CHE STA ACCADENDO IN AMERICA LATINA? di W. I. Robinson*

È opportuno ogni tanto dare un’occhiata non distratta a quanto accade in America latina, dove una destra rampante è tornata al potere ma dove le proteste popolari stanno in compenso dilagando (Haiti, Honduras, Cile, Ecuador, Colombia …). Un caso un po’ più complesso quello boliviano, dove una destra perversa ha approfittato di alcuni errori madornali dell’ultimo paese dove esisteva l’ultimo dei governi della ‘decade progressista’. 

Opportuno non solo per ragioni di solidarietà ma anche per alcune similitudini di situazione con L’Europa: lo scavalcamento dei partiti di sinistra da parte dei movimenti in lotta (decisamente in numero minore in Europa rispetto all’A.L.) che hanno assunto in prima persona l’iniziativa e la crescente brutalità della repressione. Mi pare che in questa complessivamente condivisibile analisi del sociologo statunitense W.I. Robinson questo richiamo alla nostra situazione sia ben presente, per cui mi fa piacere segnalarla. Aldo Zanchetta

NUVOLONI NERI SULL’AMERICA LATINA

UNA PANORAMICA GENERALE

William I. Robinson*

Le lotte popolari contro un risorgente neoliberismo e le aggressioni dell’ultra-destra che negli ultimi mesi hanno preso d’assalto l’America Latina si presentano alla Sinistra globale con un peculiare paradosso: esse avvengono in un momento in cui la Sinistra istituzionale e partitica ha perso l’egemonia che aveva precedentemente conquistato e che ora si trova logorata. Qualsiasi tentativo di spiegare questo paradosso deve inquadrare l’attuale ribellione popolare nel contesto più ampio delle dinamiche politiche dell’espansione capitalista globale e delle crisi nella regione degli anni recenti.

Nelle attuali circostanze il capitalismo globale affronta una crisi organica che è ad un tempo strutturale e politica. Dal punto di vista strutturale il sistema si trova in una crisi di sovra-accumulazione e in tutto il mondo si è indirizzato verso un nuovo ciclo di espansione violenta e molto spesso militarizzata, alla ricerca di nuove opportunità di impiego dell’eccedenza di capitale accumulata e prevenire la stagnazione. Politicamente il sistema si trova di fronte a una decomposizione dell’egemonia capitalista e una crisi di legittimità dello Stato. Mentre il malcontento popolare va estendendosi, i gruppi dominanti sono ricorsi in tutto il mondo a modi di dominazione sempre più coercitivi e repressivi per contenere questo malcontento e ad un tempo per aprire con la forza nuove opportunità di accumulazione mediante l’intensificazione delle politiche neoliberiste.

Questa duplice crisi è visibile con totale chiarezza in America Latina. Il colpo di Stato del novembre scorso in Bolivia e la tenace resistenza alla conquista fascista del potere, la sollevazione all’inizio ottobre in Ecuador contro la restaurazione liberista, le ribellioni verificatesi a Haiti e in Cile (quest’ultimo vera culla del capitalismo), e ora in Colombia, il ritorno al potere dei Peronisti in Argentina seguito poche settimane appresso dalla sconfitta del Frente Amplio in Uruguay, convergono tutti, assieme ad altri avvenimenti recenti, verso una stagione di grande movimento e incertezza nella regione. Però gli sconvolgimenti attuali devono essere analizzati nel contesto delle dinamiche politiche della globalizzazione capitalista.

Il post-mortem della ‘Marea Rosata’?

L’America Latina dalla decade degli anni ’80 in poi si è trovata coinvolta nella globalizzazione capitalista, processo che ha causato una grande trasformazione della sua economia politica e della sua trasformazione sociale. E’ nata una nuova generazione di elite e di capitalisti orientati transnazionalmente a causa della sconfitta dei movimenti rivoluzionari nelle decadi degli anni ’60 e ’70. Questi gruppi transnazionali dominanti condussero la regione verso la nuova epoca globale, caratterizzata dall’accumulazione come una serra calda, la speculazione finanziaria, la valorizzazione creditizia, internet, le comunità chiuse, le catene del cibo spazzatura diffuse ovunque, e i centri commerciali e i mega-negozi che dominano i mercati locali nelle nascenti mega-città. Queste elite e questi capitalisti transnazionali nella decade dei ’90 hanno forgiato un’egemonia neoliberista realizzando un vastissimo programma di privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazioni e austerità. Pertanto, la globalizzazione capitalista finì per aggravare la povertà e la disuguaglianza, facendo spostare decine di milioni dalle classi popolari e generando vastissimo sotto-impiego e disoccupazione. Gli impoverimenti scatenarono un’ondata di emigrazioni da paese a paese e nuove ondate di mobilitazione di massa fra coloro che erano rimasti.

I governi di sinistra o della cosiddetta ‘Marea Rosata’ giunsero al potere nei primi anni del nuovo secolo sulla spinta della ribellione delle masse contro questo mostro della globalizzazione capitalista. Il giro verso Sinistra in America Latina suscitò grandi attese e ispirò le lotte popolari nel mondo. L’appello che Hugo Chávez fece per un Socialismo del XXI secolo risvegliò le speranze che la regione avrebbe indicato il percorso verso l’alternativa a un capitalismo globale. I governi della Marea Rosata sfidarono e fecero anche retrocedere gli aspetti più noti del programma neoliberista, ridistribuirono la ricchezza verso il basso e ridussero la povertà e la penuria. Tuttavia, gli sforzi degli Stati e dei movimenti sociali per completare le trasformazioni si scontrarono con l’enorme potere strutturale del capitale transnazionale, e soprattutto dei mercati finanziari globali. Questo potere strutturale spinse gli Stati della Marea Rosata verso un accordo con questi mercati.

Lasciando da parte la retorica, i governi della Marea Rosata basarono la loro strategia sulla forte espansione della produzione di materie prime in collaborazione con i contingenti nazionali e locali della classe capitalista transnazionale.

Ad eccezione del Venezuela nel periodo di auge della Rivoluzione Bolivariana, si evidenziò l’assenza di qualunque cambiamento sostanziale nelle relazioni fra classi e nella proprietà, nonostante i cambiamenti generati nei blocchi di potere politico, un discorso a favore delle classi popolari e una espansione dei programmi di benestare sociale finanziati dalle imposte sulle industrie estrattive delle corporation. L’accrescimento delle attività minerarie e dell’agroindustria transnazionale di loro proprietà ebbe come risultato una maggiore concentrazione delle terre e del capitale e rafforzò il potere strutturale dei mercati globali sugli Stati con orientamento a sinistra. Come risultato, i paesi della Marea Rosata si trovarono sempre più integrati nei circuiti transnazionali del capitalismo globale e dipendenti dai mercati globali delle commodity e del capitale.

Le masse popolari reclamavano trasformazioni più sostanziali. Il giro verso la Sinistra aprì di fatto spazi perché queste masse facessero avanzare le loro lotte. Tuttavia, nel loro impegno per attrarre l’investimento delle corporation transnazionali e espandere l’accumulazione estrattivista, gli Stati compressero molte volte le richieste di quelli in basso verso maggiori trasformazioni. Questi Stati smobilitarono i movimenti sociali, risucchiandone i loro dirigenti nel governo e nello Stato capitalista e subordinarono i movimenti delle masse all’elettoralismo dei partiti della Sinistra. Data l’assenza di più ampie trasformazioni strutturali che potessero rispondere alle cause profonde della povertà e della disuguaglianza, i programmi sociali furono subordinati ai viavai dei mercati globali sui quali gli stati della Marea Rosata non esercitavano alcun controllo.

Allorché a partire dal 2008 esplose la crisi finanziaria globale, questi Stati cozzarono con i limiti di una riforma redistributiva ingabbiata nella logica del capitalismo globale. L’estrema dipendenza dei paesi della Marea Rosata dalle esportazioni di materie prime, allorché i mercati globali delle commodity nel 2012 collassarono, li immerse nell’agitazione economica. Questi paesi ebbero alti livelli di crescita finché l’economia globale proseguì il suo ritmo di espansione e finché i prezzi delle commodity restarono elevati grazie al vorace appetito della Cina verso le esportazioni delle materie prime. La recessione economica erose la capacità dei governi di sostenere i programmi sociali, indicendoli a negoziare concessioni e austerità con le elite finanziarie e le agenzie multilaterali, come è accaduto in Brasile, Argentina, Ecuador e Nicaragua, oltre ad altri paesi. Le tensioni che ne derivarono fecero crescere le proteste e aprirono lo spazio al risorgere della Destra. Sebbene non si possano fare affermazioni generalizzate applicandole uniformemente ai vari paesi, in tutto questo ci sono gli elementi essenziali per analizzare il quadro del recente colpo di Stato in Bolivia, la destituzione del Partito del Lavoro in Brasile e degli altri rovesci della Marea Rosata.

Il ritorno della destra

Le classi dominanti tradizionali all’inizio del processo della Marea Rosata si videro obbligate a cercare un modus vivendi con i governi di sinistra dato il bilancio delle forze sociali e di classe. Però appena l’economia e i sommovimenti politici offrirono alla Destra uno spazio di manovra, questa passò all’offensiva, spesso violenta, al fine di recuperare il potere politico diretto. La svolta costituzionale e extra-costituzionale verso Destra ebbe inizio nel 2009 con il colpo di Stato in Honduras, seguito nel 2012 dal golpe suave in Paraguay contro il governo di sinistra di Fernando Lugo; la sconfitta elettorale dei peronisti in Argentina nel 2015; il colpo di Stato parlamentare in Brasile contro il Partito dei Lavoratori nel 2016; il ritorno della destra in Cile con l’elezione nel 2017 del Presidente Sebastián Piñera e la sua coalizione Chile Vamos in Cile nel 2017, l’elezione nel 2018 in Colombia del presidente di estrema destra Iván Duque, che non è altro che la faccia rappresentativa del progetto fascista dell’uribismo, e la sconfitta elettorale all’inizio del 2019 del Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional in El Salvador (L’elezione di Andrés Manuel López Obrador e del suo partito Morena in Messico costituisce l’eccezione a questa virata verso destra).

Questa forte virata a destra ha comportato un’ondata di repressione in tutta la regione e una mobilitazione dei partiti e delle organizzazioni imprenditoriali dell’estrema-destra, culminando più recentemente nel colpo di Stato a ottobre in Bolivia, per cui la regione sembra tornare all’epoca delle dittature e dei regimi autoritari. L’America Latina torna ad essere un focolaio di violenza statale e privata incentrata sulla repressione della rivolta popolare e un’apertura del continente verso il saccheggio corporativo. La Destra nel suo impegno nel consolidare e espandere il potere transnazionale delle corporation si orienta verso il razzismo, l’autoritarismo e il militarismo. Da questo punto di vista la regione è lo specchio di dove si sta dirigendo il mondo. Se il continente è emblematico dello Stato di polizia globale, lo è anche dell’ondata di resistenza dal basso attraverso il mondo.

Ma la sorte era segnata già prima che la destra recuperasse il potere politico diretto. Gli eserciti latinoamericani negli ultimi anni sono accresciuti rapidamente allo stesso ritmo della nuova ondata di espansione corporativa e finanziaria transnazionale nella regione. Spazi territoriali che fino a pochissimo tempo fa godevano ancora di un certo spazio di autonomia, come ad es. gli altipiani indigeni del Guatemala e del Perù, aree dell’Amazzonia e della costa pacifica della Colombia, sono in fase di invasione violenta e le loro abbondanti risorse naturali e di forza lavoro vengono messi a disposizione del capitale transnazionale. In accordo con il rapporto “Security for sale” (Sicurezza in vendita), pubblicato nel 1918 dall’ Inter-American Dialogue, centro di ricerca situato a Washington, D.C., nel 2017 in America Latina erano presenti oltre 16.000 società private che offrivano servizi militari e di sicurezza che impiegavano 2,4 milioni di persone che frequentemente collaborano con le forze militari e di polizia dello Stato. Praticamente si cancella di fatto la distinzione fra personale militare e polizia in servizio e in pensione da un lato, e dall’altro i dipendenti di queste società private, come ha concluso l’informativa, poiché esiste “una rete interconnessa fra i militari in servizio, i militari in pensione, gli agenti della sicurezza privata, le elite imprenditoriali e i funzionari del governo”. Il numero dei militari è raddoppiato in Brasile, Bolivia, Messico, e negli anni recenti in Venezuela, mentre l’esercito colombiano si è quadruplicato e le forze armate nel resto della regione sono aumentate in media del 35%. I militari sono stati dispiegati nelle mega-città della regione e molte volte collaborano con i cupi squadroni della morte nella ‘pulizia sociale’ dei poveri e nella repressione della dissidenza politica.

La destra ora si impegna a utilizzare il potere politico diretto che ha recuperato per imporre con violenza la piena restaurazione del neoliberismo come parte dell’espansione militarizzata del saccheggio delle corporation transnazionali. La scintilla che ha fatto esplodere le più recenti proteste di massa è stato un nuovo giro di misure neoliberiste. La sollevazione in Nicaragua fra l’aprile e l’agosto del 2018 è stata la risposta alla decisione del governo Ortega di imporre riforme al sistema pensionistico. In Ecuador indigeni, contadini e lavoratori si sono sollevati nell’ottobre del 2019 contro gli accordi negoziati dal governo con l’FMI per eliminare i sussidi ai combustibili. La ribellione in Cile contro la struttura totalmente neoliberista si è scatenata per la decisione del governo di aumentare le tariffe del trasporto pubblico. In Argentina il fattore che finalmente l’ottobre scorso ha portato alla sconfitta elettorale il governo Macri è stato il suo forte programma neoliberista. E in Colombia le proteste di massa sono state originate dalla promulgazione da parte del governo di nuove misure di austerità.

L’egemonia contesa

Le crisi strutturali del capitalismo mondiale costituiscono storicamente momenti in cui si producono prolungati disordini sociali e più grandi cambiamenti, quali abbiamo visto recentemente in America Latina. A livello mondiale la spirale della crisi dell’egemonia sembra sfociare in una crisi generale del dominio capitalista. A prima vista, questa affermazione appare come contro-intuitiva poiché la classe capitalista transnazionale e i suoi agenti sono passati ovunque all’offensiva contro le classi popolari. Tuttavia, la rinascita aggressiva della destra, in America Latina e nel mondo, è una risposta alla crisi che è poggiata su un terreno instabile.

A livello strutturale, le crisi sono dovute appunto all’esistenza di ostacoli alla continua accumulazione del capitale, e pertanto alla tendenza alla stagnazione e al basso livello degli utili. Data una disuguaglianza senza precedenti a livello mondiale, il mercato globale non può assorbire la crescente produzione dell’economia globale, che sta toccando i limiti della sua espansione. La crescita economica in anni recenti è stata basata su un consumo insostenibile basato sull’indebitamento, la frenetica speculazione finanziaria nel casinò globale, e la militarizzazione promossa dallo Stato –cosa che definisco accumulazione militarizzata- mentre il mondo entra in una economia globale di guerra e le tensioni internazionali si intensificano.

Mentre l’economia globale è prossima alla recessione, l’economia latinoamericana è già caduta nella recessione nel 2015 che prosegue fino ad oggi affrontando la stagnazione (perfino in Bolivia, paese che ha registrato gli indici più alti di crescita negli ultimi anni, il tasso della crescita iniziò a contrarsi, cosa che obbligò il governo del MAS a ricorrere alle riserve valutarie). La classe capitalista transnazionale e le sue componenti locali ora tendono a trasferire il peso della crisi sui settori popolari tramite una rinnovata austerità neoliberista nel suo affanno per ristabilire la redditività capitalista. Ma è poco probabile che la destra abbia successo. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro affronta una caduta vertiginosa nei sondaggi, mentre il neoliberista Maurizio Macri ha subito un rovescio nelle recenti elezioni e i governi di Ecuador, Cile e Colombia hanno dovuto fare marcia indietro nelle loro misure di austerità.

L’incapacità della destra a stabilizzare il proprio progetto avviene in momenti in cui la Sinistra istituzionale/partitica ha perso la maggior parte del potere e l’influenza che aveva guadagnato. Vi è un evidente sfasamento in America Latina –sintomatico di una situazione della Sinistra a livello mondiale- fra i movimenti di massa che attualmente fioriscono e una sinistra partitica che ha perso la capacità di mediare con un proprio progetto realistico fra le masse e lo Stato. Lo scenario più probabile è un pareggio momentaneo, mentre i nuvoloni neri si addensano.

Sebbene sia il momento della solidarietà con le masse delle/dei latinoamericani che sono in piena lotta contro la presa di potere della destra, deve essere anche un momento di riflessione sulle lezioni che l’America Latina offre alla sinistra globale.

La Marea rosata –dobbiamo ricordarlo- giunse al potere non per il crollo dello Stato capitalista ma per la via costituzionale, vale a dire tramite processi elettorali grazie ai quali i governi di sinistra assunsero la gestione degli Stati capitalisti. Semplicemente, schiacciare lo Stato capitalista non era in agenda. Non basta ricordare l’esortazione di Marx che le classi lavoratrici non possono limitarsi a impadronirsi dello Stato capitalista e gestirlo per i propri scopi. Dato il violento ritorno dell’estrema Destra, non sarebbe difficile cadere nella tentazione di considerare come un punto di possibile discussione se i governi della sinistra avrebbero potuto fare di più per realizzare maggiori trasformazioni strutturali anche quando non esistesse la possibilità di rompere col capitalismo mondiale.

Ma sono lezioni fondamentali per la sinistra globale. Si tratta della capacità dei movimenti sociali autonomi di massa di obbligare dal basso gli Stati a intraprendere tali trasformazioni. In alternativa, questo comporta la necessità di ripensare la relazione triangolare fra gli Stati, i partiti della Sinistra e i movimenti sociali di massa. Il modello di governance della sinistra basato sull’assorbimento dei movimenti sociali e subordinare l’agenda popolare all’elettoralismo e alle esigenze della stabilità capitalista ci conduce in un vicolo cieco – o peggio ci porta al ritorno della Destra. È solo la mobilitazione di massa autonoma dal basso che può imporre un contrappeso al controllo esercitato dal capitale transnazionale e dal mercato globale dall’alto sugli Stati capitalisti in America Latina, che essi siano governati dalla Sinistra o dalla Destra.

Qualunque nuovo progetto di sinistra in America Latina, come anche altrove nel mondo, dovrà vedersela con il problema delle elezioni e dello Stato capitalista. Abbiamo imparato che la subordinazione dell’agenda popolare a vincere elezioni ci porta al fallimento, anche quando dobbiamo partecipare a processi elettorali, quando ciò sia possibile, e anche considerando che l’agone elettorale può essere uno spazio strategico. Dal mio punto di vista, affrontare l’attuale assalto della Destra passa urgentemente attraverso il rinnovamento di un progetto rivoluzionario e un piano per la rifondazione dello Stato. Le recenti esperienze del partito Syriza in Grecia e dei governi della Marea Rosata in America Latina, come i partiti social-democratici che in altre parti del mondo arrivarono al potere negli ultimi anni del XX secolo, ci insegnano che qualunque forza di sinistra, una volta salita al governo, si vede obbligata ad amministrare lo Stato capitalista e le sue crisi. Questi governi –nonostante il loro colore di sinistra- si vedono spinti a difendere tale Stato e la sua dipendenza dal capitale transnazionale per la sua riproduzione, ciò che li porta in conflitto con le stesse classi popolari e gli stessi movimenti sociali che li hanno portati al potere.

*William I. Robinson. Professore di Sociologia, Università della California di Santa Barbara.
** Fonte: https://twitter.com › w_i_robinson
*** Traduzione a cura di camminar domandando




FRANCIA, IL ROSSO E’ DIVENTATO GIALLO di Fulvio Grimaldi

IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.

I media di regime, vale a dire i media dei miliardari, evitano. Pubblicano, se proprio c’è un po’ di sangue, qualche trafiletto. Ma si impegnano alla morte a ridurre, sopire, troncare, minimizzare. Rilevano che dopo 60 appuntamenti in gran parte del paese, i numeri dimagriscono. Non rilevano che questo dato fisiologico non toglie nulla al fatto storico che si tratta della lotta più lunga vista in Europa dalla fine della guerra, una lotta che continua e ora si è espansa ad altre masse di maltrattati, deprivati ed emarginati.

I Gilet Gialli hanno il merito di aver denudato il sovrano messo lì dalla corporazione degli usurai di Francia e di aver fatto emergere con il proprio valore e sacrificio, tra media renitenti, i suoi incredibilmente brutali e sanguinari metodi di affrontare cittadini, voluti sudditi, che si permettono di rivendicare quanto gli è dovuto.

Hanno dimostrato che razza di feroci pretoriani difendono i caveau dei dominanti e ne hanno evidenziato la differenza rispetto a una polizia di Hong Kong che ha risposto alla violenza devastatrice e, in alcuni casi omicida, di squadristi con mandato USA e UK, con una civiltà e un autocontrollo che l’Occidente ha volontariamente abbandonato da secoli.

Hanno fatto da innesco a una vera e propria insurrezione di popolo guidata da sindacati come noi ce li sogniamo, anzi, non abbiamo mai avuto, ora al 50° giorno di sciopero generale contro gli strumenti di strangolamento sociale messi in campo dal burattino e dai suoi pupari. Un esempio che viene dalla Francia che ha ancora in corpo elementi di DNA del 1789 e del 1870.

Un esempio al mondo, che però a noi sfugge grazie all’unanimismo tirannico di un’informazione che quanto le mostra la Francia fa tremare e…cestinare.

Di Maio e Di Battista si sono fatti vedere accanto ai Gilet Gialli. Ci fossero rimasti! O avessero fatto apparire dei gilet gialli made in Italy!

I gilet gialli, uno dei più grandi movimenti di piazza del nuovo millennio, raccontato attraverso le voci di chi ha lottato e chi la protesta l’ha studiata




TERRORISMO BIOCHIMICO E LA GUERRA IBRIDA

C’è dell’altro dietro al Coronavirus?

Come i nostri lettori sanno bene non siamo adusi al “complottismo”. Tuttavia, ci pare doveroso pubblicare questa opinione giuntaci stamattina in redazione.

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Corona virus: terrorismo biochimico e azione di guerra angloamericana

Guido Santevecchi, nel “Corriere della Sera” del 28 gennaio 2020, spiega che la “Grande Cina”, dopo i ritardi nella prevenzione si sta muovendo con metodi da “guerra santa”. Il premier Li Keqiang è andato ieri a Wuhan, camice e mascherina in ospedale. “Il comandante supremo Xi Jinping lo ha inviato al “fronte”.

«Li è un tecnocrate serio, assume compiti di ispezione e direzione degli sforzi e ha pensato di lanciare la parola d’ordine “Forza Wuhan”, scandendola tra i dirigenti locali per inneggiare alla resistenza. Ha promesso rinforzi: altri 2500 medici e infermieri». (G. Santevecchi, “Il contagio spaventa le Borse”, Corriere della Sera 28 Gennaio 2020).

Nel frattempo le Borse si spaventano, in quanto 11 Borse hanno rilevato circa 40 contagi, ma anche perché il virus che sta investendo la Cina può costare in termini molto elevati all’economia: da Tokyo all’Europa vi sono miliardi bruciati in capitalizzazione dei settori industriali più vulnerabili, dal turismo all’economia. Il numero dei morti è salito a 106, i casi confermati sarebbero invece circa 4.600, tra cui 1000 pazienti in operazioni critiche, mentre sui 7000 sono i casi registrati di sospetto contagio da 2019-nCoV. La Cina prolunga la chiusura delle scuole e delle aziende per il Capodanno lunare sino a domenica prossima. Qualora cominciasse il grande ritorno verso la vita lavorativa, si avrebbero circa 300 milioni di lavoratori in movimento. Meglio di certo la vacanza forzata sino a data da stabilirsi.

Un evento di simile portata porta con sé due chiare conseguenze sociali planetarie: azzoppa enormemente ogni sogno di gloria imperiale HAN e ogni impulso di confuciana “Armonia universale” sotto il cielo, lasciando inoltre libero sfogo a qualunque istinto di sorda e cieca Sinofobia. La “Cina rossa”, in seguito all’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha vinto su tutta la linea la sfida di guerra asimmetrica economica con la plutocrazia liberista e capitalista angloamericana. Le oligarchie dell’Impero, londinesi o di New York, si sono così spaccate in due principali frazioni politiche strategiche sui seguenti punti.

La linea Kissinger ha teorizzato un nuovo deal globale sia economico sia politico-militare con la Cina, con la possibilità non remota ma ben attuale di una guerra tattica prolungata antirussa (modello Ucraina) o antiraniana (modello Siria): ad esempio, Michel D’Andrea, il capo delle operazioni di intelligence Usa contro l’Iran e mandante dell’omicidio di Qassem Soleimani, peraltro ucciso poche ore fa in Afghanistan nell’incidente aereo di Ghazni, apparteneva a tale frazione, come vi appartiene appunto una potente frazione di CIA e MI6. 

Il recente deal Usa-Cina mostra che anche la frazione neocons e sionista evangelica che tiene “in ostaggio” Donald Trump è favorevole a questa ipotesi. Una più consistente frazione politico-strategica del britannico MI6 ritiene invece non affidabile la “Cina rossa” di Xi Jinping e vede come fumo negli occhi ogni ipotesi di deal mondiale sino-americano; questo naturalmente non significa che sia russofila o filoputiniana, tutt’altro. La prospettiva di tale frazione rimane quella della “Global Britain”, con i Five Eyes più il Sionismo unici alleati strategici a livello mondiale. E’ indifferente, per tale frazione, vi sia Trump o Obama alla Casa Bianca, ma la sostanza della partita geopolitica globale si gioca esclusivamente sul fatto che vi sia concretamente e esclusivamente l’élite wasp — “il fardello dell’uomo bianco” — alla guida strategica dell’imperialismo occidentale. 

E’ la strategia del vecchio imperialismo britannico che fa degli Anglosassoni gli “israeliti” della modernità a riemergere su tutta la linea. E’ in questa direzione che vengono messe in moto azioni di guerra ibrida contro quelli che vengono considerati Nemici del “Global Britain”: dalla Cina all’Iran, dalla Russia alla Turchia. 

L’operazione Coronavirus cinese rientra con ogni probabilità nella logica di azione di guerra terroristica biochimica. Un gruppo speciale dell’intelligence britannica MI6, di appena tre persone, tra cui due operativi ed un dottore di un centro chimico e biologico specializzato nella guerra ibrida che si trova nella zona di Salisbury, sarebbe arrivato a Wuhan con il volo CZ 674 partito da Londra il 16 gennaio 2020. Il gruppo avrebbe fatto rientro a Londra nel tardo pomeriggio del 20 gennaio 2020 da Hong Kong con volo British Airwais. 

L’operazione è purtroppo pienamente riuscita. Quale è il significato politico dell’evento? Mentre l’Iran ha saputo rispondere sino ad ora alle azioni di guerra totale lanciate dagli angloamericani e dai sionisti contro l’IRCG, la Cina si è fatta trovare gravemente impreparata, lasciando il fianco scoperto e subendo agli occhi globali un drastico ridimensionamento della propria ambizione imperiale. Dal modo in cui la Cina reagirà a questo sorprendente e spaventoso attacco della “perfida Albione”, per il quale si è precipitati in una situazione di drammatica globale emergenza, e da come saprà reagire alla stessa Rivoluzione colorata di Hong Kong, si potranno comprendere varie questioni, anche interne alla dialettica di potere dell’élite di Pechino. 

O la Cina cederà alla democrazia liberale e razzista anglosassone, trasformandosi essa stessa in una democrazia liberale subcoloniale o si dirigerà verso una prassi di nuova “teocrazia” Imperiale Confuciana in guerra santa contro l’occidente bianco sionista.




SIAMO TUTTI FUORILEGGE? di Sandokan

A diceci giorni dalle celebrazioni del “giorno della memoria”…
Dovete ascoltare con la dovuta attenzione, quanto ha sostenuto Salvini all’incontro da lui promosso a Roma (Palazzo Giustiniani) il 16 gennaio scorso. Tema l’antisemitismo. 
QUESTO UNO STRALCIO DI QUANTO HA AFFERMATO.

Salvini, candidandosi ad essere la punta di lancia, anzi il settore più oltranzista dell’ampio schieramento politico filo-sionista, propone una legge che punisca e metta fuori legge chiunque, col pensiero e con l’azione, metta in discussione l’esistenza dello stato israeliano o anche solo condanni il sionismo come dottrina razzista. Col pretesto dell’antisemitismo (cioè chi condanna teologicamente l’ebraismo) si vuo mettere fuori legge chi denuncia la criminale politica di Israele contro il popolo palestinese.

La cosa non ci sorprende. Su questo blog non ci siamo persi nessuna puntata dell’indecente  saga salviniana. La sua islamofobia, la sua prossimità col cristiano-sionismo nord-americano (S. Bannon), fino alla vergognosa esultanza per l’uccisione proditoria del generale iraniano Suleimani.

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A destra un inquietante tweet di Mara Carfagna.

Ella esulta perché il governo Conte bis avrebbe recepito il criterio che antisionismo equivale ad antisemitismo. Ciò che prelude prossimamente ad una discussione in Parlamento e ad un voto su un legge ad hoc.

Metteranno fuori legge i Padri della Chiesa? Metteranno all’indice non solo quanto scrisse Lutero contro l’ebraismo ma le numerose dichiarazioni dottrinarie della Chiesa cattolica e di quella ortodossa che considerano il popolo ebraicoo come “deicida”?

Ma ovvio che no!

L’antisemitismo è solo un pretesto per perseguitare e colpire, prima ancora che le formazioni di estrema destra, quel vasto movimento politico di solidarietà col popolo palestinese che così profonde radici ha nel nostro Paese.

Questo movimento deve farsi sentire.

Ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di chiamarlo a raccolta per fermare la legge liberticida in gestazione?