che qualche gola profonda (poche, lamentano: ci vorrebbero le taglie!) manda dettagliate relazioni sui comportamenti “sospetti” del vicino di scrivania.

Tutto bene allora? Purtroppo no, perché —prosciutti a parte— le ruberie non cessano, gli appalti sono più inquinati di un tempo e il protagonismo criminoso di politici e supermanager a chiamata non fa rimpiangere gli anni di Tangentopoli, ridotta oggi a serbatoio di soggetti per serie televisive.

Gli scandali dell’EXPO e del Mose si aggiungono alle denunce di Transparency International che —come già scritto in un’altra occasione— tanto trasparente non è, ma ci schiaffa dietro al Ghana nella classifica della corruzione “percepita” (da chi? dagli uomini d’affari e dagli esperti di economia, ovvio), e allora tocca correre ai ripari, inventandosi o riciclando norme e addossando ulteriori obblighi a chi sta in basso. La novità del giorno è che le norme anticorruzione saranno estese in toto —con atto amministrativo, parrebbe— alle società partecipate, con l’esclusione di quelle quotate in borsa e di quelle che emettono strumenti finanziari… ottimo, ma non era già previsto? Risulta di sì (in caso contrario, ci vorrebbe un ritocco legislativo), ma poco importa: l’effetto annuncio è assicurato, il Governo Renzi può bearsi del suo “fare” e promettere agli italiani che prima o dopo il DASPO salterà fuori, e saremo tutti virtuosi e contenti —incorrotti, come certe mummie.

E a chi prova a ribattere che, anche a tacer del fatto che l’aumento a dismisura di adempimenti formali “senza maggiori aggravi per le finanze pubbliche” intralcia l’azione amministrativa, la 190 è nata zoppa di suo, perché non sanziona i comportamenti dei politici e soprattutto perché appare pensata per combattere esclusivamente la corruzione “minima” (quella del salame all’impiegato, appunto), azzimati professoroni intimeranno virtuosamente il silenzio: siamo o non siamo un popolo di cialtroni, guastati nell’intimo dalla morale cattolica? 


Forse sì, lo riconosco… ma chi profitta maggiormente della situazione, il travet che s’inventa un secondo lavoro o il signore degli incarichi dinanzi al quale ogni porta si spalanca? Il concorsista sfigato che perde un lustro sui libri o il direttore generale che, di fronte a una platea di neoassunti a 1.300 euro al mese, sminuisce il suo stipendio da 220 mila annui sentenziando: “badate che io, a differenza vostra, sono un precario”? Chi si ficca in tasca un po’ di briciole o chi pretende per sé, il figlio e il nipote la garanzia di cariche e sinecure vita natural durante, considerando il proprio privilegio un diritto, e affievolendo il diritto del cittadino comune a impudente pretesa? Sul serio possiamo mettere sullo stesso piano il modello e i suoi imitatori in sedicesimo, fingendo che le colpe degli ultimi lavino quelle del primo?

Cos’è davvero la corruzione? 

Provo a rispondermi: è un ascensore irrimediabilmente fermo al piano terra, un cancello di cui il merito non fornisce la chiave; un premier laureato in legge che, secondo recente giurisprudenza, non è tenuto a conoscere il diritto e può distribuire prebende a piacimento; un legislatore che, in dispregio di ogni decenza, regala a se stesso l’impunità amministrativa; aggiungiamo pure un gran signore che, tra una comparsata tv e la successiva, pontifica con patriarcale spocchia su (presunte) corruttele concorsuali. Corruzione è proporre di donare un mese di vacanze scolastiche alle aziende, perché gli studenti si avvezzino alla schiavitù; corruzione è sostenere che “il figlio di un operaio non può mica avere le stesse opportunità del figlio di un professionista”, ci mancherebbe; corruzione è l’inclusione di pochissimi e l’esclusione dei molti, dileggiati e costretti a contendersi un osso rinsecchito.

Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia. Ce la presentano come incompatibile con la legalità, niente di più falso: anche la legge può essere corrotta, e purtroppo per noi lo è.

Batteranno magari la piccola corruzione con l’intimidazione e la minaccia; quella grande dormirà invece sonni tranquilli, perché chi dovrebbe debellarla è il primo a trarne profitto, non di rado con la benedizione del diritto (e di chi officia i suoi stanchi riti).

* Fonte: Bandiera Rossa in Movimento




C’ERA UNA VOLTA LA DEMOCRAZIA di Piemme



oligarchico, in cui il potere decisionale è nelle mani di pochi e questi “pochi” lo esercitano per nome e per conto di ristrette cerchie delle classi dominanti. Marx avrebbe forse detto che siamo in un sistema bonapartistico.

Il sito openpolis ha recentemente pubblicato un dossier il quale svela, dati alla mano, che siamo oramai in un regime non solo post bensì anti-democratico. Leggiamo.

«Rapporto Governo-Parlamento. Prova della centralità del Governo nel sistema politico italiano è la sua enorme capacità di determinare il processo di formazione delle leggi. Trattandosi di uno spostamento di potere, ovviamente, vi è chi ha subito la diminuzione delle proprie capacità, ed è il Parlamento.
Processo Legislativo. Lo si evince da diverse analisi: Iniziativa (80% delle leggi di iniziativa del Governo – 20% di iniziativa del Parlamento), % successo (il 30% delle proposte del Governo diventa legge mentre neanche l’1% del Parlamento), tempi (mediamente una proposta del Governo diviene legge in 112 giorni mentre una del Parlamento in 337).
Voto di fiducia. A tal fine è stato sempre maggiore il ricorso al voto di fiducia. Non solo sui provvedimenti particolarmente dibattuti ma anche come metodo consolidato per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula. Il rapporto fra leggi approvate e fiducie richieste ha raggiunto nuove vette con gli esecutivi Monti e Renzi, entrambi intorno al 45%». [Con Renzi siamo arrivati in un anno al 34esimo voto di fiducia!]

Una conferma che, in aperta violazione della Costituzione, non è il Parlamento bensì il Governo che detiene lo scettro del comando, che è quindi sovrano.



L’ULTIMA CHIAMATA

GLI AVENTINIANI, IL ROTTAMATORE (DELLA COSTITUZIONE) E LA TERZA REPUBBLICA CHE PRENDE FORMA

L’avevamo detto, non siamo stupiti. 
piduista Licio Gelli —andatevi a vedere cos’era il Piano di rinascita democratica della P2— si era spinto tanto avanti come il piddino Renzi.