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LA QUESTIONE DELLA CLASSE OPERAIA di Carlo Formenti*

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E’ in libreria l’ultima fatica di Carlo Formenti: GUERRA E RIVOLUZIONE (2 voll. Meltemi, Milano 2023). Nel suo blog Formenti introduce il testo con un articolo di cui volentieri pubblichiamo la prima parte.

* * *

a) Concetti generali

L’ortodossia marxista postula l’esistenza di un’unica classe sociale realmente rivoluzionaria, un Soggetto della Storia che, nella misura in cui vive uno stato di oppressione che non può essere superato nell’ambito del modo di produzione capitalistico, è “naturalmente” destinato a rovesciarlo. Questa classe è la classe operaia. Nel corso del tempo questo dogma è stato messo in discussione da diversi punti di vista: si è detto che gli operai dei centri metropolitani hanno smesso di agire da motore della storia perché usufruiscono di una quota del surplus generato dallo sfruttamento dei popoli periferici, i quali hanno ereditato il compito di distruggere il capitalismo; oppure si è affidato il ruolo di guidare la lotta anticapitalista a nuovi soggetti come i lavoratori della conoscenza, il proletariato giovanile, le “moltitudini”, le donne, ecc. Eppure non è venuta meno la logica “essenzialista” che presume l’esistenza di un Soggetto “naturalmente” rivoluzionario. Sosterrò qui al contrario l’idea che occorra costruire una rete di gruppi sociali e comunità integrabili in un progetto condiviso di cambiamento sistemico. Di tale rete fa certo parte quella classe operaia che ha subito un radicale indebolimento dovuto ai processi di ristrutturazione tecnologica, decentramento produttivo, finanziarizzazione e mondializzazione dei capitali ecc., si tratta tuttavia di individuare nuove linee oppositive che possano rimpiazzare la classica opposizione bipolare padroni/operai, consentendo di tracciare un reticolo che perimetri il materiale sociale, culturale e antropologico delle masse mobilitabili contro il capitalismo.

Partiamo dal reddito. La controrivoluzione liberista ha scavato un solco profondo fra una infima minoranza di super ricchi e una larga maggioranza di poveri e poverissimi: working poor, disoccupati e semioccupati, lavoratori precari (sia dipendenti che “autonomi”), piccoli e medi imprenditori, professionisti in via di proletarizzazione, indebitati, ecc. La povertà non è però un criterio sufficiente a definire il tipo di soggettività che ci interessa. Occorre distinguere fra chi vive esclusivamente del proprio lavoro e chi gode di altre fonti di reddito. La proprietà dei mezzi di produzione non è invece un fattore decisivo (a meno che si tratti di mezzi di produzione di massa): lo status sociale del rider non è definito dal fatto che il motorino con cui va in giro gli appartiene. Lo stesso vale per quei piccoli o piccolissimi esercenti di attività commerciali che le hanno avviate dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente. Nemmeno il lavoro autonomo è di per sé un criterio significativo, visto che la quota di lavoro fintamente autonomo è in costante crescita.

Passiamo ai soggetti che, oltre a percepire un reddito da lavoro, godono di una piccola rendita (l’affitto di un appartamento ereditato o acquistato con i propri risparmi, buoni del tesoro o altro). Thomas Piketty ha dimostrato (1) che negli Stati Uniti e in Europa esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che godono di redditi sufficienti a garantire un livello di vita superiore a quello che potrebbero permettersi con la propria attività lavorativa. E’ una classe media che, malgrado i processi di impoverimento generati dalla crisi, detiene un terzo del patrimonio nazionale nei vari Paesi occidentali, ed è di fatto alleata con le élite dei super ricchi, sia perché ne condivide in parte gli interessi, sia perché incarna una promessa di mobilità sociale agli occhi degli strati inferiori.

Più complesso è il discorso sui nuovi strati professionali generati dalle tecnologie digitali, i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. I post operaisti sostengono che la rivoluzione digitale ha creato uno strato di lavoratori dotati di una elevata propensione alla cooperazione sociale e all’autonomia nei confronti del comando capitalistico, potenzialmente in grado di assumere il controllo diretto sulla produzione. In realtà la stragrande maggioranza di questi lavoratori sono semplici “operai”, espropriati della capacità di comprendere il processo produttivo totale in cui operano come ingranaggi individuali. Viceversa la minoranza di quadri inseriti nelle grandi imprese della New Economy sono funzionari del capitale che hanno il compito di sviluppare modelli e procedure di governo, controllo e comando sugli altri dipendenti, sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma, sui consumatori e più in generale sull’insieme dei rapporti sociali, per cui appartengono a tutti gli effetti alla élite neo borghese.
Resta da stabilire in che misura la posizione all’interno del processo di creazione di plusvalore determini l’appartenenza di classe. Quanto contano le distinzioni fra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, servizi e produzione, creazione e realizzazione del valore, ecc.? Vediamo la coppia lavoro produttivo-improduttivo: il dibattito sul tema è inquinato dal pregiudizio in ragione del quale sarebbe produttivo esclusivamente il lavoro manuale. Ma nel Capitolo VI inedito del Capitale Marx chiarisce che è produttivo il lavoro che genera plusvalore per il capitalista, senza distinzioni relative al tipo di attività svolta. Di più: a misura che la produzione diviene più complessa e integrata, e cresce il livello di cooperazione fra tutte le operazioni di un’impresa sempre più socializzata, l’attributo di lavoro produttivo va riconosciuto al lavoratore collettivo che la mette in funzione (2).
In conclusione non resta che attenersi al criterio secondo cui appartiene alla classe proletaria chi vive della vendita della propria forza lavoro e non è in grado di determinarne il prezzo, pur tenendo presente che, se si scende al di sotto di questo livello di astrazione e si tiene conto della realtà concreta dell’attuale modello produttivo, diventa difficile definire chi appartiene “oggettivamente” alla classe operaia, e tenendo presente che definire chi appartiene alla “classe in sé”, non equivale a definire l’insieme di coloro che costituiscono la “classe per sé”, cioè dei soggetti privilegiati cui una forza politica rivoluzionaria dovrebbe rivolgersi.

b) Il conflitto centri/periferie

Si tratta di una opposizione scalabile a diversi livelli: nazioni metropolitane versus nazioni periferiche; regioni ricche, densamente abitate e iper connesse versus regioni povere, scarsamente abitate e isolate, città versus campagna, ecc. Posizione geografica e alti livelli di mobilità fisica e virtuale offrono vantaggi competitivi mentre chi è catturato in aree periferiche a bassa mobilità e minore densità di valore ha scarse possibilità di contrattare il prezzo della propria forza lavoro. La differenza fra chi può “stabilire il proprio prezzo”, perché posizionato al centro, e chi lo subisce perché ingabbiato in un’area periferica, è un elemento strategico del conflitto di classe. Le grandi città sono diventate un privilegio riservato ai ricchi; alla mobilità fisica e sociale metropolitana si oppone la sedentarizzazione delle piccole e medie città periferiche, le quali vivono perlopiù di pubblico impiego e attività tradizionali, presentano tassi di disoccupazione più elevati, usufruiscono di servizi sociali più costosi e di qualità inferiore, dispongono di minori chance di mobilità sociale. Anche il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche è a tutti gli effetti una forma di conflitto di classe: l’interesse delle classi subalterne dei centri non coincide con quello delle classi subalterne delle periferie, il che vale anche per i processi di colonizzazione interna come quello del Meridione d’Italia da parte delle regioni del Nord.

La dimensione spaziale-geografica del conflitto di classe è rappresentabile anche come antagonismo fra flussi e luoghi: il capitale globale e finanziarizzato – fatto di flussi accelerati di merci, servizi, capitali e persone che ignorano i confini – opprime e sfrutta i territori in cui vive la grande maggioranza di quelli che non godono delle chance di mobilità fisica e sociale riservate alle élite. Questi due mondi, sostiene il geografo francese, Christophe Guilluy (3), sono disconnessi e contrapposti al punto che la loro somma “non fa più società”. Le metropoli generano i due terzi del Pil e la loro spina dorsale non è più costituita da strati sociali tradizionali, bensì da una neo borghesia emergente. Tutte le chance si concentrano in questi spazi in ragione del loro superiore tasso di integrazione nell’economia mondiale. La cultura di questa neoborghesia metropolitana, fondata sulle metafore del movimento e del progresso, che esalta i diritti dell’uomo (ma non i diritti sociali) e pratica un multiculturalismo e un antirazzismo venati di ipocrisia, trova espressione politica nelle sinistre liberal progressiste, e la sordità nei confronti del risentimento delle maggioranze periferiche esposte alla marginalizzazione è alla radice dello tsunami populista.

c) Nota sul lavoro digitale

La rivoluzione digitale degli anni Novanta ha ispirato l’esaltazione del presunto potenziale emancipativo delle nuove tecnologie: è nato il mito della cultura hacker, alimentando il sogno di una società democratica, “orizzontale”, fondata su una rete di libere comunità autogestite, cosmopolite, emancipate dai vincoli del potere politico e delle sue regole (4); si sono celebrati i “lavoratori della conoscenza” come nuova avanguardia rivoluzionaria. Queste teorie, cieche nei confronti del contenuto di classe della tecnica in generale e delle tecnologie digitali in particolare, hanno partorito un’utopia che attribuisce ai knowledge workers sia le competenze che la consapevolezza di poterle sfruttare per assumere il controllo sulla produzione e riproduzione sociali. Nel primo decennio del Duemila queste utopie sono state spazzate via dalla crisi che ha accelerato il processo di concentrazione monopolistica dei settori high tech, spegnendo le aspettative sul presunto potenziale emancipativo e democratizzante della Rete.

Altrove (5) ho descritto le modalità di attacco ai rapporti di forza delle classi lavoratrici rese possibili dalla colonizzazione digitale della totalità delle relazioni sociali, politiche ed economiche. Non si sono rimodellare solo organizzazioni aziendali e relazioni industriali, ma anche ritmi e stili di vita, identità individuali e collettive, bisogni, desideri e aspirazioni, rapporto fra tempo libero e tempo di lavoro, ecc; si sono messi al lavoro gli utenti-consumatori, mobilitati per generare i big data su cui si fondano i modelli di business delle Internet Company; si è creata una frattura fra uno strato privilegiato di tecnici iperspecializzati e la massa della forza lavoro: i primi deputati a organizzare il tempo di vita e di lavoro dei secondi per esaltarne la produttività; si è accelerato il processo di individualizzazione dei lavoratori attraverso la creazione di complesse catene del valore che scendono fino agli schiavi della gig economy (autisti Uber, runner delle società di delivery, addetti ai call center ecc.). Il tutto rendendo sempre più difficile l’attivazione di relazioni indipendenti e dirette fra i diversi frammenti del corpo di classe, ora unificato esclusivamente dai centri di comando che ne coordinano dall’alto lo sfruttamento.

Concludo con una considerazione di tipo culturale-antropologico. Il processo di frammentazione sociale non colpisce solo le classi lavoratrici ma l’intero corpo sociale, il quale esplode in una nuvola di atomi individuali, sempre più isolati e incapaci di sviluppare relazioni solidali e comunitarie. Il proliferare di identità sostitutive non solo dell’identità di classe, ma anche dei tradizionali legami di appartenenza di genere, familiari, professionali, religiosi, di prossimità territoriale, ecc. è una conseguenza di tale fenomeno. Anomia e solitudine si combattono inventando nuove “tribù”, nel tentativo di auto situarsi in una cornice simbolica condivisa. La mentalità liberal progressista esalta queste pratiche come un processo di “emancipazione” dai legami sociali tradizionali, nei quali l’individuo si trovava “gettato” fin dalla nascita, senza possibilità di scelta, laddove l’individuo postmoderno può optare liberamente fra diverse chance. Si tratta di pura illusione, soprattutto nel caso di soggetti schiacciati verso il basso della piramide sociale da uno status di classe che ora non appare più convertibile in identità condivisa, solidarietà, ecc. Per questi soggetti, le alternative che consentono di ottenere un surrogato di riconoscimento e autostima sono precarie, irrisorie, posticce, instabili. La cultura dominante definisce pomposamente questi fenomeni “resilienza”, laddove si tratta di meri espedienti di sopravvivenza. Il basso profilo culturale e valoriale, e la mancanza di aspettative sul futuro che caratterizza la maggior parte delle persone si proietta anche sui loro investimenti politici: non è un caso se i nuovi movimenti hanno dismesso ogni velleità di cambio sistemico e ambiscono solo a condizionare il potere per “limitare i danni”, dando per scontato che le logiche socioeconomiche di base sono immodificabili e, se si cerca di aggredirle, si generano danni peggiori. Per inciso: l’intero apparato linguistico politicamente corretto che permea di sé il discorso politico, le istituzioni formative, l’industria culturale e la comunicazione mediatica (giornali, tv, cinema, pubblicità, ecc.) lavora a pieno ritmo per neutralizzare, o per deviare su falsi bersagli, il tasso di aggressività generato dalle condizioni di frustrazione in cui le masse si trovano a dover vivere.

NOTE

(1) Cfr. T. Piketty, Le capital au XXI siécle, Seuil, Paris 2013.

(2) Tutto ciò non impedisce che in una società socialista il criterio possa mutare, nella misura in cui si presume che qui la produttività del lavoro sia definita in base alla sua utilità sociale, per cui attività come il marketing, la pubblicità, ecc. che per il capitalista sono produttive, sarebbero considerate improduttive

(3) Cfr. La France périphérique, Flammarion, Paris 2014 e No society. La fin de la classe moyenne occidentale, Flammarion, Paris 2018.

(4) Un’ideologia che non mette in discussione il sistema capitalista, visto che l’iniziativa privata e il libero mercato restano dogmi indiscussi, una sorta di anarco-capitalismo che è servito da legittimazione ideologica ai vari Bill Gates, Steve Jobs, Sergej Brin, Jeff Bezos, Zuckerberg per costruire i loro imperi monopolistici.

(5) Cfr. Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.

* Fonte: SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

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