Browse By

UN PATTO DI GUERRA di Leonardo Mazzei

702 visite totali, 1 visite odierne

L’«Accordo di cooperazione sulla sicurezza tra Italia ed Ucraina», firmato a Kiev il 24 febbraio da Zelensky e Meloni, è un fatto grave di cui ancora non è stata colta la portata.

Sia il governo, che la stampa mainstream, lo hanno presentato come un atto più simbolico che sostanziale. «Il nostro accordo – come quelli stipulati da Francia, Germania e Regno Unito – non sarà giuridicamente vincolante», ha detto il ministro Tajani il 22 febbraio alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Non vincolante? Ma allora a cosa serve? Per provare a capirlo, seguiamo ancora il discorso del titolare della Farnesina:

«Dal testo non derivano obblighi sul piano del diritto internazionale, né impegni finanziari. Non sono previste garanzie automatiche di sostegno politico o militare. Come quella dei nostri partner, anche la nostra intesa bilaterale non richiederà, quindi, la procedura di ratifica parlamentare».

Ma davvero possiamo credere a questa rassicurante melassa del Tajani? Evidentemente no. Chiaro che l’accordo firmato da Meloni è sulla stessa linea di quelli sottoscritti da Londra, Parigi e Berlino. Chiaro, infatti, che tutte queste iniziative sono state coordinate in ambito NATO e G7. Chiaro, infine, che non potendo far entrare adesso l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica, questi accordi bilaterali dovrebbero offrire a Kiev una rete di protezione equivalente, anche se formalmente diversa.

Ed è esattamente per questo motivo che l’accordo del 24 febbraio è grave, pericoloso e vergognoso. E’ grave perché mette il nostro Paese al servizio della cricca nazistoide di Kiev, è pericoloso perché potrebbe condurre l’Italia al conflitto diretto con la Russia, è vergognoso perché è stato concepito per essere sottratto al dibattito parlamentare.

Stiamo esagerando? Vediamolo insieme, leggendo le sue parti più significative.

L’Italia al servizio dell’Ucraina (cioè di Washington)

Com’era facile immaginare, l’Accordo non è affatto bilaterale. Esso è, e non poteva non essere, che unidirezionale. Il suo scopo è quello di formalizzare il pieno sostegno dell’Italia a Kiev per un periodo (rinnovabile) di 10 anni, con tutti i costi, gli impegni politici e materiali, nonché le implicazioni geopolitiche che ne derivano.

Solo un governo di ciarlatani come quello attuale, sempre ben spalleggiato da una finta opposizione che sulla guerra è largamente allineata, può sostenere che in fondo si è firmato soltanto un pezzo di carta senza valore.

Ma entriamo nel merito. Già nel preambolo l’Italia «ribadisce il suo incrollabile sostegno all’Ucraina», riconoscendo i suoi confini del 1991, dunque la sovranità di Kiev perfino sulla Crimea. Chiaro come si voglia a tutti i costi la prosecuzione della guerra, tant’è vero che l’unico riferimento alla pace consiste nell’appoggio ai 10 punti del cosiddetto “piano di pace” di Zelensky.

L’articolo 1 non lascia del resto dubbi. «L’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina nei suoi sforzi di difesa fino a quando sarà necessario» (comma 1). «È politica dell’Italia assistere l’Ucraina nel preservare la sua difesa qualitativa e il suo vantaggio militare in un contesto di rapida, incerta e impegnativa trasformazione politica e di sicurezza regionale» (comma 2). Tutto ciò al fine di «ripristinare pienamente l’integrità territoriale dell’Ucraina» (comma 3), con l’impegno di fornire «all’Ucraina assistenza tempestiva in materia di sicurezza, equipaggiamenti militari moderni (compreso il supporto medico militare) e armi, in tutti i domini terrestre, aereo e marittimo, spaziale e cibernetico» (comma 4).

Mentre il comma 5 elenca puntigliosamente le voci del sostegno finanziario all’Ucraina sostenuto dall’Italia nel biennio 2022-23, per un totale di oltre 2 miliardi; il comma 6 ci rammenta gli 8 pacchetti di aiuti militari già forniti a Kiev nello stesso periodo, rassicurando sul fatto che lo stesso livello verrà mantenuto nel 2024.

Da notare che il costo degli aiuti militari non viene indicato (in realtà è valutabile in circa 1,6 miliardi), mentre si omette del tutto l’elevato contributo dell’Italia ai finanziamenti a Kiev decisi dall’UE (6 miliardi e mezzo la quota a carico del nostro Paese solo per l’ultimo pacchetto varato a Bruxelles). Tutto l’elenco dei commi 5 e 6 serve in realtà ad introdurre la conclusione del comma 7: «L’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina per i dieci anni di durata del presente Accordo». Ecco così indicata la mole dell’impegno finanziario assunto.

Negli articoli che seguono l’Italia si impegna poi a collaborare con l’Ucraina per modernizzare le sue forze armate e per sostenerne la produzione bellica (art. 2); per sviluppare la cooperazione nella produzione delle armi, affinché l’Ucraina integri la propria industria bellica nella NATO (art. 3); per addestrare l’esercito ucraino (artt. 4 e 5); per migliorare le capacità informatiche e di intelligence di Kiev (art. 6).

Chiaro come l’insieme di questi impegni conduca l’Italia ad un’assistenza militare a 360 gradi nei confronti dell’Ucraina. Una scelta di guerra che si commenta da sola.

L’articolo 7, che tratta della cooperazione economica, brilla per il punto 1 del comma (e): «L’Italia continuerà a sostenere l’immobilizzazione dei beni sovrani russi fino a quando la Federazione Russa non avrà pagato per i danni che ha causato all’Ucraina». Di nuovo viene ribadito il principio generale: guerra alla Russia su tutti i fronti. Principio riaffermato pure all’art. 9 sulle sanzioni, che così recita: «I Partecipanti (Italia ed Ucraina) riconoscono l’utilità di misure restrittive dell’accesso della Federazione russa ai finanziamenti, ai beni, alla tecnologia e ai servizi utilizzati per le sue aggressioni, per ridurre i flussi di reddito della Russia e per scoraggiare attacchi futuri. I partecipanti continueranno a lavorare per garantire che i costi dell’aggressione russa continuino ad aumentare, anche attraverso sanzioni e controlli sulle esportazioni».

Ce ne sarebbe già abbastanza, ma la parte peggiore dell’Accordo arriva all’articolo 11, dentro una Parte VI significativamente intitolata “Aggressioni future”.

Per segnalarne la gravità, riportiamo integralmente i primi due commi:

«1. In caso di futuro attacco armato russo contro l’Ucraina, su richiesta di uno dei partecipanti, questi ultimi si consultano entro 24 ore per determinare le misure successive necessarie per contrastare o scoraggiare l’aggressione.

2. L’Italia afferma che in tali circostanze, agendo nell’ambito dei propri mezzi e delle proprie capacità e in conformità ai propri requisiti legali e costituzionali e alle norme e al diritto internazionale e dell’Unione Europea, fornirà all’Ucraina, a seconda dei casi, un sostegno rapido e sostenuto nel campo della sicurezza e della difesa, dell’industria della difesa, dello sviluppo delle capacità militari e dell’assistenza economica, cercherà di raggiungere un accordo in seno all’UE per imporre costi economici e di altro tipo alla Russia o a qualsiasi altro aggressore e si consulterà con l’Ucraina in merito alle sue esigenze nell’esercizio del diritto di autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».

Ora, l’ineffabile sig. Tajani, già membro dell’Unione Monarchica Italiana, ci viene a dire che l’Accordo non prevede una garanzia automatica di impegno militare. E vorremmo anche vedere! Ma se non c’è l’automatismo, ci siamo in realtà molto vicini. Anche perché, molto spesso, nei trattati internazionali questo automatismo non è mai così meccanico. Lo stesso micidiale dispositivo dell’art. 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO) non è così automatico come si pensa, visto che enuncia l’uso della forza armata come una (non l’unica) delle possibili azioni da intraprendere in risposta ad un attacco ad un paese membro.

Naturalmente, sottolineiamo questo fatto non per abbellire i dispositivi della NATO (ci mancherebbe!), ma per segnalare la gravità dell’accordo siglato da Meloni a Kiev il 24 febbraio.

Brevi conclusioni

Su questo Accordo non aggiungiamo altro, se non le pittoresche disposizioni finanziarie formulate all’art. 17: «Le spese derivanti dall’attuazione del presente Accordo saranno coperte dai Partecipanti in base alle loro ordinarie disponibilità di bilancio senza alcun costo aggiuntivo per il bilancio dello Stato della Repubblica italiana e dell’Ucraina». Che dire? Questo sarà vero per l’Ucraina, ma come possa esser vero per l’Italia è un classico “mistero della fede” di stampo eurista.

Detto questo, ci sono due questioni da cogliere.

Già nella premessa abbiamo definito l’Accordo di Kiev come grave, pericoloso e vergognoso. Giudizi che dopo la lettura degli articoli di questo autentico patto di guerra appaiono ancora più appropriati. Di fronte a questo atto del governo Meloni non c’è che la denuncia, la mobilitazione e la lotta.

Ma c’è una seconda questione che deve indurre ancor più ad una risposta adeguata. Se il dispositivo dell’art. 11 è gravissimo, ancor più significativo è il riferimento alle “Aggressioni future”. In un articolo di qualche giorno fa ci siamo occupati dei proclami guerreschi che impazzano in Europa, e delle dichiarazioni del segretario generale della NATO Stoltenberg su una futura guerra decennale con Mosca. E’ chiaro come l’Accordo di Kiev si inserisca proprio in quella stessa prospettiva di uno scontro prolungato con la Russia.

In breve: siamo nel quadro della Terza Guerra Mondiale e il governo italiano ha già deciso di combatterla contro la Russia. E lo ha deciso esautorando del tutto il parlamento, violando ancora una volta quella Costituzione su cui ha giurato. A quando una risposta all’altezza della tragedia che si annuncia?

Post Scriptum

Il quadro nel quale è stato sottoscritto l’Accordo tra Italia e Ucraina, che potrebbe pure includere parti tenute segrete, è quello di un totale asservimento alla propaganda di guerra di Zelensky. Ma non c’è solo questo. Lo stesso giorno della sua firma il burattino di Kiev è andato oltre, annunciando al Corriere della Sera la preparazione di apposite liste di proscrizione per zittire (testuale) chi in Italia si oppone alla guerra ed alla Nato.

Queste le sue spudorate parole:

«Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filo-putiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea. Riuscirete a zittirli? Riuscirete a fare capire alle vostre opinioni pubbliche che la Russia non è solo una minaccia per l’Ucraina, ma per tutti voi? Le società europee sono pronte a questa sfida? Vedo che non lo siete ancora, voi italiani i tedeschi e gli altri».

A qualcuno risulta una qualche presa di distanza da questa ingerenza negli affari interni del nostro Paese da parte del governo Meloni o di suoi singoli esponenti? A qualcuno risulta che la finta opposizione parlamentare se ne stia in qualche modo occupando?

Non è difficile capire come la situazione sia in realtà ben più grave di quel che sembra.

2 pensieri su “UN PATTO DI GUERRA di Leonardo Mazzei”

  1. Francesco dice:

    Di questo passo Non mi meraviglierei se la tanto sbandierata esercitazione su vasta scala della Nato prevista in primavera-estate in Europa orientale si trasformasse in una vera e propria guerra contro la Russia… Ovviamente con il pretesto: “i Russi ci hanno attaccato all’improvviso mentre svolgevamo l’esercitazione…”

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

  2. Nello dice:

    Riedizione riveduta e corrotta del Patto di Londra del 1915 con cui due ministri, Salandra e Sonnino, su ordine del Re ,decisero segretamente, scavalcando il Parlamento e lo Statuto, l’impegno dell”Italia ad entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa, nonostante i dubbi e l’avversione della maggioranza del Paese ( socialisti, cattolici, liberali giolittiani) . Si trattò in sostanza di un colpo di Stato che il Parlamento, “post festum”. dovette ratificare per evitare una crisi istituzionale che avrebbe travolto la monarchia e le istituzioni. Sovversivismo dall’alto, allora come ora seconda l’inveterata abitudine della classe dirigente ieri italiana ed oggi italiota.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *