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UN LAPSUS MOSTRUOSO di Sandokan

Siamo quasi al culto della personalità.

Il modesto discorso con cui Draghi si è presentato al Senato ha ricevuto elogi sperticati da parte della stampa di regime. Locuzioni banali e frasette retoriche spacciate come perle di saggezza. Un tentativo disperato di presentare un astuto banchiere di sicura fede mondialista, non solo come alto statista, ma come patriota.

Questi servili pennivendoli, mentre hanno riempito intere pagine di quotidiani per sottolineare e rimarcare questa o quella affermazione —financo cogliendo inesistenti lirismi in un panegirico glaciale — si sono ben guardati dal cogliere un lapsus che invece dice molto, anzi ci dice tutto.

Ad un certo punto  Draghi ha testualmente affermato:

«E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il vostro Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato».

“Vostro Paese”… Il nostro, non senza impappinarsi, si è subito corretto, sostituendo l’aggettivo possessivo: “il nostro Paese”.

Lapsus significativo ritengo, perché ci rivela chi Draghi si consideri davvero, di quale confraternita faccia parte, di chi siano i suoi sodali.

Cosa ci rivela il lapsus di Draghi? Che egli è funzionario di una cupola mondialista che considera gli stati nazionali anticaglie, relitti del passato, ostacoli sulla via del “progresso”, che quindi vanno accompagnati al definitivo trapasso.

Draghi & company immaginano che il nuovo ordine mondiale post-pandemico debba funzionare come un consiglio di amministrazione di una grande multinazionale, che si ritiene al di sopra degli Stati, che opera anzi contro gli Stati, detestati come ostacoli delle loro scorribande.

In una multinazionale non hanno alcuna importanza le origini nazionali dei dirigenti e dei suoi funzionari. La sola cosa che conti è la fede mondialista e cosmpolitica, ovvero la lealtà alle ambizioni di potenza della multinazionale medesima.

Che Draghi venga considerato un patriota è quindi una gigantesca bugia, e chi la propala mente sapendo di mentire.




LA DISTRUZIONE NON SARÀ CREATIVA di Moreno Pasquinelli

Lo spettacolo è osceno. Mai s’erano visti tanta piaggeria e tanto servilismo. Non parliamo solo di quella rimpatriata di sbandati politici che gli voteranno la fiducia. Per quanto sia un antico male italiano quello della cortigianeria degli intellettuali, è disarmante vedere fino a che punto si sta spingendo il loro livello di depravazione morale. Un riluttante patriarca ortodosso ebbe a dire all’imperatore bizantino “ti adoro ma non ti venero”.  Draghi è non solo adorato, ma venerato come uomo della Provvidenza. Verrà presto, per tutti questi ruffiani, il momento in cui scopriranno che la Provvidenza non lavora per loro, ma contro di loro.

Passando dal cielo alla terra, il punto di massima forza politica del grande blocco che sostiene Draghi corrisponde al punto di massima debolezza. Quale sia ce lo indica Wolfgang Münchau: “La sua nomina è comunque una scommessa alta —semplicemente perché, se fallisce, non esiste un Piano B”.

E’ proprio così, Mario Draghi è, per i dominanti, l’ultima chance per provare a raddrizzare quel legno storto che è l’Italia, incatenarla al vincolo esterno e allinearlo finalmente agli standard eurocratici e liberisti. Una missione che Draghi non potrà certo portare a compimento, ma che deve impostare come processo irreversibile. Che abbia successo non dipende evidentemente solo dalle sue mosse, ma dalla combinazione di molteplici fattori che non sono nella sua disponibilità. In quanto convinto assertore del Grande Reset, sa bene che, affinché la sua missione vada a buon fine, deve avere dalla sua una veloce ripresa economica dell’intero Occidente e un quadro geopolitico favorevole. Due condizioni altamente improbabili.

Probabile è che accada che la distruzione Non sia creativa, bensì catastrofica.

Per il momento i dominanti segnano tuttavia un punto a loro favore. Draghi e l’accozzaglia che lo sostiene hanno il vento in poppa. Inutile per le minoritarie forze d’opposizione ingaggiare una battaglia frontale. “Ritirarsi quando il nemico avanza, attaccarlo quando esso indietreggia, disturbarlo quando si riposa”.

Noi abbiamo evocato la costituzione di un Fronte del Rifiuto, lo ribadiamo, ammonendo che per adesso dobbiamo ritirarci, evitando sia azioni velleitarie sia una ritirata disordinata, provando quindi a consolidare le nostre posizioni in attesa che il vento cambi direzione.

“Quando la notte è più buia, l’alba è più vicina”.




LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.




NESSUN SOSTEGNO AL GOVERNO DRAGHI* di Emiliano Brancaccio

Emiliano Brancaccio smonta, a giusto titolo, la leggenda che Draghi applicherà politiche keynesiane e invoca il “rilancio della lotta sociale delle classi subalterne”. Ahinoi chiude l’intervista con un colpo di accetta, riproponendo l’ammuffito pregiudizio pseudo-operaista per cui i “piccolo borghesi” sarebbero tutti “reazionari”. Non basta! giunge persino a lamentarsi che questi settori siano gli “unici a mobilitarsi”. Il nostro dovrebbe chiedersi come mai, mentre i lavoratori dipendenti sono tutti in letargo, i “bottegai” s’incazzano. Non è forse il segno che sono gettati sul lastrico? E se è così non fanno anch’essi parte delle “classi subalterne”? E perché mai le loro proteste sarebbero “reazionarie”? Non dovremmo forse lavorare ad un grande blocco sociale e politico di tutte le classi subalterne? Come economista Brancaccio è sagace, come politico una vera schiappa.

*  *  *

  1. Professor Emiliano Brancaccio, lei è sempre stato molto critico con Mario Draghi. Non è sorpreso da un consenso così ampio per il suo governo anche a sinistra?
  2. Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier viene presentata in base a una narrativa “tecno-keynesiana”: cioè l’idea che questa volta è diverso, che il tecnico è chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. Questo contribuisce al consenso generalizzato. Ma su questa idea che Draghi incarni un’ottica di tipo keynesiano io ho molti dubbi.
  3. Lei contesta che il fatto che le risorse ci siano o che Draghi le distribuirà nella maniera migliore?
  4. Io dico che il Recovery plan ha risorse modeste rispetto ad una crisi doppiamente più grave rispetto al 2011. Se infatti prendiamo i 209 miliardi che devono arrivare all’Italia, abbiamo 127 miliardi di prestiti che – in una ragionevole previsione sullo spread – non portano oltre un risparmio di 4 miliardi l’anno. Per quanto riguarda gli 82 miliardi a fondo perduto il problema è la copertura del bilancio comune europeo che al momento è molto al di là da venire – c’è solo l’idea di una tassa sulla plastica – e quindi toccherà agli stessi stati membri coprire come di consueto in base al proprio Pil: ciò significa che l’Italia non pagherà meno di 40 miliardi. Infine, va considerato che l’Italia anche nei prossimi anni sarà «contributore netto» dell’Ue per 20 miliardi. Dunque restano 22 miliardi netti, cioè meno di 4 miliardi netti all’anno. Insomma, tra risparmi sugli interessi e risorse a fondo perduto, saranno meno di 10 miliardi netti l’anno. Se si considera che l’Italia ha visto distruggere 160 miliardi di Pil nel 2020, è chiaro che si tratta di risorse molto modeste. Per questo dico che il governo Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai vecchi governi “tecnici” dell’austerity.
  5. Il consenso, anche dei sindacati, è basato sull’impegno al dialogo sociale. Però è vero che nessuno sa cosa pensa Mario Draghi ad esempio dello stop ai licenziamenti che scade a fine marzo…
  6. Forse però qualcosa sappiamo. In questi giorni si fa molto riferimento al Draghi allievo di Federico Caffe. Certo, alla Bce è stato keynesiano – anche se non so se Alexi Tsipras sarebbe d’accordo – ma è sempre stato un assertore delle virtù selettive del mercato. E questo è confermato dall’ultimo documento ufficiale che ha redatto a metà dicembre da capo del comitato esecutivo del “gruppo dei 30”. In quel documento non evoca le magnifiche sorti della politica keynesiana. Tutt’altro: dice esplicitamente che le “imprese zombie” devono essere liquidate e bisogna favorire il passaggio dei lavoratori alle imprese virtuose – quindi flessibilità del lavoro. Io la chiamo una visione da «distruttore creativo» perché il passaggio dei lavoratori in un momento di crisi è piuttosto fantasiosa e nella totale assenza di una pianificazione del cambiamento non sarà indolore. Insomma, Draghi sembra uno schumpeteriano – colui che definì «la distruzione creatrice» – in salsa liberista.
  7. Questo farebbe il paio con l’idea di mantenere il Reddito di cittadinanza, magari puntando sulle mitiche politiche attive per ricollocarli.
  8. In questa logica dell’affidarsi al meccanismi selettivi del mercato, il Reddito di cittadinanza – nella forma specifica di sussidio – ci sta bene perché crea un cuscinetto temporaneo. I pericoli grossi stanno altrove: temo sarà ostile al blocco dei licenziamenti così come temo che possa promuovere una riduzione della cassa integrazione, ridimensionata verso un sussidio di disoccupazione coerente con un liberismo temperato.
  9. Stessa cosa per le pensioni? Quota 100 non ha funzionato ma a fine 2021 – grazie a Salvini – si torna alla Fornero con lo scalone.
  10. Sulle pensioni gli interessi prevalenti spingono tuttora per ripristinare la previdenza complementare e portare i lavoratori sul mercato finanziario. Così come verso un aumento dell’età di pensionamento. L’unica verità è che bisognerebbe ripristinare una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali: le pensioni future saranno così modeste che servirà un intervento fiscale oltre i contributi.
  11. Maria Cecilia Guerra sul Manifesto ha sostenuto che ha una logica stare dentro il governo per condizionare le politiche che farà.
  12. Io credo che questo tipo di “entrismo” sia sbagliato. I “tecnici” non fanno altro che accelerare la tendenza storica al depotenziamento delle istituzioni parlamentari e della esecutivizzazione del processo politico, concentrando nelle mani del governo il potere decisionale. Dubito fortemente che un’adesione, pur critica, possa condizionarne la linea.
  13. Però è vero che gli esecutivi tecnici non sono mai durati molto: Ciampi 8 mesi, Monti 1 anno e mezzo. Gli si stacca la spina quando si capisce che fa cose sbagliate.
  14. A maggior ragione meglio restare fuori. Anche perché quei governi sono durati poco ma hanno comportato cambiamenti di politica economica colossali, che ancora paghiamo.
  15. Se le cose stanno così, quale prospettiva può avere la sinistra? Conflitto? Sciopero generale?
  16. Per quanto duro sia questo periodo storico, bisogna rilanciare la lotta sociale. Non è possibile che gli unici in grado di mobilitarsi siano i rappresentanti degli interessi reazionari e piccolo borghesi. Serve che la classe subalterna si eserciti nuovamente nella lotta per il progresso sociale e civile.

* Intervista a il manifesto del 9 febbraio




NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE di Sandokan

«Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio , Rinaldi Antonio Maria , Zanni Marco, Donato Francesca…»

I segnali che Salvini ed i suoi sodali si sarebbero riposizionati, spostandosi dal campo no-euro al sì-euro, erano evidenti da tempo. Nessuno stupore. La piena disponibilità a far parte del governo Draghi è tuttavia qualcosa di più che la semplice consacrazione della svolta. E’ evidente che non si tratta soltanto di una mossa tattica, bensì di una svolta irreversibile.

Taglio con l’accetta: nella Lega convivono due anime, quella populista e quella liberista. Quest’ultima ha preso il sopravvento. Un ribaltamento che se avviene senza drammatiche fatturazioni è per tre fondamentali ragioni (più una quarta). Primo perché entrambi condividevano una matrice ideologica liberale; secondo perché, la forza sociale egemone di ultima istanza si è rivelata essere, non la piccola e media borghesia, bensì quella grande; terzo perché la sconfitta di Trump oltreoceano ha privato il “sovranismo” leghista del suo vero retroterra strategico (quello russo era fuffa).

La quarta ragione dello smaccato sostegno a Draghi è presto detta: Salvini & Company debbono essersi convinti che Draghi riuscirà davvero non solo a portare l’Italia fuori dalla lunga stagnazione, ma a condurla sulla via di un veloce risorgimento economico anche tenendo testa all’egemonismo tedesco.

Ecco dunque l’azzardo, la decisione di scommettere su Draghi puntando non una cifra modesta, ma tutti i propri averi. Va da sé che se Draghi non riuscisse nell’ardua impresa, Salvini e la Lega, invece di condividere un trionfo, si romperanno l’osso del collo.

Che la mossa di Salvini sia una lampante manifestazione di italico trasformismo non c’è alcun dubbio. Nel suo gergo padano egli lo chiama pragmatismo — ultimo rifugio degli opportunisti e delle canaglie politiche.

Alcuni sono stupiti, altri addirittura si strappano le vesti perché non riescono a spiegarsi come, in questa sceneggiata, Salvini sia riuscito ad arruolare come figuranti e avvocati d’ufficio quelli che erano considerati gli esponenti “oltranzisti” no-euro. Tutti e di botto convertiti, tutti a giustificare la mossa del Capitano, tutti penosamente allineati nel santificare quello che fino a ieri consideravano il demonio.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Nella disgrazia costituita dal “momento Draghi” c’è almeno questo di positivo, che ci siamo tolti dai piedi saltimbanchi come Bagnai Alberto, Borghi Aquilini Claudio, Rinaldi Antonio Maria, Zanni Marco, Donato Francesca…




COME USCIRE DALL’UNIONE E DALL’EURO – Seminario di approfondimento

COME USCIRE DALL’UNIONE E DALL’EURO: MISURE ECONOMICHE E PROVVEDIMENTI POLITICI

COSA CAMBIA CON L’ARRIVO DI DRAGHI

Questo il titolo del seminario di approfondimento organizzato da Liberiamo l’Italia che si svolgerà sabato 13 febbraio, dalle ore 15:00 e che verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia.

Interverranno Gennaro Zezza (economista), Fabio Dragoni (editorialista de La Verità), Vadim Bottoni (economista) e Leonardo Mazzei (direzione nazionale Liberiamo l’Italia).

Fonte: Liberiamo l’Italia

 




THE GREAT RESET: UNA NUOVA RIVOLUZIONE PASSIVA

di Geminello Preterossi

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i piů ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralitŕ dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro.

Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, perň, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta peròintatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si puòanche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai piů conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e puòmistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è).

Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lě scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicòl’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, perň, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata puòessere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto.

La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciň, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia cosě facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

* Fonte: La fionda




CONTRO DRAGHI, IL FRONTE DEL RIFIUTO di Moreno Pasquinelli

“Mai col Pd”, “Mai senza Conte”, “Mai più con Renzi”, “Mai con lo psiconano”, “Mai con la Lega”, “Mai più governi tecnici”, “Mai coi 5 stelle” “Mai con Draghi-Dracula”; e via negando. Sembrerebbe convalidata la tesi di  Carl Schmitt secondo cui tutti i concetti della dottrina politica dello Stato sarebbero concetti teologici secolarizzati. L’analogia tiene, in questo caso, ove si rammentasse la tesi della teologia apofatica, la quale affermava che, in quanto a Dio, non si potesse dire alcunché di positivo. Ovvero Dio sarebbe ineffabile e inconoscibile e non resterebbe che l’abbandono mistico, aggiungiamo irrazionale, al divino.

Usciamo dall’analogia metafisica e voliamo basso. Si discettta sulla terapia economica che adotterà per far uscire il Paese dal marasma di una crisi sistemica senza precedenti. Come se Draghi avesse la capacità di compiere il miracolo. A ben vedere è proprio l’illusione che il nostro possa compierlo che spiega come tutti, di riffa o di raffa, sgomitano per salire sul carro del demiurgo, scambiando Draghi per un deus ex machina che risolve a da un senso alla tragedia italiana. Resteranno delusi assai. Sospetto, anzi, che in molti ci lasceranno le penne, poiché tutto Draghi potrà fare, meno che prodigi. Se abbiamo ragione, e penso che ce l’abbiamo, la montagna della crisi italiana è troppo alta da scalare, anche per uno scaltro arrampicatore come lui. L’incattesimo, prima o poi, svanirà.

Non è l’Ascensione al cielo che l’Italia ha davanti, bensì un’altra stazione della sua Via crucis, di cui quella decisiva fu l’adesione alla Unione europea. C’è un solo modo, infatti, di porre fine al Calvario, uscire dalla Unione europea, riguadagnare totale sovranità nazionale, sganciarsi dalla mondializzazione liberista. Hanno chiamato Draghi per la ragione opposta: tenere il Paese in catene e impedire che faccia naufragare il Titanic dell’Unione europea, e si arrenda dunque, in nome e per conto delle plutocrazie mondialiste, al destino di insignificante e succube provincia della nuova globalizzazione o meglio, del Grande Reset.

Per tenere soggiogata l’Italia occorre disinnescare la bomba sociale ed a questo scopo occorre addomesticare gli italiani, e per farlo bisogna seppellire definitivamente i populismi ed i sovranismi, che pur in forme cialtronesche avevano rappresentato l’opposizione popolare, fino a farla diventare maggioranza, fino a far schiantare la “seconda Repubblica”.

L’irruzione di Draghi sta terremotando il quadro politico italiano. Non poteva essere diversamente, per questo è stato principalmente tirato in ballo. Egli deve rendere definitiva la cooptazione di M5s e Lega salviniana come forze portanti del blocco politico- sociale dominante. Per il resto si navigherà a vista, barcamenandosi nella tempesta mondiale.

“Dopo l’annus horribilis segnato dalla pandemia Draghi non ci voleva proprio!”. All’euforia dei dominanti corrisponde, nel campo dell’antagonismo sociale e politico, lo sconforto. In effetti, tranne rare eccezioni (tra cui la principale è Liberiamo l’Italia) i diversi soggetti dell’arcipelago antagonista sono usciti con le ossa rotte dallo Stato d’emergenza biopolitico. Tuttavia questo scoramento è ingiustificato. Se si guarda al futuro prossimo con la dovuta lucidità non è difficile pre-vedere che per le forze antagoniste si aprirà un crescente spazio politico d’azione. Lo spazio di un combattivo FRONTE DEL RIFIUTO, di una coalizione anti-Draghi — la Marcia della Liberazione in quest’ultimo anno è stata in questo senso una via possibile di unità. Ciò che, nel bene e nel male, è stato seminato in questi anni difficili dai diversi organismi del sovranismo costituzionale, socialista e patriottico, darà i suoi frutti.

Così che un giorno proprio noi rivoluzionari potremo dire che Draghi è stato davvero l’uomo della Provvidenza —non per lorignori ma proprio per noi. Sempre tenendo a mente che la Provvidenza ci chiede di essere operosi, creativi, se serve spregiudicati, giammai indolenti, rassegnati o attendisti.




IL VARANO DI BRUXELLES di Umberto Bianchi

Per carità, nulla da dire sulla professionalità e sulle competenze del Prof. Mario Draghi. A differenza di certi nostri parlamentari, che non sanno neanche parlare in buon italiano, per non parlare dello scrivere poi,  Mario Draghi non può certo essere accusato di essere un improvvisato apprendista stregone dell’economia e della finanza, di cui conosce sin troppo bene i meccanismi, avendo diretto in tempi recenti una prestigiosa istituzione come Eurobanca ed oltretutto, avendo alle spalle un cursus honorum di altrettanti, prestigiosi, incarichi. A questo punto, che al Draghi venga poi il vezzo di proporsi come leader politico, ci potrebbe pure stare, rientrerebbe in una certa logica esistenziale.

A far da nota stonata in tutto questo contesto c’è, però, un piccolo, ma significativo particolare. Draghi non si è proposto all’italico elettorato, quale candidato di spicco. No, il Nostro è stato direttamente chiamato all’incarico di premier, direttamente per cooptazione, bypassando qualunque normale e democratica procedura, come oramai, da troppo tempo accade in Italia, senza che alcuno abbia da dire alcunché. Ed anche qui, le nostre “opposizioni” parlamentari stanno offrendo uno spettacolo pietoso. Dopo i continui tentennamenti e barcamenamenti durante i vari “lockdown”, ora si presentano agli occhi dell’opinione pubblica, divise tra la tentazione di governi “d’emergenza”, in compresenza con gli avversari politici o propalatrici di astensionismi di maniera.

Siamo, oramai, al quarto esecutivo, in pochi anni, formato senza il consenso elettorale. Con la presidenza Conte, con la scusa dell’emergenza sanitaria, siamo arrivati alla sospensione dei fondamentali diritti costituzionali, al coprifuoco ed alla decretazione d’urgenza come metodo di governo. Se Conte era, per lo meno, un premier non eletto, ma frutto della mediazione farlocca di due partiti politici ora, invece, quegli stessi partiti sono stati disinvoltamente bypassati da un Presidente della Repubblica, intento quanto mai, ad impedire il confronto elettorale, evocando le più improbabili scuse.

Tornando un momento sui nostri passi, andrebbe ricordato a chi  si sta dando a quanto mai facili e superficiali entusiasmi, “chi” realmente è Mario Draghi. A parte la sbandierata del “quantitative easing”, una manovra economica più di facciata che di sostanza, il Nostro è dichiaratamente stato ed è tuttora, uno strenuo difensore degli euro-equilibri di Bruxelles e naturalmente, di quell’Euro che, per il nostro paese e l’Europa intera, ha rappresentato l’inizio di un irrefrenabile declino. Pertanto anche qui, come per tutto il resto, a parlare sono i fatti. Sicuramente quello di Mario Draghi rappresenta il volto più rassicurante ed accattivante di quell’eurocrazia, agli ordini dei poteri forti di quel Globalismo, il cui conclamato intento, è quello di un generale immiserimento, tutto a favore di un’elite di pochi, fortunati, speculatori. Il voler mettere simili personaggi alla guida di un paese normale, significa la conclamata volontà di svenderne il futuro, alla speculazione internazionale.

Arrivate le cose a questo punto, però, non ci pare azzardato affermare che la democrazia in Italia è finita, o comunque, sta entrando in un irreversibile fase comatosa. Al suo posto, invece, va sostituendosi una forma di neopaternalismo, sorretto e diretto dal diktat dei mercati e delle grandi entità sovranazionali. Un neopaternalismo che, adesso, non ha neanche più il bisogno di nascondersi, conferendo direttamente incarico ai propri operatori, come nel caso di Mario Draghi.

In questo, l’Italia sta facendo da battistrada a tutti i paesi d’Europa e del mondo occidentale, in quanto laboratorio per una nuova forma di autoritarismo da esportare poi, a livello globale. Il tutto, condito da un martellamento propagandistico intriso di un ipocrita anti autoritarismo di maniera. Dai continui memento dei tragici fatti dell’ultimo conflitto mondiale, sino alla sfacciata condanna di Russia, Bielorussia, Birmania, Egitto e via discorrendo, non c’è giorno che in Italia non si strilli contro la presunta cattiveria e l’ingiustizia di qualcuno, in totale spregio e dimenticanza di quanto accade da noi.

Sta tramontando la democrazia, ma la pubblica opinione non ne ha sentore. La fragrante violazione dei più elementari diritti del cittadino (di movimento, associazione, etc.) è oramai divenuta prassi quotidiana. Figure istituzionali, come quella del Presidente della Repubblica, che dovrebbero avere un ruolo di garanzia, effettuando rilievi sulle violazioni di quella tanto propalata Costituzione, hanno invece di gran lunga scavalcato il proprio ruolo, avallando e rendendo usuale la prassi della nomina di Presidenti del Consiglio, de facto privi di consenso elettorale.

E, si badi bene, non è solamente alla presidenza Mattarella, che può esser imputata una  simile prassi. L’esempio di quanto accaduto con la presidenza Napolitano, attraverso la nomina di Mario Monti a premier, ce la dovrebbe dire lunga. Prima o poi, l’opinione pubblica si sveglierà. Ma sarà il doloroso risveglio, in un paese svenduto alla speculazione internazionale, malato di povertà, degrado e sperequazione sociale. Con buona pace di tutti i cantori dei toni conciliatori e del bon ton istituzionale.

 




LA MIA RICETTA di Mario Draghi

Per capire quale linea potrebbe adottare Draghi è utile rileggere la famosa intervista concessa il 25 marzo del 2020 al Financial Times. Sulla politica economica che contempla e gli orizzonti di ristrutturazione sistemica che invoca, torneremo. Per ora mettiamola così: il lupo si traveste da agnello…

Quella contro il coronavirus è una guerra, dobbiamo mobilitarci di conseguenza 

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura della loro vita o piangono i loro cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano sopraffatti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati.  Ma queste azioni hanno anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano una perdita di vite umane, molti di più affrontano una perdita di mezzi di sussistenza.

Giorno dopo giorno, le notizie economiche peggiorano. Le aziende devono affrontare una perdita di reddito nell’intera economia. Moltissimi stanno già ridimensionando e licenziando lavoratori. È inevitabile una profonda recessione.  La sfida che dobbiamo affrontare è come agire con forza e velocità sufficienti per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili.

È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito subita dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve essere alla fine assorbita, in tutto o in parte, nei bilanci del governo. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È compito dello Stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia da shock di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre — il precedente più rilevante — sono state finanziate dall’aumento del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15 per cento della spesa bellica in termini reali veniva finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei costi della guerra fu pagato con le tasse. Ovunque, la base imponibile è stata erosa da danni di guerra e coscrizione. Oggi questa base è erosa dal disagio umano della pandemia e dalla chiusura.

La domanda chiave non è se ma come lo Stato dovrebbe fare buon uso del proprio bilancio. La priorità non deve essere solo fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. In primo luogo, dobbiamo proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non lo facciamo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, poiché le famiglie e le aziende lottano per risanare i loro bilanci e ricostruire il patrimonio netto. I sussidi all’occupazione e alla disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi.

Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un sostegno immediato della liquidità. Ciò è essenziale per tutte le imprese per coprire le proprie spese operative durante la crisi, siano esse grandi società o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure favorevoli per convogliare la liquidità verso le imprese in difficoltà.

Ma è necessario un approccio più completo. Sebbene diversi paesi europei abbiano strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni crack dell’economia è mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari: mercati obbligazionari, principalmente per grandi società, sistemi bancari e in alcuni paesi anche sistema per tutti gli altri. E va fatto subito, evitando ritardi burocratici. Le banche in particolare si estendono a tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto o aprendo linee di credito.  Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende pronte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo per la politica pubblica, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti o prestiti aggiuntivi. Né la regolamentazione né le norme sulle garanzie dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario a tal fine nei bilanci delle banche.

Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le rilascia.  Le aziende, tuttavia, non attingeranno al sostegno della liquidità semplicemente perché il credito è a buon mercato. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite potrebbero essere recuperabili e poi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così. Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare il debito per mantenere il proprio personale al lavoro. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire successivamente. Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito accumulato per mantenere le persone impiegate in quel periodo fosse alla fine annullato. O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o quei mutuatari falliranno e la garanzia sarà rimborsata dal governo.

Se l’azzardo morale può essere contenuto, il primo è meglio per l’economia. La seconda via sarà probabilmente meno costosa per il budget. Entrambi i casi porteranno i governi ad assorbire una quota significativa della perdita di reddito causata dalla chiusura, se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità.  I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa — una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale — sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, dati i livelli attuali e probabili futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non si aggiungerà ai suoi costi di servizio.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di convogliare i fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una rapida risposta politica. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di guadagno non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un ammonimento sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causato da una chiusura economica inevitabile e desiderabile – deve essere affrontata con la stessa velocità nell’impiego dei bilanci pubblici, nella mobilitazione delle banche e, in quanto europei, nel sostenersi a vicenda nel perseguimento di quella che è evidentemente una causa comune.

* Fonte: Financial Times 

** Traduzione a cura della Redazione