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LIBANO VERSO L’INFERNO

Si dice che l’esplosione del 4 agosto sia per il Libano un 11 settembre. No, è qualcosa di molto peggio.

Impazzano i tentativi di spiegare come sia accaduta la catastrofe: incidente o attentato? E se attentato, bomba o missile? E chi mai l’avrebbe perpetrato?
Tra i miei amici libanesi nessuno crede alla fatalità, tutti sono sicuri che si sia trattato di un attentato. In un Paese già spappolato dall’antagonismo politico, religioso e sociale, da decenni al centro delle trame più oscure, il complottismo la fa da padrone.

I miei amici, siano essi cristiani o musulmani, sunniti o shiiti, sono tutti certi che dietro a questo attentato ci sia la mano di Israele. Prove non ce ne sono e, come spesso accade in Libano, mai saranno trovate. I miei amici usano la logica: chi poteva avere interesse a far saltare i fragilissimi equilibri sociali, politici e istituzionali libanesi? Chi altri se non Israele poteva avere interesse a destabilizzare in modo letale un Paese che, data la centralità di Hezbollah, si posiziona su una linea geopolitica anti-israeliana?

C’è, al di là di ogni congettura, dell’inevitabile in quanto accaduto: non poteva essere che il Libano non sarebbe stato prima o poi travolto dall’ecatombe della madrepatria, la Siria storica — ne venne staccato infatti, dopo millenni di comunanza, per scellerata decisione dei colonialisti francesi.

L’albero si riconosce dai frutti o, per dirla col razionalismo occidentale, dall’effetto si risale necessariamente  alla sua causa. E sull’effetto non ci possono essere dubbi: davvero, adesso, “nulla in Libano sarà come prima”.

La catastrofica esplosione avvenuta al porto di Beirut — 154 morti, 5mila feriti (ed è una stima ancora provvisoria), i quartieri di Beirut in prossimità del porto devastati, 300mila cittadini senza casa. Il sindaco della città ha calcolato che i danni si aggirano attorno ai 15miliardi di dollari, più di un quinto del Pil annuale di tutto il Paese — getta nell’abisso un Paese che era già in ginocchio.

Per immaginare le conseguenze della catastrofica esplosione avvenuta nel porto di Beirut serve infatti riportare una frase che circolava sulla bocca di tanti libanesi prima del 4 agosto: “Non può andare peggio di così”. Invece al peggio non c’è limite.

Il Libano era già ferito a morte dal combinato disposto dell’impatto della guerra in Siria (tanto per farsi un’idea il Libano ospita in condizioni subumane circa 1,5 milioni di rifugiati siriani, un quarto dell’intera popolazione), e della gravissima recessione economica. Già prima del Covid, finita la fase delle vacche grasse, il Pil era crollato l’anno scorso del 4%) aveva già messo in ginocchio il Paese. Il risultato è stato un impoverimento generale della popolazione, in una misura si registrò solo ai tempi della guerra civile (1975-1990). Di qui le massicce proteste popolari dell’autunno e dell’inverno scorso fermate solo dal sopraggiungere della pandemia. L’arrivo della pandemia ha letteralmente fatto crollare l’economia, di qui il default sul debito in scadenza dichiarato dal governo (il primo della storia libanese) nel maggio scorso.

Il Libano entra ora in una fase altamente critica. L’instabilità potrebbe diventare caos. Il caos sfociare in una guerra civile. Il Paese potrebbe diventare, come la madrepatria siriana, terreno di una guerra per procura di dimensione regionale e forse globale.

Lo avevamo detto: la guerra civile in Siria era solo l’inizio di una mediorientale “guerra dei trent’anni”, dalla quale sorgeranno una nuova configurazione geopolitica e nuovi equilibri e assetti tra potenze. Giocoforza dal Libano si doveva passare. Non fosse perché è la più pericolosa spina nel fianco per Israele.

M.P.




L’INTERVENTO RUSSO IN SIRIA di Maurizio Vezzosi

[ venerdì 20 dicembre 2019 ]
 


Tratti e obiettivi dell’intervento russo in Siria
di Maurizio Vezzosi

Intervista a Maria Chodinskaja-Golenisheva


Maria Chodinskaja-Golenisheva è un’arabista e diplomatica russa. Dopo sette anni trascorsi alla rappresentanza permanente della Federazione Russa presso la sede ONU di Ginevra, segue ora le questioni del Vicino Oriente a Mosca presso il ministero degli Affari esteri della Federazione Russa. Attualmente è in visita in Italia per presentare l’edizione italiana del suo Siria. Il tormentato cammino verso la pace (Sandro Teti Editore). Era già stato pubblicato in italiano lo scorso anno Aleppo. Guerra e diplomazia.

D. Ambasciatrice Chodinskaja-Golenisheva, come sintetizzerebbe le ragioni dell’intervento militare in Siria della Federazione Russa?

R. Nel 2015, quando è stata assunta la decisione di intervenire in Siria, sul campo si trovavano già alcune migliaia di jihadisti in armi arrivati dalla Federazione Russa e dalle altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica: questo fatto costituiva e costituisce tuttora una minaccia reale e concreta alla sicurezza nazionale russa. È molto importante comprendere questo. Con le guerre del Caucaso, a partire dagli anni Novanta, il nostro Paese ha conosciuto a proprie spese le conseguenze del terrorismo con gli attacchi agli edifici residenziali, alla metropolitana di Mosca, al teatro della Dubrovka, alla scuola di Beslan ed altri. Per queste ragioni la nostra società non accetta alcuna forma di tolleranza o di debolezza nei confronti del terrorismo. Intervenire militarmente in Siria, dunque, ha avuto tra i suoi obiettivi quello di impedire alle migliaia di jihadisti provenienti dal mondo ex sovietico di nuocere alla Federazione Russa.

Oltre a questo, non potevamo permettere che la distruzione avvenuta in Libia ed in Iraq finisse per verificarsi anche in un Paese come la Siria: nel 2015, anno in cui l’intervento è stato deciso, erano già stati compiuti crimini mostruosi contro le minoranze etniche e religiose ‒ inclusi i cristiani ‒ e Damasco stava rischiando di cadere sotto il controllo delle milizie jihadiste. L’intervento militare della Federazione Russa ha avuto ‒ ed ha ‒ tra i suoi obiettivi il sostegno alle forze armate siriane e la difesa dell’integrità territoriale del Paese, non quello di intromettersi nella sua politica.

D. A suo avviso come si svilupperà il rapporto tra Damasco e la comunità curda nella Siria postbellica? Crede che la presenza militare della Federazione Russa sul confine settentrionale siriano debba essere permanente?

La questione curda è oggi molto complessa, così come lo è stata nel passato, e credo vada affrontata come quella delle altre minoranze che vivono in Siria. Una parte della comunità curda è stata illusa dalle promesse degli Stati Uniti: senza la piena integrazione della comunità curda nel processo politico in corso nel Paese è assai difficile risolvere la crisi siriana. In questo senso la Federazione Russa ha sempre sostenuto la necessità di far partecipare le rappresentanze curde alle discussioni che si sono svolte a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Non è un segreto che rispetto a questo le maggiori difficoltà siano state quelle prodotte dalla posizione della Turchia.

 R. Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.
Credo che la problematica vada risolta con il dialogo tra la comunità curda e Damasco: un’opzione alternativa non esiste, ma capisco che non sia semplice. Damasco crede che una parte della comunità curda abbia ambizioni separatiste: una parte della comunità curda crede di essere stata l’unica a combattere contro l’Isis, e che Damasco non abbia fatto abbastanza in questo senso.

Penso sia necessario uscire da questa narrazione e insistere sul dialogo politico, soprattutto nella consapevolezza che presto o tardi il controllo sul territorio siriano verrà ripristinato nella sua interezza.

D. Negli ultimi anni la cronaca del Vicino Oriente ha evidenziato una crisi della politica estera degli Stati Uniti. Nonostante l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi da parte del presidente Trump, gli Stati Uniti stanno mantenendo il loro controllo militare in alcune zone della Siria dove si trovano pozzi petroliferi. Quali sviluppi attendono a suo avviso la questione del petrolio siriano?

R. Il fatto in sé costituisce una violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così come degli impegni assunti dagli Stati Uniti rispetto alla tutela dell’integrità territoriale della Siria. L’atteggiamento americano verso le risorse siriane mal si confà ad una grande potenza, soprattutto laddove queste mosse andassero a sostengo del progetto di creare un quasi-Stato nella parte orientale della Siria.

D. Qual è a suo avviso il nesso tra i conflitti del Vicino Oriente e la crisi migratoria a cui molti Paesi europei si trovano a dover far fronte?

R. Su questo piano, e non solo, l’atteggiamento di molti Paesi europei nelle aree di crisi del Vicino Oriente è stato un atteggiamento suicida. Nessun profugo ritornerà in Libia fino a che non esisteranno delle istituzioni sufficientemente solide, così come nessun profugo ritornerà in Iraq fino a che non verrà risolta la crisi politica del Paese. Credo che le posizioni che muovono da presupposti diversi siano assai miopi e finiscano per risultare dannose anche per i Paesi che le sostengono.

D. La messa a regime dell’area di libero scambio tra Israele e l’Unione economica euroasiatica è imminente: quali conseguenze è destinata a produrre nel rapporto della Federazione Russa con l’Iran e con la Siria?

R.Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.

– Fonte: Treccani magazine

* L’intervista è stata realizzata in lingua russa: l’autore, che ne ha curato la traduzione e l’adattamento, ringrazia l’editore Sandro Teti per la disponibilità.


** Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”




COS’È DAVVERO LA SIRIA DI ASSAD? di A. Vinco

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]



Nel sanguinoso conflitto siriano convergono moltepli fattori: sociali, geopolitici (regionali e internazionali) ed anche religiosi. Una certa vulgata tende a far credere che il regime di Assad sia un esempio di laicità in stile occidentale. Vero è invece — vedi anche la Cosituzione del 2012 — che esso si considera islamico a pieno titolo. Nulla si può capire del conflitto siriano ove di sottovalutasse la centralità dell’aspetto religioso, lo scontro fratricida tra frazioni dell’Islam (quella che gli stessi musulmani chiamano Fitna). Pur non condividendo tutto quanto sostiene l’autore — che in questo caso polemizza con una testata web della comunità sunnita italiana —, volentieri pubblichiamo.

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La Luce, significativo referente online italiano di talune importanti correnti del mondo islamico, di recente ha messo in rete un pezzo — Perché l’estrema destra è innamorata di Assad — con cui per delegittimare il Ba’th siriano si tirano in ballo le presunte radici fasciste del movimento baathista socialista per la resurrezione araba; segni trasparenti ed evidenti di una certa comunanza ideologica tra il fascismo e il baathismo siriano sarebbero non solo i rapporti espliciti che il Governo guidato da Bashar Al Asad tiene con le varie frazioni della destra radicale mondiale ma ancor più i vari volontari neofascisti accorsi nei ranghi delle Forze armate arabe siriane. 

La storia del movimento baathista non si può riassumere in questo articolo, che ha in realtà tutt’altra finalità, non possiamo però, quantomeno, ignorare la complessiva milizia politica dei due fondatori del primo nucleo del Ba’th. Ebbene, entrambi, sia Din al-Bitar, sia Michel ‘Aflaq sconfessarono sia la sinistra filomarxista di Salah Jadid come non realmente baathista, sia il Governo di Hafiz al-Asad quale figlio illegittimo dell’ideologia baathista panaraba. Viceversa, il giudizio di entrambi, soprattutto del secondo, verso il Ba’th irakeno guidato da Sadam Husayn fu assai positivo; in occasione della morte di ‘Aflaq, nel 1989, fu celebrata per ordine del presidente irakeno una solenne cerimonia di stato e venne appositamente progettata una tomba per colui, appunto ‘Aflaq, che Saddam Husayn definì in più casi il suo maestro spirituale e politico. 

Chiunque abbia un poco frequentato la storia e la letteratura politica del Grande Medio Oriente degli ultimi decenni sa bene che dietro alla prima fase dell’ideologia saddamista vi è una certa ideologia medio-sovietica, potremmo dire kruscioviana, piuttosto che fascista. Non sappiamo se sia vero quanto scrisse il New York Times del 7 dicembre 2005 [1], sappiamo però, come sostiene del resto Hamid Majid Moussa, segretario generale del Partito Comunista irakeno, che la lotta di frazione tra saddamisti baathisti e comunisti iracheni fu una sorta di lotta interna tra fazioni regionali e “confessionali” in seno ad uno stesso organismo ideologico. Ed infatti, se l’alleanza tra il Governo siriano di Hafiz al-Asad e l’Urss fu improntata all’abile tatticismo del primo che seguì sempre un modello geopolitico tercerista (come mostrerà la sua attiva posizione filoTehran, dunque antisovietica, nella guerra Ira-Irak), quella tra l’Irak e l’Urss presentò a nostro parere caratteri strategici anche alla luce della struttura sociale del Governo saddamista. In più casi, alla presenza di dirigenti sovietici, Saddam Husayn si vantò di possedere le Opere complete di Lenin e di non ignorare i fondamentali dell’economia marxista. Ciò per affermare che l’identificazione tra baathismo statale e fascismo è quantomeno una forzatura. 

Premesso che, con Trotsky [2], in caso di guerra conrro l’imperialismo sionista-americano dovremmo sostenere la Siria anche ove il regime fosse fascista, riteniamo che non sia un buon metodo giudicare la struttura sociale e la natura ideologica di uno Stato solamente in base al sostegno internazionale di cui gode. Possiamo portare l’esempio del conflitto delle Malvinas (1982) o quello dei Troubles nordirlandesi o anche quello dell’Intifada del 1987: in tutti questi casi le fazioni maggioritarie di destra radicale e sinistra radicale si trovarono più o meno nelle medesime posizioni geopolitiche. Da ciò cosa ne deriva? Che queste guerre antimperialiste fossero tutte ideologicamente fasciste? Certo che no.

Inoltre, il Partito Comunista siriano di Ammar Baghdash, presente nel parlamento con diversi rappresentanti assieme al Partito Comunista unificato, sostiene attivamente, per quanto criticamente, la Siria di Assad considerandola una forza progressista e semi-rivoluzionaria contro un blocco globale reazionario e supercapitalista. Dunque: fascista anche il Partito Comunista siriano? Fascista il noto sostegno che migliaia di Comunisti da tutto il mondo, dalla Svezia all’America Latina, hanno pubblicamente e culturalmente dato al Presidente Bashar al Asad? 

Certo, non siamo noi a negare che verso alcuni comunisti siriani vi sono state, da parte di Assad padre e figlio, fasi di durissima persecuzione [3], ma anche questo non sarebbe sufficiente per dare del fascista ad Assad. Se volessimo usare il suddetto criterio, dovremmo considerare fascisti anche Putin e Xi Jinping. 

Varie correnti del “neofascismo” mondiale sono arrivate a considerare Putin non solo il salvatore della Russia ma addirittura il potenziale restauratore della rinascita morale occidentale e, nel recente conflitto del Donbass, abbiamo non a caso visto accorrere volontari fascisti anche a fianco della comunità russofona aggredita, non solo di Kiev. Quanto alla Cina “rossa”, vari quotidiani e riviste americane — subito riprese immancabilmente da L’Espresso  — QUI e QUI — hanno ben veduto di caratterizzare la strategia cinese in Italia come salvaguardata da una presunta rete eurasiatica filofascista. 

Ciò che viceversa siamo portati a pensare è che La Luce abbia finito per abboccare o peggio voglia propagare una certa mendace propaganda dei sostenitori occidentali del Ba’th siriano, ossia che quest’ultimo sarebbe laico, progressista nel senso che gli occidentali danno ai termini e dunque quasi o completamente anti-islamico e islamofobo. 

Ebbene, ciò, come sanno bene gli amici de La Luce, non corrisponde affatto al vero. Non bastasse la piena ed ortodossa appartenenza dell’alawismo al puro Islam [4], riconosciuta nel 1985 anche da Imam Khomeyni (pace su di Lui), o ancora prima dall’eroe arabo Hajj Amin al-Husayni — noto come il Gran Muftì di Gerusalemme — negli anni Trenta dello scorso secolo, non possiamo né vogliamo sorvolare sul fatto che a fianco delle Forze armate arabe siriane non vi sono solo un gruppuscolo di fascisti europei volontari ma anche fedeli mussulmani provenienti da Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Turchia, Niger, Iran, Palestina: in prima linea contro il terrorismo, il sionismo e il takfirismo. 

Tutto questo ci permette di negare alla radice le fatwa dei vari teologi hanbaliti che invitano allo sterminio degli alawiti come peggiori, quanto ad eresia, di cristiani e ebrei; la spiritualità nusairita-alawita, su cui eventualmente torneremo con uno articolo specifico, è invece connessa alla gnoseologia sciita e la sua stessa visione cosmologica, chiarisce Henry Corbin, è decisamente affine a quella tradizionale dell’Iran zoroastriano ed islamico. L’accusa di eresia all’alawismo, l’invito alla pulizia religiosa mediante sterminio di alawiti smaschera la logica frontale annientamento politico degli islamici antimperialisti che varie frazioni dell’Islam reazionario, alleato con il Sionismo e con gli imperialisti occidentali, stanno portando avanti dal 2010 ad ora. 

Vorremmo ricordare che da quasi dieci anni Israele bombarda postazioni militari dell’Esercito siriano un giorno sì e l’altro pure. Del resto, identificare lo Stato sociale siriano con la setta alawita è scorretto, in quanto lo Stato siriano è alawita in quanto islamico, islamico in quanto alawita. Nella Costituzione baathista, approvata il 27 febbraio 2012 con Referendum Popolare, il che conferma del resto l’essenza democratico plebiscitaria e presidenzialistica del Governo di Bashar, nell’articolo 3 è stabilito tra i principi fondamentali che il Presidente deve appartenere alla religione islamica, che la dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione, che i culti sono tutti rispettati e legittimi purché non contravvengano o sovvertano la centralità della dottrina islamica. Lo stesso si può dire riguardo all’orientamento centrale dell’ideologia statalista del precedente Governo di Hafiz. 

La guerra di Stato contro la Fratellanza Musulmana — vero che la Costituzizone siriana condanna a morte l’appartenenza a questa organizzazione [5]—, che puntava alla conquista della Siria e all’eliminazione del Ba’th, può essere a nostro parere già letta come una guerra politica di fazione e geopolitica contro le monarchie arabe reazionarie, ma non come lotta neokemalista islamofoba. Inoltre, essendo anche qui fedeli al metodo di Trotsky, noi giudichiamo la sostanza di uno Stato dalla sua politica estera: per quanto non riteniamo l’assadismo un che di rivoluzionario, non lo possiamo nemmeno considerare controrivoluzionario. La linea totalmente e assolutamente filoiraniana, di fiera fraternità geopolitica con la Rivoluzionaria islamica dell’Iran prima, con l’Hezbollah libanese e la palestinese Jihad islamica poi, ci induce a considerare comunque con una certa serietà il Governo baathista siriano, ben oltre gli stereotipi propagandistici dei marxisti dogmatici o neofascisti d’occidente, tutti intenti a riempirsi la bocca di parole come laicité o secolarismo ogni istante che ai nostri giorni non significano più nulla. Esiste il fronte degli oppressi e il fronte degli oppressori come sostiene la Guida Suprema Seyyed Alì Khamenei, esiste il “Grande Medio Oriente allargato” quale frontiera centrale di civiltà e di lotta politica; partire da qui, per tentare di capire da quale parte si situa Damasco con la sua dirigenza è la condizione necessaria e primaria di ogni analisi che voglia realmente essere antioccidentale e antimperialista. 

Dove sono gli Oppressi? Dove sono gli Oppressori? Questo il grande insegnamento rivoluzionario di Imam Khomeyni, il rivoluzionario del ‘900. Non ci interessa dove sono i fascisti o gli antifascisti, gli islamici americani e gli antislamici. Oppressi e oppressori. Bashar al Assad e Asma Assad, in trincea dal 2010, bombardati quasi quotidianamente da anni dall’entità sionista, vittime dell’isteria razzista e arabofoba di Obama e Trump, sono il fronte degli Oppressi o degli oppressori globali? 



NOTE

[1] Il rais iracheno brandendo il Corano di fronte agli inquisitori americani che lo stavano processando, avrebbe affermato: “Io sono Sadam Husayn. Sulla scia di Mussolini, resisterò all’occupazione americana sino alla fine, poiché questo è Sadam Husayn, l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini”

[2] «Ne abbiamo un esempio semplice ed evidente. Il Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!»
Lev Trotsky 
La lotta antimperialista è la chiave di volta della liberazione
Socialist Appeal, 5 novembre 1938.

[3] In particolare verso il’estrema sinistra marxista organizzata nel Partito d’Azione Comunista 

[4] Sull’alawismo vedi “KITAB AL MAJMU” – UN FALSO LIBRO PER FAR ODIARE GLI ALAWITI

[5]  Nota della Redazione: La Fratellanza Musulmana, che aveva avviato una lotta armata contro il regime, organizzando attacchi, ecc., è stata  oggetto di una repressione molto forte (vedi il massacro di Hama durante il quale il centro della città fu raso al suolo), in particolare nel 1981-82 (tra 10.000 e 25.000 morti). L’appartenenza al movimento rimane punita con la morte ancora oggi




KURDISTAN: CHI LA FA L’ASPETTI

Quando Pentagono e curdi delle YPG camminavano fianco a fianco

Recita un antico e terribile proverbio arabo:«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi».

longa manus degli USA nella guerra per annientare il nemico pubblico numero uno: lo Stato Islamico. E’ grazie a YPG e SDF, sostenute dal poderoso supporto aereo, logistico e finanziario nordamericano, che venne lanciata l’offensiva finale di sterminio contro lo Stato Islamico, conclusasi con la conquista di Raqqa (letteralmente rasa al suolo dai bombardamenti yankee) nell’ottobre 2017. Impossibile dimenticare: in tutto l’Occidente salivano smodati peana per “l’eroica vittoria curda sui tagliagole islamisti”.
Si sapeva che la Turchia non avrebbe tollerato a lungo questo equilibrio di forze.

*  *  *

SIRIA, LA GRANDE SPARTIZIONE E’ INIZIATA
Con Putin garante e Trump a rimorchio.
In morte del sogno curdo


di Umberto Degiovannangeli

Tradimenti e deportazione. L’Onu ridotto a spettatore inerme. La Nato che non muove foglia per non irritare Ankara. Trump che annuncia di aver deciso di togliere le sanzioni imposte alla Turchia il giorno dell’inizio dell’invasione in Siria. L’Unione Europea latitante. Uno Stato membro delle Nazioni Unite che si vede di fatto amputata una parte di territorio che resterà nelle mani turche con la Russia come garante.

Le cifre in ballo dicono molto sulle intenzioni del progetto: stanziare 3,5 milioni di persone in un’area di 32 km per 450 significa modificare completamente la demografia, la società, la cultura di quei luoghi. Sintesi della capitolazione della comunità internazionale e delle sue istanze rappresentative sul fronte siriano. Dove a dettar legge sono i contraenti del “patto di Sochi”: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan. Il primo che sarà garante della spartizione dei pozzi petroliferi del Roiava con Bashar al-Assad e l’alleato iraniano. La morsa si è chiusa attorno ai curdi siriani. Il presidente siriano “sostiene pienamente” i risultati dell’incontro tra Putin ed Erdogan a Sochi. Lo afferma il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, parlando con i giornalisti. A detta di Peskov, Assad ha anche assicurato la disponibilità “delle guardie di frontiera siriane di pattugliare insieme alla polizia militare russa il

Rojava: le zone controllate dalle YPG nel giugno 2015

confine” tra Siria e Turchia. Tali affermazioni, dice il portavoce del Cremlino, sono state fatte nel corso di una telefonata che Putin ha avuto con Assad per informarlo dei contenuti del Memorandum sottoscritto al vertice di Sochi. Durante il colloquio, avvenuto su iniziativa russa, il capo del Cremlino ha anche informato Assad che la “principale priorità consiste nel restaurare l’integrità territoriale della Siria e di rafforzare gli sforzi di natura politica”. Il regime di Damasco, prenderà il controllo del nord del Paese con la benedizione di Mosca, che funge da garante per Ankara rispetto alle mosse del presidente Bashar al -Assad. Un ruolo di garante che si manifesterà nel rinnovato impegno della Russia a garantire la prosecuzione dell’accordo di Adana, con cui il padre di Bashar, Hafez, nel 1998 si impegnò a impedire attacchi dei curdi del Pkk alla Turchia dal proprio territorio (Ypg è considerata l’ala siriana del Pkk e la contiguità tra le due organizzazioni è per Ankara un dato di fatto)

Un’intesa, quella tra Russia, governo siriano e turco, che esclude come già annunciato il quarto soggetto in campo, le milizie e la popolazione curda, e rappresenta la diretta conseguenza della stretta di mano in dieci punti raggiunta ieri a Sochi tra Erdogan e Putin. La Turchia continuerà a mantenere il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al Ayn (est) sottratto a Ypg con l’offensiva “Fonte di pace” delle scorse settimane. A partire dalle 12 di oggi militari russi e siriani controlleranno l’effettivo abbandono della safe zone da parte dei miliziani Ypg, entro 150 ore al di fuori dalla suddetta area, destinata a rimanere sotto il controllo di Ankara. Mosca si è impegnata a garantire l’abbandono totale dei miliziani Ypg della città di Tal Rifat, ma soprattutto di Manbij. Quest’ultima si trova fuori dalla “safe zone”, a ovest dell’Eufrate ed è da sempre un centro che la Turchia ha insistito con gli Usa negli ultimi anni perché fosse abbandonato da Ypg. Pattugliamenti congiunti Russia-Turchia sono invece previsti per una profondità di 10 km, a est e ovest del territorio tra Tel Abyad e Ras Al Ayn sotto il controllo dell’esercito di Ankara, lungo tutto il confine turco, con esclusione della città di Qamishli. Un’azione congiunta per la quale sarà

Un terzo della Siria: le zone sotto controllo YPG nel 2019

costituito un meccanismo di coordinamento permanente. Il fine condiviso da Erdogan e Assad è lo sradicamento dei curdi e la loro sostituzione forzata coi profughi siriani, che curdi non sono, ma che verrebbero stabilizzati in quella striscia di territorio denominato “zona di sicurezza”, adiacente al confine tra Turchia e Siria. Il che, tradotto in denaro, significa 27 miliardi di dollari per costruire villaggi, moschee, ospedali e scuole, ovvero un tentativo di ripresa economica per un Paese in gravissima crisi. Tutto questo operando una mastodontica sostituzione demografica, che porterebbe due milioni di profughi siriani in una striscia di terra al confine con la Turchia, fino ad allora abitata storicamente dai Curdi. Due milioni di profughi costretti a tornare nella terra da cui sono fuggiti perché perseguitati dal feroce regime di Assad, e centinaia di migliaia di curdi sparsi non si sa dove e perseguitati ancora una volta per la propria ambizione alla libertà, all’essere un popolo. Quella che si sta per avviare è una enorme operazione forzata di “sostituzione etnica”.

E’ l’arabizzazione del Rojava. E’ la disintegrazione di un modello, oltre che di un territorio, Le conseguenze dell’accordo si sono già viste a Ginevra: un uomo di etnia curda si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(Unhcr). Il manifestante, un 30enne che vive in Germania, si è cosparso di benzina nel cortile dell’Unhcr, tra Rue de Montbrillant e Avenue de France. I soccorsi lo hanno trasferito in elicottero al Chuv di Losanna, un ospedale specializzato nel trattamento dei grandi ustionati. Nel frattempo, sempre l’infaticabile portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti hanno “abbandonato” i loro alleati curdi in Siria lasciandoli affrontare da soli l’offensiva turca. “Gli Stati Uniti sono stati gli alleati più stretti dei curdi. Eppure li hanno abbandonati, essenzialmente li hanno traditi e ora preferiscono mantenere i curdi al confine. In pratica, li costringono a combattere i turchi”, sentenzia il portavoce, citato dall’agenzia di stampa Sputnik. Secondo Peskov, è “ovvio” che, se i curdi non si ritireranno dalla cosiddetta zona sicura al confine, le guardie di frontiera siriane e la polizia militare russa dovrebbero lasciare l’area. In questo caso, i restanti gruppi curdi, ha affermato, verrebbero “annientati” dall’esercito turco. “I due più grandi Paesi al mondo”, Usa e Russia, hanno riconosciuto la “legittimità” dell’operazione Fonte di Pace lanciata dalla Turchia nel nord-est della Siria e gli accordi raggiunti da Ankara con le due potenze sono “successi politici”. A rivendicarli è il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu. In merito all’accordo raggiunto ieri a Sochi, il capo della diplomazia di Ankara ha sottolineato che se le forze turche individueranno “elementi terroristici nell’area dell’operazione Fonte di Pace, li neutralizzeranno”. Secondo Cavusoglu, l’azione della Turchia ha impedito la nascita di uno “Stato terrorista” nel nord della Siria. Il ministro ha quindi definito l’operazione una “svolta” per il futuro del Paese arabo.

La striscia di occupazione turca

Un piccolo numero di soldati Usa resterà in Siria nell’area dove c’è il petrolio e si deciderà in futuro cosa fare col petrolio, ha poi aggiunto. Ma quel “qualcosa” del quale “non essere felici” è già avvenuto. Quanto alle coraggiose combattenti curde che tanto avevano emozionato l’Occidente, come marchio d’infamia per una Europa incapace di andare oltre parole di condanna e uno stop tardivo e parziale alla vendita di armi alla Turchia, valga un video agghiacciante, che circola in rete. “Questa è una delle vostre puttane. Ora è sotto i nostri piedi”. Il video dell’infamia, rilanciato da analisti

internazionali come Mutlu Civirolu, mostra un gruppo di uomini appartenente alle fazioni supportate dalla Turchia, esultare per l’uccisione di una combattente curda tra Kobane e Tal Abyad. Il gruppo, in particolare, è quello di Faylaq Majid, coinvolto nella battaglia nella regione di Idlib contro il regime di Bashar al-Assad e alleato di milizie jihadiste come quella di Tahrir al-Sham e Ahrar al-Sham L’identità della milizia è rivelata, nel filmato dagli stessi aguzzini, e confermata dai ricercatori del Rojava Information Center. Milizie assoldate da Erdogan, con il sostegno di Putin e l’avallo di Trump. La vergogna si è consumata. Il cerchio si è chiuso. La “grande spartizione” può iniziare.





LA SIRIA, LA RUSSIA E IL TRAMONTO DELLA NATO di Alberto Negri

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I combattenti dell’ESL (Esercito Siriano Libero),
ovvero gli ascari dell’esercito turco nella battaglia
per cacciare i curdi dal Nord della Siria

[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

IN UNA SETTIMANA IL MONDO è CAMBIATO

di Alberto Negri

In una settimana il mondo è cambiato: è arrivato il Capo, quello vero. Questa non è una guerra come le altre: il mondo uscito dal crollo del muro di Berlino nell’89 è cambiato ancora una volta. In pochi giorni sono stati bruciati 30 anni di storia, forse li ha guadagnati Putin diventato il vero co-gestore della politica internazionale.

Mentre gli Usa rinunciavano a proteggere i curdi, la loro «fanteria» contro il Califfato. Le truppe russe ora colmano il vuoto lasciato dagli Stati uniti e fanno interposizione tra i due Raìs, Assad ed Erdogan, e i curdi. Un sincronismo quasi perfetto da apparire concordato.

LA RUSSIA vede davanti a sé un obiettivo: stabilire che niente sarà più fatto contro gli interessi di Mosca. Non ci sarà più un altro Kosovo (’99), non ci dovrà più essere neppure un’altra Libia (2011) e nemmeno rivoluzioni «colorate», Venezuela compreso. Quanto all’allargamento futuro della Nato, l’atlantismo, nemico giurato della Russia, sembra sul viale del tramonto. Il fatto più evidente è che la Turchia ha disgregato un’Alleanza che da 70 anni sembrava la più solida del mondo. Erdogan ha sbeffeggiato gli appelli di Trump, dell’Europa e del segretario Nato Stoltenberg, ormai uno stralunato e imbarazzante commesso viaggiatore. Si tratta di un evento epocale: gli americani che avevano nei curdi i loro maggiori alleati nella lotta all’Isis li hanno abbandonati per non scontrarsi con la Turchia, membro della Nato dal 1953, che ospita 24 basi e i missili puntati contro Mosca e Teheran.

UNA SITUAZIONE assurda. In queste condizioni la Nato non ha più senso, a meno che non venga radicalmente riformata.Cosa non semplice, non si può dare un calcio alla Turchia come con la finale 2020 di Champions a Istanbul, l’unica vera sanzione che forse sarà attuata davvero. La Turchia viene cooptata nel fronte occidentale negli anni Cinquanta per fare da antemurale all’Unione Sovietica, cioè a quel mondo comunista che veniva ritenuto il nemico più micidiale. E ora Erdogan, che usa i jihadisti contro curdi ma anche contro l’Occidente e ricatta l’Europa con i profughi, è diventato l’avversario più pericoloso.

NON SOLO: Putin, che con l’Iran sostiene Assad, è l’unico che può frenare Erdogan o negoziare con lui non da perdente ma da protagonista serio su cose serie come Idlib, il Rojava, il futuro della Siria, il sistema anti-missile S-400, il nucleare, il gas russo di cui Ankara è il maggiore acquirente. Certo, come scriveva lunedì sul manifesto Manlio Dinucci, è dura ammettere che si è rivoltato contro un alleato in cui la Nato ha investito 5 miliardi di dollari e che rappresenta un succulento mercato bellico occidentale.

MA TECNICAMENTE la Nato non ci serve più a niente visto gli Usa hanno rinunciato al loro ruolo di guida dell’Ovest: in poche parole Trump non solo ha abbandonato i curdi ma anche l’Europa e il Medio Oriente in mano alla Russia, l’unico stato che oggi fa vincere le guerre e non abbandona gli alleati. Tanto è vero che Putin è andato in Arabia Saudita a rassicurare Riad di fronte all’Iran, alleato di Mosca in Siria.

L’unica notizia positiva per gli americani, riportata dal Wall Street Journal, è che stanno vendendo ai sauditi delle centrali nucleari.

L’importante per Trump, in fondo, è fatturare. Per gli Usa Europa e Medio Oriente non sono più strategici: sono mercati dove vendere armi e infrastrutture militari, mercenari compresi che presto useremo anche noi al posto dei soldatini di cioccolata.

I PIÙ STUPIDI sono i sauditi del principe assassino Mohammed bin Salman cui Trump ha venduto armi per 100 miliardi di dollari e sono stati colpiti in casa da un attacco che ha ridotto di metà la produzione petrolifera. Ma queste armi non servono a nulla perché gli imbelli sauditi stanno perdendo in Yemen contro gli sciiti Houthi appoggiati da Teheran. E quindi abbracciano anche Putin.

MA AVEVATE creduto veramente che gli Stati Uniti fossero ancora disposti a morire per i curdi, gli arabi o gli europei? Dopo i fallimenti dell’Afghanistan e dell’Iraq, a Washington nessuno vuole morire per la nostra sicurezza. Non la pensa così solo Trump. Anche Obama nel 2011 si era ritirato dall’Iraq lasciando il Paese nel caos e poi in mano al Califfato. La guerra all’Isis agli americani non è costata neppure un morto Usa: sono stati uccisi invece 11mila curdi.

Se Erdogan ci ricatta, Trump ci prende in giro sanguinosamente. I jihadisti europei scappano dalla carceri curde? Se li volete andate a prenderveli, dice Trump. Più chiaro di così.

Ma i sepolcri imbiancati che governano l’Europa dicono una stupidaggine dietro l’altra. Per esempio decretano l’embargo di armi contro la Turchia. Peccato che siamo proprio noi con Leonardo-Finmeccanica a costruire le armi in Turchia: per esempio i magnifici elicotteri Mangusta dell’Agusta-Westland.

EPPURE eravamo così felici quando incassavamo dai turchi: commesse e posti di lavoro, che cosa vuoi di più? Alcuni vorrebbero mettere sanzioni ad Ankara. Ebbene il 70% dei prestiti delle aziende turche sono con banche europee e sono centinaia se non migliaia le società delocalizzate in Turchia: volete boicottare la pasta Barilla o Benetton adesso?

* Fonte: il manifesto del 16 ottobre 2019

Agli europei il Nuovo Mondo, senza una Nato vera, senza legge e senza mediazioni, ma pieno di contraddizioni e con Putin al comando, è piombato addosso come un treno in corsa. E ora il tempo è scaduto.




SOLIDARIETÀ COL POPOLO CURDO di Campo Antimperialista

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[ venerdì 11 ottobre 2019 ]


Allearsi con gli Stati Uniti non va mai bene!

Il Campo Antimperialista esprime la propria solidarietà alla popolazione curda colpita dall’attacco turco. L’iniziativa presa da Erdogan, con l’esplicito avallo dell’amministrazione americana, costituisce l’ennesimo colpo ad ogni prospettiva di pace in Siria, la cui sovranità nazionale viene così ulteriormente calpestata.

Mentre condanniamo fermamente l’azione turca, non possiamo al tempo stesso sottacere le gravi responsabilità politiche della dirigenza curdo-siriana. Non è alleandosi con la principale potenza imperialista, gli Stati Uniti d’America, che si può credibilmente lottare per la propria autodeterminazione. I disastrosi risultati di questo abbraccio, che ha portato alla concessione di basi alle truppe Usa nel nord della Siria, sono sotto gli occhi di tutti.

Nonostante questi catastrofici errori della dirigenza curda, senza peraltro dimenticare l’ingiustificabile occupazione di città siriane a maggioranza araba da parte delle forze curde del Rojava, il Campo Antimperialista condanna ogni presenza straniera in territorio siriano.

Le truppe turche vanno fermate, quelle americane se ne devono andare. Spetta al popolo siriano, nelle sue varie componenti, trovare la strada della pace e della convivenza. Una via che passa anche dal riconoscimento delle legittime aspirazioni all’autodeterminazione della minoranza curda, nella prospettiva di una repubblica federativa e democratica siriana. Una via che richiede in primo luogo la cacciata delle truppe americane dal nord della Siria.


Campo Antimperialista
9 settembre 2019



SIRIA, SAVIANO E LE BUFALE (AL GAS NERVINO)

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[ 17 luglio 2018]


Siria

la fake news dell’attacco chimico a Douma 

Denunciammo subito
 la bufala dell’attacco chimico nel sobborgo di Douma, nell’aprile scorso
[nella foto]. Non siamo mai stati amici di Assad, ne abbiamo denunciato la condotta politica, come pure le stragi di civili, ma che quella del gas nervino fosse una montatura ci parve subito chiaro. Eppure, da Saviano a Gentiloni, fu tutta una corsa ad accreditare quella menzogna e ad applaudire i successivi missili americani, francesi e britannici. E ora? Ora che sono stati smentiti e sputtanati, hanno forse detto una parola? No, preferiscono tacere. Vergogna!
Di seguito, da fonte certo non sospetta, un articolo di Gianandrea Gaiani. 
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Douma, i gas nervini e la memoria corta

Analisi Difesa)

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Un rapporto provvisorio dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)

“Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha riferito l’Opac nel rapporto provvisorio.

Lo scorso 7 aprile la cittadina alla periferia di Damasco è stata bombardata dall’aviazione governativa siriana e i ribelli hanno denunciato l’uso di armi chimiche. La settimana seguente, dopo che gli insorti si erano ritirati, gli ispettori dell’agenzia Onu hanno cominciato le indagini, in particolare in un palazzo vicino alla piazza principale e in una panetteria indicati come i luoghi dei possibili attacchi.

Dal rapporto preliminare dell’Opac emerge che nei due siti sono stati trovati “residui di esplosivi e componenti chimiche organiche clorate”, cioè nessuna prova decisiva di un attacco con bombe al cloro, anche se non può essere escluso.

A Douma, la missione dell’Opac ha svolto attività di raccolta di campioni ambientali e di dati e ha intervistato testimoni del presunto attacco chimico. “In un paese vicino” alla Siria non meglio specificato, gli agenti dell’Opac “hanno raccolto o ricevuto campioni biologici e ambientali e hanno condotto interviste con i testimoni” del presunto impiego di armi chimiche a Douma.

Nel rapporto provvisorio, la missione dell’Opac giunge a concludere che, “in base ai risultati delle indagini, nessun agente nervino o prodotto del suo decadimento è stato individuato nei campioni ambientali o nel plasma delle presunte vittime”. Tuttavia, “con residui di esplosivo sono stati trovati tracce di clorina”.
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Il cloro non è un’arma chimica ma un prodotto chimico che può risultare tossico e persino letale ad elevate concentrazioni, più volte impiegato nel conflitto siriano e non solo dai governativi: la sua facile reperibilità lo rende idoneo anche a inscenare attacchi chimici a fini propagandistici.

Secondo i ribelli nell’attacco di Douma morirono circa 40 persone anche se siriani e russi parlarono subito di montatura orchestrata ad arte (numerosi civili testimoniarono l’allestimento di un set cinematografico da parte dei ribelli di Jaysh al-Islam per inscenare gli effetti dell’attacco chimico) per determinare un intervento militare occidentale, come poi accadde la settimana successiva con i raid missilistici punitivi scatenati dagli anglo-franco-americani contro “obiettivi per la produzione di armi chimiche” del regime di Damasco.

è stata poco più di una sceneggiata: ha colpito con oltre 100 missili da crociera edifici e obiettivi vuoti pre-selezionati insieme ai russi che non hanno fatto intervenire le loro difese antimissile basate in Siria.

Una “ammuina” che forse ha salvato la faccia agli Occidentali senza recar danno a russi e siriani.

Il rapporto dell’OPAC ha fatto luce anche sulle accuse rivolte dai ribelli jihadisti ali governativi siriani circa l’uso di armi chimiche ad al-Hamadaniya il 30 ottobre 2016 e Karm al-Tarrab, il 13 novembre 2016.

“Sulla base delle informazioni ricevute e analizzate, la narrativa prevalente delle interviste e i risultati delle analisi di laboratorio, l’OPAC non può determinare con sicurezza se una determinata sostanza chimica è stata utilizzata come arma negli incidenti avvenuti nel quartiere di Al-Hamadaniya e nell’area di Karm al-Tarrab”.

Il rapporto dell’OPAC su Douma è passato quasi inosservato benchè nell’aprile scorso politici, analisti e opinionisti colsero l’occasione (anche in Italia) per accusare Damasco e Mosca di crimini di guerra e di aver voluto gasare i bambini di Ghouta.

La vicenda venne strumentalizzata ai fini della caccia alle streghe legata alla “nuova guerra fredda” e ai fini politici interni con effetti esilaranti e al tempo stessi patetici.

Ampi ambienti della politica italiana arrivarono addirittura a sostenere che non si poteva criticare l’interventismo bellico di Usa, Francia e Gran Bretagna (la rappresaglia non attese un rapporto dell’OPAC) perché sono nostri alleati della Nato.

Posizione assurda sia perchè l’Alleanza Atlantica è nata per difendere la libertà (anche di critica e di espressione) non per soffocarla ma soprattutto perché Londra, Parigi e Washington non hanno certo coinvolto la Nato nè chiesto il consenso degli alleati per condurre un’azione bellica unilaterale.

Fragoroso il silenzio con cui quelle schiere di indignati per le stragi di bambini siriani hanno accolto il rapporto dell’OPAC.
Siria: la situazione nel febbraio 2018 (clicca per ingrandire)

un editoriale di Analisi Difesa

Eppure non era poi così difficile intuire le ragioni dell’ennesima montatura tesa a dimostrare l’uso di gas nervini da parte del regime di Assad dopo che Barack Obama aveva definito l’impiego di armi chimiche il “filo rosso” il cui superamento avrebbe determinato l’intervento bellico statunitense.

Per questo i ribelli, sconfitti sul campo di battaglia, (e i loro alleati arabi) cercano periodicamente di inscenare attacchi chimici che i governativi non hanno nessuna esigenza militare né ovviamente politica per scatenare. Bashar Assad è un dittatore ma, anche in virtù del ruolo che ricopre da 18 anni di cui 7 di guerra, sarebbe ridicolo considerarlo uno stupido.

Analisi Difesa




BANDITISMO GLOBALE di Campo Antimperialista

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[ 16 aprile 2018 ]

L’annunciato attacco missilistico sulla Siria è dunque arrivato. Si tratta di un’azione aggressiva contraria ad ogni norma del diritto internazionale. Priva di un mandato dell’Onu, avvenuta prima di ogni verifica internazionale sull’accusa dell’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano. Un’accusa che, stavolta ben più dei casi precedenti, appare del tutto infondata. Un pretesto per mettere in atto la successiva “rappresaglia”.

La banditesca azione di stanotte non sposterà però di un millimetro la situazione sul campo in Siria. E’ evidente come i colloqui riservati tra Stati Uniti e Russia (avvertita per tempo delle modalità dell’attacco) abbiano alla fine condotto ad un’azione più simbolica che sostanziale. La ripetizione di quella dell’aprile 2017, quando 59 missili Tomahawk vennero lanciati sulla base di Al Shayrat senza fare grandi danni.

Questa volta le fonti americane parlano di un centinaio di missili lanciati da unità navali nel Mediterraneo, mentre la Siria ne indica un numero assai minore: una trentina, di cui 13 abbattuti o deviati dalla contraerea. Quel che è certo è che l’attacco è stato condotto simultaneamente da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Come dire, le vecchie potenze coloniali insieme alla superpotenza imperialista di oggi.

Una Santa Alleanza che non vuol mollare la presa non solo sulla Siria, ma sull’intero Medio Oriente. E che usa attacchi di questo tipo per mostrare la sua determinazione, la sua volontà di avere l’ultima parola sul riassetto complessivo dell’intera area, da tanti anni sconvolta da quella che abbiamo definito più volte come una sorta di moderna Guerra dei trent’anni.
In Siria, in particolare, sia gli Stati Uniti, che la Francia e la Gran Bretagna, sembrano attualmente ai margini dei giochi politico-diplomatici che provano a ridisegnare il futuro di questo martoriato Paese. Altri sono i protagonisti: la Russia, l’Iran e la Turchia in primo luogo. E’ nel tentativo di ribaltare questa situazione che si spiega il rinnovato attivismo militare delle potenze occidentali.

Un attivismo però condizionato dalle innumerevoli contraddizioni che percorrono l’establishment americano nell’era Trump. Basti pensare che si è passati in pochi giorni dall’annuncio presidenziale (su twitter!) di autentici sfracelli, ad un’azione certo gravissima ma nei fatti limitata (e, secondo l’annuncio del segretario alla difesa James Mattis, già conclusa). Come dire che l’ultima parola sulle modalità e gli obiettivi dell’attacco di stanotte l’ha detta il Pentagono e non la Casa Bianca.

Questo non significa però che quanto accaduto debba essere sottovalutato. L’arroganza mostrata dagli imperialisti non è fine a se stessa. Gli americani, in particolare, hanno voluto ribadire di essere ancora i padroni del mondo. Gli unici che possono fare quel che vogliono in ogni angolo del pianeta senza pagare alcuna conseguenza. Ed è grave che gli aggressori siano tre membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Due cose vanno dette, infine, sull’ipocrisia ed il doppiopesismo della propaganda utilizzata per giustificare l’attacco di stanotte e sulla gravità della posizione tenuta dall’indecente governo Gentiloni.

Mentre si è cercato di vendere la bufala dell’attacco chimico, una “verità” contestata dal personale Onu presente in Siria e messa in dubbio perfino su organi di stampa sempre allineati con Washington, la propaganda occidentale ha invece chiuso gli occhi sulla strage di civili compiuta in precedenza dalle truppe del regime per sbaragliare i gruppi ribelli che ancora resistevano a Ghouta. Insomma, se si tratta di sconfiggere le diverse forze islamiste, Assad faccia pure; ma ogni tanto, con il pretesto delle armi chimiche, i nostri missili son lì a ricordarvi chi è il padrone del mondo… Uno schifoso doppiopesismo che si commenta da solo.

In ultimo, Gentiloni. Il suo atteggiamento è stato semplicemente disgustoso. Capo di un governo che non ha più una maggioranza, membro di un partito che è rimasto sostanzialmente l’unico a difendere a testa bassa una posizione atlantista e filo-americana senza sé e senza ma, Gentiloni ha dato via libera al pieno utilizzo delle basi americane e Nato in Italia. 

Una vergogna! Una ragione in più per accelerare la sua dipartita da Palazzo Chigi!

* Fonte: Campo Antimperialista



LA SIRIA, GLI U.S.A. E L’ABISSO NUCLEARE di P. C. Roberts

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[ 15 aprile 2018]

In un suo articolo Luciano Barra Caracciolo cita quel che ha scritto e quel che si auspica il noto analista Paul Craig Roberts sull’escalation riguardo alla Siria.

Ci pare necessario riportalo, malgrado sia angosciante….



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Siamo negli ultimi giorni prima che si scateni l’inferno

«…Risulta difficile non essere pessimisti quando apprendiamo che il manicomio di Washington ha inviato una portaerei da combattimento, accompagnata da sette navi missilistiche, per unirsi all’attuale unica nave del genere già al largo di fronte la base russa in Siria. 

Se questi facili bersagli debbano sopravvivere all’affondamento, o se gli fosse permesso di lanciare un missile, o, alla portaerei, di inviare un singolo aereo da combattimento, è una faccenda che è lasciata interamente alla decisione dei russi. 

I russi sanno che sono in grado, secondo la loro volontà e in pochi minuti, di affondare l’intera flotta USA, distruggere ogni aereo e vascello americano in Medio Oriente, e, entro il raggio dello stesso Medio Oriente, distruggere completamente l’intera capacità militare di Israele, spazzando via anche le forze militari dello Stato-teppista da quattro soldi Arabia Saudita. 
Tutti i bersagli (inermi, cioè “sitting ducks”) sono stati offerti alla Russia dagli stupidi e arroganti Americani.

Dopo pochi minuti dall’attacco russo tutta la capacità militare di condurre un conflitto sarebbe rimossa dal Medio Oriente. Questa sarebbe una cosa positiva.

Tutto quello che la Russia deve fare per assicurarsi che gli USA non abbiano altra scelta che accettare una sconfitta istantanea è porre le proprie forze nucleari russe in allarme rosso. 


[In conseguenza] ogni ricorso da parte degli idioti di Washington a un attacco nucleare significherebbe la fine degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale così come del Regno Unito.
La Siria non è già sufficientemente annichilita?

Ciò significherebbe la fine totale dell’Occidente per sempre, un evento che il resto del mondo saluterebbe come una cosa buona.  Auspicabilmente, i vertici militari statunitensi, l’ultima e costantemente assediata fonte di onore negli USA, ben comprende tutto questo e non si adeguerebbe a un ordine suicida impartito da un gabinetto di guerra di pazzoidi. 

La mia opinione è che comunque i russi non si spingeranno così lontano, e negheranno a se stessi una vittoria decisiva, poiché non comprendono il male totale che è concentrato a Washington e in Israele. 
Ci sono rimasti infatti, all’interno del governo russo, un numero sufficiente di ingenui “integrazionisti atlantisti” perché si arrivi a ritenere che la Russia debba concedere a Washington e all’Europa ancora un’altra chance per tornare al buon senso.
Ma una chance ulteriore è ciò che la Russia, e il mondo intero, non si possono permettere.
[In effetti] ci sono solo flebili possibilità che Washington e Israele possano arrivare a qualsiasi altra ragionevolezza che non sia l’egemonia. 

Se  Washington avesse una qualsiasi ragionevolezza, non avrebbe inviato navi da guerra per attaccare la Siria, o l’Iran allo scopo di sottrarsi alla proibizione russa di attaccare la Siria.

La Russia non può permettere che l’Iran sia ancora destabilizzato tanto quanto non può consentire che tale destino sia riservato alla Siria.
Il governo russo ha deciso di non includere l’Iran nella proibizione, e questo potrebbe rivelarsi un altro errore russo nel trattare con Washington.

Washington pensa che la solitaria USS Donald Cook, cacciatorpediniere “missile destroyer” che staziona al largo della Siria, possa essere affondata senza che ne risulti nulla più che un incidente — Israele distrusse la USS Liberty con gravi perdite di marinai senza che ne scaturisse un vero incidente militare (ndQ: episodio del giugno 1967, a suo tempo clamoroso) — perché per la Russia affondare 9 navi da guerra americane, inclusa una portaerei, sarebbe più di quanto la Russia avrebbe “lo stomaco” di fare.

Ci vorranno circa 10 giorni prima che le navi americane, tutte sitting ducks, raggiungano il punto dove possono essere dispiegate operativamente per un attacco. 

Ciò dà allo US Joint Chiefs of Staff (gruppo dei capi di stato maggiore della difesa USA) 10 giorni per annullare le decisioni del folle gabinetto di guerra di Trump’s e affermare lo stop all’Armageddon da parte dei comandi militari. 
Sarebbe di giovamento, alla loro decisione di ribaltare la decisione del folle gabinetto di guerra di Trump, se la Russia procedesse ad affondare lo USS Donald Cook e abbattesse ogni aereo israeliano che si alzasse in volo, anche quelli negli stessi cieli di Israele.

Ciò che restituirebbe la sobrietà a Washington è l’uscita della Russia dalla mera fase difensiva, assumendo l’iniziativa militare invece di limitarsi a reagire alla iniziativa di Washington.

Pregate che il Dio cristiano, e non quello ebraico assetato di sangue,  prevalga nelle deliberazioni del gruppo dei vertici militari USA e che contrasti lo insane war cabinet di Trump.

Secondo la mia opinione, con la figura del servitore di Israele, John Bolton, quale ascoltato consigliere per la sicurezza nazionale, la guerra con la Russia è inevitabile.

Seguendo il consiglio di Doctorow [ndQ: esperto USA di cose russe, citato all’inizio dell’articolo per il suo pessimismo sulla escalation della crisi siriana], stapperò lo champagne; prospettiva per la quale Doctorow non vuole implicare un festeggiamento ma l’atto di godersi gli ultimi istanti di vita.

Rimane da vedere se il conflitto deliberatamente avviato da Israele e i suoi pupazzi dementi a Washington possa essere evitato. 

Ma essendo Washington persa nella sua arroganza, soltanto un deciso e fermo schiaffo russo sulle facce da idioti di Washington può salvare la vita sulla Terra».



SIRIA: FERMARE L’ATTACCO AMERICANO

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[ 12 aprile 2018 ]

Siria: se perfino il Corsera stavolta è nel dubbio…

Un’interessante confessione di Andrea Nicastro sulle falsità americane degli ultimi vent’anni, a partire da quelle servite a giustificare due guerre all’Iraq

Cosa sta diventando la guerra in Siria? Iniziata come sollevazione popolare contro il regime, trasformatasi in guerra civile dispiegata, divenuta una guerra confessionale tra sciiti e sunniti (la cosiddetta “fitna”) siamo ora entrati – dopo la sconfitta dell’Isis – in una guerra per la spartizione del bottino. Tutte le grandi potenze (Usa, Russia, ma anche Francia e Gran Bretagna) vogliono stare in partita, come pure le principali potenze regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita).

Noi non possiamo sapere cosa è successo a Ghouta. Se sono state usate, oppure no, armi chimiche. Di certo le minacce americane (e francesi) appaiono stavolta particolarmente pesanti. Così come grave è stato l’attacco israeliano di ieri l’altro sulla base militare di Homs, sul quale è calato immediatamente un surreale silenzio.

I prossimi giorni, ma forse le prossime ore, ci diranno se tutto si chiuderà con un’azione più che altro simbolica, come quella dell’aprile 2017, oppure se vi sarà davvero il tentativo di Trump di rovesciare il successo politico-militare ottenuto da Putin in terra siriana. Nel qual caso la situazione si farebbe davvero incandescente.

Nel frattempo è interessante notare l’incertezza che regna nel campo occidentale, perlomeno in Europa. E’ in questo senso istruttivo il corsivo apparso oggi nella pagina dei commenti del Corriere della Sera, a firma Andrea Nicastro. L’articolista, ammettendo che di quel che accade in Siria non sappiamo praticamente nulla, che le uniche fonti disponibili sono quelle della propaganda delle diverse parti in causa, invita nei fatti alla prudenza.

Nel farlo non può fare a meno di ricordare due fake news del recente passato dei guerrafondai americani: la balla dei bambini kuwaitiani buttati fuori dalle incubatrici dagli iracheni (1990) e quella sulle inesistenti “armi di distruzioni di massa” possedute da Saddam Hussein. Due falsità servite a giustificare due guerre criminali. Peccato che allora i giornaloni tipo il Corsera non ebbero alcun dubbio a rilanciare, facendole proprie, quelle evidenti menzogne. Stavolta invece è diverso: speriamo che sia per una sincera volontà di pace e non solo perché alla Casa Bianca c’è Trump.

Qui sotto l’articolo di Nicastro.

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Guerra in Medio Oriente, la necessità di avere un’informazione onesta
di Andrea Nicastro (Corriere della Sera)


Purtroppo non possiamo dire cos’è successo a Ghouta. Ma sappiamo che non dobbiamo fidarci degli «elmetti bianchi», della contro-propaganda di Russia Tv e neppure delle dichiarazioni dell’Amministrazione Usa

Attenzione a dare per certa la responsabilità degli attacchi chimici in Siria. Accusare Assad è facile. A difenderlo invece si finisce nel mucchio dei complottardi o, peggio, dei complici. Però dubitare di quel che ci viene detto (molto) e mostrato (poco) è un obbligo.

La guerra siriana, nonostante i mille canali social che la raccontano live dai telefonini, è la meno vista della storia. Il problema è che non ci sono giornalisti indipendenti a guardarla. Ce ne sono molti «social», ce ne sono alcuni di regime e anti-regime, ma sono tutti di parte. Perché? Perché andare tra i ribelli è pericoloso, tra chi piange per i gas c’è quel che resta dell’Isis.

Questo non vuol dire che i giornalisti siano sempre una garanzia. Abbondano gli errori fatti dal fior fiore della stampa libera. Uno, clamoroso, fu credere alla figlia dell’ambasciatore kuwaitiano che si spacciava per infermiera: «I soldati di Saddam Hussein rubano le incubatrici e lasciano morire i bambini». La guerra del 1991 si giustificò anche così.

Altro abbaglio fu l’antrace che lo stesso Saddam Hussein sarebbe stato pronto a scagliare sull’Europa nel 2003. I geniacci della comunicazione decisero che «antrace» (un’arma batteriologica, guarda caso) fosse una parola poco efficace e la sostituirono con «pistola fumante». Funzionò, andammo in Iraq convinti, peccato che di antrace non c’era traccia.

Un conto è la scelta politica pro o contro una guerra che spetta legittimamente ai governi. Un altro è l’informazione che gli elettori devono poter ricevere. Purtroppo non possiamo dire cos’è successo a Ghouta. Ma sappiamo che non dobbiamo fidarci degli «elmetti bianchi», della contro-propaganda di Russia Tv e neppure delle dichiarazioni dell’Amministrazione Usa.

Nel 2003 mentì il segretario di Stato Colin Powell all’Onu, oggi potrebbe farlo Donald Trump via Twitter. Abbiamo bisogno di prove, di informazione onesta e di prima mano, non di abboccare a chi è più convincente.


* Fonte: Campo Antimperialista