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IN MEMORIA DI MASSIMO BONTEMPELLI a 10 anni dalla morte

Dieci anni fa, il 31 luglio 2011, dopo breve malattia, ci lasciava lo storico e filosofo Massimo Bontempelli. Fra i maggiori pensatori dell’epoca presente, aveva compiuto nella sua non lunga esistenza di docente e di saggista (Pisa,1946, ivi, 2011) uno sforzo critico e ricostruttivo della situazione spirituale del tempo (“geistige Situation der Zeit”) che si colloca ai vertici della cultura italiana ed europea tra XX e XXI secolo.

Qui vogliamo concretamente ricordare e sottolineare l’impegno scientifico e militante del Bontempelli docente e studioso dei processi involutivi della Scuola e della cultura italiana, specchio del declino della società sempre più dominata dalla “sacralizzazione” della riproduzione sociale capitalistica.

Le considerazioni di Bontempelli (come quelle dello scienziato e umanista Lucio Russo) furono svolte a margine di un convegno organizzato presso l’Università di Salerno il 28 ottobre 1999 sul futuro della Scuola italiana. Un futuro che si è sempre più, purtroppo, realizzato e che con gli ultimi sviluppi del governo Draghi giunge come coerente compimento, grazie all’emergenza Covid, del ciclo   del “riformismo peggiorativo” iniziatosi con l’allora riforma Berlinguer.

Per gentile concessione della rivista Indipendenza, potete leggere qui il Pdf dell’intervista a Massimo Bontempelli e Lucio Russo (1999), sul futuro della scuola italiana.

Sull’argomento vedi: M. Bontempelli, L’agonia della Scuola italiana, CRT Pistoia, 2000; M. Bontempelli, F. Bentivoglio, Capitalismo globalizzato e Scuola, edizioni di Indipendenza, 2016.

*Nello De Bellis – Liberiamo l’Italia, Cpt di Salerno

Fonte: Liberiamo l’Italia




IN MEMORIA DI UN MAESTRO di Nello De Bellis

[ mercoledì 31 luglio 2019 ]

Il 31 luglio del 2011 veniva a mancare a Pisa il nostro grande amico e compagno di strada Massimo Bontempelli [nella foto].

Chi scrive ha già su queste pagine pubblicato un breve profilo dell’autore e dell’opera (vedi questo sito come pure del Campo antimperialista in data 1 agosto 2013), né intende ripetersi. 

Quello che trovo opportuno ricordare in questa sede non è solo la mesta ricorrenza, ben nota a compagni ed amici, bensì l’importanza di leggere e approfondire la sua opera per un orientamento non solo politico ed economico, intellettuale e scientifico ma anche etico e spirituale nel mondo contemporaneo.

Pochi pensatori hanno davvero la capacità di “leggere il presente come Storia” e di ergersi contro l’assurdo e l’insensatezza, accettata dai più come banale ed inevitabile, e chieder conto e ragione di tutto in nome dell’Uomo.
Umanesimo integrale senza infingimenti e pose umanitaristiche, così definirei la filosofia di Massimo Bontempelli,che si inverava e diventava di implacabile rigore e profondità, nell’opera storiografica. 

La sua non è stata tanto una forma di Neoidealismo, ma un Idealismo rinnovato e vivificato nelle sue fonti e messo in fecondo e stimolante confronto con Marx e la tradizione marxiana, nonché con tutto l’orizzonte della cultura contemporanea e l’avvicendarsi delle formazioni economico-sociali. 

Ne scaturiscono quadri di un’ampiezza e profondità impressionanti in cui la competenza dello storico si intreccia con quella dell’economista e con la lucidità del filosofo che comprende con eccezionale capacità speculativa l’essenza, il nocciolo intemporale eppur storicamente divenuto della realtà, secondo il ben noto paradosso hegeliano dell’Assoluto concepito non più come sostanza ma come soggetto

Il che in un quadro desolante come quello della cultura e società italiana, in cui gli intellettuali riconosciuti o sono servi sciocchi del Potere o sono delle autentiche “macchiette”, involontariamente migliori di quelle di Scarpetta e di Eduardo, è un esempio, un modello, un appiglio che ci dà modo ancora di non naufragare nell’agnosticismo, nella vacuità e nella disperazione.

Continuare l’ opera di un Maestro, interpretandola è ciò che rende umanamente migliori i suoi allievi e i suoi lettori, poicheé il vero maestro è colui che fa emergere la parte migliore di noi stessi.

Vorrei, in conclusione di questa breve nota commemorativa, suggerire una chiave di lettura della vasta opera dell’amico scomparso. Forse essa è il rapporto che Bontempelli istituisce tra storicità e trascendenza, quest’ultima concepita non certo in senso metafisico, ma come prospettiva logico-ontologica che mantiene costantemente aperto l’orizzonte del possibile come apertura sulla verità dell’essere e come principio di speranza per il riscatto della comunità umana e del mondo.


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POESIE PER MASSIMO BONTEMPELLI di Marino Badiale

Sei anni fa, il 31 luglio 2011, a Pisa, dopo breve malattia, ci lasciava il nostro grande amico, filosofo e storico Massimo Bontempelli [nella foto]. 

pubblicate nella sue recente raccolta.
1.
Difficile spiegare chi eri.
Mi prenderebbero per pazzo.
E non sono molto coraggioso,
lo abbiamo sempre saputo.
Ma non ti ho rinnegato, questo certamente no,
anche se il gallo ha cantato molte volte da allora.
Mi chiedo se ti ho meritato.
Penso di no.
non sono finito,
ma non credo di avere le forze
per fare molto più di ciò che ho fatto.
Ho troppi conti da pagare,
troppe email a cui rispondere,
e devo curarmi
una discopatia alle cervicali.
Cerco di salvarmi la vita.
Perché non ritornerai circondato di gloria
alla destra del Padre,
lo sappiamo bene.
E allora questo solo posso dirti.
Perdonami, accoglimi, ascoltami.
Come hai sempre fatto.



2.
Plotino si vergognava di avere un corpo.
Hegel non saprei, ma credo di no.
Il tuo problema non era certo la vergogna,
era il dolore, quel buco nero
che ti ha rubato i giorni della vita,
e alla fine ti ha ucciso.
Ma quando ti lasciava libero
nel tuo corpo non ci stavi male.
Ti godevi le piccole cose:
un buon caffè, una spiaggia tranquilla,
il silenzio, soprattutto.
che portavi al futuro.
Cercavi, esitando, con chi dividerle.
Dopotutto, sei stato felice.



3.
Come si può vivere decentemente
in un tempo senza speranza
come il nostro?
Ce lo siamo chiesti a lungo, ricordi?
Dovevamo anche scriverci un libro.
Tu avresti parlato di Proclo e Giamblico.
Il tuo destino ha deciso diversamente.
Hai fatto quello che hai potuto.
Hai protetto i semi
che forse nasceranno.
Hai copiato antichi manoscritti.
Hai detto, a chi la chiedeva,
la parola che aiuta,
e forse salva.
Hai fatto quello che hai potuto.
Come fanno tutti, si potrebbe dire.
Ma davvero non come tutti.



4.
Era questa la domanda
che non ti ho mai fatto,
distratto dalle tante altre cose
di cui volevo parlarti.
Perché alcuni sono sommersi
dalle onde della vita
e sprofondano giù,
nel buio, perduti,
e altri riescono ad afferrare
un senso che riscatta il dolore
e ti salva?
punto di svolta?
Il crinale fra coraggio e viltà?
Forse non avresti risposto,
scuotendo la testa imbarazzato,
come quando mi vedevi commettere
i miei errori.
In interiore homine habitat veritas.
se ne intendeva.
Perché non era quello che volevo chiederti
ma solo
salvami, ti prego”.
E questo davvero
non lo potevi fare.



5.
La storia ha un modo di ridere che è ripugnante
scriveva un poeta che amo.
Parlava della grande Storia dei popoli e delle classi.
Ma anche le piccole storie degli individui
non sono da meno.
Ti è sempre mancato il tempo
per scrivere, per dare al mondo quello
che solo tu potevi,
e quando finalmente il tuo orizzonte si è aperto
quasi subito.
Ho fatto i conti,
hai dato esattamente
di quello che avevi.
Anche così, è stato sufficiente
a cambiarmi la vita.
Ma adesso i demoni meschini
sono lì che mi attendono,
ghignando,
adesso che tu non ci sei.



6.
Gli uomini sono esseri mirabili
scriveva ancora quello stesso poeta
parlando del celebre marxista ungherese.
Chissà cosa intendeva veramente.
Di certo tu non ti saresti mai
espresso così.
Conoscevi troppo bene i nodi
che dentro ognuno di noi
legano il bene al male,
le piccole viltà che ci rendono impossibile
ciò che in verità potremmo.
può manifestarsi
se lo sappiamo volere.
Gli uomini sono esseri liberi”
avresti forse detto
e ne pagano il prezzo”



7.
questa forma civilizzata
Eri incapace di odiare,
appunto.
Ridevi come ridono i bambini.
Temevo che non sapessi proteggerti.
Avevo paura per te.
Che sciocco.
Alla fine
sei tu che hai vinto.



8.
Raccolgo cose disperse che abbiamo scritto,
ne faccio un libro
dalla copertina buia,
come i tempi che ci attendono,
e che tu non vedrai.
Non oso soffermarmi a pensare
allo spreco assurdo
di te
che il nostro tempo ha fatto.
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti
scrissero i due saggi tedeschi.
Ma quando né la classe dominante
né quella dominata
hanno più nulla
che cosa domina il tempo?
La risposta è ovvia,
il nulla produce il nulla,
il vuoto che corrode
tutto ciò che appare solido
Non era il tempo per te.
In fondo è già molto
se ti hanno lasciato vivere.



9.
Il grande poeta tedesco
che strappa al saggio la saggezza
perché sa volerla.
A te non bisognava strappare nulla,
eri pronto a dare
sapere e sapienza,
ma certo bisognava volerlo
e assumersene
le conseguenze.
Posso dire di averlo fatto?
Nel mio modo imperfetto,
poco utile,
e poco coraggioso,
che mi porto dentro,
sì,




– “In interiore homine habitat veritas”: Sant’Agostino, appunto
– “un poeta che amo”: Franco Fortini
– “celebre marxista ungherese”: György Lukács
– “i due saggi tedeschi”: ovviamente, Marx ed Engels
– “grande poeta tedesco”: B.Brecht, nella “Leggenda sull’origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell’emigrazione”.





IN MEMORIA DI MASSIMO BONTEMPELLI di Nello De Bellis

[ 1 agosto ]

Cinque anni fa,il 31 luglio 2011 a Pisa, dopo breve malattia,ci lasciava il nostro grande amico Massimo Bontempelli [nella foto]. 


Storico e filosofo insigne, era nato ivi nel 1946 e nella città toscana si era laureato in Filosofia del Diritto. Aveva insegnato Storia e Filosofia nel locale Liceo classico “Galilei” e aveva coniugato l’attività di docente con una ampia ed articolata produzione storico-filosofica. 

Dopo gli iniziali interessi per la Storia antica e la dialettica platonica e neoplatonica,aveva concentrato la sua attenzione sulla lettura ed interpretazione del pensiero hegeliano, sui problemi del rapporto tra nichilismo,verità e storia, sulla rilettura in chiave critica della storia del XX secolo e molto altro ancora. 
Aveva compilato, insieme all’amico e collega Fabio Bentivoglio, un importante manuale per i Licei, Il senso dell’Essere nelle culture occidentali,Trevisini, Milano, in cui il carattere veritativo della conoscenza filosofica veniva coniugato col divenire del tempo storico, garantita dal relativismo mediante la fondazione di un orizzonte trascendentale logico-ontologico. 
Opera ripresa ed ampliata nel successivo Il Tempo della Filosofia, sempre in collaborazione con Bentivoglio, dapprima per i tipi dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli,ora riedita da Vivarium. 
Con E.Bruni scrisse un altrettanto importante manuale di storia per i Licei, sempre edito da Trevisini, Storia e e Coscienza storica, basato sull’applicazione della storicità marxiana dei modi di produzione come metodologia storiografica.
Sviluppo e approfondimento del testo scolastico sulle tematiche storiografiche del XX secolo è il fondamentale Il Respiro del Novecento,CRT, Pistoia, 2002 in cui il periodo cruciale delle due guerre mondiali e dei grandi totalitarismi è trattato con insuperata profondità scientifica e speculativa.
Né va dimenticato, seppure in una breve nota commemorativa come questa, l’impegno politico e ideologico di Bontempelli sul duplice versante della critica, lucida e impietosa, delle riforme scolastiche e dell’involuzione sempre più grave della Sinistra storica, scivolata nel gorgo dell’integrazione subalterna all’odierno capitalismo assoluto.
Fondamentali risultano in proposito i testi sulle “innovazioni distruttive” denominate riforme (L’agonia della Scuola italiana,CRT,Pistoia,2000) e il recentemente edito per i tipi dell’editrice Indipendenza, Capitalismo globalizzato e Scuola, 2016 (in collaborazione con F.Bentivoglio) e Il Mistero della Sinistra, Graphos, Genova, 2005, in collaborazione con Marino Badiale (ma anche Le Sinistre nel capitalismo globalizzato, CRT, 2001). 

In questi testi, indispensabili come tutti gli altri citati, se si vogliono comprendere autenticamente i tratti dell’epoca presente e “die geistige Situation der Zeit” (la situazione spirituale del tempo),come avrebbe detto Jaspers, Bontempelli analizza la perdita da parte della Sinistra, iniziata già a partire dagli anni Ottanta, di ogni valenza emancipatrice del lavoro e dei ceti socialmente svantaggiati occultata “sotto la veste di un’accettazione realistica dei compiti di modernizzazione”. 
In realtà 

«… la mitologia modernizzatrice cui la Sinistra comincia ad appigliarsi già dagli anni Ottanta rappresenta un’indegna mistificazione poiché le innovazioni presentate come necessarie allo sviluppo servono solo a togliere protezioni e diritti al lavoro, e servono allo sviluppo solo in quanto si voglia come unico sviluppo possibile quello di un’accumulazione basata sulla compressione dei costi del lavoro». 

Parole profetiche, soprattutto oggi in vista della grande offensiva del Potere contro l’ultimo baluardo rappresentato dalla Costituzione dei fondamenti dello stato sociale. 

Impossibile dar conto in una sintetica ma doverosa e sentita commemorazione come questa della importanza dell’opera di Massimo Bontempelli, un pensatore originale e profondo il cui spessore non è certamente inferiore a quello di un Croce, di un Gramsci, di un Adorno e la cui vivida intelligenza ed appassionata tensione civile tanto ci mancano in un momento così fosco e difficile della storia tormentata del nostro Paese. 

Grazie, Massimo!


Segnaliamo le opera di Massimo Bontempelli

Antiche strutture sociali mediterranee, 2 voll., Trevisini, 1979.

Il senso della Storia antica (con E. Bruni),, Trevisini, 1979.

Il senso dell’essere nelle culture occidentali (con F. Bentivoglio); 3 voll. 1992.

Storia e coscienza storica, (con E. Bruni), 3 voll., 1993.

Percorsi di verità della dialettica antica (con F. Bentivoglio), SPES, 1996.

Nichilismo, Verità, Storia (con C. Preve), CRT, 1997.

Gesù. Uomo nella storia. Dio nel pensiero, (con C. Preve), CRT 1997.

La conoscenza del bene e del male, CRT, 1998.

La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, CRT, 1998.

Tempo e memoria, 1999.

Filosofia e realtà. Saggio sul concetto di realtà in Hegel e sul nichilismo contemporaneo, CRT, 2000.

L’agonia della scuola italiana, CRT, 2000.

Un nuovo asse culturale per la scuola italiana, CRT, 2001.

Le sinistre nel capitalismo mondializzato, CRT, 2001.

Il respiro del Novecento, CRT, 2002.

Il Sessantotto. Un anno ancora da capire, 2008.

Civiltà occidentale. Un’apologia contro la barbarie che viene (con M. Badiale), Il Canneto, 2009.

Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx (con M. Badiale), 2010.

La sinistra rivelata. Il Buon Elettore di Sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto (con M. Badiale)




Per la rinascita del sistema nazionale della pubblica istruzione di Massimo Bontempelli*

[27 giugno]


Succede talvolta nella storia che corpose realtà cariche di importanza e significato per la società umana ad un certo momento rimangano soltanto intelaiature vuote, ingombranti simulacri di una sostanza svanita. Ad esempio, l’Impero Romano d’Occidente al tempo degli imperatori ravennati non era altro che la sopravvissuta facciata esteriore di una organizzazione storica ormai disgregata e ridotta allo stato larvale. Allo stesso modo oggi il sistema nazionale della pubblica istruzione ha la stessa realtà di quei palazzi che durante la guerra erano stati sventrati dalle bombe, e che sembravano ancora esistenti soltanto lungo quei tratti di strada da cui se ne vedeva il muro di facciata rimasto in piedi, senza vedere quel che ci stava dietro. La scuola italiana oggi è così. È una facciata di elementi di vita scolastica che si riproducono per lo più per inerzia, con qualche aspetto e momento isolatamente ancora valido, ma con una sostanza educativa crollata sotto le bombe di dinamiche sociali diseducatrici lasciate incontrollatamente operare, e di innovazioni ministeriali particolarmente devastanti a partire dal 1996. Tutto questo ha una tragicità su cui ci si sofferma troppo poco, perché la fine del sistema nazionale delle pubblica istruzione significa –anche per la crisi di altra agenzie educative, a cominciare dalla famiglia- che non c’è più trasmissione di saperi e valori da una generazione all’altra, che è recisa la memoria storica, e quindi la capacità di comprensione politica, e che i giovani si affacciano alla vita adulta privi di strumenti di decodificazione del funzionamento effettivo del mondo in cui vivono.

Proviamo ad esporre, di questa catastrofe di civiltà, prima la fenomenologia, poi l’eziologia storica, infine i modi più sensati ed adeguati di reagirvi.
La fenomenologia della morte della scuola è molto chiara, e per vederla bastano sguardi non instupiditi su ciò che vi accade riguardo al comportamento degli studenti e a quello degli insegnanti, ai programmi di studio, ai libri su cui si studia, ai metodi di valutazione, agli ambienti.

Il comportamento degli studenti è in larga percentuale descolarizzato. In alcuni tipi di scuola, in alcune fasce d’età ed in alcune zone del paese sono molto frequenti situazioni di indisciplina tale, talvolta persino da codice penale, da rendere qualsiasi insegnamento materialmente impossibile. In molti altri casi le situazioni non sono di gravità così estrema, ma la mancanza diffusa di attenzione, del giusto silenzio, della puntualità e dello studio a casa frappone ostacoli egualmente spesso insuperabili all’insegnamento. Sono pochi, e concentrati soprattutto nei licei, i casi in cui gli studenti sono disciplinati in classe e studiano a casa, ma anche in questi casi non mancano seri problemi, che riguardano essenzialmente la motivazione allo studio, talvolta, e sembra un paradosso, molto carente anche in presenza di una disciplina impeccabile e di molte ore passate sui libri.

Il comportamento degli insegnanti è spesso penoso: investiti dalla maleducazione e dai ricorsi cavillosi delle famiglie di certi allievi, privati di ogni prestigio di ruolo, in larga percentuale non preparati a svolgere un compito educativo, non appaiono mediamente più motivati dei loro allievi a lavorare nella scuola.



I libri su cui nelle scuole si studia non sono più fatti dagli autori in funzione della cultura, ma dagli editori in funzione del mercato. Chiunque abbia esperienza di lavoro nell’editoria scolastica sa bene quanto il modo di produrre un libro per la scuola sia completamente diverso da quello di vent’anni fa. Oggi il libro scolastico non è più dell’autore, che, se vuole farlo, non può affatto comporlo come ritenga culturalmente e didatticamente giusto, ma deve farsi mero esecutore di criteri, formule, persino contenuti, elaborati da dirigenti editoriali desiderosi di giustificare il loro ruolo con ogni sorta di loro costruzioni, mirate, o credute mirate, alla massimizzazione delle vendite. Vengono così fuori libri pieni di banalizzazioni, digressioni, riepiloghi, schede, eserciziari, letture dispersive, libri pluriillustrati e pluricolorati, e, naturalmente, molto costosi, ma singolarmente inadatti al serio approfondimento dei concetti di una disciplina, anche perché tutti i loro accessori hanno eliminato lo spazio minimo per spiegarli.

Un marziano si aspetterebbe che gli insegnanti, che hanno scelto un mestiere che ha a che fare con le idee, la cultura, l’educazione, posti di fronte a simili schede, rifiutassero semplicemente di prenderle in considerazione, con un grilliano «vaffa» nei confronti di chiunque, dal ministero in giù, volesse loro imporle, o che, quanto meno, le facessero compilare ad uno di loro in maniera rapida e meccanica, dando ad esse il nessun peso che meritano. Abbiamo notizie che in qualche caso le cose sono andate proprio così. Ma si tratta di casi isolati. Lo spettacolo che solitamente si presenta ha dell’incredibile: insegnanti che si lasciano via via coinvolgere in discussioni e diatribe su simili compilazioni. La frequenza scolastica dell’allievo (altra voce da compilare) è «assidua», «regolare», o «saltuaria»? C’è già registrato, sul tabellone dello scrutinio il numero di assenza per ciascuna materia, una nuda cifra che non ha bisogno di chiose. Ma spesso succede che un insegnante propone di barrare, per un certo allievo, la casella della frequenza «regolare», e subito un altro, che constata un numero maggiore di assenza per la propria materia, reagisce (specie se in pregressa dissintonia psicologica con il primo) dicendo «Ma come! La frequenza non è regolare, è saltuaria!», e giù a discutere. Abbiamo assistito di persona ad una discussione, riguardo ad un allievo, se in riferimento al suo metodo di studio dovesse venire barrata la casella «ordinato», oppure quella «organizzato» (sic!). Quanto fin qui detto riguardo ad uno scrutinio finale è soltanto un esempio, uno tra i tanti, di uno degli aspetti nello stesso tempo più evidenti e più opachi della fenomenologia della morte della scuola: un corpo docente che non sa più impiegare il suo tempo di lavoro nei due campi che gli sarebbero professionalmente essenziali, vale a dire la cultura e la relazione con gli studenti come persone, e che ha accettato invece di impiegarlo in mansioni organizzative che un tempo erano quelle necessarie alla scuola, e che erano svolte da un vicepreside o da altro collaboratore sollevato per questo, giustamente, da una parte del suo lavoro di insegnante, e che oggi si sono moltiplicate, essendo diventate quelle necessarie a gestire tutta la valanga di inessenzialità scaricate sulla scuola.


Nelle numerose occasioni in cui gli insegnanti si trovano riuniti non si parla quasi mai (ci credano i lettori che, esterni al mondo della scuola, immaginano il contrario, e sappiano invece che riguardo a molte realtà bisogna persino togliere il «quasi») di contenuti culturali, non si ascoltano scambi di informazioni e di riflessioni su lettura fatte, non ci sono approfondimenti sulle problematiche relazionali dell’insegnamento, non si discute la ragione ed il significato per cui gli studenti sono chiamati ad apprendere certi contenuti invece di altri. Quasi tutto quello di cui per lo più parlano gli insegnanti a scuola è di una sconfortante miseria spirituale ed umana: corsi di recupero che tutti sanno essere inutili, elezioni e relazioni delle vacue funzioni strumentali, distribuzione rissosa degli spiccioli spendibili a vantaggio degli insegnanti da parte degli istituti scolastici, questioni di orario, contrasti tanto più aspri quanto più le materie del contendere sono del tutto irrilevanti salvo che per la psicologia dei contendenti. L’inutilità di ciò che fanno gli insegnanti nelle loro riunioni è stancante, ma siccome essi non sono consapevoli di ciò che ingenera loro stanchezza, la scaricano nel chiacchiericcio tra loro, comportandosi come una di quelle classi di allievi demotivati ed inquieti che nella loro veste docente li esaspera.

Questo degrado del corpo docente delle scuole non può ovviamente essere interpretato come somma di deviazioni individuali, essendo un fatto collettivo ed istituzionale, e non può quindi non ricondurci alle forze storiche che hanno prodotto la devastazione della scuola italiana. Proviamo quindi a passare dal piano della fenomenologia della morte della scuola al piano della sua eziologia storica.

Una causa prossima, per così dire, della fine della scuola italiana sta ovviamente nel suo Attila, il ministro della pubblica istruzione degli ultimi anni Novanta Luigi Berlinguer, e nei devastatori che gli sono succeduti, prima fra tutti Letizia Moratti. Parlare di Attila e di devastatori per personaggi tranquilli, non dissimulatori, niente affatto politici dal gioco duro, come costoro, può sembrare una forzatura di cattivo gusto. In effetti, però, essi sono stati davvero dei grandi devastatori, anche se non per cattiveria, non intenzionalmente, ma per una desolante inintelligenza, per così poco sale in testa che possiamo persino arrischiarci a pensarli in buona fede. Prendiamo l’Attila primigenio, Luigi Berlinguer. Ha sottoposto la scuola da un iperdosaggio di innovazioni, attribuendo ad esse effetti immaginari, o immaginati dalla più incolta e dogmatica delle lobbies accademiche, quella dei pedagogisti, senza capirne, e forse senza neanche averne capito oggi, gli effetti reali, visibilissimi sul campo. Il ministro ricorda, nella sua azione ministeriale, quel buon toscanaccio, ma non proprio acculturato, che ad un amico lamentoso per essersi ammalato di epatite mise davanti alcuni bicchierini di superalcolici dicendo, con l’affettuosa intenzione di curarlo, «bevi questi, ti fanno bono». Anche Berlinguer avrà pensato: le mie innovazioni «fanno bono» alla scuola, la renderanno più accogliente, più donmilaniana, più individualizzata, più moderna. Sarebbe bastata un po’ più di intelligenza, neanche tantissima, della realtà della scuola e del suo rapporto con la società, per capire che la cosiddetta autonomia significava demolizione del sistema nazionale della pubblica istruzione e perdita di ogni riferimento a saperi essenziali, che gli obiettivi formativi affidati ai singoli istituti significavano riduzione della cultura ad aria fritta e pubblicità, che la proliferazione di schede, formule, griglie tecniche e criteri di valutazione significava eliminazione di interesse per i contenuti culturali e gli aspetti relazionali dell’insegnamento, e così via.

Un’altra causa prossima della fine della scuola italiana sta nell’avvenuta abolizione, già dagli anni Ottanta, di ogni possibilità efficacemente sanzionatoria degli elementi di grave disturbo del suo regolare svolgimento didattico. Comportamenti indisciplinati di allievi che arrivano di fatto a sabotare le lezioni, urla assordanti nei corridoi, manifestazioni di pesante aggressività verso insegnanti e compagni, frequentatori di aule del tutto disimpegnati da ogni intenzione di apprendere qualcosa, e impegnato soltanto a parlar d’altro con i vicini, sono elementi per fortuna non generalizzati, ma, là dove sono presenti, e sono presenti in una percentuale niente affatto bassa di scuole italiane, non sono rapidamente eliminabili come dovrebbero esserlo perché una scuola possa esistere come tale. Mancano infatti strumenti normativi ed esecutivi adatti allo scopo. Elementi di disturbo non sono poi soltanto quelli che si riferiscono all’indisciplina o addirittura alla violenza degli allievi. Ci sono insegnanti che compiono atti di arbitrio, di chiusura ad ogni ascolto, di disprezzo e di umiliazione degli allievi, e che ciò nonostante non possono essere trasferiti ad altre mansioni, né vengono tenuti sotto controllo da dirigenti scolastici addestrati soltanto a compiti di bassa burocrazia. Ci sono scuole strette nella morsa dei rumori e dello smog del traffico circostante, o al cui interno si svolgono lavori durante le ore di lezione. Quando questo è diventato possibile, le autorità che hanno lasciato cadere gli antichi divieti hanno contribuito alla morte della scuola, perché la scuola esiste, come sa chiunque ne conosca la storia, soltanto in una separatezza protetta dal normale commercio sociale.


Un’altra causa prossima ancora della fine della scuola italiana sta nell’università italiana, corrotta, nepotista e arida. Questa università ha in un primo tempo impoverito la scuola non trasmettendole, dalla sua boriosa ed esangue torre d’avorio, alcuno strumento culturale e didattico, e non avendo fornito alcuna preparazione, in nessuno dei suoi corsi, alla professionalità docente nella scuola secondaria, ed in un secondo tempo l’ha contagiata della sua corruzione. Dopo il 1999, infatti, cioè dalla data in cui si è svolto l’ultimo concorso cattedrale per la scuola (quello peggio congegnato di tutta la storia italiana per una selezione di merito, ma per spiegare questo occorrerebbe un’esposizione troppo dettagliata), l’unico canale di accesso alla professione di insegnante è stato quello delle scuole di specializzazione dell’insegnamento secondario gestite dalle università. Si è trattato, per la scuola, di una devastazione senza precedenti, che un giorno o l’altro dovrà essere documentato con ricognizioni di fatti, interviste, documenti. In sintesi si può dire che le università si sono assunte la gestione di queste scuole senza mettere in campo competenze culturali-didattiche presenti al loro interno, che non avevano per niente, ma al solo scopo di far cassa con i contributi degli abilitandi. Il personale di gestione tratto dalle scuole secondarie è stato inteso come subordinato in maniera servile agli universitari, conformemente allo spocchioso atteggiamento di superiorità della maggior parte dei nostri accademici, ed è stato così selezionato in maniera inversa al merito, perché, ovviamente, vista la situazione, chi aveva, tra gli insegnanti di scuola, un minimo di idealità culturale e dignità professionale, non ha mai pensato a proporsi per queste scuole, in cui hanno smaniato di inserirsi, invece, gli incolti desiderosi di essere rivestiti dall’esterno di un ruolo purchessia, i frustrati dell’insegnamento desiderosi di uscirne, i piccoli ambiziosi o trafficoni miranti a mettersi sotto una tettoia universitaria, di guadagnare qualche relazione accademica. La congiunzione tra universitari senza un’idea di scuola se non quella di trarne vantaggi di corporazione e personali, e insegnanti di scuola promossi a loro servitori e non a dirigenti, ha prodotto i ben noti corsi degli orrori delle scuole di specializzazione: una pura sommatoria di spezzoni di trattazioni, senza alcuna connessione tra loro, a cui sono state associate pesantissime richieste di ogni genere di relazioni scritte, dato che nessun accademico voleva apparire di minore importanza degli altri. Dalle persone culturalmente vive, costrette a frequentare questi corsi se volevano sperare di entrare nella scuola, sono sempre venute dichiarazioni di assoluta insopportabilità di quella frequenza, vuotissima ma pesantissima, sgangherata ma costringente al più stretto conformismo mentale (ci sarebbero tante esemplificazioni da fare per farlo visualizzare in concreto). Anche qui c’è stata la selezione meritocratica all’inverso: sono andati più avanti quelli disposti a digerire tutto, cioè individui portatori di nulla, che saranno ulteriormente addestrati al nulla dai lunghi tempi di parcheggio e di professione precari.

L’operare di tutti questi fattori ha cadaverizzato la scuola. Ma non sono essi le cause vere, anzi le presuppongono. Un ministro devastatore come Luigi Berlinguer non è diventato ministro per una forza a lui connaturata, ma è stato indicato da un partito, scelto da una coalizione vittoriosa, e perciò da un intero sistema politico. Una università che agisce in un certo modo sulla scuola, non lo fa perché un bel giorno così ha deciso un rettore, ma perché è in precedenza costituita da una cultura, da interessi e da legami che la spingono a ciò.

Le cause vere della morte della scuola debbono dunque essere cercate in dinamiche di lungo periodo della società, di cui ministri distruttori come Berlinguer, interventi corruttori come quelli dell’università, luoghi di selezione antimeritocratica come le scuole di specializzazione, sono mezzi di attuazione (in questo senso cause prossime), e il degrado culturale del corpo docente il primo effetto.
Una dinamica di lungo periodo che è sfociata inevitabilmente nella morte della scuola, e che ne è stata quindi una vera causa, è stata il mutamento storico avvenuto tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta nel rapporto tra sviluppo economico, mobilità sociale e funzione della scuola, dopo il quale, nella nuova costellazione di questi elementi, la scuola ha cessato completamente di essere un luogo di promozione sociale. Da allora, un diploma di scuola secondaria superiore non garantisce minimamente l’accesso al ruolo lavorativo che gli corrisponde, e una maturità liceale funge da punto di partenza di un itinerario verso una laurea che come tale non è di alcun vantaggio per l’inserimento lavorativo.
Ora, se c’è qualcosa di univocamente comprovato da studi sociologici e fatti storici, è la correlazione esistente tra scuola come luogo di promozione sociale, da un lato, motivazione degli studenti all’impegno scolastico, e delle famiglie ad esigerlo da loro dall’altro, e, viceversa, tra mancanza di opportunità di promozione sociale nella scuola e demotivazione all’impegno scolastico.


L’individuazione di questa causa storica della morte della scuola lascia ovviamente sgomenti riguardo al nostro terzo argomento, dopo la fenomenologia e l’eziologia, e cioè le risposte da dare. Come è possibile battersi per la rinascita della scuola in Italia se la condizione di questa rinascita è una scuola come luogo di promozione sociale? L’evoluzione compiuta dal capitalismo ha reso infatti economicamente impossibile questa condizione, e non avrebbe senso pensare né di tornare ad una fase anteriore del capitalismo, perché la storia non conosce retromarce, né di costruire la scuola del postcapitalismo, perché non è nell’attuale orizzonte storico neppure immaginabile il funzionamento di una società postcapitalistica.

Affrontando seriamente il problema della scuola incontriamo in sostanza lo stesso nodo che blocca lo scorrimento del pensiero e dell’azione quando incrociano problemi che, come quello della scuola, incarnano una catastrofe di civiltà, ad esempio il collasso ecologico del pianeta, o la perdita di diritti del lavoro, o la guerra imperiale infinita: come agire in concreto se per essere in grado di cambiare qualcosa dovremmo poter cambiare la totalità del suo contesto, e il cambiamento della totalità è, oggi, completamente al di fuori dei nostri mezzi e persino delle nostre idee? Dovremmo finalmente imparare ad affrontare seriamente un nodo di questo genere, evitando sia l’astrattismo identitario ed autoconsolatorio, sia il concretismo adattivo. Dovremmo finalmente imparare che l’unico modo serio di affrontare un capitalismo potentemente distruttivo di ogni civiltà è quello di fare riferimento non ad una configurazione sociale alternativa, che non siamo minimamente in grado di prevedere, ma ad un logica alternativa a quella sistemica, perché ancorata a valori, per agire sui problemi. Se affrontiamo così la distruttività capitalistica, introdurremo lacerazioni nel funzionamento sistemico, che dovremo cercare di nuovo di affrontare con la logica valoriale, non secondo i principi sistemici, e così via. In questo modo cominceremmo ad incamminarci su un’altra strada storica, che non sappiamo dove ci porterà. ma l’importante, oggi, non è sapere a quale traguardo arriverà la storia futura, bensì uscire dal terribile cerchio in cui si chiude la storia presente, e che sta annichilendo ogni forma di civiltà umana.



La causa ultima, o prima, della morte della scuola, che l’ha distrutta come luogo di promozione sociale, è comunque il capitalismo assoluto imperniato sull’aziendalismo, cioè sull’ideologia che tutto ciò che si può fare lo si deve fare come prodotto fonte di profitto di un’azienda.

Anche la scuola la si vuole azienda, ma siccome non può esserlo, le innovazioni volte ad aziendalizzarla la stravolgono senza neppure poter funzionare sul loro piano. Fare di un ospedale un’azienda fa male alla salute, ma si può fare. Fare di una scuola un’azienda non si può neanche fare, ne viene fuori un ibrido disfunzionante. Poiché questo ha l’evidenza dei fatti, occorre rilanciare tra insegnanti, studenti, famiglie, l’idea della necessità di un ripristino della scuola pubblica e nazionale.

Badiale & Tringali



PENSARE LA LIBERTÀ. In memoria di Massimo Bontempelli

[3 marzo ]


IN RICORDO DI MASSIMO BONTEMPELLI di Nello De Bellis, Marino Badiale e Costanzo Preve

Tre anni fa, a Pisa, dopo breve malattia, si spegneva lo storico e filosofo Massimo Bontempelli (nella foto). Un ricordo di Nello De Bellis, seguito dal necrologio di Marino Badiale e dal giudizio di Costanzo Preve.



Massimo partecipò attivamente alle prime riunioni di Chianciano da cui ebbe inizio, anche sulla scorta del suo insegnamento, il percorso seguito negli anni successivi, che portò alla costituzione di Rivoluzione democratica prima, di MPL e Sinistra No euro dopo.



Per Massimo Bontempelli (1946-2011) di Marino Badiale

Massimo Bontempelli è morto a Pisa lo scorso 31 luglio. Nato a Pisa nel 1946, Massimo si era laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa, nel 1968, con una tesi di Filosofia del Diritto, e dopo la laurea ha insegnato storia e filosofia in vari istituti superiori, e negli ultimi anni presso il Liceo Classico “Galilei” di Pisa. Aveva iniziato negli anni Settanta a pubblicare testi scolastici (manuali di storia e di storia della filosofia) di grande originalità e profondità, dedicandosi contemporaneamente allo studio di temi storici e filosofici, studio che si è tradotto nella produzione di numerose pubblicazioni. Pur non avendo quasi mai svolto attività politica diretta (le uniche eccezioni sono la sua militanza nel gruppo del PDUP-Manifesto negli anni Settanta, e il suo impegno in Alternativa, il laboratorio politico-culturale recentemente fondato da Giulietto Chiesa), l’elaborazione culturale e filosofica di Massimo ha sempre avuto una irrinunciabile dimensione etico-politica, perché per lui la filosofia non era una disciplina accademica soggetta ai vincoli tipici del mondo accademico, ma era, secondo il suo concetto, la riflessione razionale sul senso dell’esistenza umana, riflessione che non può escludere la dimensione politica in quanto parte costitutiva dell’esperienza umana nel mondo.

Per chi come me l’ha conosciuto e ne è stato profondamente influenzato, è difficile spiegare quanto profonda sia la perdita che la sua morte rappresenta. Forse le parole migliori, proprio perché prive di ogni enfasi, le ha trovate una giovane che è stata sua studentessa, e ha scritto, in una pagina facebook a lui dedicata, un breve ricordo:

Per me è stato la mia rivoluzione. Buonanotte professore. Serena”

Di queste parole forse la più importante è “eroico”. Perché un mite docente (la “mitezza” di Massimo viene giustamente citata in un ricordo che gli ha dedicato l’Associazione Culturale Punto Rosso, con la quale aveva collaborato) di storia e filosofia di un liceo di provincia dovrebbe essere considerato “eroico”? Addirittura “il più eroico degli uomini che ho conosciuto”? Perché Massimo era un cercatore di verità, e in questa ricerca era sì mite, ma anche appassionato e intransigente. E se la verità filosofica, come s’è detto, ha una dimensione etico-politica, cercare la verità significa anche rifiutare i compromessi di basso livello e le tante piccole infamie che la politica, specie in questi anni di decadenza, porta con sé. Per questo Massimo è rimasto al di fuori delle tante consorterie politico-culturali che si spartiscono gli spazi accademici e mediatici. Per questo ha insegnato per tutta la vita in licei di provincia, lui che avrebbe potuto tranquillamente salire su molte cattedre più prestigiose. Per questo riusciva a pubblicare solo con piccole case editrici. Questa sua mite intransigenza è ciò che affascinava molti, specie giovani (per i quali l’incontro con lui poteva rappresentare una autentica “rivoluzione”, come nel ricordo sopra citato), ed è anche la ragione del fastidio, a volte dell’odio, che pure qualcuno gli ha riservato.

Chi lo ha conosciuto sa quali tesori di sapienza e conoscenza ci fossero dentro di lui, quante cose avesse ancora da insegnare. Il dolore per la sua perdita, per la perdita di tutto quello che poteva ancora darci, può essere reso meno aspro solo dall’impegno a fare il possibile per diffondere il suo pensiero, e, per cominciare, a raccogliere tutti i suoi testi, dispersi quasi sempre in riviste di scarsa diffusione o in pubblicazioni locali, per rendere possibile uno studio sistematico della sua opera.

LA FILOSOFIA DI MASSIMO BONTEMPELLI di Costanzo Preve




IN MEMORIA DI MASSIMO BONTEMPELLI

31 luglio. Massimo Bontempelli (nella foto), storico, filosofo rivoluzionario militante, al quale ci univa una sincera amicizia, moriva a Pisa, sua città natale, il 31 luglio di due anni fa. Un lutto enorme, non solo per noi, non solo per il movimento anticapitalista, ma per la cultura italiana, di cui è stato, grazie alla sua sconfinata cultura e malgrado l’ostracismo cui era stato condannato, una delle menti più alte. Ci auguriamo che un giorno si riesca a pubblicare le sue opere.
Vogliamo ricordarlo con un suo piccolo ma densissimo saggio, in cui Massimo disvela, partendo da alcuni concetti marxiani, l’arcano della moderna potenza capitalistica.


Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità
di Massimo Bontempelli


I. Sussunzione formale e sussunzione reale

Le categorie con le quali Marx ha concettualizzato il modo capitalistico di produzione un secolo e mezzo fa, lungi dall’essere state mostrate erronee, o comunque rese inadeguate, dal tempo trascorso, hanno una straordinaria capacità interpretativa proprio riguardo al nostro presente storico. In particolare, la coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale consente di comprendere davvero a fondo temi cruciali come la tecnicizzazione della vita, il tramonto della centralità operaia, l’adattamento di massa al capitalismo persino in contraddizione con precisi interessi materiali, la trasformazione antropologica prodotta dallo sviluppo economico. In questa sede viene discusso quest’ultimo tema, con le sue importanti implicazioni sociali e politiche.

La coppia categoriale di cui si parla è esposta da Marx, come è noto, non nel libro del Capitale da lui pubblicato nel 1867, ma nel suo cosiddetto Capitolo VI inedito, pubblicato postumo soltanto nel 1933. Si tratta di un quaderno manoscritto di cinquantaquattro pagine, pensato, nel progetto originario del libro primo del Capitale, per essere collocato dopo il suo quinto capitolo sul plusvalore assoluto e relativo, con il titolo Risultati del processo di produzione immediato. Poi l’intero impianto dell’opera è stato modificato al momento della pubblicazione nel 1867, ed ulteriormente modificato con la seconda edizione del 1873, lasciando fuori, non si è ancora capito esattamente per quale ragione, il quaderno sul processo di produzione immediato. Nella sistemazione definitiva, molti temi del quaderno hanno trovato posto nel capitolo quinto sul processo lavorativo e processo di valorizzazione, ma, essendo stati spostati in avanti i capitoli sul plusvalore assoluto e sul plusvalore relativo, è necessariamente rimasto fuori da capitolo quinto il tema della doppia sussunzione al capitale, strettamente connesso alla doppia genesi del plusvalore.

Nel Capitolo VI inedito Marx introduce la categoria di sussunzione al capitale sdoppiata in sussunzione formale e sussunzione reale.

La nozione di sussunzione come tale è tratta dalla Critica del Giudizio di Kant, dove la parole (die Subsumtion, derivata dal verbo subsumieren, cioè inquadrare in una classificazione) indica la riconduzione di un termine al rapporto insieme di inclusione e di subordinazione che gli è proprio rispetto ad un termine più esteso. Marx utilizza la nozione al di fuori dell’ambito della logica, per cui è stata concepita, riformulandola in modo da inquadrarvi i termini, sociali e non logici, di capitale e lavoro.

La sussunzione concepita da Marx è infatti sussunzione del lavoro al capitale, e la distinzione in cui si articola tra sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, ricalcata sulla distinzione kantiana tra sussunzione del particolare all’universale nel giudizio riflettente e in quello determinante, serve a comprendere il ciclo storico già compiuto attraverso il quale il capitale è giunto ad assoggettare pienamente a sé il lavoro umano, riducendolo a mera forza produttrice di plusvalore.

L’operazione concettuale che da tempo propongo per la sua possibile fecondità interpretativa è quella di riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma di contenuti della stessa vita umana al capitale. Con questa riformulazione, la coppia concettuale di cui si parla consente di comprendere, molto più che il ciclo storico passato del capitale, quello oggi in atto e proiettato nel futuro, mostrando quali strade debbano prendere le pratiche oppositive alla logica sistemica per non ridursi a illusioni. La nozione marxiana di sussunzione prima formale e poi reale del lavoro al capitale è comunque alla base del paradigma categoriale necessario a comprendere fino in fondo la realtà sociale nella quale ci siamo trovati immersi, e deve quindi essere fissata in maniera chiara e precisa. Sussunzione formale del lavoro al capitale significa, dice Marx, che il capitale sottomette a sé, vale a dire include nel rapporto sociale di cui esso consiste e rende quindi funzionale alla logica della sua autoriproduzione, modi di essere del lavoro umano che si sono costituiti prima e indipendentemente da esso, e che esso piega ai suo interessi senza modificarne il contenuto. Il termine sussunzione formale vuol indicare appunto che il modo di produzione che tale sussunzione istituisce è capitalistico soltanto nella forma, non anche nel contenuto. La nozione di forma qui utilizzata da Marx per oggettivare la sussunzione inaugurale della produzione capitalistica è visibilmente tratta dalla logica hegeliana. Hegel studia la forma come nozione logica nella prima sezione del secondo libro della Scienza della logica, definendola “relazione fondamentale le cui determinazioni stanno di contro al contenuto” e specificando che, così posto, “il contenuto è determinato già in lui stesso come fondamento della sua unità particolare con sé, e sta di contro alla forma quale relazione intera di fondamento e fondato”. Diradando l’oscurità, per i non addetti ai lavori, di questa terminologia hegeliana, il suo senso si ritrova nel discorso che Marx svolge nel Capitolo VI inedito. Il lavoro artigiano, o il lavoro contadino indipendente, sono “contenuto” della storia, e sono un contenuto ”determinato già in lui stesso”, nel senso che il suo concreto svolgimento nasce dalla sua natura, e non da alcunché di esterno. Il lavoro artigiano, cioè, è determinato dai suoi strumenti, dalla sua materia prima e dalla sua tecnica specifica, ovvero “in lui stesso”, indipendentemente dal fatto se sia sfruttato oppure no da un potere esterno, e da chi e secondo quale finalità sia eventualmente sfruttato. Esso è, come tipo di lavoro particolare, dotato di una sua particolare identità, fondamento determinato, nel senso che fonda competenze, relazioni e stili di vita, e ciò è significato dall’espressione “fondamento nella sua particolare unità con sé”. Di fronte a questo contenuto come fondamento particolare sta “la relazione intera di fondamento e fondato”, cioè una relazione più generale che, includendo il fondamento particolare, lo riduce a un fondato, essendo quella più generale la relazione fondamentale. Ad esempio il lavoro contadino indipendente come lavoro è fondamento, fondamento della vita del contadino, nella sua particolarità avulsa dal più generale contesto storico di relazioni sociali, ma, se viene inserito in un tale contesto relazionale, ad esempio in un rapporto di dipendenza feudale da una signoria rurale, si rivela fondato dalle regole e dagli scopi di tale rapporto, pur rimanendo fondamento a livello della sua particolarità specifica.

La forma in senso hegeliano è quindi forma di assunzione, da parte di una relazione generale, di un contenuto più particolare determinato in se stesso, indipendentemente da essa, dalla propria stessa particolarità. Nella sua trasposizione marxiana nella sfera dei rapporti di produzione, questa forma diventa forma di appropriazione, da parte di un rapporto sociale globale ed in funzione della sua autoriproduzione, del prodotto di un lavoro predeterminato ad esso nel suo modo di essere. Ciò accade, ad esempio, quando il capitale, radunando sotto di sé, senza modificarne la natura, ma lasciandolo come lo ha storicamente trovato, il lavoro di molti artigiani, si appropria ai suoi fini del prodotto di tale lavoro attraverso la riduzione degli artigiani che lo erogano a lavoratori suoi salariati. Se si vanno a rileggere, dopo questo chiarimento, le frasi citate di Hegel sulla nozione di forma, e le pagine di Marx sulla sussunzione formale, le une e le altre dovrebbero risultare del tutto trasparenti.

La sussunzione formale del lavoro al capitale è dunque, dice Marx, la funzionalizzazione al rapporto sociale capitalistico di un modo di lavoro già sviluppatosi fino ad una sua propria maniera di svolgersi prima che il rapporto sociale capitalistico si sia costituito rispetto ad esso. La produzione che ne nasce è capitalistica, prosegue Marx, perché ha la forma generale della relazione capitalistica, ovvero la generazione di plusvalore da accumulare come capitale, ma non è, egli precisa, specificamente capitalistica, perché il suo contenuto lavorativo è un contenuto particolare storicamente preformato al capitale, e non un risultato della sua produzione. Il plusvalore come forma a cui quel contenuto è sottomesso è il genere di plusvalore che Marx chiama plusvalore assoluto. Per plusvalore assoluto egli intende il plusvalore generato dal maggior tempo di lavoro a cui il lavoratore viene obbligato dal comando capitalistico a cui è stato sottomesso. Poiché infatti il tempo di lavoro necessario al suo mantenimento a cui era abituato produce ora il valore che serve al pagamento del suo salario, e poiché il suo modo di lavorare non è modificato dalla sussunzione formale, tale sussunzione non può evidentemente generare plusvalore se non attraverso il prolungamento del tempo di lavoro. Marx chiama invece plusvalore relativo il plusvalore generato, con un tempo di lavoro immutato, dalla minore quantità di lavoro contenuta nella merce. Solo una modificazione del processo lavorativo può evidentemente consentire la produzione nello stesso tempo di una maggiore quantità di merce, e dunque di una minore quantità di lavoro incorporata in un’unità di merce, per cui il plusvalore relativo è necessariamente associato ad una sussunzione non più formale, ma reale.

Marx chiama sussunzione reale del lavoro al capitale la determinazione del modo stesso di essere del lavoro da parte del rapporto sociale capitalistico che lo ingloba. Il capitale si appropria quindi, dice Marx, non soltanto del prodotto del lavoro, ma anche della sostanza del lavoro, che riplasma per adattare alla sua teleologia la maniera stessa del suo svolgersi. La produzione che ne nasce, egli prosegue, è specificamente capitalistica, in quanto è il suo stesso contenuto lavorativo che è formato dal capitale, non già storicamente trovato da esso.

Questa categoria marxiana di sussunzione reale è la trasposizione nella sfera dei rapporti di produzione di precedenti categorie logiche di Kant e di Hegel, e precisamente della categoria kantiana di sussunzione del particolare all’universale nel giudizio determinante, in cui l’universale determina il contenuto fenomenico del particolare, e della categoria hegeliana di fondamento integrale, in cui “il reale stesso è tornato al suo fondamento e si è ristabilita in lui l’identità di fondamento e fondato”.

Marx mostra, con straordinaria forza interpretativa, come la logica stessa della sussunzione formale conduca alla sussunzione reale, in quanto la sola forma della produzione capitalistica esige una accumulazione allargata di plusvalore, la quale esige un incessante aumento di scala della produzione, che ad un certo momento esige un’appropriata modificazione del processo lavorativo, di cui sono strumenti le macchine industriali e le scienze fisiconaturali.

Questa logica ha un campo di applicazione potenziale che è più vasto di quello pensato da Marx, e che è diventato attuale proprio nel nostro presente storico. Allo sviluppo illimitato della produzione, insito nel rapporto sociale capitalistico, non può infatti bastare, oltre un certo limite, neppure la sussunzione reale del lavoro al capitale, perché è impossibile ridurre oltre un certo limite il tempo di lavoro incorporato nella merce senza separare del tutto la merce dal lavoro, e quindi dalla base stessa del plusvalore. Oltre un certo limite, quindi, lo sviluppo ulteriore della produzione richiede la riduzione del tempo di circolazione del capitale, che può realizzarsi sussumendo al capitale altre realtà oltre quella lavorativa.

Nel seguito di questo articolo mostreremo come alcuni aspetti decisivi della realtà contemporanea possano essere compresi grazie all’apparato categoriale marxiano che abbiamo fin qui delineato. Questa comprensione ci fornirà gli strumenti per una critica degli aspetti devastanti, sul piano ecologico e antropologico, del capitalismo contemporaneo.

II. Il dominio sul vivente

Nel XX secolo si è verificato gradualmente, per lungo tempo del tutto inavvertito, il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale della materia vivente al capitale. L’allevamento capitalistico degli animali è cominciato, già nell’Inghilterra del Seicento, con la sussunzione formale al capitale di pecore, mucche, galline e conigli. Lana, latte, carne e uova hanno allora cominciato a produrre plusvalore attraverso il lavoro salariato degli allevatori, ed a realizzare plusvalore attraverso la loro vendita come merci in quantità crescenti nei mercati urbani. Le pecore producevano però lana secondo i loro ritmi biologici di sempre, e così le mucche il latte e le galline le uova. Le quantità crescenti di prodotti venivano perciò ottenute aumentando il numero di pecore, mucche e galline allevate. La sussunzione reale ha cominciato ad affacciarsi già negli anni Venti del Novecento, con i primi esperimenti di stabulazione intensiva degli animali sulla costa atlantica degli Stati Uniti. La stabulazione intensiva forzava infatti, ai fini di una maggiore produzione, lo spontaneo ciclo vitale degli animali, fino ad allora, invece, utilizzato come tale. Si trattava, però, soltanto di una prima debole manifestazione di sussunzione reale, che è stata programmaticamente accentuata prima con la somministrazione agli animali di vitamina D in sostituzione della luce solare sempre più sottratta da una stabulazione sempre più concentrazionaria, poi, dopo la scoperta degli antibiotici all’epoca della seconda guerra mondiale, con il loro uso massiccio per prevenire le infezioni altrimenti prodotte negli animali dalla condizione stressante e contagiosa della loro concentrazione in spazi sempre più ristretti. Nella seconda metà del XX secolo la stabulazione intensiva si è progressivamente diffusa anche in Europa, ed è diventata sempre più una macchinizzazione degli animali per accrescere la quantità dei loro prodotti rispetto a quelli forniti dal loro ciclo vitale. Questa prima macchinizzazione ha aperto la strada alla ingegnerizzazione genetica dell’animale, che ne ha completato la riduzione a macchina.

La tecnica del DNA ricombinante è stata scoperta nel 1973 nelle università degli Stati Uniti da Stanley Cohen ed Herbert Boyer, e la sua prima produzione è stata, nel 1975, quella, finanziata dalla General Electric, di un batterio ingegnerizzato per degradare idrocarburi galleggianti. Dopo che l’Ufficio Brevetti aveva respinto la domanda di brevetto di questo batterio, prevedendo la normativa soltanto la brevettabilità di materiali fisici, non biologici, nel 1980 una sentenza della Corte Suprema dichiarava brevettabile il batterio, in quanto più simile ad un reagente chimico che ad un vivente, e nel 1987 un’altra sentenza dichiarava brevettabile, sulla base di pretestuosi artifizi giuridici, qualsiasi processo biologico eccetto quello integrale di un corpo biologico umano.

Le due sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1980 e del 1987 segnano l’adattamento della società alla sussunzione reale della materia vivente al capitale, che è oggi rappresentata dalla mucca artritica, sterile, appesantita da mammelle ipertrofiche, ma produttrice di una quantità doppia di carne e quadrupla di latte rispetto ad una mucca normale, già creata dall’ingegneria genetica, anche se non ancora utilizzata commercialmente a causa del suo troppo breve ciclo artificiale di vita.

Il processo di sussunzione reale della materia vivente al capitale è ormai ad uno stadio avanzato, perché sono ormai tanti i campi nei quali il capitale non si limita più a produrre plusvalore attraverso l’utilizzazione dei cicli biologici dati dalla natura, ma crea, ricombinando a suo modo spezzoni di materia vivente, cicli biologici artificiali per esso più produttivi. Oggi abbiamo infatti piante ingegnerizzate per essere serializzate ad uso commerciale e conservate a tempo indefinito, frutti ed ortaggi di serra al di fuori delle loro stagioni naturali.

Non capire questo nuovo scenario significa allontanarsi senza saperlo dalla possibilità stessa di un reale antagonismo al sistema capitalistico. Occorre sapere che chi oggi mangia spesso carne, chi consuma regolarmente prodotti vegetali fuori della loro produzione naturale, chi accetta la frutta standardizzata e non maturata da supermercato, non solo si nutre male e perde il senso dei sapori, ma dà, per così dire, il suo democratico voto quotidiano a favore dello sfruttamento capitalistico (molto più democratico e molto più determinante del voto nella cabina elettorale), proprio come chi usa frequentemente l’automobile e si affretta a comprare gli ultimi ritrovati della tecnologia immessi sul mercato. Occorre poi una battaglia culturale contro lo scientismo ed i suoi riduzionismi, che sono gli strumenti della sussunzione reale della materia vivente al capitale. Prendiamo ad esempio la somministrazione della vitamina D agli animali stabulati. Essa è legittimata dal pensiero riduzionistico per cui il frequente spezzarsi delle gambe di certi animali stabulati è linearmente riconducibile al mancato assorbimento del calcio dalle ossa, e il mancato assorbimento del calcio è linearmente riconducibile al mancato apporto di vitamina D. E’ in realtà provato che, senza urti traumatici e al di fuori di un’età avanzata, ossa anche molto decalcificate non si spezzano senza cause concomitanti, che nel caso degli animali stabulati sono l’immobilità e le atrofie muscolari. Ed è altresì provato che le vitamine chimicamente sintetizzate hanno minori effetti benefici di quelli dei processi naturali, in questo caso dell’esposizione alla luce solare. Contrastando anche sul piano teorico questa scienza del capitale, può diventare un obiettivo di lotta politica che agli animali dei cui prodotti ci cibiamo siano assicurati un adeguato spazio di vita, libero movimento, fruizione dell’aria e del sole. I difensori dei metodi moderni di allevamento ci dicono che, se tali metodi fossero abbandonati, avremmo carne, latte ed altro in quantità molto minori e a prezzi molto maggiori. Su questo punto hanno ragione. Il torto marcio che è insito in tale ragione può emergere soltanto se alla prospettiva capitalistica dello sviluppo sostituiamo quella riumanizzata della decrescita.

I polli, certo, quando ancora ruspavano, ormai diversi decenni fa, erano un cibo quasi di lusso, inaccessibile alle tasche dei ceti inferiori della società, se non eccezionalmente, in occasione di qualche festa. Ora, invece, che sono allevati in batteria, rappresentano un consumo popolare, accessibile a tutti. E’ stato un guadagno? Lo sarebbe stato se i meno abbienti potessero regolarmente cibarsi, ora, dei polli di allora. Ma non a quei polli essi hanno ora accesso. Capire la sussunzione reale di un certo contenuto al capitale significa capire che il capitale ne cambia il modo di essere, e che esso non è più quindi lo stesso contenuto, proprio come il lavoro dell’operaio alla macchina non è più lo stesso lavoro dell’operaio con i suoi attrezzi. Il pollo che oggi tanto facilmente compare nelle mense dei ceti popolari ha una carne senza sapore, che si stacca facilmente dalle ossa per le tossine derivanti dallo stress dell’allevamento in batteria, carica di antibiotici che il consumatore ovviamente ingerisce, e che gli renderanno meno efficaci o del tutto inefficaci gli antibiotici che in futuro dovesse eventualmente prendere per ragioni mediche. Mangiare carne simile, come la carne bovina che si restringe alla cottura perché rigonfiata artificialmente durante l’allevamento con la somministrazione di farine fatte letteralmente di merda e di residui di idrocarburi, non rappresenta affatto una maggiore diffusione del benessere. Maggiore benessere sarebbe mangiare una o al massimo due volte la settimana buona carne, anziché tutti i giorni cattiva carne (un consumo quotidiano di carne è comunque nocivo, anche nel caso di buona carne). Ma senza i moderni metodi di allevamento non si tornerebbe a togliere del tutto la carne ed altri prodotti di origine animale ai ceti meno abbienti? Quando si pensa questo, lo si pensa perché si immagina la decrescita come una riduzione delle quantità a rapporti sociali invariati. Ma a rapporti sociali invariati la decrescita è impossibile, perché i rapporti sociali vigenti si autoriproducono soltanto attraverso lo sviluppo, in quanto poggiano sulla crescita illimitata del plusvalore. L’attuazione della decrescita scardinerebbe di per se stessa i rapporti sociali vigenti, e non solo consentirebbe, ma esigerebbe redistribuzioni di ricchezza sociale.

III. Il senso comune “sviluppista” e la sua critica

Se si giunge a comprendere a fondo tutta la valenza interpretativa della coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale, diventa chiaro che, se si vuole contrastare il vigente sistema dei rapporti sociali con i suoi odierni corollari di barbarie, l’ostacolo principale da rimuovere sul piano delle forme di coscienza, il nemico ideologico da battere, è l’ottusa ideologia dello sviluppo, in quanto essa oggi (non ieri) contiene implicitamente in se stessa tutti gli altri ingredienti mentali dell’accettazione dell’attuale capitalismo. Non a caso l’atto di fede nello sviluppo è conditio sine qua non, proprio come la fedeltà all’alleanza americana e alla sua propaggine sionista, per l’ingresso nell’area di governo. E’ per questo che Rifondazione comunista, una volta entrata nell’Unione, da un lato ha attenuato la sua denuncia della politica di Israele, mettendo in primo piano la falsa priorità del pericolo dell’antisemitismo e la ridicola questione del riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, ed accettando la partecipazione italiana alla missione militare di sostegno ad Israele in Libano, da un altro ha sposato senza residui la tesi dello sviluppo, chiedendo ripetutamente una legge finanziaria capace di promuovere lo sviluppo stesso.

Chi, perciò, sta dalla parte dello sviluppo, sta di fatto dalla parte del sistema vigente, qualunque illusione coltivi riguardo alla sua collocazione, e si condanna all’inintelligenza della trama di connessioni effettive tra i molteplici aspetti del mondo attuale. Questa adesione all’ideologia dello sviluppo da parte di chi si proclama anticapitalista può assumere le forme più diverse, può venire dal raffinato intellettuale o dal semplice militante, ma in sostanza girerà attorno a pochi argomenti di senso comune che possono essere più o meno riassunti come segue: “I teorici della decrescita vogliono il ritorno all’economia del passato, a costumi sociali arcaici, ai buoni tempi andati. Ma noi non vogliamo tornare alle condizioni di una volta, alla vita media brevissima, alle malattie che non si sapevano curare, alle carestie, alle giornate di lavoro lunghe e tormentose. Vogliamo, come è sempre stato nella tradizione del movimento operaio, lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico liberato però dai condizionamenti, dai vincoli e dalle priorità dell’organizzazione sociale capitalistica”.

A queste argomentazioni di senso comune si possono contrapporre almeno cinque osservazioni estremamente sintetiche, il cui approfondimento va oltre i limiti di questo articolo.

Primo. La decrescita mira ad una riduzione progressiva della quantità di merci e dell’ammontare del prodotto interno lordo, quindi del consumo di energia e di materie prime, ma niente affatto del tenore di vita, che vuole anzi innalzare. Banalmente: quanto più il traffico automobilistico urbano è denso, caotico e lento, e addirittura, quanti più incidenti automobilistici ci sono, tanto più c’è sviluppo (per il maggior consumo di carburante e veicoli, e per il giro di assicurazioni e riparazioni), mentre un sistema efficiente di trasporto pubblico, in una città chiusa al traffico privato, sarebbe decrescita, una decrescita che, in tutta evidenza, migliorerebbe il tenore di vita. Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi. Lasciamo a Bush, quando dice “il nostro tenore di vita non è negoziabile”, la confusione fra tenore di vita e quantità di merci, sviluppo e benessere.

Secondo. La decrescita non è affatto antimodernista, perché anzi, mirando a sostituire tecnologie ecologicamente leggere al posto di quelle pesanti, tecnologie di risparmio energetico (non di fonti alternative di energia, a cui essa è in linea di principio contraria) al posto di quelle dissipatrici di energia, promuove, anche in pratica (si pensi alle invenzioni documentate, anche se rifiutate dall’industria, di alcuni scienziati impegnati su questa linea), tecnologie in cui ci sono più “logie”, cioè apporti scientifici, che mere tecniche, e promuove, quindi, una modernità più evoluta.

Terzo. La decrescita non vuole proprio per niente tornare a costumi sociali arcaici e ad una economica arcaica. Al contrario, la decrescita è finalizzata ad una evoluzione dell’economia che la connetta più strettamente ai bisogni sociali, ad uno stile di vita più edonista perché non trascinato dalla rincorsa stressante a consumi superflui o, peggio, resi necessari dalla cattiva organizzazione sociale. Il benessere ed i piaceri della vita non crescono al crescere della quantità di merci, rifiuti e scarichi tossici (il consumismo è il falso edonismo di gente interiormente vuota e disperata), ma crescono con la selezione qualitativa dei beni prodotti.

Quarto. Ciò che eventualmente fa ricadere nei mali dei tempi andati non è la decrescita, ma proprio lo sviluppo. Quello che oggi chiamiamo progresso ci sta riportando ai mali di cento anni fa, come la mancanza di ogni diritto del lavoro attraverso lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste delle lotte operaie dell’epoca keynesiano-fordista, ormai irreversibilmente tramontata, e persino a certi mali di trecento anni fa, che si ritenevano definitivamente debellati. Si pensi a come stanno ridiventando incerti e pericolosi i viaggi ed il turismo, ai danni fatti ogni anno da pochi giorni di pioggia o di neve, al riaffacciarsi di gravi epidemie. Ciò che è lo sviluppo andrebbe visto da una prospettiva più ampia di quella delle metropoli occidentali. La recente strage provocata in Costa d’Avorio dai rifiuti “importati” è un tipico prodotto dello sviluppo, che fa crescere a dismisura i rifiuti tossici e ne devia lo scarico nei paesi più deboli.

Quinto. L’idea di uno sviluppo non capitalistico è una illusione. L’intera storia del Novecento dimostra in abbondanza che non c’è altro sviluppo che quello interno al capitalismo. Chi sogna uno sviluppo non capitalistico deve assumersi l’onere della prova, deve spiegarci dove si potrà mai trovare questa araba fenice. Nella realtà, chi vuole lo sviluppo vuole il capitalismo, qualsiasi siano le illusioni ideologiche con le quali occulta questa semplice verità. Sesto. La crescente aggressività imperialistica è figlia dello sviluppo, che obbliga ad un sempre più vasto accaparramento delle risorse mondiali da parte delle principali potenze, e spinge l’Europa a stare sempre, alla fine, per le paure dei suoi ceti dirigenti, a rimorchio degli Stati Uniti. La frase prima citata di Bush è stata del resto pronunciata proprio per giustificare la “guerra infinita”. Non si possono contrastare le derive belliche dell’imperialismo attuale se non in una prospettiva di decrescita. Chi è a favore dello sviluppo è, anche se crede il contrario, a favore delle guerre imperialistiche che dello sviluppo sono un corollario.

IV. La sussunzione della persona umana

Un momento di straordinaria importanza nel passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale al capitale è quello che riguarda le strutture delle condotte personali. Il capitale, man mano che ha sussunto realmente sotto di sé il lavoro, ha piegato alle sue esigenze le personalità dei lavoratori, personalità, però, strutturate precedentemente ad esso. I lavoratori che hanno erogato lavoro al capitale secondo le modalità imposte dalla macchina della produzione capitalistica, cioè, vi si sono adattati con le loro personalità costituite da processi educativi propri delle tradizioni dei loro paesi, e sempre incentrati prioritariamente sulle comunità familiari (secondariamente su parrocchie, corporazioni di mestieri, comunità di villaggi, collegi). Le società capitalistiche dell’Ottocento, largamente determinate dalla cultura e dall’etica delle classi borghesi, hanno accentuato il peso della famiglia nella formazione della personalità individuale. Tale contesto spiega la nascita della psicoanalisi e la concettualizzazione della psiche come meccanismo funzionalmente autonomo dell’interiorità individuale. La psiche così intesa è stata l’indiscusso, comune postulato di base di tutte le teorie psicoanalitiche, e la sorgente, secondo l’opinione generalmente condivisa, delle condotte personali degli individui.

Nella seconda metà del XX secolo avviene però il passaggio di straordinaria importanza cui si è accennato, e cioè la graduale sussunzione reale delle strutture stesse delle condotte personali sotto una produzione capitalistica orizzontalmente dilatatasi su scala sempre più vasta, e verticalmente penetrata a livelli sempre più profondi dell’esistenza umana. La personalità individuale degli esseri umani comincia così a diventare una determinazione sociale sempre più diretta della riproduzione allargata del capitale, ovvero dell’economia del plusvalore. Se non si comprende questa trasformazione, ogni impegno anticapitalistico diventa vano e verbalistico. Le personalità stesse di coloro che intendono contrastare il sistema sociale vigente sono infatti strutturate nella loro immediatezza dal sistema stesso, ed orientate quindi a promuoverlo inavvertitamente in tanti aspetti del loro agire e pensare, a meno che non abbiano trasceso la loro immediatezza in una riflessione consapevole in grado di limitarne il condizionamento (mai evitabile ovviamente del tutto). Orientarsi contro il sistema vigente è stato in un certo senso più facile per un individuo fino a cinquant’anni fa (ciò naturalmente non significa che fosse più facile vincere, perché in assenza di condizioni storiche favorevoli proprio la coerenza nell’orientamento contro il sistema esponeva ad essere schiacciati dalla repressione). Fino ad allora, infatti, il sistema ha operato nelle condizioni di vita sociale in cui l’individuo era incluso, mentre oggi (naturalmente, come ogni altra schematizzazione utile, anche questa deve essere presa con il dovuto grano di sale) opera non soltanto in quelle condizioni dell’individuo, ma nella stessa interiorità dei suoi desideri, dei suoi timori, e dei suoi modi di percepire e di valutare le situazioni. Così il sistema socioeconomico vigente ha avuto il suo funzionamento sempre più assicurato dagli automatismi comportamentali di massa, paradossalmente proprio da quando le sue contraddizioni lo hanno reso più vulnerabile, e da quando ha pienamente mostrato di non poter funzionare se non trascinando il genere umano nel baratro del disfacimento sociale e del collasso ambientale. Il compimento della sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale ha infatti indebolito l’opposizione al sistema molto più di quanto il sistema stesso sia diventato oggettivamente più vulnerabile, cosicché esso, nonostante le sue crescenti contraddizioni interne, è diventato comparativamente più forte. I suoi oppositori per lo più non sanno comprendere la plasmazione capitalistica della loro personalità, e non ne sanno quindi correggere le determinazioni immediate. In questo modo la loro opposizione è inefficace perché non in grado di individuare i luoghi sociali dove passano le catene sistemiche.

Ad esempio: capire che le cosiddette missioni di pace sono partecipazioni a guerre imperialistiche, e che la guerra al terrorismo è una copertura dell’espansionismo militare statunitense, è alla portata mentale di qualunque persona moralmente non depravata. Succede però spesso che un militante “antimperialista” si muova frequentemente e naturalmente in automobile, senza rendersi conto che bruciare benzina nel motore significa votare per il sistema in maniera ben più sostanziale che con una scheda elettorale, e che un luogo imprescindibile di attacco al sistema stesso sarebbe quello della circolazione autoveicolare privata. Perché non si sono mai visti “rivoluzionari” agire sabotando il traffico cittadino e rivendicando mezzi di trasporto pubblici e non inquinanti? Perché è così difficile comprendere che, data l’importanza primaria di crescenti consumi energetici tanto per la produzione quanto per il realizzo di plusvalore, e data la potenza conferita alle oligarchie imperialistiche dall’uso di massa dei combustibili fossili, una battaglia vera contro il sistema non può svolgersi se non anche come battaglia contro lo stile di vita collettivo basato sulla mobilità attraverso gli autoveicoli a motore? Essenzialmente perché lo stesso oppositore ha in molti casi una personalità adattata a vivere senza troppo soffrirne in mezzo alle conseguenze negative del traffico autoveicolare privato (rumori incessanti, gas di scarico, bruttezza degli ambienti) e ad accettare quella particolare privatizzazione e desocializzazione della strada che la circolazione automobilistica crea. La sua personalità così adattata è una determinazione del capitale, ma egli non lo sa, e, non sapendolo, non è emotivamente coinvolto più di tanto rispetto al sistema della mobilità urbana, che gli appare istintivamente di poco peso rispetto ai grandi temi. Questa situazione è quasi simboleggiata dalla tante bandiere della pace appese a finestre e balconi dall’inizio della guerra irachena, annerite dalla lunga esposizione all’aria inquinata delle città, e prive della benché minima influenza politica: mettere benzina nel proprio motore è dare benzina al turbocapitalismo imperialistico annerendo ogni lotta alla guerra.

Un altro esempio: chi si vuole oppositore del sistema vigente vede bene che deve opporsi alla precarizzazione del lavoro, allo smantellamento della previdenza pubblica, alla schiavizzazione dei lavoratori stranieri, alla riduzione dei posti di lavoro, e via dicendo, ma spesso la sua vista si appanna di fronte al nodo dello sviluppo e alla necessità della decrescita del prodotto interno lordo. Benché basti un po’ di serio studio per capire come i mali sopra indicati derivino dallo sviluppo della produzione di merci, come lo sviluppo coniugato con l’equità o lo sviluppo ecologicamente sostenibile siano pure fandonie, essendo da quarant’anni lo sviluppo necessariamente insostenibile dall’ambiente e fonte di crescenti diseguaglianze, e come solo la concreta ricerca di modalità di convivenza sociale che facciano decrescere il prodotto interno lordo consenta di combattere effettivamente la logica socialmente devastante del profitto capitalistico, succede tuttavia che la questione dello sviluppo lascia per lo più praticamente e mentalmente inerti quanti si sentono e si considerano antagonisti. Anzi, si può dire che la freddezza riguardo alla decrescita, l’incapacità di sentirne l’urgenza, e la tendenza a fraintenderne il senso, sono tipici segni rivelatori di una struttura della personalità realmente sussunta sotto il capitale: una tale personalità, infatti, ha interiorizzato lo sviluppo come modello di comportamento individuale, per cui manca della sensibilità per cogliere il valore di aspetti statici del paesaggio naturale e sociale, e per soffrire della loro dissoluzione, cosicché i processi innovativi del capitalismo non lo spaventano se non nelle loro conseguenze sulle condizioni di lavoro e sui livelli di reddito. Facciamo un esempio: fino a qualche decennio fa un aspetto statico del paesaggio sociale era la costellazione di piccoli negozi di quartiere, che servivano una clientela fissa di abitanti del quartiere stesso. Ebbene: per una personalità che ha interiorizzato lo sviluppo, il passaggio alla grande distribuzione non rappresenta un vissuto negativo, perché la più ampia gamma di merci acquistabili, ed i loro prezzi più contenuti, fanno premio sugli aspetti negativi della grande distribuzione, che non danno fastidio alla sua sensibilità. Fra questi aspetti negativi, possiamo ricordare l’aumento della circolazione veicolare indotto dal maggior afflusso di clienti in automobile e dalla maggiore quantità di merci che vengono trasportate da lontano, l’aumento dei rifiuti prodotti dal consumo, dovuto al fatto che le merci nei supermercati sono confezionate con maggiori quantità di imballaggi, l’esclusione dei piccoli produttori locali che in molti casi non sono in grado di fornire le merci nelle quantità e nei tempi richiesti dalla grande distribuzione. Tutti questi aspetti negativi, come dicevamo, non vengono colti dalla persona che ha interiorizzato lo sviluppo. Anzi, se l’individuo si considera anticapitalista, la piccola distribuzione diffusa gli parrà piuttosto un arcaismo piccolo-borghese degno di essere superato. In realtà l’adattamento di massa alla grande distribuzione è un elemento catalizzatore dell’economia del plusvalore, oggi quasi obbligato dalle condizioni esteriori di vita create dal capitale, ma inizialmente facilitato da tendenze interne degli individui, anch’esse prodotte dal capitale.

V. Le forme della personalità nella sussunzione reale: il disprezzo di sé

Torniamo ora dal livello delle esemplificazioni a quello della teoria. Si è dunque compiuta, nel nostro tempo, la sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale. Il tramite attraverso cui è avvenuto il suo compimento è stato l’inconscio disprezzo di sé scavato nell’individuo dalla sempre più estesa e profonda penetrazione sociale del capitale. Vediamo. Una premessa necessaria per seguire il discorso è intendere che quando si parla a questo livello di disprezzo di sé ci si riferisce ad un elemento della personalità vissuto inconsciamente, e quindi non direttamente percepito né esteriormente visibile come tale, perché le sue manifestazioni esterne si sviluppano per compensarlo e negarlo. Chi non possiede capacità interpretative in questo campo rischia perciò di non capire cosa sia il disprezzo di sé nell’individuo plasmato dal capitale, perché non coglie, in atteggiamenti che sembrano soltanto presuntuosi, inopportuni, arroganti, o semplicemente eccentrici e sfasati, l’aspetto reattivo e occultante riguardo a ciò che li sottende, cioè appunto il disprezzo di sé.

Cosa significa, dunque, a questo livello, disprezzo di sé? Significa la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile (fantasia nel significato psicoanalitico di immagine interna inconscia). Significa disgusto per la propria debolezza, inconsciamente rappresentata come bersaglio di aggressioni, manipolazioni e atti di umiliazione. Significa aspettativa di una squalifica da parte degli altri, ed ansia di confronto con loro.

L’individuo che internamente teme di essere sfruttato, depauperato ed umiliato perché debole, non esteriorizza questo suo timore come tale, neppure ai suoi stessi occhi, ma lo esorcizza con apparenti esibizioni di forza fatte di prevaricazioni ed umiliazioni dell’altro. Ad esempio, la spudoratezza aggressiva di un Vittorio Sgarbi o di un Giuliano Ferrara è una chiara manifestazione compensatoria del disprezzo di sé (e quindi dell’altrui umanità e dei valori morali) di questi personaggi.

Come, però, il capitale, oltre un certo livello del suo sviluppo, produce autocoscienze individuali costituite da un’immagine disprezzata di sé? Oltre un certo livello del suo sviluppo, il capitale non può realizzare il plusvalore che produce se non con un ritmo particolarmente veloce degli acquisti di massa delle merci. Questa velocità cambia l’immagine sociale della merce. Essa diventa un oggetto da consumare in maniera rapida e definitiva, e da ridurre poi subito a rifiuto. Il risultato di questa nuova immagine sociale della merce è che l’individuo non trova più nei suoi beni materiali i segni esteriori della durata dello spirito umano nel tempo. Per un giovane di oggi, ad esempio, è difficile persino immaginare come fino a cinquant’anni fa ai mobili e agli utensili di una casa fossero annodati usi di vita e ricordi delle generazioni passate. Il consumo così come è determinato dall’odierna immagine sociale della merce costituisce quindi come inessenzialità gli oggetti d’uso dell’individuo, e di conseguenza il perimetro materiale della sua vita, e di conseguenza lui stesso. Ma l’inessenzialità è per definizione ciò che non merita rispetto, e non meritare rispetto significa essere disprezzabile. Perciò l’individuo che non rispetta gli oggetti, perché li consuma velocemente, e che non rispetta il suo ambiente, perchè lo sporca con gli oggetti trasformati in rifiuti, si costituisce nel disprezzo di sé.

Al livello di sviluppo che esige il veloce consumo di massa per realizzare il plusvalore, il capitale non potrebbe neanche produrlo, quel plusvalore rappresentato da una quantità divenuta gigantesca di merci, senza la potenza produttrice data dall’interattività generale dei mezzi tecnici. La tecnica, a questo punto, non è più un semplice insieme per quanto numeroso di strumenti e processi artificiali, ma è la rete mediatrice di tutte le interazioni pratiche, ovvero sostituisce la natura come ambiente dell’uomo. La tecnica divenuta ambiente, rendendo l’uso delle sue connessioni condizione di efficacia delle azioni, riduce le condotte personali a comportamenti standardizzati, cosicché l’individuo diventa nel suo agire un esemplare del tutto intercambiabile di pratiche sociali precodificate, togliendogli ogni unicità, e quindi ogni valore, ai suoi stessi occhi. Anche per questa via, dunque, il capitale giunto all’odierno grado di sviluppo porta l’individuo al disprezzo di sé.

La stessa costellazione sistemica che scava nell’individuo il disprezzo di sé gli fornisce i mezzi con cui sfuggire alla sofferenza del suo morso allontanandolo dalla coscienza. Alla diversità di tali mezzi corrisponde la diversità delle forme di personalità plasmate dal capitale.

VI. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità concretista

Un mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di farsi rassicurare dalle procedure che, rendendo efficaci le azioni dell’individuo, lo rendono riconoscibile agli altri. Nasce così un tipo di personalità che possiamo chiamare concretista, perché è quella di un individuo che si rappresenta a se stesso e si comunica agli altri esclusivamente attraverso atti e ruoli funzionali alle strutture ed alle finalità concrete di un’organizzazione concretamente operante nella società. La personalità concretista è quindi costituita attorno all’appartenenza. Per capire questo tipo di personalità si deve dunque porre attenzione non a ciò a cui essa si fa appartenere, che può essere un’azienda, un partito, un sindacato, un gruppo sportivo o altro ancora, ma al senso del suo appartenere in quanto tale.

L’appartenenza è, per l’individuo concretista, un elemento fondamentale della sua definizione di sé, con cui egli sfugge al sentimento della sua nullità. La sua appartenenza soltanto gli dice chi è e che cosa vuole. Il suo agire in funzione della sua appartenenza è ciò che lo fa sentire riconoscibile ed efficace.

L’appartenenza è, per l’individuo concretista, il pavimento sotto il quale non c’è che il suo vuoto. Egli non può quindi rinunciarvi per nessuna ragione, perché rinunciandovi si affaccerebbe al baratro del disprezzo di sé, per cui gli argomenti razionali con lui non valgono. Qualsiasi insulso sofisma gli è buono per giustificare in ogni circostanza la perpetuazione della sua appartenenza ad una certa organizzazione. L’appartenenza è infatti la sua stessa identità. L’individuo concretista, cioè, non ha un essere da cui si diramano le sue appartenenze, le sue appartenenze sono il suo solo essere, o, meglio, sono un involucro di ruoli e compiti che gli sostituiscono l’essere che non ha, rivestendo il suo vuoto.

Una simile personalità è congegnata per rendere più scorrevole il funzionamento del capitalismo. Basti pensare al comportamento di milioni di individui che fanno riferimento ai dirigenti politici ex-comunisti. Se fossero individui razionali, o anche soltanto dotati di personalità risultanti da un’educazione, provenendo da una tradizione di sinistra, e quindi orientata alla pace tra i popoli e all’emancipazione del lavoro, avrebbero smesso inorriditi di votare il loro partito quando esso per la prima volta nella storia della Repubblica ha portato l’Italia in guerra, violando la Costituzione, e quando esso ha dato mano allo smantellamento delle garanzie del lavoro e alle privatizzazioni selvagge. Trattandosi invece di individui dotati di personalità concretista, hanno mentalizzato vacuità di ogni genere con cui ribadire, anche attraverso innocue disapprovazioni, la loro appartenenza al partito. Così, grazie a milioni di individui privi di qualsiasi forma di personalità che non sia la mera appartenenza fine a se stessa, il sistema vigente ha reso funzionale la sinistra alla più laida logica capitalistica senza indebolirla sul piano del consenso.

VII. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità narcisista

Un altro mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di trasfigurarlo in un’autorappresentazione grandiosa della propria personalità. Nasce così la personalità narcisista. Inscenare agli altri ed a se stessi un “sé grandioso” come scudo protettivo occultante di un proprio sé anteriore svalutato e rifiutato è una forma di soggettivazione esistita anche in epoche paleocapitalistiche e precapitalistiche. Un esempio famoso e indiscutibile di personalità narcisistica è quello di Napoleone, che, angosciato dal disprezzo di sé quando frequentava la scuola militare, dove gli altri allievi ufficiali lo emarginavano e lo schernivano perché non nobile e non francese, lo ha poi ipercompensato nell’immagine gloriosa e carismatica di se stesso. L’esempio di Napoleone è istruttivo per due ragioni: serve a ricordare sia che la personalità narcisistica è esistita prima del capitalismo, sia che l’immagine grandiosa di sé corrisponde non infrequentemente ad un talento reale. Il fatto, cioè, che il “sé grandioso” del narcisista sia reattivo, compensatorio e nascondente rispetto ad un sottostante disprezzo di sé mai dissolto, non significa che sia fittizio ed inconsistente. Mentre cioè la personalità concretista è servile e non creativa, la personalità narcisista può essere brillante, anticonformista e persino straordinaria. In ogni caso, però, il disprezzo di sé che la guida la rende sprezzante per l’umanità degli esseri umani, ed essenzialmente distruttiva. Napoleone, ancora, ne è esempio. Personalità narcisiste, dunque, ci sono sempre state. Da mezzo secolo a questa parte, però, il capitale le produce direttamente e in serie. Il ritmo sempre più veloce del consumo, necessario al realizzo del plusvalore, costruisce infatti nell’individuo, attraverso l’introiezione dei caratteri della merce usata, la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile, il disgusto per la propria debolezza, la paura di essere distrutto dalle altrui valutazioni negative. Nello stesso tempo l’industria del consumo lo indirizza a proiettare inconsciamente la sua fantasticata sfruttabilità in quella della merce acquistata, in modo che il suo consumo avido e fugace gli funge da riempimento del proprio sé vuoto. L’immagine del proprio essere diventa a questo punto quella del proprio avere esibito agli altri, che capovolge, sia pure illusoriamente, la debolezza in potenza: se posso esibire un’automobile lussuosa e potente, o la rumorosità assordante della mia moto, ho un senso di potenza. L’industria della promozione del consumo fa inoltre apparire la merce come scudo protettivo contro le altrui valutazioni negative: se sono elegantemente vestito, mi sento accettabile, e se uso tutti gli ultimi ritrovati della tecnica, mi sento importante anche se sono una nullità. La costituzione del soggetto come terminale della circolazione delle merci contiene dunque gli elementi basilari del narcisismo: disprezzo di sé a livello più profondo, autorappresentazione ipercompensatoria di tale disprezzo di sé a livello più superficiale, terrore della propria debolezza, distruttività compensatoria. Ma tali elementi non sono ancora la personalità narcisistica, e possono sfociare in altre forme di personalità di cui qui non parliamo. Perché si formi una personalità narcisistica occorre che su questi elementi di base si innestino altre vicende: una storia familiare che abbia iniziato e poi accentuato il disprezzo di sé, ed un’educazione intellettuale che abbia trasferito l’autorappresentazione ipercompensatoria dal rapporto con la merce a quello con le persone, ed abbia consentito di investirvi abilità effettive e talenti mentali.

Nella società contemporanea, quindi, la personalità narcisistica è molto diffusa fra quanti sono stati acculturati dalla scuola ed esercitano professioni intellettuali. Ci sono settori che coagulano in modo particolare le personalità narcisistiche: il mondo dello spettacolo, quello dell’informazione, l’università e la dirigenza politica, quest’ultima soprattutto nelle aree antagonistiche al potere governativo. La presenza di tante personalità narcisistiche in posizioni dirigenziali di aree antagonistiche è l’espressione della capacità del capitale di riciclare a proprio vantaggio le forze inizialmente antagonistiche spogliandole di ogni sostanza realmente oppositiva e lasciando loro solo l’apparenza dell’antagonismo. Ciò è accaduto per la prima volta nel ’68 e nella successiva vicenda dei gruppi extraparlamentari, il cui rivoluzionarismo è stato reso in larga misura una finzione dalla personalità narcisistica dei loro capetti, oltre che dalla incapacità di capire dei militanti che li hanno seguiti. La personalità narcisistica finisce infatti inevitabilmente per rovinare tutto ciò che tocca in ragione delle sue stesse caratteristiche: non rispetta gli altri, non accetta da loro giudizi negativi, li vuole soltanto spettatori accettanti e cooperatori subalterni della sua grandezza, li scarta quando non gli servono e cerca di distruggerli quando gli si oppongono, e finché svolgono la parte che attribuisce loro li manipola e sfrutta le loro risorse personali. La sorgente comune di tutti questi caratteri è la cosiddetta “solitudine narcisistica”: il narcisista nasce come tale rifiutando di autopercepirsi in uno stato di dipendenza emotiva che lo metta a contatto con la sua fragilità esistenziale. La mancanza di rispetto narcisistica per gli altri, ridotti a puri spettatori e sostenitori del “sé grandioso”, è volontà di sottrarsi alla dimensione dell’intersoggettività, in quanto rivelatrice di fragilità e dipendenza: se gli altri sono liberi di vedermi come vogliono, dipendo da loro e loro possono distruggere la mia grandezza, rendendomi disprezzabile, per cui devo manipolarli per farmi vedere come voglio io, e se non ci riesco devo annientarli. La difesa narcisistica dall’introiezione di qualsiasi valutazione negativa dei suoi comportamenti e delle sue intenzioni è una copertura del disprezzo del proprio sé fragile: l’immagine grandiosa con cui ho evitato di disprezzarmi viene dissolta se lascio che vi si appiccichino giudizi squalificanti, per cui l’unico modo per non tornare a disprezzarmi è non farmi giudicare dagli altri. L’autoattribuzione narcisistica di un diritto di sfruttamento depauperante delle altrui risorse personali è una protezione dal rischio immaginario di essere dissanguati dalla reciprocità della dipendenza: se assoggetto gli altri, non dipendo da loro e la mia fragilità non ne è divorata. Un movimento incapace di contenere i suoi membri narcisisti, e di emarginarli quando non si fanno contenere, non può essere realmente antagonistico al sistema di potere vigente, perché non sa riconoscere i comportamenti che lo alimentano, e subisce di conseguenza una restrizione anchilosante della sua visuale teorica. Non si tratta qui, ovviamente, di psicologia, perché non si tratta di fare un test della personalità degli individui, ma di saper individuare comportamenti pratici ed opacità teoriche, derivanti da forme nuove della personalità, che sono funzionali al capitale anche quando si presentano in veste antagonistica. Per saperli individuare occorre conoscere quelle forme della personalità. Neanche tale conoscenza, peraltro, è psicologia, ed il crederlo manifesta una opacità preliminare alla sua comprensione. Psicologia è, come dice la parola stessa, discorso sulla psiche, e la psiche è, nel contesto delle attuali discipline di studio, un ambito interno all’individuo, dotato di autonomia funzionale, che genera i suoi comportamenti. L’esame qui accennato delle forme della personalità le mostra generate non dalla mitica psiche, ma da un rapporto sociale esterno agli individui singoli, il capitale, oltre un certo grado del suo sviluppo. Non comprendere le nuove forme della personalità emerse nella seconda metà del XX secolo significa dunque non già lasciare da parte la psicologia per concentrarsi sulla storia, ma ignorare l’odierno livello di sviluppo, del capitale, giunto a sussumere realmente sotto di sé persino la formazione delle personalità individuali.