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JULIO ANGUITA CI HA LASCIATI. IL DOLORE E LA RABBIA di Manolo Monereo

La morte di Susana López lo ha colpito molto. Mi ha chiamato con un tono per lui alquanto insolito, come fosse disperato. Susana aveva telefonato ai suoi amici in quello che era, consapevolmente o no, un addio. Agustina, la sua compagna, me lo confermò più tardi. In quei giorni, mi chiamò anche per parlarmi del Manifesto che stava preparando. Gli ho detto che l’avrei firmato senza leggerlo, ma non l’ha accettato; voleva la mia analisi critica, i suggerimenti.

Si deve partire dalla cosa fondamentale: Julio era una persona a tutto tondo. Coraggio, audacia e orgoglio hanno definito uno stile singolare e con un carattere molto marcato, in parte, costruito da lui stesso. Coraggio, coraggio e orgoglio hanno segnato uno stile che in seguito egli trasformò in politica. Era un insegnante, uno storico e un appassionato del teatro. Conosceva bene le regole del discorso e le chiavi della retorica politica. Il suo arrivo al comunismo, come per molti della sua generazione, fu soprattutto un impegno morale per le classi lavoratrici, per gli umili e le persone ordinarie. Conosceva in dettaglio la storia della Spagna, quella di Cordova e dell’Andalusia e conosceva molto bene le caratteristiche del capitalismo spagnolo. Non ha mai parlato per sentito dire, ha studiato duramente fino alla fine della sua vita e ha imparato a circondarsi di persone che gli hanno fornito conoscenze e informazioni.

E’ stato un eccellente amministratore pubblico. Aveva dei principi ma non fu mai dottrinario. Questo è importante sottolinearlo. Come sindaco, non ha avuto problemi nel gestire la città con l’opposizione, ha cercato il consenso, non dalle astrazioni, ma dal programma inteso come un contratto con la cittadinanza. “Sentiva crescere l’erba sotto i piedi” e aveva una percezione quasi infallibile sull’orientamento del voto. Venne alla politica andalusa e nazionale come rinnovatore; in molti modi, è sempre stato. Comprese prima della caduta del muro, che un ciclo storico stava finendo e che erano necessarie una nuova politica e nuovi modi di esercitarla. Ciò ha portato a errori all’interno e all’esterno del Partito Comunista Spagnolo (PCE). Molti lo hanno considerato di destra e lo hanno sostenuto. Si sbagliavano, hanno sempre avuto torto. Julio fu un rinnovatore della e nella tradizione comunista.

Comprese presto che il tipo di modernizzazione capitalista guidata e organizzata da Felipe González avrebbe avuto conseguenze negative per la struttura produttiva della Spagna, per i diritti del lavoro e dei sindacati; che essa avrebbe ipotecato un futuro che molti invece pensavano avrebe posto fine ad una arretratezza storica e il nostro approdo alla modernità. Il dibattito su Maastricht è stato molto duro per questo. Una parte della direzione de PCE e di Sinistra Unita (IU) gli consigliò di evitare lo scontro cercando un terreno meno paludoso. Anguita non ebbe esitazioni e combatté. Cosa c’era in ballo? Lo stesso di adesso, l’idea di alternativa; cioè, superare davvero il modello neoliberista giungendo alle estreme conseguenze.

Manolo Monereo e Julio Anguita

Ciò che è venuto dopo è noto: una sistematica campagna di demolizione e demolizione contro una persona che era diventata un punto di riferimento per una base sociale complessa e in crescita. Tutto ciò che abbiamo visto contro Unidas Podemos è stato prima  praticato in grande stile contro Julio Anguita e contro IU: intervento di apparati statali (cloache comprese), gruppi industriali e media e una corte di intellettuali convertitisi, come ebbe a dire Manolo Sacristan, “letratenientes” [pennivendoli diremmo in italiano, NdT]. Parlare male di Anguita faceva premio, era diventato un segno di rispettabilità sociale. Senza la divisione interna in IU non sarebbero stati possibili l’impantamento politico e la successiva sconfitta elettorale. Anguita ha somatizzato tutto e il suo primo attacco di cuore ebbe a che fare con questo clima.

Molto è stato detto sulla Transizione [ il passaggio dal franchismo al post-franchismo, NdT] e su Julio Anguita. Ciò che venne concordato [col cosiddetto “Patto della Moncloa” dell’Ottobre 1977, che venne sottoscerito anche dal PCE di Carrillo, NdR] lo abbiamo conosciuto più tardi. Il nuovo segretario generale, diversamente dagli altri dirigenti del PCE, non ha mai abbellito la Transizione e le sue conseguenze. Sapeva che era un patto ineguale e che aveva i suoi costi. In un momento complesso, quando Anguita denunciava l’uso improprio della Costituzione e il modo in cui i suoi aspetti più progressisti venivano disattesi o semplicemente ignorati, avvertì pubblicamente che il PCE e l’IU avrebbero dovuto collocare la Monarchia al centro del discussione. Coloro che comandano e non si presentano alle elezioni capirono che si era andati oltre a ciò che era permesso e hanno tirato fuori le immense munizioni a loro disposizione contro un progetto che sfidava le regole non scritte del gioco e che erano al di sopra della Costituzione. La corruzione della casa borbonica stava già diventando un elemento significativo del sistema di potere.

Anguita, che vedeva lungo, si rese conto di non essere in grado di guidare un progetto come IU e il PCE e propose la sua sostituzione in un processo che sarebbe dovuto essere ordinato e democratico. Ma non è stato possibile. Mi riferisco a ciò che Anguita stesso ha detto. L’unica cosa che posso dire al riguardo è che Julio ha avuto un momento estremamente difficile e non si è sentito accompagnato da quelli che considerava compagni e amici. Tornò alle sue lezioni e al suo stipendio come insegnante di scuola superiore. Alcuni mezzi di comunicazione — i nemici non dimenticano né perdonano — hanno trascorso mesi a verificare la professionalità di chi portava l’onore di essere un insegnante di scuola.

Il movimento del 15M [che sorse nel 2011, NdT] considerò Anguita come un interlocutore. Anguita prese parte al dibattito con il suo stile, per dire la verità, per discutere seriamente e non scoraggiare un movimento emergente. Con modestia, ha sottolineato le sue carenze, la necessità di un progetto visibile e di organizzarsi senza perdere la sostanza sociale. Ha difeso l’unità di IU e Podemos andando oltre una semplice coalizione elettorale e parlamentare. Sognava commissioni unitarie nei quartieri, assemblee aperte e partecipative e una mobilitazione sociale oltre i cicli elettorali.

Adesso ci ha lasciati. La sua ultima preoccupazione, quella di sempre: non è sufficiente governare, non è abbastanza amministrare, ci vuole il coinvolgimento degli attori sociali, la creazione di organizzazione e la convocazione del popolo quando si entra in un periodo segnato da una pandemia globale, da una crisi economica di grandi proporzioni e dalla brutale disoccupazione.
Il suo ultimo documento, il Manifesto, è diventato la sua volontà e noi diventiamo suoi eredi.

 

 

 




DICHIARAZIONE DEI FRATELLI GRECI

Per salvare vite umane, dobbiamo sbarazzarci dell’austerità neoliberista dell’UE, di Nuova Democrazia e di SYRIZA
Proteggiamo ora il sistema sanitario e il personale medico!

La pandemia di Covid-19 segnala le responsabilità criminali di coloro che hanno demolito il sistema sanitario pubblico e lo stato sociale. Dieci anni di Memorandum e attacchi neoliberisti hanno creato un enorme deficit di personale medico e attrezzature. I governi neoliberisti devono essere ritenuti responsabili della crisi epidemica dinanzi alla società.

Lo sfrontato sostegno al capitale privato, la privatizzazione degli ospedali pubblici, la mercificazione della salute, l’abbandono e il disprezzo del settore pubblico, hanno tutti la firma delle forze politiche che hanno governato il nostro paese negli anni passati.

In questi tempi difficili, tutti ammettono che la speranza per la salute delle persone risiede in un sistema sanitario pubblico ben attrezzato e dotato di risorse. I costosi servizi privati non possono e non sono disposti a svolgere questo compito. Scandalosamente favoriti dall’UE e dalle politiche governative traggono profitto sulle spalle dei pazienti.

Lo scoppio del virus, con centinaia di migliaia di infetti e migliaia di morti, ha dimostrato che il paradigma del neoliberismo — “non esiste società, solo individui” — è una catastrofe per l’umanità.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di responsabilità sociale, protezione collettiva, solidarietà, empatia — valori che il capitalismo neoliberista umilia brutalmente e indifferentemente. Dobbiamo accettare le misure preventive ma allo stesso tempo ribellarci collettivamente contro le politiche che hanno distrutto la nostra coesione sociale.

Il governo di Mitsotakis ritiene i cittadini personalmente responsabili dell’eliminazione delle epidemie. La responsabilità personale è effettivamente necessaria, purché non venga utilizzata per coprire le responsabilità politiche per la drammatica mancanza di personale medico, attrezzature e unità di terapia intensiva. La protezione della salute pubblica non è solo una questione di responsabilità personale, è soprattutto una delle maggiori responsabilità e obblighi dello Stato.

Le politiche di emergenza annunciate dal Ministro della Salute non sono in grado di coprire nemmeno i bisogni creati dall’epidemia. Oggi è necessario rovesciare l’austerità, l’obbligo di avanzi primari e tutte le politiche che mirano all’eliminazione del settore pubblico. Abbiamo bisogno di politiche che privilegino la vita umana rispetto ai profitti del capitale privato e alle esigenze dell’UE e dei creditori internazionali. L’eccedenza primaria di 7 miliardi non può essere investita per il rimborso dei creditori e dell’UE, mentre la vita delle persone è in pericolo.

Lottiamo per:

• Un aumento immediato della spesa pubblica a favore del Ministero della Salute; rafforzare il personale ed equipaggiamento del sistema sanitario pubblico; adeguate forniture di ventilatori, test diagnostici e materiali di consumo. Il sistema sanitario deve essere escluso una volta per tutte dal meccanismo soffocante del pareggio di bilancio. Tutti gli obblighi e gli accordi di austerità nei confronti dell’UE devono essere annullati.
• Impiego immediato di 1000 medici permanenti e 2000 infermieri per il funzionamento dei 100 letti di terapia intensiva e il potenziamento delle unità mediche responsabili del virus, delle unità mediche locali e di terapia intensiva. Rinnovo immediato di tutti i contratti temporanei per tutto il personale di supporto e assunzione di nuovi.
• Rafforzamento dell’assistenza sanitaria di base, per alleviare la pressione degli ospedali. Test medici decentralizzati, immediati e gratuiti per la diagnosi di Covid-19, senza ritardi burocratici, senza pericoli per il personale medico o test costosi nei centri sanitari privati. Coinvolgimento dei medici di medicina generale, pneumonologi e patologi per i servizi di assistenza domiciliare.
• Ulteriori ferie integralmente retribuite per tutti i dipendenti privati ​​e statali che si infettano, obbligati ad astenersi dal lavoro per proteggere le persone infette e prendersi cura dei propri figli.
• Gli operai, i lavoratori autonomi, le famiglie e le piccole imprese non debbono pagare la crisi economica che viene. Protezione dello Stato per tutti i settori che collassano economicamente e tutti i lavoratori che perdono salari e posti di lavoro. Congelamento di tutte le tasse e contributi previdenziali fino a quando dura l’epidemia.

La società, già sotto stress, sarà messa a dura prova dalla pandemia e dalle sue conseguenze sanitarie ed economiche. Oggi, insieme alla richiesta di un rafforzamento immediato ed emergenziale del sistema sanitario, di protezione dei più vulnerabili, di sostegno statale ai lavoratori, abbiamo bisogno di organizzazione sociale e solidarietà, coesione sociale e sostegno reciproco. Le autorità locali, le organizzazioni e i movimenti sociali hanno un ruolo importante da svolgere.

Noi restiamo a casa

Noi stiamo insieme contro la paura e la crisi!

PAREMVASI
Organizzazione politica della sinistra comunista in Grecia




COVID-19: LONDRA NON SEGUE LA VIA ITALIANA

«Quanti moriranno di coronavirus nel Regno Unito? Uno sguardo più attento ai numeri

Ciò che le statistiche dell’epidemia finora possono dirci sull’infezione e sui tassi di mortalità

La sorprendente diffusione del coronavirus in tutto il mondo sta causando un comprensibile allarme. Ma anche se è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive su quanti decessi possano verificarsi, le statistiche indicano tendenze generali che possono andare perse nel dramma.

Al momento, una cosa che sembra chiara è che la stragrande maggioranza delle persone che soffrono della malattia sopravviverà.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha stimato che il tasso di mortalità da Covid-19 è del 3,4% circa. Questo è superiore all’influenza stagionale ed è motivo di preoccupazione — ma anche se il dato è cprretto è corretto, oltre il 96% delle persone che vengono infettate dal coronavirus guariranno.

Qualsiasi decesso è, ovviamente, devastante per le famiglie coinvolte. Ma vale anche la pena notare che la stima dell’OMS si basa su infezioni e decessi confermati, il che significa che non tiene conto dei casi lievi che potrebbero non essere diagnosticati — casi che abbasserebbero il tasso di mortalità.

In effetti, gli esperti affermano che, in realtà, è probabile che il tasso di mortalità sia più vicino all’1% o anche meno. In altre parole, oltre il 99% di coloro che vengono infettati dovrebbero sopravvivere.

E non tutti saranno infettati. Secondo il responsabile medico per l’Inghilterra, il professor Chris Whitty, lo scenario peggiore è che circa l’80% della popolazione del Regno Unito venga infettata. Ma ciò non significa necessariamente che ci saranno 500.000 morti — come ci si aspetterebbe da un tasso di mortalità dell’1%.

Uno dei motivi è che la cifra dell’80% è una stima. “Questo è un numero del tutto ipotetico”, ha detto Whitty alla conferenza stampa, aggiungendo che non si sa quante persone alla fine si sarebbero infettate.

Un altro fattore che influenzerà il numero di morti, e quindi il tasso di mortalità, è chi viene infettato. Secondo i dati dei Centri Cinesi per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, quelli di età compresa tra 10 e 39 anni hanno un tasso di mortalità dello 0,2%, mentre quelli sui 60 anni hanno un tasso di mortalità del 3,6%. Per quelli di età pari o superiore a 80 anni ciò aumenta a quasi il 15%.

Mentre tali cifre possono sembrare allarmanti, in particolare per gli anziani, significa che se la diffusione di Covid-19 alle popolazioni più vulnerabili può essere prevenuta, o almeno limitata, ci saranno molte meno morti di quanto altrimenti previsto.

In altre parole, è fondamentale proteggere i vulnerabili,  compresi quelli con condizioni di salute critiche.

Gli esperti attualmente mettono in guardia dal fare eccessivo affidamento sulle cifre del Regno Unito. Venerdì mattina ci sono stati 798 casi confermati di Covid-19 nel Regno Unito e 10 morti — sebbene il primo ministro, Boris Johnson, abbia suggerito che ben 10.000 persone nel Regno Unito potrebbero essere già state infettate dal virus.

Semplicemente guardare l’attuale istantanea può essere fuorviante — a causa del ritardo tra infezione, malattia e morte, coloro che sono già morti sarebbero stati infettati in precedenza, quando il numero di casi era inferiore, mentre si è verificato anche un rapido aumento in nuovi casi.

«È ancora tecnicamente precoce [nello scoppio]. Non si è del tutto sicuri se i casi e le morti siano rappresentativi di come andrà a finire nel lungo termine», ha affermato il dott. Michael Head, ricercatore senior in sanità globale dell’Università di Southampton. «Man mano che andiamo avanti, avremo sostanzialmente dati migliori», ha aggiunto.

Una cosa che è chiara è che i tassi di mortalità differiscono da paese a paese. Attualmente, è stato stimato che l’Italia abbia un tasso di mortalità superiore al 6%, mentre in Corea del Sud il tasso di mortalità è stato stimato al di sotto dell’1%.

È difficile deselezionare esattamente cosa c’è dietro tali differenze. Tuttavia, possono essere in gioco numerosi fattori, tra cui il numero di persone sottoposte a test: i test aggressivi possono segnalare casi più lievi che altrimenti sarebbero andati persi, il che significa che il tasso di mortalità grezza è inferiore.

In effetti si ritiene che il coronavirus circoli inosservato nel nord Italia da metà gennaio, mentre sono state necessarie ripetute visite in ospedale prima che a un uomo di 38 anni con sintomi sia stato diagnosticato Covid-19.

Altri fattori includono, il tipo di misure di sanità pubblica utilizzate, e la demografia della popolazione. L’Italia ha una grande quota di popolazione anziana — circa il 23% della popolazione ha più di 65 anni — ed è noto che le persone anziane sono maggiormente a rischio di Covid-19.

In breve, Boris Johnson ha ragione nel dire che il bilancio delle vittime nel Regno Unito aumenterà. Ma, a questo punto, non è possibile fare una cifra su quanti moriranno. Se le misure di sanità pubblica avranno successo, si spera che la stragrande maggioranza sarà risparmiata».

* Fonte: The Guardian del 13 marzo

** traduzione a cura di SOLLEVAZIONE




CHI E’ BERNIE SANDERS

Potevano esserci pochi dubbi che il cosiddetto “super martedì” l’avrebbe vinto l’uomo dei poteri forti Joe Biden — grazie all’uscita di scena preordinata di due candidati che hanno fatto endorsement per Biden. Una conferma del carattere oligarchico della democrazia americana e plutocratico del partito Democratico. Sanders è stato definito in questi giorni da alcuni giornalisti italiani “estremista”, “ultraradicale”, “anticapitalista”. In verità egli è quello che si potrebbe chiamare un tranquillo socialdemocratico, tuttavia ostile o osteggiato dai poteri forti, compresi quelli del partito democratico. La qual cosa tuttavia, per un paese come gli USA, suona blasfema e minacciosa agli occhi dei benpensanti. Quale che sia il giudizio che si possa dare di Sanders la sua affermazione è la conferma di una grande polarizzazione politica (per la cronaca: sull’asse destra-sinistra), sociale e di classe. Il risveglio di principi di democrazia sostanziale e di eguaglianza sociale proprio nel centro dell’Impero è certo destinato a riverberarsi in tutto l’Occidente…

*  *  *

“L’unico modo in cui vinceremo queste elezioni e creeremo un governo e un’economia che funzionino per tutti è con un movimento di base — una cosa che non si è mai vista nella storia americana”.

Bernie Sanders

Bernie Sanders: chi è la speranza della Casa Bianca Democratica?

Bernie Sanders, senatore di 78 anni del Vermont, è in prima fila nella corsa democratica alla presidenza. L’indipendente  si è comportato bene nei primi stati che hanno votato ed è pronto per un’ulteriore vittoria in occasione del super martedì. Ma chi è Sanders?

Al senatore Bernie Sanders piace battere le probabilità. La sua prima vittoria politica, avvenuta nel 1981 per il sindaco di Burlington, nel Vermont, lo contrappose alla macchina democratica che aveva dominato la città per decenni.

Sanders vinse— con un margine di 10 voti — ma il nuovo arrivato politico dovette affrontare una formidabile resistenza all’interno del governo della città. Nel consiglio comunale del Vermont, 11 membri su 13 si sono opposti a Sanders e hanno cospirato attivamente contro la sua agenda.

La stessa macchina Democratica ha lavorato sodo per contrastare la sua rielezione due anni dopo, ma Sanders la spuntò — questa volta per oltre 20 punti percentuali. Quella battaglia fu il primo assaggio della carriera di Sanders, che ha sfidato per quasi 40 anni l’establishment politico.

Rialzatosi da un’amara sconfitta con l’ex First Lady degli Stati Uniti Hillary Clinton nel 2016, Sanders è di nuovo in corsa per il primo premio. Questa volta ha subito un attacco di cuore e ha raccolto fondi per oltre 167 milioni di dollari.

Diamo ora uno sguardo a chi è e a cosa rappresenta l’autoproclamato socialista democratico.

Il signor Sanders è nato a Brooklyn, New York, da genitori ebrei. Una volta disse che la sua umile educazione in un minuscolo appartamento gli fece acquisire una coscienza di classe già in tenera età.

Frequentò l’Università di Chicago e negli anni ’60 e ’70 partecipò al movimento contro la guerra e per i diritti civili, come la Marcia del 1963 a Washington.

Chiese lo status di obiettore di coscienza durante la guerra del Vietnam, la sua richiesta venne rigettata.

Sanders è entrato in politica nel 1971 candidandosi per un seggio al Senato degli Stati Uniti nel Vermont come candidato di Liberty Union, un partito contro la guerra e radici socialiste. Perse quella gara, insieme a un paio di campagne per diventare governatore.

Il suo primo grande successo politico arrivò quando fu eletto sindaco di Burlington, nel Vermont, nel 1980, battendo un candidato che era alla sesta rielezione. Fece il sindaco per quattro anni.

Fu durante questo periodo che incontrò e sposò la sua attuale moglie, Jane O’Meara, l’ex presidente del Burlington College una volta descritta come un “consigliere chiave” nella sua carriera politica. La coppia ha quattro figli da precedenti relazioni.

È stato eletto per la prima volta alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti nel 1990, il primo indipendente in 40 anni. Ha prestato servizio lì fino a quando non ha corso e ha vinto un posto al Senato nel 2007. Durante quella campagna, un giovane Barack Obama lasciò il segno.

Sin dal suo primo arrivo a Washington, Sanders ha attaccato allo stesso modo sia i politici repubblicani che quelli democratici, venendo quindi considerato e liquidato da ricchi donatori e industriali come un tafano. È il più longevo indipendente nella storia del Congresso.

Nel 2010, è rimasto famoso per aver parlato per otto ore e mezza per tentare di bloccare l’estensione delle politiche fiscali dell’era Bush che per  Sanders favorivano i ricchi e peggiorando il divario sociale della nazione.

È diventato presidente del Comitato del Senato per gli affari dei veterani nel 2013 e ha contribuito a negoziare soluzioni bipartisan quando ex soldati si sono lamentati di cure pericolosamente ritardate e inadeguate in tutto il paese. E’ stato un forte avversario della guerra in Iraq.

A lui piace elogiare le politiche sociali dei paesi europei, come l’assistenza sanitaria universale e il congedo retribuito per i nuovi genitori. Vuole cancellare tutti i debiti degli studenti.

Sanders è stato attaccato per il suo record di voti per controllo delle armi, compresa la sua opposizione passata a varie forme di legge Brady, che ha richiesto controlli e periodi di attesa per gli acquirenti di armi. Ora, il senatore del Vermont è amico delle armi da fuoco e sostiene misure come un ampliamento dei controlli di fondo per l’acquisto di armi – qualcosa contro cui votò in  Congresso nel 1993.

“Il mondo è cambiato e le mie opinioni sono cambiate”, ha detto quest’anno al dibattito presidenziale nel New Hampshire.

Nel 2016, durante la sua ultima corsa presidenziale, Sanders è entrato a far parte della corsa democratica come candidato di lunga data, schierandosi contro la favorita dell’ establishment Hillary Clinton. Ma ancora una volta, Sanders smentì le aspettative: stabilì il record di raccolta fondi e, per un certo periodo, mise in dubbio la nomina, apparentemente inevitabile, della signora Clinton.

Ora, con un tono anti-establishment intatto, Sanders difende una piattaforma tipicamente progressista, con sanità gratuita per tutti, un salario minimo di 15 dollari e l’istruzione pubblica senza tasse scolastiche. È facile notare che molti punti della sua agenda — una volta ritenuti radicali — sono ora abbracciati dai democratici.

Tuttavia, alcuni leader democratici rimangono scettici sul fatto che Sanders possa vincere la nomination del loro partito, un certo grado di dubbio che sembra galvanizzarlo.

A ottobre, la sua candidatura è apparsa in pericolo dopo che Sanders ha subito un lieve infarto ed è stato costretto a sospendere la sua campagna. L’episodio ha riacceso le critiche sul fatto che Sanders sia troppo vecchio per competere per la presidenza. Il senatore del Vermont — che avrà 79 anni il giorno delle elezioni — sarebbe il più vecchio presidente degli Stati Uniti nella storia.

Ma nel giro di poche settimane è tornato, sostenuto da un’approvazione di Alexandria Ocasio-Cortez, la cara liberale del partito e la più giovane deputata negli Stati Uniti.

Il signor Sanders è un burbero impenitente: scrollò le spalle alla pretesa della signora Clinton secondo cui lui non piace a nessuno dicendo: “In una buona giornata, piaccio a mia moglie”. E pochi altri candidati potrebbero cavarsela dicendo ad un elettore col bambino che piange di “tenerlo basso”. Ma i sostenitori di Sanders affermano che ciò dimostra che egli è autentico.

Ora attira folle di decine di migliaia di persone, mentre sostiene che le elezioni del 2020 saranno vinte a causa dei suoi principio e della sua politica, non nonostante ciò.

Dirigendosi verso il Super Tuesday — in cui milioni di elettori in 14 stati lanceranno il loro voto per il candidato democratico — Sanders guida i rivali Joe Biden ed Elizabeth Warren. E se il candidato esterno è in grado di ottenere la vittoria in quegli stati, potrebbe essere pronto a battere le probabilità ancora una volta.

Fonte: BBC NEWS




COVID-19: LA PAROLA AD AHMADINEJAD

Un lettore, dopo averle tradotte, ci segnala due recentissime lettere dell’ex Presidente della Repubblica islamica dell’Iran, la prima al Segretario Generale delle Nazioni Unite, la seconda al al Direttore Generale di OMS. Per oggetto esse hanno la questione del Corona virus.
Pubblichiamo volentieri i due documenti (preceduti dalla nota introduttiva del lettore) in quanto è doveroso conoscere la percezione che si ha in Iran del nuovo pericolo costitutio dall’epidemia da Corona virus.

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E’ di poche ore fa la notizia che il COVID-19, in Iran, ha condotto, tra gli altri, alla morte di Mohammad Mirmohammadi, membro del Consiglio per il Discernimento. L’ex presidente iraniano, M. Ahmadinejad, massimo rappresentante politico dei cosiddetti “Rivoluzionari conservatori” di Tehran — avversario irriducibile dell’attuale premier, lo sceicco Rohuani, formatosi del resto in accademie britanniche — nel corso di recenti comizi e incontri nella provincia, ha messo in luce il ruolo dell’agenzia spionistica britannica MI6 sul piano della guerra biochimica e nanotecnologica contro l’umanità. Del resto, in un’intervista rilasciata poco tempo al Corriere della Sera, Ahmadinejad sottolineava come la politica dell’occidente intero fosse decisa da una élite razzista e imperialista segreta di scuola e tradizione anglosassone. Traduciamo di seguito le parti più significative di due lettera scritte dall’ex presidente iraniano ai Segretari generali dell’OMS e dell’ONU, in cui si associa il COVID-19 ad un esperimento di Guerra Ibrida angloamericana contro l’Iran.  (F.F.)

Lettera del Dr. Ahmadinejad al Segretario Generale delle Nazioni Unite (1.03.2020)

Col nome di Dio, il più misericordioso, sign. Antonio Emanuel Oliveira, onorevole Segretario generale delle Nazioni Unite…..Voi, illustre segretario, conoscete l’uso di uno degli strumenti biologici e tecnologici di cui si sta facendo in questi tempi abusando terribilmente. La nuova arma è usata per mantenere la supremazia sul piano economico e politico globale, oltre che il controllo permanente sui popoli: ciò desta enorme preoccupazione, come è logico, in tutta l’umanità….. Oggi, è sempre più chiaro che l’utilizzo del nuovo e intelligente coronavirus, fabbricato e finanziato dalle elite a voi note, è addirittura più antiumano e pericoloso di armi terribili come quelle nucleari o del sistema di antenne elettromagnetiche Haarp (NDC, lo stesso generale Ivashov, in più casi alla televisione russa o in trasmissioni radio ha sollevato l’attenzione sul fenomeno Haarp, invitando il presidente Putin, purtroppo senza esito, a denunciare la questione nelle opportune sedi). Signor Oliveira, è dovere delle Nazioni Unite:

1)    Condannare, sulla base legislativa dei poteri penali globali, l’elite di tali nazioni prevaricatrici ed interrompere l’azione dei loro agenti criminali e degli stessi politici che agiscono come tiranni globali sentendosi impuniti e non considerando le Nazioni Unite e il mandato ONU.

2)    Promuovere un accordo globale sulla questione, identificando i possessori di armi batteriologiche e nanotecnologiche, così come il particolare tipo di sintomi, allergie, virus che tali armi ed agenti produttivi patogeni provocano. Ove non si arrivi a tale accordo globale, saranno definitivamente distrutte relazioni tra popoli e nazioni, con conseguenze prevedibili.

3)    Sulla base di un accordo globale, rafforzare passo dopa passo una tale convenzione e utilizzare i paesi promotori di tale accordo  all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per vietare qualsiasi ricerca o creazione simile sul piano di guerra ibrida da laboratorio, la produzione o l’uso di qualsiasi arma batteriologica. La previsione e il lavoro esecutivo della sicurezza planetaria e dei metodi di controllo per prevenire e affrontare nuove situazioni simili esigerà la partecipazione attiva e responsabile, oltre che trasparente, di tutti gli stati e le nazioni del mondo.

4)    Chiedere con determinazione all’OMS di identificare il laboratorio incriminato per questo virus [1] presentando i lavori alla comunità mondiale….Accertata la responsabilità di reparti predisposti alla guerra ibrida contro i popoli, usare il peso penale globale delle Nazioni Unite….impedendo il ripetersi del terrore mondiale sui deboli e gli innocenti….
Mamhoud Ahmadinejad

Lettera del Dr. Ahmadinejad al Direttore Generale di OMS (1.O3.2020)

Col nome di Iddio, il misericordioso, il più misericordioso, sign. T. Adhanom..…ben sapete che il COVID-19 è esploso nella vita dei popoli come un disastro in fiamme……Egregio Signore, non si dovrebbe mai permettere la guerra biochimica a Nazioni e Popoli che non hanno difesa. Oggi, la nazione Iraniana, nonostante gli eroici sforzi del personale negli ospedali e dei medici, nonostante il totale sostegno di tutti nella lotta contro tale evento, sta subendo perdite umane e costi sociali probabilmente più pesanti di quelli di ogni altra nazione del pianeta. Egregio Signore, OMS dovrebbe realizzare l’importante missione della salute dell’intera comunità umana e dovrebbe quindi attivare immediatamente:

1)    Aiuto con attrezzature, medicine e cure mediche ai paesi coinvolti…soprattutto ai più deboli.

2)    Riconoscimento e immediata denuncia dei Responsabili produttori agenti del virus e dei centri e agenzie spionistiche di sostegno a tale azione criminale e generata dal Nemico dell’Uomo nella lotta di espansione e controllo di armi batteriologiche contro i popoli; non ho dubbi sul fatto che con il raduno generale pacifico e collettivo di nazioni e stati, la comunità umana si autopurificherà da questi crimini e dal terrore mondiale, vincendo la strategia di controllo criminale delle elite sui popoli. Chiedo umilmente a Iddio, il più misericordioso, il successo per il sign. T. Adhanonm e per tutti coloro che vogliono con il cuore pulito servire la grande comunità degli uomini.
Mahmoud Ahmadinejad

NOTA DEL TRADUTTORE

[1]    Purtroppo qui l’ex presidente iraniano non specifica di quale laboratorio si tratti. Secondo vari analisti specializzati, il laboratorio militare in cui è stato originariamente prodotto, o sarebbe meglio dire programmato il virus, si trova presso Salisbury.




GEOPOLITICA DEL CORONA VIRUS di W.Dierckxsens, W.Formento

I Democratico-Globalisti contro Trump

Nel nuovo millennio c’è stato un costante aumento della partecipazione degli Stati Uniti, e anche dell’Unione Europea, agli Investimenti Diretti Esteri (IDE) in Cina a spese di Hong Kong, Taiwan e Giappone. Microsoft è entrata nel mercato cinese nel 1992 e poi sono entrati altri giganti, soprattutto se non esclusivamente, in società di tecnologia dell’informazione e della comunicazione come Facebook, Amazon, Apple, Alphabet, Netflix, Google (the FANG), Intel, Oracle, IBM, Quécomm, PayPal, Cisco, tra gli altri. Nel periodo 1990/2017, le società globali di origine americana hanno investito oltre 250 miliardi di dollari in Cina, in particolare nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Insieme alle transnazionali globali, si sviluppano anche i giganteschi conglomerati nazionali cinesi (che noi chiamiamo Pekin). Sono anni che la Cina compete in quasi tutti i settori ad alta tecnologia con aziende globali in particolare Nord Americane.

All’inizio di questo millennio, gli Stati Uniti hanno esportato tre volte più della Cina in prodotti tecnologici verso i mercati mondiali. Nel corso del tempo, gli Stati Uniti sono diventati invece un grande importatore di prodotti tecnologici fabbricati in Cina che precedentemente producevano sul proprio territorio, generando un saldo commerciale sempre più negativo.

Nell’attuale decennio, gli americani mantengono un’ampia leadership solo nei settori dell’industria automobilistica e aeronautica. Dal 2010, Pechino ha assunto la guida delle esportazioni, superando le transnazionali “nordamericane”  in termini di informazione e comunicazione. Allo stesso modo, ha appena abbinato le vendite di strumentazione scientifica ed è vicino a quello delle vendite di impianti di generazione di energia. Oggi Pechino è uno dei maggiori produttori al mondo di prodotti ad alta tecnologia come robot industriali, chip e macchine utensili. I titani americani vedono la concorrenza con i giganti cinesi sempre più problematica.

Inesorabilmente, anno dopo anno dall’inizio del millennio, la partecipazione degli Stati Uniti all’economia mondiale si è ridotta mentre quella della Cina è aumentata. La Cina è già il centro chiave dell’economia globale e il principale partner commerciale di quasi 130 nazioni. L’unico concorrente economico negli Stati Uniti è impegnato a reintegrare gran parte del mondo in una versione completamente interconnessa del 21° secolo di un sistema commerciale che fu al suo apice per oltre un millennio: le rotte della seta eurasiatiche. La Cina supera di gran lunga gli Stati Uniti nei brevetti e produce, rispetto agli Stati Uniti, almeno 8 volte più laureati all’anno in Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM) all’anno, guadagnando così lo status di principale contribuente alla Scienza globale.

Dopo la crisi globale del 2007-08, c’è stata un’accelerazione dei volumi dell’IDE (Investimenti Diretti Esteri ) dalla Cina al mondo che conferma le decisioni strategiche di internazionalizzazione delle società cinesi, l’aumento degli investimenti cinesi nell’economia di altri paesi. Quanto sopra ha molto a che fare con lo sviluppo di un sistema di istituzioni finanziarie diverso da quello di Bretton Woods e dalla cosiddetta Nuove Rotte della Seta (NRS).

Questa iniziativa delle NRS è associata alle politiche di investimento regionali di “Andare all’Ovest”, nel territorio cinese stesso, e si è evoluta per includere accordi e progetti di connettività per la costruzione di infrastrutture con Europa, Asia, Africa e America Latina, principalmente in energia, cibo, minerali e trasporti commerciali. Le NRS comprendono accordi con organizzazioni già costruire tra la Cina e altri paesi verso un mondo multipolare. Innanzitutto, ci sarebbe lo slancio per una maggiore internazionalizzazione dello yuan come valuta per le transazioni di capitale.

Nel quadro geopolitico di oggi, abbiamo che le forze del capitale finanziario globalizzato cercano di imporre uno Stato Globale con la sua valuta globale e in particolare una criptovaluta. Lo Stato Globale si pone sopra le nazioni e l’Organizzazione delle Nazioni Unite – ONU -, persino sopra gli Stati Uniti. Con la sua propria forza militare basata sulla NATO, ma nutrita da forze (spesso mercenarie) di tutte le nazioni e popoli, la qual cosa è già realtà.

I globalisti vogliono un altro sistema monetario internazionale (economic reset), così pure lo richiede il multipolarismo Cina-Russia-India-Sudafrica-Sud America. La Cina è il principale creditore degli Stati Uniti a causa del suo enorme surplus commerciale che ha con questa nazione. Dal 2013, la Cina ha smesso di accumulare titoli del Tesoro USA e ha persino diminuito la sua proprietà e li ha venduti in dollari per acquistare oro.

Più Trump rimane nella presidenza, più opzioni la Cina multipolare deve avanzare con il suo progetto multipolare. Trump scommette su un altro mandato presidenziale e, se ci riesce, può aiutare a fermare di nuovo le forze globaliste nel loro delirio di oligarchico-bellicista e il mondo potrebbe essere di nuovo al riparo da una conflagrazione globale. Il fallimento dei democratico-globalisti nell’impeachment (iniziativa di destituzione) contro Trump li ha lasciati in uno stato di disperazione e, ancor più, la candidatura sempre più probabile alla presidenza di Sanders da parte dei democratici li lascia senza un candidato del Partito Democratico, e il probabile trionfo di Trump che si vedrà nel novembre 2020, che non solo ha superato ogni trappola e colpo di stato da quando è entrato in carica nel 2017, è anche riuscito a rimandare in tempo l’inevitabile crisi economica che avrebbe avuto effetti negativi sulla sua campagna elettorale.

Il Nuovo Corona Virus come veicolo geopolitico

Il nuovo Coronavirus, ufficialmente chiamato “COVID-19, ha già avuto un grande impatto globale. In gran parte grazie ai grandi media del capitale finanziario globalista (CNN, BBC, Deutsche Welle, Washington Post, New York Times, AFP, AP, ecc.).

Apple è stata la causa del panico iniziale quando ha annunciato che si aspettava un calo dei suoi profitti a causa della chiusura della produzione in Cina legata al coronavirus. La Cina rappresenta il 30% della produzione mondiale e si prevedeva il fallimento di molte società cinesi a meno di un salvataggio da parte del governo (che senza dubbio ci sarà), ciò che  avrebbe gravi conseguenze sull’economia cinese stessa e non solo. In un’era globalizzata, gli effetti si verificano sulla catena del valore oltre i confini cinesi, motivo per cui è stata stimata una diminuzione del commercio mondiale di 600 miliardi di dollari.

L’obiettivo è chiaro, è quello di provocare angoscia tra gli investitori nelle borse del mondo con l’obiettivo di generare una grande crisi globale, permettendo il collasso di bolle private, commerciali e aziendali (abitazioni, automobili, ecc.). Questa mega-crisi era già nell’aria da quando Trump è stato eletto nel 2017, ma i globalisti non sono riusciti, fino ad ora, a provocare il suo scoppio ed a cacciare Trump dalla Casa Bianca. Il corona virus fornisce una nuova opportunità di provocare la “crisi” nel mezzo della campagna elettorale, che potrebbe essere “strumentalizzata” per evitare la rielezione di Trump.

Sono apparse molte notizie e articoli sull’impatto mortale della pandemia a scala globale, apparentemente per generare una situazione di panico mondiale. L’intero complesso dei media globalisti (CNN; BBC; Deutsche Welle, ecc.) ha ripetuto fino alla sfinimento che Pechino stava “mentendo” e perdendo il controllo dell’epidemia e sulla sua economia. Con “razzismo” hanno persino accusato la stessa  Via della Seta di essere una pandemia e che era “impossibile mettere la Cina in quarantena”. Quando la Cina sembrava ottenere il controllo della epidemia sono apparsi come “usciti dall’inferno” sempre più paesi al di fuori della Cina, prima in Estremo Oriente: Giappone e Corea del Sud e poi, seguendo la Via della Seta,  l’Iran  e l’Italia. L’OMS ha riferito il 25 febbraio che circa 77.000 persone erano state colpite dal virus con 2.600 morti, mentre Pechino lo aveva già sotto controllo.

Per renderlo ancora più scioccante e creare panico in tutto il mondo, hanno iniziato a inventare casi sporadici in tutto il mondo, come se avessimo già avuto una pandemia in tutto il mondo. Brasile, Grecia, Pakistan hanno confermato i loro primi casi, Kuwait, Iraq, Bahrein e Libano confermano casi possibili, quindi la Finlandia e la Francia addirittura con un secondo morto. È stato riferito che il Regno Unito prevede di testare in modo casuale la popolazione con sintomi simili al coronavirus.

Negli stessi Stati Uniti, dove apparentemente e curiosamente, a questo punto non sono stati segnalati casi oltre le persone che erano in crociera, i democratici stanno politicizzando il virus chiedendo a Trump di stanziare 8,5 miliardi di dollari per evitare la pandemia nel paese. Il presidente invece ritiene che siano sufficienti 2,5 miliardi di dollari.

È impressionante tutta la pubblicità che riceve la “pandemia”, alquanto grottesco quando sappiamo che secondo i dati dell’OMS muoiono fino a 650.000 persone all’anno (54.000 al mese) a causa [o come concausa, NdR] di malattie respiratorie legate all’influenza stagionale. Apparentemente nulla accade nel mondo per le piattaforme di comunicazione globale quando ciò accade anno dopo anno. Quanto sopra non lascia dubbi sul fatto che non si tratti di un’epidemia, ma di un’intera campagna di comunicazione e politica che, a nostro avviso, ha l’obiettivo di accelerare lo scoppio di una crisi finanziaria globale nel mondo, fenomeno che si stava già sviluppando dalla fine del 2018.

Le grandi piattaforme di comunicazione ci informano secondo per secondo sul cattivo umore, il nervosismo e  gli alti e bassi nelle borse valori del mondo e gli investitori premono i media per creare il panico. Tuttavia, i movimenti nel mercato azionario non sono mai lineari e se confrontiamo l’attuale calo del mercato azionario, non ha nulla di diverso dai movimenti osservati nell’anno 2019.

Non potevano cavarsela? Le quattro principali società tecnologiche globali (Facebook, Apple, Amazon e Microsoft) rappresentano l’11% del mercato azionario e le azioni delle società FANG sono diminuite in totale di 350 miliardi di dollari in 6 giorni e non sono riuscite a ridurre Criticamente le proprie azioni al momento della vendita. Si parla di percentuali storiche quando in realtà non superano il 10%. Secondo l’Almanacco del Wall Street Journal del 1999, ci furono il 19 ottobre 1987 ribassi del 22% in un giorno. Questa situazione richiede una spiegazione.

Graham Summers analizza e osserva che ci sono 5 investitori MAGA (Make America Great Again) [in opposizione all’altro MAGA (Microsoft, Amazon, Google e Apple), che rappresenta il blocco avversario di quello che fa riferimento a Trump; NdR] che acquistano tali azioni a tutti i costi sapendo che faranno fortuna durante il Secondo mandato di Trump. Così sono riusciti finora ad evitare che i quattro globalisti (Microsoft, Apple Amazon e Facebook) riescano a manipolare il mercato azionario a piacimento. Per il resto, Trump farà l’impossibile affinché la Federal Reserve (FED) intervenga in modo massiccio in modo che il mercato azionario non collassi durante la campagna elettorale. È in arrivo un nuovo calo del tasso di interesse.

Il mondo contro i globalisti: una battaglia per un’altra civiltà

Il capitale finanziario globalista (spesso chiamato “I mercati”) ha un solo obiettivo: causare la massima sofferenza con la crisi economica per arrivare in seguito con la grande soluzione, creare un nuovo sistema monetario sopra le nazioni – sovranazionale – e persino Sopra gli Stati Uniti. Inoltre, consegneranno il vaccino solo per risolvere il corona virus quando ci si troverà nel momento peggiore del panico, per apparire di nuovo come salvatori di una guerra biologica di cui fanno parte e non cessano di avere la responsabilità.

Ci chiediamo cosa potrebbero fare le banche centrali nel mondo se la crisi si approfondisse. Sappiamo che le banche centrali hanno già tassi di interesse pari a zero per storia e persino negativi, pertanto non avrebbero più maggiori margini in una grave crisi economica. In Cina (Hong Kong) hanno già iniziato con la cosiddetta “Helicopter Money” (soldi dagli elicotteri), dando soldi alla popolazione in modo che possa continuare a fare acquisti prima della “chiusura temporanea” dei loro luoghi di lavoro. Le banche della Cina continentale sono state incaricate di prestare denaro alle piccole imprese e di sostenerle per prevenire il fallimento.

E ciò che la Cina può fare con la sua pianificazione centrale ispirerà anche i governi occidentali a farlo. In Italia, il governo ha già proposto la riduzione delle imposte davanti al calo delle entrate. Negli Stati Uniti sarà considerata come una delle prime misure, la condanna del debito studentesco. Potremmo persino raggiungere il “momento Draghi”: che le banche centrali acquistano, in assenza di altri strumenti, anche le azioni di grandi aziende con problemi di pagamento per evitare un crollo completo e dare fiducia all’economia. In lavori precedenti abbiamo già visto che l’economia capitalista occidentale non è più in grado di riconnettere gli investimenti con l’economia reale o produttiva, a meno che non “rinunci” al profitto. Ciò che inizia come lavoro dei “vigili del fuoco in elicottero” diventa quindi politico. Non stiamo arrivando con esso all’inizio di un’economia pianificata, che non è più regolata dalle leggi di mercato?

Il fatto è che la leadership di Pechino ha già dovuto affrontare gravi guerre biologiche: un’epidemia di influenza suina, poi un’epidemia di influenza aviaria e ora il coronavirus, che ha praticamente riguardato metà della Cina.

I media mainstream riferiscono che l’economia è paralizzata ma non capiscono perché continui l’inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di carbonio. Apparentemente c’è una contraddizione nelle informazioni che non sono divulgate. Dal punto di vista dell’intelligence cinese, l’attuale cocktail tossico non può essere semplicemente attribuito a una serie casuale di coincidenze. Pechino ha serie ragioni per collegare questa straordinaria catena di eventi come parte di un attacco coordinato di una guerra biologica ad ampio spettro contro la Cina.

Il Dr. Francis Boyle, professore di diritto internazionale all’Università dell’Illinois e autore, tra gli altri, di Biowarfare and Terrorism, è l’uomo che ha redatto l’Atto sulle armi biologiche anti-terrorismo degli Stati Uniti del 1989. Lo stesso Dr. Boyle afferma: “Tutti questi laboratori BSL-4 negli Stati Uniti, in Europa, Russia, Cina e Israele sono lì per investigare, sviluppare e testare agenti di guerra biologica”.

La Harvard University è uno dei principali attori di questo scandalo. Nel loro lavoro congiunto con ONG e laboratori cinesi hanno raccolto campioni di DNA da centinaia di migliaia di cinesi e li hanno portati negli Stati Uniti per continuare a sperimentarli. Da lì sono arrivati diversi virus corona, brevettati almeno uno da Microsoft Bill Gates. L’attuale virus della corona colpisce soprattutto le persone con le peculiarità del DNA della popolazione cinese.

È difficile credere che il virus sia un prodotto propriamente cinese. Questo potere distruttivo è nelle mani di pochi e la rivelazione pubblica che stiamo affrontando una guerra biologica pianificata, ci porta a interrogarci sulla probabile reazione, che sarà di indignazione diffusa e azione collettiva per fermare questo assalto all’umanità.

Saranno le più grandi società globaliste come Microsoft, Apple, Facebook e Amazon, con le loro grandi piattaforme di comunicazione globale, che entrano nella valutazione universale come il grande pericolo per l’umanità, dove sempre meno persone si fidano dell’opinione di questi media . Potrebbe essere giunto il momento, se non per nazionalizzarli, per subordinarli a enti pubblici che assicurino il bene dell’umanità.

In altre parole, siamo di fronte a un punto cruciale della storia: o i globalisti avranno la meglio, impongono i loro interessi e le loro attività e, quindi, tutta l’umanità soccombe. O si apre un nuovo percorso verso un’umanità che prende in mano il suo destino, risultante da un Dialogo di Civilizzazioni.

28 febbraio 2020

* Fonte: nuevaradio.org
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE




RUSSIA: VERSO IL DOPO-PUTIN di Maurizio Vezzosi

Riceviamo e pubblichiamo
In occasione del tradizionale discorso che ad inizio anno il presidente della Federazione Russa rivolge all’Assemblea federale, Vladimir Putin ha annunciato la volontà di apportare alcune modifiche alla costituzione federale. All’annuncio hanno fatto seguito le dimissioni del capo del governo e presidente del partito Edinaja Rossija (Russia Unita) Dmitrij Medvedev: all’impopolare Medvedev è subentrata la figura non particolarmente nota di Michail Mišustin, ex capo del servizio tributario federale (il corrispettivo dell’Agenzia delle entrate in Italia).

Tra i ministri del vecchio esecutivo confermati nella nuova compagine governativa – in tutto 12 su 21 – spiccano i nomi di Sergej Lavrov (ministro degli Esteri) e Sergej Šoigu (ministro della Difesa). Un fatto che conferma come sia il progetto di modifica costituzionale che la formazione del nuovo governo non abbiano nulla a che vedere con il posizionamento e la strategia internazionali del Cremlino, a cui anzi le mosse di Vladimir Putin vogliono assicurare il massimo della continuità.

L’allontanamento del liberale Medvedev sembra quasi voler ricucire lo strappo – in particolare con il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) – e lenire il calo di consensi prodotto dalla recente ed impopolare riforma delle pensioni e dall’aumento dell’IVA.

Pressoché in contemporanea con lo scioglimento del vecchio governo e la formazione del nuovo si è palesato anche l’allontanamento del consigliere presidenziale per l’Ucraina Vladislav Surkov, in carica sin dagli albori del conflitto esploso in Ucraina nel 2014. A Surkov è subentrato Dmitrij Kozak presenza russa in Transnistria: di quest’ultimo non vanno ignorate le origini ucraine, origini che certamente lo faciliteranno nelle sue funzioni. Ben poco, comunque, sembra destinato a mutare nella strategia ucraina del Cremlino in relazione a questo avvicendamento, che può riassumersi con la conferma della volontà di dialogo e di normalizzazione dei rapporti con Kiev.

Il nuovo governo e il progetto di modifica costituzionale hanno certamente un nesso con il dopo-Putin, ossia con ciò che avverrà dopo il 2024, anno in cui Vladimir Putin dovrà fare i conti con la fine del suo quarto mandato presidenziale, e del secondo consecutivo. Il ventaglio di ipotesi sulle modalità attraverso le quali Putin potrebbe evitare di uscire di scena è ampissimo: dall’incarico a primo ministro (come avvenuto tra il 2008 ed il 2012), a quello di capo del Consiglio di sicurezza federale (magari sul modello kazako, in fase di istituzione), a presidente di un’ipotetica Unione di Russia e Bielorussia. Quel che sembra probabile è che non abbia affatto intenzione di uscire di scena e che voglia intervenire sull’assetto istituzionale per fare in modo che in futuro l’eventuale nuovo inquilino del Cremlino possa metterne in discussione il ruolo. Proprio questo potrebbe essere il senso da attribuire al progetto di modifica costituzionale proposto: tra i suoi obiettivi quello di rafforzare i poteri del Parlamento – soprattutto nella designazione del governo –, di istituire un Consiglio di sicurezza e di dare maggiore responsabilità ai governatori regionali.

Secondo i recenti sondaggi dell’autorevole centro di ricerca sociale Levada, quasi la metà dei cittadini della Federazione Russa ritiene che il progetto di modifica costituzionale sia funzionale agli intenti di Vladimir Putin. Poco meno della metà dei cittadini della Federazione ritiene, secondo lo stesso centro di ricerca sociale, che le modifiche costituzionali siano destinate a produrre miglioramenti per il Paese. Solo il 7% dei russi, secondo il Levada, dopo il 2024 vorrebbe non vedere in alcun modo la figura di Putin coinvolta nella sfera pubblica. Oltre un quarto dei russi, vorrebbe invece vederlo di nuovo alla presidenza della Federazione: un numero grosso modo equivalente vorrebbe invece che si ritirasse a vita privata. Un altro 20% circa vorrebbe Putin con un incarico istituzionale di altro tipo.

Alcuni giorni dopo la nomina del nuovo governo Putin ha dichiarato: «È necessario che le persone partecipino a questa consultazione e dicano se vogliono o meno questo cambiamento, e che la cittadinanza del nostro Paese partecipi concretamente a questo passaggio che accetterà definitivamente questa modifica o lo rifiuterà. Soltanto dopo questo passaggio, in cui le persone si esprimeranno, firmerò o mi asterrò dal firmare il progetto di modifica».

In attesa della consultazione referendaria – di cui non sono noti i dettagli – attesa per aprile, la Duma – nel primo dei tre passaggi necessari – ha approvato all’unanimità il documento contenente il progetto di modifica costituzionale.

* Fonte: Atlante Treccani




L’EUROPA, l’ISLAM E IL POSTO DELL’ITALIA di Angelo Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

In entrambi i casi abbiamo il portato di antiche ideologie occidentalistiche e illuministiche-hegeliane il quale, come uno spettro ancestrale, riecheggia pesantemente nel liberalismo eurocentrico di fondo che accompagna la destra e sinistra terminali autoreferenziali e alienate. E’ l’idea e strategia di Clash of Civilizations teorizzata già nel lontano 1993 su “Foreign Affairs” dal geniale, anche se certamente nemico e fazioso, Huntington a dover essere considerata se si vuole ricalibrare con occhi non faziosi o partigiani la storia novecentesca.
La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro. Disse Renzo De Felice nel 1974 che la parola fascismo andava abolita dal vocabolario italiano e di conseguenza dal dizionario storico e storiografico mondiale; intuì, il grande storico prima marxista poi craxiano, che continuare ad alzare istericamente un allarme fascista di fronte a fenomeni che non corrispondevano affatto al fascismo storico, ne erano anzi antitetici, avrebbe condotto al relativismo assoluto e all’agnosticismo politico, oltre che all’analfabetismo politico di massa, l’intera società civile occidentale. Il Sionismo liberale tecnocratico egemone di contro, spalleggiato da talune fazioni storiche politiche marxiste occidentaliste antiarabe e antiorientali, ha spinto sull’acceleratore in questa direzione in virtù del comune pregiudizio per il quale l’unica vera persecuzione del ‘900 sarebbe stata quella compiuta dai nazi contro gli ebrei; purificare “l’uomo europeo civilizzatore” da questa unica scoria residuale diveniva la missione; il neofascismo occidentale ha reagito a questo assalto culturale proprio nel senso auspicato dai sionisti, volgarizzando su tutta la linea la tesi del Nolte, storico conservatore tedesco allievo di Heidegger, fondata su una presunta guerra civile europea, in base a cui la persecuzione nazi non sarebbe stata altro che una reazione al precedente massacro “giudeo-bolscevico” di milioni di cristiani russi.

Questa prassi puramente distruttiva e ispirata dallo Spirito della Menzogna (Iblis) ha finito per annichilire ogni tessuto sociale europeo e le stesse identità nazionali popolari ma di contro ha riacceso le speranze e le possibilità d’azione delle masse oppresse planetarie che avrebbero avuto, con il Febbraio 1979 e la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, il modello tattico e operativo richiesto dallo Spirito del Tempo (Imam Zaman).

In base alla loro filosofia di fondo e alla visione del mondo fanaticamente eurocentrica sia i neofascisti sia i neo-marxisti, tranne rare e lodevoli eccezioni, come ad esempio il Campo Antimperialista nei primi anni 2000, che superò realmente questa frattura dicotomica assai provinciale e “minoritaristica” sperimentando con ardita ipotesi teorica e geopolitica la concreta possibilità di una nuova civilizzazione euro islamica antimaterialistica oltre occidentalismo e orientalismo, finiranno proprio per portare acqua al mulino delle elite angloamericane in guerra mondiale contro l’Islam, perseguitato da ogni lato.

Samuel Huntington

Tali movimenti culturali e politici non hanno probabilmente compreso inevitabili le conseguenze della stessa geniale teoria mondiale dell’Huntington, una tale comprensione li avrebbe infatti costretti a reinventarsi un nuovo campo di gioco e di analisi sperimentale. Una revisione in senso defeliciano del Novecento sarebbe stata a tal punto necessaria: fascismo/comunismo descritti da Nolte e Sionisti liberali o marxisti come i movimenti essenziali e caratteristici avrebbero perso quel carattere centrale e prioritario che gli è scorrettamente stato assegnato, ideologie come quelle di mascherare quali socialiste società comunque dominate dal profitto o come fasciste società dove la logica realistica machiavellica pan-politica si è talvolta imposta su quella spirituale e mistica sindacalista rivoluzionaria(Cfr. gli intuitivi studi di Z. Sternhell, storico israeliano marxista) sarebbero state distrutte alla prova dei fatti.

Le analisi di Lenin, che finirono per ispirare le più brillanti intuizioni del Trotsky maturo, sul processo di espansione — esterno e interno — dei mercati occidentali erano corrette. Cosa scaturì però da questo? Il contrario di quanto Lenin previde. L’Europa fu seppellita da questo gigantesco terremoto spirituale, geopolitico, economico, da questo processo di civilizzazione, lo chiamerebbe Huntington, sino a scomparire definitivamente, come oggi vediamo, da qualsiasi decisionismo globale.

Già la Seconda Guerra Mondiale, ben oltre il riduttivismo teorico razzista della guerra civile europea, fu in larghissima parte caratterizzata dalla grande spinta espansionistica e antianglosassone del Giappone imperiale costretto a fare i conti con la sua atavica povertà e la storica penuria di beni primari; la cronaca asiatica registra la furiosa distruttività di epilogo di uno scontro millenario tra bianchi e non bianchi che non ha avuto evidentemente paragone nell’intera storia umana, come sostenne giustamente lo stesso Huntington contrastando il provincialismo della storiografia europea, fosse essa comunista, conservatrice o liberale. Fascista il generale Sadao Araki e fascista l’elite militare dell’Incidente del Febbraio 1936? Fascista la Kodo-ha? Fascista l’ammiraglio Yamamoto e poi fascista Tojo stesso? Fascista Yukio Mishima? Perfetto: non erano, allora, a rigor di elementare logica geopolitica, fascisti i nazi-tedeschi che hanno perseguitato gli ebrei — “giudeo-bolscevichi”[2] secondo un complottismo di scuola cattolica reazionaria ripreso dai nazi —, in quanto se i primi, nelle varie fazioni strategiche, combattevano e morivano per distruggere e annientare il potere secolare dell’uomo bianco, se, i Fascisti nipponici imperiali, arruolavano gli oppressi afroamericani, compresi i militanti di Nation of Islam prima che questi ultimi per questo fossero messi fuori legge e in stato di detenzione, i secondi per assolutamente conservarlo come Stalin voleva non a caso conservare la schiacciante e asfissiante influenza neo-coloniale russa sul movimento comunista internazionale a scapito dell’irregolarismo maoista, sostenendo assai astutamente i nazionalisti cinesi anticomunisti prevedendo correttamente che il Maoismo sarebbe divenuto il primo nemico del neo-colonialismo sovietico.

Ed in effetti il maoismo panasiatista e irriducibile nemico di Yalta si sarebbe inverato, pochi anni dopo, con la dottrina linbiaoista della Seconda Linea Orizzontale il nemico assoluto dell’Urss, sino ad appoggiare su tutta la linea Pinochet in Cile ma i peronisti in Argentina contro Videla sostenuto dai sovietici. Significativo assai il fatto che di fronte alla epocale Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, sia cinesi sia sovietici sia angloamericani, come mostra l’agente statunitense Huyser nel suo “Missione a Tehran”, tentarono sino all’ultimo, contro la volontà di Dio e dell’Imam del Tempo, di puntellare la monarchia filoccidentale e subcoloniale di Rezah Pahlavi.

Arrivando alle conclusioni, e dunque all’attualità, si vorrebbe qui far notare che centralizzare strategicamente l’antagonismo politico sulla questione della sovranità italiana, anche nel suo formalismo democratico-costituzionale progressista, ha finito per estraniare una larga corrente culturale e metapolitica, di cui il Campo Antimperialista era la brillante e coraggiosa punta avanzata e d’avanguardia europea, dai problemi centrali dell’era odierna e dalla vera partita antagonistica in corso. Lo scontro di civiltà tra l’Islam rivoluzionario guidato dall’Iran nella figura della Guida Seyyed Ali Khamenei e il materialismo neoilluministico e “progressista” tecnocratico occidentale. Sovranità italiana, nell’ottica di un Campo Antimperialista formatosi nel duro e serrato confronto politico e metafisico con teorici avversari dello spessore di Huntington, in un contesto come quello odierno non può esservi al di fuori di un nuovo blocco di civilizzazione che noi definiremmo “differenzialista mediterraneo” e “euroislamico”.

Questa la Missione Italiana negli anni che verranno. L’Italia culturale e antimperialista sarà all’altezza di tale compito? E’ chiaro che l’Europa, dopo il 2000, è ogni giorno di più un nano politico e un mostro spirituale, nel quale laicismo non corrisponde nemmeno più al già satanico ateismo ma vuole dire nichilismo agnostico. Come disse anni fa il Presidente Putin sotto l’influenza del buono e leale A. Solzenicyn, “l’Europa ha spiritualmente sostituito il Cristo con l’anticristo”.

Eventi come la Rivoluzione Islamica del popolo iraniano, l’11 Settembre 2001, la guerra mondiale antisiriana mettono l’uomo europeo (liberale, pseudofascista o pseudocomunista che sia) di fronte alla sua tremenda marginalità storico-politica. Come interpreta l’uomo europeo la notizia che Mike D’Andrea, il killer del Generale Soleimani e del leader dell’Hezbollah irakeno Abu Mahdi al Muhandis, oltre che di Osama Bin Laden, il capo della CIA in Asia Occidentale (o Medio Oriente) — ucciso in Afghanistan il 27 gennaio in continuità con la strategia “operazione martire Soleimani” lanciata dalla Guida Khamenei — era considerato dai suoi collegi di intelligence l’Ayatollah Mike in quanto convertito da anni all’Islam saudita wahhabita? O il fatto che un evento epocale di questi giorni ha veduto una selezionata delegazione di ebrei americani recarsi a Riad in una missione segreta per porre le basi di una nuova religione globale “sionista-islamica”, che purifichi il sacro Corano dai passi più antiebraici e che contrasti l’azione geopolitica e di liberazione antimperialista svolta dall’Iran rivoluzionario?

Cosa può pensare, di eventi mondialmente ben più pesanti dell’oscillazione dello spread o della mobilitazione sistemica delle sardine di Benetton, il mondo sovranista o antisovranista, populista o liberista d’Europa? Nulla, perché vuole continuare a servire il padrone, svegliandosi dalla catalessi solo allorquando quando si ha la bruciante percezione di danzare sopra l’abisso, come si è visto nei primi giorni del 2020 con la martirizzazione del Generale iraniano Soleimani.

Per questo vi è bisogno di nuovo di un Fronte antimperialista e antiprogressista italiano, che spacchi culturalmente l’Europa sulla questione islamica e mediterranea e che superi finalmente una cultura politica di sinistra borghese impregnata di fanatica intolleranza laicista e nichilista, come di profonda irriverenza nei confronti della donna islamica, che ormai sembra farla da padrona nello stesso Vaticano, o almeno in varie e potenti lobby vaticane. La linea indicata da Alessandro Di Battista con il suo viaggio in Iran sembra proprio andare in tale positiva direzione e ci auguriamo possa evolvere soprattutto in senso culturale e spirituale.

NOTE

[1] P. Hanebrink, “Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico”, Einaudi 2019.




CHE STA ACCADENDO IN AMERICA LATINA? di W. I. Robinson*

È opportuno ogni tanto dare un’occhiata non distratta a quanto accade in America latina, dove una destra rampante è tornata al potere ma dove le proteste popolari stanno in compenso dilagando (Haiti, Honduras, Cile, Ecuador, Colombia …). Un caso un po’ più complesso quello boliviano, dove una destra perversa ha approfittato di alcuni errori madornali dell’ultimo paese dove esisteva l’ultimo dei governi della ‘decade progressista’. 

Opportuno non solo per ragioni di solidarietà ma anche per alcune similitudini di situazione con L’Europa: lo scavalcamento dei partiti di sinistra da parte dei movimenti in lotta (decisamente in numero minore in Europa rispetto all’A.L.) che hanno assunto in prima persona l’iniziativa e la crescente brutalità della repressione. Mi pare che in questa complessivamente condivisibile analisi del sociologo statunitense W.I. Robinson questo richiamo alla nostra situazione sia ben presente, per cui mi fa piacere segnalarla. Aldo Zanchetta

NUVOLONI NERI SULL’AMERICA LATINA

UNA PANORAMICA GENERALE

William I. Robinson*

Le lotte popolari contro un risorgente neoliberismo e le aggressioni dell’ultra-destra che negli ultimi mesi hanno preso d’assalto l’America Latina si presentano alla Sinistra globale con un peculiare paradosso: esse avvengono in un momento in cui la Sinistra istituzionale e partitica ha perso l’egemonia che aveva precedentemente conquistato e che ora si trova logorata. Qualsiasi tentativo di spiegare questo paradosso deve inquadrare l’attuale ribellione popolare nel contesto più ampio delle dinamiche politiche dell’espansione capitalista globale e delle crisi nella regione degli anni recenti.

Nelle attuali circostanze il capitalismo globale affronta una crisi organica che è ad un tempo strutturale e politica. Dal punto di vista strutturale il sistema si trova in una crisi di sovra-accumulazione e in tutto il mondo si è indirizzato verso un nuovo ciclo di espansione violenta e molto spesso militarizzata, alla ricerca di nuove opportunità di impiego dell’eccedenza di capitale accumulata e prevenire la stagnazione. Politicamente il sistema si trova di fronte a una decomposizione dell’egemonia capitalista e una crisi di legittimità dello Stato. Mentre il malcontento popolare va estendendosi, i gruppi dominanti sono ricorsi in tutto il mondo a modi di dominazione sempre più coercitivi e repressivi per contenere questo malcontento e ad un tempo per aprire con la forza nuove opportunità di accumulazione mediante l’intensificazione delle politiche neoliberiste.

Questa duplice crisi è visibile con totale chiarezza in America Latina. Il colpo di Stato del novembre scorso in Bolivia e la tenace resistenza alla conquista fascista del potere, la sollevazione all’inizio ottobre in Ecuador contro la restaurazione liberista, le ribellioni verificatesi a Haiti e in Cile (quest’ultimo vera culla del capitalismo), e ora in Colombia, il ritorno al potere dei Peronisti in Argentina seguito poche settimane appresso dalla sconfitta del Frente Amplio in Uruguay, convergono tutti, assieme ad altri avvenimenti recenti, verso una stagione di grande movimento e incertezza nella regione. Però gli sconvolgimenti attuali devono essere analizzati nel contesto delle dinamiche politiche della globalizzazione capitalista.

Il post-mortem della ‘Marea Rosata’?

L’America Latina dalla decade degli anni ’80 in poi si è trovata coinvolta nella globalizzazione capitalista, processo che ha causato una grande trasformazione della sua economia politica e della sua trasformazione sociale. E’ nata una nuova generazione di elite e di capitalisti orientati transnazionalmente a causa della sconfitta dei movimenti rivoluzionari nelle decadi degli anni ’60 e ’70. Questi gruppi transnazionali dominanti condussero la regione verso la nuova epoca globale, caratterizzata dall’accumulazione come una serra calda, la speculazione finanziaria, la valorizzazione creditizia, internet, le comunità chiuse, le catene del cibo spazzatura diffuse ovunque, e i centri commerciali e i mega-negozi che dominano i mercati locali nelle nascenti mega-città. Queste elite e questi capitalisti transnazionali nella decade dei ’90 hanno forgiato un’egemonia neoliberista realizzando un vastissimo programma di privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazioni e austerità. Pertanto, la globalizzazione capitalista finì per aggravare la povertà e la disuguaglianza, facendo spostare decine di milioni dalle classi popolari e generando vastissimo sotto-impiego e disoccupazione. Gli impoverimenti scatenarono un’ondata di emigrazioni da paese a paese e nuove ondate di mobilitazione di massa fra coloro che erano rimasti.

I governi di sinistra o della cosiddetta ‘Marea Rosata’ giunsero al potere nei primi anni del nuovo secolo sulla spinta della ribellione delle masse contro questo mostro della globalizzazione capitalista. Il giro verso Sinistra in America Latina suscitò grandi attese e ispirò le lotte popolari nel mondo. L’appello che Hugo Chávez fece per un Socialismo del XXI secolo risvegliò le speranze che la regione avrebbe indicato il percorso verso l’alternativa a un capitalismo globale. I governi della Marea Rosata sfidarono e fecero anche retrocedere gli aspetti più noti del programma neoliberista, ridistribuirono la ricchezza verso il basso e ridussero la povertà e la penuria. Tuttavia, gli sforzi degli Stati e dei movimenti sociali per completare le trasformazioni si scontrarono con l’enorme potere strutturale del capitale transnazionale, e soprattutto dei mercati finanziari globali. Questo potere strutturale spinse gli Stati della Marea Rosata verso un accordo con questi mercati.

Lasciando da parte la retorica, i governi della Marea Rosata basarono la loro strategia sulla forte espansione della produzione di materie prime in collaborazione con i contingenti nazionali e locali della classe capitalista transnazionale.

Ad eccezione del Venezuela nel periodo di auge della Rivoluzione Bolivariana, si evidenziò l’assenza di qualunque cambiamento sostanziale nelle relazioni fra classi e nella proprietà, nonostante i cambiamenti generati nei blocchi di potere politico, un discorso a favore delle classi popolari e una espansione dei programmi di benestare sociale finanziati dalle imposte sulle industrie estrattive delle corporation. L’accrescimento delle attività minerarie e dell’agroindustria transnazionale di loro proprietà ebbe come risultato una maggiore concentrazione delle terre e del capitale e rafforzò il potere strutturale dei mercati globali sugli Stati con orientamento a sinistra. Come risultato, i paesi della Marea Rosata si trovarono sempre più integrati nei circuiti transnazionali del capitalismo globale e dipendenti dai mercati globali delle commodity e del capitale.

Le masse popolari reclamavano trasformazioni più sostanziali. Il giro verso la Sinistra aprì di fatto spazi perché queste masse facessero avanzare le loro lotte. Tuttavia, nel loro impegno per attrarre l’investimento delle corporation transnazionali e espandere l’accumulazione estrattivista, gli Stati compressero molte volte le richieste di quelli in basso verso maggiori trasformazioni. Questi Stati smobilitarono i movimenti sociali, risucchiandone i loro dirigenti nel governo e nello Stato capitalista e subordinarono i movimenti delle masse all’elettoralismo dei partiti della Sinistra. Data l’assenza di più ampie trasformazioni strutturali che potessero rispondere alle cause profonde della povertà e della disuguaglianza, i programmi sociali furono subordinati ai viavai dei mercati globali sui quali gli stati della Marea Rosata non esercitavano alcun controllo.

Allorché a partire dal 2008 esplose la crisi finanziaria globale, questi Stati cozzarono con i limiti di una riforma redistributiva ingabbiata nella logica del capitalismo globale. L’estrema dipendenza dei paesi della Marea Rosata dalle esportazioni di materie prime, allorché i mercati globali delle commodity nel 2012 collassarono, li immerse nell’agitazione economica. Questi paesi ebbero alti livelli di crescita finché l’economia globale proseguì il suo ritmo di espansione e finché i prezzi delle commodity restarono elevati grazie al vorace appetito della Cina verso le esportazioni delle materie prime. La recessione economica erose la capacità dei governi di sostenere i programmi sociali, indicendoli a negoziare concessioni e austerità con le elite finanziarie e le agenzie multilaterali, come è accaduto in Brasile, Argentina, Ecuador e Nicaragua, oltre ad altri paesi. Le tensioni che ne derivarono fecero crescere le proteste e aprirono lo spazio al risorgere della Destra. Sebbene non si possano fare affermazioni generalizzate applicandole uniformemente ai vari paesi, in tutto questo ci sono gli elementi essenziali per analizzare il quadro del recente colpo di Stato in Bolivia, la destituzione del Partito del Lavoro in Brasile e degli altri rovesci della Marea Rosata.

Il ritorno della destra

Le classi dominanti tradizionali all’inizio del processo della Marea Rosata si videro obbligate a cercare un modus vivendi con i governi di sinistra dato il bilancio delle forze sociali e di classe. Però appena l’economia e i sommovimenti politici offrirono alla Destra uno spazio di manovra, questa passò all’offensiva, spesso violenta, al fine di recuperare il potere politico diretto. La svolta costituzionale e extra-costituzionale verso Destra ebbe inizio nel 2009 con il colpo di Stato in Honduras, seguito nel 2012 dal golpe suave in Paraguay contro il governo di sinistra di Fernando Lugo; la sconfitta elettorale dei peronisti in Argentina nel 2015; il colpo di Stato parlamentare in Brasile contro il Partito dei Lavoratori nel 2016; il ritorno della destra in Cile con l’elezione nel 2017 del Presidente Sebastián Piñera e la sua coalizione Chile Vamos in Cile nel 2017, l’elezione nel 2018 in Colombia del presidente di estrema destra Iván Duque, che non è altro che la faccia rappresentativa del progetto fascista dell’uribismo, e la sconfitta elettorale all’inizio del 2019 del Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional in El Salvador (L’elezione di Andrés Manuel López Obrador e del suo partito Morena in Messico costituisce l’eccezione a questa virata verso destra).

Questa forte virata a destra ha comportato un’ondata di repressione in tutta la regione e una mobilitazione dei partiti e delle organizzazioni imprenditoriali dell’estrema-destra, culminando più recentemente nel colpo di Stato a ottobre in Bolivia, per cui la regione sembra tornare all’epoca delle dittature e dei regimi autoritari. L’America Latina torna ad essere un focolaio di violenza statale e privata incentrata sulla repressione della rivolta popolare e un’apertura del continente verso il saccheggio corporativo. La Destra nel suo impegno nel consolidare e espandere il potere transnazionale delle corporation si orienta verso il razzismo, l’autoritarismo e il militarismo. Da questo punto di vista la regione è lo specchio di dove si sta dirigendo il mondo. Se il continente è emblematico dello Stato di polizia globale, lo è anche dell’ondata di resistenza dal basso attraverso il mondo.

Ma la sorte era segnata già prima che la destra recuperasse il potere politico diretto. Gli eserciti latinoamericani negli ultimi anni sono accresciuti rapidamente allo stesso ritmo della nuova ondata di espansione corporativa e finanziaria transnazionale nella regione. Spazi territoriali che fino a pochissimo tempo fa godevano ancora di un certo spazio di autonomia, come ad es. gli altipiani indigeni del Guatemala e del Perù, aree dell’Amazzonia e della costa pacifica della Colombia, sono in fase di invasione violenta e le loro abbondanti risorse naturali e di forza lavoro vengono messi a disposizione del capitale transnazionale. In accordo con il rapporto “Security for sale” (Sicurezza in vendita), pubblicato nel 1918 dall’ Inter-American Dialogue, centro di ricerca situato a Washington, D.C., nel 2017 in America Latina erano presenti oltre 16.000 società private che offrivano servizi militari e di sicurezza che impiegavano 2,4 milioni di persone che frequentemente collaborano con le forze militari e di polizia dello Stato. Praticamente si cancella di fatto la distinzione fra personale militare e polizia in servizio e in pensione da un lato, e dall’altro i dipendenti di queste società private, come ha concluso l’informativa, poiché esiste “una rete interconnessa fra i militari in servizio, i militari in pensione, gli agenti della sicurezza privata, le elite imprenditoriali e i funzionari del governo”. Il numero dei militari è raddoppiato in Brasile, Bolivia, Messico, e negli anni recenti in Venezuela, mentre l’esercito colombiano si è quadruplicato e le forze armate nel resto della regione sono aumentate in media del 35%. I militari sono stati dispiegati nelle mega-città della regione e molte volte collaborano con i cupi squadroni della morte nella ‘pulizia sociale’ dei poveri e nella repressione della dissidenza politica.

La destra ora si impegna a utilizzare il potere politico diretto che ha recuperato per imporre con violenza la piena restaurazione del neoliberismo come parte dell’espansione militarizzata del saccheggio delle corporation transnazionali. La scintilla che ha fatto esplodere le più recenti proteste di massa è stato un nuovo giro di misure neoliberiste. La sollevazione in Nicaragua fra l’aprile e l’agosto del 2018 è stata la risposta alla decisione del governo Ortega di imporre riforme al sistema pensionistico. In Ecuador indigeni, contadini e lavoratori si sono sollevati nell’ottobre del 2019 contro gli accordi negoziati dal governo con l’FMI per eliminare i sussidi ai combustibili. La ribellione in Cile contro la struttura totalmente neoliberista si è scatenata per la decisione del governo di aumentare le tariffe del trasporto pubblico. In Argentina il fattore che finalmente l’ottobre scorso ha portato alla sconfitta elettorale il governo Macri è stato il suo forte programma neoliberista. E in Colombia le proteste di massa sono state originate dalla promulgazione da parte del governo di nuove misure di austerità.

L’egemonia contesa

Le crisi strutturali del capitalismo mondiale costituiscono storicamente momenti in cui si producono prolungati disordini sociali e più grandi cambiamenti, quali abbiamo visto recentemente in America Latina. A livello mondiale la spirale della crisi dell’egemonia sembra sfociare in una crisi generale del dominio capitalista. A prima vista, questa affermazione appare come contro-intuitiva poiché la classe capitalista transnazionale e i suoi agenti sono passati ovunque all’offensiva contro le classi popolari. Tuttavia, la rinascita aggressiva della destra, in America Latina e nel mondo, è una risposta alla crisi che è poggiata su un terreno instabile.

A livello strutturale, le crisi sono dovute appunto all’esistenza di ostacoli alla continua accumulazione del capitale, e pertanto alla tendenza alla stagnazione e al basso livello degli utili. Data una disuguaglianza senza precedenti a livello mondiale, il mercato globale non può assorbire la crescente produzione dell’economia globale, che sta toccando i limiti della sua espansione. La crescita economica in anni recenti è stata basata su un consumo insostenibile basato sull’indebitamento, la frenetica speculazione finanziaria nel casinò globale, e la militarizzazione promossa dallo Stato –cosa che definisco accumulazione militarizzata- mentre il mondo entra in una economia globale di guerra e le tensioni internazionali si intensificano.

Mentre l’economia globale è prossima alla recessione, l’economia latinoamericana è già caduta nella recessione nel 2015 che prosegue fino ad oggi affrontando la stagnazione (perfino in Bolivia, paese che ha registrato gli indici più alti di crescita negli ultimi anni, il tasso della crescita iniziò a contrarsi, cosa che obbligò il governo del MAS a ricorrere alle riserve valutarie). La classe capitalista transnazionale e le sue componenti locali ora tendono a trasferire il peso della crisi sui settori popolari tramite una rinnovata austerità neoliberista nel suo affanno per ristabilire la redditività capitalista. Ma è poco probabile che la destra abbia successo. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro affronta una caduta vertiginosa nei sondaggi, mentre il neoliberista Maurizio Macri ha subito un rovescio nelle recenti elezioni e i governi di Ecuador, Cile e Colombia hanno dovuto fare marcia indietro nelle loro misure di austerità.

L’incapacità della destra a stabilizzare il proprio progetto avviene in momenti in cui la Sinistra istituzionale/partitica ha perso la maggior parte del potere e l’influenza che aveva guadagnato. Vi è un evidente sfasamento in America Latina –sintomatico di una situazione della Sinistra a livello mondiale- fra i movimenti di massa che attualmente fioriscono e una sinistra partitica che ha perso la capacità di mediare con un proprio progetto realistico fra le masse e lo Stato. Lo scenario più probabile è un pareggio momentaneo, mentre i nuvoloni neri si addensano.

Sebbene sia il momento della solidarietà con le masse delle/dei latinoamericani che sono in piena lotta contro la presa di potere della destra, deve essere anche un momento di riflessione sulle lezioni che l’America Latina offre alla sinistra globale.

La Marea rosata –dobbiamo ricordarlo- giunse al potere non per il crollo dello Stato capitalista ma per la via costituzionale, vale a dire tramite processi elettorali grazie ai quali i governi di sinistra assunsero la gestione degli Stati capitalisti. Semplicemente, schiacciare lo Stato capitalista non era in agenda. Non basta ricordare l’esortazione di Marx che le classi lavoratrici non possono limitarsi a impadronirsi dello Stato capitalista e gestirlo per i propri scopi. Dato il violento ritorno dell’estrema Destra, non sarebbe difficile cadere nella tentazione di considerare come un punto di possibile discussione se i governi della sinistra avrebbero potuto fare di più per realizzare maggiori trasformazioni strutturali anche quando non esistesse la possibilità di rompere col capitalismo mondiale.

Ma sono lezioni fondamentali per la sinistra globale. Si tratta della capacità dei movimenti sociali autonomi di massa di obbligare dal basso gli Stati a intraprendere tali trasformazioni. In alternativa, questo comporta la necessità di ripensare la relazione triangolare fra gli Stati, i partiti della Sinistra e i movimenti sociali di massa. Il modello di governance della sinistra basato sull’assorbimento dei movimenti sociali e subordinare l’agenda popolare all’elettoralismo e alle esigenze della stabilità capitalista ci conduce in un vicolo cieco – o peggio ci porta al ritorno della Destra. È solo la mobilitazione di massa autonoma dal basso che può imporre un contrappeso al controllo esercitato dal capitale transnazionale e dal mercato globale dall’alto sugli Stati capitalisti in America Latina, che essi siano governati dalla Sinistra o dalla Destra.

Qualunque nuovo progetto di sinistra in America Latina, come anche altrove nel mondo, dovrà vedersela con il problema delle elezioni e dello Stato capitalista. Abbiamo imparato che la subordinazione dell’agenda popolare a vincere elezioni ci porta al fallimento, anche quando dobbiamo partecipare a processi elettorali, quando ciò sia possibile, e anche considerando che l’agone elettorale può essere uno spazio strategico. Dal mio punto di vista, affrontare l’attuale assalto della Destra passa urgentemente attraverso il rinnovamento di un progetto rivoluzionario e un piano per la rifondazione dello Stato. Le recenti esperienze del partito Syriza in Grecia e dei governi della Marea Rosata in America Latina, come i partiti social-democratici che in altre parti del mondo arrivarono al potere negli ultimi anni del XX secolo, ci insegnano che qualunque forza di sinistra, una volta salita al governo, si vede obbligata ad amministrare lo Stato capitalista e le sue crisi. Questi governi –nonostante il loro colore di sinistra- si vedono spinti a difendere tale Stato e la sua dipendenza dal capitale transnazionale per la sua riproduzione, ciò che li porta in conflitto con le stesse classi popolari e gli stessi movimenti sociali che li hanno portati al potere.

*William I. Robinson. Professore di Sociologia, Università della California di Santa Barbara.
** Fonte: https://twitter.com › w_i_robinson
*** Traduzione a cura di camminar domandando




FRANCIA, IL ROSSO E’ DIVENTATO GIALLO di Fulvio Grimaldi

IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.

I media di regime, vale a dire i media dei miliardari, evitano. Pubblicano, se proprio c’è un po’ di sangue, qualche trafiletto. Ma si impegnano alla morte a ridurre, sopire, troncare, minimizzare. Rilevano che dopo 60 appuntamenti in gran parte del paese, i numeri dimagriscono. Non rilevano che questo dato fisiologico non toglie nulla al fatto storico che si tratta della lotta più lunga vista in Europa dalla fine della guerra, una lotta che continua e ora si è espansa ad altre masse di maltrattati, deprivati ed emarginati.

I Gilet Gialli hanno il merito di aver denudato il sovrano messo lì dalla corporazione degli usurai di Francia e di aver fatto emergere con il proprio valore e sacrificio, tra media renitenti, i suoi incredibilmente brutali e sanguinari metodi di affrontare cittadini, voluti sudditi, che si permettono di rivendicare quanto gli è dovuto.

Hanno dimostrato che razza di feroci pretoriani difendono i caveau dei dominanti e ne hanno evidenziato la differenza rispetto a una polizia di Hong Kong che ha risposto alla violenza devastatrice e, in alcuni casi omicida, di squadristi con mandato USA e UK, con una civiltà e un autocontrollo che l’Occidente ha volontariamente abbandonato da secoli.

Hanno fatto da innesco a una vera e propria insurrezione di popolo guidata da sindacati come noi ce li sogniamo, anzi, non abbiamo mai avuto, ora al 50° giorno di sciopero generale contro gli strumenti di strangolamento sociale messi in campo dal burattino e dai suoi pupari. Un esempio che viene dalla Francia che ha ancora in corpo elementi di DNA del 1789 e del 1870.

Un esempio al mondo, che però a noi sfugge grazie all’unanimismo tirannico di un’informazione che quanto le mostra la Francia fa tremare e…cestinare.

Di Maio e Di Battista si sono fatti vedere accanto ai Gilet Gialli. Ci fossero rimasti! O avessero fatto apparire dei gilet gialli made in Italy!

I gilet gialli, uno dei più grandi movimenti di piazza del nuovo millennio, raccontato attraverso le voci di chi ha lottato e chi la protesta l’ha studiata