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IL VARANO DI BRUXELLES di Umberto Bianchi

Per carità, nulla da dire sulla professionalità e sulle competenze del Prof. Mario Draghi. A differenza di certi nostri parlamentari, che non sanno neanche parlare in buon italiano, per non parlare dello scrivere poi,  Mario Draghi non può certo essere accusato di essere un improvvisato apprendista stregone dell’economia e della finanza, di cui conosce sin troppo bene i meccanismi, avendo diretto in tempi recenti una prestigiosa istituzione come Eurobanca ed oltretutto, avendo alle spalle un cursus honorum di altrettanti, prestigiosi, incarichi. A questo punto, che al Draghi venga poi il vezzo di proporsi come leader politico, ci potrebbe pure stare, rientrerebbe in una certa logica esistenziale.

A far da nota stonata in tutto questo contesto c’è, però, un piccolo, ma significativo particolare. Draghi non si è proposto all’italico elettorato, quale candidato di spicco. No, il Nostro è stato direttamente chiamato all’incarico di premier, direttamente per cooptazione, bypassando qualunque normale e democratica procedura, come oramai, da troppo tempo accade in Italia, senza che alcuno abbia da dire alcunché. Ed anche qui, le nostre “opposizioni” parlamentari stanno offrendo uno spettacolo pietoso. Dopo i continui tentennamenti e barcamenamenti durante i vari “lockdown”, ora si presentano agli occhi dell’opinione pubblica, divise tra la tentazione di governi “d’emergenza”, in compresenza con gli avversari politici o propalatrici di astensionismi di maniera.

Siamo, oramai, al quarto esecutivo, in pochi anni, formato senza il consenso elettorale. Con la presidenza Conte, con la scusa dell’emergenza sanitaria, siamo arrivati alla sospensione dei fondamentali diritti costituzionali, al coprifuoco ed alla decretazione d’urgenza come metodo di governo. Se Conte era, per lo meno, un premier non eletto, ma frutto della mediazione farlocca di due partiti politici ora, invece, quegli stessi partiti sono stati disinvoltamente bypassati da un Presidente della Repubblica, intento quanto mai, ad impedire il confronto elettorale, evocando le più improbabili scuse.

Tornando un momento sui nostri passi, andrebbe ricordato a chi  si sta dando a quanto mai facili e superficiali entusiasmi, “chi” realmente è Mario Draghi. A parte la sbandierata del “quantitative easing”, una manovra economica più di facciata che di sostanza, il Nostro è dichiaratamente stato ed è tuttora, uno strenuo difensore degli euro-equilibri di Bruxelles e naturalmente, di quell’Euro che, per il nostro paese e l’Europa intera, ha rappresentato l’inizio di un irrefrenabile declino. Pertanto anche qui, come per tutto il resto, a parlare sono i fatti. Sicuramente quello di Mario Draghi rappresenta il volto più rassicurante ed accattivante di quell’eurocrazia, agli ordini dei poteri forti di quel Globalismo, il cui conclamato intento, è quello di un generale immiserimento, tutto a favore di un’elite di pochi, fortunati, speculatori. Il voler mettere simili personaggi alla guida di un paese normale, significa la conclamata volontà di svenderne il futuro, alla speculazione internazionale.

Arrivate le cose a questo punto, però, non ci pare azzardato affermare che la democrazia in Italia è finita, o comunque, sta entrando in un irreversibile fase comatosa. Al suo posto, invece, va sostituendosi una forma di neopaternalismo, sorretto e diretto dal diktat dei mercati e delle grandi entità sovranazionali. Un neopaternalismo che, adesso, non ha neanche più il bisogno di nascondersi, conferendo direttamente incarico ai propri operatori, come nel caso di Mario Draghi.

In questo, l’Italia sta facendo da battistrada a tutti i paesi d’Europa e del mondo occidentale, in quanto laboratorio per una nuova forma di autoritarismo da esportare poi, a livello globale. Il tutto, condito da un martellamento propagandistico intriso di un ipocrita anti autoritarismo di maniera. Dai continui memento dei tragici fatti dell’ultimo conflitto mondiale, sino alla sfacciata condanna di Russia, Bielorussia, Birmania, Egitto e via discorrendo, non c’è giorno che in Italia non si strilli contro la presunta cattiveria e l’ingiustizia di qualcuno, in totale spregio e dimenticanza di quanto accade da noi.

Sta tramontando la democrazia, ma la pubblica opinione non ne ha sentore. La fragrante violazione dei più elementari diritti del cittadino (di movimento, associazione, etc.) è oramai divenuta prassi quotidiana. Figure istituzionali, come quella del Presidente della Repubblica, che dovrebbero avere un ruolo di garanzia, effettuando rilievi sulle violazioni di quella tanto propalata Costituzione, hanno invece di gran lunga scavalcato il proprio ruolo, avallando e rendendo usuale la prassi della nomina di Presidenti del Consiglio, de facto privi di consenso elettorale.

E, si badi bene, non è solamente alla presidenza Mattarella, che può esser imputata una  simile prassi. L’esempio di quanto accaduto con la presidenza Napolitano, attraverso la nomina di Mario Monti a premier, ce la dovrebbe dire lunga. Prima o poi, l’opinione pubblica si sveglierà. Ma sarà il doloroso risveglio, in un paese svenduto alla speculazione internazionale, malato di povertà, degrado e sperequazione sociale. Con buona pace di tutti i cantori dei toni conciliatori e del bon ton istituzionale.

 




LA SENTENZA TEDESCA: CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE, INTENDA di Vadim Bottoni

La Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe il 5 maggio ha emesso una sentenza che ha prodotto uno scossone nelle testate d’informazione internazionali, da Bloomberg al Financial Times, che l’hanno etichettata come “dichiarazione di guerra” o “bomba” verso le istituzioni dell’UE. I media nostrani sembrano invece ancora un po’ balbettanti, ma tant’è che la Corte tedesca ha inviato un vero e proprio diktat alla BCE per giustificare, entro tre mesi e alla luce di principi che vedremo poi, la parte più rilevante del famigerato Quantitative easing (più correttamente PSPP), avviato circa cinque anni fa.

Ci stiamo riferendo a quella misura di politica monetaria non convenzionale che agli occhi di molti aveva “minimamente” reso la BCE assimilabile alle Banche centrali degli altri paesi avanzati e che oggi, in piena crisi economico-sanitaria, rappresenterebbe l’ultimo baluardo di sostegno alle economie dei paesi del sud Europa.

Avviato nel 2015 il PSPP è un consistente programma di acquisto da parte della BCE di titoli emessi da Stati sovrani dell’Eurozona per contrastare il sentiero deflattivo segnato dal crollo della domanda aggregata imputabile, in gran parte, all’austerità imposta ai Paesi periferici dell’Eurozona, oltre che a un rallentamento generale dell’economia post-crisi. Alcuni dubbi accompagnarono tale misura, infatti diversi analisti sottolinearono tanto il ritardo nell’implementazione di una operazione considerata indispensabile quanto la criticità della mancata condivisione dei rischi, per volere innanzitutto della Germania: per tale criticità la grandissima parte dei rischi derivanti dall’acquisto titoli avrebbe dovuto essere sopportata dalle stesse banche centrali nazionali e quindi ricadere sui singoli Stati membri, nonostante il cosiddetto sistema unico delle Banche centrali che vede al vertice la BCE.

Come è possibile immaginare la Corte tedesca ha affrontato la questione da una prospettiva diametralmente opposta che è opportuno far emergere prima di entrare nel merito della sentenza, perché aiuta a comprenderla.

L’impostazione del ricorso può aiutarci, in quanto chi si è appellato alla Corte ha incentrato le motivazioni sulla distorsione che il PSPP avrebbe generato sul mercato della libera concorrenza, livellando verso il basso i tassi di interesse dell’Eurozona compresi quei paesi, come l’Italia, ai cui titoli il mercato avrebbe riservato un prezzo penalizzante.

Ma questi rilievi non tengono conto che il PSPP nasce proprio perché non si riusciva a venir fuori dalla sacca della deflazione e in tale situazione la politica monetaria (quindi la BCE) dovrebbe impegnarsi proprio ad abbassare i tassi d’interesse come stimolo alla ripresa, da cui il recupero dell’inflazione verso il target ritenuto consono (il famoso 2%). Oltretutto se c’è un’area monetaria unica il costo del denaro dovrebbe essere uniforme, tanto in Germania quanto in Italia. Ma queste considerazioni in una certa prospettiva ordo-liberista di fatto non valgono molto, ed è questa l’ottica da assumere per comprendere tanto le decisioni quanto le interpretazioni della Corte tedesca, nonché l’istanza dei ricorrenti.

In quest’ottica pertanto l’azione di politica monetaria imputabile alla BCE risulta indebita proprio nel momento in cui va ad intralciare le valutazioni dei mercati e quindi la competizione “finanziaria” degli Stati, ancorchè membri di un’unica area monetaria. Dobbiamo tener presente quindi che in questa sentenza sul banco degli imputati c’è chi pensa di “intralciare” i mercati finanziari, fosse anche attraverso soltanto una politica monetaria espansiva di un certo peso.

Definita l’ottica economico-politica in cui inquadrare la sentenza vediamo la dirompente prospettiva giuridica e di metodo che assume la Corte, in cui vengono ridefinite delle priorità che spazzano via gran parte delle interpretazioni sommarie di questi anni che ponevano sul piedistallo i trattati non rendendo giustizia al dettato costituzionale.

Le considerazioni giuridiche avanzate dalla Corte tedesca riguardano principalmente il suo ambito di azione che va condotto fin nel terreno della validità degli atti realizzati dall’UE, e questo qualora le istituzioni dell’UE superassero le loro competenze. Pertanto nelle motivazioni della Corte leggiamo che «se gli Stati membri dovessero astenersi completamente dal condurre qualsiasi tipo di verifica, concederebbero agli organi dell’UE un’autorità esclusiva sui trattati anche nei casi in cui l’UE adottasse un’interpretazione giuridica che equivarrebbe essenzialmente ad una modifica del trattato o ad un ampliamento delle sue competenze».

Infatti nella sentenza si afferma che anche ai sensi del trattato di Lisbona, gli Stati membri rimangono i “padroni dei trattati” in quanto l’UE non si è evoluta in uno stato federale.

Ecco l’insegnamento di tipo giuridico e metodologico da imprimere nelle nostre teste, la centralità della Costituzione e la legittima azione di verifica degli Stati nazionali sulle decisioni delle istituzioni dell’UE, siano pure BCE o Corte di giustizia.

Definito il quadro interpretativo, economico e giuridico della Corte tedesca, ora possiamo entrare nel merito della sentenza, precisando da subito che questa va divisa in due parti: nella prima la Corte si esprime direttamente su quanto avanzato dai ricorrenti e (solo apparentemente) non vi sarebbero scossoni per le istituzioni dell’UE, la seconda in cui viene introdotto un nuovo concetto assimilato a ragione da qualche testata a una “dichiarazione di guerra” verso l’UE.

Iniziamo dalla prima parte in cui i denuncianti affermano una cosa ben precisa, che il PSPP violerebbe il divieto di finanziamento monetario ai sensi dell’articolo 123 TFUE. Nel vaglio di questa denuncia però la Corte tedesca ha dovuto tener conto di una sentenza dell’11 dicembre 2018, in cui la Corte di giustizia dell’UE ha dichiarato invece che il PSPP non ha oltrepassato il mandato della BCE né violato il divieto di finanziamento monetario.

L’accusa che il PSPP avesse violato il divieto di finanziamento monetario (articolo 123 TFUE) non è stata accolta dalla Corte tedesca e da qui alcuni hanno letto questo pronunciamento come la parte che legittima l’azione della BCE, ma un’analisi sulle motivazioni mostra che non è così.

L’accusa si basava su una serie di limiti che sarebbero stati violati nel PSPP: il primo limite segnalato è la dimensione dell’intervento (i controvalori massimi), il secondo è il limite agli acquisti dei titoli di Stato sul mercato in base proporzionale al capitale della BCE sottoscritto da ciascun Paese  (regola del “capital key”), poi c’è il limite da porre all’ automatismo del reimpiego dei capitali rinvenienti dal rimborso dei titoli giunti a scadenza ed infine il limite sulla  discrezionalità delle decisioni della BCE.

La spiegazione della Corte tedesca è che allo stato attuale non ci sarebbero gli elementi per considerare la violazione della BCE perché il PSPP avrebbe rispettato certi limiti che però, e questo è l’aspetto interessante delle motivazioni, non sarebbero i limiti che la BCE rispetterebbe con l’odierno programma di acquisti varato per contrastare l’emergenza sanitaria. Quindi dalle motivazioni si deduce quantomeno che tale intervento non potrebbe prolungarsi oltre la stretta fase di emergenza dettata dal Covid nella quale alcuni di quei vincoli sono stati rimossi.

Pertanto la Corte tedesca esplicita le condizioni alle quali quest’intervento straordinario della BCE non potrà continuare, che sarà una tegola gigante sulle nostre teste da qui a pochi mesi.

Ma come detto nella sentenza c’è una seconda parte ancor più rilevante, legata all’introduzione nelle motivazioni del principio di proporzionalità che costituisce il perno rivoluzionario della sentenza. Sulla base di tale principio la Corte tedesca esprime giudizi fondamentali in termini di politica economica contraddicendo, qui si, la sentenza dell’11 dicembre 2018 della Corte di giustizia dell’UE che avrebbe giudicato le decisioni della BCE sul PSPP come adeguate ai compiti della stessa.

Tale decisione è criticata dalla Corte tedesca in quanto non terrebbe evidentemente conto dell’importanza e della portata del principio di proporzionalità (art. 5 TUE), in virtù del quale l’azione dell’Unione è limitata agli obiettivi dei trattati. Pertanto se la BCE, attraverso il PSPP, avesse provocato effetti al di fuori degli stretti obiettivi istituzionali avrebbe violato il principio di proporzionalità stesso. Semplificando, l’obiettivo dichiarato delle politiche monetarie della BCE è l’inflazione prossima al 2% e sono anni che non viene raggiunto: così mentre la Corte di giustizia dell’UE afferma che il programma di acquisto della BCE può proseguire fintanto che l’obiettivo non viene raggiunto, per la Corte tedesca invece quest’espansione monetaria sta determinando effetti (collaterali) crescenti che sconfinano nella politica fiscale, e ciò in violazione del principio di proporzionalità. Di questo allora la BCE entro tre mesi dovrà rendere conto, specificando che gli obiettivi di politica monetaria del PSPP non siano sproporzionati in relazione agli effetti di politica economica e fiscale generati, pena la fine di queste politiche monetarie: infatti la Corte stabilisce che, passato il periodo dei tre mesi senza esito favorevole, la Bundesbank non potrà più partecipare all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE. Questo significa che la Bundesbank venderà le obbligazioni già acquistate sulla base di una strategia coordinata con l’Eurosistema, ma ciò vuol dire la fine delle politiche monetarie di controllo sugli spread i cui effetti deleteri sono facilmente immaginabili. Visti i presupposti della sentenza non si capisce come si potrà giustificare il rispetto del principio di proporzionalità, dando quindi il via alla procedura imposta dalla Corte tedesca, per la quale il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la BCE devono quindi rispettare i limiti del loro mandato di politica monetaria, mentre la Corte di giustizia avrebbe colpevolmente trascurato tutti gli effetti di politica economica derivanti dal programma.

L’insegnamento economico-politico da trarre è che, alle condizioni attuali, non solo la politica monetaria da sola non serve a raggiungere gli obiettivi e stimolare l’economia, ma che l’indipendenza della Banca centrale che persegue in autonomia le politiche monetarie non è possibile, visto che ci sono effetti di sconfinamento sul terreno della politica fiscale: questo insegnamento porta a concludere che solo il recupero degli strumenti di politica fiscale da parte dello Stato possono risolvere il dilemma, altrimenti ampio spazio ai mercati finanziari con le conseguenze che abbiamo appreso in questi anni.

Ma per un’analisi completa c’è ora bisogno di un’ultima riflessione, capire nel merito in cosa consistono questi effetti di sconfinamento, ovvero capire perchè la BCE non riesce a realizzare il principio di proporzionalità consistente nel necessario bilanciamento dell’obiettivo di politica monetaria con gli effetti di politica economica derivanti dal programma PSPP, cadendo quindi in violazione dell’articolo 5 del TUE.

Tali effetti di “sconfinamento” per la Corte sono determinati in primo luogo da aspetti quantitativi, ovvero dal volume e dal tempo dell’intervento, perchè in fase iniziale il PSPP sarebbe anche conforme al diritto primario (ma un intervento ridotto però non avrebbe effetti). Nello specifico la prima violazione, ovvero il primo effetto del PSPP sulla politica economica, riguarda le migliori condizioni di rifinanziamento degli Stati membri rispetto a quelle che avrebbero potuto offrire i mercati dei capitali, che avrebbero senz’altro riservato più alti livelli di spread per paesi come l’Italia. Altro punto critico è che il PSPP si potrebbe sostituire agli strumenti di assistenza finanziaria come il MES, che ricordiamo avrebbe invece effetti devastanti per paesi come l’Italia legati alle “inderogabili” condizionalità recessive in esso incorporate. Altra violazione risulterebbe l’effetto del PSPP sulle banche commerciali perché aiuterebbe i bilanci non consentendo conseguenti declassamenti di rating.

In sostanza, per la Corte tedesca, i motivi per cui la BCE commetterebbe delle violazioni sono gli stessi per cui paesi come l’Italia ne avrebbero dei benefici, tra l’altro non derogabili per la nostra sopravvivenza economica. Parimenti la direzione che paesi membri come l’Italia dovrebbero volere per la BCE, quella di finanziamento diretto degli Stati, è esattamente opposta a quella espressa dalla Corte tedesca che ha letteralmente blindato la BCE nella gabbia austeritaria intimando non solo un arresto nel suo stentato incedere ma, pena il distaccamento della Bundesbank, un radicale dietrofront!

Insomma abbiamo nero su bianco gli interessi contrapposti e insanabili tra Germania e paesi come l’Italia, con la differenza che la prima ha fatto valere non solo la consueta forza negoziale, ma quella giuridico-costituzionale fissando gli obiettivi ed anche i mezzi formali per attuarli: la contrapposizione degli interessi è ulteriormente amplificata dai diversi principi economici ispiratori delle due Costituzioni, ordo-liberisti per quella tedesca e, quantomeno, keynesiani per quella italiana.

Notazione recentissima e rilevante per la definizione dello scontro in atto è la nota ufficiale con cui si è espressa la Corte di giustizia dell’UE, secondo cui « per garantire un’applicazione uniforme del diritto dell’Unione, solo la Corte di giustizia, istituita a tal fine dagli stati membri, è competente a constatare che un atto di un’istituzione dell’Unione è contrario al diritto dell’Unione ». La reprimenda della Corte UE verso quella tedesca diviene un vero e proprio monito nel passaggio in cui « eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere infatti l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Unione e pregiudicare la certezza del diritto ».

Ma questo monito della Corte UE potrebbe avere effetti reali solo nella misura in cui vincolasse l’azione della Bundesbank che, con tutta probabilità, sarà tenuta a seguire la linea della Corte tedesca che non si limita alla Bundesbank ma ha investito anche il governo federale tedesco e il Bundestag, sulla base della loro responsabilità in materia di integrazione europea, per vigilare sull’azione della BCE secondo i criteri ora definiti in termini di proporzionalità.

In conclusione, la Corte costituzionale tedesca pone un atto che fa valere le proprie prerogative giuridiche per blindare l’UE nella gabbia ordo-liberista stringendola e serrandola ancor di più; il quadro degli interessi contrapposti tra Stati all’interno dell’UE è chiaro come è chiaro che questi possono e devono mettere al centro la propria Costituzione; all’Italia non rimane che far valere le prerogative di Stato nazionale applicando un’azione uguale e contraria a quella della Germania per far valere i principi della nostra Carta costituzionale ed uscire dalla gabbia ordo-liberista dell’UE. I prossimi mesi ci attendono.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LA SOVRANITÀ TEDESCA di Piemme

“Specchio specchio delle mie brame, chi è il più sovrano nel reame?”

Che in seno all’Unione fosse la Germania non era un mistero.

Ha un nome impronunciabile la Corte costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht).
Si attendeva con ansia la sua sentenza in merito alla ammissibilità, ovvero la compatibilità con la Grundgesetz —ovvero la Costituzione tedesca  — del “Quantitative easing”, il programma di acquisto di titoli sovrani lanciato dalla Bce governata da Mario Draghi nel 2015 per far fronte alla crisi finanziaria post-2008

Com’è noto, una delle principali caratteristiche della Costituzione tedesca è che essa, per quanto attiene alle politiche economiche e di bilancio pubblico, incorpora i dogmi dela dottrina ordoliberista e monetarista —— vedi in particolare gli articoli 107-115.

La sentenza è puntualmente arrivata. Il “Quantitative easing”, non è dichiarato apertamente  illegale e/o anticostituzionale — quindi non si intima alla Bundesbank, come chiedevano coloro che hanno presentato ricorso alla Corte, di uscire dal programma della Bce. Tuttavia la stessa Corte, come si legge nelle note di agenzia, fissa “robusti paletti sui margini di azione della banca centrale europea”.

Come dire, “quello che è stato è stato, ma d’ora in poi niente furbate, basta con politiche monetarie espansive, ovvero con acqisti futuri da parte della Bce di titoli degli stati con alto debito pubblico”.

Le stesse agenzie informano della “profonda irritazione della Commissione europea”. La ragione di questa “irritazione” è presto detta: l’Alta Corte tedesca indica al decisore politico germanico nonché alla Bundesbank che dovranno opporsi non solo all’idea di “eurobond” o “coronabond” europei, dovranno dire no anche al cosiddetto e pur aleatorio Recovery fund, cioè al finanziamento agli stati garantito dal bilancio dei paesi dell’eurozona.

Si dirà che la sentenza della Corte costituzionale tedesca non si applica ai recenti programmi già adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. Vale a dire al Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme), il nuovo programma di acquisto di titoli di Stato varato il 18 marzo come ‘scudo anti-spread’ in tempi di pandemia: 750miliardi di euro di acquisti. Ma è evidente che la decisione di Karlsrhue lega le mani alla Bce.

Non si spiega altrimenti perché la settimana scorsa il board della Bce ha evitato, come già annunciato, di potenziare il Pepp di altri 500 miliardi di euro. Evidentemente a Francoforte sapevano in anticipo quel che noi abbiamo saputo solo ieri sera.

La decisione dell’Alta corte tedesca avrà serie conseguenze sull’Eurogruppo che si riunirà venerdì prossimo, il summit dei ministri delle finanze che dovrebbe indicare le linee guida per l’accesso a nuove linee di credito per far fronte alla gravissima crisi causata dalla pandemia. In poche parole il Governo Conte si scordi che potrà accedere al Mes (Meccanismo europeo di stabilità) senza accettare dure condizioni.

Morale della favola: è evidente non solo lo scollamento dell’Unione europea. Viene a galla che davanti alla più grave crisi della sua storia, l’Unione non è minimamente in grado di adottare una risposta unitaria e potente. E senza questa risposta la sua dissoluzione è posta all’ordine del giorno.

Ognuno per sé, Dio per tutti? Non tutto il male vine per nuocere.
Si conferma quanto andiamo dicendo da tempo, che per il nostro Paese, c’è un solo modo per evitare il baratro, l’Italexit.




CHI DIMENTICA È PERDUTO di Thomas Fazi

Draghi ha assunto la carica di nuovo Presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs (2002-2005), Governatore della Banca d’Italia (2005–2011) e Direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi, negli anni ’90, si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge di buona parte dell’apparato industriale pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole, come dichiarò nel suo intervento sullo yacht Britannia nel 1992, che questo avrebbe “indeboli[to] la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”. Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

Fu sempre Draghi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a far sottoscrivere allo Stato italiano una serie di derivati (finalizzati a mascherare la reale entità del debito pubblico italiano) – i cui dettagli non sono noti perché coperti dal segreto di Stato – che negli anni sono costati al nostro paese svariati miliardi. Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla negli anni ’00 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che, dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale, Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del Governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – “decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE” per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del Governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un Governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia.

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): “una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”.

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del Paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: “Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico”. E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole”.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari “per preservare l’euro”. L’implicazione era che, se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi giorni, comporta l’adesione da parte del Paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il Governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di  Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale . Più in generale, alla luce del suo “curriculum”, ci sarebbe solo che da tremare alla prospettiva di un eventuale Governo tecnico guidato da Draghi. Il fatto che oggi non ci sia praticamente un solo politico in Italia – da Salvini in giù – che non invochi questa soluzione dà veramente il senso della caratura della nostra classe politica.

* Fonte: L’Intelletuale dissidente




CONTANTE: SE LO DICE ANCHE LA BCE

Come spesso accade i destrorsi son più svegli e migliori dei sinistrorsi. 

Di che parliamo? Di una importante notizia che non troverete su Repubblica e gli altri giornaloni di centro-sinistra. Non ne parlano lòe “Sardine” e nemmno la cosiddetta “sinistra radicale” in tutt’altro affacendata. La notizia in questione è apparsa invece su IL GIORNALE di ieri 9 gennaio.

Ecco il titolo:

«Schiaffo dell’Europa ai giallorossi: “Un errore limitare il contante”
Il governo giallorosso prosegue nella sua lotta al contante. Ma la Banca centrale europea ha inviato una lettera a Gualtieri: “A rischio ampi strati della popolazione”».

In questo caso addirittura i tecno-banchieri della BCE sono migliori dei sinistrorsi di governo, che nella Legge di Bilancio, oltre alle nefandezze hanno deciso — col preteso di contrastare l’evasione, in verità per ingrassare le banche a spese dei cittadini — di porre un forte limite al contante che dal 2022 torna a 1.000 euro come fece Monti al tempo.
Dopo aver tirato le orecchie al governo per non aver avvertito prima Francoforte (lesa maestà), la BC crive testualmente:

«Frenare l’uso delle banconote significa solo colpire le classi meno abbienti e i più anziani”.

E’ proprio per questo che LIBERIAMO L’ITALIA ha lanciato l’APPELLO IN DIDESA DEL CONTANTE, appello che ricordiamo fu approvato per acclamzione dalla manifestazione del 12 ottobre scorso.

Per chi voglia saperne di più della questione su cosa c’è dietro alla decisione del governo legga il dossier PERCHÉ DIFENDERE IL CONTANTE pubblicato da LIEBRIAMO L’ITALIAE e curato da Vadim Bottoni.

Gli eurioinomani fanno sempre la predica che occorre fare come i paesi europei “virtuosi”. Guardate
attentamente la tabella qui accanto e notate la posizione della Germania.




CHE RIVOLUZIONE ABBIAMO ALLE PORTE? di Piemme

[ mercoledì 30 ottobre 2019 ]

“Degno erede dei padri fondatori»ì”, “l’uomo che tiene alto il sogno europeo”, “Colui che ha salvato l’euro”.

“C’è molto di più”, scrive tuttavia Repubblicanella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.

Sì, c’è molto di più.

La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell’Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore. 

Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all’analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell’altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l’adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.

Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell’Unione europea, a dimostrazione che quest’ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare “eterno ritorno”, di una ripetizione di ciò che l’Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.

Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di “capitalismo assoluto”. Quale che sia il nome che vogliamo dare all’ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.

Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e “sovraniste” che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l’Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.

La rotta di collisione tra quest’ordine neo-feudale e le spinte “sovraniste” dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l’esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l’ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.

Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.


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LA MICIDIALE TRAPPOLA DI DRAGHI di Piemme

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]

Il giornale cattolico Avvenire fa una buona sintesi del discorso di Mario Draghi ieri in Portogallo. Gli euristi e gli speculatori finanziari (si legge “borse”) esultano: “la Bce taglierà i tassi — quindi ancora denaro a gratis alle banche — e quasi sicuro una ripresa del cosiddetto “Quantitative easing” (Qe). Trump invece si è infuriato, accusando la Bce (ne ha ben donde) di continuare a svalutare l’euro rispetto al dollaro, così da dare una mano al capitalismo mercantilista europeo, anzitutto tedesco. Ma di questo aspetto, e delle sue possibili implicazione nelle relazioni Usa-Ue, ne parleremo magari un’altra volta.

Vorremmo invece parlare delle conseguenze dirette che la mossa (tutta politica) di Draghi e della Bce hanno e potranno avere sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles.

Il mito del Quantitative easing


Prima permetteteci di tornare sul cosiddetto programma di stimolo monetario “Quantitative easing”. Quando in pompa magna fu avviato nel marzo 2015  — dopo il fallimento clamoroso del “LTRO”, le operazioni di rifinanziamento a lungo termine nel novembre della bce avviato nel 2011 —, venne presentato, dagli economisti ordoliberisti, come una panacea, come una miracolosa terapia che avrebbe fatto uscire la zona euro dalle secche della stagnazione e dal famigerato “credit crunch”, la penuria di liquidità. va ricordato In effetti di liquidità dalla Bce ne pioverà in abbondanza, ma irrorò solo la sfera bancaria e finanziaria e se arrivò alle aziende (giammai ai cittadini!) toccò solo, quelle grandi e votate all’export

Fummo allora tra i pochi a contestare la vulgata per cui il Qe sarebbe stato il miracolo, quindi a destituire di fondamento la leggenda di “Super Mario”. Lo facemmo con un primo articolo del novembre 2014 (non appena il Qe fu annunciato. E, facili profeti, ecco quanto dicevamo:

«Siamo alle solite! Gli euro-liberisti si illudono che con “una semplice innovazione finanziaria” riusciranno a rilanciare il ciclo economico. Tradiscono così la loro adesione ella teoria quantitativa della moneta, per cui viene presa in considerazione una funzione della moneta, quella di “intermediazione degli scambi”. Non entra in testa, ai seguaci della setta, malgrado gli insegnamenti della storia e le evidenze empiriche, ciò che sottolineò Marx, che la moneta, essendo anche denaro, ovvero “rappresentante della ricchezza generale”, nelle fasi in cui l’economia capitalistica si inceppa, quando i profitti del settore industriale decrescono, esso può essere “tesaurizzato”, trattenuto come “tesoro” o utilizzato speculativamente nei circuiti finanziari-bancario».

Tornammo poi sulla questione con un articolo di Leonardo Mazzei del gennaio 2015, e nel giugno dello stesso anno già potevamo tirare un primo bilancio, mostrando dove davvero andavano a finire i quattrini della Bce.

Chiusa la parentesi torniamo a noi. Abbiamo posto la domanda su quali conseguenze avrà la mossa di Draghi sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles. I giornaloni questa mattina cantano lodi sperticate di “Super Mario santo subito!”, sostenendo che la sua mossa è un “aiutone” all’Italia, che cioè servirà a disinnescare la mina della “procedura d’infrazione”.

Sarà vero? No, è falso!


E’ anzitutto un aiuto al partito di Mattarella in seno al governo (quindi al tandem Tria-Conte), quindi un fendente per indebolire, alle porte del negoziato con la Commissione, l’ala dura del governo, quella salviniana in primis. Perché? Ma è semplice, si tenta di togliere a Salvini e Di Maio l’argomento per cui Bruxelles e Francoforte sarebbero (come in effetti sono) avversari del nostro Paese, che non è vero che hanno puntato una pistola alla tempia dell’Italia. La mossa di Draghi è quindi tutta politica, simbolica e ideologica: si è travestita la mano armata sotto le mentite spoglie della mano tesa. Come in un gioco di prestigio, la pistola scompare e appare una colomba.

Una trappola quindi, quella di Draghi: da una parte si promette di adottare misure per tenere sotto controllo il debito pubblico e calmo lo spread, dall’altra, ove il governo non addivenisse a più miti consigli, ove non accettasse politiche austeritarie, la minaccia di devastanti ritorsioni. Ed infatti Draghi ha lanciato l’avviso:

«I Paesi ad alto debito, bassa crescita e con scarsa capacità di spesa devono aumentare il potenziale con le riforme e gli investimenti pubblici rispettando le regole europee».

Chi ha orecchie per intendere intenda. Roma è avvisata. Vanno rispettate “le regole europee”, altrimenti procedura d’infrazione e sanzioni. Quindi taglio della spesa pubblica orientata a sostenere le classi popolari, no al rilancio la domanda interna e quindi manco a parlarne di aumentare salari e pensioni o di abbassare le tasse. Spending review a gogò, rigore nei conti pubblici, austerità. E ovviamente non vi azzardate a emettere MiniBoT.

In vista del finale di partita della prossimaLegge di bilancio, il primo round lo abbiamo col negoziato sulla procedura d’infrazione con la Commissione che inizia domani. Vedremo come andrà a finire. Basterà all’euro-germania che Roma raccimoli qualche miliardo (anzitutto dalla differenza tra la spesa prevista per RdC e Quota 100) per evitare la cosiddetta “manovra aggiuntiva”? Seconda domanda: Tria e Conte, ubbidiranno alla maggioranza giallo-verde o a Mattarella —che ieri ha messo in guardia che si deve ubbidire allo straniero punto e basta? Quindi la terza domanda: che succederà nel governo ove Tria e Conte tornassero a Roma con un accordo capestro?


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DEBITO PUBBLICO: IL MISTERO SVELATO di Piemme

[ venerdì 31 maggio 2019 ]


«Era prevista e, puntuale come la morte, è arrivata. Parliamo della lettera con cui la Commissione europea, preso atto che l’Italia non avrebbe mantenuto gli impegni sulla riduzione del debito pubblico, avverte il governo che potrebbe scattare la famigerata “procedura d’infrazione“, con tanto di pesanti sanzioni». [SOLLEVAZIONEdel 30 maggio]
Da decenni l’imperativo categorico del rimborso del debito, è il mantra assillante con cui i tecnocrati dell’Unione europea ed i pescecani della finanza predatoria giustificano la necessità di tenere l’Italia incatenata al ceppo dell’ortodossia ordoliberista. Ove non vi fosse la certezza del rientro, almeno nei parametri di Maastricht, sarebbe la catastrofe economica, lo sfacelo del paese.
In questa cornice sono cadute le “sorprendenti” dichiarazioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sulla “monetizzazione del debito”:

«Non dobbiamo dimenticare che esiste un secondo modo di finanziare un deficit, che è il finanziamento monetario».

Cosa sia, in ambiente Ue, la “monetizzazione del debito”, è presto detto: la Bce finanzierebbe le politiche fiscali di uno Stato stampando moneta, col che verrebbe meno il problema dello spread poiché i titoli di debito sarebbero acquistati direttamente dall’Istituto di Francoforte. L’idea di Tria, malgrado sia come la scoperta dell’acqua calda, ha suscitato vibranti rimostranze degli ambienti ordoliberisti oltranzisti. Rimostranze ingiustificate poiché, come vedremo, la proposta di Tria, si presta ad una lettura inquietante. Ma ci torneremo in fondo.

Tabella 1

Default non è bancarotta

La verità è che il debito italiano — per quanto, come si evince dalla tabella sopra (dati Bankitalia) esso sia in mano per il 70% a creditori “residenti”, ovvero a banche italiane —, è debito destinato restare insoluto, a rimanere impagato. Lorisgnori lo sanno bene e, dicendo il contrario, sanno di mentire. Quel che essi temono come la peste è che prima o poi l’Italia, come han fatto nel passato decine e decine di stati (notare: l’Italia mai) lo metta in quel posto ai creditori facendo default. Al che sentiamo già alzarsi l’urlo degli ordoliberisti: “Default? Ma siete matti!? Sarebbe la bancarotta!”.

Ma questa equivalenza, se si parla di uno Stato è falsa. Uno Stato può ricorre al default (insolvenza) ove non riesca più a rimborsare le proprie obbligazioni coi suoi creditori. E’ vero l’inverso semmai, che in bancarotta, rischiano di andarci propri i creditori che

s’ingrassano con lo strozzinaggio a spese degli stati. La bancarotta (colposa o dolosa) designa infatti il fallimento di un’azienda privata quando questa, non potendo più far fronte ai suoi debiti, è costretta a chiudere i battenti ed a consegnare quindi il proprio patrimonio ai suoi debitori. Uno Stato non può, con tutta evidenza, chiudere i battenti, a meno che esso non venga fagocitato ed il suo patrimonio passi nelle mani dei suoi creditori. Nei centinaia di casi di default della storia moderna ciò è accaduto una sola volta, per la precisione al piccolo Stato di Terranova (oggi Canada) quando, in conseguenza della crisi del 1929 che fece impennare il suo debito pubblico, esso perdette la sua autonomia per ridiventare colonia dell’Impero britannico — che era il suo unico creditore.

Debito pubblico: numeri alla mano

Non passa giorno che gli ordoliberisti esortino l’Italia (per il suo proprio bene s’intende) a ridurre il debito pubblico, quindi invitando chi governa a ridurre la spesa pubblica. In verità, non sembri un paradosso, quel che interessa davvero ai pescecani della finanza privata che finanziano lo Stato — dato che l’Italia non avendo più la sua propria Banca centrale come principale finanziatore — è infatti che il debito resti perpetuo, così prendendo due piccioni con una fava: mantenere l’Italia sotto permanente ricatto a fare profitti predatori staccando le cedole dell’interesse sul debito appunto. La sola reale preoccupazione di chi detiene i titoli di debito è che non si svaluti il loro valore.

Vediamo, numeri alla mano, di dimostrare perché il debito dello Stato italiano è destinato ad essere perpetuo, a meno che, appunto, non giungerà quel fatidico giorno in cui non si trovi il coraggio sovrano di dichiarare default
Teniamo a mente due dati: il Pil italiano (2018) è stato di 1.753 miliardi di euro, mentre il debito (a fine 2018) si è attestato a 2.359 miliardi — il 134,5%.
Ora supponiamo che l’Italia, nel rispetto del pareggio di bilancio, decida di rispettare il famigerato parametro di Maastricht (il rapporto tra il debito pubblico lordo e il Pil, com’è noto, non deve superare il 60%), di abbassare il debito da 2.359 miliardi a 944 miliardi
Si tratta di racimolare la bellezza di 1.415 miliardi.
E supponiamo pure che avvenga il miracolo che la Ue accetti che la Bce adotti politiche di “monetizzazione del debito” pubblico italiano, portando quindi l’interesse sul debito futuro a zero — si tenga a mente che pur in calo a causa del Qe l’Italia ha sborsato, nel 2018, 65miliardi di euro solo per interessi, ovvero il 3,7% del Pil.
Si tratterebbe quindi di trovare questi 1.415 miliardi.
Supponiamo infine che l’Italia s’impegni a concordare coi suoi creditori un piano di rientro trentennale. In questo caso, dividendo 1.415 per 30 anni avremmo che ogni anno l’Italia dovrebbe sborsare la cifra di 47 e passa miliardi.
Ci sono solo due maniere per reperire queste risorse: o con tagli draconiani e costanti nel tempo alla spesa pubblica o incrementando stabilmente il Pil.
Ebbene, visto che la spesa pubblica italiana è già tra le più basse d’Europa, ovvero secondo gli analisti difficilmente comprimibile, non resta che affidarsi alla lotteria della “crescita”.
Chiediamoci, in questa ipotesi di scuola, di quanto dovrebbe crescere, il Pil ogni anno a spesa pubblica invariata?
Risposta: se oggi il Pil sta a 1753 miliardi — aggiungendo ogni anno 47 miliardi —, il Pil italiano dovrebbe raggiungere nel 2049 la cifra di 3.168 miliardi. Ciò significherebbe nei primi anni una “crescita” attorno al 2,7%, e comunque superiore al 2% per tutto il primo quindicennio.
Viene dunque la domanda: è realistico questo tasso di “crescita”?Ovviamente no, e per diverse ragioni, la prima delle quali, visto che entrano in gioco rilevanti fattori esogeni, è che a scala mondiale l’economia globale, nei prossimi trent’anni, non solo non conosca gravi recessioni ma  registri una “crescita” costante. Condizione altamente improbabile dato che l’economia capitalistica è un susseguirsi di cicli espansivi e recessivi —impossibile ove avessero ragione quegli economisti che sostengono che saremmo entrati in una “stagnazione secolare”.

Piedi per terra signori!

Ricapitoliamo. (1) Abbiamo posto l’ipotesi (ripetiamo, di scuola) che l’Italia adotti un piano di rientro trentennale per far scendere il suo debito al 60% del Pil; (2) abbiamo quindi considerato che, anche ammesso che la Bce accetti di “monetizzarlo”, cioè finanziarlo in prima persona, ciò non basterebbe, poiché (2) ci sarebbe bisogno di una seconda e più importante condizione: una “crescita” economica costante di un 2% costante nell’arco del periodo considerato.
Abbiamo visto che questa seconda condizione è, come minimo, altamente improbabile. Resta ora da stabilire quanto realistica sia la prima, ovvero che la Bce si decida per la monetizzazione.

Ebbene, anche questa è irrealistica, per la precisione inverosimile, dato che essa, come abbiamo detto, implica che i paesi dell’Unione europea, all’unanimità, cambino lo statuto della Bce, detto altrimenti che aboliscano il principale dei dogmi ordoliberisti, che consiste appunto nel divieto fatto alla banca centrale di finanziare il fabbisogno degli stati. Una decisione che ognuno che abbia i piedi per terra sa quanto sia impossibile.
Per la verità la Bce può acquistare già oggi titoli di debito pubblico di uno Stato ma solo nel quadro dell’Outright monetary transactions (Omt). Lo Stato che chiedesse alla Bce di attivare l’Omt, che cioè si trovasse in una situazione di grave crisi con lo spread fuori controllo, dovrebbe aderire ad un programma draconiano di “riforme strutturali e consolidamento fiscale (leggi: austerità e macelleria sociale).
E quindi veniamo alle dichiarazioni di Tria. Perché abbiamo detto che sono inquietanti? Perché essendo che l’Omt è di fatto una forma di monetizzazione, è proprio a questa che il Tria, da bravo segugio del mondo finanziario e bancario ordoliberista, allude.
Per concludere: resta che il debito pubblico italiano non è solvibile, che è impagabile e che, a meno di non fare la fine della Grecia, fare default è inevitabile. Aggiungiamo noi: sarà uno degli atti con cui il nostro Paese riconquisterà la sua sovranità.

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LA CRISI ECONOMICA E LE BANCHE CENTRALI di Eric Toussaint

[ 4 aprile 2019 ]

Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante


I principali fattori di crisi sono:
da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese
dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari1: borse valori, prezzi dei titoli del debito2, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi.

Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità3 a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse4 per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni5 in borsa6. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «La montagna dei debiti privati delle imprese sarà al centro dellaprossima crisi finanziaria» , pubblicato il 9 novembre del 1917.

Banche centrali e bolla in arrivo

Le bolle speculative ora citate sono il risultato delle politiche condotte dalle grandi banche centrali (Federal Rèserve degli Stati Uniti, BCE7, Banca d’Inghilterra, da 10 anni, e dalla Banca del Giappone dallo scoppio della bolla immobiliare negli anni 1990) che hanno iniettato migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen nelle banche private per mantenerle a galla. Queste politiche sono state chiamate Quantitative easing o allentamento monetario quantitativo. I mezzi finanziari che le banche centrali hanno distribuito a profusione non sono stati utilizzati dalle banche e dalle grandi imprese

capitaliste degli altri settori per l’investimento produttivo. Essi sono serviti a acquistare attivi finanziari: azioni di borsa, obbligazioni8 di debiti delle imprese, titoli di Stato sovrani9, prodotti strutturati10 e derivati11… Questo ha generato una bolla speculativa sul mercato borsistico, sul mercato obbligazionario (vale a dire le obbligazioni dei debiti) e, in alcuni paesi, nel settore immobiliare. Tutte le grandi imprese sono sovra-indebitate.

Questa politica delle banche centrali testimonia il fatto che le decisioni dei loro dirigenti sono determinate interamente dagli interessi a breve termine delle grandi banche private e delle grandi imprese capitaliste degli altri settori: impedire fallimenti a catena e, di conseguenza, perdite considerevoli dei grandi azionisti.
Questa politica ha anche a che fare con una caratteristica dell’odierno capitalismo finanziario: una parte sempre meno importante del nuovo valore creato è reinvestito nella produzione-
Una parte crescente del nuovo valore è utilizzata sotto forma di dividendi per gli azionisti o di riacquisto di proprie azioni, di investimenti speculativi particolarmente in prodotti strutturati e derivati … François Chesnais parla in particolare di <> [1].
Torniamo alla politica adottata dalle banche centrali per combattere la crisi esplosa nel 2007/2008. Il loro intervento non è riuscito a risanare il sistema, anzi, gli elementi di fragilità sono rimasti o sono aumentati: il rapporto fra i fondi propri (i capitali dell’ impresa12) e gli impegni assunti dall’impresa é troppo debole. In effetti, il livello di questo rapporto è insufficiente per fare fronte ad una perdita di valore che sarebbe provocata da una caduta dei valori borsistici, del mercato obbligazionario o di altri attivi finanziari posseduti dall’impresa, sia essa una banca o un’impresa come Apple o General Electric per citare due esempi. Tutte le imprese sono fortemente indebitate perché il ricorso al prestito costa loro molto poco grazie ai tassi di interesse che sono molto bassi (0% nella zona euro, -0,1% in Giappone, 0,75% in Gran Bretagna, 2,5% negli Stati Uniti) e una pletora di capitali sono alla ricerca di un massimo del rendimento finanziario pronti ad acquistare dei titoli di debiti dubbi (junk bonds13) emessi da imprese in situazione precaria. Quindi imprese come Apple che hanno una buona reputazione in termini di salute finanziaria si indebitano per poi acquistare titoli cattivi ad alto rendimento. Le imprese in cattive acque che emettono questi titoli cattivi ad alto rendimento si trovano in una situazione permanente di indebitamento: esse si indebitano per poter rimborsare i prestiti precedenti.
Alla fine di dicembre 2018, un grande crack in borsa ha rischiato di esplodere negli Stati Uniti e l’effetto del contagio è stato immediato. Si è trattato di un ulteriore segnale annunciatore di un importante crack futuro.
Il mercato immobiliare statunitense è tornato fragile: il prezzo degli immobili è aumentato del 50% rispetto al 2012 e il suo livello supera quello raggiunto subito prima della crisi che era iniziata nel 2005-2006 e ha provocato la grande crisi internazionale del 2008-2009. Alcuni specialisti ritengono che potrebbe essere l’alba di una nuova crisi del settore immobiliare perché l’attività ha cominciato a rallentare e le vendite delle abitazioni sono diminuite. Il proseguimento della politica di allentamento monetario (Quantitative Easing) in Europa, come pure la sua fine negli USA costituiscono fattori di crisi.
Le grandi banche private dette sistemiche sono estremamente fragili e il valore delle loro azioni nella seconda metà del 2018 è calato fortemente negli Stati Uniti e in Europa e la caduta sta continuando nel primo trimestre del 2019. Le grandi banche private sono sostenute dalle banche centrali14 dei rispettivi paesi. La Fed non rispetta il proprio impegno di rivendere i titoli del debito privato tossico (i famosi mortgage backed securities – MBS -). Nel marzo 2019 essa detiene un volume enorme di 1600 miliardi di $ di MBS (vedi QUI consultato il 17 marzo 2019) acquistati nel 2008-2009 dalle grandi banche private per salvarle. La Fed sa benissimo che se essa vendesse massicciamente questi titoli come ha promesso, il prezzo di questi crollerebbe e in conseguenza, anche il mercato obbligazionario degli Stati Uniti. Essa sa pure che se aumentasse il tasso d’interesse al di sopra del 2,5% tutta una serie di imprese indebitate andrebbero incontro a gravi difficoltà di rimborso/rifinanziamento dei propri debiti. Senza contare che questo farebbe crescere anche il costo del rimborso del debito pubblico.
La BCE da parte sua continua a concedere prestiti di liquidità alle banche a tasso 0% e sta promettendo loro di non aumentare i tassi prima del 2020 (vedi Martine Orange, “La BCE di fronte ai propri limiti”, pubblicato l’8 marzo 2019 e Delphine Cuny (La Tribune), “La BCE scuote i mercatirinviando l’innalzamento dei tassi”,[l-actu-du-jour]-20190308, pubblicato il 7 marzo 2019). Inoltre la BCE concede alle banche private nuovi ingenti prestiti a medio e lungo termine, quello che in gergo si chiama TLTRO (Targeted longer-term refinancing operations). A dipenderne maggiormente sono le banche italiane e spagnole (secondo JPMorgan esse costituiscono il 55% del monte prestiti in occasione dell’ultimo TLTRO) ma poiché tutte le banche sono interconnesse, tutte ne dipendono più o meno direttamente. Aggiungiamo che le banche europee usano massicciamente il denaro che esse ottengono a tasso zero per acquistare titoli del debito sovrano, di preferenza quello del proprio Stato, ma anche di altri Stati europei, cosa che procura loro un rendimento positivo da titoli considerati come sicuri perché emessi dagli Stati.
L’infatuazione delle banche e degli altri attori presenti sui mercati finanziari15 per i titoli del debito pubblico è impressionante: tutti gli Stati della zona euro sono riusciti a prendere in prestito grosse somme di denaro nel corso dei primi tre mesi del 2019 (come già nel 2018). Ogni offerta di prestiti vede affluire le offerte d’acquisto. In genere, quando uno Stato vuole prendere in prestito un miliardo di €, le banche ne propongono 4, tanta é la liquidità di cui dispongono (che proviene ampiamente dalle banche centrali a loro servizio),ciò segnala quanto esse vogliono acquistare dei titoli pubblici perché remunerativi e sicuri. Inoltre, come ho dimostrato nel mio libro Bancocratie, il fatto di acquistare titoli sovrani permette alle banche di aumentare artificialmente il rapporto dei loro fondi propri rispetto al loro bilancio grazie ai sistemi della ponderazione degli attivi per il rischio (vedere «Tout va très bien madame la marquise»  e Bancocratie, capitolo 12, Aden, Bruxelles, 2014). Ma quando la crisi assumerà un andamento catastrofico, i media dominanti e i banchieri accuseranno di nuovo gli Stati di fare troppe spese pubbliche e di emettere troppo debito pubblico.
Crescita in generale molto debole, stagnazione o forte recessione16 in una serie di casi
La crescita economica nei “vecchi” paesi più industrializzati resta debole ed è in diminuzione in molti paesi chiave. In particolare in Europa dove, dopo una piccola crescita nel 2017, l’anno 2018 è terminato con una stagnazione e nel caso della Germania, con una caduta della produzione industriale nel quarto trimestre del 2018 e nel primo del 2019 (Financial Times, «Germanindustrial production drops unexpectedly», 11 Marzo 2019, ). Le autorità tedesche hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del 2019 riportandola all’1% (mentre nel 2016-2017 esso superava il 2%). Gli investimenti nell’Unione Europea hanno impiegato 12 anni per ritornare al livello del 2007 prima dello scoppio della crisi (Financial Times, « EU investment rebounds to level before 2008 financial crash », 9 Marzo 2019).
A livello della zona euro, la crescita nel terzo trimestre 2018 è stata appena dello 0,2%, la più bassa da 4 anni. L’Italia è in recessione. La Francia conosce una piccola ripresa grazie alla leggera crescita dei consumi che è il risultato del movimento dei Gilet gialli che ha portato Macron a non rispettare ciecamente la disciplina di bilancio (vedere il mio articolo: Europe : désobéir pourmettre en œuvre une alternative favorable aux peuples, 12 février 2019, )
In Giappone, la crescita nel periodo aprile 2018-marzo 2019 è di circa lo 0,9%, anch’essa in ribasso rispetto al 2017. L’economia USA è anch’essa in fase di rallentamento, il FMI17 prevede una crescita del 2,5% nel 2019 contro il 2,9% nel 2018. Altri esperti prevedono una crescita più debole. Questo ha portato la Fédéral Réserve degli Stati Uniti a sospendere provvisoriamente l’aumento dei tassi di interesse iniziato alla fine del 2016.
La crescita cinese rallenta ancora anche se il paese continua ad essere la locomotiva mondiale; essa sarebbe dell’ordine del 6%, la più bassa da 25 anni. In Cina, una crisi finanziaria può esplodere in ogni momento, far cadere la crescita domestica e mondiale, aggravare le condizioni di vita di centinaia di milioni di cinesi, uomini e donne.
Anche l’economia degli altri BRIC rallenta, eccetto l’India che conosce un tasso di crescita un pò superiore al 7%. La Russia ha una crescita molto debole, dell’ordine dell’1,2% nel 2018 e una previsione dell’1,3% nel 2019. L’Africa del Sud è stata in recessione nel corso della prima metà del 2018 e conosce un piccolo recupero. Il Brasile che ha conosciuto una forte recessione nel 2015-2016 ha ritrovato un po’ di crescita ma essa è molto debole, appena poco sopra l’1% nel 2018.
Crisi molto forti colpiscono già una serie di paesi detti emergenti: Turchia, Argentina, Venezuela … Svalutazione18 della moneta, grosse difficoltà a effettuare i rimborsi del debito estero pubblico e privato.
Una serie di paesi periferici fra i più poveri si trovano ad affrontare una crisi acuta del debito (Mozambico, …). Non è che l’inizio di una lista che si sta allungando.
Malgrado questa crescita economica molto debole a livello mondiale e in particolare nelle principali vecchie potenze industriali contaminanti, i fattori che spingono all’accelerazione del cambiamento climatico non si attenuano. Ne abbiamo sotto gli occhi delle prove tangibili con gli effetti dello sconvolgimento e del cambiamento climatico ai quattro angoli del pianeta. Di fronte a questa crisi le cui conseguenze drammatiche sono in crescita, i governi ricorrono a promesse puramente retoriche, cosa che fortunatamente produce delle forti reazioni nella popolazione in generale e fra i giovani in particolare.

Bilancio dell’azione della BCE

Dall’inizio della crisi nel 2007-2008, la BCE ha giocato un ruolo vitale per portare alla riscossa delle grandi banche private, dei loro grandi azionisti e principali dirigenti garantendo la continuazione dei loro grandi privilegi. Si può affermare senza rischio di sbagliarsi che senza l’azione della BCE, alcune grandi banche sarebbero fallite, cosa che avrebbe forzato i governi a prendere delle misure fortemente restrittive nei confronti dei loro dirigenti e grandi azionisti. Occorre aggiungere che l’azione della BCE ha rafforzato la concentrazione del settore bancario a profitto di una ventina di grandi banche che hanno un ruolo dominante. La BCE ha contribuito attivamente a mantenere in piedi e a sviluppare dei mostri bancari troppo grandi per poter fallire. Oltre al salvataggio dei grandi azionisti bancari, la BCE persegue ufficialmente l’obbiettivo di una inflazione19 del 2%. Da questo punto di vista, il bilancio della BCE è un fallimento perché il tasso d’inflazione nell’eurozona nel 2018 ha raggiunto solo il valore dell’1,6% e essa è in ribasso nel corso del primo trimestre del 2019.
Tre obbiettivi supplementari dell’azione della BCE possono essere riassunti nel modo seguente:
Difendere l’euro che è una camicia di forza per le economie più deboli della zona euro oltre che per tutte le popolazioni europee. L’euro è uno strumento al servizio delle grandi imprese private e delle classi dominanti europee (l’1% più ricco). I paesi che fanno parte della zona euro non possono svalutare le loro monete perché hanno adottato l’euro. Ora i paesi più deboli della zona euro avrebbero un vantaggio a svalutare per ritrovare competitività di fronte ai giganti economici tedeschi, francesi, del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e all’Austria. Paesi come la Grecia e il Portogallo, la Spagna o l’Italia sono così bloccati dalla loro appartenenza alla zona euro. Le autorità europee e i governi nazionali applicano da allora quella che viene definita la svalutazione interna: essi impongono una diminuzione dei salari a solo profitto delle grandi imprese private. La svalutazione interna è sinonimo di riduzione dei salari.
Rafforzare il dominio delle economie europee più forti (Germania, Francia, Benelux …) dove hanno sede le più grandi imprese private europee. Questo comporta mantenere forti asimmetrie fra le economie più forti e le più deboli.
Partecipare e sostenere in maniera offensiva gli attacchi del Capitale contro il Lavoro al fine di aumentare i profitti delle imprese e rendere le grandi imprese europee più competitive sul mercato mondiale di fronte ai loro concorrenti statunitensi, cinesi, giapponesi, coreani … Gli esempi dell’intervento della BCE per raggiungere questo obiettivo in Italia, in Grecia, a Cipro, in Portogallo, in Irlanda, in Spagna, … sono molteplici.
L’accanimento della BCE a contribuire agli attacchi contro coloro che sono più deboli s esprime ancora una volta molto chiaramente. In marzo 2019, la BCE e le banche dell’Eurosistema hanno rifiutato di rendere alla Grecia una parte degli utili realizzati sulla schiena del popolo greco [2] con il pretesto che il governo di Alexis Tsipras non aveva approfondito sufficientemente le controriforme sociali. Si tratta in particolare della volontà della BCE di veder sopprimere gli ultimi ostacoli all’espulsione delle famiglie greche incapaci di effettuare il rimborso del debito ipotecario per la loro residenza principale. Niente viene risparmiato in sacrifici al popolo greco che è una vittima espiatoria della Troïka20 in seno alla quale la BCE gioca un ruolo chiave.

La necessità di soluzioni radicali

La nuova crisi finanziaria che è in arrivo si iscrive in un contesto più ampio di crisi sistemica del capitalismo globale. Questa crisi sistemica è multidimensionale: economica, ecologica, sociale, politica, morale, istituzionale, …
Occorre rompere in maniera radicale con la logica che guida oggi i governi in carica e prendere delle decisioni urgenti. All’opposto del sistema attuale che offre l’impunità e dei paracadute dorati ai responsabili delle debacles, è necessario far pagare il conto dei salvataggi bancari a quelli e quelle che ne sono responsabili.
Le misure annunciate per disciplinare le banche sono semplici artifizi. La supervisione centralizzata delle banche della zona euro, la creazione di un fondo europeo di garanzia dei depositi, l’interdizione di certe operazioni (che toccano solo il 2% delle attività bancarie globali), il tetto massimo per i bonus, la trasparenza delle attività bancarie o ancora le nuove regole di Basilea III21 non costituiscono altro che delle raccomandazioni, delle promesse o, tutt’al più, delle misure del tutto insufficienti in relazione ai problemi da risolvere. Ora è necessario imporre delle vere regole molto strette e non aggirabili.
Questa crisi dovrebbe essere risolta con la realizzazione di misure che toccano la struttura stessa del mondo della finanza e del sistema capitalista [3].
Il compito della banca è troppo serio per essere lasciato nelle mani del settore privato. È necessario socializzare il settore bancario (ciò che implica il suo esproprio) e di porlo sotto il controllo cittadino (dei dipendenti delle banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti degli attori pubblici locali), perché deve essere sottomesso alle regole di un servizio pubblico e i profitti che la loro attività genera devono essere utilizzati per il bene comune.
Il debito pubblico assunto per salvare le banche è chiaramente illegittimo e deve essere ripudiato. Un audit22 cittadino deve individuare gli altri debiti illegittimi, illegali, odiosi, insostenibili … e consentire una mobilitazione tale che un’alternativa anticapitalistica credibile possa prendere forma.
Queste due misure devono essere iscritte in un programma più vasto che noi abbiamo disegnato in un altro lavoro. (Vedere: Gilet gialli: imparare la storia e agirenel presente)
Le banche centrali devono essere radicalmente rifondate, le loro missioni devono essere ridefinite. Esse devono assumere di nuovo il ruolo di creazione monetaria in favore del settore pubblico e contribuire attivamente al finanziamento della transizione ecologica e alla lotta contro l’ingiustizia sociale.
La mobilitazione cittadina e l’auto organizzazione sociale costituiscono la conditio sine qua non alla la realizzazione delle diverse soluzioni proposte.

* Traduzione di Aldo Zanchetta
* Fonte: CADTM

NOTE TECNICHE
1 In generale, il termine <> fa riferimento a un bene che possiede un valore realizzabile, o che può generare dei ritorni. Nel caso contrario, si parla di <>, vale a dire la parte del bilancio costituita dalle risorse di cui dispone un’impresa. (i capitali propri apportati dai soci, gli accantonamenti per i rischi e gli impegni come pure i debiti.
2 I titoli del debito pubblico sono dei prestiti che uno Stato contrae per finanziare il proprio deficit (la differenza fra le sue entrate e la sue spese). Esso emette allora differenti titoli (titoli di stato, certificati del tesoro, buoni del tesoro, obbligazioni lineari, note di debito, etc) sui mercati finanziari -soprattutto oggi- che gli procureranno denaro in cambio di un rimborso futuro con interessi ad una certa scadenza (da 3 mesi a 39 anni). Esistono un mercato primario e un mercato secondario del debito pubblico.
3 Capitali di cui un’economia o una impresa può disporre in un determinato momento T. Una mancanza di liquidità può portare un’impresa alla liquidazione e una economia alla recessione.
4Quando A prende a prestito del denaro da B, B rimborsa il montante prestato da A (il capitale), ma anche una somma aggiuntiva detta interesse, affinché A abbia un interesse ad effettuare questa operazione finanziaria. Il tasso di interesse più o meno elevato serve a determinare l’importanza degli interessi.
5 Valore mobiliare emesso da una società per azioni. Questo titolo rappresenta una frazione del capitale sociale. Esso da al titolare (l’azionista) il diritto di ricevere una parte dei benefici distribuiti (il dividendo) e di partecipare alle assemblee generali.
6 La Borsa è il luogo in cui vengono emesse le obbligazioni e le azioni. Un’obbligazione è un titolo di prestito (chi la emette la vende al compratore la deve rimborsare a un tasso e a una scadenza determinata) e una azione è un titolo di proprietà di un’impresa. Le azioni e le obbligazioni possono essere rivendute e riacquistate a piacere sul mercato secondario della Borsa (il mercato primario è il luogo in cui i nuovi titoli vengono emessi per la prima volta). L’obbligazione (bond in inglese) è un titolo di debito emesso da società o enti pubblici che alla scadenza attribuisce al suo possessore il diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente, più un interesse su tale somma.2
7 La Banca Centrale europea è un’istituzione europea localizzata Francoforte, creata nel 1998. I paesi della zona euro le hanno conferito le proprie competenze in materia monetaria e il suo ruolo ufficiale è di assicurare la stabilità dei prezzi (lottare quindi contro l’inflazione) in detta zona. I suoi tre organi di decisione (il consiglio dei governatori, il direttorio e il consiglio generale) sono tutti composti dai governatori delle banche centrali dei paesi membri e/o degli specialisti <>. I loro statuti la vogliono <> politicamente ma essa è influenzata direttamente dal mondo finanziario.
8 Parte di un prestito emesso da una società o un ente pubblica. Il detentore dell’obbligazione, l’obbligazionario, ha diritto a un interesse e al rimborso del montante sottoscritto. Egli può, se la società è quotata, rivendere il proprio titolo in borsa.
9 I bond sovrani o titoli di stato sono emessi dai governi o enti pubblici assimilati e si caratterizzano per la loro relativa sicurezza, godendo della garanzia pubblica. Negli ultimi anni, con la crisi del debito sovrano esplosa nell’Eurozona, i rendimenti di questi titoli hanno segnalato sempre più il rischio avvertito dal mercato, specie in relazione a quello di altri paesi, misurabile attraverso lo spread (differenza di rendimento tra due titoli (azioni, obbligazioni, titoli di stato).
10 Un prodotto strutturato è un prodotto in generale concepito da una banca. Spesso è una combinazione complessa di opzione, di swaps, etc. Il suo prezzo è determinato in base a modelli matematici che modellizzano il comportamento del prodotto in funzione del tempo e delle diverse evoluzioni del mercato. Sono spesso prodotti venduti con dei margini importanti e opachi. Lo swap appartiene alla categoria dei derivati ed è un contratto con il quale due controparti A e B decidono di scambiarsi somme di denaro (più comunemente la differenza tra queste ultime) in base alle specifiche del contratto stesso, specifiche che determinano la classificazione per tipologie dei contratti swap.
11 Derivato di credito : Prodotto finanziario la cui sottostante è un credito o un titolo rappresentativo di un credito (obbligazione). Lo scopo del derivato è di trasferire il rischio relativo al credito, senza trasferire l’attivo spesso con uno scopo di copertura. Una delle forme più correnti di derivato di credito è il Credit Default Swap.
12 Capitali conferiti o lasciati dai soci a disposizione di un’impresa. Si deve fare una distinzione fra fondi propri in senso stretto detti anche capitali propri (o capitale duro) e i fondi propri in senso allargato che comprendono anche debiti subordinati a durata illimitata.
13 Titolo spazzatura o junk bond, in inglese, è un titolo obbligazionario dal rendimento elevato, ma caratterizzato da un alto rischio per l’investitore.
14 La banca centrale di un paese gestisce la politica monetaria e detiene il monopolio dell’emissione della moneta nazionale. Le banche commerciali sono obbligate ad approvvigionarsi di moneta presso di essa secondo un costo di approvvigionamento determinato dai tassi regolatori della banca centrale.
15 Mercato dei capitali a lungo termine. Esso comprende un mercato primario, quello delle emissioni, e un mercato secondario, quello della rivendita. Oltre ai mercati regolamentati ci sono i mercati per accordo diretto che non sono tenuti a soddisfare condizioni minimali.
16Crescita negativa dell’attività economica in un paese o in un settore almeno durante due trimestri.
17 Il FMI è stato creato nel 1994 a Bretton Woods (assieme alla Banca Centrale, sua istituzione gemella). Il suo scopo era la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale regolando la circolazione dei capitali. Ad oggi ne sono membri 188 paesi, come per la Banca Mondiale. La Banca Mondiale possiede un capitale apportato dai paesi membri e soprattutto trova prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Essa finanzia progetti di settore, pubblici o privati, destinati ai paesi del Terzo Mondo e dell’ex-blocco sovietico.
18 Modifica al ribasso del tasso di cambio di una moneta rispetto alle altre.
19 Innalzamento cumulativo dell’insieme dei prezzi (per esempio, un innalzamento del prezzo del petrolio che trascina successivamente un riaggiustamento dei salari verso l’alto, seguito dall’innalzamento di altri prezzi, etc.). L’inflazione comporta una perdita del valore del denaro perché, nel tempo, occorre un montante superiore per procurarsi una certa merce. Le politiche neoliberiste cercano di combattere prioritariamente l’inflazione per questa ragione.
20 Troika : FMI, Commissione europea e Banca centrale europea, che assieme impongono tramite prestiti misure di austerità ai paesi in difficoltà.
21 Da Wikipedia: Basilea III è un insieme di riforme, sviluppate dal  Basel Committee on Banking Supervision della BIS per rafforzare la regolazione, la supervisione e la gestione dei rischi nel settore bancario e finanziario.

Il Comitato di Basilea,  formato dai governatori della banche centrali e capi della supervisione, hanno sottoscritto l’accordo alla base di Basilea III nel settembre 2009 e il Comitato ha concretizzato la proposta nel dicembre dello stesso anno. I documenti consultivi sono alla base della risposta alla crisi finanziaria e fanno parte delle iniziative su scala globale per rafforzare la regolazione del sistema finanziario avviato dai leader del G20 (ndt).

22 Da Wikipedia: L’audit è una valutazione indipendente volta a ottenere prove, relativamente a un determinato oggetto, e valutarle con obiettività, al fine di stabilire in quale misura i criteri prefissati siano stati soddisfatti o meno (ndt).
Note delll’autore
[1] Concordo con la conclusione dell’articolo di François Chesnais già menzionato: “Innanzi tutto sono le politiche pubbliche di austerità praticate ovunque, ma anche una situazione nella quale le imprese e la grande distribuzione devono persuadere delle famiglie il cui potere di acquisto ristagna a comprare, al di là dell’indispensabile quotidiano, delle cose che già possiedono. Parallelamente nella catene mondiali del valore gli emettitori di ordini premono sempre più i subfornitori e i trasportatori marittimi e terrestri lungo tutta la catena. La curva di accumulazione del capitale denaro generatore di interessi rafforza in tutti i paesi il peso economico e politico dei gestori di fondi e delle fortune dei manager dei gruppi finanziari industriali e commerciali interessati unicamente alla sicurezza dei flussi di interesse e alla massima distribuzione dei dividendi. Così i processi con effetto di contrazione che dominano l’economia mondiale si accompagnano a una accelerazione della dilapidazione delle risorse minerarie, della deforestazione e dell’esaurimento della fertilità dei suoli. Parallelamente, il montante degli investimenti pubblici richiesto da ogni “transazione ecologica” è irrealizzabile senza l’annullamento dei debiti pubblici che è più che mai una rivendicazione democratica assolutamente centrale”.
[2]  Sugli utili odiosi realizzati dalla BCE sulle spalle del popolo greco vedere : Eric Toussaint, « Les profits odieux de la BCE sur le dos du peuple grec », http://www.cadtm.org/Les-profits-odieux-de-la-BCE-sur pubblicato il 13 Ottobre 2017 e « La politique de la Troïka en Grèce : Voler le peuple grec et donner l’argent aux banques privées, à la BCE, au FMI et aux États dominant la zone euro », http://www.cadtm.org/La-politique-de-la-Troika-en-Grece-Voler-le-peuple-grec-et-donner-l-argent-aux publicato il 20 Agosto 2018.
[3]  Io sono del tutto d’accordo con il contenuto dell’articolo di Michael Roberts : <<Stagnation laïque, politique monétaire et John Law », https://www.anti-k.org/2019/03/16/stagnation-laique-politique-monetaire-et-john-law/, consultato il 17 marzo 2019.
Traduzione di Aldo Zanchetta e Giulia Heredia




IL PRESIDENTE MATTARELLA E L’ART. 97 di Eros Cococcetta

[ 10 ottobre 2017 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo 

Il poco loquace Presidente Mattarella stavolta ha parlato in modo chiaro lo scorso 29 settembre, dinanzi a molti microfoni, sulla manovra economica del Governo: 

«La Costituzione italiana – la nostra Costituzione – all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci. Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro». 

Queste chiare parole mi hanno fatto sorgere, però, diverse domande che ipoteticamente vorrei rivolgere al Presidente Mattarella, soprattutto per quello che non dicono:

1) Come mai non ha citato gli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione che prevedono il diritto al lavoro per tutti, la piena occupazione e il dovere per lo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il raggiungimento di tali obiettivi? In proposito vorrei ricordarle il discorso pronunciato nel 1955 dal grande giurista Piero Calamandrei sull’art. 3.

2) Secondo Lei gli articoli 1, 3 e 4, che rientrano tra i principi fondamentali della Costituzione, possono essere aggirati o vanificati dagli artt. 81 e 97, come modificati dal Governo Monti con la legge costituzionale 20.4.2012 n. 1, intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”? La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che anche le leggi di revisione della Costituzione possono essere dichiarate incostituzionali se in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione (v. sentt. nn. 30 del 1971, 12 del 1972, 175 del 1973, 1 del 1977, 18 del 1982 e 1146 del 1988), così come le leggi di esecuzione dei Trattati europei possono essere assoggettate al giudizio della Corte Cost. se in contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione o con i diritti inalienabili della persona umana (v. sentt. nn. 183 del 1973, 170 del 1984). Lei esclude che questa modifica sul pareggio-equilibrio di bilancio sia incostituzionale?

3) E’ a conoscenze delle motivazioni che hanno portato il Governo Monti ad inserire il pareggio di bilancio addirittura in Costituzione? A tale proposito L’ex Ministro Andrea Orlando in un incontro pubblico del 3 settembre 2016 ha dichiarato: 

«L’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese, fu il frutto del fatto che a un certo punto la BCE, più o meno ora la brutalizzo, disse o mettete questa clausola nella vostra Costituzione o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese. Io devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore approvare quella modifica …».

 Lei conosce queste dichiarazioni? Secondo Lei si è trattato semplicemente di una ingerenza indebita da parte della BCE oppure siamo di fronte ad un colpo di stato strisciante?

4) Come commenta la seguente frase pronunciata da Giuliano Amato in un’intervista del 13 luglio 2000 rilasciata a “La Stampa”:

«Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace – che solleva gli Stati nazionali dall’ansia mentre vengono privati del potere – con grandi balzi istituzionali … Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questa è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee»?

E cosa ne pensa delle altre considerazioni dello stesso Giuliano Amato sul fallimento dell’euro (qui e qui)?

5) Nel 2017 il Giappone ha raggiunto un debito pubblico pari a 10.272 Mld di Euro con un PIL pari a 4.060 Mld di Euro (4.872 Mld $) e quindi un rapporto DP/PIL al 253% (per l’Italia gli stessi parametri al dic. 2017 sono: 2.263/1.725 Mld € = 131,2%); in altri termini il Giappone ha un debito pubblico 4,5 volte superiore a quello dell’Italia e un PIL pari a 2,4 volte quello italiano. Per non parlare del famoso rapporto deficit/PIL (quello su cui il nostro Governo sta litigando con Bruxelles per ottenere il 2,4%) che in Giappone nel 2009 era al 9,5% e poi e sceso gradualmente fino al 4,5% del 2017. In poche parole il Giappone — verrebbe da dire lo Stato più keynesiano del pianeta — (che nel 2011 e 2012 ha realizzato un PIL di circa 6.200 Mld di dollari), ha dei parametri economici (debito pubblico e deficit) che farebbero impallidire la Commissione europea, Draghi, la Merkel e Macron. Eppure, proprio grazie ai massicci investimenti pubblici in deficit effettuati dal Governo, il Giappone con il suo Yen è la terza economia del Mondo; con una popolazione di 127 milioni di abitanti ha un tasso di disoccupazione al 2,4% (quello dell’Italia a fine 2017 è all’11,2%, con una disoccupazione giovanile al 35% e 18 milioni di italiani a rischio povertà, cioè un italiano su tre). Anche l’inflazione nel Sol Levante è bassa (in media lo 0,5% nel 2017 e l’1% nel 2018), una riprova che finché il sistema economico non arriva alla piena occupazione dei fattori produttivi l’inflazione resta bassa anche in presenza di abbondanza di moneta. Insomma il Giappone è la prova provata che il debito pubblico e il deficit, anche se molto elevati, non solo non sono un problema ma sono la leva fondamentale per ottenere un’economia forte e la piena occupazione. Un modello da seguire per tutto il Mondo.

Secondo Lei il Giappone ha ottenuto questi eccellenti risultati economici nonostante l’elevato indebitamento o invece proprio grazie a questo elevato indebitamento?

6) Autorevoli economisti (tra cui mi limito a citare Sapelli, Galloni, Bagnai e Malvezzi) sostengono, in linea con la comprovata teoria Keynesiana (che consentì al Presidente Roosevelt di superare la grave crisi americana del 1929 con il New Deal), che un’economia impostata sull’austerity e il pareggio di bilancio spinge lo Stato verso la catastrofe perché in una situazione di crisi, stagnazione economica e disoccupazione è necessario che lo Stato effettui massicci investimenti pubblici in deficit per rilanciare l’economia e l’occupazione. Del resto tutti possiamo vedere quali sono gli effetti dell’austerity sugli Stati eurozona. Secondo Lei tra la teoria keynesiana e quella neoliberista chi ha ragione?

7) L’art. 123 del Trattato sul funzionamento UE vieta alla BCE e alle Banche Centrali nazionali di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto finanziario con gli Stati membri (prestiti, finanziamenti, scoperti di c/c ecc.) come anche l’acquisto diretto di titoli di Stato (cioè di nuova emissione). Questa norma ha avuto l’effetto, assolutamente voluto, di costringere gli Stati Eurozona, privati della sovranità monetaria, a reperire la moneta vendendo i titoli di Stato alle banche e alle grandi finanziarie, ossia alla finanza speculativa. Per l’Italia ciò ha comportato un costo di 70 – 80 Mld di euro all’anno in termini di interessi sui titoli di Stato a partire dal 2002. Peraltro l’Italia era già caduta rovinosamente in questa trappola degli interessi nei precedenti 20 anni a causa del “divorzio” del 1981 della Banca d’Italia dal Min. Tesoro, imposto autonomamente da Ciampi e Andreatta. In sostanza l’art. 123 ha realizzato un gigantesco trasferimento di risorse finanziarie dagli Stati Eurozona verso le élite bancarie e finanziarie, sottraendole così alle molteplici necessità degli Stati e dei cittadini, solo a motivo del divieto stabilito dall’art. 123.

Infatti la BCE ha due compiti principali: 1°) quello di fornire liquidità alle banche mediante finanziamenti o prestiti (a tasso zero dal marzo 2016 – quindi una sorta di bancomat delle banche) oppure acquistando i titoli di Stato detenuti dalle banche stesse, quindi sul mercato secondario (il famoso QE – Quantitative Easing). 2°) di tenere l’inflazione al di sotto del 2%.

In sostanza la BCE è la banca delle banche e non interagisce con gli Stati se non indirettamente acquistando dalle banche i titoli di Stato già in circolazione, fornendo così liquidità al sistema bancario.

Secondo Lei non sarebbe opportuno modificare l’art. 123 TFUE, attribuendo alla BCE il compito di finanziare direttamente gli Stati UE e di acquistare i titoli di Stato al momento dell’emissione – cioè di diventare realmente la Banca Centrale degli Stati eurozona – in modo da ridurre al minimo se non azzerare gli interessi sul DP?

8) Per quanto finora detto, le sembra normale e condivisibile che il benessere di uno Stato e di un popolo dipenda dallo spread e dai mercati finanziari (speculativi o meno che siano) quando basterebbe cambiare i compiti delle BCE per evitare queste problematiche?

Finora la BCE ha tutelato soltanto le banche, ma ora è giunta l’ora di cambiare registro e di pensare al benessere degli Stati e ai popoli. Se invece la UE continua a seguire le teorie ordoliberiste – neoliberiste basate sull’austerity, il pareggio di bilancio e l’attuale assetto della BCE la strada verso la povertà degli Stati e dei popoli dell’Eurozona è irreversibile.

In tal caso restano due opzioni: 1°) Uscire dall’Euro a gambe levate ed emettere immediatamente una nuova moneta nazionale (il famoso piano B o “cigno nero”). 2°) Rimanendo nell’Euro dovremmo riscrivere l’art. 1 della nostra Costituzione come segue: l’Italia è una Repubblica fondata sulle agenzie di rating. La sovranità appartiene ai mercati che la esercitano nelle forme e nei limiti del trattato di Maastricht. Peccato per i neoliberisti che l’art. 1 non può essere modificato poiché rientra tra i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.

Vorrei concludere riportando una importante frase pronunciata dal grande Presidente americano Abramo Lincoln, che 150 anni fa aveva già capito tutto: