Progressismo cattolico vs multipolarismo ortodosso russo di F.f.

“Io credo nella Russia, nella sua Ortodossia. Credo nel Popolo Cristo”.
Fedor Michajlovic Dostoesvkij

L’amico Moreno Pasquinelli – che indicheremo da ora in poi con la iniziale MP per abbreviare – ha replicato al nostro scritto sul cattolicesimo con un articolo concettualmente e storicamente molto denso. La nostra risposta è d’obbligo non per tenere il punto, tantomeno per polemizzare, tutt’altro, ma viceversa per cercare di mostrare come talvolta la visione del “sovranismo di sinistra” rischi di essere, come d’altra parte quella del “sovranismo di destra” europeo, un altro volto della stessa medaglia di quel laicismo e relativismo europeistici ed occidentalistici, di radice Illuministica, di cui vorrebbero costituire l’alternativa. Laicismo e relativismo democraticista, non democratico, antidemocratico, ben più che liberale (come dice invece il Nostro), che sono il marchio del Deep State. MP ci accusa, in senso storico-politico, di sostenere: a) il costantinismo; b) la mitologia panortodossa basata sulla Terza Roma; infine di aver costruito c) una fallace ideologia riguardo alla lotta del presente secolo basata su un presupposto astratto, ossia il discrimine di civiltà fra nazionalconservatori o neo-illuministi progressisti.

Costantinismo?

Non intendiamo rispondere troppo a lungo sul concetto di costantinismo. Vi è ormai una serie di concetti storico-politici, tra i quali costantinismo, fascismo, populismo, sovranismo, che vengono utilizzati fuori dal proprio specifico ambito contestuale. Sono divenuti, tali concetti, meri strumenti di lotta politica propagandistica. Gravissimo errore, dottrinario e di proposta politica concreta, quello dell’amico MP, che cade nella trappola di Antonio Spadaro, il validissimo propagandista gesuita della “rivoluzione nella Chiesa” di Sua santità Francesco. Il progressismo globalista e relativista, divulgato a piene mani dall’elite gesuita egemone, in larga parte derivante dal pensiero del teologo scientista e panteista Teihlard de Chardin, sta bollando ogni prototipo di “civilizzazione cristiana” come Neo-Costantiniana. MP, che intelligentemente ha sempre rifiutato la fascistizzazione del nemico, cade qui in pieno nella trappola. “Nuovo Costantino” fu infatti definito Mussolini per la Conciliazione del 1929, non dai comunisti italiani, ma dai dossettiani (la frazione che rispondeva a Giuseppe Dossetti, la guida degli anti-andreottiani e degli anti-DeGasperi che furono soliti fascistizzare il nemico Conservatore) e dalla Sinistra cattolica evoluzionistica e progressistica. Il bergoglismo, per quanto si nutra di varie fonti, è in diretta continuità strategica con il dossettismo, ossia con il proposito che deve essere l’elite clericalistica, non lo Stato, a detenere il potere totale. Tale ideologia del potere politico del clero, per quanto sia oggi apparentemente più morbida, ripetiamo di nuovo apparentemente, di quella dei bei tempi del papa nero gesuita in offensiva su ogni fronte, si definisce Neo-Gelasiana, da Gelasio I 49° vescovo di Roma. Perfettamente neo-gelasiana fu l’interferenza politica globalista e progressista della sinistroide e gesuitica “Civiltà cattolica” contro la democrazia conservatrice russa in coincidenza delle ultime elezioni politiche.

Terza Roma

La ricostruzione compiuta dal Nostro riguardo alla storia religiosa della Russia, a parte le insolite, per lui, sbavature occidentalistiche – il Patriarcato di Mosca sarebbe per sua natura ontologica teocratico, chi lo appoggia nutrirebbe nostalgie teocratiche -, è buona e condivisibile. Le conclusioni non possiamo condividerle. Cristianità ortodossa russa è sia la rivoluzione modernizzatrice di Pietro il Grande e di Caterina II, sia la fiera reazione, ultranazionalistica, degli “Antichi Credenti” che si ribellarono alla “Riforma” del 1653 su cui si è soffermato MP. Al tempo stesso, nell’ultimo secolo, Cristianità ortodossa russa è l’infinito elenco dei Martiri sterminati dal regime ateo comunista, è la Chiesa catacombale che non vuole compromessi con i bolscevichi ma è anche l’elite ortodossa che, dalla Guerra Patriottica in avanti, temperò sino a raddrizzare l’utopismo materialista e globalista del regime marxista, rendendolo di fatto sempre più post-marxista, meno globalista e più russo.

Ora, il lettore dirà che è questa una enorme contraddizione. E avrebbe ragione. Ma la contraddizione è il cuore e il lievito della Tradizione ortodossa russa. Il concetto di sobornost’, l’universalità e l’unità nella molteplicità, la comunione nel divenire della storia, è lo spirito della Chiesa russa che si rivela nella storia, si storicizza. La Chiesa è perciò il Popolo, e il Popolo Russo è, nella visione ortodossa, per sua stessa essenza il Popolo Cristo, il Popolo Ortodosso. Al tempo stesso, però, nel “Domostroj” – Documento del XVII sec. in cui venivano dettate le norme per il popolo – lo Zar è presentato come il padre igumeno di tutto l’impero russo, l’obbedienza verso di lui è un autentico rituale che ha un valore religioso. Tale concetto è presente nella stessa democrazia conservatrice putinista. Che significato dare a tutto questo in relazione alla Terza Roma? Sono necessarie due premesse prima di tirare qui le conclusioni. La prima è che il pensiero filosofico cristiano russo ha la caratteristica del senso storico “mitico” (storicismo conservatore cristiano), mentre il pensiero cattolico ha la caratteristica del senso politico immediato, quello protestante del senso empirico individualistico. Il “mito” Mosca Terza Roma viene formulato dal monaco starec Filofej nella sua lettera al gran principe di Mosca Vasilj III (1505-1533):

“O zar molto pio! Ascolta e ricorda che tutti i regni cristiani si sono riuniti nel tuo regno, che due Rome sono cadute, ma che la Terza sta in piedi e che non ce ne potrà mai essere una quarta. Il tuo regno cristiano non sarà mai rimpiazzato da nessun altro”.

La Terza Roma sta in piedi. MP sottovaluta questo passaggio fondamentale, “la Terza Roma sta in piedi” e quindi confonde il messianismo universale russo, che è di sostanza metafisica e spirituale, con il millenarismo sociale rivoluzionaristico. Viceversa il messianismo ortodosso e storicista russo ha il fine opposto, più da barriera e fortezza, o ancor meglio da scudo di ciò che resta degli ultimi giorni, mantenendosi il piccolo resto nella santità e Santa il Popolo Cristo ha chiamato la Russia, unico caso nella storia della Cristianità di rituale santificazione di una intera terra benedetta. Per intensità e durata, quella ch’è stata probabilmente la più terribile prova che un popolo cristiano abbia dovuto affrontare (“il più grande genocidio della storia” secondo l’archimandrita Nektarios), un fiume ininterrotto di sangue che arriverebbe alla cifra di quasi 70 milioni di cristiani ortodossi, per lo più di rito russo, martirizzati nel corso del Novecento avrebbe avuto, nell’ottica di Mosca Terza Roma, la misteriosa finalità provvidenziale nel confermare l’elezione storica del Popolo Cristo. Ciò non è nazionalismo o sovranismo,  ma missione spirituale di cui la storia di un popolo si fa portatrice. Lo stesso andrebbe detto della Rivelazione di Fatima, riconosciuta solennemente dal Venerabile Pio XII, con al centro il destino della “Santa Russia” ma non è questo il contesto per soffermarsi su una questione così foriera di misteriose finalizzazioni.

Il metropolita Tichon, Solzenicyn e il nichilismo occidentale

MP, infine, fa dell’odierno patriarcato poco più che un braccio arrugginito del potere temporale putinista. In realtà occorrerebbe maggiore cautela e prudenza, consigliamo al Nostro la visione di questo importante video.

Il metropolita Tichon, uno dei padri del Neoconservatorismo russo di questi tempi, influente pensatore e teologo, confessore del presidente VVP, dette la licenza al canale televisivo di stato russo, nel gennaio 2008, di trasmettere questo documentario che ci pare assai chiaro sulla prioritaria strategia del Cremlino, basata sulla difesa dell’identità cristiana russa. Identità cristiana russa, come abbiamo mostrato, dal valore universale non nazionalista filetista. Il filetismo, che indica la tendenza della Chiesa greco-ortodossa a prendere come base la nazionalità, e non lo Spirito, sarebbe perciò una nuova forma di nazionalismo o tribalismo.

Vladimir Putin, inoltre, ha più volte definito l’attivista conservatore cristiano Solzenicyn come il proprio personale maestro. Poco prima di morire fu chiesto a Solzenicyn cosa si dicessero lui e Putin nel corso dei loro incontri. Il vecchio pensatore rispose che aveva continuamente avvertito il presidente  che la democrazia neo-illuministica all’occidentale è quanto di più radicalmente e pervicacemente anticristiano fosse comparso nella storia dell’umanità, missione di Putin era non solo sbarrare ogni tipo di via all’ingresso di quella “cosiddetta democrazia” in Russia, ma inverare storicamente il nazionalconservatorismo storico russo come Catechon, forza di lucida e eroica contrapposizione all’Anticristo, che secondo Solzenicyn si sarebbe manifestato in veste di “democrazia”, “diritti”, “ecumenismo”, tecnocrazia illuministica. La Russia non avrebbe dovuto essere antimoderna, reazionaria, rifiutare le conquiste scientifiche moderne. Ma avrebbe dovuto mettere al centro la sua storia spirituale, non il 5 G, non la Silicon Valley alla russa, non la ideologia radicalista LGTBQ.

Solzenicyn indicò alla Russia il sentiero spirituale e storicistico che Benedetto XVI indicò all’Europa dal 2005. Dall’Orda d’Oro all’illuminismo massonico-rivoluzionario del bonapartismo, la Russia fece sempre scudo contro l’epidemia ultraprogressistica e rivoluzionaristica, spiega Alexander Solzenicyn. Lo stesso compitò avrà nel secolo attuale: arrestare l’avanzata irrefrenabile del neo-mongolismo tecnocratico globalistico. La Russia ha accettato la saggezza di Solzenicyn, l’Europa, democraticista e laicista, ha rifiutato la saggezza del Pontefice. Come si può vedere, il putinismo affonda in ben altre radici rispetto a quelle del laicismo machiavelliano che MP gli attribuisce; missione dell’ “Ortodossia di stato” russa è quella di chiudere le porte alla catastrofe, non di redimere un mondo, come è quello occidentale, che avrebbe armi e strumenti per salvarsi da se. Tanto meno è quella di spremere di nuovo come un limone il grande popolo russo, legna d’ardere sulla via di una rivoluzione mondiale o globalista di bolscevica memoria. E qui ritorna, nel pensiero di MP sulla Russia, quel millenarismo social-rivoluzionario estraneo, oggettivamente, alla linea del patriarcato, ma altrettanto estraneo a quella tradizione apostolica greco-cristiana (e non giudeo-cristiana) a cui il concetto di Mosca Terza Roma si ispira.

Il Nostro equivoca anche, a nostro modesto avviso, il senso della recente modifica della costituzione. Dio, Popolo (non patria come MP dice), Famiglia. Popolo è da intendersi nel senso sopra specificato di Popolo Cristo e Popolo Chiesa. Non vediamo inoltre dove vi possa essere l’affinità tra la “teologia politica” che sottintende la dottrina sullo Stato cristiano di San Giuseppe Volokolams (1440-1515) e la relativistica “Dichiarazione di Abu Dhabi”. Putin cita spesso Ivan Ilyn, non perché fascista (ammesso e non concesso lo sia stato, ma non è questo il punto) bensì perché profetizzò, nei lontani anni ’30 quando vi era il Grande Terrore anti-ortodosso, che il Comunismo sarebbe stato sconfitto dall’Ortodossia, che in Russia sarebbe rinato lo Stato ideocratico cristiano.

Non abbiamo, inoltre, schiacciato il bergoglismo [1] sul liberalismo come sostiene il Nostro, anzi abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo contestatoci dall’amico MP che fu la “Sinistra progressista cristiana” del Dossetti, con la sua concezione di democrazia radicalista e illuministica, a vincere la battaglia politica del ‘900. Il liberalismo è fuffa oggi giorno: il Deep State clintoniano è forse laico e liberale come lo furono Cavour, Giolitti, Croce, Guizot, Bismarck? “Libera chiesa in libero stato”, “KulturKampf”? Giammai! La cristianità civile va annientata, seppur in modo soft, come affermano i progressisti di ogni colore e latitudine.

Dalla laicità del Cavour si è arrivati, nel civile Occidente, alla più virulenta cristofobia, come sostiene Benedetto XVI. La quintessenza della secolarizzazione europeistica e occidentale, agli occhi del Conservatorismo del patriarcato moscovita, sarebbe estremismo anticristiano, più o meno morbido. Sbagliato? Giusto? Chi vede e osserva può giudicare da se, l’Europa “cristiana” è oggi il continente dell’ateismo nichilista più avanzato. Il Nostro ritiene sia una chimera la nostra ipotesi teorica che il secolo vedrà una lotta di frazione  — sia tra élite sia a livello popolare —  tra nazionalconservatori e progressisti illuministi. In verità, il contesto di Benedetto XVI pontefice rappresentò il punto di massima concordia, nella storia dell’umanità, tra la prima Roma e la Terza Roma. Il testo ratzingeriano del 2009, Europa patria spirituale: idea russa per l’Europa, fu il manifesto teologico politico di questa linea strategica comune tra Roma e Mosca. Ne riprendiamo un importante passo:

“Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di libertà; essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto….Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre più in una limitazione della libertà religiosa….Una confusa ideologia libertà (neo-illuministica e progressista, ndc) conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.

Con il silenziamento forzato di Benedetto XVI, senza cadere nel complottismo ma senza nemmeno escluderlo semplicemente perché ignoriamo cosa abbia potuto determinare un evento così grande come le epocali dimissioni del 2013, il Deep State del radicalismo neoilluministico ha oggettivamente portato a casa la più grande vittoria che potesse ottenere. Ad essa avrebbe dovuto seguire l’annientamento di civiltà del putinismo nazionalconservatore e Ortodosso, il ridimensionamento della Russia a minuscola potenza regionale, l’ucrainizzazione, la banderizzazione sul territorio occidentale della Federazione e l’offensiva del neo-colonialismo cinese dalla Siberia in avanti.

Ciò non solo non è avvenuto, ma sconfiggendo il Terrorismo globale anticristiano tatticamente sostenuto da Occidente, la Russia è rientrata con Stati Uniti e Cina nel novero delle potenze globali. VVP, saggiamente sostenuto dal patriarcato di Mosca, affiancato dai teorici più Conservatori interni allo stesso, ha aperto una nuova epoca storica e di civiltà, il multipolarismo, mandando all’aria i sogni utopistici della sinistra radicale clintoniana e del partito progressista di Roma cattolica.

Da patriota non occidentalista, multipolarista, quale MP è, o almeno così lo ricordavamo, dovrebbe esserne rallegrato. Benedetto XVI e il patriarca Kirill, con il presidente Putin all’opera, si ricordi lo storico discorso di Monaco del 2007 di quest’ultimo, hanno aperto la nuova era Multipolare, non occidentale. La stessa America è oggi post-globale e lo stesso Vaticano a guida gesuita è post-romano. La prima Roma è andata e la Terza Roma sta reggendo l’equilibrio internazionale sempre più multipolare. La fraternità spirituale e multipolarista di cui la Terza Roma è espressione storica ha il centro metafisico nel concetto di “umanesimo divino cristiano” (Solzenicyn), il “fratelli tutti” di Sua santità Francesco è invece espressione storica di un umanesimo umanitaristico che dà grande rilievo sociale a ciò che Benedetto XVI già bollò come “neo-paganesimo” mondano relativistico e naturalistico. Con questo non ci azzardiamo, naturalmente, a affermare che il santo padre Francesco sia un pagano o un relativista progressista tout court. Il testo integrale della nuova enciclica, di eccezionale valore storico, di Sua santità Francesco merita certamente una lettura più disincantata, e meno partigiana, di quella de “il manifesto” ma non è chiaramente questa la sede. Va comunque ribadito in conclusione che l’umanesimo storicista cristiano slavofilo-europeo di un Solzenicyn o quello conservatore (neo-europeo) di un Benedetto XVI, strategicamente vicino al patriarcato di Mosca, si pongono certamente in una differente prospettiva e strategia di civilizzazione, più radicalmente multipolarista, rispetto al neo-universalismo globalista e populistico di Sua santità Francesco.

NOTE

[1]   Sua santità Francesco è figlio ideologicamente della peronista e terzomondista Teologia del popolo argentina, non della Teologia della Liberazione come sostiene MP. Non sta a noi, ne tantomeno in questo contesto, stabilire se la sua azione di Pontefice ricalchi la visione della Teologia del Popolo




UE: FEDERAZIONE RUSSA PUTINISTA PRIMO NEMICO di V. D.

Riceviamo e pubblichiamo

Il Commissario europeo per l’energia, il tedesco Günther Oettinger, il 26 agosto, a Minsk, in Bielorussia, al vertice trilaterale Russia, Ucraina e Unione europea dichiarava che l’ambizione dell’UE è evitare, nell’immediato futuro, problemi relativi alla sicurezza dell’approvvigionamento per i paesi membri.

Il 27 agosto, nella città moldava di Ungheni, il commissario Oettinger, il primo ministro moldavo Ion Chicu e il premier romeno Victor Ponta hanno inaugurato un link tra la rete europea e la rete moldava in direzione ovest-est. Il gasdotto è chiaramente un’alternativa al percorso russo per estromettere Mosca e integrare Chisinau nella sfera d’influenza di Berlino e Varsavia.

Il socialista Igor Dodon, presidente della Moldavia, ha posto all’ordine del giorno l’abbassamento del prezzo russo da 170 dollari ogni mille metri cubici a 100 dollari; il primo ministro, il già citato tecnocrate filosocialista Ion Chicu, ha alzato il tiro in sostanziale complicità con Berlino, con la richiesta di maggior gas rumeno sottolineando, tra le righe, la necessità strategica di disconnettersi da Mosca.

Il gasdotto di collegamento tra la rete europea e quella moldava, tra le città di confine di Iaşi e Ungheni, in Romania, sarebbe costato 28,5 milioni di euro, solca circa 11 chilometri di terra moldava ed è stato finanziato dalla BERS e dalla Romania.

La portata di cui dispone è di 500 milioni di metri cubi e a regime si arriverà comunque, a quanto pare, a 1,4 miliardi di metri cubi, un dato complessivo non di molto superiore all’attuale fabbisogno moldavo. L’obiettivo è ora quello di estendere la rete all’intera Moldavia, la cui struttura interna è di proprietà Gazprom, ma secondo i dati diffusi già da ora circa il 65% di fabbisogno medio di Moldavia e Transnistria potrebbe essere soddisfatto dal nuovo impianto.

Va considerato che la crisi bielorussa è iniziata mesi fa proprio sul prezzo del gas russo e, vista in una ottica un poco differente da quella della rivoluzione colorata a Minsk, come hanno giustamente sottolineato fuori dal coro Angelo Vinco in questo sito e Stefano Zecchinelli ne “L’Interferenza”, se non fossero scoppiati i recenti disordini a agosto, non si sarebbe placata la diatriba sul prezzo.

Il socialista moldavo Dodon sembra quindi quasi voler ripercorrere la pregressa tattica di Lukashenko: mediare amichevolmente con Berlino e con Pechino con il fine di stremare e indebolire la controparte russa. Il gioco si svolge però sul filo del rasoio: circondata da basi NATO la Russia non può retrocedere più di troppo da Minsk, Belgrado, Chisinau, che ne costituiscono il simbolico ultimo bastione strategico prima della inevitabile “fase Kutuzov”.

Il Globalismo elitistico, irreligioso e nichilistico, ha da tempo individuato nel Putinismo cristiano-ortodosso l’unico concreto antagonista mondiale sul campo, politico, economico e culturale, ma la UE, sino a pochi mesi fa, non era particolarmente attiva sul fronte russofobo.

L’FSB russo, in collaborazione con l’intelligence bielorussa, ha di fatto intercettato un dialogo che mostrerebbe la regia del cancellierato di Berlino, in collaborazione con lo spionaggio polacco, sul caso del falso avvelenamento di Navalny:
Varsavia: L’avvelenamento è confermato, vero?
Berlino: Ascolta ……in questo caso non è poi questo fatto così importante. Siamo in guerra e in guerra tutti i metodi vanno bene…….
I popoli europei non sanno di essere in guerra con Putin, ma le élite militari e politiche europeistiche si dichiarano in guerra con la Federazione Russa e stanno di fatto battendosi per una loro guerra contro il presidente russo. Il responsabile di una frazione dell’intelligence all’estero, Sergey Nayshkin, ha infatti genericamente parlato di falsificazione dell’operazione Navalny e di falso avvelenamento, senza puntare specificamente o ripetutamente il dito sui tradizionali avversari dell’intelligence angloamericana, come avveniva solitamente in un contesto simile o come sarebbe avvenuto se vi fosse stato anche una poco più minima certezza.

I maggiori partiti politici tedeschi, a eccezione di una piccola frazione conservatrice della CDU e del movimento di nuova destra Alternativa per la Germania, chiedono ora la immediata sospensione del Nord Stream 2, una necessaria vendetta politica e geopolitica contro il Putinismo che avvelenerebbe gli oppositori.  Heiko Maas , ministro esteri di Berlino, ha dichiarato domenica 6 settembre che la Germania bloccherà il Nord Stream 2 se la Russia non riconoscerà la propria responsabilità nel caso Navalny.

Allo stesso tempo, però, si rafforza l’asse Modi-Putin sia sul piano della collaborazione militare sia su quello della collaborazione sanitaria, basata sulla produzione, da parte di aziende indiane, dello “Sputnik V” che avrebbe superato tutti i test del caso nel 100% dei casi, come testimonia la rivista medica britannica, altamente indipendente, Lancet.

E la stessa mossa di Trump sul Kosovo-Metohija, un duro colpo sferrato a UE e a Erdogan, di certo non può che andare incontro ai desiderata di Mosca. Allison, in un recente saggio su cui si è molto discusso, “Destinati alla guerra”, paragonava sostanzialmente la Cina odierna alla Germania dello scorso secolo, prevedendo come inevitabile un conflitto caldo tra Stati Uniti e Cina, secondo la tradizionale logica della “trappola di Tucidide”.

Viceversa, è a nostro avviso la Russia Putinista, non la Cina, a subire ormai da anni la fase strategica di accerchiamento (Einkreisung) sia da Occidente sia da Oriente; accerchiamento fino a ieri soprattutto politico e ideologico, da pochi anni anche economico.

C’è solo da augurarsi che cresca la fronda interna per far tornare sui propri passi la signora Merkel, che recherebbe gran danno a tutti i popoli europei nel persistere della sua durezza di fatale contrapposizione ai popoli ortodossi, dal Mediterraneo all’Europa centro- orientale.




LA VERITÀ IN BIELORUSSIA di A. Vinco

*sullo stesso tema: BIELORUSSIA. SOSTENERE LUKASHENKO? di Serguei Novikov

Secondo la stampa italiana mainstream (quindi anche quella della sinistra globalista), Putin non vedrebbe l’ora di dare avvio ad una lunga e permanente esercitazione militare in terra bielorussa, che sia così da monito ad ogni futura insorgenza nello spazio vicino.

In realtà, sia nella crisi di Minsk sia nella vicenda Navalny, ciò che sta emergendo è la forte e centrale trazione diplomatica e non militaristica esercitata dal Cremlino, di contro ai propositi ben più aggressivi che la Cancelliera (Kanzler) di Berlino e il rappresentante dell’UE, Josep Borrell, stanno manifestando.

Questi ultimi, probabilmente già certi che i Dem, fanatici russofobi anticristiani, tornino alla Casa Bianca per ridare finalmente avvio a una lunga stagione di fuoco e tensione nello spazio euro-russo assicurando alla Kanzler Frau Merkel e alla moribonda Deutsche Bank il tanto sospirato e dirimente Drang Nach Osten, sognano infatti una nuova Rivoluzione Arancione o di velluto che però, spiace per loro…, non c’è, né ci sarà.

Lo scenario bielorusso è ben diverso da quello dell’Euromaidan.

Non andrebbe dimenticato che in tempi recenti Lukashenko si era distinto per una strategia di chiara dissimulazione geoeconomica e geostrategica verso Mosca, aprendo su tutta la linea a Pechino: in ballo non ci sono solo i due miliardi di dollari che Xi aveva messo sul piatto per la “perla della Silk Road Economic Belt”, un parco di futuristica avanguardia tecnologica che la Cina avrebbe “donato” a Minsk, ma c’è soprattutto una vera e propria linea strategica filoeuropea e filocinese, portata avanti da Lukashenko negli ultimi tempi, non gradita a Mosca.

Del resto, la stampa russa da tempo sottolineava come Minsk, che aveva iniziato a importare petrolio occidentale mediante la Lituania, si era anche messa a disposizione di Xi Jinping per costruire un percorso di oleodotti alternativo a quello di Gazprom, su cui Pechino è costretta obtorto collo per ora a contare.

Il pesantissimo arresto, dello scorso luglio, di decine di volontari russi di ritorno dall’Africa, dove si erano recati per sostenere l’offensiva dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar, operato inspiegabilmente dal presidente bielorusso avrebbe dovuto dire qualcosa alla stampa italiana, ma pare non aver detto nulla.

Va del resto precisato che il più grande partner economico della Bielorussia rimane comunque la Federazione russa con circa il 40% dello scambio. La via bielorussa, quindi, difficilmente anche su questo versante si potrà eccessivamente rappresentare, anche in un futuro più o meno prossimo, come eterodiretta da Berlino o da Pechino. Dmitry Peskov, di contro ai propositi bellicosi di UE e Berlino ed in parte dello stesso presidente bielorusso, ha gelato, proprio due giorni fa, la controparte di Minsk con autentica doccia fredda precisando che Mosca, allo stato attuale, non vede motivi per un interventismo militare diretto in Bielorussia. Allo stesso tempo, ha segnalato che non sarà tollerata alcuna interferenza dei mercenari “Rivoluzionari” del Deep State euroatlantico sul modello ucraino.

Ma anche tale prospettiva pare assai aleatoria e parlare di Maidan bielorusso sarebbe forzato; lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov si è guardato bene dallo sposare su tutta la linea la retorica del presidente bielorusso precisando che le elezioni si sono svolte a Minsk “in modo non ideale” e le iniziali proteste di massa sono state patriottiche.

Non a caso è atterrato in queste ore in Bielorussia Dragomir Karic, console serbo di lungo corso, che sta trattando per una uscita indolore di scena del presidente bielorusso. La stessa Lituania ha risposto all’approccio diplomatico di Mosca, ripudiando le fughe in avanti “rivoluzionarie” su cui ha invece scommesso Berlino: il governo di Vilnius ha immediatamente detto di non riconoscere la Tikhanovskaya, che pur si trova in Lituania, come presidente.

Sia comunque chiaro che la stessa Tikhanovskaya rimanda a figure che in un modo o nell’altro risponderebbero in ultima istanza al capitalismo di stato moscovita o a Gazprom.

Al tempo stesso, però, va assolutamente dato il grande merito storico a Lukashenko di aver rifiutato, nello scorso gennaio, centinaia di milioni di dollari offertigli da OMS e FMI nel caso in cui avesse imposto il lockdown in Bielorussia.

Quali conclusioni trarre da un quadro così caotico e mutevole? Anzitutto che la stampa globalista italiana, russofobica nel dna, prende come al solito lucciole per lanterne e i sovranisti, “russofili di destra”, quasi in un strano gioco di coppia, ne seguono le indicazioni, per arrivare a posizioni solo apparentemente differenti. Globalismo di sinistra e sovranismo di destra costituiscono anche in tal caso i classici due volti della stessa moneta.

Immaginare un asse Pechino-Mosca è pura fantasia, come è pura fantasia immaginare l’interferenza russa nella competizione elettorale statunitense. Mosca non può avere alleati strategici, per storia e conformazione geografica. Ci torneremo su, se vi sarà modo, anche in relazione al contesto italiano.

In secondo luogo l’opposizione a Lukhashenko non è affatto, in larga maggioranza, russofoba e antiputinista. Tutt’altro. Quando iniziarono le prime rivolte contro i risultati elettorali, va ricordato, decine di combattenti patrioti della Federazione russa erano, contro ogni logica, detenuti nelle prigioni militari di Minsk e in Bielorussia lo sapevano tutti.

In terzo luogo, infine, va collegata la decisione del presidente Putin di lasciare trasportare il malato Navalny in un ospedale tedesco con l’approccio assolutamente diplomatico riservato alla crisi bielorussa: siamo ancora in una fase assolutamente interlocutoria, tutta tatticistica, in vista del risultato elettorale del Novembre americano.

Solo la Cancelliera, come è spesso avvenuto nella storia dello stato maggiore germanico, confonde la strategia con la fase tattica. Ben più diplomatico e assennato l’Eliseo francese, non a caso. E lo stesso Presidente del Consiglio Conte, per quante critiche gli si possano rivolgere su altri piani, non ha giocato male le sue carte geopolitiche.

L’UE, meraviglioso esperimento di pace, ha bisogno di guerre e continue Rivoluzioni Colorate per la propria sopravvivenza, da Belgrado ‘99 ad Ucraina 2014 gli esempi non mancano: per questo l’élite euro-germanica è gemellata con il clan russofobo e bellicista dei Dem e dei neocons statunitensi e per questo non possiamo considerare Conte un integrazionista euro-germanico.

Quattro anni di sostanziale pacifismo trumpiano, più vicino di quanto si creda alla Presidenza del Consiglio di Roma, hanno non a caso azzerato il peso internazionale della economicistica e mercantilistica UE condannandola a una stato di insipienza politica.

Infine, l’approccio diplomatico del Cremlino, con le fiamme alle porte di casa, può anche sembrare eccessivamente moderato; ma è questa una regolarità e una costante della storia russa. Nei momenti immediatamente precedenti a una probabile, per quanto non ancora certa allo stato attuale, pianificazione di grande aggressione strategica contro la Russia, il Cremlino ha sempre concentrato al massimo le forze al proprio interno evitando inutile dispendio di energie.




BIELORUSSIA: SOSTENERE LUKASHENKO? di Sergeui A. Novikov

Le elezioni svoltesi in Bielorussia hanno registrato una schiacciante vittoria per Lukashenko ed una secca sconfitta per i suoi avversari filo-occidentali.
Abbiamo chiesto ad uno dei più cari amici russi il suo punto di vista.

In quanto parte del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) il Partito Comunista Operaio Russo ha un’organizzazione comunista in Bielorussia.

Essi criticano fortemente Lukashenko come fondatore e pilastro del capitalismo di stato bielorusso, il quale non ha niente a che fare con il socialismo affatto. Tuttavia, nel dibattito tra la sinistra bielorussa prima delle elezioni per decidere se votare contro tutti i candidati, oppure sostenere Lukashenko, i nostri compagni hanno optato per quest’ultima opzione.
Il motivo principale è che essi non vogliono un nuovo Maidan (il rovesciamento politico a Kiev nel febbraio 2014) che condurrebbe la Bielorussia a far parte della NATO, nonché ad un’ampia privatizzazione del settore statale e tagli allo stato sociale.

Per quanto riguarda i manifestanti anti-Lukashenko, ci sono elementi dell’élite ed elementi popolari.

Ci sono, tra i manifestanti, molte persone assolutamente sincere, che sono scontente della burocrazia di Lukashenko e della crescente mancanza di democrazia, ma ci sono anche elementi dell’élite, che strumentalizzano questi giusti sentimenti per i loro fini. Va precisato che questi ultimi non sono così radicali come in Ucraina, ma sono tutti molto molto pro-occidentali e pro-americani.

Come sappiamo, il capitalismo di stato molto spesso si difende in modo molto brutale. Tutti ricordiamo (e non dobbiamo dimenticare) quel che accadde in Cina nel 1989. Non è un caso che i primi a congratularsi con Lukashenko per la sua cosiddetta vittoria sono state proprio le autorità cinesi.

Ed è qui che io vedo il problema principale.

Intendo la quastione del “male minore”.

Nella sinistra rivoluzionaria, c’è chi sostiene che, dal momento che nessuna delle due parti in Bielorussia ha qualcosa a che fare con il socialismo, allora non dovrebbe nemmeno porsi la  domanda su chi sostenere, perché tutti gli sforzi e tutte le energie politiche dovrebbero essere concentrate sull’alternativa socialista.

Di più, essi dicono, se uno è socialista, la cosa principale da fare è denunciare con forza entrambe le parti e la loro politica procapitalista, per quanto diversa essa spossa essere. La cosa principale, essi dicono, è che siccome il socialismo può essere raggiunto solo da una rivoluzione violenta, la cosa più  auspicabile è la situazione che aggrava tutte le contraddizioni capitalistiche così da suscitare la lotta proletaria, proveniente dal basso, piuttosto che agire per il ripristino del socialismo dall’alto o di limitarsi alla difesa minimale di alcuni dei suoi elementi.

Tuttavia, l’esempio dell’Ucraina mostra che i liberali e i nazionalisti escogitano la loro cosiddetta decomunistizzazione. Come risultato, molte persone di sinistra hanno lasciato l’Ucraina dopo il febbraio 2014 e sono dovute scappare in Russia chiedendo l’asilo politico.

I servizi segreti dell’Ucraina controllano e monitorano strettamente tutti i comunisti attivi e le persone di sinistra, apertamente sospettati di collaborazione con Mosca. Inoltre, l’amministrazione ucraina, prima Poroshenko e ora Zelensky, hanno distrutto completamente l’industria ucraina e l’agricoltura. Basti dire che da quest’anno l’Ucraina ha iniziato ad importare pomodori dalla Turchia.

Nessuno poteva nemmeno immaginare queata cosa, anche solo due o tre anni fa, visto che la terra in Ucraina è molto fertile e di solito esportavano prodotti agricoli piuttosto che importarli. Ora Zelenskyj ha imposto una completa privatizzazione delle terre. Il risultato è che la classe operaia e la classe contadina sono state completamente fatte a pezzi. Gli scioperi sono pochissimi e anche se ce ne sono, sono piuttosto spontanei e spesso falliscono. Così, a prima vista, lo spostamento filoamericano dell’Ucraina ha portato all’emarginazione di ogni movimento comunista e di sinistra.

Lo stesso in Russia, dove Putin ha celebrato la sua vittoria lo scorso luglio dopo il referendum sulle cosiddette modifiche costituzionali, dove il punto principale era quello che può rivendicare alla presidenza ancora per due mandati di 6 anni ciascuno. Quando ho provato a denunciare questa frode politica, ho sentito molte persone pronte a sostenere Putin a qualsiasi costo perché loro non voglio tornare agli anni ’90, cioè al capitalismo iniziale, molto brutale e pro-americano. Alcuni di loro hanno addirittura affermato che sono orgogliosi, che Putin non si arrende nella sua battaglia contro il mondo dell’imperialismo. E, naturalmente, tutti questi sentimenti sono stati motivati ​​dalla paura di un Maidan in Russia.
Adesso si fa molta fatica a dimostrare che Putin è anch’egli un liberale e che non c’è una grande differenza tra lui e i suoi avversari filoamericani.

Per quanto riguarda la Bielorussia, i comunisti bielorussi, per quanto mi riguarda, fanno troppo affidamento su Lukashenko.

Per quanto concerne la disputa territoriale tra Bielorussia e Federazione Russa, non mi pare sia una questione davvero importante, tale che possa provocare una pericolosa crescita del nazionalismo. L’economia bielorussa è strettamente associata con quella russa, molto più profondamente di quanto non fosse stato con l’Ucraina. Non si creda che l’eventuale sconfitta di Lukashenko trasformerà l’Ucraina in un nuovo fantoccio degli Stati Uniti come è successo all’Ucraina.

Io spero che i nostri compagni bielorussi capiscano la necessità di concentrarsi sul movimento operaio e sulla lotta di classe invece di concetrarsi nel sostenere il cosiddetto “male minore”. Ma mi rendo conto che questa soluzione rischia di essere astratta, facile da difendere in teoria, ma molto più difficile da mettere in pratica. Basti dire che se sei contro Lukashenko, precipiti immediatamente nel campo di una minoranza molto marginalizzata e proliberale.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, penso che la vittoria di Lukashenko alle elezioni sia stata un pò truccata, ma in realtà avrebbe vinto comunque. Forse non avrà ottenuto l’80%, ma il 60 o anche il 55, si. E sebbene a molte persone in Bielorussia non piaccia Lukashenko, meno ancora piacciono i suoi 4 avversari. A proposito, uno degli oligarchi russi ha affermato il mese scorso, che se per difendere Putin è necessario privare del diritto di voto i giovani russi, quelli che non sanno e nemmeno vogliono sapere cosa accadeva negli anni ’90, allora che lo si faccia per evitare nuove difficoltà e instabilità. Egli ha poi rettificato l’affermazione, ma è piuttosto interessante come esempio per capire il dilemma: se qualcun altro sale al Cremlino, perderemo la relativa stabilità e persino un po ‘di benessere: chi è disposto a tanto per avere la democrazia?

Per concludere, penso che i nostri compagni bielorussi abbiano commesso un errore nel sostenere Lukashenko. Questo non è tuttavia un grave errore. Può essere corretto se correttamente compreso, anche se sono ben consapevole che l’opzione giusta per la lotta di classe e per la campagna antiimperialista contro UE e USA e contro gli imperialismi russo e cinese è davvero molto difficile da perseguire. Può costare molte vittime e marginalizzare ancora di più il partito, ma è l’unica opzione che guardi al futuro, e non invece al passato.




PUTIN FASCISTA? di A. Vinco

Dal 25 giugno al 1 luglio si è tenuto in Russia un referendum per modificare la Costituzione che consente a Putin di restare in sella fino al 2036. Risultato: un plebiscito di sì. Gran parte della sinistra russa non solo si è opposta a quello che ha definito un “plebiscito truccato”, ha denunciato il pericolo di una “dittatura fascista”.

Ieri, 4 luglio, a Mosca, vicino all’edificio dell’Amministrazione presidenziale della Federazione Russa, circa 900 persone si sono radunate e hanno dichiarato di non riconoscere i risultati del voto sugli emendamenti alla Costituzione, in quanto organizzati a loro dire in un formato fraudolento che non si presta al controllo pubblico oggettivo.

Udalzov Mosca Protesta anti-Putin 4 Luglio 2020

Il coordinatore del Fronte di sinistra Sergey Udalzov ha detto ai giornalisti che l’opposizione sta chiedendo che le autorità non consentano più un tale formato per il voto, poiché tale pratica distrugge l’istituzione elettorale e porta alla dittatura fascista sotto forma di “Democrazia protetta”.

Udalzov ha anche chiesto di fermare la persecuzione dei rappresentanti dell’opposizione russa, di rilasciare prigionieri politici e di revocare il divieto di svolgere azioni di massa.

Tra i cittadini che sono giunti all’AP della Federazione Russa c’erano rappresentanti del Fronte di Sinistra, del Soviet di Mosca, del Partito Comunista di Gennady Zyuganov, del Partito della Causa, di “Altra Russia”, di “Solidarietà civile”, di Antifa Russia, di OKP e altre organizzazioni antifasciste e di Sinistra radicale.

I manifestanti hanno fatto una lunga fila lungo l’edificio dell’AP della Federazione Russa e hanno consegnato le loro richieste con i requisiti, tra cui Anastasia Udalzova, Maxim Kalashnikov, Georgy Fedorov, Boris Kagarlitsky, Andrey Seleznev e altri. Vicino all’Amministrazione presidenziale stessa e nelle vicinanze c’erano molti poliziotti e autobus di polizia in servizio, il deposito delle richieste sulla non validità degli emendamenti era completato nel tardo pomeriggio.

Da mesi il Fronte di Sinistra si è attivato contro i correttivi refendari di Putin in ogni città della Federazione russa con l’azione dei propri militanti.

Sergey Udalzov, leader carismatico del Fronte di Sinistra, è stato in detenzione per circa quattro anni, dopo l’arresto nella manifestazione anti-Putin del 6.05.2012. Si è più volte autorappresentato come “socialista e patriota” e ha sempre preso le distanze dal razzista filo-occidentale Navalny. I suoi punti di riferimento politici occidentali sono Podemos in Spagna, Melanchon in Francia, di cui è peraltro amico, Bernie Sanders negli Usa. Non conosce la scena politica di sinistra italiana a quanto pare.

Ad avviso del Fronte di Sinistra, il putinismo è una manifestazione, nel contesto russo, di quella Destra populista, di quell’epidemia sovranista che ha avvelenato e disgregato l’Occidente dall’interno. In questo senso è una forma di fascismo o, dato il contesto storico russo, neo-zarismo populista; il muro alle vittime della repressione sovietica e i monumenti al dissidente Solzenicyn fatti alzare da Putin 100 anni dopo la Rivoluzione d’ottobre provocarono la rivolta di Fronte di Sinistra e comunisti russi.

La linea strategica di Udalzov è battere la destra populista putinista con una sinistra populista e patriottica, “non svendendo la Russia alle multinazionali occidentali, come fece El’cin”.

Il tentativo tattico che egli insegue da anni è quello di creare un fronte unito di Sinistra radicale antifascista – dai socialdemocratici agli anarchici ed ai marxisti ortodossi e questo tentativo, con l’unione tattica antirefendaria, potrebbe oggi andare in porto. L’obiettivo del Fronte è la democrazia diretta assembleare contro la democrazia protetta elitista di Putin.

Significativo il supporto di Zyuganov, che è su posizioni di antiputinismo radicale. Il consenso verso i comunisti è in crescita, soprattutto a Mosca e S. Pietroburgo, meno nelle periferie.

Zjuganov Mosca 6 Giugno 2020

Sembra quasi ripetersi il trend occidentale, con la metropoli progressista fortino della Sinistra contro le periferie conservatrici.

Il presidente del Partito Comunista della Federazione Russa ha invitato prima del referendum a votare NO alla consultazione nazionale sugli emendamenti alla Costituzione russa, tutte le forze della Sinistra radicale antifascista invitavano invece a boicottare il processo e a non recarsi alle urne.

Zyuganov, nell’ultima intervista concessa ai giornalisti, ha collegato il Covid-19 al processo di disgregazione mondiale della catena del valore liberista, ha indicato nella “Cina Socialista e Democratica” l’avanguardia mondiale non solo nell’economia e nella sfera sociale, ma anche sul piano sanitario e nella pratica di lotta alla nuova epidemia.

La crisi sistemica del modello liberista si potrebbe risolvere per il leader comunista o con una nuova guerra mondiale o con una rivoluzione socialista e inter-razziale negli Usa, unico mezzo per fermare il conflitto interimperialista.

La Cina di Xi Jinping avrebbe fatto tesoro della “Grande Rivoluzione d’Ottobre, della Modernizzazione di Lenin-Stalin, della Grande Vittoria del 1945” mentre la Russia non avrebbe per nulla fatto tesoro di ciò e non si può vantare dell’eredità Socialista, essendo precipitata nel Neo-zarismo o nella via di una Destra populista e semifascista.




UN APPELLO DALLA RUSSIA di Fabio M. Frati*

Nell’ambito delle iniziative previste in Russia per celebrare il 75mo anniversario della vittoria dell’Armata Rossa sulle forze nazifasciste, che avevano invaso il paese nel corso della II Guerra Mondiale, è stata prevista la costruzione di un Memoriale all’interno del Parco Patriottico di Mosca.

Sulle pareti di questo memoriale, saranno impressi i nomi di tutti i combattenti della Grande Guerra Patriottica che servirono nell’esercito e nella Resistenza.

Le forze politiche e le organizzazioni russe, impegnate nell’organizzazione e costruzione di questo importantissimo progetto di tutela della memoria, fanno appello a tutte le organizzazioni partigiane italiane per partecipare a questa iniziativa inviando foto e storie di tutti i nostri combattenti, soldati e partigiani, che resistettero all’invasore contribuendo a liberare il nostro paese.

Attualmente sono già presenti nel data base russo, oltre un milione di foto e nomi di chi combattè allora.

Informazioni sul progetto “Strada della Memoria”

Il progetto “Memory Road” è stato implementato dal Ministero della Difesa della Federazione Russa nel quadro di un elenco di iniziative approvate dal Presidente della Federazione Russa volte a perpetuare la memoria di coloro che sono morti mentre difendevano la Patria. “The Road of Memory”, la Strada della Memoria, è un singolo database accessibile al pubblico , di ciascun partecipante alla Grande Guerra Patriottica.  La “Memory Road” troverà la sua implementazione con la costruzione del più grande monumento commemorativo russo. Il monumento con i nomi e i ritratti degli eroi della Grande Guerra Patriottica, verrà costruito a Mosca  nel Parco culturale e ricreativo, già dedicato all’esercito patriottico russo, insieme alla Chiesa principale delle Forze armate Russe.

Una Strada della Memoria sarà quindi presente nel complesso del “Tempio”, un grande memoriale per commemorare milioni di nomi di veterani combattenti, militari e civili.

In occasione del 75 ° anniversario della Grande Vittoria, è stata anche costruita nel territorio del parco anche la chiesa più importante delle forze armate russe.
Una chiesa nel parco dedicato ai patrioti…”Patriot”, come simbolo della spiritualità dell’esercito russo che solleva la spada solo per difendere la Patria.

In questo luogo della memoria sarà immortalato il ricordo degli eroi della Grande Guerra Patriottica. I loro nomi saranno impressi per sempre nella “The Road of Memory”, la Strada della Memoria, che diverrà così il più grande monumento storico-militare esistente.

Per svolgere questo compito al meglio, servirà un enorme lavoro per riuscire ad inserire in un singolo database, le informazioni sui partecipanti alla Grande Guerra Patriottica.
Sarà necessario condurre una ricerca correlata di fotografie e nomi di tutti quelli che parteciparono combattendo come soldati nella Grande Guerra Patriottica e nelle organizzazioni partigiane russe, italiane e di altri paesi europei che resistettero contro le occupazioni naziste. I nomi e i ritratti di questi valorosi a cui tantissimo dobbiamo, rimarranno così per sempre nella memoria dei compatrioti e dei discendenti.

Come Partecipare

Il Ministero della Difesa russo ha invitato quindi i cittadini a inviare i nomi e le fotografie degli antenati che difesero la Patria dal 1941 al 1945.

Un appello simile è stato fatto anche a tutte le organizzazioni partigiane italiane e ai singoli cittadini per pubblicare nomi, foto, ricordi di tutti i nostri connazionali che combatterono nella Resistenza a qualsiasi titolo.

Per farlo basterà andare sul sito e seguire quindi le istruzioni.

Nella galleria, sulla base di tecnologie speciali, saranno presentati i nomi e le fotografie dei partecipanti alla Grande Guerra Patriottica e alla Resistenza.

* Fabio M Frati, MPL-Programma101




RUSSIA: VERSO IL DOPO-PUTIN di Maurizio Vezzosi

Riceviamo e pubblichiamo
In occasione del tradizionale discorso che ad inizio anno il presidente della Federazione Russa rivolge all’Assemblea federale, Vladimir Putin ha annunciato la volontà di apportare alcune modifiche alla costituzione federale. All’annuncio hanno fatto seguito le dimissioni del capo del governo e presidente del partito Edinaja Rossija (Russia Unita) Dmitrij Medvedev: all’impopolare Medvedev è subentrata la figura non particolarmente nota di Michail Mišustin, ex capo del servizio tributario federale (il corrispettivo dell’Agenzia delle entrate in Italia).

Tra i ministri del vecchio esecutivo confermati nella nuova compagine governativa – in tutto 12 su 21 – spiccano i nomi di Sergej Lavrov (ministro degli Esteri) e Sergej Šoigu (ministro della Difesa). Un fatto che conferma come sia il progetto di modifica costituzionale che la formazione del nuovo governo non abbiano nulla a che vedere con il posizionamento e la strategia internazionali del Cremlino, a cui anzi le mosse di Vladimir Putin vogliono assicurare il massimo della continuità.

L’allontanamento del liberale Medvedev sembra quasi voler ricucire lo strappo – in particolare con il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) – e lenire il calo di consensi prodotto dalla recente ed impopolare riforma delle pensioni e dall’aumento dell’IVA.

Pressoché in contemporanea con lo scioglimento del vecchio governo e la formazione del nuovo si è palesato anche l’allontanamento del consigliere presidenziale per l’Ucraina Vladislav Surkov, in carica sin dagli albori del conflitto esploso in Ucraina nel 2014. A Surkov è subentrato Dmitrij Kozak presenza russa in Transnistria: di quest’ultimo non vanno ignorate le origini ucraine, origini che certamente lo faciliteranno nelle sue funzioni. Ben poco, comunque, sembra destinato a mutare nella strategia ucraina del Cremlino in relazione a questo avvicendamento, che può riassumersi con la conferma della volontà di dialogo e di normalizzazione dei rapporti con Kiev.

Il nuovo governo e il progetto di modifica costituzionale hanno certamente un nesso con il dopo-Putin, ossia con ciò che avverrà dopo il 2024, anno in cui Vladimir Putin dovrà fare i conti con la fine del suo quarto mandato presidenziale, e del secondo consecutivo. Il ventaglio di ipotesi sulle modalità attraverso le quali Putin potrebbe evitare di uscire di scena è ampissimo: dall’incarico a primo ministro (come avvenuto tra il 2008 ed il 2012), a quello di capo del Consiglio di sicurezza federale (magari sul modello kazako, in fase di istituzione), a presidente di un’ipotetica Unione di Russia e Bielorussia. Quel che sembra probabile è che non abbia affatto intenzione di uscire di scena e che voglia intervenire sull’assetto istituzionale per fare in modo che in futuro l’eventuale nuovo inquilino del Cremlino possa metterne in discussione il ruolo. Proprio questo potrebbe essere il senso da attribuire al progetto di modifica costituzionale proposto: tra i suoi obiettivi quello di rafforzare i poteri del Parlamento – soprattutto nella designazione del governo –, di istituire un Consiglio di sicurezza e di dare maggiore responsabilità ai governatori regionali.

Secondo i recenti sondaggi dell’autorevole centro di ricerca sociale Levada, quasi la metà dei cittadini della Federazione Russa ritiene che il progetto di modifica costituzionale sia funzionale agli intenti di Vladimir Putin. Poco meno della metà dei cittadini della Federazione ritiene, secondo lo stesso centro di ricerca sociale, che le modifiche costituzionali siano destinate a produrre miglioramenti per il Paese. Solo il 7% dei russi, secondo il Levada, dopo il 2024 vorrebbe non vedere in alcun modo la figura di Putin coinvolta nella sfera pubblica. Oltre un quarto dei russi, vorrebbe invece vederlo di nuovo alla presidenza della Federazione: un numero grosso modo equivalente vorrebbe invece che si ritirasse a vita privata. Un altro 20% circa vorrebbe Putin con un incarico istituzionale di altro tipo.

Alcuni giorni dopo la nomina del nuovo governo Putin ha dichiarato: «È necessario che le persone partecipino a questa consultazione e dicano se vogliono o meno questo cambiamento, e che la cittadinanza del nostro Paese partecipi concretamente a questo passaggio che accetterà definitivamente questa modifica o lo rifiuterà. Soltanto dopo questo passaggio, in cui le persone si esprimeranno, firmerò o mi asterrò dal firmare il progetto di modifica».

In attesa della consultazione referendaria – di cui non sono noti i dettagli – attesa per aprile, la Duma – nel primo dei tre passaggi necessari – ha approvato all’unanimità il documento contenente il progetto di modifica costituzionale.

* Fonte: Atlante Treccani




DOPO LA BREXIT, LA RUSSIA COME ALTERNATIVA? di Manolo Monereo

Manolo Monereo

Enric Juliana è un giornalista unico e, per molti versi, diverso. Il suo stile è quello di collocare storicamente il fatto, i dati, le notizie; cercando di andare oltre il giorno per giorno, inquadrando ciò che accade in un contesto più ampio. Qualche giorno fa ha collegato la Brexit alla geopolitica assumendo come riferimento Halford Mackinder. Non ha detto molto di più. Mi aspettavo che sviluppasse questa idea, ma non l’ha fatto. Quindi tiro questo filo sapendo che, sicuramente, il noto giornalista catalano non sarà d’accordo con molte delle cose che scrivo.

Sir Halford Mackinder (1861-1947) fu un notevole geografo britannico e un politico molto influente. Questa doppia condizione deve essere sempre presa in considerazione; egli ha cercato di conoscere la realtà, sempre al servizio degli interessi strategici del suo paese. Sebbene non abbia mai usato il termine geopolitica, ha influenzato in modo decisivo questa disciplina che alcuni considerano la scienza e altri un’arte politica dello Stato. Nel 1904 pubblicò una noto saggio dal titolo “Il perno geografico della storia”. Nel 1919 sviluppò queste idee in un libro molto importante ai suoi tempi, chiamato “Idee e realtà democratica”. Non è facile spiegare in un articolo come questo la complessità, la profondità e le ipotesi di una concezione geografica che ha segnato, per più di un secolo, i dibattiti strategici e politici di un mondo in perpetuo cambiamento. Forse questo è ciò che sorprende di più. Il “problematico Mackinder” ritorna ancora e ancora, e ritorna — precisamente — quando i teorici della globalizzazione ritengono che il territorio e la geografia abbiano perso la loro rilevanza nelle relazioni internazionali.

Per capire bene cosa Mackinder continua a dirci oggi, dobbiamo partire da due idee centrali. La prima è l’opposizione strutturale della geopolitica mondiale tra potere marittimo (talassocrazia) e potere terrestre (tellurocrazia); Questa opposizione è sostanziale e influisce sulle strategie politiche e militari e ha conseguenze per la costruzione e lo sviluppo degli Stati. La seconda, ampiamente sviluppata nel saggio sopra citato di Mackinder, ha a che fare col sopraggiungere di una nuova fase della geografia mondiale, fase che potremmo chiamare post-colombiana. Le scoperte di Cristoforo Colombo segnarono un’intera fase storico-sociale delle potenze dell’Europa (che è una penisola dell’Eurasia) che si espansero in tutto il mondo attraverso gli oceani diventando vasti imperi in collisione permanente. Mackinder crede che questo stadio si sia cocnluso. Il mondo si era chiuso, essendo distribuito tra le grandi potenze, con una chiara egemonia dell’impero britannico. La chiave — siamo così in cuore del dibattito — è che i poteri talassocratici avevano perso parte del loro vantaggio strategico e che il territorio era ancora una volta un elemento centrale (tellurocrazia).

Il geografo britannico identifica un territorio fondamentale che chiama l’isola del mondo composta da Europa, Asia e Africa. Al suo centro, un perno geografico che, in seguito, avrebbe chiamato Heartland o Cuore Continentale. Da questo centro nascono due grandi linee, una interna e una esterna. L’Heartland occuperebbe un ampio spazio di ciò che chiamiamo Siberia e Asia centrale; cioè, dal Volga allo Yangtze e dall’Himalaya all’Oceano Artico. La conclusione di Mackinder segna un’intera era ed è ben nota.  

«Quando i nostri statisti stanno conversando con il nemico sconfitto, qualche angelo alato dovrebbe sussurrare loro di volta in volta: chiunque domini l’Europa orientale controlla il cuore continentale; chi domina il cuore continentale controlla l’isola del mondo; che domina l’isola del mondo, controlla il mondo». 

Una piccola nota: ciò che si stava decidendo in quel momento (1919) era il nuovo ordine concordato a Versailles. 

Torniamo alla Brexit. Questo mese ho pubblicato su El Viejo Topo un saggio sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Mi riferisco ad esso per le altre considerazioni. Una cosa vorrei sottolineare: la ferocia della classe dirigente e dei media europei contro una decisione democratica e legittima non ha una spiegazione facile. Insulti e disprezzo hanno raggiunto limiti difficilmente sopportabili, al punto che la secessione della Scozia è incoraggiata in un momento in cui la questione territoriale è un grave problema in Spagna. A ciò hanno partecipato sia la destra che la sinistra. Nessun leader importante si è chiesto perché, dal 1992 (referendum francese), nessuna consultazione sull’Europa abbia vinto. E’ accaduto solo in Spagna, il che non è un caso. La mancanza di autocritica delle élite europee è allarmante. Il paradosso di tutto questo dibattito è che per gli europei più federalisti la partenza dalla Gran Bretagna avrebbe dovuto essere vissuta come un’opportunità. La costruzione neoliberista dell’Europa è stata giustificata, in larga misura, dalla presenza della Gran Bretagna; l’involuzione sociale, la predominanza delle libertà comunitarie e la deregolamentazione dei mercati sono state tradizionalmente attribuite alla presenza di un’isola percepita più come una quinta colonna che come costruttore leale di un processo di integrazione unitaria. 

Si può capire cosa sta succedendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sulla base del fatto che nel mondo stanno cambiando le basi geopolitiche e che siamo (in questo mondo chiuso) di fronte a una grande transizione che ha al suo centro una grande ridistribuzione del potere. Per dirla in altro modo, ciò che abbiamo chiamato globalizzazione è alò tramonto. Non sarà facile capire le mutazioni che stiamo vivendo; non sarà facile capirle e, tanto meno, avere una piattaforma ideo-politica in grado di guidarci in un mondo in rapido cambiamento. Ciò che sta accadendo lo abbiamo davanti ai nostri occhi: un potere (USA) che rifiuta di accettare la sua decadimenza, che non è disposto a condividere, in nuove condizioni, la sua egemonia mondiale e che affronta un potere emergente (Cina) che è destinato a cambiare l’ordine mondiale. Lo dirò come lo disse Kaplan: gli Stati Uniti non accetteranno il dominio di una grande potenza nell’emisfero orientale. Lo combatterà con ogni mezzo e fino alla fine. La “trappola di Tucidide” è ancora presente. 

In questo mondo che cambia, le grandi potenze economiche britanniche vogliono camminare da sole; mettono al centro i loro interessi strategici e, dalla loro autonomia, cercheranno alleanze con l’Europa; o meglio, con alcuni paesi europei. Nessuno mette in discussione gli accordi sostanziali con gli Stati Uniti, e il Regno Unito li perseguirà con la propria voce e difendendo i propri interessi. L’altro lato della questione dovrebbe sollevare qualche riflessione agli europeisti che ci accerchiano. I dati più rilevanti per gli uomini e le donne che si trovano nella UE è che maggiore è l’integrazione, minore è la capacità europea di essere un soggetto autonomo e differenziato nelle relazioni internazionali in cui le grandi potenze definiscono interessi e quadri d’azione. 

Con Mackinder ritorna la Russia. Per gli Stati Uniti il ​​fronte europeo è secondario, ora sono occupati in qualcos’altro: contrastare l’egemonia della Cina nel Pacifico. La NATO ha questo scopo, subordinare una UE senza anima e senza un progetto, dividerla e impedire un partenariato duraturo con la Russia. La “casa comune europea” è stato un progetto fallito delle élite russe che facevano affidamento su un’alleanza con le democrazie occidentali. Putin è il figlio di quel fallimento. Prese atto e trasse le opportune conseguenze strategiche. Gli Stati Uniti hanno provato — e continueranno a provare — a trasformare la Russia in un grande potere avversario dei popoli europei. È la ricerca di un nemico che giustifica l’esistenza della NATO, la corsa agli armamenti e l’inimicizia tra Germania e Russia. L’espansione a est della NATO, la rapida integrazione degli ex paesi socialisti nella UE e il loro rigido allineamento con l’amico americano è lo stesso processo, dobbiamo insistere, per impedire qualsiasi associazione economica e politica con la Russia; vale a dire, con il perno geografico mondiale o Heartland continentale.

Più di 20 anni fa, Brzezinski, parlando dei futuri pericoli per gli Stati Uniti, scrisse quanto segue: 

«Lo scenario potenzialmente più pericoloso sarebbe quello di una grande coalizione tra Cina, Russia e forse Iran, una coalizione” anti-egemonica “unita non da un’ideologia ma da torti complementari. Ricorderei, a causa delle sue dimensioni e portata, la minaccia rappresentata, ad un certo momento, dal blocco sino-sovietico, anche se questa volta la Cina sarebbe probabilmente il leader e la Russia il gregario. Evitare questa contingenza, per quanto remota possa essere, richiederà un dispiegamento simultaneo di abilità strategiche statunitensi nel perimetro occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia».

 Il noto analista geopolitico americano aveva ragione ed fu in grado di intravedere il futuro. Quando si tratta di soluzioni, riappare sempre Rimland o l”anello continentale” di Spykman.

Europa e Germania hanno geoeconomie complementari e potrebbero avere strategie geopolitiche convergenti. Esistono conflitti (come quello in Ucraina) ma sarebbero risolvibili nel quadro di un accordo di partenariato economico, energetico e politico. Il presupposto è che l’Europa abbia un suo progetto autonomo nelle relazioni internazionali; cioè, di disimpegno dalla NATO, definendo i suoi interessi strategici e cercando il suo posto in un mondo che transita, con enormi difficoltà, verso la multipolarità. Il mio vecchio insegnante Samir Amin ha parlato fino al’ultimo di un asse Parigi-Berlino-Mosca-Pechino.  

Mackinder ritorna e, con lui, l’Eurasia. La storia, non solo non è finita, ma ricomincia. 

Madrid, 10 febbraio 2020

BARCELLONA, 11 FEBBRAIO: CONFERENZA SULLA GEOPOLITICA DI MANOLO MONEREO 
 
* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder




PUTIN, L’EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.


Va premesso che il valore del Presidente Putin quale statista di peso globale è assai alto, forse il più notevole dell’intera storia russa se si eccettuano la strategia di Kutuzov e gli originari impulsi di un leninismo rivoluzionario che rimase però lettera morta, dato che nazionalisti grande-russi da un lato, sionisti-bolscevichi dall’altro, puntarono da subito a normalizzare, portandolo nella propria direzione, il processo rivoluzionario (1)

Vladimir Putin è oggettivamente un Nemico strategico del piano sionista mondiale Ynon, piano per la realizzazione del Grande Israele e per la balcanizzazione totale del Grande Medio Oriente. Concepito nei primissimi anni ’80 tale Piano ha influenzato la storia contemporanea come nessun altro evento, Rivoluzione Islamica Iraniana a parte. Ebbene, se tale Piano sino ad ora non è affatto andato in porto — la stabile presenza di Bashar Al Asad a Damasco ben lo mostra, come d’altra parte la centrale presenza in luogo dell’Iran rivoluzionario, unico Stato Sovrano del pianeta — il merito di Putin ci pare al riguardo indubbio. Vi sono però due elementi da tenere in considerazione. Putin ha iniziato a governare dall’anno 2000 con uno Stato profondo russo in buona parte infiltrato da una lobby israeliana con doppia cittadinanza, lobby la cui atavica Russofobia si manifestò evidentemente allorquando questa stessa optò per il sostegno ad una particolare forma di Islam, quella reazionaria filoccidentale e filocapitalista wahhabita, che si stava importando nella allora autodenominata Repubblica cecena di Ichkeria. Il presidente Putin operò allora con rara maestria di grande statista: stabilì la piena appartenenza della Comunità Mussulmana russofona nella Umma globale arrivando tacitamente ad appoggiare talune posizioni teologiche che contemplano una più importante affinità tra Ortodossia cristiana russa e Sciismo mussulmano piuttosto che tra la prima ed i vari rami confessionali del cattolicesimo o protestantesimo occidentali ma al tempo stesso dichiarò guerra a quello che la retorica panrussa e panortodossista del Cremlino definì semplicemente terrorismo, non Islam né tantomeno islamismo, dunque strumento geopolitico di varie e differenti potenze antirusse (compresa quella Israeliana). La strategia del Presidente Putin puntò sin dall’inizio del suo primo mandato a stabilire un’amicizia strategica con l’Islam e con quei popoli mussulmani sensibili alla sirena antiamericana, antisraeliana e antioccidentale. Fu una svolta storica, nella storia russa, pari solo a taluni motivi leninisti invocanti nei primissimi anni ’20 dello scorso secolo il Jihad globale anticapitalistico. 

Vi è però un secondo elemento che complica in modo terribile le cose. Il Presidente russo sente il profondo richiamo dell’appartenenza a un popolo che è stato concretamente, con le decine di milioni di caduti, l’elemento soggettivo vincitore, sul campo, della Seconda

Guerra Mondiale; per quanto sia oggi convinto dell’assoluta validità teorica politica degli illuminati e saggi principi espressi dal grande e nobile russo Alexander Solzenicyn, il quale nella famosa Lettera ai capi dell’URSS voleva superare il materialismo marxista senza cancellare quel che di buono era comunque venuto fuori dall’esperienza statalista sovietica, tuttora Putin non si stanca di riferirsi all’epoca di Yalta come ad una presunta epoca di pace e equilibrio. Ma Yalta significa il battesimo dello stato sionista definito Israele, nato su sponsorizzazione principale della Unione Sovietica di Stalin, che lo impose come assurdo dato di fatto alle stesse riluttanti potenze occidentali. Vladimir Putin sa tutto questo. 

L’Iran rivoluzionario fondato da Imam Khomeini si pone chiaramente in senso antagonista a tutto ciò che rimanda allo spirito di Yalta, considerando l’Islam e l’Iran nel campo degli sconfitti e degli umiliati del 1945. 

I due più grandi studiosi viventi del pensiero politico dell’Imam, P. Abdolmohammadi ed E. Abrahamian, hanno sottolineato la profonda affinità dei principi della Rivoluzione Iraniana con il “populismo” peronista Tercerista, anticapitalista ed antimarxista. Dal pensiero politico di Peròn e della Signora Evita l’Imam avrebbe mutuato il simbolico slogan: Né oriente Né occidente, Né Usa né Urss né Cina ma Iran islamico, quale Terzo Campo antimperialista. Ad esempio, nell’uso che l’Imam inizia a fare dai primi anni ’70 dello scorso secolo delle parole mostafazin e shahid tale influsso tercerista sarebbe evidente. Mostafazin finirebbe per indicare una ampia categoria soggettiva che assomiglia in modo impressionante ai descamisados della Signora Evita Peròn; sarebbe così nato il Fronte degli Oppressi della Terra contro gli usurpatori materialisti e filosionisti di Yalta. Il termine Shahid, di uso tradizionale nel mondo teologico mussulmano, vedrebbe però un salto qualitativo con la concezione “soggettivista”, rivoluzionaria e volontarista di Imam Khomeini; se l’Imam nei discorsi del 1963-64 per commemorare gli uomini uccisi nella rivolta del Giugno 1963 parlava di “sventurati”, nel corso della Rivoluzione, la Guida userà il termine di martiri, sottolineandone tutta la carica di sovversivismo politico, immanentistico e metafisico al tempo medesimo; solo il martire politico, in questa epoca di civiltà, colui che dona totalmente la propria esistenza agli Oppressi dal capitalismo globale, supporterebbe lo Spirito del Tempo e potrebbe coadiuvare l’occulta e misteriosofica azione dell’Imam Mahdi. Inoltre, il periodo dell’esilio parigino fu molto importante per l’Imam, anche se ciò è di solito del tutto trascurato in tutte le biografie che abbiamo analizzato. 

Lì, di fronte ad una ostilità ed a una indifferenza generale occidentali per la sua concezione del mondo, solo taluni gruppuscoli del neofascismo francese e italiano manifestarono la propria devota ammirazione per questa leggendaria figura di Rivoluzionario. L’Imam Khomeini arrivò a benedire le loro case editrici, che quasi

clandestinamente facevano circolare materiale storiografico revisionistico rispetto alla versione storica occidentale consolidata dopo il 1945 con l’egemonismo sionista imperante in tutta l’Europa occidentale, dette il Suo consenso alla loro azione sociale, arrivando a definire Benito Mussolini un politico di appartenenza islamica e non occidentale, profetizzando che l’Iran Rivoluzionario avrebbe mandato in frantumi Yalta (2). Taluni di questi militanti neofascisti italiani e francesi sosterranno poi l’Iran nei fronti di guerra afgano e iraniano-irakeno (3). Per quanto si debba essere scettici sull’uso di categorie politologiche occidentali per giudicare i fenomeni che scuotono l’univero islamico, vale ricordare che Sternhell, uno storico israeliano di orientamento marxista , ribattendo a quanti sostenevano che il franchismo spagnolo sarebbe stata una forma di fascismo, in un noto Convegno dell’Università storica parigina, arrivò a definire Peròn e Khomeini “gli unici fascisti dopo Mussolini” (4). La prima edizione de “Il Governo Islamico” dell’Imam fu non a caso tradotto da una casa editrice della destra sociale italiana subito dopo la Rivoluzione.

In conclusione, considerando tali elementi, dobbiamo ricordare che Vladimir Putin è il discepolo di Primakov, lo statista e diplomatico russo della “vecchia guardia” più orientalista, antioccidentale e filoislamico che vi sia stato. Se ciò non ha fatto di Putin sino ad oggi un rivoluzionario antioccidentale ed antisionista, accredita come ben più veridica la versione del Mullah Putin piuttosto che quella, assai malevola e fantasiosa, dell’amico di Netanyahu. E’ doveroso ricordare che nella guerra globale ibrida antisraeliana, la Russia ha perduto in anni recenti, sul fronte mediorientale, due figure di primissimo piano del GRU (5) e che il dissidio geopolitico russo-israeliano, negli ultimi mesi, avrebbe assunto aspetti non trascurabili e non più sottovalutabili: dall’arresto di spie israeliane in Russia allo schieramento militare, sempre più strategico, russo-iraniano dal mar Arabico al Nord dell’Oceano Indiano, tali eventi potrebbero indicare che il Presidente russo, che considerava Soleimani “un vero e sincero amico” e che avrebbe subito pure un duro colpo con l’omicidio del Generale iraniano, si possa velocemente spostare, con l’abilità e la prudenza che lo contraddistingue, sulle posizioni di un più radicale antisionismo, modello iraniano. La possibilità di assicurare finalmente un equilibrio alla regione mediorientale mediante una azione coordinata anti-egemonica da parte di Russia, Iran, Turchia non è da escludere e le prime immediate mosse del Presidente Putin paiono indirizzarsi verso tale prospettiva.



NOTE

1) L’oggettiva analisi della parabola storica sovietica fatta da Zjuganov caratterizza la storia post-rivoluzionaria dome dominata da un sotterraneo conflitto tra i due partiti: “il partito del nostro paese”, chiaramente nazionalista e grande-russo, ed il “partito di questo paese” (mondialista e sionista). L’elemento che emerge da subito è che il leninismo rivoluzionario ed antimperialista finì di esistere con la sconfitta bolscevica di Varsavia (1920). Cfr G. Zjuganov, “Stato e Potenza”, Parma 1999.

2) Gli scritti al riguardo sono purtroppo assai rari; si veda comunque G. Sorgonà, “La scoperta della destra. Il MSI e gli Stati Uniti”, Roma 2019, pp. 80-81, per la contezza del fatto che gli unici gruppuscoli politici che nel ’79 sostennero in Italia la Rivoluzione Islamica erano quella della Sinistra antialmirantiana del MSI che consideravano Khomeini “la Spada dell’Islam contro Yalta” o F. Freda, “Monologhi”, Padova 2007, p. 58 circa la benedizione impartita dall’Ayatollah Khomeini a Parigi.
Testimonianze simili ha fornito anche P. Buttafuoco nel corso di interviste ed interventi a Convegni. L’ambasciatore italiano Mezzalama, invece, a Tehran durante l’occupazione dell’ambasciata statunitense, ha testimoniato che dal ’79 ai primissimi anni ottanta Perugia con la sua Università per stranieri fu teatro di durissimi scontri tra studenti iraniani khomeinisti e comunisti iraniani avversari del pensiero politico di Ruhollak Khomeini: i primi sarebbero stati attivamente appoggiati dai neofascisti, i secondi dal PCI e da fazioni dell’estrema sinistra. La situazione del capoluogo umbro fu causa di una seria controversia diplomatica tra la Repubblica Islamica e la Repubblica italiana, al punto che dovette intervenire il Vaticano stesso per tacitare la questione di cui all’epoca parlarono quotidianamente i media iraniani.


3) Al riguardo si veda ad esempio M. Golia, “Con i Ribelli contro il mondo moderno”, Padova 1987. Sul martirio di Edoardo Agnelli, “primo martire sciita in Italia”, ha sollevato l’attenzione un giornalista de “Il Secolo d’Italia”, vecchio quotidiano del MSI, G. Puppo.

4) Testimonianza di Sergio Romano: Milano Convegno Maggio 2015, “Islam in Europa”. Va comunque ben precisato che l’Imam Khomeini in una intervista rilasciata a O.Fallaci nel Settembre 1979 smentì seccamente l’accusa di Fascismo mossa alla Rivoluzione Iraniana.

5) Assai pesante e non dimenticata la perdita del Generale Igor Sergun, “Eroe della Federazione Russa”, caduto coraggiosamente in Libano (3 gennaio 2016) durante un pieno e devoto adempimento del dovere al servizio della madrepatria.

 




L’INTERVENTO RUSSO IN SIRIA di Maurizio Vezzosi

[ venerdì 20 dicembre 2019 ]
 


Tratti e obiettivi dell’intervento russo in Siria
di Maurizio Vezzosi

Intervista a Maria Chodinskaja-Golenisheva


Maria Chodinskaja-Golenisheva è un’arabista e diplomatica russa. Dopo sette anni trascorsi alla rappresentanza permanente della Federazione Russa presso la sede ONU di Ginevra, segue ora le questioni del Vicino Oriente a Mosca presso il ministero degli Affari esteri della Federazione Russa. Attualmente è in visita in Italia per presentare l’edizione italiana del suo Siria. Il tormentato cammino verso la pace (Sandro Teti Editore). Era già stato pubblicato in italiano lo scorso anno Aleppo. Guerra e diplomazia.

D. Ambasciatrice Chodinskaja-Golenisheva, come sintetizzerebbe le ragioni dell’intervento militare in Siria della Federazione Russa?

R. Nel 2015, quando è stata assunta la decisione di intervenire in Siria, sul campo si trovavano già alcune migliaia di jihadisti in armi arrivati dalla Federazione Russa e dalle altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica: questo fatto costituiva e costituisce tuttora una minaccia reale e concreta alla sicurezza nazionale russa. È molto importante comprendere questo. Con le guerre del Caucaso, a partire dagli anni Novanta, il nostro Paese ha conosciuto a proprie spese le conseguenze del terrorismo con gli attacchi agli edifici residenziali, alla metropolitana di Mosca, al teatro della Dubrovka, alla scuola di Beslan ed altri. Per queste ragioni la nostra società non accetta alcuna forma di tolleranza o di debolezza nei confronti del terrorismo. Intervenire militarmente in Siria, dunque, ha avuto tra i suoi obiettivi quello di impedire alle migliaia di jihadisti provenienti dal mondo ex sovietico di nuocere alla Federazione Russa.

Oltre a questo, non potevamo permettere che la distruzione avvenuta in Libia ed in Iraq finisse per verificarsi anche in un Paese come la Siria: nel 2015, anno in cui l’intervento è stato deciso, erano già stati compiuti crimini mostruosi contro le minoranze etniche e religiose ‒ inclusi i cristiani ‒ e Damasco stava rischiando di cadere sotto il controllo delle milizie jihadiste. L’intervento militare della Federazione Russa ha avuto ‒ ed ha ‒ tra i suoi obiettivi il sostegno alle forze armate siriane e la difesa dell’integrità territoriale del Paese, non quello di intromettersi nella sua politica.

D. A suo avviso come si svilupperà il rapporto tra Damasco e la comunità curda nella Siria postbellica? Crede che la presenza militare della Federazione Russa sul confine settentrionale siriano debba essere permanente?

La questione curda è oggi molto complessa, così come lo è stata nel passato, e credo vada affrontata come quella delle altre minoranze che vivono in Siria. Una parte della comunità curda è stata illusa dalle promesse degli Stati Uniti: senza la piena integrazione della comunità curda nel processo politico in corso nel Paese è assai difficile risolvere la crisi siriana. In questo senso la Federazione Russa ha sempre sostenuto la necessità di far partecipare le rappresentanze curde alle discussioni che si sono svolte a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Non è un segreto che rispetto a questo le maggiori difficoltà siano state quelle prodotte dalla posizione della Turchia.

 R. Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.
Credo che la problematica vada risolta con il dialogo tra la comunità curda e Damasco: un’opzione alternativa non esiste, ma capisco che non sia semplice. Damasco crede che una parte della comunità curda abbia ambizioni separatiste: una parte della comunità curda crede di essere stata l’unica a combattere contro l’Isis, e che Damasco non abbia fatto abbastanza in questo senso.

Penso sia necessario uscire da questa narrazione e insistere sul dialogo politico, soprattutto nella consapevolezza che presto o tardi il controllo sul territorio siriano verrà ripristinato nella sua interezza.

D. Negli ultimi anni la cronaca del Vicino Oriente ha evidenziato una crisi della politica estera degli Stati Uniti. Nonostante l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi da parte del presidente Trump, gli Stati Uniti stanno mantenendo il loro controllo militare in alcune zone della Siria dove si trovano pozzi petroliferi. Quali sviluppi attendono a suo avviso la questione del petrolio siriano?

R. Il fatto in sé costituisce una violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così come degli impegni assunti dagli Stati Uniti rispetto alla tutela dell’integrità territoriale della Siria. L’atteggiamento americano verso le risorse siriane mal si confà ad una grande potenza, soprattutto laddove queste mosse andassero a sostengo del progetto di creare un quasi-Stato nella parte orientale della Siria.

D. Qual è a suo avviso il nesso tra i conflitti del Vicino Oriente e la crisi migratoria a cui molti Paesi europei si trovano a dover far fronte?

R. Su questo piano, e non solo, l’atteggiamento di molti Paesi europei nelle aree di crisi del Vicino Oriente è stato un atteggiamento suicida. Nessun profugo ritornerà in Libia fino a che non esisteranno delle istituzioni sufficientemente solide, così come nessun profugo ritornerà in Iraq fino a che non verrà risolta la crisi politica del Paese. Credo che le posizioni che muovono da presupposti diversi siano assai miopi e finiscano per risultare dannose anche per i Paesi che le sostengono.

D. La messa a regime dell’area di libero scambio tra Israele e l’Unione economica euroasiatica è imminente: quali conseguenze è destinata a produrre nel rapporto della Federazione Russa con l’Iran e con la Siria?

R.Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.

– Fonte: Treccani magazine

* L’intervista è stata realizzata in lingua russa: l’autore, che ne ha curato la traduzione e l’adattamento, ringrazia l’editore Sandro Teti per la disponibilità.


** Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”