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I TEDESCHI PIÙ POVERI D’EUROPA?

Vale la pena segnalare un’indagine della Bce del 2013. Essa prendeva in considerazione anzitutto il tasso di proprietà immobiliare delle famiglie. 
Era già noto che esso è in Germania tra i più bassi, mentre nei paesi mediterranei è decisamente più alto, così noi, ma anche greci e spagnoli, risultavamo più ricchi dei tedeschi. Per di più il tasso d’indebitamento dei cittadini tedeschi era tra i più alti della Ue. 
Di acqua ne è passata sotto i ponti. Una nuova indagine mostrerebbe di sicuro che le politiche austeritarie adottate per stampellare l’eurozona, hanno causato un impoverimento dei paesi mediterranei (a cominciare dalla Grecia) a tutto vantaggio della Germania.

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Uno studio della Bce mostra che i tedeschi sono tra i più poveri d’Europa

di Shai Ahmed*

I tedeschi sono una delle popoalzioni più povere d’Europa, persino più povere di quelle nelle travagliate nazioni periferiche di Grecia, Spagna e Italia, ciò secondo i sorprendenti risultati di un sondaggio congiunto di diversi dipeartkenti della Banca centrale europea.

L’indagine sulle finanze e i consumi delle famiglie (HFCS) ha esaminato la ricchezza delle famiglie in alcuni paesi chiave dell’area dell’euro.

Secondo il rapporto, “la composizione della ricchezza netta è determinata principalmente da beni reali”, di cui la componente principale è la ricchezza abitativa occupata dai proprietari.

Per i paesi che non hanno alti tassi di proprietà della casa e non hanno registrato aumenti significativi dei prezzi delle case, la ricchezza netta appare più marcatamente ridotta, come la Germania, che è “più povera” in termini di ricchezza netta rispetto ad alcuni paesi che invece finanziano programmi di salvataggio.

L’indagine ha identificato il tasso di proprietà in immobili delle famiglie in cinque categorie: residenza principale, altre proprietà immobiliari, veicoli, oggetti di valore e attività di lavoro autonomo.

Rispetto a tutti i paesi indagati questo tasso è in Germania il più basso.

La Germania ha infatti uno dei tassi di proprietà più bassi quando si tratta di residenza principale ed anche uno dei più bassi in termini di altre proprietà immobiliari.

Grecia, Cipro e Spagna hanno mostrato tassi più elevati e quindi una maggiore ricchezza netta.

Un fattore, che avrebbe potuto distorcere i risultati, è che il sondaggio ha esaminato la ricchezza delle famiglie e non degli individui. Pertanto, quei paesi che hanno una tradizione e una preferenza culturale per le famiglie più numerose, prevalentemente nell’Europa meridionale, possono sembrare più ricchi.

La ricchezza netta secondo i risultati è sostanzialmente più elevata a Cipro a 671.000 euro rispetto ai 195.000 euro alquanto irrisori per i tedeschi.

Anche la Spagna supera la Germania con una ricchezza netta pari a 291.000 euro e l’Italia a 275.000 euro.

Alla luce dei fatti macroeconomici sul campo, potrebbe essere sorprendente apprendere che la Germania, nel suo insieme, è “più povera” di Cipro, un paese in ginocchio, o della Spagna dove la disoccupazione si attesta al 26 percento, rispetto al tasso della zona euro del 12 percento.

Scrive la BCE:

«La misurazione della ricchezza è subordinata al fatto che la variazione della ricchezza è influenzata dalle istituzioni e da macrodinamiche che recentemente hanno differito sostanzialmente tra le varie famiglie, regioni e paesi sia con dell’eurozona che fuori».

L’idea che i cittadini delle nazioni periferiche abbiano sperperato la loro ricchezza e siano stati frivoli, è stata anche smentita dalla ricerca.

Gli italiani risultano essere i più parsimoniosi nello studio con il tasso d’indebitamento più basso..

Il settantacinque percento delle famiglie italiane non ha alcun debito, rispetto a circa il 53 percento in Germania e il 34 percento in Olanda.

* Fonte: CNBC 
** Traduzione a cura della redazione




LA RICETTA DELLA M.M.T. di Gianluigi Paragone

Venerdì scorso ho avuto modo di organizzare assieme all’amico Thomas Fazi un incontro/dibattito con Bill Mitchell, uno dei massimi esponenti mondiali della Modern Monetary Theory (Mmt), teoria macroeconomica di cui sempre più si stanno affermando gli spunti e gli strumenti per uscire dal fanatico rigore neoliberista incistato nei trattati europei. Di Mmt ne hanno discusso recentemente sia Mario Draghi (che in quanto “allievo” di Federico Caffè conosce bene la dottrina di Keynes, che sta alla base del postulato Mmt), sia colei che ne ha preso il posto alla Bce, Christine Lagarde.

Ma è negli Stati Uniti che da anni il dibattito sollevato da questa teoria anima accademici e classe dirigente, tanto che i democratici eretici Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno sottoscritto parecchi documenti proposti dalla Mmt, anche – e soprattutto – alla luce di quanto sollecitato da parecchie banche centrali (quelle vere non la Bce) e di quanto sta accadendo in Giappone dove la leva a deficit è ormai un “must” del premier Shinzo Abe (13mila miliardi di yen appena sfornati per investimenti pubblici).

Per farci capire, i teorici della Mmt ribaltano completamente il paradigma di Bruxelles, il pareggio di bilancio, l’austerity e il maniacale controllo del deficit pubblico. Più volte ho scritto che il coraggio di uscire dall’inganno neoliberista (fondato sul controllo della spesa pubblica, imponendo così privatizzazioni, liberalizzazioni, depressione sociale, mancata crescita eccetera eccetera) ha premiato diversi capi di governo; persino quel Donald Trump la cui elezione fu salutata dal mainstream di fede clintoniana come una sciagura che avrebbe provocato il collasso delle Borse e dell’economia reale americana. Sciagure per nulla verificatesi. Tanto per capirci, a deficit Trump ha varato la sua riforma fiscale. Tutto questo però non basta, pensano in Mmt: i governi non devono minimamente avere il problema del deficit finché non si raggiunge piena occupazione e quindi profitto e sviluppo per le imprese.

Le grandi sfide dell’impatto lavoratore/robot o la green economy non possono essere giocate senza la scommessa della spesa pubblica. Qual è però il requisito fondamentale della Mmt? Avere una moneta sovrana e una banca centrale che possa ripagare il debito pubblico creando nuova moneta fino a quando non si verifica una situazione di alta inflazione, condizione di cui al momento non si vede assolutamente il pericolo.

L’architettura che sorregge l’Unione europea di fatto impedisce tutto questo e sta costringendo l’Italia a ragionare sullo zero virgola in più o in meno, creando un tappo alla crescita, all’occupazione e allo sviluppo. È solo un problema italiano? No, visto che tutti gli economisti convengono sul dato che l’eurozona è la parte del mondo sviluppato che cresce di meno. Quindi, che fare?

Questa è la sfida di cui abbiamo parlato appunto con Bill Mitchell, uno dei massimi esperti mondiali della Mmt. Partendo da un dato “politico”: il sovranismo non è né di destra né di sinistra, ma è una condizione necessaria se si vuole sovvertire il maleficio neoliberista incistato nelle stupidissime regole dell’Unione europea. Regole che nessuno vuole rompere davvero. Bill Mitchell non sfugge al dato politico e sociale, nel senso che “la generalizzata rivolta anti-establishment ha sancito il fallimento delle élite”. Tocca allora alla politica raccogliere il dolore dei cittadini, degli imprenditori, delle famiglie e pure di chi, per conto della finanza, ha ben chiaro che solo gli Stati possono riprendere in mano la politica fiscale, fare politiche espansive, cioè in deficit. La Abenomics è la prova vivente che la teoria dominante è fallace. Tutto questo ovviamente viene nascosto dal mainstream che non ha altre armi se non quella della propaganda (la imbarazzante pagina comprata da firme del giornalismo italiano per ringraziare supinamente Mario Draghi…) o della paura (i mercati, lo spread…). Tutto sotto la regia di una cultura pseudo-riformista, di cui il Pd in Italia è alfiere.

Le notizie di questi giorni lo confermano: il governo italiano potrebbe essere condannato per i mancati pagamenti della Pubblica amministrazione; i venti miliardi di clausole di salvaguardia da coprire entro l’anno prossimo (per cui si parla di aumentare l’Iva ad albergatori e ristoratori, già massacrati dal fisco e dalla concorrenza delle nuove piattaforme digitali); l’occupazione che batte in testa, le imprese soffocate da tasse e burocrazia. Insomma, fintanto che si resta dentro questa gabbia si muore a piccole dosi. È certo. Per questo con Bill Mitchell ho voluto riprendere in mano il tema dei temi: ha senso restare dentro l’eurogabbia? No. Lo penso anch’io. Per questo mi sono rimesso in movimento fuori dal Movimento.

* Fonte: IL PARAGONE




LA PROSSIMA GUERRA MONDIALE di Giulietto Chiesa

Si è svolto sabato scorso a Foligno il previsto incontro con Giulietto Chiesa.
Sala gremita [vedi foto accanto ]e pubblico molto attento, a dimostrazione dell’interesse per i temi riguardanti la complicata situazione internazionale e geopolitica.

Prima di dare la parola a Giulietto Chiesa, hanno introdotto l’incontro Giacomo Zuccarini a nome dei Comitati Popolari Territoriali umbri di Liberiamo l’Italia, quindi Armando Mattioli, portavoce di Futuro Collettivo (associazione politico-culturale molto attiva in città).

Armando Mattioli, Giulietto Chiesa, Giacomo Zuccarini

Chiesa ha svolto un’articolata prolusione con uno sguardo sui diversi scacchieri di tensione geopolitica, chiamando alla lotta contro il rischio di una nuova guerra mondiale che alcuni settori ultra-imperialisti dell’Occidente stanno preparando, e per far si che l’Italia esca dalla NATO e diventi un Paese neutrale.

Chiesa ha avuto poi modo di sottolineare la grande importanza della mobilitazione che sta iniziando contro il 5G e l’installazione delle antenne sui diversi terrritori.

A seguire diverse le domande e quindi la replica di Giulietto Chiesa.

IL VIDEO DELL’INCONTRO