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ESCALATION di Leonardo Mazzei

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Nello scorso mese di dicembre, commentando l’invio dei missili Patriot all’Ucraina, così scrivevamo:

«Questa escalation ci rimanda al rischio nucleare. Il gioco americano – visto che è certamente lì che si decidono tattiche e strategie – è scoperto. La tecnica è quella di salire ogni volta uno scalino, per poi osservare la reazione del Cremlino. Come tradizione della storia militare russa, a Mosca sono prudenti. Dunque, e giustamente, nessuna risposta colpo su colpo, quanto piuttosto una strategia che non disdegna tempi più lunghi. La prudenza non è debolezza, specie quando alla fine della corsa il rischio concreto è quello di arrivare alla soglia nucleare. Non è debolezza, ma l’avversario potrebbe scambiarla per tale, invogliandolo così a compiere il passo successivo. Fino a quando questo “gioco” potrà durare?».

Che nell’attuale fase del conflitto sia questa la domanda decisiva, ce lo conferma un lungo articolo a tre mani uscito ieri sul New York Times. Questo articolo, frutto palese di un’abbondante imbeccata dell’amministrazione americana, vuol essere sia un annuncio che una minaccia. Che si tratti di una minaccia è evidente: attraverso i fantocci di Kiev, gli Stati Uniti si dicono pronti a colpire direttamente la Crimea, ufficialmente territorio russo dal 2014. Ma la minaccia non può essere fine a sé stessa. Per essere credibile essa ha bisogno di atti concreti. Da qui l’annuncio di una nuova pesante escalation, a partire dall’invio di nuove armi.

Questo invio massiccio è in continua crescita negli ultimi mesi. Adesso, tra le altre cose, è all’ordine del giorno l’invio di carri armati sia da parte della Gran Bretagna che della Germania. Ma con le armi arrivano pure i soldati, un aspetto fin troppo sottovalutato. Si stima che attualmente gli Stati Uniti abbiano già 170mila militari in Europa. A questi si stanno aggiungendo nuove truppe di attacco, ad indicarci il tipo di guerra che potrebbe svilupparsi nel prossimo futuro.

Tra di esse, ricordiamo in particolare quelle appartenenti a due Divisioni sempre in prima linea nelle aggressioni americane: la 101° Divisione Aviotrasportata, già presente dall’estate scorsa con 4.700 effettivi in Romania, a due passi dal confine sudoccidentale dell’Ucraina; la Prima Divisione Corazzata, nota protagonista delle guerre di Corea, del Vietnam e del Golfo (1991 e 2003).Nei giorni scorsi, il grosso di quest’ultima Divisione (stimabile in circa 12mila soldati, con relativo armamento) è sbarcato nei porti di Vlissingen (Olanda) ed Aarhus (Danimarca). Questa notizia, riportata con precisione dall’attento analista Stefano Orsi (ascolta qui da 1:05:00), è stata completamente oscurata dai media occidentali.

Se questo è il quadro generale, torniamo ora al New York Times (Nyt). Qual è il messaggio che l’organo semi-ufficiale della Casa Bianca vuol far passare?

Innanzitutto, l’articolo sostiene che finora gli USA hanno evitato di fornire all’Ucraina le armi necessarie per attaccare la Crimea, ma che adesso l’amministrazione Biden starebbe rivedendo questa posizione per due motivi: in primo luogo, perché la minaccia diretta alla strategica penisola del Mar Nero sarebbe necessaria per ammorbidire la Russia in un ipotetico futuro negoziato; in secondo luogo, perché a Washington si tenderebbe ormai ad escludere una risposta atomica da parte del Cremlino. Su questo decisivo punto così scrive il Nyt:

«I timori che il Cremlino avrebbe reagito usando un’arma nucleare tattica si sono attenuati, hanno affermato funzionari ed esperti statunitensi, sebbene abbiano avvertito che il rischio rimane».

Si sta dunque ballando attorno alla soglia nucleare, inutile girarci attorno.

L’idea americana sarebbe quella di utilizzare i mezzi forniti – dai sistemi missilistici Himars con opportuna gittata, ai veicoli da combattimento Bradley – per consentire un primo attacco al corridoio terrestre che attraverso Mariupol e Melitopol congiunge la città russa di Rostov sul Don con la Crimea stessa. Obiettivo dell’operazione l’isolamento della penisola dal restante territorio russo, che a quel punto tornerebbe ad avere come unica via di collegamento il ponte sullo Stretto di Kerch.

Sulla questione il Nyt fa parlare alcuni esperti militari:

«Frederick B. Hodges, un tenente generale in pensione ed ex comandante in capo dell’esercito americano in Europa, ha affermato che nei prossimi mesi i Bradley potrebbero essere utilizzati dalle truppe ucraine per aiutare a recidere il ponte di terra (cioè il corridoio di cui sopra, ndr)».

E ancora:

«“L’Ucraina potrebbe usare Bradley per spostare le forze lungo le strade principali, come la M14, che collega Kherson, Melitopol e Mariupol”, ha aggiunto Seth G. Jones, vicepresidente senior del Center for Strategic and International Studies. “Qualsiasi fanteria ucraina che avanza attraverso queste aree dovrebbe affrontare un fuoco significativo dalle posizioni russe, e i Bradley offrono potenza di fuoco utile e protezione per le truppe”».

Dopo aver fatto riferimento ad un incontro di pianificazione offensiva ad alto livello, che dovrebbe svolgersi in parallelo con l’importante riunione della “Nato allargata” (i 40 paesi che forniscono armi all’Ucraina) che si terrà domani 20 gennaio a Ramstein in Germania, il New York Times conclude insistendo in maniera ossessiva sulle “unghie spuntate” della potenza nucleare russa.

Queste le rassicurazioni al pubblico americano e non solo:

«A contribuire al cambiamento di pensiero è lo smorzamento dei timori che prendere di mira la Crimea porterebbe Putin a usare un’arma nucleare tattica, dicono i funzionari. “Mi sembra sempre più che l’amministrazione stia riconoscendo che la minaccia dell’escalation russa forse non è quella che pensavano fosse prima”, ha detto il generale Hodges».

«Mentre gli attacchi ucraini all’interno della Russia continuano a suscitare preoccupazioni crescenti da parte dei funzionari statunitensi, la reazione di Mosca alle periodiche operazioni speciali ucraine o agli attacchi segreti in Crimea, anche contro basi aeree russe, posti di comando e navi della flotta del Mar Nero, è stata tenue».

«“C’è più chiarezza sulla loro tolleranza per danni e attacchi”, ha affermato Dara Massicot, ricercatrice politica senior presso la RAND Corporation. “La Crimea è già stata colpita molte volte senza una massiccia escalation dal Cremlino”».

Conclusioni

Gira e rigira si torna sempre lì, alla possibile reazione di Putin all’escalation Usa-Nato. Ma il dispositivo nucleare russo è davvero un’inservibile “tigre di carta”? E non è forse vero che anche senza ricorrere all’atomica, la Russia potrebbe sempre alzare il livello dello scontro in tanti altri modi? Se l’ossessivo bisogno americano di tranquillizzare sul punto non è affatto tranquillizzante, resta da chiedersi il vero motivo di questa uscita del Nyt. E’ solo un ballon d’essai per vedere la risposta di Mosca, o è davvero l’annuncio di una svolta?

Di certo l’esercito ucraino appare ormai pesantemente usurato. Troppo grandi le perdite, come si è visto nella recente battaglia di Soledar, dove si stimano addirittura 30mila vittime tra le truppe di Zelensky. Una carneficina che ha spinto il capo dell’ufficio della presidenza di Kiev, Andriy Yermak, a paragonare quella di Soledar con la battaglia di Verdun della Prima Guerra Mondiale.

Il problema principale per gli Usa è proprio questo: se già sostituire le armi non è semplice, come stiamo vedendo in quest’ultimo periodo, continuare la guerra basandosi solo sulla carne da cannone ucraina non è più sostenibile. Dunque le possibilità sono due: o addivenire quantomeno ad una tregua, rinunciando almeno provvisoriamente alla sconfitta della Russia, od entrare decisamente in guerra con truppe americane e Nato.

E’ chiaro che a quel punto saremmo alla Terza Guerra Mondiale pienamente dispiegata. Siamo dunque ad un passaggio tanto drammatico, quanto sostanzialmente incompreso dai più. Di certo i prossimi due mesi saranno decisivi, ma l’orizzonte è denso di nubi.

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